Geografia (Strabone) - Volume 2/Libro III/Capitolo V

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Capitolo V

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Strabone - Geografia - Volume 2 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
Capitolo V
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CAPO V.


Isole adiacenti all’Iberia. — Costumi dei loro abitanti — Dell’isola di Gadi; suo commercio. — Ricchezza de’ suoi ahitanti — Antiche tradizioni sulla fondazione di Gadi. — Fontana singolare in Gadi — Esame delle cagioni del flusso e riflusso del mare, e degli straripamenti del fiume Ibero. — Descrizione di alcuni alberi dell’Iberia. — Isole Cassiteridi e loro abitanti.

Fra le isole adiacenti all’Iberia, le due Pitiuse e le due Gimnesie (le chiamano anche Baleari) trovansi presso alla spiaggia che stendesi da Tarragona al Sucrone, e sulla quale è fabbricata Sagunto1. Ma le Pitiuse sono più addentro nel mare e più delle Gimnesie inclinate al settentrione: e l’una chiamasi Ebuso2 con una città dello stesso nome; e la sua periferia è di trecento stadii, lunga quasi altrettanto che larga. L’altra è detta Ofiusa, deserta e molto minore della prima, alla quale è vicinissima. Delle Gimnesie poi la maggiore3 ha due città, Palma e Pollenzia; questa situata all’oriente, l’altra al ponente. La lunghezza di tutta l’isola è di quasi seicento stadii; la larghezza di circa duecento, [p. 360 modifica]sebbene Artemidoro la faccia due volte più lunga e più larga. La minore4 delle Gimnesie è distante circa duecentosettanta stadii da Pollenzia: e nella grandezza è molto inferiore all’altra, ma di bontà non l’è punto al di sotto. Perocchè tutte e due sono fertili e con buoni porti, i quali hanno per altro in sui loro ingressi alcuni scogli, sicchè a’ naviganti è d’uopo di cautela per entrarvi. La fertilità dei luoghi poi fa sì che gli abitanti ne siano pacifici, quali sono anche quelli di Ebuso. Ma per avere alcuni malvagi fatta società coi ladroni di mare, ne furono tutti infamati; e si mosse contro di loro5 Metello, soprannomato poscia Balearico, il quale fondovvi le predette città. Come poi a motivo di questa medesima fertilità di cui godono sono spesse volte insidiati, così benchè siano di loro natura pacifici hanno fama per altro di ottimi frombolieri; nel quale esercizio, per quanto si dice, sono diventati espertissimi da che i Fenici s’impadronirono di quelle isole. E dicesi che i Fenici pei primi recassero a quelle genti l’usanza delle tonache con larghi orli6. Avevano poi in costume di combattere ignudi, recandosi in mano uno scudo ed un giavellotto abbruciato dall’una delle estremità, ma di rado guernito anche di una punta di ferro. Portano oltre di ciò intorno alla testa tre fionde fatte di melancrena (specie di giunco7 del quale si fanno le [p. 361 modifica]corde; d’onde poi Fileta nell’Ermenia dice: È avvolto in una sordida toga, e intorno alle scarne reni ha una cintura di melancrena, per significare una corda di melacrena) o di crini o di nervi. La più lunga per trarre da lungi; la più corta per combattere da vicino; e la mezzana per le distanze mediocri: e sin da fanciulli si esercitavano a quest’arma per modo che i parenti non solevano dare il pane ai figliuoli, se non quando l’avessero colpito colla fionda8. Per la qual cosa Metello navigando a quelle isole fece distendere delle pelli al di sopra dei ponti delle navi, affinchè servissero di riparo contro le fionde; e così vi condusse una colonia di tre mila Romani dell’Iberia.

