La madre amorosa/Atto III

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Atto III

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Atto II Nota storica

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ATTO TERZO.
SCENA PRIMA.
Camera di donna Aurelia.
Donna Aurelia sola.

A me un insulto di questa sorte? Rapirmi una figliuola ch’io amo più di me stessa? Strapparmela dal seno, e con essa strapparmi il cuore? Misera me! Ecco il bel frutto ch’io raccolgo dalle mie sollecitudini per allevarla. Ah Laurina ingrata, e sarà vero che tu cooperi a maltrattarmi, a deridermi, a mortificarmi? Tu stessa, scordata dell’amor mio, porgerai la tua mano a mio dispetto a Florindo? Te ne pentirai, ingrata, sì, te ne pentirai. Piangerai un giorno amaramente senza rimedio, maledirai la tua debolezza, e ti sovverrà della giustizia che ti faceva tua madre. Sì, te ne pentirai. Ma che mi gioverà il tuo pentimento? [p. 274 modifica] Egli mi accrescerà il rammarico, la mortificazione, il cordoglio. L’amor mio non ha da attendere la ricompensa dal tuo pentimento, l’ha da pretendere dalla tua obbedienza; e se questa non può ottenersi dalla tua gratitudine, s’ha da procurare dalla mia autorità, dal tuo rispetto, anche a tosto di una giusta rigorosa violenza. Ricorrerò ai tribunali, farò valere le une ragioni, e se donna Lucrezia persisterà a pretendere... Ecco Laurina mia. Oh cieli! Qual motivo me la guida ora dinanzi agli occhi? Come ho io da riceverla? Con amore, con isdegno? Armarmi dovrei di rigore, di minaccie, ma sono una madre amante: nel vederla m’intenerisco, e posso appena trattenere il pianto negli occhi.

SCENA II.
Donna Laurina e detta.

Laurina. Signora, se mi permettete...

Aurelia. Avanzatevi. Che volete voi dirmi?

Laurina. Vorrei domandarvi perdono.

Aurelia. Di che?

Laurina. Di un dispiacere ch’io vi ho dato.

Aurelia. Oh Dio! Laurina mia, hai tu dato la mano a Florindo?

Laurina. Non signora, ma era in punto di dargliela.

Aurelia. Respiro. Che mai t’induceva a procurare la tua rovina, e la mia morte?

Laurina. Le parole, le lusinghe, le importunità di mia zia.

Aurelia. E che ti ha trattenuto sul momento di tarlo?

Laurina. L’amore ed il rispetto che ho per la mia genitrice.

Aurelia. Oimè! posso crederlo?

Laurina. Se voi non lo ceedete, mi fate piangere.

Aurelia. No, non piangere, figliuola mia, consolami, e dimmi come il cielo ti ha illuminata.

Laurina. Non sono poi sconoscente come voi vi pensate.

Aurelia. Ma ti eri lasciata condurre sino a quel passo.

Laurina. Vi domando perdono [p. 275 modifica]

Aurelia. Ti eri scordata allora della tua cara madre.

Laurina. Voi volete ch’io pianga: vi contenterò.

Aurelia. No. cara, rasserenati, fu sei l’anima mia. A Florindo penserai in avvenire?

Laurina. Non ci penserò più.

Aurelia. Ciò basta per consolarmi. Tutti mi scordo i dispiaceri avuti finora; e ti amerò sempre più, e sarai sempre la mia adorata figliuola.

Laurina. Lo so che mi volete bene.

Aurelia. Ti amo quanto l’anima mia.

Laurina. Tant’è vero che voi mi volete bene, che mi avete anche promesso di maritarmi.

Aurelia. Sì. è vero, e ti mariterò.

Laurina. E mi avete promesso anche di farlo presto.

Aurelia. Tu dici di amarmi, e non vedi l’ora d’allontanarti da me.

Laurina. Quando sarò maritata, verrò ogni giorno a vedervi.

Aurelia. Ma perchè tanta sollecitudine per accasarti?

Laurina. Per liberarmi dalle persecuzioni del signor Florindo.

Aurelia. Egli non ardirà importunarti...

Laurina. E per liberarmi da quelle della signora zia.

Aurelia. Io son tua madre; io posso di te disporre.

Laurina. Fate dunque valere la vostra autorità. Disponete di me e maritatemi

Aurelia. Lo farò.

Laurina. Ma quando?

Aurelia. Lo farò, quando l’opportunità mi consiglierà ch’io lo faccia.

Laurina. Ecco qui; io sarò sempre in agitazione.

Aurelia. Perchè?

Laurina. Perchè, se la zia mi tormenta, son di cuor tenero, mi lascio facilmente condurre, e non so quello che possa di me succedere.

Aurelia. Bell’amore che tu hai per me!

