Commedia (Buti)/Inferno/Canto I

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Inferno
Canto primo

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Inferno - Proemio Inferno - Canto II

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C A N T O   I.





1Nel mezzo del cammin di nostra vita
     Mi ritrovai per una selva oscura,
     Chè la diritta via era smarrita;
4E quanto a dir qual’era è cosa dura
     Questa selva selvaggia et aspra e forte,
     Che nel pensier rinnova la paura.
7Tanto è amara che poco è più morte:
     Ma per trattar del ben, ch’io vi trovai,
     Dirò dell’altre cose ch’io v’ò scorte.
10Io non so ben ridir, com’io v’entrai:
     Tanto era pien di sonno su quel punto,
     Che la verace via abbandonai.
13Ma poi che fui a piè d’un colle giunto,
     Là dove terminava quella valle,
     Che m’avea di paura il cor compunto;

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16Guardai in alto, e vidi le sue spalle
     Vestite già de’ raggi del pianeta,
     Che mena dritto altrui per ogni calle.
19Allor fu la paura un poco queta,
     Che nel lago del cor m’era durata
     La notte, ch’io passai con tanta pieta.
22E come quei, che con lena affannata
     Uscito fuor del pelago alla riva,
     Si volge all’acqua perigliosa, e guata;
25Così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
     Si volse indietro a rimirar lo passo,
     Che non lasciò giammai persona viva.
28Poich’èi posato un poco il corpo lasso,1
     Ripresi via per la piaggia diserta,
     Sì che il piè fermo sempre era il più basso.
31Et ecco, quasi al cominciar dell’erta,
     Una lonza leggiera e presta molto,
     Che di pel maculato era coverta.
34E non mi si partia dinanzi al volto,
     Anzi impediva tanto il mio cammino,
     Ch’io fu’ per ritornar più volte volto.
37Temp’era del principio del mattino,
     E il Sol montava su con quelle stelle,
     Ch’eran con lui, quando l’Amor Divino2
40Mosse da prima quelle cose belle;
     Sì ch’a bene sperar m’era cagione
     Di quella fiera la gaetta pelle,
43L’ora del tempo e la dolce stagione;
     Ma non sì, che paura non mi desse
     La vista che m’apparve d’un leone.

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46Questi parea che contra me venesse
     Con la testa alta, e con rabbiosa fame;
     Sì che parea che l’aer ne tremesse:
49Et una lupa che di tutte brame
     Mostrava carca nella sua magrezza,3
     E molte genti fe già viver grame:
52Questa mi porse tanto di gravezza
     Con la paura ch’uscia di sua vista,
     Ch’io perdei la speranza dell’altezza.
55E quale è quei, che volentieri acquista,
     E giugne il tempo che perder lo face,
     Che in tutti suoi pensier piange e s’attrista;
58Tal mi fece la bestia sanza pace,
     Che venendomi incontro a poco a poco,
     Mi ripingeva là dove il Sol tace.
61Mentre ch’io ruinava in basso loco,
     Dinanzi alli occhi mi si fu offerto4
     Chi per lungo silenzio parea fioco.
64Quando vidi costui nel gran diserto,
     Miserere di me, gridai a lui,
     Qual che tu sia, o ombra, o uomo certo.
67Risposemi: Non uomo, uomo già fui,
     E li parenti miei furon Lombardi,
     Mantovani per patria ambidui.
70Nacqui sub Julio, ancor che fosse tardi,
     E vissi a Roma sotto il buono Augusto,
     Al tempo delli Idii falsi e bugiardi.5

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73Poeta fui, e cantai di quel giusto
     Figliuol d’Anchise, che venne da Troia,
     Poi che il superbo Ilion fu combusto.
76Ma tu, perchè ritorni a tanta noia?
     Perchè non sali il dilettoso monte,
     Che è principio e cagion di tutta gioia?
79Or se’ tu quel Virgilio, e quella fonte,
     Che spandi di parlar sì largo fiume?
     Risposi a lui con vergognosa fronte.
82O delli altri poeti onore e lume,
     Vagliami il lungo studio e il grande amore,
     Che m’àn fatto cercar lo tuo volume.
85Tu se’ lo mio maestro e il mio autore:
     Tu se’ solo colui, da cui io tolsi
     Lo bello stilo che m’à fatto onore.
88Vedi la bestia, per cui mi rivolsi:
     Aiutami da lei, famoso e saggio,
     Ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.
91A te convien tener altro viaggio,
     Rispose, poi che lagrimar mi vide,
     Se vuoi campar d’esto loco selvaggio:
94Chè quella bestia, per la qual tu gride,
     Non lascia altrui passar per la sua via;
     Ma tanto lo impedisce che l’uccide:
97Et à natura sì malvagia e ria,
     Che mai non empie la bramosa voglia,
     E dopo il pasto à più fame che pria.
100Molti son li animali a cui s’ammoglia,
     E più saranno ancora, infin che il veltro
     Verrà, che la farà morir con doglia.

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103Questi non ciberà terra, nè peltro;
     Ma sapienzia, amore e virtute,
     E sua nazion sarà tra feltro e feltro.
106Di quella umile Italia fia salute,
     Per cui morì la vergine Camilla,
     Eurialo, e Niso e Turno di ferute:6
109Questi la caccerà per ogni villa,
     Finchè l’avrà rimessa nell’Inferno,
     Là onde invidia prima dipartilla.
112Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno,
     Che tu mi segui, et io sarò tua guida,
     E trarrotti di qui per loco eterno,
115Ove udirai le disperate strida7
     Di quelli antichi spiriti dolenti,
     Che la seconda morte ciascun grida:
118E poi vedrai color, che son contenti
     Nel foco, perchè speran di venire,
     Quando che sia, tra le beate genti;8
121Alle quai poi se tu vorrai salire,
     Anima fia a ciò più di me degna;
     Con lei ti lascerò nel mio partire:
124Chè quell’Imperador che lassù regna,
     Perch’io fui rebellante alla sua legge,
     Non vuol, che in sua città per me si vegna.
127In tutte parti impera, et ivi regge:
     Quivi è la sua città e l’alto seggio:
     Oh felice colui, cui ivi elegge!

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Et io a lui: Poeta, io ti richeggio130
     Per quello Idio, che tu non conoscesti,
     Acciocch’io fugga questo male e peggio,
Che tu mi meni là dove or dicesti,133
     Sì ch’io veggia la porta di san Pietro,
     E color, cui tu fai cotanto mesti.
Allor si mosse, et io li tenni dietro.136

  1. v. 28. Poi ch’ebbi riposato il corpo.
  2. v. 39. ch’eran lassù.
  3. v. 50. Sembrava carca.
  4. v. 62. alli occhi miei si fu offerto.
  5. v. 72. Riteniamo volentieri l’ortografia de’ nostri codici che ne danno sempre le voci Idio, Idei col d scempio, e la ragione si mostrerà aperta, quando si consideri che gli antichi aggiugnevano un I al nome Dio per eufonia. E.
  6. v. 108. Quantunque i nostri codici abbiano «Eurialo e Turno e Niso di ferute», coll’autorità di Benvenuto da Imola e dell’edizione vindeliniana, si è restituita la lezione che secondo la storia apparisce chiarissima. E.
  7. v. 115. dispietate.
  8. v. 120. alle beate genti.




