Geografia (Strabone) - Volume 2/Libro III/Capitolo IV

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CAPITOLO TERZO

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Strabone - Geografia - Volume 2 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
CAPITOLO TERZO
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CAPO IV.


Detenzione della spiaggia dell’Iberia da Calpe fino a’ Pirenei, e del paese situato al di sopra di questa spiaggia. — Di alcune città dell’Iberia; e digressione sopra Omero e sopra i suoi detrattori. — Cagioni che agevolarono ai Greci e ad altri popoli la conquista dell’Iberia. — Fiumi della spiaggia predetta, ed isole adiacenti. — Due principali montagne nel paese al di sopra di esse. — Nomi delle città e dei popoli che l’abitano e loro costumi. — Produzioni di quel paese. — Come l’Iberia in diversi tempi fisse diversamente divisa.

Rimane ora dell’Iberia quella spiaggia che va dalle Colonne fino a’ Pirenei lungo il nostro mare, e tutto il paese intorno al di sopra di questa spiaggia, irregolare nella sua larghezza, e lungo poco più di quattro mila stadii. E già si è notato che il restante del lido, dalle Colonne al promontorio Sacro è di più che due mila stadii. Dicesi poi che dal monte Calpe presso le Colonne fino a Cartagine Nuova se ne contano due mila o due cento; e che questo spazio è [p. 338 modifica]abitato dai Bastetani detti anche Bastuli, e in parte dagli Oretani. Da Cartagine Nuova sino all’Ibero v’ha circa altrettanti stadii, e il paese è occupato dagli Eletani. Al di qua dell’Ibero venendo fino ai Pirenei ed ai Trofei di Pompeo1 sono mille e sei cento stadii, e vi abitano alcuni pochi Eletani e nel resto la popolazione soprannomata Indicete2 divisa in quattro compartimenti.

Ma per ripigliare a parte a parte la nostra descrizione e cominciare da Calpe, avvi un dosso di monti che appartiene alla Bastetania ed agli Oretani, con una foresta folta e di grandi alberi, il quale disgiunge la spiaggia marittima dal paese interiore. In molti luoghi di quelle montagne si trovano miniere d’oro e d’altri metalli. La prima città lungo questa spiaggia è Malaca ugualmente distante e da Calpe e da Gadi, ed è come l’emporio al quale concorrono tutti gli abitanti della riva opposta3 e vi si fanno grandi salsumi. Alcuni stimano che questa città sia la stessa che Menacea, la quale sappiamo ch’era la più occidentale fra le città fondate da’ Focei. Ma non è così: perocchè Menacea giace ruinata più distante da Calpe, e le reliquie che ne restano ancora danno indizio di una città greca; [p. 339 modifica]mentre Malaca invece è più vicina, e nella sua figura accusa una città di origine fenicia. Appresso trovasi la città dei Sexitani da cui si denominano per eccellenza i salsumi4. Dopo di questa incontrasi Abdera, fondata anch’essa dai Fenici: e al di sopra di questi luoghi nella regione montuosa si appresenta Odissea5 col suo tempio di Minerva, siccome dicono Posidonio e Artemidoro e Asclepiade di Mirlea, il quale insegnò già grammatica nella Turditania, e diede fuori una certa sua peregrinazione ne’ paesi di colà intorno. Afferma dunque costui che nel tempio di Minerva già detto veggonsi appesi scudi e rostri di navi, monumenti degli errori di Ulisse: che fra i Gallaici si misero ad abitare alcuni dei compagni di Teucro6, e che quivi furono un tempo due città, l’una detta Ellene, l’altra Amfiloco, perchè ivi morì Amfiloco, d’onde poi i compagni di lui andarono errando nelle parti mediterranee del [p. 340 modifica]paese. Dice inoltre, raccontarsi colà cbe alcuni dei compagni di Ercole e certi Messenii fondarono abitazioni nell’Iberia. Lo stesso Asclepiade poi, e così anche qualche altro, asserisce che i Laconi occuparono una parte della Cantabria; e quivi fanno menzione della città d’Opsicella, e dicono che la fondò un certo Opsicella trasferitosi poi nell’Italia con Antenore e coi figliuoli di lui. Di così fatte emigrazioni, dando fede ai mercatanti di Gadi, se ne raccontano anche nella Libia; e Artemidoro dice che i popoli abitanti al di sopra della Maurosia verso gli Etiopi occidentali7 chiamansi Lotofagi perchè si nutrono del loto, ch’è una certa erba e radice, senza mai aver bisogno di bere, nè possibilità di soddisfare a questo bisogno, quando bene il sentissero, per l’aridità del paese; e costoro si stendono fino ai luoghi superiori a Cirene: ed altri popoli detti anch’essi Lotofagi abitano Meningia8, una delle isole della piccola Sirti.

