Geografia (Strabone) - Volume 3/Libro V/Capitolo IV

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Capitolo IV

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Strabone - Geografia - Volume 3 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
Capitolo IV
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CAPO IV.


Divisione generale della terza parte dell’Italia, la quale comprende la Tirrenia colle tre isole d’Ethalia, di Cirno e di Sardegna; non meno che l’Umbria, la Sabina ed il Lazio. — Origine della Tirrenia. Descrizione della Tirrenia marittima e delle tre isole predette. — Descrizione della Tirrenia mediterranea od interiore. — Buone doti naturali della Tirrenia.


Contigui a costoro vengono in terzo luogo i Tirreni, abitanti quelle pianure che stendonsi fino al fiume Tevere. Essi nelle parti orientali sono per lo più circondati da questo medesimo fiume sin dove mette poi foce; e nelle altre dal mar Tirreno e da quel di Sardegna. Il Tevere discende dagli Apennini, ed è ingrossato da molti altri fiumi. Per un certo tratto corre a traverso della Tirrenia, poi serve a disgiunger da quella, prima [p. 26 modifica]l’Umbria, quindi i Sabini e i Latini che fino a Roma abitano tutta la spiaggia. E questi popoli rispetto al fiume e ai Tirreni sono situati pel largo, fra loro pel lungo. Ascendono poi su pe’ monti Apennini dove questi avvicinansi all’Adria, primi gli Umbrii; dopo costoro i Sabini, ed ultimi quelli che occupano la provincia Latina, partendosi tutti dal fiume Tevere. Ora il paese dei Latini giace nel mezzo della spiaggia marittima che va da Ostia sino alla città di Sinuessa (ed è Ostia l’arsenale di Roma, presso a cui il Tevere scorre e si getta in mare), e si stende pel lungo fino alla Campania ed alle montagne sannitiche. La Sabina poi è fra i Latini e gli Umbrii, e stendesi anch’essa verso i monti Sannitici, ma più s’accosta a quella parte degli Apennini che sono presso i Vestini, i Peligni ed i Marsi1. Gli Umbrii sono fra mezzo alla Sabina ed alla Tirrenia, e si spingono fino ad Arimini ed a Ravenna oltrepassando i monti. I Tirreni finiscono ai piedi di quelle montagne le quali dalla Ligustica all’Adria si stendono in cerchio, movendosi dal proprio mare e dal Tevere. Ora dunque discorreremo di ciascuna di queste regioni, cominciaudo appunto dai Tirreni.

I Romani li dicono Etruschi o Tusci: ma gli Elleni li chiamarono così da Tirreno figliuolo di Ati che dalla Lidia mandò coloni in questo paese. Perocchè Ati (uno dei discendenti di Ercole e d’Omfale) avendo due figli, in un tempo di carestia e di sterilità, ne trasse a sorte uno, per nome Lido, e lo tenne presso di sè, [p. 27 modifica]e mandò fuori Tirreno accompagnato da molto popolo. E questi chiamò dal proprio suo nome Tirrenia il luogo nel quale fermossi, e fondovvi dodici città, alla edificazione delle quali prepose Tarcone, da cui ebbe il nome la città di Tarquinia. Costui per la saggezza che mostrò sin da fanciullo, raccontano che nascesse canuto. Una volta pertanto quelle città, ordinate sotto un sol capo, ebbero grande potenza: ma poi è probabile che col tempo quella unione si disciogliesse, sicchè ogni città governandosi da sè, poterono essere superate dalla forza prevalente dei popoli circonvicini. Perocchè non si vuol credere che abbandonassero volontariamente un fertile paese per darsi al ladroneggio siccome fecero, corseggiando chi l’uno chi l’altro mare: mentre fintanto che avessero tutti cospirato insieme a un sol fine, erano sufficienti, non solo a respingere chiunque venisse per assalirli, ma sì anche ad assalire eglino stessi ed a fare grandi spedizioni. Dopo la fondazione di Roma, pervenne poi colà Demarato che vi condusse gente da Corinto: ed avendogli quei di Tarquinia dato ricetto, d’una moglie nativa di quel paese generò Lucumone. Il quale fattosi amico ad Anco Marzio re dei Romani, divenne poi re egli stesso, e cambiando il nome si disse Lucio Tarquinio Prisco. Costui dunque, ed anche suo padre prima di lui, abbellirono l’Etruria: questi col soccorso de’ molti artisti che avevan con lui emigrato colà dalla patria; quello colle ricchezze di Roma. E dicesi altresì ch’egli trasportasse da Tarquinia a Roma la pompa dei trionfi e l’abito consolare, e in breve [p. 28 modifica]le insegne di tutti i magistrati, i fasci, le scuri, le trombe, i sacrificii, la divinazione e la musica, quale popolarmente si usa dai Romani. Fu poi figliuolo di costui quel secondo Tarquinio che fu denominato il Superbo, il quale fu l’ultimo re di Roma e ne fu discacciato. E Porsenna re di Clusi, città della Tirrenia, dopo avere intrapreso di rimetterlo nel regno per mezzo delle armi, vedendo che non gli veniva fatto, si tolse da quelle ostilità, e se ne partì amico a’ Romani con grandi onori e regali.