C O M M E N T O


Canto I. verso 1 a 9. In questi primi tre ternari del primo canto della prima cantica descrive l’autore dove si trovò e il tempo nel quale elli era della sua età, quando ebbe questa fantasia, dicendo che Nel mezzo del cammin di nostra vita; cioè nell’anno 35 della sua età, il quale comunemente è il mezzo della nostra età: imperò che comunemente li uomini vivono lxx anni, benchè pochi ne vivano più et infinita moltitudine ne viva meno. Et in questo termine1 d’anni era venuto lo nostro autore, quando s’avvide del suo errore primamente, sì come appare manifestamente per quello che si contiene nel canto xxi d’Inferno, ove dice: Ier più oltre cinque ore che quest’otta Mille dugento con sessantasei Anni compier che qui la via fu rotta. Nelle quali parole si comprende che nel 1300 dalla natività di Cristo elli avesse questa fantasia, et incominciasse questa invenzione: però che, se da poi che Cristo sostenne passione, che allora mostra che si rompesse quella via, della quale parla, erano corsi anni 1266, e Cristo era vivuto anni xxxiii2 i quali aggiunti al detto compiono 1300, meno sei mesi; del qual tempo non è da cercare: però che allora correa il 1300, benchè non fosse ancor compiuto che incominciato era. Et è manifesto che lo nostro autore morì nel 1321 a di’3 14 settembre, onde sottraendo anni 21 di 56 anni e mesi 4, che manifestò Dante dovere avere quando morì, ad uno grandissimo suo amico di Ravenna il quale fu chiamato Piero di messer Giardino, restano anni 35 adunque quelli ch’elli avea passati nel 1300. La notte sopra il venerdì santo, quando mostra [p. 23 modifica]l’autore ch’avesse il riconoscimento del suo smarrimento per la selva, della quale trovandosi fuori4 al di’ volendo salire al monte essendo già levato il sole, come dice il testo in questo capitolo, quivi: Temp’era del principio ec. consumò tutto il di’ di venerdi’ santo nel combattere con le fiere e nel parlamento con Virgilio, come apparirà più innanzi (C. xii): e poi, la seguente notte sopra il sabato santo, finge essere stato nell’Inferno menatovi da Virgilio, si come dirà di sotto. Or dice adunque che nel 35 anno della sua età, che è il mezzo del cammino; cioè di noi mortali, io Dante mi ritrovai errando per una selva oscura, a differenzia d’alcune selve che sono dilettevoli, dice scura, Chè la diritta via era smarrita. Qui mostra che per smarrimento; ma non di suo proposito era entrato in questa selva. E quanto, cioè quanto è a dir qual’era; cioè com’era fatta, è cosa dura; cioè è malagevole, Questa selva selvaggia et aspra e forte; cioè questa selva, della quale pone ora tre condizioni; cioè selvaggia, cioè sanza abitazione umana e per questo orribile et aspra; cioè malagevole ad andare per essa e per questo si può intendere che voglia significare ch’era involuta et intricata d’arbori salvatichi, pruni e sterpi sì, che per essa espeditamente non si potea andare, e forte quanto allo svilupparsi e liberamente uscire d’essa. Et aggiugne: Che nel pensier rinnova la paura; cioè tanto che pensando d’essa, da capo ne teme. Usanza è che l’uomo ricordandosi d’uno periculo, nel quale sia stato, ne rimpaura. Tanto è amara che poco è più morte; cioè questa selva è tanto amara alla memoria, che poco è più la morte: con ciò sia cosa che morte sia l’ultimo delle cose terribili. Et incontanente risponde alla obiezione tacita che si potrebbe fare, dicendo: Se la memoria sua è così amara, perchè la rinnovelli, trattando d’essa e descrivendola? Dicendo: Ma per trattar del ben, ch’io vi trovai, Dirò dell’altre cose ch’io v’ò scorte, dice adunque: La cagione che mi muove a trattar d’essa è il bene ch’io vi trovai. Qual sia questo se mostra nel testo; che fosse lo ragguardamento del pianeta sopra il monte e l’apparimento, conforto et ammaestramento di Virgilio: non che queste cose desse la selva per sua natura; ma a lui sopravvenneno5 per grazia, mentre ch’era in essa e però dice: Dirò dell’altre cose ch’io v’ò scorte6, che non sono bene; e questi furono li animali ch’elli finge che impedissono lo suo salimento7 del monte; e questo è quanto alla lettera.
     Veduto ora questo testo litteralmente, è da vedere ora l’allegoria, et inanzi che vegnamo ad essa, doviamo sapere che il nostro [p. 24 modifica]autore in questo suo poema parla sotto due sensi; l’uno litterale e l’altro allegorico; e tutte le parole che sono nel testo non ànno però allegoria: chè alcuna volta si pongono pur a continuar lo senso letterale; e il senso litterale è dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso, ne’ quali finge sè essere stato menato per diverse persone, come appare nel poema, e di questo tratta litteralmente, quanto può, secondo la catolica fede, benchè c’inframetta le fizioni poetiche. E l’allegorico o vero morale è dello stato delle persone che sono nel mondo in tre differenzie, cioè o nel peccato o nella penitenzia o nella contemplazione divina. Per li quali stati vuole moralmente et allegoricamente mostrare sè essere discorso nella vita sua, dicendo essere stato menato per li tre diversi luoghi soprascritti. Nel primo vuole mostrare, le pene diverse ch’elli à considerate convenirsi alle diverse spezie de’ peccati per spaurire li lettori da quella; e nel secondo le purgazioni ad essi convenevoli per invitarli alla penitenzia; e nel terzo le grazie e’ premi respondenti alle virtù in questa vita, mentre che ci si vive, per incitare li lettori ad essi8, benchè litteralmente finga queste cose, che sono dette delli soprascritti9 tre luoghi a quelli fini che detti sono. Et è quivi da notare che il nostro autore finge che queste, ch’elli narra nella prima cantica, li fossono mostrate nella notte di venerdi’ santo sopra il sabato santo per Virgilio, come si10 mosterrà11 per lo testo, e che la notte d’innanzi al venerdi’ santo ebbe riconoscimento12 del suo errore, avendo già anni 35. E per questo vuole intendere moralmente il mutamento della sua vita, che infino a qui avea inteso alle cose mondane e poi sè volse alle cose spirituali, insegnando, per questo che dice di sè, alli uomini mondani in che modo si possano partire dal mondo e ritornare a Dio. Imperò che questo discorso di vita secondo l’anima è comunemente nelli uomini mondani, che non sono figliuoli di perdizione: chè come l’uomo nasce, vive uno tempo; cioè nella infanzia, quasi come animale sensibile sì che nulla à o poco di ragione: poi venendo la puerizia e l’adolescenzia, vivendo secondo la ragione pratica, lasciandola vincere alla sensualità, che va dietro alla concupiscenzia, abbandona la via dritta: come è giunto alle due vie; cioè ritta delle [p. 25 modifica]virtù e manca di vizi, che mostra Pittagora per la lettera V, e’ va per la via manca, seguendo la dilettanza del mondo; cioè i beni fallaci: e seguendo quella, crescendo poi per la pratica lo cognoscimento della ragione, s’avvede d’avere errato e non avere preso la via diritta che mena al sommo bene, lo quale ognuno naturalmente desidera. Onde per questa via del mondo si sforza di montare alla virtù, ma non può: chè i vizi lo impacciano e però li conviene tenere altra via; cioè del savio uomo che l’ammaestri singularmente e faccilo conoscente della via viziosa13, per che si guardi da essa, et appresso li mostri il modo di spurgarsi de’ peccati commessi con la penitenzia, et all’ultimo l’insegni di salire di virtù in virtù al sommo bene; cioè a Dio. E per insegnar questo ad ognuno, dice di sè in questo proemio, che, essendo vivuto mondanamente nelli peccati infino a quel punto, dal principio della sua puerizia, la quale età è principio di smarrimento, perchè si vive pure secondo li sensi, seguendo li appetiti carnali, essendo errato tutta la sua età infino a quel punto, trovossi smarrito la notte già detta per la selva de’ peccati e de’ vizi, intendendo tutta l’età passata essere stata in oscurità d’ignoranzia del sommo bene: perocchè nell’età passata poco o nulla avea veduto il giudicio della ragione di Dio. E per questo vuol dire che si riconobbe14 essere peccatore, stato ingannato15 da’ beni fallaci; e perchè più in quella età che nella passata, finge questo l’autore: imperò che in quella comincia a valere il giudicio della ragione, e nelle passate è valuta la sensualità. E finge essere stato questo nella notte sopra il venerdi’ santo: però che forse veramente li uomini16 in così fatto tempo si sogliono riconoscere de’ lor peccati, spirante più la grazia di Dio per le virtuose operazioni fatte la quaresima passata; e chiama questo stato de’ peccati selva; cioè abitazione di fiere e non di uomini. Imperò che mentre che l’uomo è ne’ peccati, non è uomo; ma fiera, come dice Boezio nel iiii libro della Filosofica Consolazione. E dice scura, perchè l’uomo per lo vizio è renduto scuro quanto a fama, e dice che però sè trovò nella selva de’ vizi, però ch’avea smarrita la diritta via delle virtù. La via diritta si chiama quella delle virtù, come la manca quella de’ vizi; et aggiugne poi che cosa dura è a dire come è fatta la selva de’ vizi, della quale pone tre condizioni; prima, che è salvatica e privata d’abitazione; secondo, che è aspra; terzo, che è forte: però che quivi non si trovano uomini umani; ma feroci e nocivi17 l’uno all’altro: et aspra, perocchè grande [p. 26 modifica]asprezza e fatica si trova nella vita viziosa; se ben si considera quanta malagevolezza sostiene l’avaro, quanta lo goloso, lo lussurioso e così delli altri. Et appresso, quanta fatica è a conversare18 l’uno vizioso con l’altro ben lo sa chi in tal vita si truova: et è forte e malagevole a uscirne, perchè il peccato tiene fortemente legato il peccatore. Et aggiugne che tanto è cosa dura a dire ciò che pur pensando di dirlo, si rinnuova la paura; e per questo vuole che s’intenda che, quando il peccatore si ricorda del peccato, nel quale è stato ne impaurisce, pensando il periculo nel quale è stato: et aggiugne che non solamente era selvaggia, aspra e forte, come detto è; ma ancora era tanto amara che poco è più la morte. Crede l’uomo la vita mondana piena di diletti carnali essere dolce cosa, e così pare a chi non la considera col giudicio vero della ragione; ma chi la considera con l’intelletto ragionevole, vedrà in lei essere infinite amaritudini, come ammaestra Boezio nel secondo libro della detta opera, ove tra l’altre cose dice: Quam multis amaritudinibus humanae felicitatis dulcedo respersa est; quae si etiam fruenti iocunda esse videatur, tamen quo minus cum velit, abeat, retineri non possit. Et all’ultimo rende le cagioni, perchè s’indusse a narrare di questa selva, dicendo che per trattar del ben che vi ritrovò, dirà dell’altre cose che non sono bene, ch’elli v’à conosciute. Dubiterebbesi che cosa di bene può essere nella vita mondana viziosa, a che si può rispondere che è la grazia preveniente da Dio19 che fa desiderare d’uscire di tale vita: et appresso, la grazia illuminante che ci ammaestra come doviamo fare a uscirne, l’una e l’altra significata per lo pianeto, che vide sopra il monte: e la grazia cooperante, che mosse Virgilio; cioè la ragione di Dante, che di tal vita facesse uscire la sensualità. Non che voglia dire che di questo sua cagione la vita viziosa mondana; ma che da Dio sopravviene tale aiuto alcuna volta a chi è in essa, come mostra di sè; e per questo vuole inducere li altri che sono in tal vita a sperar quel medesimo, e sperando cercarlo et addomandarlo, e questo basti all’allegoria.

C. I - v. 10-21. In questi quattro ternari che contengono la seconda parte della lezione, secondo la sentenzia litterale, dimostra Dante, onde li nascesse speranza di potersi partire della selva scura, ove s’era trovato. Dice adunque così: Io non so ben ridir, com’io v’entrai; cioè nella detta selva. Tanto era pien di sonno su quel punto, Che la verace via abbandonai. E secondo questa lettera parrebbe che allora Dante dormisse, e per questo vorrebbono dire alquanti ch’elli fingesse d’avere sognato le predette cose, e quelle che si diranno in [p. 27 modifica]questa prima cantica, la notte sopra il venerdi’ santo. A che si può rispondere, che per lo testo l’autore dimostra che la detta notte riconoscesse il suo errore e non miga dormendo; ma lo smarrimento non pone quando fosse, come apparirà nel canto quindecimo d’Inferno ove dice: Mi smarrii in una valle, Avanti che l’età mia fosse piena. Pur iermattina le volsi le spalle ec. ove vuole che fosse nell’etadi passate; cioè adolescenzia o puerizia, come detto è, che non è nel 35 anno: chè allora fu lo riconoscimento. Che dica che fosse pieno di sonno è fizione poetica, e questo dice per intendere altro, come si dirà quando si sporrà nel testo che elli abbandonò la verace via, a ciò che non s’intenda quand’elli si trovò nella selva; ma quando abbandonò la via vera. Ma poi che fui a piè d’un colle giunto. Qui si dimostra che, perchè le selve scure comunemente sogliono essere nelle valli, e le valli ànno confine con li monti, che20 la speranza li venne di campare di quella selva e d’uscirne libero, perch’elli venne al piè del colle: e questa è fizione litterale; ma incontanente sopra questa parte seguitarà21 la morale. Là dove terminava quella valle, che detta è di sopra selva. Et è da notare che il termine di questa valle si è l’entramento suo, ove è la forca delle due vie, che l’una è sinistra e va nella valle delli vizi, e l’altra è destra e monta in sul monte delle virtù; e per questo è da intendere che tornasse a dietro, come apparirà nel canto quindecimo d’Inferno ove dice: Pur iermattina le volsi le spalle: Questi m’apparve tornand’io in quella ec. Imperò che la via sinistra de’ vizi non à termine, se non nell’entrata: chè chi non torna a dietro va in eterna dannazione; e così la via diritta non à termine, se non all’entrata: chè chi v’entra e non torna a dietro, va in eterna gloria. Che m’avea di paura il cor compunto. Qui dimostra l’autore che la paura propiamente offende il cuore, e però nella paura diventa lo uomo pallido, perchè il sangue torna tutto a soccorrere il cuore. E dice: Guardai in alto, io Dante, e vidi le sue spalle; cioè la sommità del giogo, Vestite già de’ raggi del pianeta; cioè del sole, e per questo si mostra che già era venuto il di’, Che mena dritto altrui per ogni calle. Questo dice, perchè vedendo l’uomo lo sole per ogni via che si trovasse, si dirizzerebbe al luogo, ove volesse andare, e però aggiugne: Allor fu la paura un poco queta; cioè, veduto lo sole, s’acqueta la paura: [p. 28 modifica]però che li nacque speranza di potere uscire della selva. Che nel lago del cor m’era durata. Questo dice, perchè nel cuore umano è una concavità vacua quanto all’apparenzia. Ma qui dicono li fisici22 stare li spiriti vitali, e quivi sono le nostre passioni mentali. Dice: La notte, ch’io passai con tanta pieta; cioè quella notte sopra il venerdi’ santo nel 1300, ch’elli s’accorse del suo errore, e dice con tanta pieta; cioè con tanto lamento che ne serebbe23 d’avere pietà et è colore rettorico che si chiama denominazione, quando si pone lo susseguente per lo precedente.
     Ora, sopra questa parte, veduta la lettera, è da vedere l’intelletto morale o vero allegorico lo quale è questo. Il nostro autore continuando alla sentenzia allegorica, posta di sopra, della selva e delle sue condizioni, risponde prima qui a una tacita obiezione, che si potrebbe fare e susseguentemente mostra, onde li venne conforto alquanto alla sua paura. Potrebbesi adunque dire: S’ella era così fatta, come v’entrasti? e rispondendo, dice che non sa ridirlo, perchè era pieno di sonno mentale. Si dee intendere, e questo dice: però che il giudicio della ragione in quelle dette etadi sta addormentato e lasciasi lo uomo guidare alla sensualità, andando dietro alla concupiscenzia, abbandonando la verace via delle virtù, che mena l’uomo a Dio, come fu detto di sopra; e però ben si può dire addormentata quella mente. Aggiugne poi onde li venne speranza, onde mancà24 la paura; cioè quando fu giunto al colle delle virtù. E però finge che la valle finisca appiè del colle: chè il discorso della vita umana procede a questo modo, che l’uomo nella puerizia et adolescenzia seguita li beni falsi mondani, credendo che siano quel vero bene che ciascuno naturalmente desidera, e però s’inviluppa in diversi peccati e vizi25 et entra poi nella vita viziosa e piglia la via [p. 29 modifica]sinistra. Ma poi ch’elli conosce il suo errore, vede lo vero bene, ch’elli desidera essere in cielo e rilucere in su la sommità del monte delle virtù, per le quali conviene l’uomo montare a passo a passo, infinchè pervenga ad esso luogo, ove riluce. E questo intese l’autore per lo pianeta che vestiva de’ raggi suoi le spalle del colle, che non è altro che il vero e sommo bene, cioè Idio, che veste di luce di sapienzia li alti animi umani dati alle cose alte e celestiali, e non terrene, lo qual mena altrui diritto per ogni calle; cioè in qualunque via di vita l’uomo si trovi, se elli guarda questo bene, immantanente torna a dietro della via sinistra de’ vizi alla forca delle due vie, e piglia la diritta che mena al sommo bene; e così dirizza in verso lui, et allora si posa la paura, quando l’uomo si vede pigliare conoscimento del sommo bene e vedesi giunto al conoscimento della vita virtuosa, passando26 la via manca mondana, piena d’errori; e questa paura sta pur la notte, cioè mentre che la mente sta cieca innanzi che vegga la somma luce: chè poi che la vede, si rappaga e racqueta. E dice che con lamento grandissimo l’uomo passa la sua scurità, quando s’avvede del suo smarrimento e del suo errore et inganno, che à seguìti i falsi beni, credendosi seguitare il vero e sommo bene, infino a tanto che s’accosta al monte delle virtù, e vede i raggi del sommo bene rilucere nelli animi alti de’ virtuosi. Et è da notare qui che, benchè dica: Là dove terminava quella valle, Che m’avea di paura il cor compunto, non s’intende che la via manca de’ vizi sempre termini a questo colle27 delle virtù: perocchè molti vanno per questa a perdizione: però che di questa via viziosa non escono mai; ma tanto vi s’avviluppano che vi si perdono dentro, non riconoscendosi mai. Altri sono che, aiutati dalla grazia preveniente di Dio, si riconoscono e vengono al monte delle virtù, ove termina la valle scura de’ vizi, della quale impaurisce chiunque à tanta grazia da Dio che si riconosca. Ma non vi possono salire infino a tanto che non tornano a dietro da’ peccati, riconoscendoli prima, e poi abbandonandoli, e poi cominciano a salire coi gradi delle virtù, facendo penitenzia de’ peccati tanto, che vengono alla sommità del monte, ove è lo stato dell’innocenzia. E questo basti a questa parte.

