La Gallia Togata

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Pietro Rotondi

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LA GALLIA TOGATA





Gallia romanae nomine dicta togae.

Marziale.



La Gallia cisalpina, che poco innanzi alla venuta di Annibale in Italia era stata soggiogata dalle forze romane, fatta insorgere dal grande Cartaginese, lo assecondò strenuamente in tutto il suo sforzo contro Roma, e neppur dopo la battaglia di Zama volle acquietarsi. Non fu che nell’anno di Roma 558, che venne fatto al proconsole L. Valerio Flacco di finalmente domarla, collo sterminio dell’ultimo polso di Boi e di Insubri avvenuto nelle vicinanze di Milano.

Spenta così la lunga resistenza di questi Celti, e spedite a mischiarsi con loro assai famiglie latine, non andò molto che il paese meritò di essere detto Gallia togata; e ciò non solo per la nuova sua condizione politica, ma sì anche per la civile assai rapida trasformazione; che deposta l’assisa della barbarie, assunse in poco volger d’anni i costumi, parlò la lingua, prestossi alla sapienza del popolo vincitore. Partecipe dell’italico incivilimento, questa Gallia diede tutto quel vario frutto di cui la sua ubertà era capace; si coprì di utili e nobili edifizi, e solcata da magnifiche vie, potè comunicare agevolmente [p. 394 modifica]colla metropoli e con tutto il dominio della Repubblica, e sentirsi così prosperare la vita per molteplici vene.

L’essere stata vinta fu dunque per lei massima ventura, ove si consideri l’effetto che ne doveva uscire; ma quanto pagasse il beneficio, ne è lecito argomentarlo da quello che la sudditanza medesima costò ad altri. La storia nessun caso ha fatto dei patimenti di quei rozzi cisalpini; ma di altri popoli ci dà qualche cenno, dai quali per analogia siamo condotti a penetrare ciò che anche di loro sarà avvenuto. Ricorda, a cagion d’esempio, che dei vinti Epiroti ne furono venduti al mercato centocinquantamila; e di Sardi pure un numero così grande, che la viltà del prezzo pel quale si dovettero esitare, divenne proverbio a significar cosa che non valga una buccia. All’isola di Sicilia furono tolte le sue leggi, i magistrati, le franchigie; il territorio venduto, o affittato agli antichi padroni, coll’obbligo di pagare la decima di ogni raccolta; mentre di tutte le merci, per diritto di entrata e di uscita, esigevasi la ventesima. Inoltre fu proibito agli abitatori di acquistare fuori del territorio della loro città; ed ebbero il carico di provvedere al lusso, non di rado smodato, dei governatorinota; i quali come a volte vi si comportassero, ce lo ha dipinto Cicerone nelle verrine. Vero è che nella Cisalpina i Verri non avranno trovato molto che li tentasse; ma chi una volta si è buttato al ladro ruba anche in casa del povero, e ogni svaligiato sente il danno in ragione del suo avere. Quei sudditi provinciali che possedevano terre, venivano gravati di una imposta fondiaria, li altri di testatico (capitatio); e tutti poi dovevano contribuire all’approvvigionamento della flotta e ai quartieri d’inverno delle truppe.

Ma di tutti i pubblici carichi il più incomportabile era il modo con cui si esigevano; che lo Stato ne commetteva l’ufficio a quei pubblicani, il cui nome suonò

1 [p. 395 modifica]tanto riprovato anche in bocca al mitissimo Cristo, e dura tuttogiorno a significare le più rapaci arpìe.

Gli eletti al governo delle provincie vi andavano con grande seguito di conoscenti e di amici; e con scrivani, interpreti, araldi, medici, e altri sì fatti. Ne durava un anno l’autorità, e in questo tempo avevano tutto in loro arbitrio. Per l’amministrazione della Giustizia ogni nuovo governatore emanava un editto, che lui presente doveva essere legge per tutta la provincia; la quale poi anche percorrevano intimandovi giuridiche adunanze: e queste leggiamo così descritte in T. Livio: «Il romano pretore fa l’adunanza; la gente chiamata vi trae, e lo vede in eccelso tribunale dettare i superbi decreti, stipato di littori: pendono le verghe sulle terga, le scuri sulle cervici »2. Le quali parole hanno suono acerbo, perchè lo storico le mette in bocca a un nemico di Roma; però dicono fedelmente come la cosa avveniva e che vi si minacciava.

