Compendio della poesia tragicomica

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Battista Guarini

1609 C Indice:Compendio della poesia tragicomica.djvu Letteratura Compendio della poesia tragicomica Intestazione 15 dicembre 2016 25% Letteratura

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COMPENDIO
DELLA
POESIA TRAGICOMICA.





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COMPENDIO

DELLA

POESIA TRAGICOMICA.



La favella umana, maraviglioso dono d’Iddio all’uomo, fu conceduta perchè potesse manifestare i sensi dell’animo: in modo che si può dire, che lo intelletto sia una muta favella, e la favella un intelletto parlante, che diè matera a’ nostri teologi di ordinare le due preghiere che a Dio si porgono, l’una vocale, che si fa con la lingua, l’altra mentale, che si fa con lo spirito. Ora essendo la lingua ministra dell’intelletto, bisogna che ella il vada secondando e servendo, e si trasformi di sì fatta maniera in lui, che quanto egli pensa, tanto ella parli, e [p. 18 modifica]quante cose l’uno può concepire, tante l’altra s’ingegni di bene esprimere e partorire. E tutto che queste sieno infinite, nientedimeno a duo capi famosissimi si riducono: imperocchè tutto quello che opera l’intelletto e parla la lingua, bisogna che necessariamente o vero o verisimile sia. Lascio da parte il falso e ’l non verisimile, si perchè l’intelletto non l’ha per fine, come anche perchè dalla cognizione del vero segue senza dubbio quella del falso; essendo, come dicono i filosofanti, che le cose contrarie per esser d’una stessa natura si conoscon l’una per l’altra. Ma che cosa è egli al fin questo vero? Niente altro che ’l concetto adeguato alla cosa intesa, il quale nell’intelletto si spoglia della materia, e nella lingua si veste della favella. Questo vero è poi di due sorte, o contemplabile, o eligibile. Il verisimile parimente è pur di due sorte, cioè probabile, e imitabile. Da questi quattro termini, contemplabile, eligibile, probabile, e imitabile nascono tutte le scienze, [p. 19 modifica]tutte le facoltà, e tutte l’arti. Dal vero contemplabile deriva la divina Filosofia, la Scienza naturale, le Matematiche con le lor subalterne, e la Logica. Le quali tutte non hanno altro fine, che di trovare il vero, e in quel trovato posarsi. Dal vero eligibile poi procedono le Morali, l’Etica, la Politica, e l’Economica, che insegnano di governar sè stesso, la repubblica, e la famiglia; le quali hanno per fine il vero in quanto buono, e però in quel non si fermano, ma un altro fine attendono che consiste nell’operare perch’egli è buono. Nel probabile son fondate la Dialettica e la Retorica, maestra l’una del disputare, e l’altra del persuadere. Dall’ultima finalmente vien la Poetica, che ha per fin l’imitare. E benchè tutte le altre, chi le considera bene, non sieno in tutto lontane dall’imitare, come appresso si mostrerà: nientedimeno a questa sola si convien propriamente il nome d’imitatrice, sì come quella che per lo più rappresenta non concetti, non pensieri, non forme, sì come l’altre, ma [p. 20 modifica]umane operazione, che sono appresso tutti di tanto pregio. E veramente, che cosa è rassomigliarsi al vero, se non imitare? La qual maravigliosa e veramente divina operazione, che alla natura umana sia tanto dilettevole e tanto cara non è da prenderne maraviglia; perciocchè non è cosa di qual si voglia sorte in questo mondo sensibile e alterabile, che non partecipi tanto o quanto di questo raro dono dell’imitazione. E cominciando dalla creazione del mondo: quando quel divino Fabbro il produsse, non parve egli che volesse a un certo modo imitare? non solo per averlo prodotto conforme alla divina idea ch’è nel suo seno ab eterno, ma per averlo eziandio fatto nella parte celeste con sembianza d’eternità impassibile inalterabile, che son vestigi di non caduca natura. Laonde non è da maravigliarsi se vedenso tale Aristotile s’ingannò giudicandolo eterno. Nel formar poscia il picciol mondo, ch’è l’uomo, se ’l medesimo si compiacesse dell’opera [p. 21 modifica]imitatrice, la sua divina voce nel manifesta: Facciamo l’uomo a immagine e similitudine nostra. Nel resto poi fu così vago del vedere imitare, che niuna cosa volle potesse l’uomo ottener se non imitando. Chi c’insegna di favellare? l’imitazione. Chi c’insegna di viver bene? l’imitazione. Come s’acquista l’umana felicità? col farsi simile a Dio. Quando le scienze discorrono intorno al vero, che altro fanno che mostrarci la strada d’esprimere e imitare coll’intelletto e con la lingua la cosa intesa, ritraendo, quasi pittore, o ’n carta o ’n voce la vera forma di lei? E se l’arti non imitassero la natura, come sarebbono elle nè perfette nè arti? Finalmente ogni cosa che opera e s’indrizza alla sua naturale e vera perfezione, in qualche modo è partecipe, qual più qual meno, dell’imitare. Non è dunque da maravigliarsi se l’imitazione diletta tanto, poichè per essa l’uomo impara di sapere, che è il primo desiderio, e ’l più caro diletto, e ’l più proprio dell’umana [p. 22 modifica]natura: e oltre a ciò l’imitare è quasi un produrre alcuna cosa di nuovo; la quale operazione è per sè stessa carissima alla natura, che se ne serve a conservar sè medesima nelle spezie, riparando di tutte quelle che se ne perde per l’ordinario. Or la Poetica, fra tutte quell’arti che nell’imitazione spendono il loro talento, riesce maravigliosa non solo perchè imiti gli atti umani, nella quale opera non è sola, ma perciocchè imita colla favella, nella quale è unica imitatrice; conciossiacosachè tutte l’altre con altri mezzi e instrumenti esercitino l’imitazione, ma niuna con la favella, che è propria della Poetica. E perchè tutto quello che s’imita favellando, o si racconta, o si rappresenta, nè verun altro modo si può trovare che non caggia sotto l’un de’ duo membri, quinci son nate le tre famose spezie di Poesia. Perciocchè altre sono che rappresentano senza che la persona del poeta mai v’intervenga, sì come la Tragedia, Commedia, e l’altre che sono dette Drammatiche dalla voce greca che [p. 23 modifica]significa operare, sì come quelle che non raccontano cose operate, ma operano e rappresentano con le persone