Alla fertilità del terreno s’aggiunge poi che in quelle isole non trovasi quasi verun nocivo animale. Dicono infatti che anche i conigli non vi sono indigeni; ma che sendone colà portata dal continente una copia, maschio e femmina, vi si fermò la razza: la quale fu dal principio sì numerosa che a forza di scavare sotterra, rovesciava le case e gli alberi, e costrinse (come abbiamo già detto) quegli abitanti di ricorrere per aiuto ai Romani. Oggidì per altro la destrezza colla quale ne fanno la caccia non permette che si rinnovi quel danno, ma chi possiede terreno può coltivarlo con buon successo. E

[p. 362 modifica]queste sono le isole al di qua delle così dette Colonne d’Ercole. In vicinanza di queste Colonue vi ha due isolette9, l’una delle quali è chiamata isola di Giunone; ma alcuni le comprendono anch’esse sotto il nome di Colonne.

Al di là dello stretto avvi Gadi, di cui abbiamo detto soltanto ch’essa trovasi a circa settecentocinquanta stadii da Calpe. Essa poi è fondata vicino alla foce del Beti, e molte sono le cose che se ne sogliono dire. Perocchè agli abitanti di Gadi appartengono per maggior parte le più grandi navi che solcano il nostro mare e l’Oceano, sebbene essi posseggano un’isola di poca estensione e non molta parte del continente, nè altre isole fuorchè la propria. La maggior parte di quegli uomini menano la lor vita sul mare; pochi se ne stanno alle loro case o vivono in Roma. Se ciò non fosse potrebbe dirsi che Gadi non è inferiore a verun’altra città, dopo Roma, nella moltitudine degli abitanti. Perocché udii che in uno dei censi fatti ai dì nostri furono annoverati ben cinquecento cavalieri gaditani, quanti non se ne trovano in nessuna città d’Italia, fuor Padova solamente. Ora questi uomini così numerosi posseggono un’isola che per lunghezza non è molto maggiore di cento stadii, ed in qualche luogo è larga uno stadio solo. Da principio abitarono una città piccolissima. Balbo gaditano ch’ebbe l’onor del trionfo10 ne aggiunse loro un’altra [p. 363 modifica]denoninata la città nuova; e dell’una e dell’altra si compose quella ch’or dicesi Didima, che pur non ha se non venti stadii di periferia. E quantunque sì piccola, pur gli abitanti non vi si trovano angustiati; giacchè pochi son quelli cbe sogliano rimanervi, ma i più vivono quasi sempre sul mare. Alcuni poi abitano anche sul continente, e più ancora in un’isoletta11 vicina a Gadi, cui per la fertilità del terreno e allettati dalla sua posizione convertirono quasi in una città rivale di Didima. E questa pure, chi ben consideri, è scarsamente abitata, non altrimenti cbe il porto fatto costruire da Balbo sulla spiaggia del continente.

La città poi è situata nella parte occidentale dell’isola; e le si congiunge il tempio di Saturno in quella estremità che accenna all’isoletta già mentovata. Il tempio d’Ercole è nell’estremità opposta verso l’oriente, dove l’isola è più vicina al continente, sicchè vi resta frammezzo uno stretto di uno stadio solo. E dicono che questo tempio è distante dodici miglia dalla città, ragguagliandosi così il numero delle miglia con quello delle fatiche d’Ercole12: ma nel vero quella distanza è

[p. 364 modifica]maggiore, e per poco non uguaglia la lunghezza di tutta l’isola dall’occidente all’oriente.

Par che Ferecide confonda Gadi con Eritia, dove si dice avvenuto quanto favoleggiasi di Gerione: altri intendono sotto quel nome l’isola che sorge vicino alla città e n’è separata dallo stretto di uno stadio che già dicemmo. E così credono, argomentandolo dalla gran bontà dei pascoli di quell’isola, sicchè il latte delle bestie ivi pasciute non fa punto di siero, ed è tanto denso che per farne cacio son necessitati di mescolarvi molt’acqua. E il bestiame se ne morrebbe colà soffocato se ogni cinquanta giorni non gli traessero sangue; perocchè l’erba che mangiano è bensì secca ma di natura da far impinguare assai: e, di qui poi si crede che siasi inventato ciò che si favoleggia degli armenti di Gerione. Del resto tutta quella spiaggia è abitata da diversi coloni.