Nessuno pertanto si meravigli nè se Omero descrivendo il viaggio di Ulisse immaginò cbe la maggior parte di quelle cose che di lui si raccontano avvenissero fuori delle Colonne nel mare Atlantico (poichè anche ciò che la storia ci ha tramandato si accosta ai luoghi ed alle altre circostanze che trovansi nel poeta, [p. 341 modifica]sicchè non è punto incredibile la sua invenzione); nè se alcuni, avendo riconosciuta la verità di siffatte istorie e la molta dottrina di Omero, si valsero della poesia di lui nelle scientifiche loro ipotesi, come fecero Cratete di Mallo ed altri9. Ma alcuni si formarono dell’intendimento di Omero un sì rozzo concetto, che non solamente eliminarono il poeta (come si farebbe di uno zappatore o mietitore) da tutta la scienza, ma considerarono anche siccome pazzi coloro che si accinsero all’impresa di spiegarne le poesie: nè v’ebbe finora qualcuno esperto o nelle lettere o nelle scienze, il quale ardisse difendere, nè rettificare, nè por mano in qualsivoglia altro modo alle cose dette da cotestoro: e nondimeno a me pare che sarebbe possibile come sostenere parecchie delle loro proposizioni, così anche rettificarne alcune altre; principalmente di quelle nelle quali Pitea trasse in errore coloro che gli prestarono fede, a motivo della sua ignoranza de’ paesi occidentali e settentrionali situati lungo l’Oceano. Ma si tralascino queste cose le quali vorrebbero un discorso per sè sole e non breve.

La cagione poi per la quale i Greci si diffusero presso le barbare nazioni potrebbe ascriversi all’essere queste divise in picciole parti, e senza collegamento di sorta fra loro, per colpa della comune alterigia; d’onde poi furono deboli contro gli assalitori stranieri. E questa alterigia è grandissima fra gl’Iberi, versatili inoltre per [p. 342 modifica]natura ed ingannatori, intenti sempre ad assalirsi e spogliarsi l’un l’altro; sicchè s’abituarono alle piccole imprese, ma delle grandi non sono capaci, perchè richiedono grandi apparecchi, e un concorde cooperare di molti. Ma se si fossero consigliati di soccorrersi l’un l’altro, nè ai Cartaginesi10 sarebbe venuto fatto di soggiogarne sì agevolmente la maggior parte quando andarono ad assalirli; nè prima ciò sarebbe avvenuto ai Tirii ed ai Celti detti ora Celtiberi e Beroni; nè dopo costoro al ladrone Viriato e a Sertorio, nè a quanti altri aspirarono in quel paese ad ampliare la propria potenza. E i Romani guerreggiando a parte a parte contro gl’Iberi a motivo di questa loro divisione spesero molto tempo nel soggiogarli gli uni dopo degli altri, finchè poi nello spazio di duecento e più anni li ridussero tutti alla propria ubbidienza. — Ma io ripiglio la descrizione dell’Iberia.

Dopo Abdera dunque è Cartagine Nuova fondata da quell’Asdrubale che successe11 a Barca padre di Annibale; città superiore a quante se ne trovano in quella regione. Perocchè è fortificatissima, con bell’apparecchio di mura, ornata di porti e di lago, e di quelle miniere d’argento delle quali parlammo. Quivi del pari che ne’ luoghi circonvicini si fanno abbondanti salsumi; [p. 343 modifica]ed è quello il maggior emporio sì delle merci che vengon dal mare e vanno ai paesi in fra terra, come di quelle che vengono dalle interne regioni per essere trasportate al di fuori.

Verso il mezzo di quella spiaggia che stendesi da questa città all’Ibero12 avvi il fiume Sucrone e la sua foce, con una città dello stesso nome. Questo fiume discende da una montagna attinente a quella catena di monti che sovrasta a Malaca ed ai luoghi al di là di Cartagena: può passarsi a piedi; è parallelo all’Ibero; poco distante da quella città e da questo fiume. Fra il Sucrone pertanto e Cartagena v’hanno tre piccole città de’ Marsigliesi, non molto distanti dal fiume. La più conosciuta fra queste è Emeroscopio, la quale ha sul promontorio dov’essa è situata un tempio di Diana Efesia assai venerato, e di cui si valse Sertorio come di rocca marittima; perocchè è forte e opportuno al corseggiare, e chi naviga a quella volta può vederlo da lungi. Chiamasi poi Dianio, come a dire Artemisio13: ha da presso vene naturali di ferro, ed alcune isolette, Planesia e Plumbaria, con un lago marino al di sopra che ha quattrocento stadii di circonferenza. Seguita poi verso Cartagena l’isola di Ercole cui chiamano anche Scombraria a motivo degli scombri che soglionsi quivi pigliare, e dei quali si fa un ottimo garo14. Essa è distante da Cartagena ventiquattro stadii. [p. 344 modifica]

Chi dall’opposta parte va dal Sucrone verso la foce dell’Ibero trova Sagunto15 colonia de’ Zacinti; la quale Annibale rovinò contro i patti fermati coi Romani, accendendo così la seconda guerra fra questi e i Cartaginesi. Sono poi quivi le città di Chersoneso, Oleastro e Cartalia; e vicino al passaggio dell’Ibero v’è la colonia Dertossa16.