stesse operanti, e sottoposte agli occhi, non della mente, ma del senso di coloro che ascoltano. Altre non rappresentano, ma con la persona del poeta narran le cose fatte, nè mai v’introducono alcun ragionamento che non sia del poeta, sì come la Poesia Ditirambica e Lirica, nella quale un continovato tenore di narrativa, in persona del poeta, solo si vede. Nè fa forza quello che in ciò viene opposto alla dottrina d’Aristotile da persone troppo ardite e troppo sottili, non esser vero che il ditirambico e il lirico alcuna volta non introduca interlocutori ne’ lor poemi: conciossiacosachè questo intervenga tanto di rado, che non è degno d’essere considerato per accidente, che alteri in modo alcuno le spezie. E quando pure si fa, non è fatto per introdurre quella persona a uso di drammatica o epica poesia, ma per servirsi della figura che si chiama [p. 24 modifica]prosopopeia, la quale alcuna volta s’adopra nel corso di chi narra, per tanto più evidentemente far venire sotto gli occhi della persona ch’ascolta o legge la cosa che vien narrata. E se Orazio fe quell’ode in forma di dialogo: Donec gratus eram, etc., nella quale non parla mai il poeta come poeta, si risponde, che sì come una gocciola d’acqua in un gran vaso di vino non è bastante a far che quello non sia vin pretto, così quella sola e piccola coserella non è composizione, fra tante liriche, da poter far drammatico quel poeta. Ben è vero che se altri spendesse tutti o ’l più de’ suoi versi lirici nel far dialoghi, non sarebbe né ditirambico, né lirico, né drammatico, e sarebbe un poeta da stimar poco, e ciò per molte ragioni che qui non hanno il lor legittimo luogo. Nasce da queste due, narrativa dove il poeta solo ragiona, e rappresentativa dove il poeta non parla mai, la terza spezie, nella quale alcuna volta parla il Poeta, e alcuna parlano le persone ch’egli [p. 25 modifica]introduce: e questa è l’epica poesia, che anche eroica è stata detta, esercitata con fama tanto celebre e tanto chiara dal grande Omero in lingua greca, e da Virgilio in latina, da Dante, dall’Ariosto, dal Tasso, io dico il giovane, nella nostra, che toscana meritamente dee esser detta; ma dissi nostra, perciocchè essendo la Toscana in Italia, e potendo esser la sua favella comune a tutti gl’Italiani, anche i Lombardi se ne posson servire come di propria, sì come anche un Lombardo scrisse in lingua del Lazio, ch’allor fioriva, la sua maravigliosa Eneide e scrissela forse meglio e più puramente di quello che alcun altro, quantunque nato nel cuor del Lazio e di Roma, avrebbe saputo fare.

Dalle cose che si son dette non sarà malagevole il giudicare a quale delle tre spezie di poesia il Pastor Fido ridur si debbia: conciossiacosachè essendo egli un misto di tragica e comica poesia, se ambedue son drammatiche, necessariamente ancora esso sarà drammatico. [p. 26 modifica]Ma non pare che sia senza difficultà lo intendere con qual’altri si sieno accozzatti insieme due poemi di spezie differentissimi, sì che un terzo ben regolato e non difettoso se ne sia tratto: parendo cosa impossibile che ’l poema tragico, lagrimoso, si possa mai accordare sì ben col comico, tutto riso, che l’arte non se ne dolga. Accresce questa difficultà ch’ogni poema, quanto è più perfetto (parlando dell’unità non nuda, ma ben vestita); la quale eccellenza è per modo commendata da tutti i buoni maestri di queste arti, che vizioso debbia stimarsi qualunque s’è quel poema che ne sia privo. E se la tragedia e commedia, quando son separate, possono agevolmente cadere in questo difetto, che sarà poi della lor terza spezie, che senza moltiplicità par che sonsiderare e profferir non si possa? E nel vero è troppo ragguardevole, e necessaria parte, in ogni sorte di poesia, questa unità: sì perciocchè la forma che dà l’essere a [p. 27 modifica]tutte le cose è una, come anche, perciocchè la bellezza non è altro che union delle parti a uso d’armonia consonanti. Come dunque può essere nè una nè buona quella favola, ch’è composta di due favole non solo differenti, ma repugnanti? Onde furono alcuni, non consideranti le cose più là di quello che ’l senso e forse anche l’affetto mal regolato portò loro davanti, i quali dissero questa sorte di poesia non essere, nè secondo l’arte poetica in sè, nè secondo i precetti d’Aristotile ragionevole, e perciò, come mostro non doversi ricevere nel catalogo delle ben regolate e legittime poesie. Ma costor veramente col travagliare il Pasto Fido l’hanno fatto risplendere in quella guisa, che noi veggiamo soffio d’importuni mantici ravvivare alcuna fiamma sopita, avendo essi data materia assai legittima e opportuna a’ difensori di lui di scoprir l’eccellenza della poesia tragicomica, con le due scritture d’apologia intitolate Verato Primo e Verato Secondo che si chiama ancor [p. 28 modifica]l’Attizzato. La dottrina de’ quali non mi fia grave di riferire, per comodo di coloro che non gli hanno veduti mai. In due modi può esser detto che nel poema del Pastor Fido non sia servato il precetto dell’unità. L’uno per le due forme tragica e comica, l’altro per avere più d’un soggetto, come son quasi tutte le Terenziane. Delle quali favole, acciocchè noi co’ propri termini più spedito e più chiaro facciamo il nostro discorso, chiameremo la prima col nome solito mista, e la seconda innestata. Quanto alla prima, hassi a considerare che la tragicommedia non è composta di due favole intere, l’una delle quali sia perfetta tragedia, e perfetta commedia l’altra, congiunte insieme di modo, che ambedue si possano disunire, senza che l’una guasti i fatti dell’altra, o ciascuna i suoi propri. Nè deesi altresì credere ch’ella sia una storia tragica viziata con le bassezze della commedia, o favola comica, contaminata con le morti della tragedia, perciocchè nè codesto sarebbe retto [p. 29 modifica]componimento; conciossiacosachè chiunque fa tragicommedie non intenda di comporre separata o tragedia o commedia, ma di questa e di quella un terzo, che sia perfetto in suo genere e abbia d’ambedue loro quelle più parti che verisimilmente possano stare insieme. Laonde nel far giudicio di lei non bisogna confondere i termini di misto e doppio, come fanno