C. I - v. 22-30. In questi tre ternari lo nostro autore manifesta per una similitudine, come rinvigorito, poi che uscito fu28 della selva, riposatosi e considerato lo pericolo, in che era stato, si dirizzò verso il monte dicendo: E come quei, che con lena affannata; cioè [p. 30 modifica]come il naufrago, che Uscito fuor del pelago; cioè del mare, con l’ansietà del polmone, che per la fatica sostenuta batte, alla riva; cioè alla piaggia, Si volge all’acqua perigliosa del mare, e guata lo pericolo che à fuggito; Così l’animo mio, ch’ancor fuggiva. Adatta qui la similitudine, dicendo che così faceva l’animo suo, ch’ancor fuggiva. Questo dice però che ancor parea all’animo fuggire, siccome suol essere quando l’uomo à bene avuto grande paura, che non li esce dell’animo a buono spazio, e ripensa lo pericolo. E poi dice: Si volse indietro a rimirar lo passo, Che non lasciò giammai persona viva; cioè che persona non passò mai quindi, che non morisse. E qui si può opporre quanto alla lettera, dicendo che lasciò lui vivo, dunque dice contra sè. A che si può rispondere che parla iperbolice: chè, benchè n’abbi lasciato alcuno; non dimeno sono sì pochi, che si può dire che non abbia29 lasciato veruno; et è quel colore che si chiama soperlativo. Et aggiugne: Poich’èi30 posato un poco il corpo lasso; cioè poi ch’ebbi riposato il corpo stanco, Ripresi via per la piaggia diserta; cioè del monte che avea piaggia, et era diserta, perchè finge che persona non vi fosse, Sì che il piè fermo sempre era il più basso. Descrive qui lo modo del salire: però che chi sale31, sempre ferma il piè che remane a dietro, e l’altro muove e mettelo innanzi.
     Ora è da vedere lo intelletto allegorico o vero morale, e quanto a questa parte, prima è da notare che seguitando la moralità, fa la similitudine che a questo si conviene: chè come colui che, stato naufrago nel mare, poi che è campato e venuto alla riva, si volge a dietro all’acqua ragguardando il pericolo, in che egli è stato; così l’animo suo ch’ancor fuggiva, Si volse indietro a rimirar lo passo, Che non lasciò giammai persona viva. Qui chiaro si dimostra che moralmente dicesse quello, che si contiene nella lettera. Questa vita mondana veramente si può chiamare mare, e ripa si può dire lo partimento da essa: imperò che, come lo mare è tempestoso, et involgendo colui che vi navica in diversi pericoli o elli lo sommerge o elli lo lascia venire alla riva; e così la vita mondana piena di molti pericoli, o ella mette allo inferno et a dannazione chi va per essa, e non si riconosce, o ella lo induce a considerazione di sè, se la grazia di Dio32 vi s’adopra, e così n’esce e viene alla ripa; cioè [p. 31 modifica]ad abbandonare al tutto quella. E che sempre fugga l’animo, quando è venuto a questo conoscimento, è vero: però che sempre, quanto può, se ne cessa; che si volga a dietro è vero: imperò che considerare la vita viziosa, in che l’uomo è stato, è voltarsi33 a dietro, considerato che si vorrebbe andare inanzi alle virtù; e vero dice sanza figura veruna che il passo della vita mondana viziosa non lasciò mai persona viva: però che ogni uomo che passa per essa, o muore a Dio s’elli passa di questa vita in tale stato e va allo inferno, o muore al mondo lasciandolo, et accostandosi alle virtù. E così è vero che non laciò giammai persona viva quel passo della vita mondana viziosa. Et aggiugne: Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso: imperò che andando elli per questa vita mondana, s’affaticava e stancava in diverse angosce e fatiche corporali, come è manifesto a ciascuno che per quella discorre o considera li discorrenti, s’elli non si vorrà ingannare; e quando da essa si diparte, si riposa, mentre che delibera di pigliare la via virtuosa. Che dica che la piaggia fosse diserta e che ripigliasse la via, significa moralmente che lo dipartimento della vita mondana viziosa e l’accostamento al monte delle virtù non era frequentato; ma era solo, perchè nulli, o pochi ciò fanno. Che ripigliasse via, vuol dire che prese allora nuovo modo di vivere, poi ch’ebbe riconosciuto lo suo errore. Et in quanto dice, che il piè fermo era il più basso, significa che come l’uomo à due piedi; così due affetti erano in lui: l’uno razionevole alle virtù, l’altro sensuale alle concupiscenzie; e quello ch’era alle virtù, che era fermo, perchè così s’avea fermato di seguire quello affetto, e non l’altro ch’era più basso; cioè ch’era minore: perciò che maggiore era l’affetto che il tirava alle cose mondane, che quello che il tirava alle virtù. E questo basti a questa parte.

C. I - v. 31-42. In questi quattro ternari et uno verso il nostro autore dice del primo impedimento, che gli apparve, quando volea salire al monte, dicendo litteralmente: Et ecco, quasi al cominciar dell’erta; cioè al cominciare a salire lo monte: perocchè l’erta è la montata, una lonza leggiera e presta molto, Che di pel maculato era coverta; s’intende mi venne incontra. Questa lonza è uno animale di quattro piedi, poco maggiore che la lepre34 della quale l’autore, descrivendo, pone tre condizioni; prima che era leggiere; secondo che era molto presta; terzo che avea la pelle maculata35 di diversi colori: e questo dice l’autore nella lettera, perchè così è fatto questo animale e caggiono queste condizioni a proposito, come si porrà nella allegoria. Et aggiugne: E non mi si partia dinanzi al volto; [p. 32 modifica]cioè dinanzi alla mia vista, Anzi impediva tanto il mio cammino; cioè la salita del monte, Ch’io fui per ritornar più volte volto; cioè per ritornare a dietro. Et a dimostrare che vincea questo impedimento, se gli altri non fossono seguìti, descrive il tempo, dicendo: Temp’era del principio del mattino; cioè era l’aurora, principio della mattina, E il Sol montava su; al nostro emisperio, con quelle stelle; cioè essendo in quel segno del zodiaco; cioè nell’ariete che è uno segno de’ dodici segni del cielo, sotto i quali lo sole fa il corso suo in uno anno, stando uno mese o poco più o meno in ciascuno. Onde a mezzo marzo, o quindi presso, entra nell’ariete, e sta di dentro intorno di 30 di’, di prima che ne sia uscito36: però che ogni segno è 30 gradi, et ogni di’ lo sole ne passa uno, sì che intorno a mezzo aprile37 dura il sole nello ariete38 e poi entra nel tauro39 e così discorre per tutti. E dice montava su: imperò che, benchè lo sole vada contra il primo mobile, ogni di’ per lo moto del primo mobile e’ gira40 una volta tutto lo cielo nel suo circulo. Aggiugne: Ch’eran con lui; cioè col sole, quando l’Amor Divino, cioè lo Spirito Santo, Mosse da prima; cioè dal principio della creazione del mondo, quelle cose belle; cioè lo primo mobile, le stelle del cielo; cioè lo fermamento, ove sono le stelle fisse e le41 sette pianete42. E per questo si comprende che l’autore avesse questa fantasia, la notte sopra il venerdi’ santo di marzo: imperò che in tal mese, essendo lo sole trovatosi nell’ariete43, s’incominciò il movimento del primo mobile del fermamento e delle pianete, et incominciò Idio questa opera del mondo la domenica, et ogni di’ fece alcuna opera, come appare nel Genesi, et il venerdi’ fece l’uomo, e lo sabato si riposò, compiuta la sua opera; e però volse44 il detto venerdi’ di marzo sostenere passione e ricomperare l’uomo, perchè in tale di’ l’avea creato; e questo fu da mezzo marzo in là, o poco innanzi, e che fosse di marzo si pruova per questo testo (Canto xxi) quando dice: Ier più oltre cinque ore che quest’otta Mille dugento con sessantasei Anni compier che qui la via fu rotta. Et aggiugne poi: Sì ch’a bene sperar m’era cagione Di quella fiera la gaetta pelle, L’ora del tempo e la dolce stagione. E per questo significa onde avea speranza di [p. 33 modifica]vincere questo animale; cioè per l’ora del tempo ch’era in su la levata del sole, e la dolce stagione; cioè la primavera: imperò che, quando lo sole è in ariete, è la primavera. E qui secondo la lettera si può dubitare, perchè dica che tale ora45 e tale stagione li fosse cagione di speranza. A che si può rispondere che li fieri animali sono più feroci di notte che il di’, e più ne li altri tempi che nella primavera, perchè allora entrano in amore. E dice: A bene sperar la gaetta pelle; cioè leggiadra e vaga, del detto animale s’intende d’avere la gaetta pelle, e però s’intende di vincere e prendere lo detto animale et ucciderlo: imperò che per la pelle avuta, s’intende preso l’animale e morto. E qui finisce la lettera. Ora è da vedere l’allegoria la quale è questa.
     Poi che lo nostro autore à dimostrato sotto la poetica fizione com’era uscito della vita mondana e volea montare all’altezza delle virtù significata per lo monte, dimostra che, come cominciò a salire, fu impedito dal vizio della lussuria significato per la lonza, che è la femina di quello animale che si chiama pardo, che, secondo il Maestro delle proprietadi è lussurioso animale. E dice che non li si partia dinanzi al volto; cioè dinanzi all’appetito sensitivo, anzi impediva tanto la via delle virtù ch’avea presa, che fu per ritornare più volte volto alla via mondana di prima, già da lui lasciata. Alla quale dà tre condizioni, le quali si convengono al detto vizio; cioè ch’avea la pelle sua maculata, la quale significa per li vari colori la varietà de’ pensieri e inganni, che induce questo vizio in chi elli signoreggia, e li vani adornamenti mostranti quel che non è, che portano quelli che in tale peccato s’involgono; e come tal fiera è dilettevole all’apparenzia et è ferocissima, intanto che con salti grandissimi piglia la preda e succia il sangue, del quale è molto vaga; così questo vizio pare al principio dilettevole, ma poi si trova ferocissimo, in quanto consuma il sangue umano, lo quale nel coito si perde e spesse volte nelli sfrenati e stemperati induce la morte. Dice ancora ch’era leggiere: però che la lussuria fa li uomini leggieri, lasciandoli mutare del buono proposito, come si dice d’Aristotile che si lasciò infrenare e mettere46 la sella e cavalcare a una donzella della Reina del re Alessandro. E ultimamente dice ch’era presta molto, a dimostrare che tale affetto subito viene e subito passa dell’animo, et ancora subito passa lo suo diletto, come subito viene; e questo è vero quanto all’atto che si esercita e quanto all’età alla quale questo vizio massimamente signoreggia, che è l’adolescenzia, che tosto passa. E perciò aggiugne che l’ora del tempo e la dolce stagione li davano buona speranza di vincere la detta fiera, [p. 34 modifica]significando per l’ora del tempo il giudicio della ragione, che illumina la mente, come il sole il mondo; e per la dolce stagione, che è la primavera, la sua giovanezza la qual’era domevole, passata la sfrenatezza della adolescenzia.