L’Ibero che ha il suo principio dai Cantabri scorre alla volta del mezzogiorno a traverso di una grande pianura parallelo ai Pirenei. Fra le svolte dell’Ibero e le estremità de’ monti predetti sulle quali sono i Trofei di Pompeo, prima di tutte è la città di Tarragona, che non ha porto a dir vero, ma per essere situata in un golfo, e ben fornita di altri vantaggi, è al presente popolata non men di Cartagena. Perocchè è posta in luogo assai comodo ai prefetti romani spediti in quella regione, ed è quasi metropoli, non solamente del paese al di qua dell’Ibero, ma sì anche di quello al di là per gran tratto. E le isole Gimnesie17 che le sono vicine, e quella d’Ebuso considerabili tutte, sono un indizio della vantaggiosa posizione di quella città. Eratostene poi dice ch’essa ha eziandio un porto; mentre Artemidoro contraddicendogli afferma che non è acconcia nemmanco a gettarvi l’ancora comodamente. E nel vero tutta la spiaggia dalle Colonne fino colà scarseggia di [p. 345 modifica]porti; ma d’ivi innanzi n’è ben provveduta, e il suolo è fertile, sì quello de’ Leetani, come quello de’ Lartoleeti, col restante fino ad Emporio18. Questa città la fondarono i Marsigliesi distante circa quattrocento stadii da’ Pirenei e dai confini tra l’Iberia e la Celtica. Colà intorno è anche Rodope19, piccola città degli Emporitani, o secondo altri colonia de’ Rodiotti. Sì quivi poi, come in Emporio, venerano Diana Efesia; di che direm la cagione quando parlerem di Marsiglia. Quelli d’Emporio una volta abitarono un’isoletta che giace di contro al sito dove ora stanno, e chiamasi la Città vecchia; ma ora sono sul continente. La città di Emporio è bipartita da un muro: perchè certi Indiceti che, già tempo, abitarono appresso a quella città, sebbene avessero un governo loro proprio, nondimeno per maggiore sicurezza vollero chiudersi insieme coi Greci dentro uno stesso recinto; il quale riuscì però bipartito pel muro che lo attraversa nel mezzo. Poscia in progresso di tempo si meschiarono insieme e composero un solo governo, di leggi in parte barbare in parte elleniche, siccome avvenne anche in altre città. Vicino ad Emporio scorre un fiume che trae origine da’ Pirenei, e della cui foce si valgono gli Emporitani come di porto. Que’ cittadini poi attendono principalmente a’ lavorii di lino, ed hanno in fra terra un paese che in parte è fertile, in parte è produttivo soltanto di sparto, specie di giunco che [p. 346 modifica]cresce nelle maree e serve a pochissimi usi. E però danno a quella regione il nome di giuncaria. Posseggono poi anche alcune20 delle estremità de’ Pirenei, fino ai Trofei di Pompeo, lungo la strada che dall’Italia conduce in quella che dicesi Iberia Esteriore e propriamente nella Betica. La detta strada talvolta accostasi al mare, talvolta se ne allontana, massime nelle parti dell’occidente. Da’ Trofei di Pompeo se ne va a Tarragona passando pel campo giuncario, pei Vetteri, e per quel luogo che in Lingua latina chiamasi Maratono a motivo del molto maratro21 che vi cresce. Da Tarragona va al sito dove si attraversa l’Ibero e dov’è Dertossa; e di quivi attraversando le città di Sagunto e di Setabio22 alcun poco si discosta dal mare, e si avvicina allo Spartario, val quanto dire al campo del giunco marino. Questo luogo è grande e senz’acqua; produce sparto atto a far corde, che poi di quivi si diffonde per tutto, e principalmente in Italia. Una volta la strada passava per mezzo quel campo e per la città di Egelasta23, tal ch’era difficile e lunga: ora l’han fatta sulla spiaggia del mare, per modo che appena tocca il campo dei giunchi predetto, sebbene poi riesca ai medesimi di prima, cioè Castlona ed Obulco24, e di quivi a Corduba ed a Gadi, che sono i più grandi emporii di [p. 347 modifica]quella regione. Obulco è distante da Corduba circa trecento stadii. Dicono gli storici che Cesare andasse in ventisette giorni da Roma ad Obulco dov’era il suo esercito, per combattere poi come fece vicino a Munda. – Tutta la spiaggia pertanto dalle Colonne sin ai confini tra gl’Iberi ed i Celti è siffatta.

