L'anthropologia di Galeazzo Capella secretario dell'illustrissimo signor duca di Milano/Libro Secondo

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../Libro Primo

../Libro Terzo IncludiIntestazione 2 ottobre 2014 25% Da definire

Libro Primo Libro Terzo

[p. 28r modifica]

IL SECONDO LIBBRO DELL'ANTHROPOLOGIA
DI GALEAZZO CAPELLA.


Sogliono le cose quanto piu hanno qualità di muovere di se disiderio, tanto appò ciascuno essere in maggior istima. Pericò l'oro che da tutti è ricercato, et in ogni nostra opportunità è necessario, piu vale che tutti gli altri metalli. Similmente i rubini, le perle, i diamanti, et l'altre gemme sono di grandissimo valore perioche il colore, et la lor bellezza desta un non so che di disio ne ricchi di volerle à quantunque prezzo. I frutti etiandio della terra quanto piu di voglia eccitano al gusto, tanto piu cari tenuti sono; et tra gli animali non ragionevoli il cavallo non solamente della pecora, dell'asino, et di molti altri, ma anco del boce cotanto necessario è per le sue belle fattezze piu pretioso; le quali ne fanno d'haverlo piu vaghi, che la utilità degli altri. Per la medesima cagione aviene che le donne sempre furono, et sono in pregio grandissimo; essendo il disiderio dell'huomo principalmente d'haverle acconcie à suoi piaceri; et à ciò ne induce non dottrina, non consuetudine, ma la maestra di tutte le cose Natura. La onde io sovente mi maraviglio, che alcuni di scienza et d'ingegno dotati prestino orecchi à riprensori del sesso feminile: i quali sono molti; ma questa lite come cosa che à tanti appartiene, infino [p. 28v modifica]adhora ha trovato pochi difenditori. Perché disiderando io vedergli fine; m'è paruto convenevole seguire il ragionamento, che hebbe il secondo giorno il Poeta in casa di madonna Iphigenia delle lodi delle donne; al quale sedendo con lei et co gia detti compagni in cotal modo fece principio. Hieri fu detto à mio parere à bastanza in Honor degli huomini; ma non senza qualche biasimo delle donne. Perciò hoggi io intendo la loro nobiltà farvi toccar con mano; et quanto di gran lunga siano degli huomini piu degne la qual cosa se non per altro, almeno per la nuovità della materia non dovera dispiacere; et sarà questo mio ragionamento à soddisfattione degli innamorati; i quali intendendo quanto dalla Natura; et dal cielo siano le donne privilegiate, gli sarà piu piacere il servirle; et men noia il correre ogni periglio, per acquistar'il loro amore. Solamente una gratia da esse vorrei; che conoscendo per me di quanta eccellenza sono dotate, non insuperbiscano. Periocche l'humanità è una virtù tra l'altre à tutti gratissima: dalla quale etiandio intendo commendarle; se prima brievemente dirò quello che alcuni temerari à biasimarle oltre ogni dovere habbia mosso. il che credo à niuno quasi esser occolto. Imperciò che chi non sa altri essere stati; i quali non havendo potuto (come si credevano) à gli ultimi termini de suoi disideri pervenire, si sono gia doluti d'amore, et hannolo vituperato. Tra questi tali fu Phileno, il quale (come recita Giovan Boccacio) persuadendosi haver la gratia di Biancofiore ragionevolmente meritato; et riconosciuto il suo errore, acerbamente contra le femine invehisce. [p. 29r modifica]Non altrimenti esso Boccacio riputandosi dall'amata vedova schernito, sdegnato il Labirinto d'amore compose, nel quale disse tante cose in vituperio delle donne; che leggendolo è difficile à pensare che possa alcun bene da loro venire. Altri parimente sono stati, i quali per morte, ò per altro caso havendo la cosa amata perduto, si credettero forse biasimando cio, che ricovrare non potevano, socorrere al dolore: come gia fece Orpheo, il quale morta l'amata sua Euridice, in estrema disperatione messo, mai amar piu donna non volle. Il che non era forsi vituperoso ad huomo già attempato, et d'anni pieno: se poi non havesse à piu abhominevolmente vitio fatto la via; le cui vestigia alcuni seguendo, dicono le femine esser da meno che la piu vil cosa del mondo; à quali io non risponderò percioche se non hanno riguardo di fare si fatto oltraggio alla Natura; meno istimeranno le ragioni ch'io gli opporrò. Per questa cagione molte cose studiosamente hieri lasciai, disse il Musicola, giudicando à philosopho non appartenere, con biasimo d'altri honore acquistare. Nel vero non conviene, soggiunse il Poeta, altri massimamente à torto lacerare. perciò sapendo che voi piu per investigare disputando il vero, che per odio, ò per altra cagione affermate l'huomo esser della femina piu degno, et nobile: per far à voi, et ad ogn'altro conoscere che non havete saputo bene il falso dal vero discernere: secondo il soggetto del ragionare di hieri, come voi ritrovate tre stimoli à provare l'eccellenza dell'huomo, cosi io per tre beni che senza piu sono al mondo, proverò la degnita del sesso feminile. Dico adunque la vera nobiltà consister piu [p. 29v modifica]nell'una cosa che nell'altra; percioche posseda piu beni ò dell'animo, ò del corpo, ò della fortuna, ò di tutti insieme. Ma quanto l'animo del corpo et della fortuna è piu degno; tanto da piu sono etiandio i beni indi vegnenti: et però primeramente si parlerà di quelli. I beni dell'animo parte stanno nell'opre; et parte nell'intelletto. nell'opre sono la prudenza, la giustitia, la fortezza, et la temperanza le quali sono chiamate virtù cardinali, come quelle ch'à guisa di cardini governano la vita humana. L'intelletto poi si divide in attivo, et specolativo; nell'attivo consiste la magnanimità, et la dilettione ò vogliamo dire l'amore. percioche l'havere animo nelle cose malagevoli et pericolose, et anco l'amare dell'habito procede: nella parte specolativa sono tutte le scienze et la dottrina. Si potrebbono fare, disse messe Lancino, ancora altre partitioni. Fare se ne potriano molte, replicò il Poeta; ma perciocché non importano al nostro ragionamento, non essendo dubbio che tutte le predette virtù siano, conchiudendo in esse le donne esser più degli huomini eccellenti, credo sarà meglio fondata la nostra intentione delle lodi feminili, che la vostra Musicola di quelle degli huomini, percioche di molte arti siano stati gl'inventori, ò condanno et uccisione di genti habbiano cercato d'acquistar fama. Anzi più che oltre andiate, disse madonna Iphigenia, à me pare che dovreste ancora far menzione delle tre virtù theologiche, carità, fede, et speranza; le quali pur sono il fondamento del nostro ben vivere. Avegna ch'io non havesse pensato, disse il Poeta, di quelle dire: non dimeno parendomi che tanto siano più beni dell'animo, quanto più all'animo appartiene vivere secondo la legge [p. 30r modifica]d'Iddio, che in esse virtù consiste; da quelle farò principio. Se adunque la carità (come dice l'Apostolo) è dell'altre virtù maggiore; et la donna in essa è vincitrice: manifesta cosa è che sia più eccellente, che l'huomo: et che ciò sia vero, lo veggiamo per isperienza senza altro essempio. percioche elle usano più d'andare alle chiesie, et à gli uffici divini; et hanno più ad ogni hora per le mani i paternostri, et gli ufficioli. Ne bisogna dire che vadano alle chiesie solamente per esser vagheggiate. percioche più tosto gli huomini ne danno ad intendere quanta sia la lor malvagità, che sempre pigliano le cose al pegio. Et nel vero non se ciò che si faranno dell'opre cattive, quando delle buone hanno ardimento condannarle. Oltra che, se in ciò è peccato, solamente è degli huomini; li quali veggiamo alle volte nelle chiese stare in cerchio si intentamente à mirarle, come se fosse ne theatri à vedere qualche nuovo spettacolo; et vanno gliuni à gli orecchi degli altri borbotando, et dicendo mille novelle, le quali hora sarebbe soverchio et poco convenevole à me ridire; dove le donne tacite et vergognose con gli occhi bassi non ad altro attendono, che alle lor orationi. Et per tornar alla carità; io veggio le donne naturalmente più pietose, più misericordiose verso i poveri, et più volentieri far la limosina. Leggete di Paula, di Macella del beato Girolamo; leggete di Melania, della quale recita il Petrarca nella vita solitaria. Che dirò di Helisabeth figliuola del re d'Ungaria? di Helena madre di Costantino? che redifico Terra santa et ornò tante chiese? Che dirò della carità verso la patria delle donne Romane? che per liberarla da Francesi, et per difenderla contra Anniballe diedero à cittadini l'oro, le gemme, et tutti gli altri or [p. 30v modifica] ornamenti suoi. Gran carità è quella delle donne, disse il Musicola, che non tanto delle facultà, quanto ancora di loro stesse sono limosinevoli, et liberali. Ah, soggiunse madonna Iphigenia, voi siete troppo aspro contra le donne. Anzi, disse egli, havendo questa notte meglio pensato voleva lodarle. Questo hoggi, replicò il Poeta, fie mia cura: et per seguire l'ordine incominciato della speranza et della fede; dico che chiaramente si vede quanto in queste due parti le femine vagliano. perioche dove ne casi adversi gli huomini bestemmiano Iddio, et santi; et tal volta presso che disperati deliberano trappassar sempre la vita in