Questo ci basti aver detto intorno alla celebrità dei Tirreni: ai quali si può soggiungere una notizia che riguarda quelli di Cere2. Costoro debellarono quei Galli che avevano presa Roma, avendoli assaliti nel loro ritorno sul territorio Sabino; ed a forza spogliaronli di quelle ricchezze che i Romani avevano ad essi cedute. Oltre di che salvarono quei Romani che rifuggironsi presso di loro, e il fuoco immortale, e le sacerdotesse di Vesta. Ma pare poi che i Romani per colpa di quelli che allora amministravano la loro città non si ricordassero bene della gratitudine a cui li obbligava un tal beneficio: perocchè quando concessero ad altri il diritto della cittadinanza, non iscrissero i Ceriti fra i cittadini; ed anzi registrarono nelle tavole di quel popolo i nomi di coloro che non erano partecipi di quel diritto3. Tuttavolta presso gli Elleni divenne illustre [p. 29 modifica]quella città pel valore e per la giustizia, giacchè si astenne dai ladronecci sebbene fosse potente, e consacrò a Delfo il tesoro detto degli Agillei: chè in antico nomavasi Agilla quella città che ora è Cere; ed è fama che la fondassero que’ Pelasghi che vennero colà dalla Tessaglia. Quando poi que’ Lidi che pigliarono il nome di Tirreni mossero guerra agli Agillei, uno di loro accostandosi al muro domandò qual fosse il nome della città; al quale uno dei Tessali ch’erano sulle mura, in luogo di risposta, gridò Cere (cioè addio): e i Tirreni ricevendo l’augurio, com’ebbero presa la città, sostituirono questo nome all’antico. Ma ora d’una città così splendida e così illustre rimane sol qualche avanzo; e sono invece più popolate le terme ad essa vicine, e denominate Terme Ceretane, a motivo di coloro che vi concorrono per curar la salute.

Che i Pelasghi fossero un’antica gente diffusa per tutta quanta l’Ellade, ma principalmente fra gli Eolii della Tessaglia, è cosa riconosciuta quasi da tutti. Eforo poi dice che costoro, per essere una schiatta discesa dagli Arcadi, abbracciarono una vita militare; ed avendo attirati a sè molti altri, ai quali tutti

[p. 30 modifica]comunicarono il proprio nome, salirono in molta celebrità, così presso gli Elleni, come presso tutti gli altri ai quali per caso pervennero. Però lasciaron coloni anche in Creta, come attesta Omero, là dove Ulisse dice a Penelope:

Bella e feconda sovra il negro mare
Giace una terra che s’appella Creta,
Dalle salse onde d’ogni parte attinta.
Gli abitanti v’abbondano, e novanta
Contien cittadi, e la favella è mista:
Poichè vi son gli Achei, sonvi i natii
Magnanimi Cretesi, ed i Cidonj,
E i Dorj in tre divisi, e i buon Pelasgi
4.