La parte mediterranea che trovasi al di sopra di questa spiaggia (quella intendo che giace fra i monti Pirenei ed il fianco settentrionale, fino alle Asturie) è circoscritta principalmente da due monti. L’uno di questi è parallelo a’ Pirenei, comincia dai Cantabri e finisce al nostro mare, e lo chiamano Idubeda25. L’altro partendosi dal mezzo del primo si spinge (sebbene declini verso il mezzodì) all’occidente ed alla spiaggia al di qua delle Colonne. Nel suo principio è montagna nuda e sterile, poi attraversa lo Spartario, e va quindi a congiungersi con quella foresta ch’è sopra Cartagena e i luoghi circonvicini a Malaca. Questo monte chiamasi Orospeda26. Fra i Pirenei e l’Idubeda corre il fiume Ibero, parallelo a tutti e due questi monti, e ingrossato dai fiumi che ne discendono e da altre acque. Lungo l’Ibero è la città chiamata Caesar Augusta27, poi Celsa ch’è una colonia, dov’è il passaggio del fiume sopra un ponte di pietra.

Questo paese è abitato da varie nazioni, fra le quali [p. 348 modifica]la più conosciuta è quella de’ Jaccetani28. Questa cominciando dai luoghi contigui ai Pirenei si stende nella pianura e va ad unirsi coi territorii d’Ilerda e di Osca29, città degl’Ilergeti non molto lontane dall’Ibero. In queste città, e in Calaguri de’ Vasconi30, in Tarragona lungo la spiaggia e in Emeroscopio combattè Sertorio all’ultimo, dopo essere stato espulso dal paese de’ Celtiberi, e morì in Osca31. Più tardi Afranio e Petrejo generali di Pompeo furono sconfitti dal divo Cesare presso Ilerda; la quale è distante dall’Ibero cento sessanta stadii verso l’Oriente, verso il settentrione circa quattrocento sessanta da Tarragona, e cinquecento quaranta al mezzo giorno di Osca. Attraversando i predetti monti per andare da Tarragona agli ultimi Vasconi abitanti lungo l’oceano in vicinanza di Pompelona32 e di Oiasona situata sull’oceano anch’essa, avvi un cammino di duemila e quattrocento stadii, che riesce ai confini tra l’Aquitania e l’Iberia. I Jaccetani poi sono coloro fra i quali una volta Sertorio guerreggiò contro Pompeo, e poscia Sesto, figliuolo di Pompeo medesimo, contro i generali di Cesare. Al di sopra della Jaccetania verso il nord sta la gente dei [p. 349 modifica]Vasconi e quivi è Pompelona, che torna lo stesso come a dir Pompeopoli.

In quanto a’ Pirenei il fianco ibero è fornito d’ogni sorta di piante, anche di quelle che sono sempre mai verdi; ma il fianco celtico è nudo. Nelle parti di mezzo s’aprono valli da poter essere comodamente abitate, e le occupano i Cerretani33, i quali per la maggior parte sono d’origine iberica. Presso costoro si fanno eccellenti salsumi che pareggiano quelli dei Cantabri, e danno a quelle genti non piccola utilità. A chi valica l’Idubeda appresentasi la Celtiberia, regione ampia ed irregolare. La maggior parte di essa è aspra e circondata da fiumi; perocchè vi discorrono l’Ana ed il Tago e quelli altri parecchi, i quali avendo il loro principio nella Celtiberia si devolvono al mar d’occidente. Tra questi altri fiumi il Durio bagna Numanzia e Sergunzia34. Il Beti che nasce dall’Orospeda scorre a traverso dell’Oretania nella Betica.

