Gli amori pastorali di Dafni e Cloe/Ragionamento terzo

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Ragionamento terzo

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Longo Sofista - Gli amori pastorali di Dafni e Cloe (III secolo)
Traduzione dal greco di Annibale Caro, Sebastiano Ciampi (XVI secolo)
Ragionamento terzo
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RAGIONAMENTO TERZO





Giunta a Metellino la nuova dell’armata de’ Metinnesi, poscia rapporto loro da quelli che fuggivano, la preda fatta, deliberarono ancor essi, per vendicarsi della ricevuta ingiuria, d’avanzarsi a muover l’armi incontra loro; ed incontanente messi insieme da tremila targhe, e cinquecento cavalli, gli spedirono a’ danni loro, sotto la condotta del capitano Ippaso, per la volta di terra, non volendo per tema della tempesta avventurarli per mare. Uscito Ippaso alla campagna, non curò di dare il guasto al territorio de’ Metinnesi, non di far prigioni agricoltori, e pastori, o di predare, o danneggiare gli armenti, e li poder loro, stimando che ciò fosse cosa da corsaro piuttosto che da capitano; ma spingendo frettolosamente le sue genti alla volta della città, s’avvisò, trovando le porte sfornite di guardia, che venisse lor fatto di pigliarla d’improvviso; e marciato avanti presso a dodici miglia, si fece loro incontro un trombetta de’ nemici, con pratiche d’accordo. Perciocchè i Metinnesi inteso ch’ebbero da’ prigioni, che a Metellino di ciò ch’era avvenuto nulla si sapeva, ma che lo scandalo era nato da’ contadini, e da’ pastori, che avevano i lor giovani ingiuriati, di sì precipitoso ardire [p. 56 modifica]contra i lor vicini, pentitisi si affrettavano di restituir loro la preda fatta, non facendo poi caso di venir con essi alle mani e per mare e per terra. Spacciò Ippaso il medesimo messaggiero a Metellino, quantunque per se stesso avesse autorità di disporre di tutte le occorrenze di quella guerra; ed esso accampatosi con le sue genti poco più d’un miglio lontano a Metinna, si stette aspettando la risposta della sua città; e due giorni dipoi giunse un capitano di Metellino con ordine, che ripigliandosi la preda, che gli restituivano, indietro se ne tornasse; perciocchè, avendo innanzi il partito o di combattere, o di pacificarsi, a quel che metteva lor meglio attenendosi, la pace elessero: ed a questa guisa la guerra fra Metellino, e Metinna, come a caso ebbe principio, così si risolvette. Sopravvenne frattanto lo ’nverno, che a Dafni, ed alla Cloe fu molto più gravoso che la guerra; perciocchè cadendo subitamente di molta neve, ricoperse tutte le vie, racchiuse nelle loro stanze tutti i contadini, i rivi divennero fossati, gli stagni si fecero ghiaccio, la terra non si vedea in nessun loco, salvo che intorno alle fontane; per che nessun pastore cacciava a pascere, nessuno usciva delle porte, ma tutti intorno a gran fochi si stavano il giorno, e la sera a veglia fino al cantar de’ galli; altri a filar lino, altri a lavorar velli di capra, ed altri a far lacci, e vari ingegni da pigliare uccelli; governavano i buoi nelle stalle con la paglia, e le capre e le pecore nelle capanne con la fronda, ed i porci nelle stipe li con la ghianda; e così stando, avvenga che come assediati vivessero, gli altri tutti se n’allegravano, come quelli, che allora avevano pur qualche riposo della fatica, e la mattina a buon’ ora pranzando, sciolvendo, e la notte lunghi e riposati sonni dormendo, tenevano lo ’nverno per più dolce stagione che la state, che l’autunno, e che la primavera stessa. Ma la Cloe e Dafni degli avuti diletti rammentandosi come si baciavano, come si abbracciavano, come magnavano, e beevano insieme, non dormivano mai tutta notte; si voltolavano per il letto, si rammaricavano, si struggevano, ed aspettavano la [p. 57 modifica]primaveracome se morti, in quella dovessero a novella vita tornare. Era lor cagion di dolore o che s’abbattessero al zaino, con che portavano da magnare; o che vedessino la fiasca o la ciotola, con che beevano, o che trovassero la sampogna oziosa, che aveano ciascuno di essi avuta dal suo amante in dono: pregavano le Ninfe, si votavano a Pane, che da quegli affanni li liberassino, e che a loro, ed alle loro greggi mostrassero il sole; e coi voti, e coi prieghi insieme s’argomentavano di trovar qualche compenso a potersi rivedere. Ma la Cloe, semplicetta, e povera di consiglio, non sapeva che partito si prendere; nè manco il potea, avendo tuttavia d’intorno quella, che per madre si tenea, la quale insegnandole di pettinar la lana, e di filare, e di far cotali altre bisogne, le stava presso, ragionandole sovente, come si suol fare con le fanciulle, di darle marito. Dafni trovandosi scioperato, come quello ch’era assai più di lei scaltrito, e risicato, tentò con questa industria di vederla. Era davanti alle stanze di Driante un cortile, a’ piè del cortile due gran piante di mortella, a’ piè delle mortelle un’ellera antica e cespugliosa molto: stavano le piante l’una poco distante dall’altra, e tra l’altra e l’una stendeva l’ellera le sue braccia in somiglianza d’una vite, con le sue vermene, e con le foglie tessute, e consertate in modo, che facevano come una grotta, a cui d’ogn’intorno pendevano di gran pannocchie di corimbi, a guisa che pendono i grappoli dell’uve per le pergole. A questo loco conveniva una gran moltitudine d’uccelli vernarecci, non trovando per terra da viver di ruspo, nè per gli alberi di coccole, nè d’altro cibo d’altronde, per che sempre d’intorno vi si riparava un nugolo di merle, di tordi, di palombi, di storni, e di tutti quegli uccelli, ch’attraggono all’ellera. Prese Dafni l’occasione di questo loco, e la scusa d’uccellarvi, ed uscì fuora con la sua tasca piena di bericuocoli melati, e per dar maggior fede d’uccellatore portò seco i lacciuoli, la pania, i vergoni, le ragnuole, e tutt’altro che faceva mestiero. Era il loco lontano da dove egli stava poco più d’un miglio: [p. 58 modifica]durò nondimeno gran fatica a condurvisi, sendo le strade rotte e guazzose per la neve, che non era ancor finita di struggere. Amor tuttavolta ispiana, ed agevola ogni aspro e faticoso sentiero; e non che la neve, ma nè ’l mare, nè ’l foco gli averebbe il suo corso impedito. Correndo dunque ne venne al cortile, e dopo scossa la neve da’ piedi, tese le ragnuole, ed i lacciuoli, e messi i panioni, si pose in disparte a sedere, attendendo gli uccelli, e la Cloe, se peravventura a uscio, o a finestra s’affacciasse. Degli