Laurina. Se non vi amassi, non parlerei così, signora. [p. 276 modifica]

Aurelia. Laurina, non ti so intendere.

Laurina. (Non lo capisce ch’io voglio marito?) (da sè)

Aurelia. Ti replico, che penserò a maritarti.

Laurina. (Non intende che l’indugiare m’infastidisce?) (da sè)

Aurelia. Tu parli da te stessa. Che pensi, Laurina mia?

Laurina. Penso che mia zia mi ha detto delle cose tante; non vorrei ch’ella mi obbligasse.

Aurelia. No, non ti obbligherà. Parlerò io per te. Son tua madre, solleciterò le tue nozze, lo sposo lo ritroverò quanto prima.

Laurina. Davvero?

Aurelia. E spero d’averlo anche trovato.

Laurina. Davvero? (ridendo)

Aurelia. Tu ridi, eh?

Laurina. Mi consolo, vedendo che mi volete bene davvero.

Aurelia. Eh, figliuola, l’amor mio tu non lo conosci. Vedrai che cosa farò per te.

Laurina. Cara la mia signora madre. Or ora mi fate piangere dall’allegrezza.

Aurelia. (Gioventù sconsigliata, tu piangi e ridi, ed il perchè non lo sai). (da sè)

SCENA III.
Donna Lucrezia e dette.

Lucrezia. Scusi la signora cognata, se vengo nelle sue camere.

Aurelia. Io non ho mai negato nè a voi, signora, nè a chi che sia ne’ miei appartamenti l’ingresso.

Lucrezia. So che siete gentile, e se poc’anzi vi è stato dato qualche dispiacere nel quarto mio, scusate l’amore che tanto io che don Ermanno professiamo alla vostra figliuola.

Aurelia. Voi l’amate poco, signora cognata, se pensate di maritarla col signor Florindo.

Lucrezia. Consolatevi, che queste nozze non si faranno più.

Aurelia. Me ne ha assicurato Laurina ancora.

Laurina. Sì signora, le ho detto tutto, e sopra ciò non occorre discorrer altro. [p. 277 modifica]

Lucrezia. Bisognerà discorrere per quel che deve avvenire.

Aurelia. Certamente, questa è una cosa alla quale si ha da pensare seriamente.

Lucrezia. Una giovane da marito non istà bene in casa.

Laurina. Mia madre ha già pensato di collocarmi.

Lucrezia. Come? Quando? Con chi?

Laurina. Sentite, signora madre, la signora zia domanda come e quando.

Lucrezia. E con chi?

Laurina. Con chi non importa tanto. Preme il come e il quando.

Aurelia. Lo sposo si ritroverà. Ci penserò io, e si ritroverà quanto prima.

Laurina. Avete sentito? Ci giuoco io, che lo ritrova prima che passino due o tre giorni. (a donna Lucrezia)

Lucrezia. Ma per la dote, come si farà?

Aurelia. La dote sua è nelle vostre mani. Voi solleciterete a fartene l’assegnamento.

Laurina. Signora zia...

Lucrezia. L’eredità di mio fratello è confusa, piena di debiti e di litigi. Non può sperarsi lo scorporo di una tal dote per qualche anno.

Laurina. Ah, io non aspetto.

Aurelia. Vi contenterete di mostrare lo stato dell’eredità, e poscia ne parleremo.

Laurina. Questa è una cosa che non si finirà così presto.

Lucrezia. Dice bene Laurina. Intanto si ha da pensare a collocarla.

Aurelia. Bene, pensiamoci.

Laurina. Intanto mi mariterò...

Lucrezia. No, intanto anderete in un ritiro.

Laurina. In un ritiro?

Aurelia. Mia figliuola è custodita da me.

Laurina. Sì signora, ho mia madre che mi custodisce.

Lucrezia. Io sono l’erede di mio fratello, io sono la tutrice della ragazza; voglio ch’ella vada in ritiro, e voi non lo dovete e non lo potete impedire. [p. 278 modifica]

Laurina. Signora madre... (raccomandandosi)

Lucrezia. (Se va in ritiro, può essere che non esca più). (da sè)

Laurina. Signora madre... (come sopra)

Aurelia. Ne parleremo, signora cognata.

Lucrezia. Pensateci, e risolviamo. Se Florindo l’avesse presa, non ci sarebbero state difficoltà.

Aurelia. Laurina non lo avrebbe preso giammai.

Lucrezia. Perchè?

Aurelia. Per non disgustare sua madre.

Laurina. Certo non la disgusterei per tutto l’oro del mondo. Ella non vuole ch’io vada in ritiro, e non ci anderò.