Il dominio romano estendevasi allora dall’Oceano all’Eufrate , e dalle Alpi all’Atlante; e già nella metropoli cominciavano ad affluire la mollezza e i vizi dell’Oriente e delle due Grecie; e quanto rapida corruzione vi producessero ci è noto per la sferza dei poeti e per i decreti dei Censori. Fu il tempo quello, in cui si trovarono a fronte l’antica romana sobrietà e la nuova lue straniera , Catone il vecchio e i dissoluti giovani e turpi barbogi che le commedie di Plauto ci ritraggono. Però nella Cisalpina saranno andati più spesso che altrove uomini dell’antico stampo romano, come in paese che non allettava gli spogliatori; e infatti sono presso che tutti nomi assai onorati quelli che ne conosciamo; e s’ella al rompere delle guerre civili non fosse stata opportuna agli ambiziosi, che volevano farsi forti contro la parte avversaria, avrebbe forse veduto sempre al suo governo i personaggi più esemplari.

[p. 396 modifica]Un popolo guasto che venga in dominio altrui, precipita sempre più basso; ma i Cisalpini erano immaturi, non fracidi, e di barbari venivano tratti a civiltà; mentre la semplice ruvidezza li difendeva dalla invadente putredine; e la morale servitù, che infine è la vera, nessuna forza la impone ad animi liberi. Che quei Cisalpini andassero immuni dalle corruttele che precipitarono la virtù romana, lo chiarisce la cena data in Milano da Valerio Leone, uno de’ maggiorenti della città, a Giulio Cesare e al seguito di lui; della quale gli schifiltosi cavalieri e patrizi si fecero beffe, e non volevano toccarne, tanto era da meno della cucina romana; così che dovette il gran Capitano dar loro una lezione di urbanità3. Se dunque serbavano tale semplicità di vita, mentre già da più di un secolo erano in relazione con Roma, non saremo detti parziali giudicando che dalla civiltà comunicata, solo traessero quanto era salutevole e decoroso: infatti udremo fra poco Cicerone tributar loro in senato lodi magnifiche di fortezza e di gravità.

Durò lo stato di provincia nella Gallia togata fin che resse la libertà di Roma; tuttavolta le veniva fatto men grave il giogo, mano mano che ella si ordinava e andava dirozzandosi; e le sue principali città furono per tempo dotate delle prerogative municipali; vale a dire sciolte in gran parte dal sindacato della metropoli, per così avviare gradatamente tutta la contrada ad entrare nel romano sodalizio.

Fu detto che Caio Gracco (all’incirca un secolo prima di Cristo) stimasse utile, per rinvigorire la Repubblica, lo estendere i diritti della cittadinanza romana a tutti i popoli della penisola, fino alle Alpi4; altri però, e sembra con maggior fondamento, asserì ch’egli consigliasse di darla ai soli Latini, il cui diritto, quantunque [p. 397 modifica]per grado appena inferiore all’Ottimo giure de’ cittadini di Roma, ne era però molto da meno5. Comunque sia, i concetti di quel gran tribuno di suo vivente non ebbero esito.

Poco di poi venne a piombare nella valle del Po il torrente dei Cimbri; i quali e’ è chi pensa fossero gente celtica, della famiglia de’ Kimri, o Kymraig, mentre ad altri parve solo che traessero in loro compagnia molti di quei Galli cisalpini, che già sconfitti dai Romani e fatti sgombrare d’Italia, eransi portati oltre l’Alpi a cercarvi meno contrastate sedi. L’una o l’altra poi di queste opinioni credono convalidata dal vedere, dopo le vittorie di Mario, il tribuno Saturnino proporre che si distribuissero alla plebe di Roma quelle terre de’ Cisalpini Insubri, sulle quali avevano fermato il loro campo gli sfracellati barbari6. Dunque volevansi puniti codesti Cisalpini; e di che se non di favore dato alle orde sopraggiunte? Ma se queste hanno trovato amico un popolo di cui venivano a pestare i terreni, è ben probabile che fossero, totalmente , o in parte almeno, suoi consanguinei.