uccelli ve ne vennero assai, e buona parte impaniati, accappiati, ed arreticati vi restarono talmente, che non potea supplire a pigliarli, a schiacciar loro il capo, e pelarli. Ma nel cortile non uscì mai nessuno, nè uomo, nè donna, neppur un uccello casalingo; perciocchè tutti si stavano dentro rinchiusi a canto al foco. Laonde il garzonetto, cominciando a sentire, che rovaio gli bruciava il capperone, già tutto assiderato, e disperato di vederla, come se quelli suoi uccelli poco felice augurio gli facessero, prese ardimento di voler sotto qualche scusa entrare in casa, e cercava fra sè stesso di che dire, che più facilmente si credesse. Son venuto per del foco: — Non avevi tu più presso vicinato che ’l nostro? — Son venuto per del pane — O, la tua tasca è piena. — Ho bisogno di vino. — Voi ne riponeste pure assai. — Fuggiva un lupo, che mi veniva dietro. — E dove son le pedate del lupo? — Son venuto per uccellare. — Uccellato che tu hai, perchè non te ne torni? — Voglio veder la Cloe. E chi direbbe mai questo al padre ed alla madre di lei? E fanciul nessuno non ci capita. Ma nulla di queste cose posso fare senza dar sospetto. Che farò dunque? Starommi cheto per lo migliore, e vedrò poi la Cloe a primavera; posciachè la mia sventura non vuole che questo inverno io la veggia. Queste, e simili cose fra se medesimo bisticciando, e raunando gli uccelli, ch’avea presi, già si metteva per via d’andarsene, quando avvenne (quasi fatto Amor di lui compassionevole), che dentro da Driante pranzandosi, e data a ciascuno la sua parte della carne, mentre che si metteva il pane, e si mesceva [p. 59 modifica]a bere, un mastino guardian di pecore, vedendo che Driante baloccava altrove, li levò il suo pezzo dinanzi, e fuggissene fuori. Driante crucciato (perciocchè gli era la sua parte), con un randello in mano gli corse dietro per l’orme anch’egli come un cane, e giunto vicino all’ellera vide Dafni, che già s’accollava la caccia per andarsene; e vistolo per allegrezza, e del cane e della carne dimenticatosi, gli si fece avanti con grandissime accoglienze: O Dafni, gridando, come sei tu qua? che vai tu quinci oltre facendo? tu sia il ben giunto, figliuol mio; ed abbracciatolo, e baciatolo più volte, lo condusse per mano in casa1, e visti, e salutati che si furono, di nuovo in terra s’assisero; ma ’l farsi motto, e ’l baciarsi gli puntellaron tanto, che in quel mentre pur stettero in piedi. Dafni, fuor d’ogni sua speranza veduta, e baciata ch’ebbe la Cloe, s’assise a canto al foco, e rovesciati sopra il desco tutti gli uccelli, che avea presi, cominciò a raccontar loro, come per fuggir la noia di star racchiuso, e per non marcir nell’ozio era venuto per uccellare; come gli uccelli eran quivi calati per trovarsi di molte coccole; e come parte alla pania, parte a’ lacciuoli, e parte alle ragnuole n’eran restati. Gli altri tutti gli stavano d’intorno e meravigliandosi, e di sì lontana impresa lodandolo, l’accarezzavano, lo invitavano a magnar di quel che c’era, e delli rilievi del cane, comandando alla Cloe, che gli mescesse bere. Ella di ciò allegra, ma nel viso alquanto acerbetta, porse ber prima a tutti gli altri, che a lui, facendo le viste d’esser seco adirata, che se n’andasse senza vederla; pure avanti che gliene porgesse, ne gustò anch’ella un sorsetto, e Dafni benchè assetato bevve adagio, assaporando a ciantellini, per [p. 60 modifica]allungarsi con quello indugio il piacer di vederlasi avanti. Era già la mensa sgombra di pane e di companatico, e sedendosi, e ragionando come si suole, gli dimandavano: come la fa Lamone? Come sta Mirtale? Beati loro, che hanno te per sovvenitore, e per sostegno della loro vecchiaia. Allegravasi Dafni di queste lodi per la presenza della Cloe; ma più s’allegrò egli quando lo forzarono a restar con esso loro per lo sacrifizio del giorno seguente; che per allegrezza che n’ebbe, poco men che non adorò loro invece di Bacco; e cavandosi della tasca i suoi bericuocoli, volle, che gli uccelli ch’avea presi, per la cena s’apparecchiassero. Venne il secondo bere, ed accesesi il secondo foco; e già fatta notte cenarono: e dopo molto favoleggiare, e molto cantare, sendo ora di dormire, la Cloe se n’andò a letto con la madre, e Dafni con Driante. Ma la fanciulla di nulla prendeva diletto, pensando, che ’l giorno di poi Dafni si partirebbe. Dafni si pigliava un piacer vano, parendogli un bel che di dormire col padre della Cloe; e la notte l’abbracciò, e baciò più volte, sognando d’abbracciare, e di baciar la Cloe. Fatto giorno si mise un gran freddo, con una borea, che ogni cosa bruciava; ed essi levatisi, sacrificarono a Bacco un montone d’un anno, e acceso il foco, lo preparavano per lo pranzo. In questo mentre, essendo la Nape occupata a fare il pane, e Driante a cuocere il montone, i giovinetti veggendoli infaccendati, se n’uscirono a piè del cortile alla grotta dell’ellera, e di nuovo tendendovi i lacci, e ponendovi i vergoni del vischio, molti uccelli pigliando, e molte volte baciandosi, così amorosamente ragionavano: Cloe, io son venuto qui per tuo amore. — Dafni, io lo so, e te ne ringrazio. — Per tuo amore ammazzo io questi poveri uccelli. — Ed io che farò per amor tuo? — Mi basta che tu ti ricordi di me. — Me ne ricordo tuttavia per le Ninfe, che altra volta io ti giurai. — Quando ci rivedremo noi insieme nella grotta? — Tosto che la neve sarà dileguata. — Oimè! che la neve è tanta, che mi dileguerò prima io. — Non dubitar, Dafni, che ’l sole è caldo. — Dio volesse, che fosse [p. 61 modifica]così caldo come ’l foco del mio core. — Sempre non farà questo cattivo tempo. — Cattivo è egli quando io non ti veggio. Così dicendo, e l’uno all’altro in guisa d’eco rispondendosi, sentiron voce, che dentro da Nape li chiamava, onde baciatisi prima una volta alla sfuggita, se ne corsero subitamente in casa, portando assai maggior caccia che quella del giorno passato; ed offerto a Bacco una gran tazza, tutti dell’ellera inghirlandati, col montone fecero insieme un’allegra gozzoviglia; e quando fu tempo, che Dafni se n’andasse, empiutogli la tasca di pane, e di buon catolli di carne, con gridari, e con trescamenti bacchevoli commiato gli dierono, forzandolo a portare a Lamone, ed a Mirtale tutti i tordi, e li palombi che s’erano presi, come quelli che potevano a lor grado uccellare altre volte, finchè la ’nvernata durava, e che l’ellera non mancava. Trovò poi Dafni altre vie d’esser con la Cloe, per non passare tutta la ’nvernata senza amore.