Lucrezia. Mi fate ridere, donna Aurelia. Non ha sposato il signor Florindo, perchè si è scoperto aver egli dei debiti, aver ipotecati i suoi beni, e non essere in grado di assegnarle la contraddote; per altro ella era sul punto di dargli francamente la mano.

Aurelia. Senti, Laurina?

Laurina. Non è vero, signora.

Lucrezia. Non è vero? Audace, non è vero? Siete una sfacciatela. L’amor della madre vi rende ardita a tal segno, e la sua troppa condescendenza vi farebbe divenir peggio ancora. Ci metterò io rimedio. Domani, o per amore, o per forza, vi anderete a chiudere nel ritiro. (parte)

SCENA IV.
Donna Aurelia e donna Laurina.

Laurina. Signora madre... (raccomandandosi)

Aurelia. Eh, signora figliuola! Voi siete d’un bel carattere, per quel che vedo.

Laurina. Via, non mi fate piangere...

Aurelia. Meritereste che vi facessi piangere amaramente. Ma vi amo troppo. Però l’amor mio non mi renderà cieca a tal segno di compiacervi soverchiamente. Se meno vi amassi, non penserei alla vostra fortuna. Procurerò di farla, ancorchè non la meritate: e se da voi non posso sperare quella mercede che [p. 279 modifica] all’affetto mio si conviene, appagherò me stessa nel procurarvi un bene, a costo di sacrificar me medesima a quel tenero amore che a voi mi lega. Cara figlia, tu mi sei poco grata; ma io ti sarò sempre amorosa. (parte)

Laurina. Mi ha un poco mortificata; ma finalmente mi ha consolata. Se mi vuol bene davvero, mi mariterà. Questa è una cosa ch’io desidero, e non so perchè. Se la desidero tanto, deve essere un bene, e se questo bene l’apprezzo, ancorchè poco io lo conosca, possedendolo sarò contenta, conoscendolo sarò felice; e posseduto ch’io l’abbia, mi averò almeno levata una violentissima curiosità. (parte)

SCENA V.
Strada.
Florindo solo.

Ah! Pantalone mi ha rovinato. Sul momento di stabilire la mia fortuna, l’ha egli precipitata. Perduta ho una sposa amabile, un’eredità doviziosa, e quel ch’è peggio, la riputazione medesima. Mille ducati ch’io doveva a quel mercante, ceduti da lui a quell’ardito di Pantalone, mi pongono in rovina, in discredito, in disperazione. Se io non riparo a questo, non mi rimetto mai più. Come mai potrebbe rimediarvisi?

SCENA VI.
Il Notaro e detto.

Notaro. Riverisco il signor Florindo.

Florindo. Ah signor notaro, altri che voi non mi potrebbe aiutare.

Notaro. Con lei, signore, sono assai sfortunato. Due volte sono stato in un giorno chiamato e licenziato senza conclusione veruna.

Florindo. Avete sentita la sfacciataggine di Pantalone?

Notaro. Certo poteva lasciar di venire in quella occasione. Per altro poi è cessionario di mille ducati... [p. 280 modifica]

Florindo. Questi mille ducati mi converrà pagarli.

Notaro. Certamente, la riputazione lo vuole.

Florindo. Ma vi sono alcune piccole difficoltà.

Notaro. E quali sono queste difficoltà?

Florindo. La prima si è, che non ho denari.

Notaro. Basta questa; non occorre trovarne altre.

Florindo. Ma voi, signor notaro, potreste bene aiutarmi.

Notaro. Io potrei trovarvi i mille ducati, e di più ancora, se aveste il modo di assicurarli.

Florindo. Dei beni ne ho, come sapete.

Notaro. Sì signore, e so anche che la maggior parte l’avete già ipotecata.

Florindo. Mille ducati son certo che li troverei con qualche giorno di tempo, ma oggi mi premerebbe averli, oggi li vorrei, per riparare il discapito dell’onor mio, e per riprendere caldo caldo il contratto con donna Laurina.

Notaro. Son qui per servirvi in tutto quello che sia possibile.

Florindo. Io ho ancora un gioiello, ch’era di mia madre: vendute molte altre gioje, serbai questo per regalarlo alla sposa. Nel caso in cui sono, vorrei servirmene. Non vorrei venderlo, ma vorrei impegnarlo: il suo valore è di quattrocento zecchini. Mille ducati si avrebbero a ritrovare.

Notaro. Quando il gioiello abbia l’intrinseco suo valore, non diffido di ritrovarli. Ma sapete in tali occasioni quello che si scapita.

Florindo. Lo so benissimo, e vi vorrà pazienza. Ecco qui il gioiello, che appunto me l’ho messo in tasca per tale effetto: osservatelo.

Notaro. Io di gioje non me n’intendo.

Florindo. Fatelo vedere, e trovatemi sollecitamente chi dia il denaro.