C. I - v. 44-48. In questi due versi et uno ternario l’autore manifesta lo secondo animale, che impediva ancora lo suo ascendimento del monte, dicendo che non li venne però, per l’ora del tempo e per la dolce stagione, tanto di buona speranza che non li desse paura la vista; cioè apparenzia o vero imagine che li apparve d’un leone. E però dice: Ma non sì m’era cagione a bene sperare l’ora del tempo e la dolce stagione, che paura non mi desse; cioè a me Dante, La vista, cioè imagine; e per questo significa che li venne non veramente lo leone; ma altro intende che la lettera, d’un leone che m’apparve; cioè a me Dante al montar del monte. Et aggiugne: Questi; cioè lo leone, parea che venisse contra me Dante Con la testa alta, e con rabbiosa fame. Due condizioni li dà, di ferocità; l’altezza della testa che manifesta l’audacia del nuocere, e la rabbia della fame che dimostra la volontà del nuocere. Et aggiugne: Sì che parea che l’aer ne tremesse47. Per questo manifesta l’impeto con che venia, ch’era sì ratto che l’aere si movea e venteggiava, e facea fragore sì, che parea che fuggisse dinanzi da lui per tremore, e questo si mostra per ragione naturale: chè l’aere fortemente agitato dà luogo e fa fragore, e vedesi ancora per esperienza, e questa è la sentenzia litterale. Moralmente intende l’autore per questo leone la superbia: imperò che ancora fu vessato dal vizio della superbia, poi ch’ebbe abbandonata la via de’ diletti del mondo, volendo salire su al monte delle virtù; ma non tanto quanto della lussuria, e però dice che li diè paura. Et à queste tre proprietadi; cioè l’altezza della testa, che significa l’arroganzia della superbia, e la rabbiosa fame, che significa lo spietato nocimento che fa la superbia in verso il prossimo, e l’impeto che scacciava l’aere; cioè la violenzia che scaccia li debili, che agevolmente cedono, come l’aria.

C. I - v. 49-54. In questi due ternari lo nostro autore pone il terzo impedimento ch’ebbe, quando volea salire al monte che fu piggiore che li altri: però che li altri nol feciono perdere la speranza, come questo, e non lo sospinsono a dietro, come questo. E però dice: Et una lupa ancor m’apparve, quand’io montava al monte, che mostrava carca; cioè parea caricata, di tutte brame, [p. 35 modifica]di tutta fame nella sua magrezza: però che la sua magrezza la mostrava così bramosa. E molte genti fe già, questa lupa, viver grame; cioè dolenti. E dice: Questa mi porse; cioè la lupa, tanto di gravezza Con la paura ch’uscia di sua vista; cioè della sua imagine: però che veramente non era lupa; e qui si dimostra che l’autore ebbe altro intelletto, che solo lo letterale. Ch’io perdei; cioè io Dante, la speranza dell’altezza; cioè la speranza del salire l’altezza del monte. Moralmente per questa lupa l’autore nostro significa l’avarizia, la quale li diè più d’impedimento che la lussuria e che la superbia al salire al monte delle virtù. Et assomiglia l’avarizia alla lupa: imperò che, come la lupa è ancora più bramosa che lo lupo; così è l’avarizia, e dice ch’era caricata di tutte le brame: imperò che l’avarizia di tutti li disordinati appetiti d’avere è piena; e questo mostra nella sua magrezza: però che non à mai tanto che ancor non si mostri avere bisogno di più. E litteralmente è vero che l’avarizia à già fatto vivere molte genti dolorose e sì quelle che sono state spogliate dalli avari de’ loro beni, e sì ancora li avari che mai non ànno bene delle loro ricchezze: chè l’avarizia non le lascia mai loro usare nè riposarsi. Et aggiugne che questo vizio li diede tanto di gravezza spaurendolo: imperò che l’avaro sta in continova paura che li manchino le sue necessità, ch’elli si disperò di salire per quel modo; cioè con la contemplazione delle virtù poter salire al sommo di quelle.

C. I - v. 55-60. In questi due ternari il nostro autore pone la sua ruina con una similitudine, dicendo che tal diventò elli per quella lupa, quale è colui che volentieri acquista, et elli si truova perdere, dicendo: E quale è quei, che volentieri acquista: questo dice per sè, che volentieri acquistava della salita48 del monte. E giugne il tempo che perder lo face: e questo ancora dice per sè, che venuto era il tempo, che non montava più, anzi49 tornava a dietro: Che in tutti suoi pensier piange e s’attrista; cioè che tutti i suoi pensieri sono pieni di pianto e di tristizia. Tal mi fece; cioè me Dante piangente et attristantemi, la bestia; cioè la lupa, sanza50pace; cioè sanza quieta. Che; cioè la quale, venendomi incontro a poco a poco, Mi ripingeva; cioè mi facea tornare a dietro, là dove il Sol tace; cioè nella selva detta di sopra, dove non luce lo sole. E però dice tace, la qual di sopra disse che era oscura, e questa è la sentenzia litterale. Seguita ora la morale o vero allegorica.
     Pone prima l’autore nostro similitudine, che propiamente si [p. 36 modifica]conviene alli avari, che volentieri acquistano e mal volentieri perdano, intanto che, quanto sanno e possono, di ciò s’attristano. Ma per questo dimostra la grande affezione, che avea di salire al monte delle virtù, e che vedendosi ripignere a dietro dall’avarizia, piangea et attristavasi, e veramente si può dire l’avarizia bestia sanza pace: però che l’avaro non à mai posa: quanto più à, più vuole; onde ben disse Giovenale: Crescit amor nummi, quantum ipsa pecunia crescit. E ben dice che li andava incontro a poco a poco: imperò che l’avarizia a poco a poco va contro a ogni buono pensieri, dicendo: Ben puoi fare questo piccolo guadagno, e ben puoi fare quest’altro, e poi ritornerai; e così dice che lo levava dal salire al monte delle virtù, e ritornavalo nella valle scura51; cioè nella vita mondana viziosa della qual’era uscito. E qui finisce la prima lezione52.
     Mentre ch’io ruinava ec. In questa seconda parte della principal divisione il nostro autore dimostra onde li venne il soccorso alla ruina detta di sopra, e questa si divide in otto parti. Imperò che prima dimostra come si raccomandò a uno che li apparve, lo quale non conoscea mentre ch’elli rovinava dal monte. Nella seconda, come colui li rispose e diesseli a conoscere e ripreselo, quivi: Risposemi ec. Nella terza, come lo conobbe, e domandò lo suo aiuto, quivi: Or se’ tu quel Virgilio ec. Nella quarta, come Virgilio li predice quello, che è necessario al suo scampo53 dimostrandoli quanto è pericoloso lo terzo animale che finge essere lupa, quivi: A te convien tener ec. Nella quinta pone la sua destruzione della lupa e poi aggiugne una profezia, quivi: Molti son li animali a cui s’ammoglia, E più saranno ancora, infin che il veltro ec. Nella sesta pone il consiglio che li diè a scampare, quivi: Ond’io per lo tuo me’ ec. Nella settima, come Dante si commette a lui, quivi: Et io a lui, Poeta ec. Nell’ottava pone il cominciamento del cammino, quivi54: Allor si mosse ec.
     Divisa adunque la lezione, è da dire la sentenzia litterale a modo d’una istoria e continuasi adunque così. Poi che Dante à dimostrato, come fu fatto tornare a dietro giuso nella valle, li apparve inanzi alli occhi uno che parea fioco, come sono coloro, che longo tempo sono stati sanza parlare; e dice che, come lo vide in quel grande diserto, ov’egli era, se li raccomandò o ombra o uomo che [p. 37 modifica]fosse. Allora li rispose questo ch’apparve55 dicendo: Non sono uomo; ma già fui, e li miei parenti furono di Lombardia d’una città, che si chiama Mantova, e nacqui al tempo che Giulio Cesare regnò nell’imperio e poi vissi in Roma sotto l’imperio d’Ottaviano Augusto, al tempo delli idoli: chè i Romani non erano ancor cristiani, e fui poeta e cantai d’Enea figliuolo d’Anchise che venne in Italia da Troia, poi che la sua nobile città, che si chiama Ilion, fu arsa e disfatta per li Greci. Ma tu, Dante, perchè ritorni nella selva scura, onde se’ uscito? perchè non sali lo monte dilettoso, che è principio e cagione di perfetta allegrezza? Allora Dante, maravigliandosi li rispose nominandolo, lodandolo e raccomandandosegli, dicendo: Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte, che spandi sì largo fiume d’eloquenzia? vagliami il lungo studio e il grande amore che m’à fatto cercare lo tuo libro: tu se’ lo mio maestro, tu se’ lo mio autore: tu solo se’ colui da cui tolsi lo bello modo del dire che m’à fatto onore. Vedi la lupa, per la quale io mi volsi a dietro: aiutami da lei tu famoso, e savio, ch’ella m’à spaurito fortemente. Allora Virgilio vedendo Dante lagrimare, dice: A te conviene tenere altro cammino, se vuogli scampare di questo luogo salvatico: imperocchè questa bestia, per la quale tu fuggi, non lascia l’uomo passare per la sua via; ma tanto lo impaccia che l’uccide, et è di sì malvagia natura, che mai non sazia lo suo bramoso appetito e dopo lo pasto à più fame che prima: e molti sono li animali a’ quali questa si congiugne, e più saranno ancora, infino che verrà uno cane veltro, che farà morire questa lupa con doglia. Questo veltro non mangerà terra, nè metallo veruno; ma sapienzia, amore e virtù, e sua nazione sarà tra feltro e feltro: e sarà salute di quella Italia, per la qual morì56 la vergine Camilla, Eurialo, Turno e Niso. Questo cane caccierà questa lupa per ogni villa, infin che l’avrà rimessa nello inferno, laonde uscì57 prima per la invidia del dimonio. Ond’io per lo tuo meglio penso et avviso che tu mi seguita, et io sarò tua guida e trarrotti di qui per luogo sempre durabile; cioè per lo inferno, ove udirai le disperate58 strida di quelli antichi spiriti dolorosi che gridano, e chiamano la seconda morte. Et ancora vedrai quelli, che sono contenti nel fuoco di purgatorio; perchè ànno speranza d’andare, quando che sia, alla gloria di vita eterna; alla quale, se tu vorrai salire, anima fia più degna di me, che lassù ti guiderà, et a lei ti lascerò, quando mi partirò da te. Imperò che Idio, che lassù regna, non vuole ch’io vada nella sua città, perch’io fui ribello alla sua legge: la sua signoria non è pur quivi; ma per tutto, benchè [p. 38 modifica]quivi si dica reggere per eccellenzia, e però felice è colui cui elli elegge lassù. Allora disse Dante: Io ti priego per quello Idio, che tu non conoscesti, a ciò ch’io campi di questo male e di peggio, che tu mi mene59 ove tu dicesti ora, sì ch’io vegga la porta del purgatorio, e coloro che sono nell’inferno; et allora dice che Virgilio si mosse, e Dante li tenne dietro. Finita la sentenzia litterale, ora è da vedere lo testo con le moralità o vero allegorie.