coloro che poco intendono, nè s’avveggono che niuna cosa può esser mista se non è una, e se le parti che in essa sono in modo non confondono, che l’una non si possa più nè conoscere nè separare dall’altra. Dottrina del Filosofo, nel primo della Generazione, chiarissima e volgatissima, dov’egli mostra la differenza dell’esser misto all’esser composto. In quello, le parti perdono la lor forma, e fanno una terza cosa molto diversa; in questo, ciascuna si conserva quella medesima ch’era prima, nè s’altera, nè si muta, ma si compone, s’accoppia, e quel che nasce da cotale congiungimento non è [p. 30 modifica]un terzo alterato sotto diversa forma, ma son due corpi, che scambievolmente non compatiscono insieme, e restano que’ medesimi, così in atto come in potenza, ch’erano per avanti. Il primo si può paragonare al favoloso Ermafrodito, il quale d’uomo e di donna formava un terzo partecipante dell’una e dell’altra natura sì fattamente misto, che separare nè quel da questa nè questa da quello non si poteva. Il secondo è simile ad uomo che s’abbracci con donna, sì che dopo gli abbracciamenti ciascuno torni nell’esser suo. Conciossiacosachè quell’abbracciare non gli confonda in modo, che l’uomo non sia quell’uomo, e quella donna non sia la donna di prima; e ciaschedun di loro non abbia, e non riconosca, e non serbi intera la sua natura, il suo essere, la sua forma. Quinci nascono i non intesi spasimi degli amanti, non potendo, come vorrebbono, unire e mescolare i corpi in quella guisa che fanno gli animi: perciocchè questi col mezzo della volontà, che non è altro [p. 31 modifica]in atto che la cosa voluta, accordandosi di volere una cosa medesima si congiungono agevolmente, e di due animi ne fanno uno; ma i corpi, che non si possono nè mescer nè penetrare, per quantunque s’ingegnino d’annodarli, non1 vien loro fatto d’unire in modo, che facciano un corpo solo, come fanno di due animi un sol volere. Ma tornando al proposito, consideriamo le parti e repugnanti e conformi di questi due poemi, per far vedere che il misto tragicomico è ragionevole. La tragedia ha di comune con la commedia la rappresentazione, con tutto ’l resto dell’apparato, il ritorno, l’armonia, il tempo limitato, la favola drammatica, il verisimile, la ricognizione, e ’l rivolgimento. Intendo per comune, che l’una e l’altra si servì delle medesime cose, avvenga che nel servirsene sia qualche differenza tra loro. Altre qualità sono poi tanto proprie così dell’una come [p. 32 modifica]dell'altra, che non solo varian nell'uso, come quell'altre che si son dette, ma diversificano in modo le spezie, che divengono differenze di lei. E non ha dubbio, che chiunque pensasse di far passare intera alcuna di loro ne' confini dell'altra, e d'usare nella tragedia quel ch'è solo della commedia, ovvero in questa quel ch'è proprio di quella, farebbe favola sconvenevole e mostruosa. Ma il punto sta a vedere se queste differenze specifiche sono sì repugnanti, che in qualche modo formare non se ne possa una terza spezie, che sia poema legittimo e ragionevole. Or queste sono: della tragedia, la persona grande, l'azion grave, il terrore, e la commiserazione; della commedia, la persona e negozio privato, il riso, e i sali. Quanto alla prima, confesso, e per dottrina aristotelica ancora, che convengono alle tragedie i personaggi grandi, e i bassi alle commedie; ma nego bene, che repugni alla natura e all'arte poetica in generale, che in una sola favola s'introducano [p. 33 modifica]introducano persone grandi e non grandi. Qual tragedia fu mai che non avessi molto più servi e altre persone di questa fatta, che personaggi di grande affare? Chi scioglie nell'Edipo di Sofocle quel bellissimo nodo? Né il Re, né la Reina, né Creonte, né Tiresia, ma due servi guardiani d'armenti. Dunque non si disdice alla natura della scena l'accoppiare insieme persone grandi e non grandi, non solo sotto il nome d'un poema misto com'è la tragicommedia, ma della pura tragedia, e anche della commedia, se ad Aristofane s'addimanda, il quale vi mescolò uomini e Dei, cittadini e villani, e fin le beste e le nuvole introdusse a parlare le sue favole. Quanto ai fatti grandi e non grandi, non so vedere per qual cagione si disconvenga che in una stessa favola che non sia tutta tragica star non possano, quand'eglino giudiziosamente vi sono inserti. Non può egli stare che tra negozi gravi invtervengan casi piacevoli? E molte volte ancora [p. 34 modifica]sieno essi cagione di condurre a lieto fine i pericoli? Ma che? Stanno forse i prencipi sempre in maesta? non trattano essi mai di cose private? Per certo sì. Perché dunque non può rappresentarsi in favola scenica persona grande che tratti cose non grandi? Ciò fece pure Euripide nel Ciclope, avendo egli, col pericolo grave della vita d'Ulisse, persona tragica, mescolata l'ebbrezza del Ciclope, ch'è fatto comico. E tra i Latini Plauto fece il medesimo nell'Anfitrione, accompagnando col riso e con le beffe di Mercurio le persone grandi non solo d'Anfitrione, ma del Re degli Iddii. Non è dunque fuor di ragione che in una favola scenica possano stare insieme persone grandi e fatti non grandi. Il medesimo potrei dire della commiserazione e del riso; qualità l'una tragica, e l'altra comica. E pure a me non paiono tante opposite, ch'una medesima favola non le possa comprendere sotto diverse occasioni e persone. Chi è colui, che, leggendo [p. 35 modifica]leggendo in Terenzio il caso di Menedemo, il quale volontariamente si macerava per la durezza da lui usata al figliuolo, non se ne muova a pietà, e con Cremete, che non ritenne le lagrime, non ne pianga? E pure nella medesima favola si ride della beffa e dell'arte con che l'astuto Siro inganna il detto Cremete. Può dunque stare, non dico l'allegrezza e 'l dolore, ma la pietà col riso in una favola stessa. E così tutta la somma di questa contradizione si verrebbe a ridurre ad una sola differenza, cioè il terribile, la quale non può mai stare se non in favola tragica, né seco mai alcuna comica mescolarsi.Percochhé il terrore mai non s'induce, se non per mezzo delle gravi e funeste rappresentazioni, e dove questi si trovano non v'ha luogo riso né scherzo.