Intorno poi alla fondazione di Gadi quegli abitanti ricordano un certo oracolo, dal quale dicono che fu già tempo comandato ai Tirii d’inviare una colonia alle Colonne d’Ercole: che le persone spedite ad esplorare il luogo, essendo pervenute allo stretto vicino a Calpe, credendo che que’ promontorii dai quali esso è formato fossero i termini della terra abitata e della spedizione di Ercole (e che per questo l’oracolo le avesse denominate Colonne), approdarono al di qua dello stretto medesimo in quel luogo nel quale ora si trova la città degli Assitani; ma che avendo poi quivi sagrificato e vedendo che gli augurii non riuscivauo favorevoli se ne tornarono al proprio paese. Di lì a qualche tempo (soggiungono) [p. 365 modifica]furono spediti alcuni altri, i quali si spinsero fino al di là dallo stretto lo spazio di circa mille e cinquecento stadii, e trovarono un’isola consacrata ad Ercole, posta rimpetto ad Onoba città dell’Iberia. E pensando che quelle fossero le Colonne, sagrificarono al Dio. Ma tornando contrarii gli indizii rimpatriarono anch’essi. Se non che essendo inviata una terza missione fondarono Gadi, fabbricando il tempio di Ercole nelle parti orientali dell’isola, e la città nelle parti occidentali. Di qui poi è venuto che sotto il nome di Colonne alcuni intendono i promontorii dello stretto, altri intendono Gadi; ed altri un luogo ancor più lontano13. V’ha [p. 366 modifica]chi stima che le Colonne siano Calpe ed Abila, che è un monte di Libia opposto a Calpe, e situato secondo Eratostene fra’ Metagoni, schiatta di nomadi. Altri le crede invece quelle due isolette cbe stanno presso ai monti già mentovati, ed una delle quali è chiamata isola di Giunone. Anche Artemidoro parla dell’isola di Giunone e del suo tempio, ma nega che ne sussista alcun’altra, nè il monte Abila nè la gente dei Metagoni. Alcuni poi riferiscono a que’ luoghi le Plancte e le Simplegadi14, e tengono che queste siano le Colonne da Pindaro denominate Porte Gaditane, affermando che furon l’ultimo punto a cui Ercole giunse. Del resto Dicearco, Eratostene, Polibio e la maggior parte degli scrittori greci sogliono collocar le Colonne vicino allo stretto; ma gli abitanti d’Iberia e di Libia affermano che sotto quel nome debba intendersi Gadi; perchè i luoghi intorno allo stretto non rendono punto immagine di colonne. V’ha eziandio chi vuol cbe s’intendano le colonne di bronzo di otto cubiti che sono nel tempio d’Ercole in Gadi, su le quali sta inscritto quanto fu speso nella fondazione del tempio stesso. Queste (dicono essi) son quelle colonne alle quali pervenivano i navigatori come ad ultimo punto dei loro viaggi, ed avendo in costume di far quivi sagrifizii ad Ercole, s’adoperarono a diffondere