C. I - v. 61-66. In questi due ternari mostra l’autore come, quando ritornava a dietro del monte, nella valle li venne soccorso alla sua ruina, dicendo: Mentre ch’io Dante ruinava in basso loco; cioè nella valle, Dinanzi alli occhi mi si fu offerto Chi; cioè uno il quale per lungo silenzio: cioè tacimento: imperocchè, lungo tempo era stato sanza parlare, parea fioco; cioè roco: la quale cosa addiviene, quando l’uomo è stato lungo tempo tacente, che, volendo parlare, l’organo vocale, per la disusanza impedito d’alcuno rinchiudimento che si fa in esso, lo quale s’apre gonfiando, quando la voce esce fuori, et ancora, perchè ad uno orificio si congiungono li due organi; cioè quello dello stomaco e quello del polmone; e quello dello stomaco portando sempre dell’umidità, e della saliva, fa alcuna oppilazione nell’orificio, et ancor quivi da la testa cade alcuna viscosità catarrosa, la quale à a impedire lo meato della voce, e diviene l’uomo alcuna volta fioco. E però l’uomo, volendo parlare, impedito da tal materia si spurga, e perchè, per la disusanza del parlare cessa lo spurgare, per lo ragunamento dell’umore rimane l’uomo fioco, infino che non ne è spurgato, et alcuna volta pena molto tempo, inanzi che la materia sia remota. E finge l’autore che costui fosse fioco per longo silenzio, litteralmente denotando i studi poetici da pochi essere esercitati60, impigriti li uomini alli studi de’ poeti e dell’ arti e scienzie, e diventati solliciti delle cose del mondo; e quando il poeta non si studia, non parla, e così si può dire fioco diventato per lungo silenzio. Quando vidi costui, che m’apparve, nel gran diserto; cioè nella gran valle del monte, che era molto sola, Miserere di me, gridai a lui io Dante, Qual che tu sia, o ombra o uomo certo; cioè qualunche tu sia, o anima apparente o uomo vero. E qui si può muovere uno dubbio litterale; cioè, perchè l’autore finge che Virgilio li apparisse e che li desse conforto e soccorso, e che lo guidasse per l’inferno e purgatorio, più tosto che altra guida? A che si può rispondere che, considerato che tutti quelli, che si dicono essere discesi all’inferno, sono stati guidati, [p. 39 modifica]come Enea da Sibilla, secondo Virgilio, et Ulisse da . . . . . .61, secondo Omero, fuor che Ercole, lo quale li poeti fingono esservi disceso per sè medesimo; l’autore nostro, non volendo essere presuntuoso, finge anco elli essere guidato, e da Virgilio più tosto che da altri, perchè Virgilio studiato da lui, singularmente fu cagione di muoverlo a questa alta poesia, e lui à seguitato sommariamente, ponendo l’inferno distinto in nove cerchi, benchè per altro modo il ponga: imperò che Virgilio pone in sei circuli li dannati, e nelli altri pone li purgantisi, e l’incorporantisi ancora, e li felici; e l’autore nostro tutti li mette de’ dannati. E come poi nel settimo cerchio pone li purgantisi; così l’autore seguendo la fede catolica li pone nel purgatorio di per sè. E come Virgilio pone li campo elìsi, ove pone li felici; così l’autore pone nella seconda cantica il paradiso terrestre; e questo è quanto alla lettera.
     Allegoricamente si dee intendere, o vero moralmente: imperò che tra moralità et allegoria non fo distinzione, seguendo li grammatici, che dicono che, quando la sentenzia è altro che le parole suonino, è allegoria, come dice lo Dottrinale nel trattato delle figure: chè Dante impedito prima dalla lussuria significata per la lonza, e poi dalla superbia significata per lo leone, e poi dalla avarizia significata per la lupa, che lo fece tornare a dietro, si pone qui per la sua sensualità impedita62 da’ detti tre vizi. Et è da notare qui, benchè san Giovanni Evangelista dica, che tre peccati sono quelli che guastano il mondo; cioè l’appetito della carne che è la lussuria; e la superbia della vita, che è la superbia; e la concupiscenzia delli occhi che è l’avarizia, più che altri lo guasta l’avarizia; e però finge l’autore che la superbia e l’avarizia li facessono impaccio a salire al monte; ma solo l’avarizia lo fecesse tornare a dietro, la qual cosa è rovinare. Imperò che tornare dalla virtù al vizio è ruina, e partirsi dal vizio e montare alla virtù è salire; e però dice l’autore: Mentre ch’io ruinava in basso loco: a grande bassezza viene chi viene al vizio et al peccato. Et in quanto pone che li apparve uno, lo quale non nomina, per mostrare l’effetto della paura, che fa l’uomo oblivioso e dimentichevole, lo quale fu Virgilio, come dirà di sotto, del quale egli era stato studiosissimo, e’ finge che costui lo togliesse dalla ruina de’ vizi: imperò che i poeti, arrecanti in dispregio il vizio, et in amore le virtù, campano coloro, che studiano in essi, da’ vizi et induconli ad amare le virtù, e significa che la ragione inferiore significata per Virgilio, come si dirà disotto, la [p. 40 modifica]quale comanda alla libertà dell’arbitrio che seguiti lo suo imperio nelle cose pratiche e mondane, scampa la sensualità dalla ruina de’ vizi; e per questo vuole mostrare l’autore che, eziandio la considerazione ragionevole delle cose mondane, c’induce al dispregio del vizio et amore delle virtù. E, per quel che dice, che per lungo silenzio paria63 fioco; di Virgilio, che significa la ragione, come si porrà di sotto, moralmente si può dire che l’imperio della ragione sta fioco nell’uomo e non è inteso lungo tempo; cioè tutto il tempo della vita umana, infinchè è passata l’adolescenzia: imperò che infino a quel punto signoreggia la sensualità in tutti li più, e la ragione può poco o niente. Quello che seguita poi non à allegoria: imperò che non fu intenzione dell’autore porre ogni cosa allegoricamente, nè io intendo ogni parola moralizzare: chè sarebbe esporre64 un altro Dante.

C. I - v. 67-78. In questi quattro ternari finge l’autore la risposta di Virgilio alla sua dubitazione qui, ove dice: Qual che tu sia, o ombra, o uomo certo, la quale contiene due cose; prima, manifestazione di sè per la patria, onde fu nato, e per lo tempo della sua natività e della sua vita, et appresso per lo suo esercizio; e poi li fa riprensione della sua rovina, quivi: Ma tu, perchè ritorni ec. Dice prima, che questo apparito innanzi alli occhi suoi li rispose al suo dubbio, e però dice: Risposemi; cioè a me Dante, quello apparito: Non uomo s’intende sono, uomo già fui, e per questo dimostra ch’era vero l’una parte della disgiuntiva di Dante; cioè ch’era ombra. E li parenti miei; cioè il padre e la madre, furon Lombardi, per questo si manifesta la contrada; cioè che furono di Lombardia. Mantovani per patria ambidui, e per questo si manifesta la patria; cioè che furono da Mantova, che è una città di Lombardia. Nacqui sub Julio. Qui manifesta il tempo della sua natività, dicendo che nacque sotto il primo Imperadore; cioè sotto Giulio Cesare, che fu primo imperadore de’ Romani, ancor che fosse tardi; cioè, e benchè fosse tardi il mio nascere. Questo dice, perchè il suo nascimento fu presso alla morte di Cesare sì, che non potè avere nè della sua grazia nè nel suo favore, quasi voglia dire: Se io fosse65 nato più tosto che Cesare avesse avuto notizia di me, et io avessi potuto mostrarmi a lui, io n’avrei seguìti grandi benefici: imperò che Cesare onorava molto li uomini scientifici e litterati. E vissi a Roma sotto il buono Augusto. Per questo mostra che, uscito di Mantova, abitò in Roma sotto la grazia e favore d’Ottaviano Augusto, che succedette a Cesare. Al tempo delli Idii falsi e bugiardi; cioè al tempo del paganesimo: imperò che [p. 41 modifica]Roma adorava l’idoli a quel tempo. Poeta fui. Qui manifesta lo suo esercizio, che fu nell’arte della poesia; e cantai di quel giusto Figliuol d’Anchise, che venne da Troia. Per questo manifesta la materia del suo poema, in quanto dice che cantò; cioè scrisse di quel giusto figliuolo d’Anchise, che venne in Italia da Troia; cioè d’una contrada, che si chiamò Troia, posta nelle parti dell’Asia vicina all’Europa. Poi che il superbo Ilion fu combusto; cioè poi che fu arsa la sua città nella quale elli era grande principe; cioè della stirpe reale la quale si chiamò Ilion. E dice superbo, cioè nobile: però che fu nobilissima città, combusto; cioè arso: però che i Greci arsono la detta città per vendetta del rapimento d’Elena, che fu moglie del re Menelao re de’ Lacedemoni di Grecia, tolta da Paris figliuolo del re Priamo re d’Ilion di Troia. La istoria è tanto nota e per Omero poeta, che la scrisse, e simile Virgilio; che perciò la lascio. E per questo si manifesta che elli era Virgilio: però che Virgilio fu poeta che fece lo libro della destruzione di Troia e dell’avvenimento d’Enea in Italia, e per questo Dante lo riconosce. Questo Virgilio fu d’una città di Lombardia, che si chiama Mantova, figliuolo d’uno cittadino della detta città ch’ebbe nome Figulo e d’una donna ch’ebbe nome Maia, d’una villa di Mantova che si chiama Pietola, secondo che testifica Dante medesimo, capitolo quivi, ove dice: E quell’ombra gentil, per cui si noma Pietola più che villa Mantovana ec. E fu uomo di grandissimo ingegno, e valse più che alcun altro latino66 nell’arte della poesia; perchè li Mantovani furono spoliati delle loro possessioni da’ Romani, per lo mancamento67 delle possessioni de’ Cremonesi che non bastavano alla divisione, Virgilio fu spogliato de’ suoi beni. E perciò se ne venne a Roma, et, acquistata la grazia di Mecenate, ch’era grandissimo appo lo imperadore Augusto, venne in grazia dello imperadore, e per mezzo di lui racquistò le sue possessioni; et ebbe provisione dall’imperadore, et allora per venire più in grazia dell’imperadore, composti prima altri libri, compose quel libro, che si chiama Virgilio, et altri lo chiamano Eneida, perchè quivi si tratta della destruzione di Troia, e dello avvenimento d’Enea in Italia. Del quale Enea discese Giulio Ascanio, lo quale edificò Alba, e di lui discesero Romolo e Remo edificatori di Roma; da’ quali trasse origine Giulio Cesare primo imperadore, della figliuola68 della sirocchia della quale, nato era Ottaviano Augusto, il quale succedette a lui nell’imperio; nel quale libro fu la intenzione di Virgilio [p. 42 modifica]di lodare Augusto dell’origine de’ suoi maggiori. E però compose quel libro, il quale piacque tanto ad Augusto che avendo lasciato Virgilio per testamento che quel libro si dovesse ardere, perchè non l’avea potuto limare e correggere, innanzi volle che si rompessono le leggi, che comandavano che l’ultima volontà del testatore si mettesse ad esecuzione, che lo libro di sì grande poeta venisse meno. E così per questo modo, e per questi segni dà ad intendere a Dante ch’elli era Virgilio, et è qui colore retorico, che si chiama effizione, quando per certi segni si manifesta la persona; e tutto ciò, che è detto infino a qui, non à bisogno di allegoria, perchè l’autore non vuole dire altro che suoni lo testo. Seguita poi la seconda parte; cioè la riprensione69 della ruina di Dante, ove parla ancora Virgilio, dicendo, poi che à detto di sè chi elli è: Ma tu; cioè Dante, perchè ritorni a tanta noia, quanto è la selva, onde se’ uscito, che è descritta di sopra, tanto malagevole, e della quale à detto di sopra tanto male? Perchè non sali il dilettoso monte che avevi cominciato a salire, Che è principio e cagion di tutta gioia? Del monte s’intende essere principio e cagione di tutta gioia; e questo si dee intendere allegoricamente: imperò che, come detto è di sopra, la selva significa la vita mondana viziosa e il monte significa la vita virtuosa alla quale Dante si sforzava di salire, uscito fuori della vita viziosa e mondana, la quale è molto noiosa, e sì per le malagevolezze che sono in essa, e sì perchè mena altrui a perdizione; alla quale Dante finge che ritornava, impedito da quelli tre vizi che detti sono di sopra, e massimamente dall’avarizia che il fece tornare a dietro; e per tanto finge che Virgilio di ciò lo riprendesse, perchè la ragione che è significata per Virgilio lo riprendea di ciò, e dicea: Perchè non sali il dilettoso monte? Veramente la vita virtuosa è piena di tutti li diletti, et è alta, e però si finge monte, Che è principio ec.: Veramente le virtù sono principio e cagione che l’uomo all’ultimo della sua vita pervegna al sommo bene, lo quale s’intende per questo che dice tutta gioia, che significa perfetta letizia, che non è altro che il sommo bene.