Tutte le cose di sopra dette si potrebbono addurre in difesa della poesia tragicomica: ma io non voglio valermene, e contentomi di lasciare alla tragedia i personaggi reali, i fatti gravi, il terribile [p. 36 modifica]terribile e il miserabile; alla commedia la persona e i negozi privati, e il riso, e i motti, come loro specifiche differenze. E vo' per ora concedere, che l'una non entri in giurisdizione dell'altra; seguirà egli per questo, che, per esser di diversa spezie, non possano unirsi insieme per farne un terzo poema? Certamente non si può dire, che ciò repugni all'uso della natura, e molto meno dell'arte. E cominciando da quella, non sono elleno due distinto spezie quella del cavallo e quella dell'animal indiscreto? Certo che sì. E pure d'ambedue loro sene fa la terza del mulo, che non è né l'uno né l'altro. Il medesimo si può dire della licisca nata di lupo e cane, che non è né lupo né cane. E così della terza natura procedente dalla fagiana o dal gallo, della volpe e del cane, e di tante altre che ne porta Aristotile ne' suoi libri della Generazione degli animali; dov'egli con tale occasione vien dichiarando il proverbio allor molto trito, che l'Affrica apporti [p. 37 modifica]sempre alcuna cosa di nuovo, dicendo esserne la cagione i vari congiungimenti degli animali di diversa spezie, che per penuria d'acqua si riducono tutti a un luogo per estinguer la sete. Ma forse si potria dire, che queste terze nature nascono dalla rimescolanza de' semi e non de' corpi, e che sono opere di natura, e non d'arte, sì come quelle di che si tratta: e però passiamo all'arti e ne' suoi misti, fatti di corpi solidi e di natura diversi. Il bronzo si fa di rame e di stagno, e v'entra il corpo così dell'uno come dell'altro, ed essi con le nature loro si confondono in modo, che quel terzo che ne risulta non è né stagno né rame. Nella polvere che chiamano d'archibuso, entra il zolfo e 'l salnitro e per lo terzo il carbone, tutti corpi interi e di natura e d'accidenti differentissimi, e pur la polvere non è né questo né quello. Ma dirà alcuno che questi esempli non sono conformi, conciossiacosaché operandosi ciò col fuoco, il quale altera le qualità [p. 38 modifica]di que' corpi, in un certo modo s possa dire che la natura ne sia ministra; quello che non avviene delle misture poetiche, al tutto dpendenti dall'artificio del lor maestro senza intervento d'opera naturale. Concedasi anche questo, e parliamo della pittura, ch'è della poesia cugina carnale: non fa ella senza l'opera d'altro mezzo diverse mescolanze de' suoi colori? Il medesimo si dirà della musica ad un parto medesimo nata con la poesia: non mescola essa il diatonico col cromatico, e 'l cromatico con l'enarmonico, e l'una con l'altra quelle che 'l Filosofo chiama armonie? Ed è pure opra sola del musico. Ma chi volesse eziandio contradire, potrebbe a ciò replicare che 'l pittor maneggia colori, e 'l musico voci; ma il poeta mette in opera umani fatti e persone. Anche cotesto si faccia buono, e trovisi finalmente mistura tanto simile alla poetica, che differenza alcuna tra lor non sia, se non quella che si conosce tra il vero e 'l finto. La quale [p. 39 modifica]è tanto propria del nostro caso, che la figura è quasi la stessa cosa col figurato, essendo la poesia niente altro, che 'l verisimile imitato. Or non s'è detto dianzi che a poesia maneggia fatti e persone? Diasi dunque di fatti e di persone un esempio. Non dice Marco Tullio e Orazio che la commedia è spechio dell'umana conversazione? Diasi un esempio dell'umana conversazione. Non dice Aristotile che la tragedia si fa di persone principali, e la commedia di uomini popolani? Diasi un esempio di persone principali e di uomini popolani. E questo sia la repubblica. Né ciò dico in quanto alla materia di lei, conciossiacosaché ogni città sia necessariamente composta di nobili, e di non nobili, di ricchi e poveri, e, come dice il Filosofo stesso, di migliori e peggiori; ma paro delle forme che nascono dalla diversità di queste due differenze, cioè a dire la potenza de' pochi e la popolare. Or queste due spezie di governo non son elleno infra di loro [p. 40 modifica]differentissime? Se noi crediamo ad Aristotile, anzi pure alla viva ragione, non ha alcun dubbio. E pure il medesimo Filosofo e confonde, e fanne il misto della repubblica. Nella quale non sono eglino i cittadini persone umane, umane operazioni i governi? E se questi che operan daddovero si mischiano, l'arte poetica in coloro che fan da scherzo non potrà farlo? nella potenza de' pochi non governano i soli grandi? e nella popolare i plebei? e questi non son contrari? e pure si congiungono in un sol misto. La tragedia non è ella altresi imitazione de' grandi, e la commedia de' bassi? e i bassi non sono contrari ai grandi? e perché non può farlo la poesia, se la politica il fa? E perché ciò si vegga più chiaramente, vengasi all'armi corte dell'argomento. Ovvero nella repubblica mista sono due comunanze: l'una popolare, e l'altra di pochi: ovvero ciò in una medesima e sola comunanza si trova il democratico e l'oligarchico. Se saranno due comunanze, peccherà [p. 41 modifica]nell'esser più d'una, ed è bene altro fallo la confusione della città che non è quella delle novelle. Ma se una sola comunanza sarà il democratico e l'oligarchico, seguirà che nello stesso soggetto possano esser due forme di diversa spezie e di natura contrarie. La soluzione di questo dubbo altronde non s'ha d'attender che dal maestro. Dice dunque Aristotile, che nella repubblica mista sono ambedue le forme, ma sì ben temperate, che la stessa e sola repubblica, può parer l'una e l'altra delle due miste, e tuttavia non è né l'una né l'altra intera. E perchè meglio né più magistralmente non si può esprimere di quel che facciano le precise parole sue, ascoltiamole volentieri: Τὃυ δ ευμεμῑχθκι δυμσκρατίαν, καί ὀλιζαρχιαυ ὅρυς, δταυ ενδέχηται λἐγειη τἠν ὰυτἡν πολιτέιαν δημοκρατὶαυ, καὶ σλιγασχὶαν Cioè: «La mescolanza dello stato popolare, e de' pochi avrà conseguito bene il suo fine, quando la medesima repubblica potrà dirsi, che sia e stato [p. 42 modifica]popolare, e stato di pochi». E più di sotto: Πέποσθε δέ τοὐτο καὶ τὸ μέσον; ὲ μφαὶνεται γὰρ ὲκάτερον ὲν ὰυτωτὼν ακρον, δπερ ονμβαινει περῖ τἠυ Λακεδαιμονιων πολιτειαν Cioè: «Quel che nel mezzo suole avvenire, nel quale ambedue gli estremi si veggono, come nella repubblica de' Lacedemoni avviene.» E più di sotto replicando il medesimo così dice: Δη δ εν τἤ πολιτεὶαν. Cioè: «Gli è necessario nella ben mista repubblica, che l'uno e l'altro vi si vegga e non vi si vegga.»