Già ricominciava la primavera, e la terra del bianco manto spogliata, di verde si rivestiva, e ’l verde di varie verdure distinto, e dove era fiorito, di vermiglio e di candido, di giallo e d’altri colori era dipinto. Quando tutti i pastori, ed i due pastorelli prima degli altri, come quelli ch’erano da maggior pastore comandati, uscirono con le loro greggi in campagna; e primieramente correndo a salutar le Ninfe, a riveder la grotta, a far riverenza a Pane, a visitare il pino, di sotto all’usata quercia a sedere si ricondussero, alla cui ombra le greggi guardando, e molto a tutte l’ore baciandosi, per lo più tempo si riparavano. Indi, per gli Dei di ghirlande onorare, si dettero all’inchiesta de’ fiori dovunque n’erano; e comecchè d’essi (per aver di poco avanti il nutrimento di zeffiro e ’l caldo del sole) pochi ne fossero aperti, pur trovarono delle viole mammole, dei narciss, delle terzanelle, e d’ogni sorta fiori, che di quella stagione sono primaticci: di questi fecero ghirlande alle statue di Pane e di tutte le Ninfe; e del primo latte, che munsero, altrettante ciotole empiute, e fioritele, lor medesimamente le dedicarono. Questo fatto, posero bocca alle [p. 62 modifica]sampogne; e sonando disfidarono gli usignoli, che intermesso per lungo spazio il cantare, quasi per rammemorarsi de’ dimenticati accenti, pianamente entro le macchie cinguettavano; ed Iti, prima sotto voce, poscia più scolpitamente pronunciando rispondevano. Qua si sentivano belar pecore, là si vedevano saltar agnelletti, e per poppare con un piacevol divincolamento alle materne poppe sottomettersi. I montoni dietro alle non pregne pecorelle correndo e per stanchezza fermandole, qual una e qual un’altra ne montavano. I becchi ancor essi le lor caprette seguivano; ed or facendo loro avanti cotai salti amorevoli, or per amor d’esse co’ rivali questionando, ciascuno la sua propria si conquistava. Queste lascivie avrebbono, a vedere, fatto qual si fosse freddissimo vecchio sentir d’amore, non che i due baliosi ed accesi giovinetti, che di cogliere il frutto de’ loro amori già tanto tempo cercavano; laonde sentendo, più s’accendevano, si disfacevano; ed ancor essi s’argomentavano di venire a quel che si fosse oltre al baciare e l’abbracciare; e specialmente Dafni, che nel soggiorno, e nell’ozio di quell’invernata, messe le prime calugini, ed in succhio venuto, era come un torello gagliardo: per che non più potendo alle mosse contenersi, le s’avventava addosso a baciarla, ed abbracciarla, e come quello, che in ogni suo affare era più astuto e più risicato di lei, le domandava che s’arrecasse a compiacerlo di tutto che egli voleva, e che si coricasse ignuda con lui più soavemente che non erano soliti di fare, dicendo, che (secondo la dottrina di Fileta) questo solo mancava a fare per compito rimedio dell’amore; e domandando la Cloe: Dopo questi baciamenti, questi abbracciamenti, e questi coricamenti, che sarà egli di più? Coricati che ci saremo nudo con nuda, che pensi tu d’aver a fare? Faremo, rispose Dafni, quel che fanno i montoni alle pecore, ed i becchi alle capre. Non vedi tu dopo quel fatto, come elle più non li fuggono, ed essi più non le seguono? ma che quasi comunemente godendosi dell’avuto piacere, se ne vanno insiememente pascendo? Di certo, secondo che si vede, quella [p. 63 modifica]debbe essere una dolce cosa, poichè la smorza quell’amaro che turba la dolcezza d’Amore. Sì (rispos’ella); ma le capre, le pecore, i becchi ed i montoni lo fanno tutti ritti, e tu vuoi, ch’io mi corichi, e che mi spogli ignuda, dove essi hanno sempre le lor vesti addosso, e sono villosi e lanosi più che non siamo noi? Ma Dafni per sì fatta maniera la persuase, ch’ella vi s’acconciò pure; e spogliatisi, e coricatisi insieme, si giacquero avvinchiati per buono spazio, baciucchiandosi, aggavignandosi, e voltolandosi pure assai; e dopo molto affanno, non venendo lor fatto quel che cercavano, trafelando e sospirando si disciolsero, nè guari stettero, che vedendo Dafni un montone, che una sua pecorella amoreggiava: Guarda, disse alla Cloe, che ’l tuo martino farà quello che non possiam far noi: pon cura tu di secondare a tutti gli atti della pecora, ed io contraffarò quelli del martino: e recatisi ambedue carpone secondo che vedevano le bestiuole appressarsi, accarezzarsi e strofinarsi tra loro, così ancor essi s’appressavano, s’accarezzavano, e si strofinavano, quasi temendo qual si fosse di quei punti, che indietro lasciassero, impedisse loro il compimento di tanto misterio. Rizzandosi dunque il montone con le zampe dinanzi sopra la groppa della pecora, il buon Dafni si levava suso con le mani, e si serrava cotale alla svenevole su la schiena alla Cloe; e quando la bestia alzava uno zampino, egli ritirava una gamba; quando scontorceva il niffolo, egli stralunava gli occhi; quando fiutava, egli annasava; quando colpeggiava, egli batteva tutti i suoi colpi; ma dove il suo maestro colpiva sempre, egli non seppe mai dare nel bersaglio: laonde più confuso, e più disperato che ancora fosse stato, toltosi dall’impresa, ed a seder postosi, cominciò dolorosamente a piangere, e rammaricarsi, Oi sè, gramo sè dicendo, ch’era nell’opere d’amore via più scipito, e più balordo ch’un pecorone. Ora udite quel che avvenne. Avea Dafni per vicino un certo contadino chiamato Cromi, un uomo attempato, ed assai benestante, perciocchè gli era lavoratore di un suo poder proprio. Costui teneva a sua posta una cotal [p. 64 modifica]fanciulla, avvezza in cittade, il cui nome era Licenia, giovine vistosa, scaltrita, ed avvenente assai più che a contadinanza non si richiedeva. Avea costei più volte adocchiato il garzonetto, perciocchè e la mattina cacciando a pascere, e la sera tornando, sempre davanti all’uscio le passava; e piacendole il pelo, s’invaghì di lui sì fattamente, che si dispose, potendo, goder del suo amore; e per adescarlo gli avea più volte parlato, quando soletto s’era abbattuta a vederlo, e donatogli quando una sampogna, quando un favo di mele, e quando una pelle di cervo; ma di scoprirgli il suo desiderio ancora non s’arrischiava, come quella, che s’avvedeva