Dalla parte settentrionale dei Celtiberi abitano i Beroni, confinanti coi Cantabri Conischi, i quali sono anch’essi di celtica schiatta. La costoro città è Varia35 situata vicino al passo dell’Ibero. Confinan con loro i Bardiiti che i moderni chiamano Bardiali. Dalla parte occidentale stanno alcuni degli Asturii, dei Gallaici e dei Vaccei, ed anche de’ Vettoni e de’ Carpetani. Dal [p. 350 modifica]mezzogiorno son gli Oretani, e quanti altri de’ Bastetani e Dittani abitano l’Orospeda. Dall’oriente in fine è Idubeda. Considerando poi i Celtiberi come divisi in queste quattro parti, i più forti son quelli che abitano all’oriente ed al mezzo giorno, ciò sono gli Arevaci confinanti coi Carpetani e colle fonti del Tago. La più nominata delle loro città è Numanzia: e mostrarono il proprio valore nella guerra Celtiberica sostenuta contro i Romani per ben venti anni. Perocchè vi rimasero distrutti parecchi eserciti insieme coi condottieri; ed all’ultimo essendo posto l’assedio a Numanzia, i cittadini lo sopportarono con grande costanza, fuor pochi che disertarono il muro36. Anche i Lusoni sono orientali e contigui alle fonti del Tago; e sono degli Arevaci anche le città di Segida e di Pallanzia. Numanzia poi è distante da Caesar Augusta (la quale, come abbiam detto, è fondata lungo l’Ibero) circa ottocento stadii. Appartengono ai Celtiberi anche Sagobriga e Bilbili37, presso alle quali combatterono Metello e Sertorio. Polibio poi mentovando le parti e i paesi de’ Vaccei e dei Celtiberi unisce alle altre città anche Segesama ed Intercatia: e Posidonio dice che Marco Marcello raccolse dalla Celtiberia un tributo di [p. 351 modifica]seicento talenti: d’onde è lecito congetturare che i Celtiberi erano numerosi e ricchi, sebbene abitassero un paese infecondo. E dicendo Polibio che Tiberio Gracco sottomise in quella regione trecento città, Posidonio ne lo motteggia, affermando ch’esso per gratificarsi a Gracco chiamò città anche le torri; come suol farsi nelle pompe trionfali38. E forse Posidonio dice il vero: perocchè e i condottieri di eserciti e gli storici inclinano di leggieri a così fatte menzogne, per abbellire le imprese: e in quanto a me stimo che anche coloro i quali contano nell’Iberia più di mille città, le facciano ascendere a questo numero col dare il nome di città alle grandi borgate. Perocchè la natura di quella regione non pare capace di molte città, per essere sterile, fuor di mano e selvaggia. Nè il modo del vivere e le costumanze degli abitanti (tranne sol quelli che stanno lungo la spiaggia del nostro mare) possono aggiunger fede alla costoro asserzione. — Perocchè gli abitanti dei villaggi, che sono i più degli Iberi, sono selvaggi; nè le città possono quivi facilmente addolcirne i costumi, per essere circondate da coloro che abitano nelle selve a fine di poter nuocere altrui. Dopo i Celtiberi verso il mezzogiorno stanno coloro che abitano il monte Orospeda ed i luoghi lungo il Sucrone; come a dire i Sidetani, che stendonsi fino a Cartagena, i Bastetani e gli Oretani fin quasi a Malaca.

Gl’Iberi poi usano, quasi potremmo dir tutti, lo [p. 352 modifica]scudo, con leggiera armatura qual si richiede all’esercizio del ladroneccio, come abbiamo già detto dei Lusitani: però usano freccia, fionda e spada. Frammischiavano alle schiere dei fanti anche la cavalleria, avendo addestrati i cavalli ad arrampicarsi sui monti e a piegarsi facilmente sulle ginocchia quando occorresse. Produce l’Iberia molte damme e cavalli salvatici; e vi ha qualche provincia dove i laghi abbondano di uccelli acquatici, come a dire di cigni e d’altri somiglianti animali: vi sono anche parecchie ottarde. I fiumi hanno eziandio castori, i quali non hanno per altro colà lo stesso valore di quelli che trovansi al Ponto Eussino. Perocchè questi ultimi hanno una proprietà medicinale: e di questa differenza impressa dalla varietà dei luoghi se n’hanno esempi anche in più altri oggetti. Così Posidonio afferma che il solo rame di Cipro dà la pietra Cadmea e il calcanto e lo spodio. Dice poi Posidonio medesimo esservi nell’Iberia questa particolarità che le cornici sono nere, e che i cavalli dei Celtiberi, i quali sono grigi, quando vengano tramutati nell’Iberia ulteriore cambiano il colore; e che somigliano a quelli dei Parti, perocchè sono celeri e di buon corso sopra tutti gli altri. V’abbondano anche le radici utili al tingere. Di olivi poi, di viti, di fichi e di consimili alberi è ferace tutta la costa d’Iberia sul nostro mare; e ne abbonda anche parte della costa al di fuori: ma la spiaggia bagnata dall’Oceano e volta al settentrione n’è priva per cagione del freddo, e la rimanente per la dappocaggine degli uomini; i quali non cercano la giocondità della vita, ma soltanto come [p. 353 modifica]soddisfare alle necessità ed ai ferini appetiti, vivendo con pessime costumanze. Se pure non vi ha chi stimi studiosi del viver gentile coloro che soglion lavarsi coll’orina invecchiata nelle cisterne, e con quella pulirsi i denti essi e le loro donne; siccome dicon che fanno anche i Cantabri ed i loro vicini. Sì questa usanza come quella di dormire sul terreno sono comuni agli Iberi ed ai Galli. Alcuni poi affermano che i Gallaici sono atei: e che i Celtiberi ed i popoli confinanti con essi dal lato di settentrione, sagrificano ad una Divinità innominata, ne’ plenilunii, di notte, innanzi alle porte delle proprie case; dove tutti familiarmente danzando consumano l’intera notte. I Vettoni quando vennero per la prima volta nel campo dei Romani, vedendo alcuni centurioni che andavano qua e là pe’ sentieri, come suol farsi per desiderio di passeggiare, sospettarono che fossero pazzi, e si fecero a mostrar loro la via per ritornare alle tende: perchè stimano che bisogni o stare seduti oziosi o combattere. Di barbarica foggia si può appuntare anche il modo dell’ornarsi di alcune donne, di che parla Artemidoro: perocchè in qualche luogo portano collari di ferro con corvi39 salienti al di sopra del capo e sporgentisi molto in fuori dinanzi alla fronte, sui quali corvi poi quando esse vogliono calano il velo, sicchè si distende ed ombreggia loro il viso, ciò ch’esse credono ornamento; altrove portano al collo un timpanio che le ricinge sin all’ [p. 354 modifica]occipite, ascende rotondo fino presso alle orecchie quindi alzandosi si va a poco a poco allargando e si ripiega all ingiù. Alcune si dipelan la parte anteriore del capo per renderlasi più lucente della fronte: altre s’adattan sul capo una colonnetta dell’altezza d’un piede, e intorno a quella intreccian la chioma, poi le gittano intorno un velo nero. Comunque però siano vere in gran parte siffatte usanze, nondimeno parecchie cose si sono e inventate e narrate a capriccio o dalle nazioni d’Iberia in generale o più particolarmente dalle settentrionali.