La proposta di Saturnino intanto ne fa conoscere che la romana conquista aveva pure lasciato molta parte delle loro terre ai Galli cisalpini; ed è verosimilmente a ciò che Plutarco alludeva, quando scrisse che agli Insubri i Romani avevano accordate buone condizioni.

In seguito alla guerra Cimbrica scoppiò la Sociale, dei popoli d’Italia confederati contro Roma, che persisteva a negar loro, malgrado avessero tanto contribuito a farla grande, l’Ottimo diritto della cittadinanza [p. 398 modifica]romana, fuori di cui non v’era piena libertà; giacche senza aver suffragio ne’ comizi di Roma, non si partecipava al governo della Repubblica: e perchè la vallata fra le Alpi e l’Appennino veniva pur sempre considerata non appartenere all’Italia, i Cisalpini al primo destarsi di quel tumulto, non osando elevare i desideri quanto i loro vicini , si mantennero fedeli alla dominante; ond’è che Roma non dubitasse di trarne molte forze per volgerle contro ai ribolli. Ma poi nel secondo anno della guerra, anche fra’ Cisalpini cominciò a serpeggiare minaccioso fermento, per le promesse degli insorti di voler far eguale a Roma la penisola tutta, dalle Alpi allo stretto di Sicilia. Ma la prudenza del Senato e del popolo romano, e la miglior fortuna delle armi loro, avendo per tempo grandemente scemato la probabilità di buon esito per gli Italici, e il malcontento de’ Cisalpini, le cose nella vallata non procedettero più oltre.

La guerra sociale fu vinta da Roma: però questa ben vide come realmente il fuoco non ne sarebbe stato mai spento, se non placava il desiderio che prima l’aveva acceso; e con quella accortezza che fu la sua salute in tante procelle, cedette alla necessità e fece romani cittadini i domati ribelli; comecché ne comunicasse poi loro il diritto solo piuttosto di nome che di fatto, avendoli aggregati a nuove tribù, le quali non dovevano essere chiamate a votare, che quando non bene manifesto apparisse il maggior suffragio delle antiche.

Anche alla Gallia togata quei moti giovarono; anzi ne ebbe utilità durante la guerra medesima, giacche importando troppo di mantenerla in fede, sullo scorcio dell’anno 89 prima di Cristo, Pompeo Strabone, padre del Magno, fe’ largire alle città Transpadane il Diritto latino; col quale si deve credere venisse pure conferito l’ordinamento municipale (a meno che non gliel’avessero già partecipato le romane Colonie statevi disseminate), o il dono non avrebbe avuto significazione; che non è [p. 399 modifica]presumibilo a una gente gallica fosse già noto, quale avita sua consuetudine, quel sapiente istituto che era vanto della vetustissima civiltà italica.

Però non furono impartiti ai nuovi togati le larghezze tutte, delle quali fruivano gli antichi municipi. Roma trovò questi già da lungo ordinati, e non credette dovervi fare mutamenti; ma, come abbiamo potuto vedere, ella era molto ritrosa ne’ suoi favori; e decretando quel governo ai Galli gli attribuì minori poteri, in guisa da serbarsi pur sempre in pugno le più forti briglie. Esiste un prezioso documento dell’entità dei municipi cisalpini; ed è una tavola di rame, stata trovata un secolo fa nelle ruine di Veleja, in quel di Piacenza, dove è scolpito un lungo frammento di legge dettata in Roma per la provincia della quale discorriamo, nell’occasione, è da credersi, che le venne primieramente accordato il nuovo governo.