ch’egli era innamorato della Cloe, e lo vedea con esso lei molto alle strette. Questo loro amore credeva ella per prima per gli andamenti, per gli cenni, e per lo ridere, che vedea lor fare; ma questo giorno, che ignudi lotteggiarono, vedendoli, ne ebbe piena certezza; perciocchè facendo sembiante con Cromi di voler visitare una sua vicina di parto, tenne lor dietro; ed appiattandosi appo una macchia di pruni per non esser veduta, udí tutto che dicevano, vide tutto che facevano infino al pianto e rammarichio di Dafni; e secondo che le dettò la compassione di loro, e ’l suo desiderio, prese la doppia occasione di procurar parte la lor salute, e parte d’adempir la sua voglia; ed a dover ciò fare usò questa astuzia: ella finse il giorno di poi di visitare quella sua vicina altresì, e palesemente venendosene alla quercia, dove l’amorosa coppia si sedeva, ansando, e come tutta affannata: Soccorrimi, Dafni, cominciò di lontano a gridare, che l’aquila m’ha rapita un’oca, di venti che io n’avevo, la più bella, la più grossa, e la migliore; e per il soverchio peso non la potendo condurre in su quel cucuzzolo del monte, come suol far dell’altre prede, s’è gittata con essa a’ piè di questa selvetta. Scampamela, Dafni, te ne prego per le Ninfe, e per questo Pane, se così ti campino questa greggia dal lupo. Deh! sì, Dafni, vien meco fin nella selva, ch’io non m’affido d’entrarvi sola. Io te ne prego non tanto per lo scemo novero del mio branco, quanto perchè [p. 65 modifica] [p. 66 modifica]non scemi del vostro; perciocchè, se ti venisse fatto d’uccider l’aquila, libereresti ancora gli agnelli ed i capretti vostri dalla sua rapina, ed in questo mentre la Cloe terrà cura della tua greggia, che per esserti sempre compagna a pascere, le tue capre la dovranno conoscere, ed ubbidire. Dafni non pensando a che la cosa dovesse riuscire, incontanente salse in piedi, e presa la sua mazza, le tenne dietro. Licenia menatolo quanto più potè lontano dalla Cloe, e condottolo per un bosco foltissimo a canto a una fontana, ivi fattolosi a canto sedere, così gli disse: Dafni, io so che tu sei innamorato della Cloe, perciocchè questa notte le ninfe me l’hanno rivelato, le quali apparendomi in sogno, e dopo dettomi il tuo pianto di ieri, m’hanno [p. 67 modifica]imposto che io venga a te, e che ti sovvenga al bisogno tuo, rivelandoti l’opre d’amore, le quali non sono nè baci, nè abbracciamenti, nè quel che fanno i montoni ed i becchi, ma certi dimenamenti, e certe tresche, con certe altre dolcitudini, che vanno insieme, dove sono assai maggiori, e più lunghi i piaceri. Ora se t’è caro, ch’io ti liberi da questi tuoi mali, e desii di venire alla sperienza di quel diletto, che tu vai cercando, vieni, e porgimiti lieto discepolo, e volentieri; ed io, per fare cosa grata alle Ninfe, son qui presta per insegnarloti. Dafni per allegrezza non lasciò che più oltre dicesse: e come rustico, capraro, innamorato, e giovine ch’egli era, gittatolesi a’ piedi, come se gli avesse avuto ad imprendere qualche mistero grande, e venuto veramente da Dio: Anzi questo cercavo io (le disse) e ti prego, che senza indugio tu mi mostri questo segreto, e darottene un capretto, un paniero di caci freschi, del primo latte ch’io munga, ed una capra la più lattosa che io abbia. Licenia trovando in costui tanta larghezza, quanta da un capraro non attendeva, lo prese in questa guisa ad imbarberescare. Ella primieramente gl’impose, che così come si vedeva, le s’accostasse, e che la baciasse come e quante volte soleva baciar la Cloe, e che così baciandola l’abbracciasse, e si coricasse in terra con esso lei. Accostatolesi, baciatola e coricatolesi a canto, ella prese a dire: Ora, Dafni, pensa che tu sia un torello, e che io sia una giovenca; ci abbiamo ad appaiare insieme, e lavorare un podere. Io metterò il campo e l’aratro, e tu il vomero e ’l pungetto, e ’l seme a mezzo. Io metterò il giogo al collo a te, e tu a me in questa guisa (ed abbracciaronsi). Tu t’arrecherai su questo aratro così, ed io così (ed aperte le gambe s’acconciò come dovea stare). Il vomero ha da passare per questo mezzo (e toccandolo lo trovò fermo, e ben fendente). Ora, diss’ella, tu ti stringerai a me, ed io a te: e non uscir mai di questo solco (e miselo per quella via, che cercava): e s’io mi discostassi tanto, che ’l vomero non s’affondasse nel solco, mi darai con questo pungetto così dietro (e presali la mano, la si recò sulla [p. 68 modifica]groppa). Il rimanente t’insegnerà il naturale, che sarà nostro bifolco. A questo modo accoppiati, ella coll’aratro quando sollevato, e quando per terra, ed egli quando coi vomero, e quando col pungetto, andarono tanto innanzi e ’n dietro che compirono di lavorare, e di seminare una porca. Dafni appreso ch’ebbe il modo dell’arare, come quello ch’era semplicetto, e pastore, temendo non per indugio se ne dimenticasse, si mosse incontanente a correre per metterlo in opera con la Cloe; ma Licenia, postagli la branca addosso: Dafni, a bell’agio (gli disse) e ci sono ancora degli altri punti a sapere: perciocchè tu non hai fino ad ora tutto lo ’ntero dell’arte, nè manco la pratica di quanto io t’ho insegnato: imperò sarà bene che, per ammassicciarti meglio noi lavoriamo ancora un’altra porca. Il buon garzone se ne mostrò contento: e di nuovo tornando a rinsolcare, come quello che si trovava buon naturale, recitò la lezione, che non ne lasciò punto indietro. Poscia disse Licenia: Ora attendi al secreto. Io, che già son femmina, ed ho più volte arato e seminato il mio campo senza punto d’affanno, e con sommo mio piacere, t’ho mostrato testè questo lavoro, perciocchè più tempo fa ch’io l’apparai da quel bifolco, che mi ruppe la prima volta il mio sodo, e per premio n’ebbe le prime rose del mio giardino. Ma non avverrà già così a te con la Cloe, quando tu vorrai far seco questo lavorìo: perciocchè la prima volta strillerà, piangnerà, ti parrà di trovarti in un pantano di sangue, come se tu la svenassi, avvengachè il vomero intopperà fra certi radiconi, che a lei sarà un grande affanno a [p. 69 modifica]tirare innanzi: ma tu non guardare a questo: dalle pure del