Il che più chiaro ancora, con altre parole pur d'Aristotile, più di sotto si mostrerà. Il medesimo si dee dire della tragicommedia, nella quale il tragico e 'l comico, non come intere forme, ma come qualità del poema tragico e comico si ritruova. Il che come si faccia, con due chiarissimi esempli, l'uno degli Elementi, e l'altro dell'arte [p. 43 modifica]medica, venendo all'atto pratico mostrerò. E cominciando dal primo, qual discordia o nimistà maggiore si trovò mai di quella, che pose la natura ne' corpi semplici? I quali con le loro opposite differenze una tal guerra si fanno, che se l'effetto nol dimostrasse, parrebbe cosa impossibile che due soli di loro, non che tutti insieme, si potessero unir giammai. E pure la natura, maestra e madre dell'arte, ottimamente il fa, e il caldo, mortal nemico del freddo, e l'umido del secco, accorda insieme con tanta pace ne' misti, che dove disuniti non si potevano sofferire e davansi la fura per conservar sé medesimi, accompagnati poi nella generazione de' corpi a loro soggetti, cedendosi e pareggiandosi l'un con l'altro, lascian le proprie forme, e in una sola, da quella di ciaschedun di loro molto diversa, unitamente cospirano. Non altrimenti avviene delle due tragedia e commedia, le quali tutto che sien diverse, sì come non si nega che quando son separate e ciascheduna nella [p. 44 modifica]sua forma natia non abbiano a contenersi ne' loro termini, così quando queste medesime si congiungono insieme per fare un altro poema misto d'ambedue loro, vi concorrono a guida degli elementi per modo rintuzzate e corrette, che l'una diviene amica dell'altra. Non altramenti (e questo è 'l secondo esemplo forse più accomodato del primo) di quello che faccia il medico nel comporre la teriaca, la quale chiunque non sapesse come si tempri, sappiendo però ch'ella si faccia per antidoto del veleno, si maraviglierebbe non poco, vedendovi entrar la vipera fra tutte l'altre serpi velenosissima. Ma cesserebbe la maraviglia, quando poi intendesse ch'ella non v'entri se non purgata del suo veleno, tal che le parti sole che salutifere sono vi concorrono rintuzzate; così fa chi compone tragicommedia. Perciocchè dall'una prende le persone grandi e non l'azione, la favola verisimile ma non vera, gli affetti mossi ma rintuzzati, il diletto non la [p. 45 modifica]mestizia, il pericolo non la morte. Dall'altra, il riso non dissoluto, le piacevolezze modeste, il nodo finto, il rivolgimento felice, e sopra tutto l'ordine comico, del quale a suo luogo ragioneremo. Le quali parti, in questa guisa corrette, possono stare insieme in una favola sola, quand'elle massimamente sono condite col lor decoro, e con le qualità del costume che lor convengono. Concludiamo noi dunque, che la potenza del tragico, atta nata a fare una tragedia, non farà mai, dove concorrano l'atre parti nell'esser loro vigoroso ed intero, né commedia né tragicommedia; ma se tutte non vi concorrono, e se invece delle tragiche vi saran delle comiche, quella potenza non si condurrà mai all'atto di formare poema tragico: anzi il concorso delle parti tragiche e comiche circoncise faranno quella potenza molto debole e molto rimota da potersi produrre in atte. Né questa è dottrina mia, ma del maestro Aristotile; il qual volendo né suoi [p. 46 modifica]maravigliosi libri della Generazione esattamente trattare della rimescolanza che fanno i corpi naturali, va prima, com'è suo solito, dubitando, se di cotale rimescolanza la natura è capace, e argomenta così: Delle cose che si rimescolano l'una delle due cose par necessaria, o che ambe si disperdano, o l'una si conservi, e l'altra si perda. Che ambedue si conservino non può dirsi, conciossiacosaché non seguirebbe rimescolanza, se l'una e l'altra si conservasse in quel medesimo stato, nel quale, prima che si rimescolassero, si trovava. Ma né anche può dirsi che si dileguino, essendo che di cose non sussistenti niun composito, non che altro, immaginar non si può. Per la medesima ragione ancora è cosa impossibile che l'una si conservi e l'altra si perda, non potendosi fare di cosa che non sia rimescolanza di sorte alcuna, come s'è detto. Pare egli dunque che in verun modo la mescolanza de' corpi naturali far non si possa. Or questa [p. 47 modifica]difficoltà vien dal medesimo risoluta così:
«Delle cose che sono, alcune sono in potenza. alcune in atto; laonde si può dire che le cose rimescolate a un certo modo sieno e non sieno, perciocché, in quanto all'atto, il composito è diverso dagli ingredienti, ma in quanto ala potenzia ritiene alcuna cosa di quello che l'uno e l'altro aveva prima che si rimescolasse, che del tutto non è consunta»
Ma qui potrebbe dire alcuna persona bene intendente, che l'esempio non fosse simile, e la dottrina non militasse nella poesia tragicomica: imperocché l'acqua nel vino e il vin nell'acqua entrano interi, e perdono l'atto loro dalla rimescolanza, che segue, rintuzzandosi l'un per l'altro; quello che non avviene nel comporre tragicommedia, nella quale entran le parti già rintuzzate e non da rintuzzare, essendo che né d'intera o tragedia o commedia, ma solo d'alcune parti tragiche e comiche si compone. A che rispondo, che questo nasce [p. 48 modifica]dalla diversa natura delle cose che si compongono: la forma del vino in tutte le sue parti è la medesima sempre in atto, ma la forma della tragedia in ciascuna parte di lei non è, se non in potenza, né si riduce all'atto se non concorrono l'altre parti. E perché il fine della natura nelle rimescolanze de' corpi che i Greci chiamano omogenei è di produrre in atto una sola cosa di quelle due che concorrono; e prevedendo l'arte che ciò non si può fare della tragedia e della commedia, sì come quelle che di parti eterogenee son composte, perciocché se si rimescolassero una intera tragedia e commedia insieme, non avendo esse in sé principio intrinseco naturae, non potrebbe operare l'una nell'altra (condizione ch'è necessaria in tutte le naturali rimescolanze); onde ne seguirebbe che in un soggetto solo due forme, infra di loro contrarie, si comprendessero; l'arte, provvidentissima imitatrice della natura, fa essa l'ufficio del principio intrinseco, e dove la natura altera le parti [p. 49 modifica]rimescolate, essa le altera prima che le congiunga, acciocché possano stare insieme e produrre una sola forma nel misto. Ma si potrebbe nuovamente qui dubitare qual fosse in atto un tal misto della tragicommedia; ed io risponderei che ciò fosse il temperamento del diletto tragico e comico, che non lascia traboccar gli ascoltanti nela soverchia né malinconia tragica né dissoluzione comica. Da che risulta un poema d'eccellentissima forma e temperatura, non solo molto corrispondente all'umana complessione, che tutta solamente consiste nella temperie di quattro umori, ma della semplice e tragedia e commedia molto più nobile; come quella che non ci reca l'atrocità de' casi, il sangue e le morti, che sono viste orribili ed inumane, e non ci fa dall'altro lato sì dissoluti nel riso, che pecchiamo contra la modestia e 'l decoro d'uom costumato. E veramente, se oggi si sapesse ben fare (perciocché egli è molto malagevole), altra favola non dovrebbe [p. 50 modifica]rappresentarsi, sì come quella che è capace di tutte le buone parti del poema drammatico e tutte le cattive rifiuta, e tutte le complessioni, a tutte l'età, e tutti i gusti può dilettare, quello che non avviene delle due tragedia e commedia, che peccano nell'eccesso. Onde nasce che l'una viene oggidì da molti e grandi e saggi uomini abborrita, e l'altra poco stimata.