Notaro. Le gioje si stimano ora più, ora meno.

Florindo. Mille ducati li ho trovati ancora, e se non fosse morto un amico mio, che mi assisteva in tali negozi, sarei sicuro di ritrovarli in mezz’ora.

Notaro. Farò il possibile per servirvi. Ma circa l’interesse, come ho da regolarmi? [p. 281 modifica]

Florindo. Mi rimetto in voi. Al sei per cento, se si può; e, quando occorra, anche l’otto, ed anche il dieci.

Notaro. E il dodici, se farà bisogno.

Florindo. Che si trovino ad ogni costo.

Notaro. Procurerò di servirvi. Questo veramente non è l’uffizio mio, ma in atto di amicizia lo farò volentieri.

Florindo. Vi sarò obbligato. Sollecitate, vi prego. Vado per un affare e vi aspetto al caffè.

Notaro. Ma per riscuoterlo poi?

Florindo. Ci penseremo. Colla dote di donna Laurina rimedieremo a moltissime piaghe.

Notaro. Ma se la dote non gliela vogliono dare?

Florindo. Amico, quando sarà mia moglie, la dote gliela daranno. Ella è erede di suo padre. La zia si lusinga, ed io le accordo tutto per ora, ma a suo tempo so quello che dovrò fare. Ve lo confido, perchè so che mi volete bene. A rivederci; vi aspetto. (parte)

SCENA VII.
Il Notaro, poi don Ermanno.

Notaro. Dice benissimo. La figliuola è l’erede, ma per avere la sua eredità, o dovrà aspettare la morte della zia, o dovrà incontrare un’acerrima lite, e non avendo denari per sostenerla, non so come gli riuscirà.

Ermanno. Oh signor notaro, che dite di quel caro signor Florindo? Ha dei debiti, è mezzo fallito.

Notaro. Eppure mi pare impossibile. So che suo padre lo ha lasciato assai ricco.

Ermanno. Sì, è vero, ma ha mangiato ogni cosa.

Notaro. Come potete di ciò assicurarvi?

Ermanno. Non avete inteso che ha mille ducati di debito, dei quali è creditore il signor Pantalone?

Notaro. Mille ducati di debito non è gran cosa per lui. Chi sa come sia la faccenda? Li pagherà, e non sarà altro. [p. 282 modifica]

Ermanno. Lo dite voi, che li pagherà; ma mille ducati non sono mille soldi.

Notaro. A proposito di mille ducati, vi ho da parlare, signor don Ermanno.

Ermanno. Che cosa avete a dirmi?

Notaro. Vi è un galantuomo che avrebbe per l’appunto bisogno di mille ducati. Se voi vi sentiste di darglieli, sarebbe un buon negozietto.

Ermanno. Chi è questi che li vorrebbe?

Notaro. Non vuol essere conosciuto.

Ermanno. Non sarebbe già il signor Florindo?

Notaro. Oh pensate! È uno di fuori, che è venuto apposta in Napoli per questo affare.

Ermanno. E come li vorrebbe questi denari?

Notaro. Li vorrebbe sopra questo gioiello.

Ermanno. Vediamolo. (si mette gli occhiali) Lo vuol vendere per mille ducati?

Notaro. Caro signor don Ermanno, voi so che di gioje ve ne intendete: vi pare che lo volesse vendere per mille ducati?

Ermanno. Che dunque intenderebbe di fare?

Notaro. Intenderebbe di dare il sei per cento.

Ermanno. Tenete il vostro gioiello.

Notaro. Via, anche l’otto.

Ermanno. Non ho denari, amico.

Notaro. E quando non si potesse fare a meno, darebbe anche il dieci per cento.

Ermanno. Lasciate vedere quel gioiello.

Notaro. Eccolo.

Ermanno. Via, gli daremo ottocento ducati...

Notaro. No, devono esser mille, e si pagherà il dieci per cento.

Ermanno. Per un anno?

Notaro. Per un anno.

Ermanno. E terminato l’anno?

Notaro. E terminato l’anno...

Ermanno. Se non paga? [p. 283 modifica]

Notaro. Che vuol dire?

Ermanno. Perduto il gioiello.

Notaro. Questo poi....

Ermanno. Ecco la gioja.

Notaro. Andiamo a contare i mille ducati.

Ermanno. Andiamo; che per gli amici non so dire che cosa io non facessi. (parte)

Notaro. (Tu li scorticheresti, se potessi farlo). (da sè, e parte

SCENA VIII.
Il Conte Ottavio, poi Brighella.