sceleragine, le donne dicono sia Iddio lodato; et all'hora più ricorrono alla divotione, come a fontana di salute. Il medesimo si può dire della fede. Conciosiacosa che nella morte di colui che morendo ridusse tutta l'humana generatione dannata à perpetua morte ad immortale vita; gli huomini, avegna che infiniti miracoli veduto havessono, nondimeno perderono la fede, et nelle donne solamente rimase; et se ciò non basta; pigliate argomento dall'arte magica, et da queste incantagioni, che ogni giorno si fanno, le quali (lasciamo che vere ò false si siano percioche hora non appartiene investigarlo) tutte nella fede consistono; credendosi quei che le usano trarre con sue parole la rotonda Luna et le scintillanti stelle del cielo; et con sugo d'herbe, et con altre sue novelle gli huomini in bestie cangiare; et communamente più femine che maschi à cotal arte danno opera; come habbiamo della Thebana Manto, di Medea, di Circe, et di tutte le donne anticamente di Thesaglia, et ne nostri tempi veggiamo [p. 31r modifica]queste incantatrici, da noi chiamate streghe, con più costanza che gli huomini perseverare nella loro falsa credenza; et non risparmiar di esser nel fuoco abbrugiate, per vivere, et morire nella loro sciocca openione. Hora adunque poi che ho compiaciuto à madonna Iphigenia con dire delle virtù theologiche: alla mia prima intentione ritornerò, et dirò della giustitia; la quale cosi tra l'altre virtù tiene il primo luogo, come faccia tra le minori la vaga stella di Venere. Ma conciosiacosa che la vera giustitia non si parte dalla carità; la donna che di gran lungi è più caritatevole, conseguentemente è ancora più giusta; et noi diciamo ch'Iddio è giustissimo; perché di tutti i beni è donatore. In questa openione scrivendo Tullio affirma la liberalità esser parte della giustitia. Ma percio che si potria dir, più essempi di cio trovarsi ne gli huomini; et che quante cortesie le fonne usarono mai, sarebbono nulla al paragone della liberalità d'un solo Alessandro, et d'alcuni altri che potrei nominare. Brievemente rispondendo dico; ch'io non istimerò giamai L. Sylla, ne Giulio Cesare, ne gli altri principi et tiranni, quandi i beni de suoi avversari donavano à coloro che le loro parti havevano seguito, per lo cui aiuto haveano acquistato il poter donare, essere stati liberali; ma dannosi et rubbatori perioche il liberale dee il suo donare, non l'altrui; et quantunque tal risposta non sia sconvenevole, pur ce' né un'altra à mio giuditio migliore: che parlando come Christiano, noi veggiamo gli huomini le loro magnificenze usare più tosto per pompa, et per acquistarsi nome di liberale, che per zelo di giustitia; dove le donne più [p. 31v modifica]volentieri porgono à poveri la limosina: più accrescono gli ornamenti delle chiesie; più sono compassionevoli ne gli altrui bisogni, edificano più spedali, et altri luoghi fatti à similiservigi, non per acquistarsi gloria, ma per una loro innata bontà. Così parmi, disse, la donna, et ho sempre veduto coloro, che fanno contra la giustitia, i rubbatori, i masnadieri, et gli ammazzatori delle genti esser huomini et non femine. Questo aviene, seguitò il Poeta, percioche la speranza che 'l peccato per la sua fortezza debba esser impunito, gli presta animo à mal fare: la qual cosa considerando Aristotile disse. Che tra tutti gli animanti non è il migliore dell'huomo: ma se fassi dalle leggi alieno, è il pessimo: et nel vero parlò cautamente, percioche questo vocabolo huomo, che nella volgare solo il maschio significa: nella latina et ancora nella greca lingua importa il maschio, et la femina. Nella bontà adunque la femina incluse: dicendo tra tutti gli animanti non è il miglior dell'huomo; nel vitio la iscluse. Ma se alieno fassi dalle leggi, et non disse aliena. Che la giustitia ancora sia nelle femine più che ne maschi, quello apertamente il dimostra; che la giustitia si dipinge donna, et non huomo; et essendo questo fatto per universal consentimento delle genti: si dee credere non esser fatto senza ragione. Dalla giustitia procedono molte virtù; nelle quali parimente le donne vincono, cioè innocenza, religione, pietà, amicitia, affettione, et humanità. Se adunque, disse il Musicola, è più giustitia nelle donne; percioche meno di forza hanno per offenderla: intenderò volentieri come le lauderete di fortezza. Ottimamente, [p. 32r modifica]soggiunse il Poeta, perché come la candida stella di Venere non s'allontana mai dal fiammeggiante carro di Phebo, cosi la fortezza non si parte mai dalla giustitia. Il che se cosi è, che esser altrimenti non puote; certissimo è che le donne nella fortezza sono superiori: della quale à me par singolare, et maraviglioso effetto il frenare la cupidigia di mal fare: et se volete di ciò essempi, quanti ne troverete di fortezza d'animo più nelle donne, che ne gli huomini; si come di colei che immeritamente condannata da Philippo Re di Macedonia, essendo menata al supplitio, con forte animo disse. Di ingiusta sentenza non mi richiamerei ad altri che à Philippo, ma sobrio: si come ancora di Cleopatra, che acciò non fosse nel triompho condotta, sostenne volontariamente i velenosi morsi degli aspidi. Ne lascierò di Evadne; che fortemente volle nel funeral rogo del morto marito Capaneo le sue fiamme mischiare. Che dirò di quella, che havendo intesa la morte del marito, non hebbe timore d'ingiottire gli ardenti carboni? et dell'altra, ch'havendo sforzatamente la pudicitia perduta, con l'acuto coltello aprì 'l suo casto ed disdegnoso petto? Innumerabili saranno gli essempi, se vorrò delle Tedesche, et dell'altre che rivolgendo le antiche, et moderne istorie si trovano raccontare; delle quali consigliatamente hora taccio perciò che nella magnanimità molte se ne riserbano, dalla fortezza in questo mio ragionamento divisa per questa cagione; che la magnanimità consiste in tentar cose grandi, et difficili: la fortezza in vincere la doglia, il timore, et l'altre passioni dell'animo. Ma qual è maggior doglia che della morte? quale maggior timore [p. 32v modifica]che de figliuoli? qual maggior passione che la cupidità? et pur si veggono più femine con più forte animo esser alla morte corse: più donne haver li figliuoli confortati à non fuggir di morire honoratamente, più tosto checon vergogna vivere: Et non so se fuor che di Bruto, et di Torquato d'altri si legga, ch'e figliuoli à morire giamai inducesse. Oltra che non havendo tanti mai contra la giustitia le donne, quanto gli huomini fatto; manifesto è che con più fortezza vincono le malvagie cupidità. In compagnia con le dette virtù se ne viene la prudenza; la quale non mi si torrà, che non sia delle donne o in tutto, ò al meno in gran parte perché qual è di si poco ingegno, che non sappia niuna cosa esser tanto alla prudenza contraria quanto i subiti avenimenti dell'ira? i quali dove una volta nelle donne, ne gli huomini mille accadono; non tanto per lor colpa, quanto per colpa di Natura; la quale havendo più caldezza ne gli huomini posto, per minor cagione tal volta si turbano. Per lo contrario le donne essendo di più fredda complessione, meno à queste repentine turbationi sogigoaccionno; et tutte le lor attioni più quetamente fanno. Quindi, disse messe Lancino, à me pare nascer non picciol dubbio perioche egli è commune openione che la prudenza delle femine sia in prendere consiglio in qualche subito avenimento; ma che pensatamente l'ingegno, et l'accortezza loro poco vaglia. et è cosa chiara che gli huomini più naturamente ne bisogni sappiano provedere; ma le donne non trovare mai più rimedio, quanto incontanente non lo truovano. Questo, replicò il Poeta è contra il corso di Natura, che non può [p. 33r modifica]può fallire. percioche la fredda complessione fa la persona men tumultuosa; et l'esser precipitoso aviene per lo influsso della sanguinosa stella di Marte: la quale nelle donne non regna. Ma fate ch'io vi conceda, che pensatamente nulla o' poco vagliano; che repugna che gl'improvisi consigli non siano buoni, et migliori di quelli che lungamente si pensano? percioche nel più delle cose è non men bisogno di velocità, che di consiglio. Mentre à Roma si consigliava di mandare ambasciadori à Carthagine, Anniballe ispugnava Sagonto. Se alle donne Romane fosse stata commessa la cura del consigliare, più tosto, et più sanamente havrebbono deliberato; et forse fatto ancora ciò che fosse stato bisogno: et la guerra che molti anni tenne l'Italia in travagli grandissimi, sarebbe in Ispagna terminata. Vedete quanto necessari siano i subiti consigli. Diceva Giulio Cesare quello animo invitto, et Dio nelle battaglie; che bisognava assalir le cose grandi senza troppo deliberare; et con prestezza spesse fiate meglio se ne veniva à capo. Et Thucidide scrive dell'ingegno. ne voglio perciò che crediate che le donne prendano i subiti consigli senza discorso: ma per la bontà dell'ingegno discorrono velocemente; et il migliore fanno elegere: la qual cosa aviene per haver gli spirti più sottili, et che tosto penetrano all'intelletto; che giudica poscia quel che sia da seguire, et