Non solamente nella gagliardia, ma ben anco nella crudeltà e nel furore gl’Iberi somigliano alle belve. Però nella guerra coi Cantabri, le madri uccisero i proprii figliuoli per evitare che fossero presi: e fu veduto un figliuolo i cui parenti e fratelli eran caduti prigioni, ucciderli tutti con un ferro impugnato per comando del proprio padre; e così anche una donna quei ch’erano stati presi con lei: e un giovane tentato da alcuni ubbriachi gittossi volontario nel fuoco. Tutte queste cose poi sono comuni alle nazioni celtiche, di Tracia e di Scizia; le quali hanno comune fra loro anche il valore così degli uomini come delle donne. Queste coltivano la terra, e quando hanno partorito, attendono a servire i mariti mettendoli a letto invece di sè medesime: e senza cessare dalle faccende lavano i proprii bambini sulla riva d’una qualche corrente. Nella Ligustica dice Posidonio avergli narrato un certo Carmolao marsigliese, suo ospite, ch’egli una volta condusse a prezzo un certo numero d’uomini e di donne per coltivare un suo podere: ma che sopravvenuti i dolori [p. 355 modifica]ad una delle donne, si trasse alcun poco in disparte, non lungi però dal luogo in cui lavorava; quivi partorì e si ricondusse di subito al lavoro per non perdere la mercede. Egli s’accorse che colei lavorava a grande stento, ma non sapevane da principio il perchè: più tardi ne fu informato, ed allora l’accomiatò dandole per altro la mercede pattuita: ed essa avendo portato il bambino ad una fontana, quivi lavollo e il ravvolse in quei panni che aveva seco, poi se ne andò sana e salva alla propria casa.

Hanno gl’Iberi un’altra usanza, comune anch’essa ad altre nazioni, di montar due insieme sopra un solo cavallo; poi quando vien la battaglia uno dei due ne scende e combatte a piedi. Nè sono soli gl’Iberi ad avere una tanta quantità di sorci da cui provengono poi spesse volte anche malattie contagiose. Questo avvenne ai Romani nella Celtiberia, dove appena poterono salvarsi col soccorso di molte persone che a prezzo pigliavano quegli animali: ed aggiungevasi allora anche la mancanza del sale e del frumento, che a gran fatica potevano ritrarre dalla Lusitania per la difficoltà delle strade. Della pertinacia dei Cantabri poi si racconta che alcuni di essi, fatti prigionieri, ed appesi alle croci, cantavano loro canzoni.

Le costumanze mentovate finora possono essere esempii di una certa ferocia: quelle che qui soggiungiamo indicano forse difetto di civiltà, ma non barbarie. Tale si è l’usanza che presso i Cantabri gli uomini dotino le mogli: che della sostanza paterna siano eredi le figlie, dalle quali poi i fratelli soglion essere accasati. Sicchè [p. 356 modifica]hanno in quei paesi le donne una certa preponderanza40, che non è molto conforme alla civiltà. Appartiene ai costumi iberici anche quello di portar sempre con sè un veleno ch’essi cavano da un’erba somigliante all’apio. Questo veleno uccide senza dolori, ed essi se lo portano sempre indosso contro ogni inopinato accidente. E finalmente il consacrarsi a coloro co’ quali una volta siansi legati di amicizia a tal segno da voler fino morire per essi.