MA egli non mi parrebbe di avere appieno fornito l'ufficio mio, se dopo l'essersi conosciuto da quelle parti, che sono come forme della tragicommedia ch'ella per buono e regolato poema si dee ricevere, non provassi il medesimo dal suo fine. Conciossiacosaché altri per avventura potrebbe volere intendere quale egli fosse questo suo fine, o tragico, o comico, o misto, come parrebbe che richiedesse il dovere, essendo favola mista. Il che senza molta difficultà non si potrebbe accordare; essendo che ciascun'arte ha un suo fine dov'ella minor operando, e se n'ha due, l'uno riguarda [p. 51 modifica]l'altro per modo, che un solo sempre convien che sia il principale inteso da lei. Or concedasi che la tragicommedia sia misto ragionevole: che intende ella di fare? che fine ha? Vuole ella ridere, o piagnere? poichè l'uno e l'altro in un medesimo tempo far non si può. Qual dunque fa ella prima? qual più? qual meno? qual principale? qual subalterno? A questo obbietto non si può ben rispondere, se prima non si determina qual sia il fine della tragedia, e qual sia quello della commedia. Per intelligenza di che hassi a sapere che ciascuna arte, oltre quel principale che dianzi s'è da noi detto, ha un altro fine. L'uno, per cagion del quale operando l'artefice introduce nella materia che egli ha per mano quella forma ch'è fin dell'opera; l'altro, per bene e uso del quale a cosa che vuol condurre a fine vien operata. Nel qual senso disse Aristotile, che l'uomo è fin di tutte le cose. L'uno di questi fini chiameremo noi strumentale, e l'altro, con la voce medesima [p. 52 modifica]del Filosofo, architettonico. E questi sono ambedue nell'arte tragica e comica. E cominciando dalla commedia, il suo fine strumentale è d'imitare quelle azioni degli uomini privati, che col difetto loro muovono a riso; e questo è d'Aristotile. Ma il fine architettonico non si trova detto da lui, mancando in quel trattato che noi abbiamo dela poetica sua l'esame della commedia, dove noi doviam credere che ce l'avrebbe altresì così bene assegnato, come fece nella tragedia. Ma dal fine ch'egli assegnò dell'opera possiam noi bene conghietturare quale abbia a esser l'architettonico, essendo questo l'esemplare che l'artefice si propone. Laonde, considerata ben la nascita sua, che fu per occasione di baccanali, tutta piena d'ebbrezza e di lascivia fallica; e oltre a ciò venendo che 'l medesimo Aristotile la distingue dalla tragedia con le persone plebee, assignandole il riso per sua specifica differenza; pare a me che altro fine non possa avere, che di purgare gli [p. 53 modifica]animi da quelle passioni che si cagionano in noi da' travagli, non sol privati ma pubblici. Purga la malinconia, affetto tanto nocivo, che bene spesso conduce l'uomo a impazzare e darsi la morte; e purgalo in quella guisa che fa la melodia, secondo che c'insegna Aristotile, quell'affetto che i Greci chiamano ἐνθουσιασμός, e in quella che la Sacra Scrittura ci racconta, che David, coll'armonia del suo suono, cacciava i mali spiriti di Saul, primo re degli Ebrei. E sì come una parte di musica, secondo che il medesimo c'insegnò, è necessaria per cagione di ricrearsi e prendere quel ristoro di cui l'umana vita ha tanto bisogno; così la commedia con le festose e ridicole sue rappresentazioni rallegra l'animo nostro, e 'n quel modo che suole il vento dissipar l'aere condensato, scuote anch'ella, movendo il riso, quell'umor fosco e caliginoso, che, dal soverchio affisar della mente generandosi in noi, tardi il più delle volte e ottusi ci rende nell'operare. Per questo non [p. 54 modifica]vi s’inducono se non persone private, con difetti degni di risa, scherzi, giuochi, intrighi di poco peso, di corto tempo, e d’esito giocondissimo. Tale ha il suo fine architettonico la commedia. Ma la tragedia, per lo contrario, richiama l’animo rilassato e vagante; ond’ella ha fini di gran lunga divrsi, amendue dimostratici nella Poetica d’Aristotele, ov’egli la diffinisce; in ciò molto più fortunata della commedia. L’uno è l’imitazione di qualche caso orribile e compassionevole, e questo è lo strumentale; e l’altro è la purgazione del terrore e della compassione, ch’è l’architettonico. La qual purga, come si faccia, è molto necessario d’intendere, chi vuol toccar con mano quel che si cerca. So che questo passo è uno de’ più difficili che abbia tutta l’arte poetica d’Aristotile, e però intendo di trattarlo con gran modestia verso coloro che sono stati de’ primi uomini del tempo loro, i quali, per mio credere, piuttosto l’hanno adombrato che dichiarato. [p. 55 modifica]Tutto quello che in ciò fa dubbio di non lieve importanza, pare a me che si riduca a due punti. L’uno, per qual ragione voglia Aristotile che l’uom si privi della compassione, ch’è cosa, come dice il Boccaccio, cotanto umana. E in verità, che ’l terrore s’abbia a purgare come affetto disordinato che corrompe la virtù della fortezza, ha molto del ragionevole,o, per dir meglio, del necessario. Ma spogliarsi della pietà, chi può farlo senza spogliarsi d’umanità? Per modo che la tragedia per questo solo meriterebbe di essere, come fiero e scandaloso spettacolo, abborrita. L’altro punto è: come può stare che le cose terribili purghino la paura, conciossiacosachè non si vegga le materie colleriche essere atte a purgar la collera, ma sì bene farla maggiore, e così le flemmatiche e l’altre degli altri umori? E però con le viste di cose orribili e spaventose a chi è timido di natura s’aggiungerà piuttosto spavento; quantunque dicano alcuni, che anzi [p. 56 modifica]abituarsi nel veder cose orribili, come sangue, ferite e morti, rende l’animo intrepido, e coll’esempio del soldato conchiudono, che in cotal guisa la tragedia purghi il terrore. Il che forse si potrebbe concedere, s’ella rappresentasse gladiatori o sicarj. Ma ella è da ciò tanto lontana, che anche le morti che sono in lei rade volte sottopone agli occhi degli ascoltanti, ma fallo raccontare, avvengachè qualche volta i corpi morti produca in palco, com’Euripide fece nelle Fenisse. Certissima cosa è, che