quello che sia da rifiutare: et se pur è in loro alcuna freddezza, che potesse ritardare il discorso in tutte le cose necessario; tanta è la sottigliezza dell'ingegno, et del giuditio; che ne viene un [p. 33v modifica]temperamento si ben condito; che non è caso si repentino, à cui la donna non sappia prender partito; come potrei hora per molti essempi dichiarare; se volessi historie, ò novelle raccontarvi. Ma per venire più alle particolarità della prudenza: non è commune consentimento di tutte le genti, che sia non minor virtù il conservar le cose acquistate, che guadagnarle? come egregiamente disse Augusto; maravigliandosi d'Alessandro il magno che si doleva non sapendo cio che dovesse fare poi che soggiogato havesse tutto l'universo: come che maggior fatica non fosse reggerlo tranquillamente, che vincerlo. Et pur la conservatione delle cose acquistate, e 'l governo delle casa alle donne appartiene: et ogni giorno si vede, che le case vanno male, dove non siano donne al governo. Faccia l'huomo mercatantia: non tema di correr tutti i mari, et con essi ogni periglio, per guadagnare, et ammassar robba alla crescente prole; ogni fatica al fine è vana, se la discreta moglie non gli ha riguardo Quante case sono di gentil'huomini ricchissimi; nelle quali per non esservi governo di donne, si vive con tanto disordine, che più commodamente si staria allo spedale maggior di Milano? Quante se ne veggono andare di male in pegio, et all'estremo annullarsi per la medesima cagione? Quante in contrario sono le case che sempre sono cresciute, et crescono, per esser il loro governo in man di donne? Io so che molti huomini illustri et honorati, et qui, et altrove saviamente consigliati lasciano la cura delle cose familiari alle mogli, et veggiamo le case loro si nette, si pulite et ornate, che gran diletto è à [p. 34r modifica]mirarle: dove le corti et palagi da gli huomini solamente habitati, paiono tanti porcili; si sono affumicati, et pieni d'ogni tempo di monti di letame. Che dirò de loro figliuoli? che il più delle volte sono grandi di diciotto et venti anni; et non è tra il vestire loro et de fanti suoi appena differenza veruna. cosi gli lasciano andare senza riguardo. pensate cio che sarà de lor costume. Quindi procede, che hoggimai si truova tanta coppia di certi giovanacci cresciuti innanzi al senno; che paiono, trovandosi al cospetto tal'hora di valenti huomini, biscie tratte all'incanto. Ma la savia femina non solamente governa la casa; ma veste etiandio convenevolmente i suoi figliuoletti; dilettandosi fargli riverenti, et costumati. Ne bisogna che alcuno ci alleghi, che sotto apparenza di governo, si ingegnano di pigliare la signoria non tanto sovra le facultà, et fanti di casa, ma ancora sovra i mariti. Percioche questo non è torgli lo scettro di mano: ma alleviamento de pensieri, et delle continove fatiche loro. Et stolto veramente è colui, che non disidera haver madre, ò moglie, ò sorella, ò d'altra, che fedelmente amministrando il regimento della famiglia, gli presti occasione di vivere con l'animo tranquillo. Oltre à cio qual maggior consolatione, qual maggior felicità può haver l'huomo che una discreta moglie? colla quale quando à casa torna la sera, sfogando le sollecitudini, et cure che lo premono, gli pare di maggior peso, chedir non potrei alleggierirsi; havendo chi de suoi travagli seco egualmente si doglia; et della sua felicità, chi ancora più di lui goda: et se si truovano alcuni, che dicano essergli aviso, quando à casa [p. 34v modifica]ritornano, andare come Sisypho al fosso infernale. Questo ci dimostra più tosto la loro malvagità, che quella delle femine, perioche à chi bascia (come si dice) l'altrui moglie, la sua è forza che gli puti di che dirò più ampiamente, parlando della temperanza. Ma per mostrar hora quanto dolce, et soave cosa è la moglie ben costumata: dico non fuggirsi per altra via più honestamente, et meglio la solitudine, madre degli affanni, et della maninconia. Et se accade infirmità, ò d'altra cosa, che ci sia cagione di noia: niuna persona è, di cui ci possiamo, ne debbiamo più fidare che della moglie. Ne per altro si mette fidanza in alcuno; se non per che si stima cosi prudente, che non si lascia in error trascorrere, et si giusto, che inganno in lui non habbia luogo. Meritatamente adunque si deve nella donna haver fede: la quale et di prudenza, et di giustitia l'huomo avanza. Doppò la prudenza, l'ordine richiede della temperanza dire, la quale come che all'uno et all'altro sesso appartenga, delle donne è propia, et principalissima lode. Percioche dalla temperanza ne seguono vergogna, modestia, astinenza, honestà, sobrietà, et pudicita: delle quali se pur una nella donna manca; ogni altra sua virtù è macchiata, et guasta in guisa che con tutta l'acqua d'Arno non si laverebbe. Ma che di dette virtù più che l'huomo dotata sia, agevolmente si pruova; mettendo per certo quello che da tutti è conceduto; cioè che la donna sia naturalmente più lasciva et più cupida degli amorosi congiungimenti; nondimeno con maggior costanza vince i carnali disideri, et quasi infinite donne si truovano; che contese di uno huomo, senza più [p. 35r modifica]sono à gli ultimi anni pervenute: dove gli huomini tali sono rarissimi; anzi non è forse alcuno, che accadendogli l'opportunità, volentieri non isperimenti, se siano più dolci, et più saporiti i basci dell'altrui, che della propria moglie: et tanto è cresciuta la perfidia de mariti; che se alcuno è forse continente, che cotai cose non ricerchi; è da gli altri stimato uno scioccone, perché Aristotile conoscendo la loro mala consuetudine, gli ricorda che debbiano guardarsi dalle strane femine. Il che non fa alle donne; quantunque i poeti abbaiano, che non cè alcuna che neghi, pur che agio le sia. Ma lasciamo loro abbaiare quanto gli piace; che quantunque alcune siano state, che la loro cupidità non habbiano voluto vincere; non mi si torrà però che innumerabili non siano quelle, che maravigliosi effetti di continenza hanno dimostrato. Et quindi si conosce la virtù, la qual consiste nelle cose difficili. Ma se gliè vero cio che diceva Heraclito, che più faticoso sia resistere al piacere, che all'ira: quanta laude fora convenevole dar à quelle donne, che non la lontananza de mariti non è mali trattamenti di quelli, non è giusti sdegni hanno potuto svolgere à romper la data fede? delle quali et nell'antiche et nelle moderne historie ne sono piene mille carte: et il nostro volgar poeta messer Francesco Petrarca n'ha truovato grandissimo numero per riporre nel triompho della castità; dove quello degli huomini è pochissimo. Per la qual cosa volendo i Romani consacrare un tempio alla pudicitia, elessono à cio una femina; giudicando nel loro sesso esser maggior honestà, et continenza. Il che pare Iddio haver dimostrato; [p. 35v modifica]quando doppò la creatione d'Asam disse. Facciamo uno aiuto all'huomo: cioe alla sua incostanza. Che vuole adunque dire, disse il Musicola, che niuno punisce gli adulteri; et le femine truovate in adulterio sono con pena atrocissima castigate? Questo procede, replicò il Poeta, da una ria consuetudine introdotta forse dalla moltitudine degli errori. percioche essendo rarissimi quei, che al letto maritale servano fede, è permesso secondo quel volgarissimo detto, il peccato in cui molti trascorrono, passare impunito. Ma la rarezza delle donne che attendono à simili novelle, fa che quando alcuna per disaventura vi s'incappa, tutto 'l mondo le va dietro, et grida dalle, dalle, dalle. Pigliate ancora un altro bello argomento della donnesca honestà dalla maestra di tutte le cose Natura; la quale niuna cosa mai fa indarno: et per coprire nella donna quelle parti, che hanno men honesto aspetto, ha proveduto (come per isperienza si può vedere) chel corpo feminile gettato dentro l'acque nuota co 'l ventre in giù; per coprire etiandio doppò la morte le parti vergognose; quantunque secondo il commune stile dovessono, come fanno quegli degli huomini con la schiena in giu nuotare; essendo le parti di dietro più gravi; et naturalmente le cose gravi tendendo al basso; se la Natura amica delle donne non havesse alla loro honestà havuto riguardo. Ma che bisogna cercare altri testimonio della sua temperanza et pudicita, se non noi stessi che credo niuno si truovi in cui sia ponto di gentilezza; cui non habbia talhora la vaghezza di qualche donna con alcuna scintilla d'amore scaldato il petto: et pur il più delle volte [p. 36r modifica]con tutte le nostre arti d'armeggiare, di giostrare, di ben parlare, d'andare ornati, et con mille altri studi per piacer loro, restiamo de nostri disideri privi. Vedete la continenza etiandio de quelle, che se possono dire ne mariti poco aventurate. percioche io conosco molti, i quai lasciate le lor donne belle et nobili à casa, ove d'alcuna stomacosa gaglioffa veggiano essergli fatto pur un minimo cenno, vi corrono come la fiamma alle cose unte. Non per tanto le valorose donne tolerano patientamente i mali trattamenti de mariti; et con forte animo le ingiurie vincendo, non solamente