[p. 367 modifica]questa opinione che le dice l’estremo confine e della terra e del mare. Anche Posidonio stima che questa opinione sia più credibile di tutte, e che l’oracolo e le molte spedizioni ricordate poc’anzi siano una menzogna fenicia. E nel vero in quanto alle spedizioni non so quello che si potesse dir con certezza o per negarle o confermarle: ma bensì ha qualche ragione chi dice che quelle isolette o montagne non somigliano a colonne, e cerca presso a colonne propriamente dette i confini della terra abitata e della spedizione di Ercole. Perocchè v’ebbe già questa usanza di porre così fatti confini; così per esempio quelli di Reggio fondarono sullo stretto una piccola torre in luogo di una colonna, alla quale poi sta di rimpetto la torre di Peloro: così furono poste le così dette are dei Fileni quasi nel mezzo di quello spazio che divide l’una dall’altra Sirti; e v’ha ricordo di una certa colonna anticamente fondata sull’istmo di Corinto e posta in comune dai Ionii che, discacciati dal Peloponneso, occuparono l’Attica e il Megarese, e da coloro che impadronironsi in quella occasione del territorio d’onde questi erano stati espulsi: sulla quale colonna poi dal lato che accennava a Megara avevano scolpito: Qui non è Peloponneso ma Ionia; e dall’altro: Qui è Peloponneso e non Ionia. Anche Alessandro fondò alcune are come confini della sua spedizione nell’India orientale in que’ luoghi ai quali ultimamente pervenne, imitando Ercole e Bacco. Tale adunque era il costume antico. Ma è naturale per altro che anche i luoghi pigliassero il nome de’ monumenti cbe v’erano eretti principalmente dopo che questi furono consumati [p. 368 modifica]dal tempo. Così non restano più a’ dì nostri le are dei Fileni, ma il luogo ne conserva tuttora il nome: e dicono che nell’India non si vedevano più le colonne di Ercole nè di Bacco; e non di meno i Macedoni seguitando i nomi e le indicazioni di alcuni luoghi nei quali trovarono qualche indizio delle cose che si raccontan di Ercole o di Bacco, credettero che quelli fossero le colonne. Il perchè poi si può credere che anche nei luoghi dei quali parliamo, i primi uomini, volendo porre dei limiti, adoperassero are o torri o colonne fatte a mano e poste nelle parti più ragguardevoli di que’ luoghi nei quali finirono le loro spedizioni (e ragguardevoli soprattutti sono gli stretti, e i monti che stanno lor sopra, e le isole, cose tutte acconcissime ad indicare le estremità e i cominciamenti dei paesi); ma quando poi que’ monumenti artefatti svanirono fu naturale che il loro nome si trasportasse a’ luoghi dov’essi erano stati, o fossero questi, come vogliono alcuni, le due isolette già mentovate, o quei promontorii dai quali è formato lo stretto. Perocchè questo è difficile a stabilirsi, a quale di questi due luoghi si debba attribuire siffatta denominazione per essere tutti e due somiglianti a colonne. E dico che sono somiglianti, perchè sogliono collocarsi in luoghi che manifestamente dimostrano di essere l’estremità di un paese; sicchè poi e questo stretto ed altri parecchi van sotto il nome di bocche, e una bocca è il principio della navigazione a chi entra in un luogo qualunque ed è invece il fine a chi n’esce. Le due isolette pertanto situate vicino a questa bocca, per avere una chiara periferia ed acconcia a servire di segno, si [p. 369 modifica]sono non a torto paragonare a colonne; e così anche i monti soprastanti allo stretto, i quali nella loro sommità rendono immagine di colonnette o colonne. Quindi poi Pindaro ben disse le Porte Gaditane, qualora le colonne s’immaginino collocate in sulla bocca; perocchè quelle bocche somigliano appunto a colonne: mentre Gadi per lo contrario non è fondata in tal sito da poter indicare l’estremità di un paese, ma sta invece quasi nel mezzo di una grande spiaggia sinuosa. Il trasportar poi questo nome alle vere Colonne che trovansi nel tempio d’Ercole in Gadi è, per quanto a me sembra, il men ragionevol consiglio: giacchè è probabile che non da mercatanti ma da condottieri di eserciti pigliasse principio cotesto nome divenuto poi famoso col tempo, siccome avvenne anche delle colonne dell’India. Oltre di che anche l’inscrizione già mentovata contraddice a questa opinione, perocchè non indica un dono sacro, ma la somma spesa nella costruzione del tempio; eppure le colonne d’Ercole dovrebbon essere un monumento delle grandi azioni di quell’eroe, anzichè delle spese fatte dai Fenici.