Un municipio, come è noto, era quasi una piccola repubblica, con giurisdizione sui villaggi attigui alla città dove quello aveva sede. Un Senato lo amministrava , detto Ordine dei Decurioni, di cento membri, ed anche più, a vita; e vi presiedevano, scelti sempre nell’ordine stesso ed annualmente dall’assemblea del popolo, Duumviri più spesso, e in alcuni luoghi Quatuorviri, ai quali, come a magistrato supremo, era anche affidata la giustizia e la direzione amministrativa. Nella Gallia togata questo magistrato ebbe l’ordinaria procedura per gli affari civili, ed anche pei criminali di minor rilievo; ma per i più gravi, e in ogni altro caso richiedente procedura straordinaria, era mestieri far capo a Roma. Però qualche potere anche straordinario gli era concesso, purchè si trattasse di affari non eccedenti mille e cinquecento sesterzi (all’incirca 3000 franchi). Ciò si ritrae dall’anzidetta tavola di Veleja7.

[p. 400 modifica]Questi limiti segnati ai municipj cisalpini erano, in parie almeno, eccezionali; ma più tardi vennero imposti a tutti.

Nelle feroci contese di Mario e di Silla, furono tratte in campo dall’una parte e dall’altra anche milizie della Cisalpina; alla quale da ambo i lati ripetevasi la promessa, primieramente già fattale suonare agli orecchi dai confederati italici, di volerla in tutto ragguagliare ai Quiriti;: e questa d’allora innanzi, fino ad Augusto, fu l’esca che sempre le additò chi ebbe interesse di guadagnarsela. Divenne poi il paese cisalpino ultimo campo agli sforzi della parte di Mario; ma Lucullo nella pianura di Piacenza la disfece, e allora tutta questa contrada ammutì, signoreggiata pur essa dalla dittatura di Silla.

Morto il quale, vi furono tentativi per abolirne la tirannide, che gli sopravviveva nei decreti e negli ordinamenti da lui fatti; e alla liberale reazione mise mano anche Giunio Bruto, che fu padre di Marco, e che allora governava la Gallia togata. Ma i Sillani erano tuttavia autorevoli troppo; e Giunio fu disfatto e ucciso a Modena dal giovane Pompeo Magno.

Bollivano ancora queste civili contese, quando i leoni di Spartaco, usciti di catena, fecero pericolar Roma. L’eroico schiavo diresse, prima che al mare, tutti i suoi sforzi per giungere alle Alpi e varcarle; che al di là si stendevano le contrade, patria sua e de’suoi. Traendo a questa volta, e aprendosi il passo fra le legioni che tentavano di attraversarglisi, incontrò anche il pretore della Gallia togata, alla testa di diecimila armati; e questo pure sbrattossi dinanzi, e lo mandò in fuga.

Anche della congiura di Catilina sentì la nostra provincia qualche soffio; che il feroce uomo fe’ circolar pure fra i Cisalpini suoi emissarj; ed anzi da ultimo pensava di quivi ridursi e ritentarvi quella fortuna, che il mariano Sertorio per poco non aveva afferrato nella Spagna. Era in via per mandare ad effetto questo disegno, [p. 401 modifica]quando presso a Pistoja gli fu forza venire a quella battaglia che liberò la Repubblica dal pensiero ch’egli le dava.

Ed eccoci pervenuti a colui che doveva della Gallia togata farsi tanta scala a spegnere la libertà di Roma. Nell’anno 59 avanti Cristo, Giulio Cesare s’ebbe, col comando di varie legioni, il governo delle due Gallie, Cisalpina e Transalpina, per cinque anni: quantunque a Roma si facesse udire la voce di C. Porcio Catone, che ammoniva il popolo a non volersi mettere il tiranno in casa. In quel tempo Cesare condusse oltr’Alpi la guerra, di cui egli medesimo ci lasciò quella mirabile narrazione; ma gli inverni fu solito passarli fra i Galli togati; ed era quando menava sue arti più che mai per farsi via alla tirannide: avresti veduto allora una corrente di cittadini e di magistrati percorrere di continuo la nostra provincia, per tramare col grande ambizioso, sotto coperta di fargli omaggio.