C. I - v 79-90. In questi quattro ternari lo nostro autore intende di mostrare principalmente due cose; cioè prima, come riconobbe70 Virgilio; secondo, rende la cagione, respondendo alla riprensione di Virgilio, dimandando lo suo aiuto, quivi: Vedi la bestia ec. Dice prima, maravigliandosi e vergognandosi che innanzi non l’avea conosciuto: Risposi a lui; cioè io Dante a Virgilio con vergognosa fronte; cioè con la fronte inchinata, che significa vergogna; quando l’uomo si vergogna cala la fronte: imperò che alzare la fronte [p. 43 modifica]significa ardire: et a calarla significa paura, e vergogna non è altro che paura di vituperazione. Or se’ tu quel Virgilio, e quella fonte, Che spandi di parlar sì largo fiume? Addomanda Dante maravigliandosi, e vergognandosi, come detto è: Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte, che spandi sì largo fiume di parlar latino: perciò che veramente Virgilio si può dire fonte d’eloquenzia latina, e l’opera sua; cioè l’Eneida, si può ben dire fiume. E poi che à mostrato che l’abbia riconosciuto, facendoli festa, dice: O delli altri poeti onore e lume. Veramente Virgilio si può dire onore delli altri poeti latini: però che per lui sono venuti in pregio; e lume si può dire, perchè tutti ànno preso da lui nell’arte della poesi. Vagliami il lungo studio e il grande amore, Che m’àn fatto cercar lo tuo volume. Qui, acquistando benivolenzia da Virgilio, lo priega che li sia in aiuto, dicendo e pregandolo che li vaglia lo lungo studio e lo grande amore, che fatto gli à cercar lo suo volume; cioè la Eneida: imperò che quella eccede tutti li altri. E per questo mostra Dante che lungo tempo studiasse in essa e grande amore portasse ad essa: e, perchè dice vagliami, vuole pregarlo che li sia in aiuto; ma dicelo generalmente, e di sotto lo dirà più specificatamente. Et aggiugne: Tu se’ lo mio maestro, e il mio autore. Ancora in questo acquista la sua benivolenzia dicendo ch’egli è lo suo maestro e lo suo autore. Tra maestro et autore è questa differenzia che il maestro è colui che insegna solamente l’arte; ma l’autore è colui che l’arte con l’opera dimostra, a cui si dà fede nella sua opera; e però dice che Virgilio gli è non solamente maestro che li abbia insegnata l’arte della poesia; ma ancora l’autore; cioè approvatore della sua poesia con la sua opera. Tu se’ solo colui, da cui io tolsi Lo bello stilo che m’à fatto onore. Sopra questa parte è da notare che stilo non è altro, che modo di dire, lo quale si distingue in tre specie; cioè alto, mezzano et infimo. Alto è dove si tratta delle grandi cose e grandi persone, e le parole sono alte, et il modo del dire e le sentenzie. Mezzano è dove si tratta delle cose e persone mezzane, e le parole e il modo del dire e le sentenzie tengono la via del mezzo, che non sono nè alte, nè infime. Infimo è dove si tratta di cose e persone vili, e le parole e sentenzie sono vili, e similmente il modo del dire. Ma queste specie ànno sopra sè altre specie: imperò che ogni stilo o è poetico o è istoriografo; et in ciascuno di questi sono suoi gradi: imperò che de’ poetici l’uno vantaggia l’altro, e così delli istoriografi; et in ciascuno di questi gradi possono essere i detti tre stili. Et ancora è da notare che il poetico stile avanza lo storiografo: imperò che lo storiografo dice la verità nuda, onde solamente diletta o solamente ammaestra; ma il poetico sotto figure e fizioni comprende la verità sì, che insieme diletta et ammaestra; e questo così fatto [p. 44 modifica]stilo è bello: chè se tenesse pur l’una parte non sarebbe universalmente a tutti. E perchè Virgilio in questo stilo poetico avanzò tutti li poeti latini e Dante in esso à seguitato lui, perciò dice: Tu se’ solo colui, da cui io tolsi; cioè io Dante da te solo, siccome dal sommo de’ poeti presi, e non da altrui lo bello stilo; cioè poetico, che m’à fatto onore; cioè per questo stilo preso da te sono stato poeta, la qual cosa è di grande onore, e questo si verifica et approva per quello, che si contiene nel quarto canto di questa cantica, come si vedrà, quando saremo ad esso. E questa parte non à allegoria: però che solamente intende di mostrare com’elli è stato seguitatore di Virgilio nella poesia. Seguita: Vedi la bestia, per cui mi rivolsi; cioè vedi la lupa che m’à fatto tornare a dietro, sì come detto è di sopra, e sposto moralmente; e per questo risponde alla domanda di Virgilio fatta di sopra, quando disse: Perchè ritorni a tanta noia ec.? Aiutami da lei. Qui addomanda Dante il suo aiuto a Virgilio famoso e saggio. Qui dimostra ch’elli sia tale che il possa aiutare: imperò che dice che elli è famoso e saggio, perchè la fama alcuna volta è falsa; però aggiugne e saggio a dimostrar che la sua fama sia vera. Ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi. Quindi mostra quanto di quella lupa sia impaurito, dicendo che li fa tremar le vene, per le quali discorre il sangue, e li polsi che sono luogo nel corpo umano, dove si comprende la virtù del cuore nel quale71 è lo spirito vitale: imperò che il cuore è fonte dello spirito sì, come lo fegato è fonte del sangue, e quelle72 spande, e l’arterie per tutto lo corpo umano. E perchè l’arterie sono appiattate sotto le vene, però non si comprende lo moto dello spirito vitale, se non in quel luogo ove sono scoperte, e quelli luoghi si chiamano polsi. E per la paura si muove più velocemente lo spirito vitale, che è nel cuore, per resistenza a quella, e fa movimenti e battimenti più veloci in tutto lo corpo sì, che lo fa tremare tutto, e specialmente le vene e l’arterie, per lo movimento delle quali si muove tutto il corpo. E pertanto l’autore fa menzione di quelle, e non dell’altre parti, perchè sono principio del movimento, e questa parte à altra esposizione che litterale: imperò che vana cosa sarebbe che Dante domandasse aiuto a Virgilio ch’era morto già più di mille anni; ma per Virgilio qui intese la ragione e vuole intendere che la sensualità spaurita dalla persecuzione dell’avarizia domanda aiuto alla ragione.

C. I - v. 91-99. In questi tre ternari finge lo nostro autore che Virgilio mosso per lo suo priego, lo consigliasse di quel che era bisogno al suo scampamento, dicendo: A te Dante convien tener altro [p. 45 modifica]viaggio, che quel, che tu ài preso, Rispose Virgilio, poi che lagrimar mi vide; cioè mosso a compassion per le mie lagrime, Se vuoi campar d’esto loco selvaggio, nel qual tu se’; et assegna la cagione, come fa l’uomo savio, le cui sentenzie sono sempre mosse da vera cagione, dicendo: Chè; cioè imperò che, quella bestia, per la qual tu gride; cioè la lupa, Non lascia altrui passar per la sua via; Ma tanto lo impedisce; cioè colui, che vi vuol passare, che l’uccide nella via sua; e dimostra quanto sia pericolosa quella lupa, descrivendo la sua natura e dicendo: Et à natura sì malvagia e ria, Che mai non empie la bramosa voglia; cioè non sazia la sua fame, E dopo il pasto à più fame che pria. Questa è la prova che mai non sazia: imperò che quanto più mangia, più à fame. E questa è la esposizione litterale, sotto la quale il nostro autore ebbe un bello intendimento allegorico; cioè che Virgilio, che significa la ragione, dalla quale Dante; cioè la sensualità, aveva domandato lo suo aiuto, lo consigliasse che li convenia tenere altra via, che quella che avea presa, se volea campare della selva, che significa la vita mondana viziosa, come detto è di sopra. Sono molti che vissono nell’etadi della puerizia et adolescenzia nelli diletti del mondo, conoscendo tal vita essere non buona, e’ vogliono sanza mezzo nessuno da essa passare alla vita virtuosa, stando in quelle medesime delicatezze del mondo et in quelle occupazioni che prima; ma non si può: imperò che da l’un lato lo impaccia la lussuria, dall’altro lato la superbia e con questa l’avarizia; li quali tre vizi sono significati per li detti tre animali, come è detto di sopra. E però la ragione consiglia che si tenga altra via; cioè che la sensualità non vada per sè alle virtù: chè non vi potrebbe mai andare; ma seguiti la ragione, et ella ve la guiderà; e del guidamente e della via diremo di sotto, quando verremo ove si tratta di ciò. E notantemente dice, che l’avarizia non lascia altrui passare per la sua via, a denotare che la via della sensualità è la sua via, e per quella nessuno può andare, o ver passare alla vita virtuosa; ma stando in essa, tanto sarebbe impedito da lei ch’ella l’ucciderebbe, cioè, o che veramente morrebbe in quello peccato, o che vi diventerebbe ostinato, che è essere morto quanto a Dio. E questo si prova per quello che seguita: chè l’avarizia mai non si sazia come tutti li autori dicono e per esperienzia si vede; e però è assimigliata al fuoco, che quanto più legne vi metti, tanto più arde e più ne consuma.