E quella parte di Tessaglia che si stende dalle bocche del fiume Peneo e dalle Termopili fino alle montagne di Pindo chiamasi Argo Pelasgico, perchè in que’ luoghi dominarono un tempo i Pelasghi: e lo stesso Omero chiama Pelasgo anche Giove Dodoneo:

Dio che lungi fra’ tuoni hai posto il trono,
Giove Pelasgo, regnator dell’alta
Agghiacciata Dodona
5.

Alcuni poi dissero pelasgiche anche le genti dell’Epiro, perchè i Pelasghi ebbero signoria anche di quel paese: e poichè a molti degli eroi furono dati nomi pelasgici, quelli che vennero dopo credettero pelasgiche anche le nazioni delle quali essi furono capi. Quindi dissero [p. 31 modifica]Pelasgia Lesbo; ed Omero asserisce che coi Cilicii della Troade confinavano alcuni Pelasghi:

Dalla pingue Larissa i furibondi
Lanciatori pelasghi Ippotoo mena6.

Ed Eforo afferma che i Pelasghi sono d’Arcadia sulla testimonianza d’Esiodo, il quale dice: Sei figliuoli nacquero dal divo Licaone, a cui fu padre Pelasgo7. Ma Eschilo nelle Supplicanti o Danaidi fa invece procedere questa gente da Argo presso Micene8: ed Eforo asserisce che anche il Peloponneso fu un tempo denominato Pelasgia: e infatti Euripide nell’Archelao dice: Danao padre di cinquanta figliuole, venuto in Argo popolò la città d’Inaco, e fece una legge che si dovessero chiamar Danai quelli che quivi prima si nominavan Pelasghi9. Anticlide poi scrive che costoro pei primi popolarono i luoghi vicini alle isole Lemno ed Imbro, e che alcuni di essi condotti da Tirreno figliuolo di Ati emigrarono nell’Italia. E coloro che scrissero la storia dell’Attica, parlano dei Pelasghi, come se alcuni di loro fossero stati anche in Atene; [p. 32 modifica]fermando che a cagione del loro andare vagando e del fermarsi che facevano a guisa di uccelli dovunque il caso li avesse portati, gli Attici denominaronli Pelarghi10.

La maggior lunghezza della Tirrenia si dice che sia la spiaggia che corre da Luni ad Ostia per lo spazio di due mila e cinquecento stadii: e che la sua larghezza, dal mare fino alle montagne, è una metà di meno. Da Luni pertanto sino a Pisa v’ha più che quattrocento stadii: di quivi a Volterra duecento ottanta: da Volterra a Poplonio11 duecento settanta: da Poplonio fin presso a Cossa ottocento, o secondo altri seicento. Ma Polibio dice che questa distanza non giunge in tutto a mille e quattrocento trenta stadii12.

Fra’ luoghi qui mentovati, Luni è ad un tempo stesso città e porto; e gli Elleni la chiamano porto e città di Selene13. E la città non è grande, ma il porto [p. 33 modifica]è grandissimo e bellissimo, siccome quello che in sè ne racchiude molti altri, tutti profondi; quale insomma si conveniva ad uomini che signoreggiarono in mare, e in un mare di quella fatta, e per così gran tempo. È circondato quel porto da eccelse montagne dalle quali si dominano il mare soggetto e la Sardegna, con gran tratto di spiaggia dall’una e dall’altra parte. E v’hanno colà miniere di pietra bianca o variegata da strisce cerulee, in gran numero e di tal sorta, che se ne traggono tavole e colonne d’un pezzo solo, per modo che la maggior parte de’ più bei lavori che veggonsi in Roma e nelle altre città hanno quivi l’origine loro. E vi contribuisce anche l’essere agevole il portar via di colà quelle pietre, giacchè le miniere sono poco al di sopra del mare, e da questo s’entra nel Tevere. Ed anche il legname per fabbricare (ciò sono cerri dirittissimi e grandissimi) lo somministra per la maggior parte la Tirrenia, portandolo il fiume con grande agevolezza via giù per le montagne. Fra Luni e Pisa v’ha un luogo detto Macra, che molti scrittori considerano come il confine tra la Tirrenia e la Ligustica.