Dice Polibio esservi nel tempio d’Ercole in Gadi una fontana, dove discendendo per pochi scalini si trova l’acqua ch’è buona da bere, e nella quale si osserva un fenomeno contrario al flusso e riflusso del mare: perocchè quando questo si gonfia essa decresce, e si riempie invece quando il mare rifluisce. E ne reca questa ragione, che l’aria saliente dal profondo alla superficie della terra, allorchè questa pel flusso del mare trovasi occupata dal fiotto, è impedita di sprigionarsi [p. 370 modifica]per le naturali sue uscite, e perciò ritorcendosi verso le interne parti ottura i meati della fontana, e fa sì che l’acqua vien meno: ma quando la superficie resta di bel nuovo nuda dell’acqua, l’aria pigliando il suo retto viaggio, sgombra le vene della fontana per modo che essa ne scaturisce copiosamente. Artemidoro poi contraddicendo a questo raziocinio e volendo nel tempo stesso addurre di proprio ingegno un’altra cagione di questo fenomeno, fa menzione anche dell’opinione di Silano istorico, e dice cose al parer mio indegne d’essere riferite, per essere egli e Silano ignoranti di queste materie. Ma Posidonio affermando ch’è falso tutto quanto raccontasi di questa fontana, dice che v’ha nel tempio di Ercole due pozzi, e un altro nella città: che di quelli del tempio il più piccolo si dissecca qualora si continui per alcun tempo a trarne acqua; poi di nuovo si riempie tosto come cessano d’attingere: e il maggiore invece dà acqua per tutto il giorno quant’esso è lungo, poi diminuendosi per quel continuo attingere, siccome accade di tutti i pozzi, torna ad empirsi durante la notte; e perchè spesse volte questo riempimento s’incontra nelle ore del riflusso, viene comunemente creduto dagli abitanti ch’esso cresca e decresca con un ordine contrario a quello del mare. Che poi il fatto in sè medesimo fosse colà creduto l’attesta Posidonio stesso, e noi lo abbiamo trovato riferito fra le cose mirabili. Udimmo poi dire esservi colà altri pozzi; alcuni fuori della città pei giardini, altri al di dentro; ma che nondimeno per la malvagità di quelle vene usano frequenti cisterne nelle quali raccolgono altr’acqua. Se poi anche qualcuno di [p. 371 modifica]questi pozzi dia indizio di quel movimento contrario al mare di cui già si è detto, non lo sappiamo: ma le cagioni di questo fenomeno, se pure esso è vero, voglionsi collocar fra le cose difficili da spiegare. E può darsi che la cosa sia come la dice Polibio: e può darsi eziandio che alcune vene di quelle fonti inumidite al di fuori si rilassino per modo che l’acque si diffondano dai lati invece di pullulare movendosi pel solito loro canale: e debbono al certo inumidirsi le vene quando l’acqua inonda la superficie.