pungetto, come t’ho mostrato, e spingi tu innanzi da te, e non ti smagar del sangue, che rotto che tu avrai, da quindi innanzi farete sempre buona maggese: e quando ella sarà disposta a far questo lavoreccio teco, conducila a questo loco, acciocchè gridando non sia sentita, piangendo non sia veduta, insanguinandosi, a questa fonte si possa lavare. Ora va sicuramente: e quando tu avrai rotto il sodo alla Cloe, mi presterai poi qualch’opera a rinsolcar la mia maggese: e ricordati ch’io t’ho fatto bifolco innanzi alla Cloe. Mostro che egli ebbe Licenia questo misterio, come se la cercasse ancor dell’oca, per altra via se n’uscì della selva: e Dafni riandando ciò, ch’ella detto gli avea che facesse con la Cloe, per tenerezza di non guastarla, si rattenne da quel suo primo impeto d’assalirla con altro che col baciare, e con l’abbracciare. La griderà (diceva egli): adunque le farò io male. — La piangerà; per certo si dovrà dolere. — S’intriderà di sangue: non già, io non la ferirò, che le ferite sono quelle che fanno sangue. Così fatto proponimento di non voler da lei salvo che i soliti piaceri, si trasse fuor della selva: e giunto dove ella sedeva tessendo una sua ghirlandetta di viole, finse d’aver scampata l’oca dagli artigli dell’aquila; e recandosele in braccio, la baciò più volte a guisa ch’avea fatto con Licenia nell’amorosa dolcezza, parendogli di poter far fino a tanto senza pericolo; ed ella, presa la sua ghirlandetta, gliela pose in testa, e baciògli quegli suoi capelli ricciotti, dicendo ch’erano più belli che le viole; poscia trattosi della tasca un rocchio di fichi, e certi tozzi di pane, si posero a merenda; e mentre che l’uno masticava, l’altro gli rapiva il boccone di bocca: e così come due passerotti s’imboccavano. A questa guisa mangiando, e nel magnare amorosamente baciandosi, gittarono un tratto gli occhi al mare, e si videro navigar davanti una barca pescareccia. Era il mare in calma, e non tirava da niuna banda bava di vento, faceva mestiero ch’andassero a remi e remigando di forza, per avaccio condurre il pesce [p. 70 modifica]ch’aveano preso, a certi gentiluomini della città prima che perdesse la grazia della freschezza, come sogliono i marinari per alleggiamento della lor fatica, vogando, e cantando, ne andavano; e nel cantare avevano tra loro un commendatore, che a guisa di papasso stando in prua, e dando il tempo del remo, era il primo ad imporre certe crocchie marinaresche; ed imposto ch’egli avea, tutti al calar della sua voce, come un coro a voce pari, con la battuta de’ remi rispondevano; e mentre ciò faceano, dove il mar d’ogni intorno era sfogato, quel lor canto, per l’ampiezza dell’aria dileguandosi, svaniva. Ma poscia che furono a dirimpetto d’un promontorio, entrando in un golfo concavo e lunato, ed alle radici del promontorio cavernoso, le stesse voci rinforzarono sì, che i pastorelli sentirono: e dal mare ispiccate, e bene scolpite cadendo, di nuovo in terra si rimprontavano; perciocchè da un vallone, che con esso golfo continuava, ricevute, e per alcuni ripercotimenti raggirate, e come per uno stromento riformate, rendevan voci rappresentatrici di tutte l’altre cose che sentivano, formando partitamente il suono de’ remi dalle voci dei pescatori, che poscia in un solo concento unendosi, faceano una dolce o dilettevol cosa a sentire; e tanto stava questa unione a finire in terra, quanto tardava a ricominciar nel mare. Dafni, sapendo come il fatto andava, attendeva solamente al mare, pigliandosi piacer di veder quella barca quasi volare, argomentandosi d’imburchiare qualcuna di quelle canzonette, per metterla in su la sampogna. Ma la Cloe, che non prima che allora seppe che cosa si fosse eco, si volgeva quando al mare guatando i marinari, e quello che imponeva il canto, e quando a terra mirando la selva, e cercando di quelli che rispondevano. Ma poichè i pescatori, e la valle a un tempo si tacquero; Dafni (disse la fanciulla) di là da quel promontorio debbe essere un altro mare, e un altro legno che navighi, e altri marinari che cantino le medesime canzoni, e che medesimamente si rispondano, e parimente si tacciano. Il giovinetto udendola rise dolcemente, d’un [p. 71 modifica]dolcissimo bacio baciandola, e della ghirlanda di viole incoronandola, le prese a raccontar la favola d’Eco, chiedendogliene prima in guiderdone dieci altri baci; e cosí disse: E’ sono, bella fanciulla, di molte sorte Ninfe, le cantatrici, le boscarecce, le palustri, le quali tutte sono musiche. D’una d’esse fu figliuola Eco, che nata di padre mortale, era mortale; nata di bella madre, era bellissima. Fu allevata con le Ninfe, e le Muse le insegnavano a suonar la sampogna, e porre in essa tutti i suoni dalla lira, tutti quelli della cetera, in somma ogni sorta di canto; ed essendo in sul fiore della sua verginità, ballava con le Ninfe, cantava con le Muse; ed amando la sua stessa verginità, era selvaggia, e schiva di tutti i maschi, e degli uomini, e degli Dei. Pane, della sua musica invidioso, e della disdetta del suo amore isdegnato, divenutole nemico, mise tanto furore ne’ petti dei pastori, e de’ caprari incontro a lei, che, come cani e come lupi avventandosele, la scerparono e sbranaron tutta; e mentre che ancora cantava ne sparsero i pezzi per tutta la terra. Raccolse essa terra, per compiacere alle Ninfe, tutti i suoi canti, e fece conserva della sua musica, ed a lor grado in certi luoghi manda la sua voce fuora, la qual, come facea allora la vergine, così ancora adesso contraffà tutte le voci degli Dei, degli uomini, degli stromenti, delle fere e di Pane stesso mentre che suona. Egli sentendola salta, e correle dietro pe’ monti, non tanto per vaghezza d’averla, quanto di trovare chi sia che nascosamente imburchi le sue sonate. Mentre che Dafni a questa guisa favoleggiava, Cloe gli andava ad ora ad ora appiccando qualche baciozzo; ed Eco replicava quasi tutto ciò che diceva, come se la volesse far fede che di nulla mentiva. Finito ch’ebbe, gittataglisi in braccio, lo baciò non che dieci volte, ma molte volte dieci, e baciandolo facea scoppio, per piacere di sentir Eco, che ancor ella baciava.