Pisa la fondarono i Pisati peloponnesi, i quali dopo essere stati con Nestore ad Ilio, nel ritorno approdarono in parte a Metaponto, in parte nel territorio Pisano, e tutti furono detti Pilii. È situata fra due fiumi, l’Arno e l’Esaro14, vicino al loro confluente; dei quali [p. 34 modifica]il primo discende da Arezzo, non unito ma diviso in tre canali; l’altro discorre dai monti Apennini. Dove poi sboccano tutti e due in un solo canale, s’innalzano tanto per la contrarietà de’ loro urti, che quelli i quali stanno sulle due sponde non si posson vedere l’un l’altro. Quindi riesce difficile il navigarvi a chi vi entra dal mare; e lo spazio pel quale vi si può far viaggio all’insù è di circa venti stadii. Favoleggiano poi che quando primamente cotesti fiumi cominciarono a discender dai monti, gli abitanti di quelle regioni s’adoperarono per impedire che non confluissero in uno, acciocchè non accadesse che il paese ne fosse inondato: ma i fiumi promisero di non traboccare, e custodirono la data fede. Pare che Pisa abbia avuta un tempo buona fortuna, e non è ignobile nemmanco adesso a motivo della fertilità del terreno, delle cave di pietre, e del legname di cui gli abitanti anticamente valevansi nelle cose del mare. Perocchè da un lato essi erano più guerreschi degli altri Tirreni, dall’altro erano tribolati dai Liguri, pessimi vicini che loro stavano a fianco. Ora poi la maggior parte di quel legname consumasi negli edifizii di Roma, ed anche nelle ville che i Romani costruiscono a somiglianza delle reggie di Persia.

Il territorio de’ Volterrani è circondato dal mare. Il luogo dove la città è fondata è un colle alto e scosceso tutto all’intorno, che s’innalza nel mezzo di una valle profonda, ed ha la cima piatta su cui è piantato il muro della città. La sua altezza è di quindici stadii, tutta scabra e diffìcile. Ivi si congregarono alcuni Tirreni ed alcuni dei proscritti da Silla; e compostisi in [p. 35 modifica]quattro coorti, dopo avere sostenuto un assedio di due anni, finalmente n’uscirono sotto la fede di un trattato.

Poplonio è fondata sopra un promontorio molto elevato15 che discende a precipizio nel mare nel quale entra a modo di penisola. Anche questa città ne’ tempi già detti sostenne un assedio: ora essa è intieramente deserta, fuor solo i tempj ed alcune poche case. Un po’ meglio popolata è la stazione delle navi ch’è alla radice del monte con un picciolo porto e con luoghi da raccogliervisi i legni. Per questo a me pare che Poplonio sola fra le antiche città Tirrenie fosse fabbricata proprio sulle rive del mare: mentre, per essere in tutto il restante la spiaggia importuosa, i fondatori delle città fuggirono sempre il mare, od almeno mettevano loro dinanzi dei baluardi, acciocchè non fossero quasi una preda apparecchiata per chiunque navigasse a quella volta. Nella parte poi più elevata del promontorio su cui Poplonio è fondata avvi una vedetta d’onde stanno spiando l’avvicinarsi dei tonni16. E si vede dalla città in lontananza ed a stento la Sardegna; più da vicino Cirno17, la quale è distante dalla Sardegna circa sessanta stadii. Molto più di queste due isole è vicina al continente l’Etalia18, siccome quella che n’è disgiunta soltanto lo spazio di duecento stadii, e [p. 36 modifica]altrettanto poi è lontana da Cirno. Poplonio pertanto è luogo acconcissimo a imbarcarsi per alla volta di qualcuna delle predette tre isole: e noi stessi navigando a Poplonio le abbiamo vedute, insieme con alcune miniere di que’ dintorni ora deserte. Vedemmo inoltre coloro i quali attendono a lavorare il ferro che portasi fuori da Etalia: perocchè non è possibile ridurlo in verghe nelle fornaci dell’isola, ma tosto come è scavato trasportasi nel continente. Oltre a questa particolarità quell’isola n’ha anche un’altra, che gli scavi fatti por trarne i metalli si riempiono col tempo di per sè stessi, come raccontasi delle platamone di Rodi, delle cave di marmo in Paro, e di quelle del sale nell’India, delle quali parla Clitarco.