Cesare porgevasi ai Cisalpini quale fautore di libertà; e, autorizzato a dedurre una colonia di Greci nella città di Como, stata disertata dai montanari della Rezia, la insignì della cittadinanza romana. Ma questa larghezza da lui fatta ai nuovi coloni, per accendere viemeglio il desiderio e la fiducia della provincia tutta e rendersela devota, non venne approvata in Roma da quella parte che già lo aveva preso in sospetto, e la si diceva contraria alla legge. Quale poi fosse la legge così violata, si ritrae da Cicerone, ove dice: «Vi ha convenzioni per le quali nessun Germano, od Insubre, od altri di tali barbari, può essere da noi fatto cittadino»8. Questo passo del sommo oratore è di gran momento per la storia che indaghiamo; e vi aggiunge maggior luce ancora un altro rigo del medesimo, che leggesi in una sua lettera ad Attico, ove menzionando che il console Marcello, per mostrare in [p. 402 modifica]quale conto avesse i privilegi da Cesare conceduti a’ suoi coloni di Como, ne aveva fatto batter uno con verghe; ignominia dalla quale non doveva essere tocco mai un cittadino romano; così scrive: «Marcello fece malissimo a flagellare quel comense; che se non era magistrato, era però transpadano»9. Eccoci pertanto assai ben chiarita la condizione civile di quella Gallia togata, sul tramontare della Repubblica Romana: per un decreto emanato probabilmente intorno al tempo nel quale era stata aggiunta al romano dominio, e sempre vigente, non era lecito farvi un cittadino; anzi questo divieto si voleva territoriale, e che colpisse tutti coloro, i quali non essendo cittadini romani, venissero a stare nella provincia; tuttavolta quelli che vi avevano dignità Decurionale, si consideravano come insigniti dell’ottimo diritto; e agli altri tutti la latinità ottenuta pei buoni uffici di Pompeo Strabone, attribuiva un certo qual decoroso grado, che avrebbe dovuto assicurarli almeno contro le ire brutali dei Romani in carica.

Quando poi Cesare determinossi di gettare il dado e varcare il Rubicone, gli fu agevol cosa trarsi dietro buon polso di Cisalpini: e per vero può dirsi in parte anche di lui, come di Annibale, che non pochi de’ suoi maggiori trofei li dovesse al sangue strenuamente prodigato da cotesti Galli; ond’è che mettesse in opera ogni arte per farseli amici: e quanto famigliarmente usasse con loro, già per incidenza lo abbiamo ricordato dianzi, quando ne venne in taglio di citare la ospitalità da lui gradita in Milano, ove ebbe quella povera cena.

Si fa poi menzione che, mentre stava per salpare inseguendo Pompeo che raggiunse a Farsaglia, decretasse finalmente ciò che stava in cima ai desiderj dei Cisalpini, di dar loro la già tanto promessa piena cittadinanza romana. Però il dispotismo non era ancora onnipotente in [p. 403 modifica]Roma; e se parecchi esempj si hanno di individui stati assunti all’ottimo diritto, era troppo gran fatto l’estenderlo a tutta una provincia; e segnatamente alla Cisalpina, contro la quale stava tuttora una legge speciale che lo impediva. Quel decreto del dittatore adunque andò vuoto di effetto10.

Dopo la giornata di Farsaglia Marco Bruto, comecchè della parte contraria a Cesare, fu da lui messo al reggimento della Gallia togata; ov’egli usò severo e giustissimo governo11, un debito oggimai diventato virtù rara.

Anche Decimo Bruto, altro dei feritori di Cesare, fu governatore della Cisalpina. Era questi pure della famiglia che Cicerone diceva mandata dagli Dei immortali a tutelare la libertà; e venne qui dopo abbattuto il dittatore , con intendimento di agguerrirvisi per salvare la Repubblica. Stimavasi allora più che mai di gran momento questa Gallia cisalpina, essendovi concentrate assai forze per tenere a freno la Transalpina e i montanari dello Alpi, i più marziali uomini del mondo, a detta di Decimo Bruto medesimo12; ed era pure, come Cesare testè aveva dato a vedere, base opportunissima a chi voleva insignorirsi di Roma. Con tali condizioni tornava inevitabile se la dovessero contendere le due parti che agitavano la moribonda Repubblica; e non andò guari infatti che Marco Antonio vi trasse in armi contro Decimo Bruto e vi accese così gran guerra, che diede l’ultimo crollo alla libertà di Roma.