Il sole ogni giorno più sormontava, e ’l caldo cresceva, perciocchè finita la primavera cominciava la state, e gli amorosi pastorelli d’altri estivi sollazzi si procacciavano. [p. 72 modifica]Dafni notava pe’ fiumi, la Cloe si lavava per le fontane, egli sonava a contesa co’ pini; ella cantava a gara co’ lusignuoli; insieme cacciavano pe’ grilli, pigliavano delle cicale, coglievano dei fiori, scotevano gli alberi, mangiavano le frutte. Già s’erano alcuna volta coricati ignudi, e postisi ambedue a giacere sopra una pelle di capra, e facilmente ne sarebbe la Cloe femmina divenuta, se non che Dafni, dubitando del sangue, e temendo non l’appetito lo trasportasse, non permetteva troppo spesso che la si spogliasse, di che la Cloe forte si meravigliava, ma non s’ardiva per vergogna di domandare la cagione. Questa state ebbe la Cloe un gran numero di richieditori; e molti di molti lochi tenevano pratica con Driante di averla per moglie, dei quali altri lo presentavano, ed altri assai cose gli promettevano. Nape, per le molte offerte molto sperando, consigliava che si dovesse maritare, e che più non si tenesse per casa, dubitando poco più che s’indugiasse, che pascendo, in qualche fratta o in qualche fossato lasciasse la sua verginità, e con quattro meluzze, o con un mazzo di fiori si facesse marito un qualche male arrivato: dove maritandola si farebbe lei padrona di casa, ed essi ne trarrebbono di molti donativi, per lasciare al lor proprio e legittimo figliuolo; perciocchè poco prima era lor nato un figliuolo maschio. Ma Driante, con tutto che le parole di Nape alcuna volta lo movessero, e più li doni che gli si offerivano, promettendo ciascuno per sè cose maggiori, che non si richiedevano a dare per una fanciulla guardiana di pecore; tuttavolta considerando, che la vergine era di più alto merito che d’essere isposa di contadini, e che trovandosi per avventura i veri parenti di essa, ne sarebbono per sempre felici, intratteneva di giorno in giorno di dar loro risposta; ed in questo mentre si beccava su quei presenti che gli si davano. Erasi quasi la Cloe avveduta di queste pratiche, e ne stava oltremodo dolente; ma per non farne dispiacere al suo amante, si teneva di dirgliene: pure all’ultimo, che Dafni la pregava, e molto la stringea, conoscendo che più dolore avea non [p. 73 modifica]sapendolo, che non avrebbe avuto poichè saputo l’avesse, tutto gli aperse, dicendogli i richieditori che avea, quanti erano, e come ricchi; la fretta che Nape faceva di maritarla, e le parole che ella avea dette, e come parea che Driante non le disdicesse; ma che la cosa si soprassedeva per insino a vendemmia. Di che Dafni fu per impazzare; e gittandosi per terra, pianse amaramente, dicendo di voler morire, poichè perdea la Cloe, e non solamente egli, ma che le pecore una tal pastorella perdendo, anch’elle ne morrebbono. Poscia ritornando in sè stesso, prese animo, e pensò di voler persuadere al padre, che a lui per moglie la desse e di mettersi anch’egli nel numero de’ richieditori, avendo buona speranza d’andare innanzi a tutti. Solo una cosa gli dava noia, che Lamone non era ricco; e questo solo gli amminuiva la speranza. Tuttavolta si risolvè, che fosse bene di richiederla a tutti i patti, ed alla Cloe parea altresì; ma perciocchè egli non ardiva di farne parola con Lamone, avendo fidanza con Mirtale, a lei scoperse il suo amore, e ’l desiderio d’ammogliarsi seco. Mirtale la notte seguente conferí tutto con Lamone, il quale ebbe molto a male, che di ciò si parlasse: e le disse villania, che pensasse di maritarlo con una contadina, sapendo ella la condizione del giovine per li contrassegni che ne tenevano; e che trovandosi i suoi parenti, ne sarebbero per suo mezzo fuori di servitù, e padroni di maggiori poderi, che allora non aveano. Non parve a Mirtale di dovere a Dafni rappresentar la medesima risposta di Lamone, per timore che egli, veggendosi in tutto fuor di speranza, non si gettasse per soverchio amore a pigliare qualche duro partito della sua vita: imperò finse altre ragioni diverse da quelle di Lamone; e cosí gli rispose: Figliuol mio, noi siamo poveretti, e di bassa portata, per che ci si conviene una nuora che ci porti in casa ogni poca cosa di più, che noi ci abbiamo: costoro son ricchi, e vorranno un ricco genero; ma fa tu di persuadere alla Cloe, e che ella persuada a suo padre, che si contentino del poco che tu hai, e ti piglino per marito e per genero; per certo ch’ella, volendoti [p. 74 modifica]bene, doverà piuttosto voler te per marito così povero e bello, ch’abbattersi in un qualche viso di bertuccia che sia ricco. Così Mirtale, pensando che Driante, per aver più ricchi richieditori, non dovesse mai consentire di maritarla con esso lui, si credette d’aver acconciamente tronca la pratica del maritaggio. Ma Dafni, non si potendo di tal risposta rammaricare, e da quel che desiderava molto discosto veggendosi, faceva come sogliono gl’innamorati poveri: si doleva, piangeva, ed alle Ninfe devotamente si raccomandava, le quali una notte, ch’egli dormiva, gli si rappresentarono innanzi con quegli stessi abiti ch’abbiamo altra volta divisati; e la più attempata di loro gli parlò in questa guisa: Dafni, delle tue nozze con la Cloe un altro Dio ne tien cura: per quanto a noi s’appartiene, ti provvederemo di doni, con che tu possa adescar Driante a consentirvi. La nave de’ giovani Metinnesi, il cui vinciglio fu già roso dalle tue capre, quel giorno medesimo