Non ha dunque ragione Eratostene quando afferma che dal continente non veggonsi nè Cirno, nè la Sardegna: e nemmanco Artemidoro il quale dice che tutte due queste isole sono addentro nel mare mille e due cento stadii. Perocchè a qualcun altro forse, ma non a me per certo sarebbero state visibili in tanta distanza così pienamente come le ho pur vedute, massime Cirno.

Avvi in Etalia19 un porto denominato Argoo, dicono, dalla nave Argo: perocchè è fama che navigasse a quel luogo Giasone cercando l’abitazione di Circe per soddisfare a Medea desiderosa di veder quella Dea; e affermano che delle gocce d’olio cadute sul suolo [p. 37 modifica]mentrechè gli Argonauti si ungevano formaronsi quelle pietre variegate che vi si trovano ancora20. E queste favolose tradizioni vengono a confermare le cose già dette da noi; cioè che Omero non inventò di suo capo tutto quanto racconta, ma sentendo parecchie di siffatte credenze divulgate fra il popolo, egli v’aggiunse poi del suo questo solo, che le trasferì a grandi distanze, e le tramutò da uno ad un altro luogo. E però come fece uscire nell’Oceano Ulisse, così immaginò che vi fossero stati anche Giasone e Menelao, dei quali pure si raccontavano lunghi viaggi di mare.

Tanto basti aver detto intorno all’Etalia. Cirno poi da’ Romani chiamasi Corsica. Essa è male abitata per essere d’aspro terreno, e in quasi tutte le sue parti di accesso malagevolissimo: d’onde avviene che coloro i quali ne abitano i monti e vivono di ladroneccio, sono più salvatici delle stesse fiere. Quando pertanto i condottieri romani s’ inoltrano in quell’isola, e sorprendendo qualcuna delle fortezze, ne conducono via grande quantità di prigioni, è cosa miserabile a vedere la salvatichezza e la bestialità che in loro apparisce. Perocchè o non sostengono di vivere, o vivendo, coll’apatia e coll’insensibilità loro, son di tormento a chi li ha comperati; di sorte che poi sebbene li abbiano avuti per un nonnulla, nondimeno hanno a dolersi di quel che hanno speso21. Vi si trovano per altro alcune [p. 38 modifica]parti abitabili, ed anche alcune piccole città, come a dire, Blesinone, Carace, Epiconia e Vapane. La lunghezza dell’isola, dice il Corografo22, è di cento sessanta miglia, la larghezza di settanta; mentre la Sardegna è lunga duecento venti miglia, e larga novantotto. Ma secondo altri il perimetro di Cirno è di circa tremila e due cento stadii, e quello della Sardegna di quattro mila.