Alcuni dunque dicono che la Celtiberia si divide in quattro parti41 siccome noi abbiamo già riferito; altri dicono in cinque: nel che non è possibile affermar cosa alcuna con sicurezza, perchè que’ luoghi soggiacquero a varie mutazioni e non sono conosciuti gran fatto. E nel vero, de’ paesi conosciuti ed illustri si sanno e le mutazioni e le divisioni ed i cambiamenti dei nomi, e quant’altro di consimile vi succede: perocchè se ne fa gran romore da molti e principalmente dagli Elleni che sono più d’ogni altra gente loquaci. Ma delle regioni barbare, fuor di mano, piccole e suddivise non vi sono monumenti nè sicuri nè molti: e quanto più sono lontane da’ Greci tanto più soglion essere ignorate. Gli storici romani imitano bensì quei di Grecia, ma non pienamente; giacchè quanto essi dicono lo ricavano dagli Elleni, ma poco v’aggiungon del proprio [p. 357 modifica]chè poca è la loro curiosità di sapere42: e però dove i primi ci vengono meno, non possiamo raccoglier molto dagli altri per ammendarne il difetto. Perocchè come il restante, così anche i nomi più illustri, sono ellenici per la maggior parte.

Rispetto poi alla divisione generale dell’Iberia, fu già chiamata da’ nostri maggiori con questo nome tutta quella regione che è fra il Rodano e l’Istmo rinchiusa fra i golfi Galatici: ma i moderni pongono i Pirenei come limite dell’Iberia; e coll’antico nome dicono Iberia quel tratto di paese, e chiamano invece Spagna il restante al di qua dell’Ibero43. Più anticamente chiamavansi Igleti gli abitanti di questa regione che non è grande, secondochè afferma Asclepiade di Mirleo. I Romani poi denominandola tutta promiscuamente Iberia ed Ispagna la partirono in citeriore ed ulteriore; e in progresso di tempo, secondo le politiche variazioni, adottarono diversi compartimenti. Oggidì alcune delle province son assegnate al senato ed al popolo romano, altre all’imperatore; la Betica appartiene al popolo, e vi suole esser mandato un pretore con un questore e un legato. Questa provincia finisce all’oriente in vicinanza di Castalona. Il restante è tutto di Cesare, il quale vi manda due ufficiali, l’uno pretorio e l’altro consolare. Il primo, [p. 358 modifica]accompagnato da un luogotenente, amministra la giustizia fra i Lusitani confinanti colla Betica e stendentisi sin al fiume Durio ed alla sua foce: perocchè questo è il nome dato particolarmente a quella regione oggidì; e quivi è Augusta Emerita44 Il resto, ch’è la parte maggiore dell’Iberia, è soggetta ad un governator consolare, il quale ha sotto di sè un considerevole esercito di circa tre legioni con tre legati: il primo di questi con due legioni presidia tutto il paese vicino al Durio e verso il settentrione, il quale dagli antichi fu detto già Lusitania, e i moderni lo chiamano invece Gallaica; e gli appartengono anche le montagne del nord, e le Asturie ed i Cantabri. A traverso delle Asturie scorre il fiume Melso, e poco lontano da questo è la città di Noega, vicina ad una laguna ch’è formata dall’Oceano e disgiunge le Asturie dai Cantabri. Il paese montuoso che viene appresso e si stende fino ai Pirenei lo governa un secondo legato coll’altra legione. Il terzo ha in custodia le parti infra terra. Gli abitanti soglionsi denominare togati, vale quanto a dire pacifici, perchè insieme colla toga romana adottarono la dolcezza e la maniera del vivere italiano. E sono questi i Celtiberi, e quelli che abitano lungo l’una e l’altra sponda dell’Ibero, fino alle parti marittime. Il console si trattiene durante l’inverno nelle regioni vicine al mare, e principalmente in Cartagena ed in Tarragona, e quivi amministra la giustizia. Nella state poi va attorno per vedere nelle province se qualche cosa, come avviene [p. 359 modifica]sempre, abbia d’uopo di provvedimenti. Trovansi oltre di ciò in quel paese anche procuratori di Cesare, uomini dell’ordine equestre, i quali dispensano ai soldati le cose necessarie alla sussistenza.