Ottavio. Se donna Lucrezia ha procurato l’introduzione nel ritiro per la nipote, questa dunque non si marita più con Florindo. Di ciò sono bastantemente assicurato da chi dirige la casa, in cui deve chiudersi la fanciulla. Donna Aurelia dovrebbe essere di ciò contenta, e sollevata dal grave peso della figliuola, pensar dovrebbe a se stessa, ed accettare per se medesima la mia mano, ch’ella con un eccesso di amore indurmi vorrebbe ad offerire alla sua figliuola.

Brighella. Signor, appunto de ela andava in traccia.

Ottavio. Che volete da me?

Brighella. Ho da darghe un viglietto della padrona. Eccolo qua.

Ottavio. Che mai vorrà da me donna Aurelia? Quasi me lo figuro. Parmi sentire ch’ella mi offerisca le di lei nozze. Leggiamo. (legge piano)

Brighella. (Son pur stufo de ste ambassade, de sti viglietti. No vedo l’ora che la se marida. Le vedove le me fa compassion; le consoleria tutte, se podesse, e anca la mia padrona), (da sè)

Ottavio. (Come? Persiste donna Aurelia a volermi sposo della figliuola? Non è contenta ch’ella vada in ritiro? Non le basta che troncate sieno le nozze del signor Florindo?) (da sè, e seguita a leggere)

Brighella. (El me par agità. Cossa mai vol dir? La padrona [p. 284 modifica] vorrà fursi far la ritrosa: ma le donne le xe cussi, le dise de no quando che le ghe n’ha più voggia). (da sè)

Ottavio. (Grande amore ch’ella ha per la sua figliuola! Scrive con una tenerezza che fa stupire. Non so che risolvere). (da sè)

Brighella. (El batte la luna). (da sè)

Ottavio. Vanne da donna Aurelia, dille che sarò da lei a momenti.

Brighella. La sarà servida. Caro signor, la la consola la mia povera padrona, che la lo merita.

Ottavio. Procurerò di farlo; ma ella è nemica di se medesima.

Brighella. No la creda tutto, signor; se la ghe par un pochetto sostenuda, la lo farà per provar se vussioria ghe vol ben.

Ottavio. (Chi sa ch’ella non lo faccia per questo?) (da sè)

Brighella. La vegna presto, la la vegna a consolar. Per sugar le lagreme delle vedue, ghe vol un poco de caloretto matrimonial. (parte)

SCENA IX.
Il Conte Ottavio, poi Pantalone.

Ottavio. Torniamo a leggere questo foglio; veggasi se sotto il pretesto d’amor materno, si ascondesse una segreta avversione agli affetti miei. Ma no, donna Aurelia di mentire non è capace. Ella è adorabile; e perchè mai vuol privarmi del suo cuore e della sua mano? Vada nel ritiro donna Laurina, e veggendola fuor di pericolo, pensi alla propria pace ed alla mia onesta consolazione.

Pantalone. Sior Conte, ghe son umilissimo servitor.

Ottavio. Caro signor Pantalone, voi che siete meritamente stimato ed ascoltato da donna Aurelia, ditele voi che non si lasci trasportare con eccedenza dall’amor di madre; che pensi alla figliuola, ma non abbandoni se stessa.

Pantalone. Ghe l’ho dito, signor Conte, e ghel tornerò a dir; e spero che le cosse le anderà ben. La saverà che mi son stà [p. 285 modifica] quello che ho fatto sospender le nozze de siora Laurina co sior Florindo.

Ottavio. In ciò avete fatto un’opera buona, e dalla vostra buona condotta spero ottenere le nozze di donna Aurelia.

Pantalone. No la dubita gnente. Faremo tutto. Quel caro sior Florindo el dava da intender delle panchiane. Fortuna che me xe sta cesso un credito contra de elo de mille ducati, e no podendomeli pagar, el s’ha scoverto in fazza de tutti per spiantà, per rovinà, per fallìo.

Ottavio. Opportuna occasione per disingannare don Ermanno e donna Lucrezia.

Pantalone. Figurarse! Quei avari, co i ha sentio sta cossa, no i ha volesto altro.

Ottavio. Ora donna Aurelia sarà per questa parte contenta.

Pantalone. La xe contentissima.

SCENA X.
Florindo e detti.

Florindo. Signor Pantalone, ho piacere di avervi ritrovato.

Pantalone. Caro sior Florindo, la compatissa se son vegnù in una cattiva occasion...

Florindo. Sopra di ciò parleremo poi. Per ora mi preme soltanto soddisfare il mio debito, pagarvi i mille ducati, e far conoscere ch’io non sono un fallito.

Pantalone. La me vol pagar i mille ducati?

Florindo. Sì signore. Eccoli in questa borsa in tant’oro.

Pantalone. La me farà grazia. Son qua a riceverli.

Florindo. Questo non è luogo opportuno.

Pantalone. Dove vorla che andemo?

Florindo. Andiamo da don Ermanno e da donna Lucrezia.