Una gran parte della Sardegna è terreno aspro, e paese non punto tranquillo23; ma un’altra parte è abbondevole d’ogni cosa, e soprattutto poi di frumento. Vi sono parecchie città, fra le quali son da notare Calari24 e Sulchi. Ma alla buona qualità di que’ luoghi, se ne oppone una dannosa, chè l’isola in tempo di state è malsana, principalmente appunto in que’ siti che sono più fertili: oltrechè sono di continuo depredati da’ montanari chiamati ora Diagebri, e prima denominavansi Iolei; perocchè si racconta che Iolao25 avendo con sè alcuni dei figliuoli d’Ercole approdò a quell’isola, e vi si mise ad abitare coi barbari. Costoro eran Tirreni: appresso vi dominarono i Fenicii venuti colà da Cartagine, i quali insiem con que’ barbari guerreggiarono contro i Romani; ma essendo poi distrutti, ogni [p. 39 modifica]cosa rimase nella signoria di Roma. Le nazioni montanesche sono quattro, i Parati, i Sossinati, i Balari, gli Aconiti, i quali abitano nelle spelonche. E sebbene abbiano qualche terra acconcia alle seminagioni, non la coltivano con punto di cura, ma vanno invece depredando quelle che sono coltivate da altri, così nella loro isola stessa, come (ciò che fanno più spesso) nel continente26, e principalmente su quel de’ Pisani. E i capitani che si spediscono colà da Roma, qualche volta giungono a reprimerli, qualche tolta abbandonan l’impresa, non trovandosi conveniente il mantener sempre un esercito in que’ paesi insalubri. Rimane per tanto di combatterli con certi stratagemmi, approfittando di un costume che hanno quei barbari di congregarsi insieme dopo il bottino e festeggiare per più giorni; ed allora li assalgono e ne prendono molti. Nascono nella Sardegna certi montoni che in vece di lana hanno un pelo caprino, e sono chiamati musmoni. Gli abitanti si valgono delle pelli di questi animali per farne corazze: e portano inoltre pelti27 e pugnali.

Da tutta la spiaggia situata fra Poplonio e Pisa si vedono pienamente le isole delle quali parlammo. Sono tutte e tre di forma oblunga e quasi parallele fra loro, e guardano al mezzogiorno e alla Libia: ma nella grandezza Etalia si rimane molto addietro dalle altre. Il [p. 40 modifica]Corografo poi dice che dalla Libia alla Sardegna il tragitto minore è di trecento miglia.

Dopo Poplonio è Cossa28, piccola città al di sopra del mare, fondata sopra un’eminenza che s’alza nel fondo del golfo. Sotto questa città trovasi il porto d’Ercole, ed ivi presso un lago marino; poi sulla sommità del promontorio imminente al golfo, è una vedetta pei tonni: perocchè questi pesci non vanno dietro soltanto alle ghiande, ma sì anche alle conchiglie d’onde si trae la porpora.

Navigando da Cossa ad Ostia si trovano alcune piccole cittadelle, come Gravischio, Pirgo, Alsio, Fregenia. Da Cossa a Gravischio si contano trecento stadii, e nello spazio frapposto è un luogo detto Regis-Villa. Raccontasi che questa fosse una volta la residenza di Maleoto pelasgo, il quale dopo avere in que’ luoghi regnato per qualche tempo sopra i suoi connazionali pelasghi, è fama che, partitosi di colà, venisse in Atene. E di questa tribù furono anche que’ Pelasghi che abitarono Agilla. Da Gravischio poi a Pirgo v’ha poco meno di cento ottanta stadii; ed a cinquanta stadii da Pirgo è il porto de’ Ceretani29. In Pirgo v’ha un porto d’Ilitia fondato dai Pelasghi, dovizioso una volta, [p. 41 modifica]ma lo spogliò poi Dionigi tiranno di Sicilia mentre navigava alla volta di Cirno. Da Pirgo fino ad Ostia si contano duecento sessanta stadii, e nello spazio di mezzo stanno Alsio e Fregenia.

Questi adunque sono i paesi che trovansi lungo la spiaggia tirrena: ma nelle parti mediterranee, oltre alle città già dette sonvi Arezzo, Perugia, Volsinio, e Sutrio; ed altre cittadelle vicine, Blera, Ferentino, Falerio, Falisco, Nepita, Statonia, e molte altre; alcune delle quali sussistono come in antico, alcune invece furono ripopolate dai Romani, od invece abbattute, siccome accadde di Vejo contro cui combatterono parecchie volte; e così anche di Fidene. Alcuni sostengono che i Falerj non erano punto Tirreni, ma sibbene Falisci. E dicono alcuni che questi Falisci sono una nazione particolare con lingua sua propria: ed altri la chiamano Equum Faliscum, situata luogo la via Flaminia tra Ocricli e Roma30.