C. I - v. 100-111. In questi quattro ternari seguita la sua descrizione della lupa e poi aggiugne una profezia dicendo: Molti son li animali; cioè ragionevoli, uomini intende: chè delli altri non direbbe, e ben dice animali: chè chi è sottoposto a tal vizio non merita di essere chiamato uomo, a cui s’ammoglia questa lupa [p. 46 modifica]significante l’avarizia; cioè si congiugne sanza potersi dividere da loro, come la moglie che non si può separare dal marito, se non per morte; e così questo vizio mentre che vivono, mai da loro non si parte. E più saranno ancora. Qui incomincia l’autore a porre la sua profezia profetando che ancora saranno più li uomini, ai quali si congiugnerà inseparabilmente l’avarizia, infin che ’l veltro. Veltri sono specie di cani molto veloci in corso, e per velocità avanzano le fiere, e piglianle et uccidolle73, e così per convenienza della lettera, poichè ha finto l’avarizia lupa, colui che l’ucciderà finge che sia veltro; cioè uno cane velocissimo et però aggiugne: Verrà, che la farà morir con doglia. E per dare ad intendere qual dee essere questo veltro, descrive le sue condizioni dicendo: Questi; cioè il veltro, non ciberà; cioè in cibo non darà ad altrui terra nè peltro. Per la terra s’intende cose terrene; cioè frutti terreni; per lo peltro che è una specie di metallo, s’intendano le ricchezze. Ma sapienzia amore e virtute in cibo darà ad altrui. Tre cose specialmente tocca le quali sono bisogno all’uomo per rilevarlo dalle tre incomodità, che cadde per lo peccato del primo uomo; cioè sapienza per rilevarlo dall’ignoranzia, amore per rilevarlo dalla indigenzia, virtù per rilevarlo dal vizio; e così supplirà lo difetto, e ritornerà l’uomo all’altezza della sua degnità. E sua nazion; cioè di quel veltro, sarà tra feltro e feltro; cioè tra cielo e cielo. E per lo Canto ii del Purgatorio si conferma questo ove dice: O Ciel, nel cui girar ec. Feltro è panno composto di lana compressa insieme, e non tessuto con fila; e per questo intende lo cielo che è di materia solida74 et intera, sì che significa che questo veltro nascerà tra cielo e cielo; cioè per virtù di corpi celesti. E però deviamo75 considerare che l’autore intese allegoricamente per questo veltro una influenzia di corpi celesti, che in processo di tempo verrà secondo il movimento de’ cieli, che tutto il mondo si disporrà a sapienzia, virtù e amore, cesserà l’avarizia et ogni altro vizio; e questo era noto all’autore secondo la ragione dell’astroligo, et in ciò si manifesta ch’elli fosse astrolago. E questo può essere manifesto ad ogni uomo grosso: con ciò sia cosa che spesso veggiamo correre anni che comunemente è guerra per tutte parti del mondo o nel più, e così pace; e questo è secondo la volontà divina, che fa aoperare76 alle cagioni seconde quello che ella ordina e dispone, e però finge l’autore che questo dicesse Virgilio che significa la ragione umana, imperò che umana ragione questo sì [p. 47 modifica]può comprendere, e non è da credere che l’autore dicesse questo per indovinamento: imperò che usanza è de’ poeti di dire le cose che deono venire in due modi; l’uno si è dire le cose state come se fossono a venire, et a questo modo paiono dire innanzi le cose future, come apparirà nel processo di questo libro in più parti e mosterrenlo quando saremo ad esso; l’altro modo si è per naturale ragione come è ora qui, e come spesso fanno li astrolagi. Aggiugne poi li effetti che ne seguiranno dicendo: Di quella umile Italia fia salute; il detto veltro, e dice specialmente d’Italia per che l’Italia più è danneggiata per l’avarizia delli imperadori, e de’ prelati della chiesa, che niuna altra parte del mondo, che se l’avarizia non li tenesse fuori d’Italia, sarebbe ora Italia donna del mondo come già fu: chè benchè li Romani avessono nome, siccome signori d’Italia, non acquistavano, sanza la forza delli Italiani; ma con tutta la Italia andavano acquistando facendo di tutta la Italia come una loro città, come appare a chi legge li autori. E questo si verifica per uno detto dell’autore medesimo, che è nella seconda cantica nel canto vi, quando dice: O Alberto Tedesco ec., et aggiugne: che avete tu e il tuo padre sofferto Per cupidigia di costà distretti Che ’l giardin della Italia sia diserto ec., e però dice specialmente fia salute d’Italia; ma dice umile e questo si può intendere in due modi; cioè superba, e ponsi questa parola umile per lo contrario, come è osanza delli autori: però che ben si può dire superba, che tutto il mondo vuole signoreggiare; l’altro modo si può esporre: diventata ora umile per l’avarizia di suoi rettori temporali e spirituali che l’ànno abbandonata, et ella à perduta la signoria del mondo. Aggiugne alquante istorie dicendo: Per cui; cioè per la quale Italia, morì la Vergine Camilla. Qui è da notare la storia la quale brievemente è questa. Metabo re de’ Volsci, che furono popoli presso a Roma in quelle contrade dove è ora Alagna, fu cacciato del regno e della città nella quale dimorava, la quale si chiamava Priverno, per invidia da’ suoi; e fuggendo pervenne a uno fiume chiamato Amaseno, con una sua figliuola in collo, piccola che ancora si lattava, la quale chiamò Camilla per lo nome di sua madre che ebbe nome Casmilla, toltane questa lettera S, e trovando lo fiume grosso non potendolo passare con la fanciulla, perseguitato da’ nimici legolla allo spiedo che portava in mano, involta in buccie di suvero e lanciò lo spiedo di là dal fiume e ficcossi nella ripa; et elli poi si mise nel fiume e passato di là riprese lo spiedo e la fanciulla, e stando nelle selve l’allevò col latte delle fiere. E perchè quando la lanciò sopra lo fiume la votò; cioè fece voto di lei a Diana dea della castità, et avvezzolla a cacciare, et a prendere delle fiere salvatiche con le saette, e con l’arco, come era usanza di Diana, e di quelle che seguitavano lei, [p. 48 modifica]mantenendo sempre verginità; e poi che fu cresciuta, morto il padre, ritornò nel suo reame, et essendo reina delli Volsci, quando lo troiano Enea venne in Italia con li Troiani e fece parentado col re Latino, re di Laurenzia, pigliando la sua figliuola chiamata Lavina77 per moglie, del nome della quale Enea, crescendo la città Laurenzia chiamò poi Lavino, fu con Turno re de’ Rutoli contra ad Enea. E dopo molte battaglie la detta Camilla fu morta presso a Laurenzia da uno Troiano che ebbe nome Arunte, e poscia il detto Turno re de’ Rutoli che erano in campagna, fu morto ancora dal detto Enea re, venendo a singular battaglia, per ch’elli voleva la detta Lavina per moglie, che gli era stata promessa da la reina Amata, moglie del detto re Latino, ch’era madre della detta Lavina, e parente del detto re Turno, secondo che dice Virgilio; e però seguita: Eurialo, e Niso e Turno di ferute. La storia di Turno è nota per quel che è detto, e Virgilio molto bene ne tratta nella sua Eneida.
     Resta ora a dire d’Eurialo e di Niso, i quali, secondo Virgilio, furono Troiani, e vennono con Enea da Troia; e posta da Enea la città nel campo Laurento, che la chiamò Troia dal nome della contrada donde era venuto, sentendo il movimento della guerra che apparecchiava Turno di farli, del quale detto è di sopra, per la cagione sopra detta, andò al re Evandro, che signoreggiava dove è ora Roma, per dimandarli aiuto per fidanza di antica amistà; et avuto aiuto da lui, et ancora consiglio che venisse in Toscana a domandare aiuto contro Turno, perchè li Toscani erano suoi inimici, perchè riteneva e favoreggiava lo loro re Mesenzio cacciato da loro per la sua crudeltà, venne in Toscana et in quel mezzo Turno assediò la sua città78 ponendovi l’oste, e combattella aspramente. Intanto che i Troiani, dubitando di potere sostenere, deliberarono di mandare per Enea loro re, il quale era ito in Toscana per acquistare aiuto, e non trovandosi così prestamente chi andasse per lui: però che l’andata era dubbiosa, perchè la città era assediata, due giovanetti nobili di generazione, li quali erano grandissimi compagni, intanto che sono contati per uno paio d’amici tra forse cinquanta coppie, che ne conta Tullio nel libro della Amicizia; cioè Niso et Eurialo, dei quali Eurialo era più garzone, stando una notte alla guardia della porta si deliberarono insieme d’essere quelli che andassono per Enea, sperando di potere passare per lo campo se vedeano spenti i fuochi, che era segno che mala guardia si facesse nel campo, e così se ne andarono79 a’ maggiori e profersonsi d’andare; [p. 49 modifica]et avuta la licenza andarono fuori e passarono per lo campo facendo grande uccisione di quelli che dormivano; ma scontrati poi che furono fuori del campo da uno caporale di cento cavalieri ch’avea nome Volscente che venìa nel campo, furono morti amendue; e però dice l’autore che la vergine Camilla, Eurialo, Niso e Turno morirono di ferita, per difendere l’Italia da’ Troiani; cioè Camilla e Turno; e Niso et Eurialo per acquistarla, et aggiugne alla profezia: Questi; cioè il veltro detto di sopra, la caccerà per ogni villa; cioè per ogni città del mondo, la detta Lupa che significa l’avarizia come è detto. Finchè l’avrà rimessa nell’Inferno, Là onde invidia prima dipartilla. Per l’invidia del diavolo entrò la morte nella ritondità della terra, dice la Santa Scrittura, e per la morte s’intende ogni peccato mortale che è cagione di morte temporale et eterna, se l’uomo non se ne pente innanzi che muoia.

C. I - v. 112-129. In questi sei ternari, poichè Dante à mostrata la profezia che li disse Virgilio, dimostra lo consiglio che Virgilio prese al suo campamento e la liberazione, dicendo: Ond’io; cioè onde io Virgilio, poi che quella bestia non ti lascia andare per la sua via, per lo tuo me’; cioè meglio, penso e discerno, prima è il pensare, e poi il deliberare, Che tu, Dante, mi segua, et io; cioè Virgilio, sarò tua guida; e per questo si dee intendere moralmente che, vedendo la ragione di non potere salire al monte delle virtù per la via de’ diletti del mondo, perchè vi sono li vizi che impediscono, pensa e delibera che la sensualità la seguiti e trarralla della selva; cioè della vita viziosa, e però seguita: E trarrotti di qui per loco eterno; cioè per luogo che non dee mai avere fine ti menerò; cioè per l’inferno, e questo menare sarà intellettualmente: perciò che non si dee credere che Dante andasse nell’inferno, se non col pensiero guidato dalla ragione umana, e questo è uno modo da tirarsi fuori de’ peccati; cioè considerare la pena che è dovuta all’anima nell’altra vita per lo peccato. E però segue: Ove udirai le disperate strida; cioè le strida di coloro che sono sanza speranza di finire le loro pene, Di quelli antichi spiriti dolenti; ben sono antichi: chè infino dal principio del mondo ve n’à, e dice spiriti: imperò che usanza è de’ poeti chiamare l’anima ombra, spirito, vita e simili vocaboli. Che la seconda morte ciascun grida; cioè chiama. Qui si dubita quello che l’autore intendesse per la seconda morte, e quanto a me pare che l’autore intendesse della dannazione ultima, che sarà al giudicio: imperò che per invidia vorrebbon già ch’ella fosse per avere più compagni, però che la prima morte è la dannazione prima, quando l’anima partita dal corpo è dannata alle pene dello inferno per li suoi peccati. La seconda è quando al giudicio risuscitati, saranno dannati ultimamente [p. 50 modifica]l’anima col corpo insieme; e questo ciascun grida, perchè ciascun vorrebbe come disperato, che già fosse l’ultima dannazione. Altrimenti si può intendere della annullazione, dicendo che la prima morte sia la dannazione dell’anima, quando si parte dal corpo; la seconda morte sarebbe, quando l’anima fosse annullata, e prometteli ancora di mostrare non solamente la pena eterna dovuta al peccato; ma eziandio la temporale, cioè quella del purgatorio che è a tempo, perchè quando che sia, fine aspetta; e però dice: E poi vedrai color, che son contenti Nel fuoco; cioè del purgatorio, perchè speran di venire, Quando che sia, tra le beate genti; cioè nel paradiso, e questa così fatta considerazione anche è un altro modo da trarre l’uomo del peccato; cioè della considerazione della pena temporale. Aggiugne poi: Alle quai; cioè alle quali, cioè alle beate genti del paradiso, poi se tu vorrai salire; notamente dice salire: però che montare è andare dalla considerazione della pena conveniente al peccato al premio debito alla virtù; e questi tre gradi di considerazione fanno partire l’uomo dal peccato e venire alle virtù: imperò che per lo primo; cioè per la considerazione della pena eterna, l’uomo si cessa dal peccato. E per lo secondo; cioè per la considerazione della pena temporale del purgatorio, l’uomo entra nella vita della penitenzia et esercitasi nelle virtù purgatorie. E per lo terzo; cioè per la considerazione del premio eterno, l’uomo s’avanza alle virtù contemplative che le chiama il Filosofo virtù dell’animo purgato; e per questo modo ritorna l’uomo nella via dritta che mena alla gloria di vita eterna, che è la nostra patria, e la nostra casa, et esce fuori della selva; cioè della vita viziosa, nella quale s’era smarrito, e per mostrare questo lo nostro autore à fatto questa bella fizione. Seguita poi: Anima fia a ciò più di me degna; cioè a menarti al paradiso fia anima più degna di me Virgilio, e questa fia, come appare litteralmente nel processo nella seconda cantica, Beatrice. Et allegoricamente intende che la ragione umana significata per Virgilio, non basterà a mostrarli la gloria de’ beati; ma Beatrice che significa la santa Teologia: però ch’ella c’insegna a tener per fede quello che la ragione umana non può comprendere. Et aggiugne: Con lei ti lascerò nel mio partire; cioè con quella anima quando mi partirò da te. Et assegna la ragione dicendo: Chè; cioè imperò che, quell’Imperador che lassù regna; cioè Idio, Perch’io, Virgilio non fu Cristiano, sì che fu ribelle alla sua legge; cioè legge evangelica, Non vuol che in sua città per me si vegna; cioè in paradiso; et aggiugne in che modo Idio è in ogni luogo et in cielo, dicendo: In tutte parti impera; cioè signoreggia: imperò che Idio è in ogni luogo, per operazione e potenzia, et ivi, cioè in cielo, regge: imperò che di qui produce li primi effetti; cioè dal cielo, de’ [p. 51 modifica]quali elli è prima cagione, e quelli effetti sono poi cagione seconda delli altri effetti prodotti quindi, e quelli poi delli altri; e così è posto ordine nell’universo che tutto è prodotto, retto, osservato dalla prima cagione; cioè Idio il quale è in cielo, e però ben dice che in cielo regge. Aggiugne: Quivi è la sua città e l’alto seggio; cioè sedia di Dio. O felice colui, cui ivi elegge. Qui pone l’autore che Virgilio facesse questa esclamazione, che è colore retorico, per amplificare et accrescere la cosa di che parla dicendo: O felice colui, con ammirazione lo dice, o felice cui ivi elegge; cioè che esso Idio elegge a quella città per cittadino, e quivi non è altra esposizione che litterale.