Ottavio. (Costui si vuole introdurre di bel nuovo). (da sè)

Pantalone. Perchè mo vorla che andemo là? No ghe xe tanti lioghi? [p. 286 modifica]

Florindo. Colà dovete venire, se li volete. Nell’atto di pagare un mio debito, intendo di rimettere il mio decoro pregiudicato.

Pantalone. Ghe dirò che li ho avudi, ghe lo prometto.

Florindo. Non signore. Colà porto i mille ducati. O venite a riceverli, o li darò a don Ermanno.

Pantalone. No so cossa dir. Co la vol cussì, vegnirò là a riceverli.

Florindo. Venite, signore: può essere che serviate di testimonio per le mie nozze.

Pantalone. De le so nozze? Con chi?

Florindo. Con donna Laurina.

Pantalone. Con donna Laurina?

Florindo. Sì, a dispetto vostro, a dispetto di donna Aurelia, e di quel signore che torvo mi guarda, ma non potrà mettermi in soggezione. (parte)

Pantalone. Ala sentìo? (al conte Ottavio)

Ottavio. Ho inteso, e giuro al cielo, non son chi sono, se non fo pentire quel temerario.

Pantalone. Caro sior Conte, ghe vol politica. No se scaldemo.

Ottavio. Voi che consiglio mi sapreste dare?

Pantalone. La lassa che vaga a tor sti mille ducati, e po la disconeremo.

Ottavio. Ma se frattanto....

Pantalone. La vaga da donna Aurelia. Vegnirò anca mi. (Me preme sti mille ducati. La camisa me tocca più del zippon). (da sè, e parte)

Ottavio. Eccomi nuovamente nel laberinto. Se costui torna a mettersi in credito degli avari, si rinnova il pericolo di donna Laurina, si destano nuovamente le smanie di donna Aurelia. Che sarà mai? Vadasi a ritrovare la dama. Sul fatto, conoscendo il male, vi si porrà il rimedio. Amore, ti prendi giuoco di me, ma io saprò trionfare di te medesimo, e saprò sacrificare ad un punto d’onore le mie passioni, e la vita ancora. (parte) [p. 287 modifica]

SCENA XI.1
Don Ermanno e donna Lucrezia.

Lucrezia. Voi avete fatto malissimo a dar fuori questi mille ducati; e vi dico assolutamente, che senza di me non voglio che si disponga del danaro della mia eredità.

Ermanno. Io l’ho fatto per far bene, e son sicuro che ho fatto un buon negozio. Sono cento ducati guadagnati in un anno, sicuri, sicurissimi, col pegno in mano.

Lucrezia. Chi sa che nel gioiello vi sia il valore, e che in cambio di guadagnare cento ducati, non se ne perdano tre o quattrocento?

Ermanno. Oh, di gioje me n’intendo. Così non lo riscuotessero, che sarei sicuro di venderlo molto più.

Lucrezia. Si sa chi l’abbia impegnato?

Ermanno. Non si sa, ma poco importa.

Lucrezia. E se fosse un figlio di famiglia? E se fosse roba rubata?

Ermanno. Voi siete troppo sofistica e sospettosa. Chi ha tanti riguardi, consorte mia, non arriva a far quattrini. Il marinaio che sempre ha paura delle burrasche, non tenta la sua fortuna nel mare; e l’uomo che ha sempre paura di perdere, non arrischia di guadagnare.

Lucrezia. Io ho piacere di vedere il mio danaro in casa.

Ermanno. Ed io ho piacere d’impiegarlo con profitto, e con profitto aumentarlo.

Lucrezia. E una consolazione vederlo tutti i giorni, numerarlo e accarezzarlo.

Ermanno. Perchè siete una donna avara.

Lucrezia. Siete più avaro voi, che l’arrischiate per accrescerlo.

SCENA XII.
Traccagnino e detti.

Traccagnino. Sior padron.

Ermanno. Che cosa vuoi?

Traccagnino. El sior Florindo ghe vorria parlar. [p. 288 modifica]

Lucrezia. Digli che non ci siamo.

Ermanno. Sì, non ci siamo.

Traccagnino. El sa che i gh’è.

Lucrezia. Chi gliel’ha detto che ci siamo?

Traccagnino. Mi no saverave.

Ermanno. Ci giuoco io, che gliel’averai detto tu.

Traccagnino. Mi no gh’ho dito gnente, signor.

Ermanno. Ma dunque come lo sa?

Traccagnino. L’è vegnù, l’ha dito: di’ a don Ermanno che mi preme parlare con lui.

Lucrezia. E tu che cosa hai risposto?

Traccagnino. La servo subito. Ghe lo vago a dir.

Ermanno. Lo vedi, ignorantaccio. Rispondendo così, gli hai detto che ci siamo.