non fanno (come si dice) che quale asino da calci in pariete tal riceve, ma con destro modo da dosso si levano le sollecitudini, et gli stimoli degli amadori; avegna che sia infinita la schiera di coloro, che per parere più d'huomini, quando tra qualche brigata si truovano, dicono che le più gran bugie del mondo, gloriandosi d'havere havuto hor quella à suoi piaceri, cose tutte falsissime; et se per ogni volta che tali menzogne dicono, ne cadesse loro un dente di bocca, gli sarebbe bisogno ch'alla lombarda mangiassero zuppe perciò che le donne non sono (come forse altri istimavano) si pieghevoli: benche molte di nobiltà et d'ingegno dotate usino in parlare, et in ridere con gli huomini alle volte qualche piacevolezza. Di che non si deve far argomento di malitia. percioche 'l male operare richiede silentio: et cotal dimestichezza ch'in molti luoghi s'usa, come che à tutte le donne non stia bene, à quelle massimamente è disdetta, à cui per loro basso grado et poche facultà è mistiero procacciarsi onde mantenere possano la famiglia. [p. 36v modifica]Ma per non andare più vagando; dico che essendo la donna più prudente, è necessariamente ancora più temperata: et perciò ogni volta che qualche disiderio men che pudico in loro si sveglia; la vergogna e 'l timor della infamia le si para innanti dicendo dove stolta vuò tu per un poco di piacer tutto l'honore gia acquistato, che più della vita di deve esser caro, arrischiare, et in un punto perdere? Non sarebbe men male, qual hora tal cosa di te si risapesse, che fosti morta in fasce? Ma come può tu pensare che non si risappia? certo se altri non sie che lo dica, colui con cui fara di te il piacer suo, nol potrà tacere. Queste cose adunque considerate, et in se raccolte mettono il freno all'appetito; ma l'huomo in quanti luoghi, et quante volte l'opportunità gli accade; non risparmia, pur che possa, di correr giamai uno aringo. Siane Iddio lodato, madonna Iphigenia, che pur ho truovato un'huomo, che piglia la contesa per noi. L'obligatione ch'alle donne porto, et la verità, disse il Poeta, à ciò mi spingono; et però seguendo il mio parlare, dirò hora della magnanimità; la quale è tanta nelle femine; che quantunque sia in loro naturalmente più disiderio de carnali congiungimenti; non perciò si è udito che per satiar la voglia sua alcuna habbia mai richiesto huomo di si fatta battaglia: anzi sempre con l'animo eccelso et generoso sostengono d'esser non una volta ma mille et mille pregate. Ne solamente circa i notturni combattimenti; ma in gettar l'immense ricchezze sono magnanime. Come si legge di Cleopatra, che in ciò non volle cedere à quei richissimi imperadori Romani: et nelle sanguinose guerre [p. 37r modifica]si grande e' il numero delle donne, che hanno fatto cose maravigliose, et quasi incredibili, che non solamente non cedono a' gli huomini, ma gli adeguano; et oso dire che gli vincono; se vogliamo comparare il fatto della vedova Hebrea, che dal padiglione de nemici se ne porto' il capo d'Olopherne; la memorabile vendetta di Thomaris contra colui che le havea il figiuolo ucciso; i varii casi nelle lunghe guerre di Zenobia, l'animo invitto delle donne d'Aquileia, quando assediata la loro citta' da Massimino, quasi all'estremo ridotte si tagliarono i capegli, et diedero a' mariti et a' fratelli, per far corde a' gli archi, co quali potessero difendersi. Il somigliante fecero le Carthaginesi contra il minore Africano, e 'l Romano essercito. Fecerlo etiandio le Romane; quando per lo furor Franceso furono assediate in Campidoglio: avanti ch'el buon Camillo, dimenticata l'ingiuria fattaglia dall'ingrata patria, a' tempo la sovenisse. La onde fu poi consacrato da romani il tempio della Calva Venere. Ne lascieremo delle donne di Persia, che vedendo i mariti, fratelli et parenti nella zuffa fuggire; fatteglisi incontro, poi che con le parole non poterono la loro fuga arrestare; alzatisi i panni gli mostrarono quelle parti, che la Natura s'ingegno' di coprire: dimandandose forse ivi volessono nascondersi: et cosi gli constrinsero per vergogna al fatto d'arme ritornare. Che diremo delle Spartane? che alloro figliuoli andando alla guerra, lo scudo nel sinestro braccio acconciavano, dicendogli, o' con questo, o' in questo; facendogli intendere che o' morti o' vivi a' casa honoratamente tornassero, ne per dapocagine et timore si dessero nelle [p. 37v modifica]mani de nemici. Per la qual cosa, assai mi meraviglio. onde sia entrato a' nostri tempi la consuetudine di non pigliare arme da mano feminile: la qual come scioccamente e' stata introdotta, cosi dovrebbesi rompere: ne d'altrui mano mi parebbe più convenevole pigliarle, che dalle donne amate: et ho ferma openione che piu animosamente ciascuno le adoperarebbe. Lascione adietro innumerabili ne giuochi di Marte a' qual si sia huomo non inferiori Anthiope, Mirrhina, Orithia, Hippolita, Menalippa, Penthesilea, che prima truovo' la scure, Camilla reina di Volsci, Semiramis di Babylonia, La Vergine, che con la prudenza, et magnanimita' sua contra le vittoriose arme degli Inghilesi tutta la Francia difese. Lascione etiandio molte altre che sarebbe troppo lungo, et soverchia fatica raccontarle. et conchiudendo dico, che affatichinsi gli huomini quanto gli pare in far cose grandi, et periculose; le quali paiono piu ad essi, che alle donne per la gagliardezza loro appartenere; che percio' non mi si torra', che infinite non siano state quelle, che di magnanimita' habbiano fatte pruove grandissime: le quali sono tanto piu mirabili, quanto per le loro poche forze pare che le siano piu disdette. Resta doppo' detto delle virtu' a' parlare della dilettione, et dell'amore: il quale tanto piu' e' nelle donne, quanto vi e' maggior prudenza. Percioche la Natura ha dato al piu prudente sesso la cura de figliuoli; la quale e' opra di singolare amore; come si legge di Cornelia madre de Gracchi, quando alla matrona Campana, che si gloriava di molti vestimenti, di gemme, et di ricchezze, i suoi figliuoli mostro' dicendole. Questi sono gli ornamenti miei. et [p. 38r modifica]lasciando dell'amore à figliuoli portato; che par quasi impossibile che la donna più non gli ami, havendogli pur nove mesi con tanta cura, et sollecitudine nel proprio ventre portati, et nodriti: che diremo di quello verso i mariti; il quale, avegna che ogni amore sia senza misura et freno, nondimeno tutti gli altri avanza. Perché Valerio prudentemente ne fatti memorabili un capitolo ne scrisse; et per lo contrario non pose quello de mariti verso le moglie percioche molto havria penato à trovarne essempi; dove di femine valorose molti se ne truovano; che hanno mille pericoli corsi, et che si sono mille volte alla morte isposte ò per la salute loro, ò per non vivere doppò il lor fine; come fece Alcesta, Hipsicrathea, Arthemisia, Laodomia, Evadne, Valeria, Portia, Deidamia, et come se scrive delle donne dell'India; che secondo la loro consuetudine, abbrugiando i corpi de mariti, vive dentro le fiamme del funeral rogo si gettavano: stimando convenevole al maritale amore con essi insieme vivere, et morire. Quanto etiandio all'amore, che per bellezza, et costumi laudevoli e giovenili cuori invischia; credesi più molti le donne vincere. conciosiacosa che essendo nell'ombrose case nodrite quasi in solitudine, cosa acconcia à secondare i piaceri d'amore; et essendo tolti mille altri studi à gli huomini conceduti, d'uccellare, di cacciare, di giostrare, et d'armeggiare; i quali piaceri hanno forza d'estinguere ogn'amorosa fiamma; che le resta altro, se non con pensieri continovi nudrire il fuoco, che le consuma? si come l'innamorato poeta Ovidio dice di Hero scrivendo all'amante suo Leandro. Voi hora cacciando, hora pescando, hora [p. 38v modifica]bevendo, hora in mille altre cose trovate ove spender gli ociosi tempi senza noia; à me non rimane altro, che ogn'hora più ferventemente amare. Non per tanto, disse messe Lancino, à me pare per la ispirienza cotal disputattione difficile da diffinire: vedendo infinito il numero di coloro, che indarno dietro à quelle s'affaticano: et io l'ho gia non una volta isperimentato. Veramente la isperienza, disse il Poeta, più può che la ragione: ma ben istimo coloro felicissimi, à cui è licito godere del loro amore, senza timore di cosa che gli sturbi; et quelle donne à mio aviso sono da più, che vincendo nell'altre cose, non consentino in amore esser vinte: nel quale cedere, sopra tutto è sconvenevolissimo. Oltre à ciò si ha da vedere della dottrina; la quale alcuni invidiosi hanno cercato con riso et scherni biasimare; infingendo si nuove cose della sapienza feminile, quasi volessono darne à credere, tanto la femine esser più bestiale et matta, quanto sia più savia et ben parlante istimata: persuadendosi perché non vadano à Pavia, ò à Bologna à studiare leggi, che nulla sappiano; et da nulla sia il loro ingegno et consiglio: ma in cio non cade la disputatione che quantunche non si trammettano in questi studi, non si toglie, quando vi spendessono il tempo, come fanno gli huomini, che tanto, et più atte non