fu trasportata dal vento molto da terra lontano; ma la notte seguente mettendosi vento di pelago, verso il lito rispinta, urtò fra certe punte di scogli, dove tutta fracassatasi, e rotto e perduto ciò che dentro v’era, si salvò solamente un sacchetto con tremila dramme, che, scagliato dall’onde molto di lunge in sul lito, ivi ancora si giacciono ricoperte dall’aliga. Appresso è un morto delfino, il cui puzzo ha tenuto infino ad ora i viandanti, che accostati non vi si sono. Va tu dunque, ed appressaviti, che le troverai, e trovate ne le terrai, ed al tuo bisogno te ne servirai, che per adesso ti basteranno a non esser povero; e per l’avvenire si vederà che tu sia ancor ricco. E cosí detto, insieme con la notte si partirono. Fatto giorno, Dafni si levò su tutto allegro, e spinte con gran fretta e con molti fischi le sue capre al pascolo, tosto ch’ebbe baciata la Cloe, ed inchinate le Ninfe, se ne calò verso il mare, facendo le viste di volersi bagnare; e camminando per la rena lungo la riva, si diede alla cerca delle tre mila dramme, le quali trovò senza molta fatica durare; perciocchè non molto fu ito, che s’incontrò nel morto delfino dove il naso prima che i [p. 75 modifica]piedi lo condusse. Trovata ch’ebbe la carogna, non curando del puzzo d’essa, le s’accostò, e sollevando di quell’aliga di mare, sotto cui pensava ch’appiattate si stessero, diede appunto d’un piede nel gruppo che cercava, ed oltre misura contento, presolo e cacciatolosi nel zaino, non prima si volle quindi movere che ringraziò le Ninfe, e benedisse il mare; che avvenga che capraro fosse, non era però nè ingrato, nè sconoscente, e teneva ch’el mare (come quello che gli era di giovamento alle nozze della Cloe) fosse di gran lunga più liberal che la terra; poscia senza più indugiare, come se fosse il più ricco uomo del mondo, non che del suo villaggio, correndo verso la Cloe, subito che giunse le raccontò il sogno, e le mostrò il gruppo; e volendo la Cloe contarle, per vedere se erano millanta, Dafni non potè aver tanta pazienza, e raccomandatele, finchè egli tornava, le sue capre, si mise a gambe per trovar Driante; e trovatolo, che era con la Nape in su l’aia a battere il grano, gli si fece innanzi con gran baldanza, richiedendolo del maritaggio in questo modo: A me si vuol dar la Cloe per moglie, che so ben sonare e ben cantare, che so por viti, far nesti, piantar arbori, lavorar co’ buoi, e per insino a sventolare in su l’aia. Delle greggi quanto sia buon guardiano, la Cloe stessa ne sia testimone: ei mi furon già consegnate cinquanta capre, or son per la metà più; ed hovvi allevata una razza di becchi i più grandi ed i più belli di questa contrada, dove prima per far montare le nostre capre li pigliavano in prestanza. Io son giovine, io vi son vicino, non sono scandoloso, e sono stato nutrito da una capra, come la Cloe da una pecora; [p. 76 modifica]e come avanzo tutti gli altri d’ogni altra cosa, così ancora gli avanzerò di doni. Egli vi daranno delle capre, delle pecore, un qualche paio di buoi rognosi, e tanto grano, che non fora appena bastante a spesare una covata di pollicini: io vi darò di buoni contanti; ed eccovi qui il danaio: ma io voglio, che voi non ne facciate motto con persona, nè manco, che Lamone mio padre lo sappia. E scosso un tratto ii sacchetto della moneta, senz’altro dire in un tempo gli rovesciò tutti nel grembiale alla Nape, ed abbracciò e baciò Driante, il quale veggendo tanto argento, quanto non averebbe mai creduto di vedere, di presente gli promise la Cloe, e prese assunto di fare che Lamone anch’egli v’acconsentisse. Dafni adunque, restando in su l’aia con la Nape, si mise a girare i buoi per la trita, perchè si cavasse a tempo; e Driante andato a riporre il gruzzolo, dove stavano i contrassegni della fanciulla, se n’andò battendo a Lamone e Mirtale a chieder lor Dafni per risoluto sposo della Cloe, e trovandoli medesimamente nell’aia a misurare orzo, ch’avean pur dianzi ventolato, li vidde molto sconsolati, perciocchè n’aveano ricolto poco più che la semenza; di che li confortò il meglio che seppe, dicendo loro, che la ricolta era così scarsa per ognuno: poscia venne a dire come egli, e la Nape s’erano deliberati, che la Cloe non avesse altro marito che Dafni, e che quantunque fossero per altrui profferte loro di molte cose, da essi nulla volevano, anzicchè piuttosto vi metterebbero dell’aver loro, considerando che per essersi insieme allevati, e per aver pasciuto sempre insieme, era fra loro nata una certa domestichezza, ed un’affezione che malagevolmente si potrebbe distorre, e che di già l’uno e l’altra eran d’età da non più indugiare a maritarli; soggiungendo di molt’altre cose, che faceano a questo proposito di persuader loro cotal maritaggio, come ben parlante ch’egli era, e come quello che per premio di quella diceria avea già toccato i suoi contanti. Lamone, veggendo che Driante gli avea chiusi i passi di poterli ragionevolmente disdire, perciocchè non si potea più scusare di non [p. 77 modifica]poterlo fare per cagione della sua povertà, sendo da loro non che rifiutato, ma richiesto; nè manco per l’età di Dafni, ch’era già fatto garzone; nè volendo scoprire la vera cagione, che lo moveva a non consentirvi, cioè che fosse di maggior parentado che loro, stando alquanto sopra di sè, così rispose: Voi fate certamente come discrete ed amorevoli persone che voi siete, anteponendo i vicini ai forestieri, e non facendo più stima dell’altrui