C. I - v. 130-135. In questi due ternari lo autore nostro mostra come si commette a Virgilio sconiurandolo che li faccia quello che à promesso, dicendo: Et io; cioè Dante dissi, s’intende che non è nel testo, a lui, cioè a Virgilio, Poeta, io ti richeggio Per quello Idio, che tu non conoscesti; cioè per lo vero Idio, Acciocch’io; cioè Dante, fugga questo male; cioè questa ruina che è a dietro nella selva, e peggio, e questo si dee intendere della dannazione dell’anima dopo la morte; imperò che male è vivere viziosamente e peggio è morire in tale stato: però che si va a dannazione. Che tu mi meni; cioè tu Virgilio meni me Dante, là dove or dicesti; cioè per lo inferno e per lo purgatorio, Sì ch’io veggia la Porta di san Pietro. Per questo intende lo purgatorio, del quale purgatorio san Pietro che fu primo Papa, e per lui s’intende che ogni Papa tiene le chiavi della porta: imperò che coloro che sono assoluti da’ sacerdoti da colpa, per l’autorità che ànno dal Papa, vanno in purgatorio a patire la pena de’ loro peccati, et a purgarsi per la pena, e se non fossono assoluti, andrebbono all’inferno. Può ancora il Papa assolvere da colpa e da pena, e questa è grazia speciale, e non lo fa lo Papa se non a cui li piace; ma l’assoluzione da colpa a niuno che la domanda si niega; e però dice l’autore, che la porta del purgatorio è di san Pietro, e seguita: E color, cui tu fai cotanto mesti; cioè tristi, quelli dello inferno; e traspone l’autore qui: imperò che prima vide lo inferno che il purgatorio, e qui non è altra esposizione che litterale.
     In questo ultimo versetto: Allor si mosse, et io li tenni dietro, pone l’ultima parte della lezione; cioè come Virgilio incominciò lo suo cammino dicendo: Allor; cioè in quell’ora, si mosse; cioè Virgilio, et io; cioè Dante, li tenni dietro, come fa colui che è guidato, che seguita la guida. E per questo allegoricamente dimostra, come la ragione significata per Virgilio incominciò l’opera; e Dante che significa la sensualità, seguitò la ragione, lasciandosi guidare a lei: e qui finisce lo primo canto.

Note

  1. C. M. e in questi termini.
  2. C. M. e mezzo li quali.
  3. La parola di’, giorno, si vuole scrivere con apostrofo, perchè è troncata dall’antico dia o die. E.
  4. C. M.  trovatosi fuora.
  5. C. M.  si provvenneno.
  6. C. M.  cioè vedute e conosciute.
  7. C. M.  ascendimento.
  8. C. M.  a quelle.
  9. C. M.  sopraditti.
  10. C. M.  si mostra.
  11. Presso gli antichi si trovano certe contrazioni al futuro, alcune delle quali al presente sono fuor d’uso. In sul principio di nostra lingua all’imitazione de’ Provenzali, troncato l’ultimo e dell’infinito e trasposto l’r, ne venne soccorre in luogo di soccorrere, e ridotti tutti i verbi alla seconda de’ Latini si derivò mosterrà, soccorrà, misurrebbe, da mosterre, soccorre, misurre e via dicendo. E.
  12. C. M.  lo ricognoscimento.
  13. C. M. cognoscere della vita viziosa.
  14. C. M.  ricognosceo.
  15. C. M.  peccatore essere stato ingannato.
  16. C. M.  forsi veramente fu così: e perchè comunemente li.
  17. C. M.  nocevili.
  18. C. M.  conservare.
  19. C. M.  di Dio.
  20. Questo che è di soprappiù; ma di tale ripetizione ci forniscono esempi e lo stesso Dante e il Boccaccio ed altri, i quali ne fanno così risovvenire della relazione di certe proposizioni, intramezzate da altre. Vedi Inferno, C. xxvi, v. 23, 24. E.
  21. Così gli antichi terminavano il futuro de’ verbi della prima coniugazione, il quale meglio si distingueva dalle altre due. L’uso à conservato darò, farò, starò ec. E.
  22. C. M.  li filosofi.
  23. I pratici di nostra lingua non maraviglieranno punto, se noi lasciamo correrre qua e là certe voci, le quali oggi più non userebbe veruno scrittore. Nel trecento la cosa camminava diversamente, e serebbe era naturale figliuola del verbo sere del quale vivono tuttora le altre sei, semo, ec. Lo stesso è a dire di sirebbe, sirò che pure si odono in bocca del popolo e nascono dal verbo sire, padre anch’esso di siemo, siete, e simili.  E.
  24. In sul formarsi della nostra favella i padri nostri, incerti come configurare i diversi tempi de’ verbi, si attennero alle coniugazioni latine ed assegnarono alla prima i verbi in are, alla seconda quelli in ere, e i verbi in ire alla terza. Di qui venne il passato indicativo nella terza singolare in a con accento o senza, in e, ed in i, i quali tutti furono pure soggetti ad altre modificazioni per uniformità di cadenza: perocchè vi si aggiunse qualche sillaba a cagione d’eufonia. Ora la voce dell’uso nella prima coniugazione è in ò; ma in antico era l’altra, la quale à porto il fondamento alla terza plurale con la solita giunta del ro o rono; ama-ro, ama-ronoE.
  25. C. M.  s’inviluppa in diversi peccati e vizi. Ma poi ch’elli cognosce ec.
  26. C. M.  passato.
  27. C. M.  calle.
  28. Maniera comune ai nostri classici, i quali imitando i Latini antiponevano l’attributo al verbo primitivo. Per questo Dante nel C. v dell’Inferno, disse: dove nata fui.  E.
  29. I nostri purgati scrittori adoperavano indifferentemente al condizionale o congiuntivo in ogni persona singolare abbi ed abbia, checchè ne dicano i grammatici.  E.
  30. Èi, voce ora dismessa, la quale si trasse dall’antico ere, come à dimostrato il prof. Nannucci.  E.
  31. C. M.  del montare: però che chi monta ec.
  32. C. M.  grazia preveniente di Dio.
  33. C. M.  voltare.
  34. C. M.  che lievora.
  35. C. M.  variata.
  36. C. M.  entra in ariete et infine addi’ xxx ne pena ad uscire.
  37. C. M.   sicchè a mezzo aprile o a presso.
  38. C. M.  dura sotto ariete.
  39. C. M.  entra sotto tauro e così.
  40. C. M.  girato per tutto.
  41. C. M.  o li VII pianeti.
  42. Il nome pianeta presso gli antichi rinviensi ora nell’uno, ora nell’altro genere, e spesso anche oggi dalla bocca del popolo si ode in genere feminile.  E.
  43. C. M.  essendo lo sole sotto ariete.
  44. Volse, perfetto di volere, voce tuttora in uso: qui riesce più acconcia, che l’altra volle.   E.
  45. C. M.  opera.
  46. C. M.  ponere.
  47. Tremesse da tremere, ridotto dalla prima alla seconda coniugazione. Un tale scambio era comunissimo ne’ princìpi di nostra lingua, nè la rima costringeva a simili configurazioni; ma l’esempio de’ Latini. La comune lezione temesse è fredda e meschina. Per la stessa ragione venesse in luogo di venisse, ridotto dalla terza alla seconda.  E.
  48. C. M.  la salita.
  49. C. M.  anco.
  50. I nostri primi padri dissero sanza, senza e sensa, imitando i Provenzali che pure aveano sanz e sensE.
  51. C. M.  e ritornavalo nella selva scura o nella valle; cioè nella vita mondana.
  52. C. M.  della quale era uscito. Seguita la seconda lezione del primo canto. Mentre ch’io ec.
  53. C. M.  campamento.
  54. C. M.  Nel VIII finge come Virgilio cominciò il cammino e Dante il seguitte, quive: Allor si mosse ec.
  55. C. M.  questo apparito.
  56. C. M.  moritte.
  57. C. M. uscitte.
  58. le dispietate.
  59. I padri di nostra lingua ad imitazione de’ Latini finivano in e il singolare del presente congiuntivo acconciatolo alla prima loro coniugazione: tu ti solve, Inf. II. v. 49.  E.
  60. C. M.  cercati.
  61. Il Codice Magliabechiano à quì pure da con una lacuna, così il Laurenziano. Ulisse avvertito da Circe scese all’Inferno; ma non guidato da alcuno. Omero Odissea lib. X.  E.
  62. C. M.  la quale era impedita.
  63. C. M.  parea.
  64. C. M.  comporre.
  65. Fosse è la voce originale della prima e seconda persona dell’imperfetto condizionale, e vive tuttora nel gentile popolo toscano.  E.
  66. C. M.  che niuno uomo tra’ latini.
  67. C. M.  per lo difetto.
  68. C. M.  filliuola che ebbe nome Accia, della suore del quale che ebbe nome Giulia nato era.
  69. C. M. responsione.
  70. C. M. ricognove.
  71. C. M.  nella quale.
  72. C. M.  e quello spande per l’arterie.
  73. I nostri antichi, quando incorporavano alla terza persona plurale il pronome lo, la, tolta l’estrema vocale, cangiavano per eufonia l’n in l. Così uccidolle per uccidonle e simili. E.
  74. C. M.  soda.
  75. Come dal verbo dovere viene doviamo; così deviamo da devere originato dal latino debere con lo scambio del b in v. E.
  76. C. M.  dà ad operare.
  77. I padri di nostra lingua, imitando i Latini, fognavano spesso l’i nei nomi terminati in ia ed io. Dunque non si creda per licenza o per rima Lavina, matera, Tarquino, impero e via dicendo.  E.
  78. C. M.  assalitte la sua gente e posevi l’oste.
  79. C. M.  sene vanno.


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