fossero alla dottrina: la qual cosa assai manfestamente si vide ne gli antichi tempi di colei, che per lo tardo ritorno del giovane Phaone fu sospinta à fiaccarsi il collo dal sasso Leucadio. la quale non altrimenti li colti et limati suoi versi meritò il primo nome di poetessa, come gia tra poeti meritasse Homero. Leggesi [p. 39r modifica]ancora di Corinna thebana, che tratta in giuditio vinse Pindaro incomparabile da molti stimato. Quante donne etiandio si sono truovate ne gli altri studi di lettere eccellenti? come già delle Romane Cornificia, Hortensia, Sulpitia, Paula, Eustochia, Marcella, alle quali scrive il Beato Girolamo, Polla moglie di Lucano, Calphurnia di Plinio, Lelia suocera di L.Crasso oratore, la quale egli per la eleganza della lingua più volentieri udire suoleva che Nevio, ò Plauto. Fu etiandio Proba moglie di Adelpho proconsule Romano, la quale de versi Vergiliani con maraviglioso artificio il testamento vecchio et nuovo scrisse. Leggiamo ancora di Themistoclea sorella di Pithagora; di Aretha figliuola d'Aristippo; di Cleobolina unigenita di Cleobolo uno di sette savi di Grecia; et ne più moderni tempi di Zenobia, et vestita con panni che gli huomini sogliono portare venne à Roma; et tanto ingegno hebbe, che fatta Cardinale in brieve tempo pervenne al sommo Pontificato. Saprei dire della scienza di molte altre, massimamente della età nostra, delle quali non intendo qui ragionare perché il dirne di poche potrebbe offendere l'altre; et raccontar tutte quelle che mi sovverriano, troppo lungo sarebbe. Siche alle antiche tornando; che diremo della Sybilla Amalthea? la quale compose i libbri; ove se contenea la cura della Romana rep. certo io non so, se non che di quanti mai saviamente fecero i Romani, decevole fora che buona parte delle lode allei ne fosse data; per la cui dottrina haveano imparato quale consiglio in ciascuno caso dovessono prendere. [p. 39v modifica]Taceremo noi di Carmenta inventrice delle latine lettere; dalla quale i versi furono detti carmi? havendo adunque i Romani et le lettere, e 'l governo della repubblica havuto femine, ove specialmente consiste la sapienza; ragionevol'è che non solamente le donne più savie degli huomini siano; ma che sempre fossero, et per l'avenire habbiano da essere. Quindi procede che gli antichi dipinsero le muse svegliatrici degli ingegni femine; et dipinsero, etiandio Minerva Dea della sapienza donna, et non huomo: come disopra è detto della giustitia. et questo consentimento di tutte le genti parmi si gran testimonio in favor delle donne, ch'io per me non ne so più oltra disiderare: avegna che vi siano mille autorità di philosophi, che parlando della Natura degli animali, dicono che le femine più facilmente ammaestrarsi; non facendo eccettione più della donna, che dell'altre spetie. Il medesimo tra l'altre ragioni per questa si pruova. che il più delle volte la bontà dell'ingegno per la bellezza corporale si conosce; la quale spetialmente regna nelle donne. Et Homero scrive Aiace essere stato huomo di grande statura; et per conseguente bestiale et folle; et dice che Ulisse era picciolo, ma ben proporzionato; et conseguentemente savio, et prudente. Se adunque nel corpo più raccolto regna più sapienza, manifesto è che le donne per natura sono più picciole, et più proporzionatamente formate; et perciò più savie et più virtuose. Il che ne dimostra la stella di Mercurio, che favoreggia gli ingegnosi; et nel segno della Vergine è fortunatissima. Ne lascierò la dilicatezza della lor carne, manifesto argomento di pronto [p. 40r modifica]ingegno: la quale cosa si comprende. percioche rade volte questi huomini ruvidi, et che hanno i peli grossi, possono apprendere lettere; et in contrario i teneri et molli di carne sono di migliore ingegno dotati: et non solamente le donne sono per natura più savie, ma gli huomini savi et dotti per amore di donne hanno fatti molti libbri; et massimamente i poeti; nell'opre de quali quasi altro non si legge, che il nome hor di questa, hor di quella donna; come in Catullo, in Ovidio, in Tibullo, in Propertio, et in altri infiniti antichi et nuovi; et come etiandio ne componimenti vostri messer Lancino si contiene; i quali hanno tanto essaltato la bellezza, et la castità d'una donna; la quale come à voi viva fu unica luce, cosi lei morta havete con vostri versi consacrata per Dea, et fatta immortale. Et quei poeti che hanno fatto elettione d'altro soggetto, innumerabili volte hanno trasposto nelle sue poesie le laudi loro; et non è da credere quanto l'auttorità degli altri non fosse bastante; che Homero, et Virgilio; gli cui versi sono da più stimati philosophi molte volte addotti in testimonio, habbiano immeritamente lodato Helena, et Lavinia; l'una delle quali per la sua bellezza non lasciava à Priamo il sostener dieci anni la guerra parer grave; l'altra con la vista sua accresceva à Turno l'animo, e 'l vigore di combattere. Quindi potete adunque comprendere il valore delle donne; il quale etiandio si conosce più la gentilezza et leggiadria che in noi destano. conciosiacosa che l'huomo, à cui qualche scintilla amorosa scaldi il petto, si sforza apparire tra gli altri non men che de panni di virtù ornato, et di bei costumi, et cosi molte volte la femina è cagione d'accender l'huomo alla dottrina; nella quale (come gia è detto) non [p. 40v modifica]cedendogli; stimo più facile il medesimo provare de beni della fortuna; tra quali la patria non ha l'ultimo luogo. che se consideriamo dal nostro primo padre, troveremo che Adam fu in storia nel campo Damasceno creato. et oltra ciò fu formato di fango; et Eva nel terrestre Paradiso per la qual cagion è fatta consuetudine di honorare le donne, si come quelle che per esser in parte cosi degna formate, meritano esser reverite; avegna che altri altra cagione adducano della madre di Coriolano la quale più che tutto il Romano popolo, et più ch'e sacerdoti puote à svolgere l'adirato figliuolo dal fiero proponimento. perché come à coservatrici della patria, alle donne fu poi sempre portato il dovuto honore et crescendo con gli anni infino à nostri tempi è tal usanza pervenuta: come veggiamo che nelle chiesie, nelle vie, et ne conviti sempre allora si danno i più honorati luoghi; et à donna di bassa conditione parlando gli huomini, quantunque honorevoli portano rispetto. Questo etiandio non solamente conoscono gli huomini; ma ne fa chiarissima fede lo unicorno tra le fiere di maravigliosa forza, et crudeltà dotato: che da niuno altro animale fuor che dalla vergine donna soffre di esser tocco: conoscendo in lei esser somma eccellenza: la quale si dimostra ancora per un'altra ragione, che il Mondo, il quale è opra si maravigliosa di Natura: che deè pure da qualche cosa eccellente essere nominato, in una terza parte d'esso cioè l'Asia, che contiene tante provincie, ha tolto il nome dalla moglie di Iapetho madre di Prometheo detta Asia; l'altra parte chiamata Africa, et altrimenti Libia, fu nominata [p. 41r modifica]da Libia figliuola di Epapho; et la rimanente fu chiamata Europa dalla figliuola di Agenor rubbata da Giove convertito in forma di bianco toro: et tutta la Terra è detta madre universale. Ma tra tutte l'altre cose che alle donne ò la Fortuna, ò la Natura, ò la loro industria ha conceduto; la bellezza corporale è allora più che dire non si potrebbe aggradevole, la quale con tanta maggior cura s'ingegnano mantenere; quanto veggono (non so per che stelle maligne) le virtù meno in prezzo; avegna che le sia poca fatica il parere belle; essendo dotate di tutte quelle parti, che possono piacere; et essendo dal volto loro rimossa quella asprezza della barba, che fa più tosto caduca la bellezza de maschi. Per la qual cosa non potendo di beltà con le donne contendere: si habbiamo immaginato due maniere di bellezza: nell'una delle quali sia degnità, maestà, et quasi una riverenza: et questa à noi attribuimmo. Nell'altra sia una certa leggiadria, et uno allettamento pieno di disiderio, et d'amore nato dal giuditio, che si fa, qualhora tutte le parti d'un corpo paiono ben proportionate: et che come all'occhio cosi debbano esser grate à gli altri sensi; et questa beltà è propia et spetiale delle donne. Ne bisogna che verun maschio, di qual si sia età presuma allora aguagliarsi. percioche haver giocondo et dilettevole aspetto, in tutte siamo inferiori: incominciando à gli occhi, i quai ne maschi non si veggono, come in molte femine, à guisa di due fiammeggianti stelle, anzi di duo vivi soli con la loro chiarezza vincere le tenebre della notte: et [p. 41v modifica]talhora con maestrevole arte mossi palesare à gl'ingegnosi amanti i segreti del cuore: et con la sua vaga bellezza far d'essi, cio che di Medusa si legge; che con la vista convertiva gli huomini in sassi. Et che ciò sia più nelle donne, lo dimostra il loro essere guatate per tutti i luoghi dove vanno. Ne meno benigna è stata la Natura in darle la fronte più spatiosa; le ciglia più vaghe; più diritto il naso; la bocca più vermiglia con le candide perle ordinatamente dentro rinchiuse; et il mento da