Lucrezia. Orsù, digli che non possiamo.

Ermanno. Non possiamo.

Lucrezia. E che vada via.

Traccagnino. Che el vada via lu col negozio?...

Lucrezia. Che negozio?

Traccagnino. Quel negozio ch’el gh’ha con lu?

Lucrezia. Io non ti capisco.

Traccagnino. El gh’ha un negozio... un sacchetto pien de monede.

Ermanno. Pieno di monete? D’oro, o d’argento?

Lucrezia. Come lo sai che sia pieno di monete?

Traccagnino. Ho sentì ch’el lo sbatteva sulla tavola. E ho conossudo che le giera monede.

Lucrezia. Che sia?... (verso don Ermanno)

Ermanno. Chi sa?

Lucrezia. Digli che venga.

Ermanno. Sì, sì, digli che venga.

Traccagnino. L’ho dito mi, che el gh’ha un de quei negozi che fa dir de sì. (partendo)

Lucrezia. Che avesse portato i denari della contraddote?

Ermanno. Se li avesse portati, bisognerebbe accomodarla. [p. 289 modifica]

Lucrezia. Ehi, Traccagnino.

Traccagnino. Signora.

Lucrezia. Trova Laurina, e dille che subito subito venga qui. Dille che vi è il signor Florindo, e che vi sono delle altre cose per lei.

Traccagnino. Sì, sì, ghe dirò de sior Florindo e de quel negozio. La vegnirà. (parte)

SCENA XIII.
Donna Lucrezia, don Ermanno, poi Florindo e Pantalone.

Lucrezia. Io l’ho sempre detto che Florindo è un giovane che ha del suo.

Ermanno. Ma i mille ducati di debito?

Lucrezia. Dei debiti ne hanno tutti. Bisogna vedere la cosa com’è.

Florindo. Venite qui, signore, se volete che ci aggiustiamo. (a Pantalone)

Pantalone. Son qua, dove che la vol.

Lucrezia. Che cosa comanda il signor Pantalone?

Pantalone. Son qua per sto sior. El me vol strascinar per forza.

Florindo. Signori miei, giacchè il signor Pantalone con una mia firma ha avuto l’ardire in presenza vostra di farmi quasi perdere la riputazione, son qui a soddisfarlo, e voglio parimenti in presenza vostra contargli i mille ducati che ho in questa borsa, per dire a lui che così non si tratta co’ galantuomini, per dire a voi che così non si giudica sulle apparenze, sulle imposture, sulle calunnie. Sono un uomo di onore. Danari a me non ne mancano. Questi sono i mille ducati, e questa è una cedola di ventimila scudi per costituire la contraddote a donna Laurina, la quale da voi mi è stata promessa e deve essere ad ogni costo mia sposa.

Ermanno. Dice bene il signor Florindo. Noi gliel’abbiamo promessa, e non abbiamo da mancar di parola.

Lucrezia. Quei mille ducati potrebbe darli a conto della contraddote. Il signor Pantalone può aspettare. [p. 290 modifica]

Pantalone. No, patrona; el m’ha fatto vegnir qua per averli, e li ho d’aver mi.

Florindo. Certamente questi si devono al signor Pantalone.

Lucrezia. Ecco Laurina.

Florindo. Ecco la mia sposa.

Pantalone. Incontremoli, se la se contenta. (a Florindo)

Florindo. Or ora; permettetemi che supplisca al mio dovere con lei.

Pantalone. (Ho sempre paura che el vento me li porta via). (da sè)

SCENA XIV.
Donna Laurina e detti.

Lucrezia. Venite qui, Laurina mia, e sappiate ch’io vi amo più di quello v’immaginate. Ho veduto che con pena vi ridurreste a chiudervi nel ritiro. Osservate che vostra madre vi lusinga, e niente conclude; onde io, senza perder tempo in vano, ho risolto adesso subito di maritarvi.

Laurina. Che siate benedetta. Con chi?

Lucrezia. Ecco qui, col signor Florindo.

Laurina. Con lui?

Florindo. Con me, cara Laurina, che per eccesso di amore, oltre il sacrifizio del cuore, vi offro quello di ventimila scudi.

Ermanno. Che vagliono più di ventimila cuori.

Lucrezia. Che dite? Siete voi contenta?

Laurina. E mia madre?

Lucrezia. Vostra madre ha di molte parole e pochissimi fatti. Lo sposo eccolo qui.

Laurina. Lo vedo io.

Ermanno. E così?

Laurina. Non so che dire.

Lucrezia. Lo prenderete?

Laurina. Lo prenderò.

Florindo. Mi consolate, cara Laurina.

Laurina. Ma se mia madre lo sa? [p. 291 modifica]

Lucrezia. Presto, datele la mano.