Se poi, come dice Atenodoro, il fenomeno del flusso e riflusso somiglia all’inspirazione ed espirazione, è naturale che v’abbiano delle correnti le quali per mezzo di certi meati (le cui bocche sono da noi chiamate fontane o sorgenti), mettono capo alla superficie; e per mezzo di certi altri sono invece ritratte fino alla profondità del mare, e rigonfianlo in modo da traboccare, poscia ritornano di bel nuovo al loro proprio corso, quando il mare rifluisce nel suo letto. Non so poi come Posidonio che in tutto il resto suol dimostrarne i Fenici ingegnosi, in questo ne disveli l’imbecillità anzichè l’argutezza. Ben è il vero che il giro del sole misurasi dallo spazio di un giorno e di una notte, durante il quale esso ora è sotto la terra ora apparisce al di sopra: ma Posidonio poi dice che il movimento dell’Oceano dipende da quello degli astri, e ch’esso ha come la luna il periodo d’un giorno, d’un mese e d’un anno; perocchè (dice) quando la luna è al di sopra del nostro orizzonte quanto è grande lo spazio di un segno del zodiaco, il mare comincia a gonfiarsi, ed a diffondersi [p. 372 modifica]sensibilmente sul terreno, finchè la luna non sia giunta nel mezzo del cielo: poi quando essa declina, anche il mare si va a poco a poco ritraendo, finch’essa non si trovi ad un segno15 dal suo occidente. Allora il mare resta ad uno stesso livello infino a che la luna non sia pervenuta al tramonto, e continuando il suo moto al di sotto della terra non siasi discostata di un segno dall’orizzonte. Dopo di che il mare comincia a crescer di nuovo finchè quella non sia pervenuta a mezzo il cielo dell’opposto emisferio: poi ricomincia da capo a ritrarsi finchè la luna procedendo verso il luogo d’onde ha da sorger di nuovo, non è venuta a trenta gradi dall’oriente. Allora si ferma di nuovo fin tanto che la luna non sia ascesa trenta gradi al di sopra dell’orizzonte, per poi diffondersi come prima. Questo al dire di Posidonio è il movimento diurno del mare16. Rispetto al mensuale egli pretende che le maggiori maree accadano al tempo delle nuove lune: che poi diminuiscano fino a che non apparisce divisa in due parti: e poi di nuovo si gonfino fino alla luna piena: quindi ritraggansi fino all'ultimo quarto, per cominciare poi un’altra volta a gonfiarsi fino alla luna nuova. E soggiunge, che questi accrescimenti debbono intendersi tanto rispetto alla durata quanto rispetto alla celerità. Finalmente per ciò che risguarda il movimento annuale, afferma di avere sentito dire in Gadi, il flusso e riflusso ne’ solstizii d’estate essere maggiore che in qualsivoglia altra stagione. D’onde poi egli stima ch’esso vada diminuendo fino all’ [p. 373 modifica]equinozio d’inverno: che quindi s’accresca sempre fino al solstizio pure d’inverno, poi diminuisca fino all’equinozio di primavera, per aumentare di nuovo fino al solstizio d’estate. Ma succedendo17 queste mutazioni del mare ogni giorno ed ogni notte, giacchè in questo spazio di tempo il mare due volte trabocca e due volte si raccoglie di nuovo dentro il suo letto, e questo ordinatamente ogni giorno e ogni notte; come possono poi credere che il decrescimento del pozzo non accada cosi spesso come il suo accrescimento durante il riflusso, o che se accade uno stesso numero di volte, non sia per altro nella medesima proporzione? Forse che i Gaditani non erano capaci di osservare i fenomeni di ciascun giorno, sebbene avessero conosciute le rivoluzioni annuali da un fatto che si rinnova appena una volta ogni anno? Che Posidonio abbia prestato fede ai Gaditani è manifesto dalle congetture che ei fa sulle cagioni degli altri accrescimenti e decrescimenti soliti ad accadere fra un solstizio e l’altro, e sui loro periodici ritorni. Ma non è poi naturale che essendo quel popolo abituato all’osservazione, non abbia vedute le cose che succedono realmente, ed abbia invece creduto a quelle che non succedono. Dice pertanto Posidonio che un certo Seleuco del mar rosso affermava essere il flusso e riflusso marino talvolta regolare e talvolta no, secondo i diversi segni del zodiaco nei quali la luna si trova: perocchè quando essa è nei segni equinoziali i predetti [p. 374 modifica]fenomeni accadono regolarmente, ma quando è invece nei segni solstiziali v’ha irregolarità, sì nella misura come nella prestezza. E che rispetto agli altri segni l’anomalia è maggiore o minore secondochè sono più o meno vicini a quelli or or mentovati. In quanto a sè poi dice, che benchè si trovasse per molti giorni durante il solstizio di estate ed il plenilunio nel tempio d’Ercole in Gadi, non potè osservare queste annuali irregolarità delle marce. Che nondimeno alla nuova luna di quello stesso mese osservò in Ilipa18 un ringorgamento del Beti maggiore del solito; perocchè mentre quel fiume ne’ riflussi ordinarii soleva bagnare le proprie sponde appena fino a metà della loro altezza, allora le soverchiò per modo che le milizie stanziate in Ilipa (sebbene sia distante dal mare circa settecento stadii) potevano far acqua senza uscirne: e le pianure lungo il mare per lo spazio di trenta19 stadii furono ricoperte dalla marea siffattamente che in alcune parti se ne formarono isole, mentrechè in Gadi l’argine su cui è fondato il tempio d’Ercole, e il molo che sta dinanzi al porto della città, erano stati coperti dall’acqua non più che all’altezza di dieci cubiti, secondo che dice di aver misurato egli stesso. E quando bene (soggiunge) qualcuno s’immaginasse il doppio di questa altezza nelle escrescenze che qualche volta hanno luogo, non sarebbe per altro possibile di formarsi una idea di quell’altezza a cui l’acqua ascende a cagione [p. 375 modifica]del flusso nelle pianure del continente20. Questo fenomeno poi del flusso e riflusso è comune, per quanto si dice, a tutta la spiaggia da cui l’Oceano è circondato.