  1. I Trofei di Pompeo erano al nord di Junquera, e verso quel luogo dove ora è la fortezza di Belgrado. (G.)
  2. Forse per significare popoli indigeni. Infatti trovansi menzionati Endigeti e Indigeti.
  3. Il Coray adottò pienamente la correzione del testo proposta dagli Ed. franc. Έμπορεῖον ἐστὶ τοῖς ἐν τῇ περαίᾳ σύμπασι.
  4. I salsumi sexitani. - Subito dopo in luogo di Abdera le stampe antiche leggono Audera.
  5. Non è punto straordinario (dicono gli Ed. franc.) che si trovasse in questo luogo una città di siffatto nome: non è da credere per altro che fosse fondata da Ulisse, nè che questo eroe viaggiasse mai nella Spagna. Del resto (soggiungono) un tal viaggio attribuito ad Ulisse è meno strano di quello accennato da Tacito nella Germania, dove dicono alcuni che quell’eroe fondasse la città di Absburgo.
  6. Teucro figliuolo di Telamone, re di Salamina, andò a fondare la città di questo nome nell’isola di Cipro; e dopo la morte del padre essendogli impedito il ritorno nel proprio paese, andò nell’Iberia e si stabilì fra i Gallaici o Galleci. - Del viaggio di Amfiloco nell’Iberia non trovasi menzione altrove.
  7. Dopo il Casaubono leggono tutti i migliori πρὸς τοῖς ἑσπερίοις Αἰθίοψι. Secondo l’antica lezione Αἰθίοπες dovrebbe tradursi: Che gli Etiopi abitanti al di sopra della Maurosia verso il ponente diconsi Lotofagi.
  8. Zerbi.
  9. In tutto questo periodo ho seguitata la nuova punteggiatura introdottavi dal Coray.
  10. Cronologicamente vorrebbe nominarsi prima l’invasione dei Tirii, poi quella dei Celti, e in terzo luogo quella dei Cartaginesi.
  11. S’intende nel comando dell’esercito cartaginese e nel governo delle conquiste di Spagna. — Cartagine nuova è Cartagena, come d’ora innanzi la nomineremo.
  12. L’Ebro. Il Sucrone dicesi ora Xucar.
  13. Il nome greco di Diana è Artemide.
  14. Garo è un pesce ed anche una salsa che si fa principlmente col garo.
  15. Morviedro.
  16. Tortosa. Delle tre città precedenti non v’ha probabil riscontro presso gl’interpreti.
  17. Majorica e Minorica, poi Ivica.
  18. Ampurias.
  19. Altrove Strabone la denomina Rodos, e il Coray sostituisce anche qui cotesto nome a quello di Rodope.
  20. Leggo col Coray τινὰ δὲ καὶ τῶν κ. τ. λ.
  21. Maratro Finocchio.
  22. Morviedro e Xativa.
  23. Iniesta.
  24. Obulco è ora Porcuna, Corduba è Cordova.
  25. L’Idubeda può considerarsi come un gran ramo delle montagne di Santillana. (Ed. franc.)
  26. Tolomeo dice invece Ortospeda.
  27. Saragozza e Xelsa.
  28. Altri dicono Laccetani.
  29. Lerida ed Uesca.
  30. Calahorra.
  31. Leggo col Coray: ἐτελεύτα δ᾽ ἐν Ὄσκᾳ; lezione proposta dal Puteano ed approvata dal Casaubono e dagli Ed. franc. in luogo dell’ordinaria ἐτελεύτα δἐ νόσῳ, morì di malattia che contraddice alla storia.
  32. Pamplona.
  33. Abitanti della Cerdagna spagnuola.
  34. Non può trovarsi fra i paesi moderni verun riscontro probabile di questa Sergunzia.
  35. Varea secondo alcuni, e secondo altri Logroon.
  36. Οἱ Νομαντῖνοι πολιορκούμενοι διεκαρτέρησαν πλὴν ὀλίγων τῶν ἐνδόντων τὸ τεῖχος. Gli Editori francesi traducono: Gli abitanti di Numanzia assediati nella loro città, sopportarono con coraggio la fame, insino a che poi, ridotti a piccolo numero, furon necessitati di arrendere la fortezza.
  37. Segorba e Baubola.
  38. Allude all’usanza di portar ne’ trionfi le immagini de’ luoghi conquistati.
  39. Κόρακας. Voglionsi intendere bacchette di ferro ricurve e somiglianti al becco di un corvo.
  40. Potrebbe forse tradursi letteralmente: Una certa ginecocrazia. (γυναικοκρατία)
  41. Il testo dice veramente in due, ma poichè l’autore si riferisce al già detto, la correzione non può essere dubbia.
  42. Luogo di dubbia lezione.
  43. Il Coray legge: συνωνύμως τε τὴν αὐτὴν Ἰβηρίαν λέγουσι, καὶ Ἱσπανίαν (οἱ δ´ Ἰβηρίαν) μόνην ἐκάλουν τὴν ἐντὸς τοῦ Ἴβηρος. E la chiamano promiscuamente Iberia e Spagna. Alcuni poi dicono Iberia soltanto quella al di qua dell’Ibero.
  44. Merida.