Fu durante codesta lotta che Cicerone tuonando dai rostri con quelle sue terribili filippiche, vi fece udire [p. 404 modifica]ampie lodi dei Galli togati, appellandoli «ottimi e fortissimi uomini», esaltandone la gravità, il consenso nei voler difendere la romana grandezza; proclamandoli «fiore d’Italia, forza del popolo romano, ornamento della dignità di lui»13.

E finalmente l’ambizione de’ Galli togati di poter essere anche di nome e di diritto cittadini romani, com’erano oggi mai di animo e di coltura, venne appagata dai vendicatori di Cesare; non già per disegno di favorire la provincia, ma piuttosto mossi da gelosa prudenza. Imperciocchè nello spartirsi fra loro il mondo romano, quando furono a trattare della Gallia Cisalpina, la cui topografia e la storia degli ultimi anni mostravano che importava troppo di impedirne il possesso a un rivale; per scemar pericolo determinaronsi a dichiararla parte d’Italia, e così riconoscere anche politicamente per il bel paese tutto quei confini, che natura medesima gli aveva disegnati. Ciò precisamente nell’anno di Roma 71214.

Cessò dunque allora la gran valle del Po di essere Provincia; e allora soltanto, per conseguenza, ebbe il diritto di quella cittadinanza romana, di cui già da qualche anno la rimanente Italia andava insignita. Ma il dono le era fatto quando appunto stava per scadere del suo maggior pregio, sotto il dispotismo imperiale.

P. Rotondi.      




Note

  1. Atto Vannucci, St. d’Italia, T. II.
  2. Lib. xxxi, c. 29.
  3. Plutarco, Vita di Cesare.
  4. Velleio Patercolo.
  5. L’Ius latinum lasciava indipendenza civile e facoltà di governarsi alle città per proprj magistrati; ma un latino qualunque era sempre inferiore a un plebeo romano (Latini post plebeios, dice Tacito), per non potere aver parte nei comizi di Roma.
  6. Che quelle fossero terre di Galli Insubri, non si può dubitare ove ammettasi il fiume Athesi, presso il quale furono sterminati i barbari, essere la Toce, περί βερκέλλας (Vercelli), come ha il Plutarco di Lipsia, emendato nel 1775.
  7. De Lama, Tavola legislativa della Gallia cisalpina, ec. Parma, 1820. Vedi anche Savigny, St. del diritto romano, T. I, e. II.
  8. «Quaedam foedera extant, ut Germanorum, Insubrium.... etc.; quorum in foederibus exceptum est, ne quis eorum a nobis civis recipiatur». Nell’orazione in difesa di Balbo, c. XIV.
  9. «Marcellus foede de Comensi. Etsi ille magistratum non gesserat, erat tamen transpadanus».
  10. Anche ad altri promise Cesare quella cittadinanza, senza poter darla. Furono di questi i Siciliani, i quali dopo la morte di lui indussero Marco Antonio a decretarla, come leggesi in Cicerone: «Antonius, accepta grandi pecunia, fixit legem a dictatore comitiis latam, qua Siculi cives Romani facti sunt; cui rei, vivo ilio, mentio nulla». Da ciò possiamo inferire quello che fosse del caso dei Cisalpini
  11. Plutarco.
  12. In una lettera a Cicerone.
  13. Philip. III, c. V.
  14. Come si legge nelle Guerre civili di Appiano: «Stabilirono (Ottaviano ed Antonio) di dare l’autonomia alla Gallia posta al di qua delle Alpi, come già aveva avuto in pensiero G. Cesare». Lib. V, 3.