Ma Posidonio parla poi di un altro fenomeno, proprio al fiume Ibero in particolare. Perocchè straripa, egli dice, talvolta anche senza pioggia o nevi, allorchè soffian frequenti i venti boreali: e dice che ne è cagione il lago ch’esso attraversa, le cui acque sono al creder suo sospinte allora dai venti insieme con quelle del fiume21. Racconta eziandio che v’ha un albero in Gadi co’ rami ripiegati giù verso il suolo, e colle foglie configurate in forma di spada, che sono frequentemente per lunghezza un cubito, e quattro pollici per larghezza. Che presso a Cartagena avvi un altro albero dalle cui spine si raccoglie una corteccia della quale si fanno bellissime tele. Rispetto a quello di Gadi ne vedemmo anche noi nell’Egitto uno consimile in ciò che risguarda i rami ripiegati all’ingiù; ma n’era poi dissimile nelle foglie e non produceva alcun frutto, mentre Posidonio afferma che quello veduto da lui ne era provvisto. In quanto alle tele se ne fanno di simili anche nella Cappadocia; ma le spine d’onde si trae la corteccia non le produce già un albero, bensì un’erba pedestre. [p. 376 modifica]rasi poi anche dell’albero di Gadi, che rompendone un ramo ne scorre del latte; e tagliandone una radice ne esce un umore color del minio. E tanto ci basti di Gadi.

Le isole Cassiteridi22 sono dieci, e giacciono le une vicine alle altre al settentrione del porto degli Artabri, addentro nel mare. Una di queste isole è deserta; le altre sono abitate da uomini che portan mantelli di lana nera, tonache che discendono fino ai talloni, con una cintura intorno al petto, e passeggiano con bastoni; sicchè rendon sembianza delle Furie che veggonsi nelle tragedie. Vivono poi, per la maggior parte, delle loro greggie alla maniera dei nomadi. Hanno miniere di stagno e di piombo, e permutando questi metalli ed anche le pelli delle loro pecore, ne ricevono in cambio dai mercatanti vasi di terra, sale e utensili di rame. E anticamente i Fenici soli mandavan da Gadi a quelle isole le dette mercatanzie, celando agli altri cotesta navigazione. Alcuni Romani vollero una volta accompagnare un nocchiero per conoscere anch’essi que’ mercati; ma colui per invidia cacciò a bello studio la nave sopra un banco di sabbia, perdendo insieme con quella coloro che vi eran saliti: ed egli salvatosi dal naufragio ebbe del pubblico erario il valore delle merci perdute. Con tutto ciò i Romani, a forza di tentare, appresero quella navigazione. Quando poi anche Publio Crasso vi approdò e vide le miniere essere poco profonde e gli uomini pacifici a cagione della loro agiatezza, e dati anche al mare, mostrò quella navigazione a chiunque volesse [p. 377 modifica]farne; la quale per altro è maggiore di quella che disgiunge la Britannia dal continente23.

Dell’Iberia e dell’isole ad essa adiacenti questo sia detto24.





Fine del libro terzo.


Note

    straniero a cui i Romani accordassero l’onor del trionfo per aver vinti i Garamanti ed altri popoli dell’Africa. Casaub. - Il nome di Didima dato poi alla città significa gemella o composta di due.