Sofocle nol fe mai, checchè si dicano alcuni, i quali s’hanno creduto che la morte d’Aiace si faccia in vista del teatro, che non è vero a chiunque intende e considera ben quel luogo. Così dunque non può ella voler purgare, perciocchè le viste truculenti fanno ben gli uomini più crudeli, ma non più forti. Nè la fortezza del soldato, quand’ella nasce dall’abito di veder corpi morti, è virtù. E chi per altra via non è forte, impropriamente si [p. 57 modifica]chiama tale; come quella eziandio del nocchiero abituato nelle tempeste del mare, secondo che c’insegna Aristotile, non può dirsi vera fortezza. Il veder dunque in altrui spesso la morte assicura bene di praticare dove si muore; e per questo i carnefici, e né tempi di pestilenza i beccamorti, che son persone vilissime, in quel loro esercizio sono intrepidi più degli altri; ma non rende gli animi forti né purga il timor della morte. E che sia vero, pochi sono i soldati, tutto che ogni giorno veggano il sangue, che quando il pericolo della morte non è più in mano della fortuna ma del nemico più forte e già si veggono sopraffatti, stien saldi nella battaglia e non volgan le spalle, e que’ pochi che resistono e fanno testa, non sono forti per abito di vista spaventevole e truculenta, ma per abito d’onorato, virtuoso e lodevole oggetto. Vengo ora alla compassione, della quale potrebbe dirsi che ’l frequentare e viste compassionevoli fosse cagione di consumarla; ma io [p. 58 modifica]non so vedere come altri possa privarsi di questo affetto senza spogliarsi d’umanità, che vuoi dire farsi crudele. Nè so come Aristotile il voglia, avendoci egli pure insegnato nelle Morali che si dee compatire del male che ha l’amico. Or queste sono le difficultà, che ci bisogna prima risolvere, volendo bene intendere il modo con che il poema tragico purga. E prima ch’altro s’intenda, è da sapere che la voce purgare ha due sensi. L’uno è di spegnere affatto, e in questo l’usò il Boccaccio, là dove e’ disse: «I peccati che tu hai infino all’ora della penitenza fatti, tutti si purgheranno.» L’altro è di purificare, e mondare. E in tale senso disse il Petrarca: «Vergine, i’ sacro e purgo Al tuo nome e pensieri e ’ngegno e stile,» perciocchè quivi non vuole spegnere il proprio ingegno come il Boccaccio intendeva di spegnere le peccata, ma di sgombrarlo d’ogni viltà, e farlo in sua natura perfetto. In questo secondo significato si dee prendere il purgare della tragedia, [p. 59 modifica]come altresì lo prendono i medici, i quali, quand’essi voglion purgare, pogniam caso la collera, non hanno intenzione di spegnerla o diradicarla affatto dal corpo umano (chè cotesto sarebbe un volere uccidere, e non sanare, levando alla natura tutto un umore, ond’ella si serve per temperamento degli altri), ma di levarne sol quella parte, che traboccando fuor de’ termini naturali corrompe la simetria della vita, onde poi nasce l’infermità. Non purga dunque il poema tragico gli affetti suoi alla stoica, spiantandogli totalmente da’ nostri cuori, ma moderandoli e riducendogli a quella buona temperie che può servire all’abito virtuoso. Anzi si val dell’uno per medicina dell’altro; perciocchè tanto è lontano che tutti i timori sien viziosi, che anzi ve n’ha di quelli che sono i naturali fomiti alla virtù, com’è il timor dell’infamia. Parimente la commiserazione non è tutta buona, perciocchè, non servati i debiti modi, passa in tenerezza e in mollizie, [p. 60 modifica]che snerva gli animi giusti. Hanno dunque bisogno questi due affetti d’esser purgati, cioè ridotti a virtuoso temperamento; e questo fa la tragedia. Ma se il purgare si considera come effetto della cosa purgante, diremo che questi affetti purgano nel primiero significato, perciocchè il buono intende di spegnere e diradicare affatto il cattivo. Se dunque il timore e la compassione purgan gli affetti simili a loro, e de’ timori e delle compassioni altri son buoni, altri no, bisogna che noi veggiamo quali nella tragedia sono i purganti, e quali i purgati; e quinci apparirà che non repugna alla natura loro il purgare e l’esser purgati. E cominciando dal primo, dico; che siccome l’uomo ha due vite, l’una dell’intelletto e l’altra del senso, così può aver timor di due morti, nelle quali, per testimon d’Aristotile, è per lo più fondato il terribile. Quale è dunque il terrore purgante nella tragedia? Quel della morte interna, il quale, eccitato nell’animo di chi ascolta per [p. 61 modifica]immagine delle cose rappresentate, tira, per la similitudine che l'un timore ha con l'altro, a guisa di calamita, il male affetto peccante; onde poi la ragione, ch'è natura e principio della vita dell'anima, aborrendolo come suo capital nemico e contrario, lo spinge fuori di sé, lasciandovi solo il buon timor dell'infamia e della morte interna, fondamento della virtù. Quando dunque il terrore purga il terrore, non fa come se giungesse collera a collera, ma come il rabarbaro; il quale tutto che abbia similitudine occulta con quell'umor ch'egli purga, in quanto al fine però gli è sommamente contrario, perciocché l'uno sana, e l'altro corrompe. Così il terrore purga il terrore; conciossiacosaché niuna via può trovarsi, né più valida, né più certa di non temere il morire, che il dar vigore e spirito alla vita dell'anima, ch'è il senso dea ragione. Tutti gli altri sono men gagliardi argomenti. Che se delle due vite l'interna è la più propria dell'uomo, non ha alcun dubbio che chi [p. 62 modifica]vivace la sente in sé, sosterrà pria di non essere, che di mal essere. In questo dunque consiste tutto il negozio della tragedia, la quale, rappresentandoci quel terribile che può essere nella morte dell'animo, c'insegna di non aver timor di quella del corpo, e fa sentirci di dentro la forza della giustizia, per cagion della quale veggiamo i personaggi tragici, quando sono nell'animo tormentati, non sentire i tormenti del corpo e non aver timore alcun della morte. Per questo gli scelerati non hanno luogo nelle tragedie, sì come quelli che hanno tutto mortificato il sentimento interno della ragione.