niuno pelo intorniato: il colore del volto più bello; il più bianca la gola: et le molli fila d'oro, che sopra il bianco avorio talhora sparse, tal'hora in nodo artificioso raccolte, non possono se non sommamente à riguardanti aggradare. Che dirò de rotondi pomi; à cui non so se somiglianti ne gli horti hesperidi ne guardasse mai il vigilante dracone? che co 'l piacer della vista et del tatto loro havrebbono forza di muovere, non che ogni severissimo et duro huomo, ma le fiere silvestri; et (se gliè lecito à dire) le insensate pietre. Pensate ciò che deve esser dell'occolte parti. alle quali con tanto amore et disio la Natura non ne sospignerebbe, se non fossero dilettevolissime, et all'oggetto suo bellissime. Percioche amore non è altro che disiderio di godere la bellezza: come diffiniscono i philosophi, et massimamente l'amoroso Platone: et quelli che co 'l loro ingegno hanno cercato imitare il maraviglioso artificio della Natura: volendo far una statua che fosse essempio all'altre di bellezza; la fecero di donna; volendo che tanto ogn'altra fosse bella istimata: quanto era prossima à quella: et gli scoltori et dipintori della nostra età affermano [p. 42r modifica]truovare più dilicatezza, et proportione, et (se si può dire) perfettione ne corpi femminili: et quello antico lume della pittura Zeusi volendo à gli huomini di Crotona far un dono egregio; et lasciargli uno eterno testimonio della virtù sua, trasse da cinque vergini donzelle tutte le più belle parti: à somiglianza delle quali compose un corpo feminile bellissimo. Questi adunque per l'arte sua potendo fare vero giuditio di beltà: diede per cotale opera la sentenza in favore delle donne; et à mio parere, anzi del più degli huomini, la diede verissima. perché chi è, che non veggia qualche donna fra l'altre volentieri? veduta non l'ami? amata non la disideri? et l'amore, e 'l disiderio, non si muove se non da uno non so che piacere, ch'a gli occhi corre ogni volta, che si giudica alcuna cosa esser bella. Ma che bisogna più stendersi in aguagliarla all'huomo di bellezza? Certo credo che niente si gli possa addurre in contrario. Anzi à me pare, disse il Musicola, che in un corpo grande possa esser maggior bellezza, che in un picciolo: et perché l'huomo naturalmente è più grande, può esserne più in lui che nella femina. Non vale, soggiunse il Poeta, in cio il vostro giuditio, perciohe la grandezza si considera in due modi: l'uno quando un corpo secondo tutte le misure si stende più che l'altro; come è a dire che l'elephante sia maggior che la formica: l'altro s'intende secondo la proportione, come dicendo. Questa formica è grande: quello elephante è picciolo: et secondo tal modo di parlare, non si può dire la donna esser picciola, quando [p. 42v modifica]aggiunge alla sua naturale proportione: la quale forse dalla Natura è lor data minore, per qualche cagione non importante hora à dire; et quindi si può notare un'altra ragione efficacissima à pruovar la bellezza delle donne. Che per isperienza si vede communemente tutte esser più proporzionate, et quasi d'una misura, che gli huomini: anzi tra gli huomini si truovano più nani, et molto piccioli, et schiancati. Et la cagion'è che le donne sono più humide, et le cose humide più agevolmente si stendono infino al suo termine; et perciò non restano i visi et corpi loro si sovente sproportionati et difformi: et per essere la loro lunghezza minore, più tosto si compie; et finalmente hanno il cielo più favorevole; et che più tiene cura delle lor beltà. Una altra ragione, seguitò messer Lancino, mi occorre in favore vostro maestro Girolamo, anzi delle donne; la quale non credo per altro, che per oblio habbiate lasciata. che gli huomini, percioche sono macri et secchi, quello che di larghezza perdono, in lunghezza acquistano; et posti uno huomo, et una donna di lunghezza eguali, l'huomo alla prima vista per la sottigliezza sua parrà più lungo; si come veggiamo di coloro avenire, che sono alcun tempo giacciuti infermi; i quali uscendo del letto paiono maggiori che prima: essendo però nella infermità fatti più lunghi: ma per essergli tolto delle larghezza et grossezza, la lunghezza c he rimane qual era prima maggiore si giudica. Ottima ragione à me pare, disse la donna, quella che ci ha allegata messer Lancino; et molte volte fra me pensando onde avenisse che [p. 43r modifica]le donne paiono più picciole, non sapeva pensare il perché; lo quale hora m'è fatto chiaro. Cosi è, disse il Poeta. Ma seguendo più oltre. sofficientemente è stato da noi provata la bellezza delle donne; la quale con parte solamente d'una novella volle il Boccacio provar nel suo Decamerone: quando disse che al figliuolo di quel Fiorentino nodrito nella solitudine erano tanto le donne piacciute. Il che fece egli brievemente perché stimava vana fatica l'affermare con moltitudine d'argomenti ciò che niuno negare ardisce. Degli altri beni del corpo, et della Fortuna, come sono i figliuoli; le amicitie; le ricchezze; la gloria; la sanità; et le forze à mio giuditio à gli huomini non cedono: avegna che il Musicola con molte ragioni habbia cercato il contrario provare: percioch'e figliuoli sono communi; et se l'uno di due vi ha più parte; la donna veramente è quella, che gli ha nel ventre portati, del proprio latte nodriti, et con tanta fatica, et cura allevati. Delle amicitie non accade dubitare: conciosiacosa che infinite, come disopra è detto, hanno amato si svisceratamente mariti, figliuoli, et quelli che meritamente da loro doveano esser amati; che più tosto hanno eletto con essi loro morire, che senza quelli vivere: ma degli huomini, che non habbiano temuto per gli amici alla morte se isporre, non più di sei, ò sette coppie da voi Musicola recitate si truovano scritte. Le ricchezze (avegna che siano stato molte donne, et ne siano hoggidi ricchissime) non sono di tanto pregio, che non sia via più il poter commandare à quei che le possedono. Deve adunque alloro bastare haver l'amore degli huomini. et poscia signoreggiaranno non [p. 43v modifica]che le facultà, ma la vita, e 'l sangue loro. L'honore ancora, et la fama è premiio de beni dell'animo: ne quali essendo le donne vincitrici, non può lor mancare, che in ogni luogo, et appò ogni persona non siano honorate, et famose. Gli altri beni del corpo, cioè la sanita, et le forze non men sono nelle donne che ne gli huomini; et posto che in esse fossero minori, non sono di tanto momento, che possano torle pur una minima parte della loro eccellenza percioche la sanità il più delle volte nel viver temperatamente consistere conciosiacosa che le donne più modestamente vivono, più rade volte infermano. Oltra che le spesse purgationi le guardano da molti mali; ne quali gli huomini sovente incorrono. Quanto ancora alle forze: noi leggiamo delle Amazoni et di molte altre solite andare alla battaglia; et che hanno gia molti triomphi, et innumerabili vittorie rapportate: la qual consuetudine se infino à nostri tempi durata fosse, veder si potrebbe cio che valessono le forze delle donne. Ma perché tale usanza è interrotta: et le forze si aumentano essercitandole: pare che le feminili da nulla tenute siano. Tuttavia etiandio che cosi fosse, che ha bisogno colei (se vogliamo ragionevolmente considerare) delle forze del corpo, che può adoprare in ogni avenimento quelle dell'intelletto? Certo le gran cose meglio si conducono à fine con ingegno, che con possanza corporale: et niuna cosa più offende la giustitia che 'l troppo ardire, et le troppo forze: le quali come sono hora nocevoli, cosi gia utili al mondo furono; quando gli huomini valenti, er prò della persona difendevano le genti deboli, i tiranni uccidevano, domavano i mostri. Ma considerando la [p. 44r modifica]Natura che quella età dell'oro dovea tostamente convertirse non che in argento, et rame, ma in ferro: nel qual tempo l'arme de forti non scacciarebbono l'ingiurie, ma le farebbono: acciò che tutti non fussimo macchiati di tanto errore, et diventassimo di noi stessi micidiali: all'una delle due parti ritolse l'arme; che prima al tempo delle Amazoni et avanti le havea concedure. accioche à questo mondo qualche giustitia in terra si conservasse; et non havesse un altra volta il mondo (come averrebbe rimanendone privo) à ritornar nell'antico et primo Chaos. Questo, disse messe Lancino, di che il Poeta ragiona, cioè delle forze, più che à noi, à voi Musicola appartiene: che ogni giorno v'affaticate giocando, et armeggiando di man tenerle. Non per fare, egli rispose, contra la giustitia; ne mi giova esser forte per restar superiore alle donne: ma per difenderle, quando sia mistiero più con fatti, che non faccia il Poeta con parole. Poesia adunque, soggiunse il Poeta, che hora il difenderle à me con parole appartiene; havendo dichiarato, quanto la Natura le sia stata benigna et favorevole in dotarle abbondevolmente di tutti i beni sopradetti: rispondero à gli accusatori loro; et per meglio confutargli, oltra la maggioranza proverò etiandio l'egualità: et dico che le femine sono di necessità di Natura, perché la generatione