Ai piedi del monte Soratte31 è la città di Feronia, [p. 42 modifica]c’ha il nome a comune con una divinità di quel luogo, grandemente onorata dagli abitanti circonvicini, e della quale avvi colà un tempio dove le suol esser renduto un mirabile culto. Perocchè alcuni invasati da quella Dea attraversano a piedi nudi un ampio letto di cenere calda e di ardenti carboni, senza rimanerne offesi; e vi concorre gran numero d’uomini, così per la fiera che vi si celebra ogni anno, come per lo spettacolo or ora detto.

La città più dentro terra e verso i monti è Arezzo a mille e due cento stadii da Roma. Clusio32 poi è distante da Roma ottocento stadii: e Perugia è vicina ad Arezzo ed a Clusio. Contribuiscono alla felicità di quel paese i laghi grandi e molti che vi sono; siccome quelli che son navigabili, e nutrono gran quantità di pesci e di uccelli palustri: ed oltre a ciò gran copia di tife, papiro e antela33 viene portata a Roma dai fiumi che uscendo di questi laghi vanno a sboccare nel Tevere. Tali sono il lago Ciminio34, quei di Volsinio e di [p. 43 modifica]Clusio, quello di Sabata35 ch’è il più vicino a Roma, e quello del Trasimeno che n’è il più discosto verso Arezzo. Lungo quest’ultimo lago è una via acconcia a trasferire eserciti dalla Celtica nella Tirrenia, e se ne valse anche Annibale. Oltre di questa ve n’ha poi un’altra vicino ad Arimini attraverso dell’Umbria; e questa è migliore per essere le montagne che vi s’incontrano mezzanamente basse: ma perchè l’avevano i Romani diligentemente presidiata, Annibale fu necessitato di eleggere la più malagevole, e ne riuscì dopo aver vinto sopra Flaminio una grande battaglia. Ancora è a notare che la Tirrenia nelle parti vicine a Roma ha molta abbondanza di acque calde, le quali sogliono frequentarsi non meno che quelle di Baja, che pur sono le più celebrate di tutte36.

  1. Di questi popoli l’Autore farà menzione più sotto.
  2. Cerveteri.
  3. Tutto questo luogo è oscuro. Il testo dice: πολιτείαν γὰρ δόντες, οὐκ ἀνέγραψαν εἰς τοὺς πολίτας, ἀλλὰ καὶ τοὺς ἄλλους, τοὺς μὴ μετέχοντας τῆς ἰσονομίας, εἰς τὰς δέλτους ἐξώριζον τὰς Καιρετανῶν. E la traduzione francese: Contens d’avoir donné aux Caeretani le droit de bourgeoisie, ils ne les inscrivirent point parmi les citoyens Romains, ecc. Non è meraviglia (soggiungono poi quegli Edit.) se Strabone parla oscuramente di queste cose, quando anche gli Scrittori romani ci lasciano nella dubbiezza, e i critici moderni non sanno recarvi bastevol luce.
  4. Odiss., lib. xix, v. 175.
  5. Il., lib. xvi, v. 233.
  6. Il., lib. ii, v. 840.
  7. È incerto a quale Opera appartenga questo luogo d’Esiodo.
  8. Eschilo veramente dice soltanto

    . . . . . . Il figlio io sono
    Di Palectone indigena, Pelasgo,
    Re di questa contrada, ed i Pelasgi
    Da questo suol nudriti han da me nome.

     Trad. Bellotti.