  1. Morviedro.
  2. Ivica.
  3. L’isola Maiorica.
  4. Minorica.
  5. L’anno di Roma 629.
  6. Οὗτοι δὲ καὶ ἐνδῦσαι λέγονται πρῶτοι τοὺς ἀνθρώπους χιτῶνας πλατυσήμους.
  7. Gli Editori francesi ed il Coray considerano tutta questa spiegazione come una postilla marginale di qualche grammatico, introdotta poi nel testo dagli amanuensi; e perciò la riferiscono a piè di pagina a modo di nota.
  8. Cibum puer a matre non accipit, nisi quem, ipsa monstrante, percussit. Floro, lib. III, c. 8.
  9. Queste isole, dice il Gossellin, mi pare che corrispondano agli scogli situati vicino al capo di Trafalgar.
  10. Lucio Cornelio Balbo nativo di Cadice fu il primo
  11. Quest’isoletta che ora cercasi invano fu probabilmente distrutta dal mare. E forse è ora quello scoglio che trovasi all’ingresso della baia di Cadice. (G.)
  12. Sono celebri nella Mitologia le dodici fatiche od imprese d’Ercole.
  13. Non credo (dice il Gossellin) che vi siano mai state Colonne d’Ercole più all’ovest di quelle dell’isola di Gadi, e suppongo che nell’opera da cui Strabone ha estratto il suo racconto fosse incorso un qualche errore. — In queste tre spedizioni de’ Tirii si vede che la prima andò presso a Calpe sull’ingresso orientale dello stretto; la seconda s’avanzò più all’ovest; la terza penetrò fino all’isola di Gadi, sforzandosi sempre di portar la colonia più in là che fosse possibile sulle coste dell’Oceano. - L’incertezza risguarda soltanto la seconda spedizione; perchè l’Autore afferma che andò 1500 stadii al di là di Calpe: ed avendo detto già prima che a Gadi si contano non più di 700 od 800 stadii, dovrebbe conchiudersi che al di là di Gadi 700 od 800 stadii si trovassero pure delle Colonne d’Ercole. Or questa misura riuscirebbe verso l’imboccatura del Guadiana, dova non v’ha tradizione nè indizio che possa confermare questa opinione. — Parmi (soggiunge) che riducendo a 500 il numero degli stadii si tolga via ogni difficoltà. La prima spedizione si sarà quindi fermata a Calpe: la second spingendosi 500 stadii più oltre si fermò al Capo ed alle isole conosciute ora sotto il nome di Trafalgar, che per testimonianza di Mela fu detto Promontorio di Giunone: la terza approdò all’isola in cui fabbricò Gadi.
  14. Le prime erano gli scogli dello stretto di Sicilia, le altre quelli del Bosforo di Tracia per entrare nel Ponto Eussino. (G.)
  15. Trenta gradi.
  16. Questa dottrina s’accorda coll’osservazione ordinaria.
  17. In tutto questo periodo la lezione del testo è dubbia e non senza qualche errore evidente, e in generale le ultime pagine di questo libro avrebbero forse bisogno di molte emendazioni.
  18. Alcolea, situata a 20 leghe dalla foce del Guadalquivir.
  19. Gli Edit. franc. dicono di aver letto invece in alcuni manoscritti cinquanta.
  20. Il traduttor francese avverte che in questo periodo manca probabilmente qualche parola.
  21. L’Ebro non attraversa alcun lago: ma a produrre il fenomeno qui accennato basta la forza del vento; oltrechè le piogge potrebbero, senza cader lungo l’Ebro, ingrossarlo, qualora gonfiassero altrove i fiumi che in quello poi mettono foce. Ed. franc.
  22. Le Sorlinghe.
  23. Vuol dire che le Cassiteridi o Sorlinghe sono più distanti dalle coste della Gallia (s’intendono quelle presso allo stretto di Calais) di quello non siano le altre parti delle coste meridionali dell’Inghilterra. (G.)
  24. Forse per negligenza del copista trovansi qui aggiunte le parole seguita ora la Celtica al di là dalle Alpi, colle quali comincia il libro quarto.