humana senza loro non si può conservare; et nelle cose che altrimenti esser non possono; come disse Crasso Romano censore nella oratione per lui fatta contra Domitio suo compagno; [p. 44v modifica]che nelle cose dalla Natura, ò dalla fortuna dategli, agevolmente poteva tolerare d'esser vinto, ma in quelle che da se stesso l'huomo poteva acquistarsi, à niun patto volea patire, che fosse da altri superato. la qual cosa considerando i fundatori delle leggi ragionevolmente riprendono quei, che biasimano il sesso feminile, si come nemici della Natura, et di se medesimi. Lasciamo stare l'impietà grandissima à biasimare quelle, per cui habbiamo l'essere; quelle che conservano et moltiplicano la somiglianza di noi stessi: quelle senza cui il viver nostro fora una solitudine, una perpetua maninconia, anzi una continova morte. Et se alcuno volesse dire, che le donne sono biasimate non per quelle che sono buone, ma per le cattive: questo è contra il costume de valenti huomini; i quali udendo dire male della sua patria, hanno di ciò, per molti che in essa rei siano, grande et convenevole molestia: et pargli debito difendere l'honore de suoi cittadini. Cosi noi, avegna che vi siano molte donne cattive, et di mala fama, non debbiamo perciò patire, che generalmente si dica male di loro. Il che oltra le altre ragioni che sono molte, massimamente si deè fare; perché la lor vergogna à noi torna in dishonore, che le serviamo, et ci chiamiamo sovente lor servi et schiavi. La onde manifestariamo la nostra dapocagine consentendo, se fossero cosi vili come altri stimano, di servirle. Ne solamente del vituperio nostro qui si tratta; ma etiandio degli eterni Dei: che molte fiate sono discesi dalle celesti sedie in terra, per dimorare lor presso: et colui che con le fiamme del volto suo illumina l'ampia faccia della terra, per guadagnare [p. 45r modifica]la gratia d'una donzella, sostenne molti anni servire nelle pastorali case di Admeto: senza Hercole, Achille, et tanti altri baroni, et semidei, domatori de mostri, et de mondani regni, hanno in collo portato giuogo feminile. A' me pare adunque che non solamente siano à gli huomini eguali; ma ancora più degne, oltre alle ragioni già dette; perché la generatione è da loro più disiata: la quale tra tutte l'altre nostre, più s'appressa alle divine operationi. percioche s'assomiglia al maraviglioso artificio di Natura: producendo quasi di niente, ò al meno di minima cosa si bello effetto, come è il parto humano nel quale avegna che tanto il maschio quanto la femina s'adopri: non dimeno con maggior disiderio vi si muove la donna, et più vi s'affatica, pascendolo col proprio sangue mutato in forma di latte; accio non dia loro cagione di timore; et è la generatione in tanto accetta à Domenedio; che (come dicono i sacri theologi) perdonò alle figliuole di Loth giacciute co 'l padre ebbriaco; havendolo fatto non per libidine, ma per generare figliuoli di huomo giusto, et ubidiente à Dio, et che come gli altri huomini di Sodoma non havessono à guastare le leggi naturali et divine. Deve etiandio la donna esser superiore quanto alla generatione: potendo senza huomo generare un parto vivo, che si chiama Mola: cosa à niuna altra spetie degli animali conceduta: et quantunque tal parto non possa lungamente vivere: non per tanto non si lascia considerare il privilegio loro dato dalla Natura. il quale è tanto che non solamente gli huomini non le possono aguagliare: ma non gli sono prossimi, se non di [p. 45v modifica]grandissimo intervallo: la qual cosa sie assai manifesta, rispondendo alle ragioni del Musicola: per le quali (quantunque modestamente come suole egli sempre) pur si sforzava alquanto macchiar la nobiltà delle donne. Et perciò proseguendo dico, che quantunque ne gli antichi, et moderni sacrifici le femine coprano la testa: et gli huomini ne vadano co 'l capo ignudo: questa consuetudine non è fatta; perché elle siano immonde, et brutte, et meritino di star chiuse; questi siano netti et puliti, et degni di stare scoperti ne tempii, et ne luoghi divini: ma fassi per altra cagione più convenevole: accio che la bellezza loro stando scoperta non havesse forza di destare in altrui qualche disiderio men che pudico. Et oltre à ciò per esser le donne di più privilegi, et virtù dotate (cosa atta affarle forse più ambitiosette) non è sconvenevole che quando adorano colla testa velata, in segno d'humiltà se ne stiano. Ne vero è che la femina disideri l'huomo, come fa la materia la forma, per farsi più perfetta. percioche ella è più perfetta dell'huomo. il che la Natura apertamente ha dimostrato; havendola fatta in minore età chel maschio capace del matrimonio: et quello non dal padre, ma dalla madre, come da cosa più perfetta nominato: et dicendo che l'huomo habbia naturalmente in odio colei à cui primieramente si congiunse, si come quella alla quale congiungendosi molto della sua perfettione perdette; et ch'in contrario dalla femina sia amato l'huomo, co 'l quale ella cominciò à conoscere la dolcezza degli amorosi congiungimenti: male havete in questa parte in Loica studiato: et la vostra consequenza Musicola non [p. 46r modifica]vale. La donna disidera l'huomo come perfettione; adunque è imperfetta: ma può essere perfetta in alcun grado: et congiungendosi all'huomo si fa più: come possiamo dire dell'humano intelletto: il qual essendo di non poca perfettione, disidera perciò conoscere alcune cose men perfette di lui: come è la natura d'alcuno animale bruto: et aggiungendo questa perfettione, si fa più perfetto, et migliore. Ne ancora aviene che l'huomo la prima donna allui congiunta habbia à schifo, perché in cotal atto la perfettione sua lasci adietro. conciosiacosa che se cio fosse, ogni volta averria, che con alcuna si congiungesse. il che non accade: anzi fuor che la prima volta cotali congiungimenti poscia aumentano amore. et se disiderate sapere il perché: è più verisimile che la troppo calda complessione dell'huomo ne sia cagione, massimamente nell'età tenera. et perché pochi stanno ad isperimentare cotai giuochi infino alla matura; la caldezza, che in quei tempi è maggiore, muove nuovi pensieri. Si che rivolgendo i giovani nella volubil mente la qualità dell'amore, agevolmente disamano: et compiuto il lor desiderio prestamente se ne pentono: infino che la più salda età, et la consuetudine non gli fa meglio conoscere quali siano l'amorose forze. Ma la donna per istinto di Natura conoscendo nel generare quanta perfettione sia, ama colui; anzi gli sempre tenuta, che le insegnò tanto ben primeramente conoscere. Per la ragione del luogo pareva ancora da più esser l'huomo. percioche la donna sta disotto; et l'huomo disopra, come più nobile: ma chi con diritto occhio riguarda, conoscerà che la donna ne gli ultimi diletti di venere stà in [p. 46v modifica]in luogo più degno, giacendo con gli occhi al cielo, à guisa che debbono far gli animali dotati di ragione: et l'huomo stassi come fanno le bestie, co 'l volto, et con gli occhi intenti à rimirare la terra: et quello che è più, perioche l'huomo si conosce indegno di tanto piacere et gioia; non può fare, cosi insegnandogli la maestra di tutte le cose Natura, che à prendere gli ultimi termini d'amore, et quel sommo bene, egli non vada con riverenza, et inginocchione. Si allegava oltre à ciò la indegnità della donna, per essere ella ne piaceri di Venere patiente, et l'huomo agente. Il che più non le toglie della sua degnità che facciano le varietà de colori à gli occhi; le cose odorifere al naso: et gli altri oggetti à suoi sensi. conciosiacosa che l'occhio è patiente; et le cose colorate lo feriscono; et operano in lui: tuttavia l'occhio, et la virtù visiva è più degna di quei colori che sono agenti. Il suono percuote il senso dell'udire: et l'orecchia patisce: et però più degna di quello strepito et di quel suono, che fa la passione. Il somigliante è della donna; la quale quantunque patisca, non si può con ragione dire, che sia perciò men degna. Quanto all'altro argomento, che forse vi pare fortissimo: cioè che l'essere alle donne tolto la cura degli uffici gran segno sia della loro indegnità; assai chiaramente si conosce non esser vero. percioche anticamente gli uffici civili cosi dalle donne, come da gli huomini si maneggiavano. et gia le donne fecero molte leggi; la Dea Ceres chiamata dal Mantovano Poeta delle leggi apportatrice; la Sybilla Amalthea; Didone che edificata Carthagine diede à gli habitanti le leggi: et molte in molti altri [p. 47r modifica]luoghi. Ma poi in processo di tempo crescendo la malvagità degli huomini: et non astenendosi al cospetto delle donne di dire parole ingiuriose con troppo baldanza: accio che 'l sesso feminile tal cose non udisse, fu indi rimosso. Siche poscia gli uffici del giudicare sono ne gli huomini rimasi. Gli uffici divini sono indifferentemente sempre amministrati dall'uno et l'altro sesso: come appare ne gli antichi tempi per le vergini Vestali, che con tanta diligenza et cura conservavano quello eterno fuoco: et ne nostri per tanti monasteri di donne piene di religione