  9. Questa citazione appartiene ai Frammenti d’Euripide.
  10. Cioè: Cicogne.
  11. Di Poplonio o Populonio trovansi alcuni avanzi sulla penisola di Piombino. (Edit. franc.).
  12. Oltre alla differenza che si trova fra il calcolo di Strabone e quello di Polibio, gli Edit. franc. rettificano così queste distanze:
    Da Luni a Pisa st. 400
    Da Pisa a Volterra » 290
    Da Volterra a Poplonio » 270
    Da Poplonio a Cossa » 800
         o secondo altri 600

    1760
         od almeno 1560.
  13. Di Selene, cioè: della Luna.
  14. L’Arno e il Serchio: ma al presente quest’ultimo non si unisce punto col primo, e va al mare solo con un corso suo proprio.
  15. Ora Capo di Campana.
  16. Θυννοσκοπεῖον.
  17. La Corsica.
  18. L’isola d’Elba.
  19. Cioè nell’Isola d’Elba. Il porto di cui qui fa menzione dicesi ora Porto-Ferrajo.
  20. Forse i cristalli di ferro abbondanti nell’isola d’Elba, e di bello e vario colore. (Edit. franc.).
  21. Diodoro Siculo (lib. v, § 13) dice tutto al contrario.
  22. Non trovano gl’interpreti a chi voglia alludere Strabone in questo luogo.
  23. Il Siebenkees vorrebbe leggere ὀρεινὸν, montuoso.
  24. Cagliari. Rispetto a Sulchi si crede che fosse dove ora è Palma di Solo, vicino alla Punta dell’Ulga.
  25. Figliuolo d’Ificle e nipote d’Ercole.
  26. Altri leggendo, non ἐπιπλέον τοῖς ἐν τῇ περαίᾳ, ma ἐπιπλέοντες κ. τ. λ., traducono: Così nell’isole loro, come anche nel continente su cui discendono.
  27. Specie di scudi.
  28. Se ne veggono le rovine sopra una collina fra l’imboccatura del fiume Pescia e Porto Ercole.
  29. Notano gli Edit. franc. che le parole del testo potrebbero anche significare, essere Pirgo un porto de’ Ceretani a cinquanta stadii dalla loro città: Ἑστι δ᾽ἐπίνειον τῶν Καιρετανῶν ἀπὸ ν σταδίων.
  30. La lezione comune è guasta. Ho seguitata l’opinione del Salmasio che la corresse cosi: Ἔνιοι δ᾽ οὐ Τυρρηνούς φασι τοὺς Φαλερίους, ἀλλὰ Φαλίσκους. Ἴδιον ἔθνος τινὲς τοὺς Φαλίσκους, καὶ πόλιν ἰδιόγλωσσον. Οἱ δὲ Αἰκουμ Φαλίσκον κ. τ. λ. Gli Edit. franc. traducono, secondo una loro congettura: Giusta alcuni autori gli abitanti di Falerium non appartenevano alla nazione dei Tirreni, ma sì a quella dei Falisci che sono un popolo assolutamente distinto dai Tirreni, e con un linguaggio suo proprio. La loro capitale era Falisco, denominata da altri Æcquum Faliscum, e situata sulla via Flaminia tra Roma ed Ocricli. — Quest’ultima città è ora detta Otricoli
  31. Monte di S. Silvestro.
  32. Chiusi.
  33. Non trovasi una sicura dichiarazione di queste tre produzioni marine.
  34. Ora Lago di Vico o Ronciglione. Il lago Volsinio poi è quello di Bolsena; e sotto il nome di lago di Clusio non può intendersi se non la marea vicina a Chiusi, attraversata dalla Chiana che si perde nel Tevere presso Orvieto. È uopo notare però che il nome di lago dato a questa marea è improprio, sicchè alcuni vollero intendere qui il Trasimeno; e che dal lago di Bolsena esce bensì il fiume detto la Marta, ma invece di sboccare nel Tevere va al mare direttamente. (Edit. franc.)
  35. Ora Lago Bracciano.
  36. Vincenzo Borghini sospetta che questo capitolo sulla Tirrenia non ci sia pervenuto tutto intiero. (Edit. franc.).