ricchezze, che della nostra buona povertà; di che Pane e le Ninfe stesse ve ne rendano merito. Voi richiedete me di quello, di che io dovrei pregar voi, e fammisi certo ognora mill’anni di farlo, che ben sarei fuor di sentimento, poichè ormai son vecchio, ed ho bisogno di molte mani a condurre i miei lavorii se io non volessi con la vostra casa imparentarmi; che solo questo mi pare assai, oltre che la Cloe è una fanciulla molto faccendevole, bella ed avvenente, e buona per ogni affare. Ma poichè io servo altrui, non posso dispor di nulla mia cosa, se non di consiglio e di consentimento del mio padrone. Imperò facciamo cosí: soprassediamo il maritaggio a questo autunno che viene, che a quel tempo il padrone visiterà la villa, ed allora si saranno moglie e marito. In questo mentre basta, che noi gli impalmiamo, e che eglino da fratello e da sorella si bacino. Ma solamente una cosa vo’ che tu sappia, Driante; che tu ti procuri un genero di più alto affare che non siam noi. Così detto, abbracciatolo e baciatolo, si fece recar la fiasca, perciocchè era già nel colmo del caldo, e portogli a bere, l’accompagnò gran pezzo di strada, mostrandogli a suo potere in ogni cosa cortesia ed amorevolezza. Spiccatosi Driante da Lamone, e parendogli che non senza proposito gli avesse nell’ultime parole la condizion di Dafni accennata, andava tra via pensando qual egli fosse, e diceva fra sè stesso: Costui fu nutrito da una capra: per certo, che ciò non può essere senza mistero degli Dei. È bello, è aggraziato, non tien punto di quel naso stiacciato di Lamone, nè di quella testa calva di Mirtale. Era ricco di tre mila dramme; chè un capraro non si dee credere, che [p. 78 modifica]potesse aver pur tre mila nocciole. Sarebbe mai, che egli fosse stato gittato da qualcuno? Avrebbelo mai Lamone trovato, come io la Cloe? Eranvi forse seco contrassegni, come quelli ch’io trovai con la fanciulla? Se così fosse, o Dio Pane, o graziose Ninfe, potrebbe essere che ritrovandosi i parenti di Dafni si rinvenisse ancora la stirpe della Cloe. Simili cose andò Driante fantasticando e conghietturando per insino all’aia; dove giunto, e trovato Dafni, che tutto sollevato per intendere quello ch’egli avesse con Lamone operato, per genero chiamandolo, e per l’autunno seguente le nozze promettendogli, buonissima speranza gli diede, ed appresso la fede gli porse, che la Cloe mai d’altri sposa sarebbe che sua. Dafni tosto ch’ebbe questa novella intesa, senza più altro fare, e non pure aspettando di bere, si mosse correndo verso la Cloe; e trovandola a mungere e a far caci, dettole il buon pro del maritaggio promesso, rallegrandosi seco, che la fosse sua moglie, la baciò palesemente, e mise mano a faticarsi insieme con lei, a munger nel secchio, a rassodar le pizze, e raddurre i capretti e gli agnelli sotto le madri. Dato a queste faccende ricapito si lavarono, mangiarono, bevvero e poscia all’inchieste delle mature frutta si dettero. Era di esse frutte una assai ricca stagione, e si trovava una gran dovizia di pere caravelle, di pergamotte, di ghiacciuole, di mele rose, di appiuole; e di esse, certe per terra giacevano, certe ancora per le piante pendevano. Le cadute più odorose si sentivano; l’appiccate più vigorose si vedevano; altre d’un odore di vino spiravano; ed altre d’un color d’oro risplendevano. Eravi per sorte un altissimo melo tutto vendemmiato, e non aveva nè pomo, nè fronda alcuna; tutti i suoi rami erano ignudi restati, e solo un pomo, per avventura era rimaso in su la vetta d’un ramo, il più alto che vi fosse, grande e bello oltramodo, ed egli solo gittava tanto odore, quanto tutti gli altri insieme non avrebbon fatto. Il coglitor d’essi, per paura d’arrischiarsi tant’alto, avea lasciato di corlo, credo perchè destinato fosse, ch’alle mani d’un qualche innamorato capitasse. Dafni dunque tosto [p. 79 modifica]che ’l vide, si volle rampicar su per corlo, e la Cloe, per paura che non cadesse, lo rattenne; ma poscia ch’ella delle greggi ricordandosi, lasciato lui, se n’andò per rivederle, Dafni ritornando a salir per il pomo, lo colse, e portatogliene a donare, perciocchè ella adiratetta anzi che no si dimostrava, porgendogliene, l’accompagnò con queste parole: Per te, fanciulla mia bella, questo bel pomo, da questa bella stagione è stato prodotto; per te da sì bella pianta era stato nutrito; per te il sole l’avea maturato; per te la fortuna l’ha conservato: come potevo io dunque, avendo occhi, lasciarlo cader per terra, perchè il bestiame il calpestasse, perchè qualche serpe l’avvelenasse o perchè ’l tempo lo ’nfradiciasse, massimamente avendolo tu veduto, e lodato? Questo fu il premio della bellezza di Venere; questo ti do io per merto della tua vaghezza. Uguali giudici avete ambedue: ella un pastore, e tu un capraro. Così dicendo, e ’l pomo baciando, in seno gliel mise; e la Cloe tutta rasserenata baciò lui dolcissimamente: talchè non si pentì d’essere a sì perigliosa altezza salito, avendone un bacio avuto, che nè ’l suo pomo, nè, se quel d’oro fosse stato, di gran lunga il valeva.


Note

  1. Qui v’ha un segno nel manoscritto, che significa che il Traduttore voleva emendare questo luogo, che nel greco ha qualche diversità, e per avventura dee star così: “Ove vedutisi l’un l’altro, per poco non andarono svenuti a terra; pur avuta forza di tenersi in piedi, si fecer motto e baciaronsi, e questo riuscì loro di conforto, e quasi puntello a sostenerli che non cadessero”.