et di santità; et per mille altre cerimonie. Lascio che gli uffici non sono di tanto momento, etiandio che tutti fossero ne gli huomini, che le donne perciò ne pur una minima parte dell'eccellenza sua perdessero. Conciosiacosa che non sempre à più degni, ne à gli più amati si danno. Cosa che ci insegnò gia Christo, che diede le chiavi del cielo à Pietro, et non à colei che havendo meritato di portarlo nel ventre suo verginale, è da noi ragionevolmente chiamata madre di gratia, donatrice di tutti i beni, et sopra ogn'altra incomparabile. Et questo anco veggiamo ispressamente, avegna che la Reina non habbia ufficio veruno; nondimeno è più degna di mille ufficiali che stanno nella real corte. Seguita la varietà et mutatione di mente et d'openione; contra cui abbaiano i poeti in mille luoghi. Virgilio. Varia cosa et mutabile è sempre la femina. Il Petrarcha. Femina è cosa mobil per natura: et in molte altre parti è scritto il somigliante. Il che non pare però à savi si colpevole; che non sia da essi molte volte commendato. percioche se il [p. 47v modifica]cielo, e 'l tempo non che ogni giorno, ma ogni movimento si muta, è necessario tal volta avenire che quello che ci sarà utile hoggi, dimane ci sia nocevole: la onde conviene sovente mutare volontà, et consiglio: movendone à ciò ragione et necessità, non appetito et piacere: et voler in simili casi servare costanza, aviene il più delle volte da ostinatione: et questi tali sono chiamati huomini di dura cervice. Oltra che questa sua che vogliono chiamar costanza, non men sovente la conservano ne gli errori, che nell'opre giuste. Che direte delle bruttezze? disse il Musicola. Che ne dirò? soggiunse il Poeta: ch'e mestrui et le altre purgationi loro non ci danno tanto argomento di bruttezza, quanto di dilicatezza, et di beltà. Percioche essendo non men l'huomo, che la femina di quattro elementi composto; et da principio formato di fango: è di necessità che partecipi molto di queste immonditie terrene: et non havendo egli per onde mandarle fuora come la donna, sene resti men netto, et men pulito. il che dimostra la carne dell'huomo; la quale per molto che lavata, et strebbiata sia, pur rifregandola, sempre genera terra. cosa che nella femina non aviene, per le purgationi che ha ogni mese: le quali non solamente conservano in loro più dilicatezza; ma ancora le riguardano da molte infermità; in cui gli huomini più spesso incappano et avegna che cotali purgationi essere vedute honestamente non possano: pur non sono da esserne odiate si acerbamente. percioche non ogni opportunità à gli huomini la Natura ha dato, che palesemente si possa far senza vergogna; ma quelle parti, che aspetto honesto non hanno, ha nascose; et del loro [p. 48r modifica]beneficio segretamente si deve usare. Che biasimo è adunque se la femina ha una purgatione necessaria più ogni mese che 'l maschio? havendone non men l'uno che l'altra tante, che ogni giorno usarne è mistiero? massimamente essendo ella in tante altre cose più degna; et per questa da pegno preservata; et il resto del tempo più netta, et monda. Quindi etiandio si può vedere la risposta dell'altro argomento, quale esser debba, che la femina sia detta dalle fedità. percioche più tosto è detta per lo contrario, quasi non feda; la quale significatione si considera in molti latini vocaboli. Il bosco si chiama luco, come luogo ove sia poca luce: la guerra si dice bello, cioè cosa non bella: et parimente la femina per che non è feda parmi cosi nominata. Et oltra che in farle prive di fedità la Natura le stata favorevole; elle si studiosamente s'ingegnano d'apparire pulite; che di niuna cosa men che di bruttezza dovriano esser incolpate. Questi adunque sono i biasimi che 'l Musicola, ma con la sua solita modestia, hieri dava alle donne. Nel vero, disse madonna Iphigenia, grandissima obligatione noi ve n'habbiamo; che si bene ne gli havete risciolti; che penso non che io, ma egli stesso più oltra non ne desideri: pur che il maggiore, et primo vituperio nostro non vi scordiate; cioè il fallo di Eva. Grande errore, seguì il Poeta, fu di lei à divorare il vietato pomo, et lasciarsi ingannare dal nemico della humana spetie; ma à mio parere fu maggior quello di Adam; che si leggiermente alla donna credette; scordandosi subito il precetto d'Iddio. et è verisimile che 'l diavolo con più arte, et [p. 48v modifica]inganno stimolasse à credere la donna, che mangiandone sarebbe immortale; che ella poscia con l'huomo non fece. Oltra che la donna allhora non poteva esser così prudente, come l'huomo: per esser doppo lui formata; et la prudenza s'acquista per isperienza lunga. si che rade volte ne giovani si truova; ma è propria de vecchi: et perciò ne il medico, ne il capitano di guerra giovane fu commendato giamai. conciosiacosa che la scienza loro senza uso lungo non si può havere: et gli suoi errori non è lecito ammendare. percioche la pena subito ne segue. Ufficio era adunque du Adam prima creato et più vecchio, à che fine spettasse il mangiare del vietato pomo antivedere; et considerare che prendere consiglio dal nemico non era utile et non havendolo fatto, meritamente è più da biasimare la imprudenza sua, che quella di Eva; e 'l peccato di lui fu cagione che 'l figliuolo della vergina humana carne prendesse: il quale avegna che nascesse huomo et non donna, non fece però al sesso feminile si gran disfavore. conciosiacosa che quanto alla spetie humana non meno è fatta la donna alla somiglianza d'Iddio, che l'huomo. Ma ben ci diede nel nascer suo una sentenza verissima; quantunque da pochi intesa, in favore delle donne. Che venendo egli ad essaltare l'humiltà, tolse il più humile sesso, che fu il maschio. Fecesi etiandio huomo et non donna. percioche havendo egli più di lei errato; fu cacciato del paradiso et fatto più vile. Venendo adunque il figliuolo d'Iddio à restituirci la gratia; della quale eravamo per inganno del diavolo, et per humana imprudenza privi: fu convenevole, che si come l'huomo ci havea [p. 49r modifica]nel profundo degli abbissi, et in eterna dannatione fatto ruinare; cosi egli huomo nascesse, et fosse la pena dell'innocente sangue uguale al delitto del peccatore. Con cotali argomenti, et ragioni non solamente il Musicola, ma molti altri si persuadevano di vincer la quistione. Nel vero, disse messer Lancino, per esser le donne nelle forze inferiori, dubitava non la perdessono: se la loro mercè non s'acquistassero degli amici, che in ogni lor bisogno, in ogni periglio fossero pronti aà prender l'arme, et à difenderle: ma veggio non mancarle aiuto et difesa contra i crudi morsi degli invidiosi. Questo aviene, soggiunse il Poeta, percioch'e biasima loro non sono difficili da confutare, per le singolari et immense gratie, che con larga mano la Natura le ha concedute. Oltra che ciò parmi non picciola iscusatione, et conforto di coloro, che si lasciano ad amar trascorrere. tra quali essendo io uno, non per disaventura, ma per elettione: non ho trovato maggiore alleviamento giamai alle mie passioni, et continove solicitudini, che 'l pensare alla vaga bellezza, à gli ornati et laudevoli costumi, à soavi ragionamenti della mia donna; bastante sodisfacimento di mille pensieri et di mille angoscie, che il soverchio amore nella mente compreso più che crudeltà de lei, mi fa sentire. Alle quali cose quando io penso, istimo ben aventurata la pena mia: et disidero quantunque; privo d'ogni speranzaa di cui gli più felici amanti si godono, in tale stato trappassare tutta la vita; ancora a che l'età di Nestor mi fosse conceduta. Grande amore è questo, disse madonna Iphigenia, che portate à questa donna: la quale veramente sarebbe ingratissima, se a voi delle cagione di sospirare; [p. 49v modifica]et si godesse tenervi non solamente di speranza, ma etiandio d'altro privo, che per voi si ricerchi. Anzi io non ricerchai, disse maestro Girolamo, cosa giamai, che alla donnesca honestà fosse disdicevole: et la primiera mia intentione, conoscendo la virtù sua, fu per havere alto soggetto alle mie basse rime. Ma allei forsi non parendo convenevole, che donna piaccia molto ad altri, che al marito. perciò non potendo io per non spiacerle, più particolarmente delle sue laudi dire: tanto più volentieri essendomi hoggi venuto destro di fare etiandio cosa grata à si soave compagnia; ho fatto questo ragionamento della degnità delle donne: accioche se mai ella ne haverà notitia; habbia in esso à riconoscere non meno le singolari virtù da se stessa acquistate, ch'e rari privilegi della Natura abbondevolmente allei donati. Dapoi ch'io non so più avanti, rispose il Musicola, che sia questa donna cotanto lodata da voi: non sarò si folle, ch'io presuma di biasimarla: acciò senza sapere à cui pervenga l'offesa; come il cieco intorno io non giri la mazza. et perciò lascierò à messer Lancino, che in questi due giorni ha tacciuto il dirvi contra. Contra amendue, disse egli, ho in vero à dire assai: ma percioche hoggi è detto à bastanza. dimane con licenza di madonna Iphigenia torneremo: et cosi da lei accomiatandosi tutti tre partirono.