Ma vegniamo agli esempii. Di che si duole Edipo nel Tiranno di Sofocle, regine ed esemplare delle tragedie? di che, dico, si duole quel re infelice dopo il riconoscimento del parricidio e dello incesto da lui commesso? di doversi privar del regno? della patria? d'esser caduto dello stato reale e fatto di re mendico? no. E pure queste sono [p. 63 modifica]percosse e maggiori e le più gravi che possa avere chi altamente è nato; ma esso non le sente, anzi prega che quanto prima sia condotto fuori della città, lasciando il regno a Creonte, sì come a lui ricaduto per morte sua non naturale, ma civile; né altra cosa il tormenta che il parricidio e l'incesto; vedendosi in quelle colpe caduto tanto nefande, e da lui sì grandemente abborrite, che prima per la sua interna giustizia si sarebbe dato la morte, che volontariamente commetterle. Quest'orrore, questa infamia l'occupa tanto, che si scorda d'ogni altro danno; questo dolore l'accuora sì, che non sente la perdita né degli occhi né della patria né dello scettro reale, e parla delle sue pene interne, come se nell'esterno non sentisse dolore e perdita alcuna. Spettacolo che ci fa ravvedere delle nostre infermità, e a coloro che temono sì grandemente il morire fa chiaramente conoscere che l'umana natura ha cosa più terribile della morte, della [p. 64 modifica]quale se si dee pur temere, di quella sola dell'animo dee temersi; poi che quella del corpo a paragon di lei diviene quasi insensibile. Il medesimo documento ci dà pur anche Sofocle nell'Aiace, tormentato sol dall'infamia, nella quale a lui pare d'esser caduto per la pazzia, che pure è morte dell'anima, che lo spinse a torsi la vita, non volendo vivere alla natura, essendo morto nell'onore. Lo stesso pur s'impara ancor nell'Antigone e nell'Efigenia, perciocchè, per lo bene adoprare ch'è la vita dell'anima, l'una nel seppellire il fratello, e l'altra nel procurare il ben pubblico, non curano nè il danno nè il pericolo della morte del corpo. E così discorrendo per tutte l'altre che sono buone tragedie, come che poche se ne veggan di tali, si troverà che 'l terrore purga di questo modo il terrore, avvenga che alcune più alcune meno, secondo ch'elle, o per la favola o per l'artificio del poeta, sono più e meno perfette. Ma qui potrebbe nascere un dubbio, il quale [p. 65 modifica]è bene che si risolva. Perciocchè nel trattato della fortezza Aristotile non riceve per atto virtuoso il darsi la morte: onde si porria dire che la tragedia, insegnando di cader nel peccato, non purgasse ben gli animi, ma piuttosto gli corrompesse. A che si può rispondere in due maniere. L'una è, che per fuggir l'infamia, o per coscienza del lor peccato, ma per non sostenere o povertà o altra molestia del senso, si recano a darsi morte: e quantunque la nostra santa e vera religione reputi peccato (come è) ogni volta che qualch'uno da sè stesso si procura la morte, nientedimeno la gentilità, che non avea questo lume, giudicò fatto nobile il darsi morte, o per la gloria come Cato, Bruto, e altri, ma più di tutti Lucrezia, che non per gloria, ma per giustificare l'onestà sua, se la diede. L'altra risposta è, che la tragedia non si serve dell'atto volontario di chi s'ammazza, per imitare un'opera virtuosa, ma per [p. 66 modifica]esprimere che tanto è il dolor dell'animo, che chiunque si dà la morte non sente quello del corpo, e che la nostra umanità patisce cosa che più le preme ed è più spaventevole della morte: che finalmente la tragedia è una favola, e non ha per suo scopo d'insegnar la virtù, ma di purgare quelle due perturbazioni dell'animo, in quanto può una favola, che fanno ostacolo alla fortezza, che in tutti gli atti umani è tanto nobile e necessaria virtù.
Or passiamo all'altro affetto della compassione, la quale non è altro che dolore del male altrui: ma questo male può essere in due maniere, o del corpo, o dell'animo; onde nascon le due compassioni buona, e cattiva: perciocchè la buona è, quando noi ci attristiamo di chi s'affligge nell'animo perchè troppo si sia compiaciuto nel corpo; e la cattiva è, quando ci attristiamo di chi s'affligge nel corpo per aver pace con l'animo. E in ciò consiste la vera cognizione di questo affetto utilissimo, anzi pur [p. 67 modifica]necessario a tutta la vita umana, perciocchè altra differenza non è tra il continente e l'incontinente, che si posson chiamare i soldati della virtù, se non che l'uno non ha compassione al corpo e l'affligge per non aver tormento nell'animo, l'altro è tanto tenero verso il corpo, che si lascia cadere nell'offesa dell'animo, ond'egli ha poi l'angoscia del pentimento. Quinci è nato il proverbio che, medico pietoso fa la piaga verminosa: chè s'egli usasse il ferro, e non avesse quella sciocca pietà per non dar pena allo infermo, per poco male che gli facesse, il camperebbe da morte. Il medesimo è nel soldato; il quale, se è troppo di sè stesso, fugge le fatiche e i pericoli: onde poscia avvien di leggieri, che egli, o lasciando gli ordini, o volgendo le spalle, o altra cosa operando indegna di lui, cada in infamia, e poi se ne crucci e sia degno di vera compassione. Così il padre, così il maestro troppo a' discepoli e a' figliuoli indulgente, così il giudice, così il [p. 68 modifica]prencipe troppo compassionevole nel punire sono cagione di tutti i mali che commettono i trasgressori. Non si vuol dunque aver compassione dell'altrui pena del corpo, quand'ella è giusta; ma sì ben della colpa, quand'ella, conosciuta e sentita dal peccatore, diventa pena del suo peccato:

  1. Nella edizione del Ciotti manca il non evidentemente richiesto dal senso.