Ermanno. Vediamo un poco la contraddote. Ci vorrebbe il notaro.

Pantalone. Intanto, che la me conta i mille ducati.

Florindo. Abbiate un poco di sofferenza. Sono qui, sono vostri.

Pantalone. I xe mii, ma no se dise quattro, se no i xe nel sacco.

SCENA ULTIMA.
Donna Aurelia e il Conte Ottavio; e detti.

Aurelia. Signori miei, compatitemi se vengo ad importunarvi. Questa è l’ultima volta che in queste camere mi vedrete. Compatitemi, signora cognata, non mi vedrete mai più.

Lucrezia. Potevate anche fare a meno di venirci ora.

Aurelia. Ora ci sono venuta per dar piacere a voi, per dar piacere a mia figlia.

Lucrezia. Siete voi contenta ch’ella si faccia la sposa?

Aurelia. Sì, contentissima. Laurina, vi ricordate voi che cosa mi avete detto due ore sono?

Laurina. Sì signora, me ne ricordo; ma la signora zia poco dopo mi ha detto dell’altre cose più belle.

Aurelia. Che cosa mi ha ella detto?

Laurina. Signora zia, mostratele quel foglio che avete fatto vedere a me.

Lucrezia. Sì, volentieri, eccolo qui. Osservate: o donna Laurina si sposi in questo momento, o in questo momento si risolva di chiudersi in un ritiro per tutto il tempo della sua vita.

Laurina. Una bagattella! Che dite, signora madre?

Aurelia. No, figlia, non temete. Voi a chiudervi non andrete. Udite, conte Ottavio: ecco perchè la povera mia Laurina con tanto precipizio, senza di me, senza l’assenso mio, stava sul punto di dar la mano al signor Florindo. Per altro mi ha ella promesso di ricevere da me lo sposo, e non è capace di disgustarmi. [p. 292 modifica]

Ermanno. Lo sposo è qui. Ella tanto lo può ricevere dalle vostre mani, quanto dalle nostre; anzi sono tanto vicini, che non hanno bisogno nè di voi, ne di me.

Aurelia. Laurina, accostatevi.

Laurina. Perchè, signora?

Aurelia. Perchè voglio che dalle mie mani riceviate lo sposo.

Laurina. Eccomi ai vostri comandi. (si accosta a donna Aurelia)

Florindo. Anch’io, signora, poichè volete onorarmi.... (si accosta a donna Aurelio)

Aurelia. Non v’incomodate, signore. Mia figlia ha da ricevere da me lo sposo. Gliel’ho promesso, gliel’ho trovato, ed eccolo nel conte Ottavio.

Florindo. Come?

Lucrezia. Che impertinenza è questa?

Ermanno. Signore, avvertite che mia nipote non ha un soldo di dote. (al conte Ottavio)

Aurelia. Non è convenevole che un cavaliere di qualità sposi una dama senza la convenevole dote.

Lucrezia. Lasciate dunque che la sposi il signor Florindo, il quale non solo la pretende, ma le fa egli la contraddote.

Aurelia. No; vi è il suo rimedio. Se l’avarizia della zia nega alla nipote la dote, sarà impegno del di lei sposo il conseguirla col tempo. Frattanto, perchè ella non resti indotata, perchè non sembri una perdita la contraddote ideale che promettevale il signor Florindo, tenete, Laurina mia: eccovi una donazione della mia dote, colla quale intendo di costituire la vostra. (dà un foglio a Laurina)

Florindo. Signora donna Lucrezia, signor don Ermanno, fatemi mantener la parola.

Lucrezia. Sì signore, io gli ho promesso, e voglio che si sostenga l’impegno mio.

Ermanno. La contraddote ha da venire nelle nostre mani.

Pantalone. Intanto co sti negozi, patroni cari, mi perdo el tempo e no fazzo gnente. La me daga i bezzi. (a Florindo)

Florindo. Aspettate: i vostri danari sono qui. [p. 293 modifica]

Pantalone. Sono qui, sono qui. In quella borsa ghe pol esser anca dei sassi.

Florindo. Che impertinenza è la vostra? Sono un galantuomo; ed a confusione vostra, ecco, osservate se sono sassi. (versa i denari sopra una tavola)

Ermanno. Che vedo? questi sono i danari che ho dato io sopra un gioiello: conosco le monete. Ecco le doppie, ecco i gigliati, li conosco. Oh, ecco la moneta che vale dieci zecchini.

Florindo. (Oimè! che cosa ho fatto! Il notaro non mi ha avvisato da chi gli sia stato dato il danaro). (da sè)

Ermanno. Ora capisco, signor Florindo, in che consistono le vostre ricchezze: un gioiello impegnato. Moglie mia, non è da fidarsi.

Pantalone. Mi intanto torrò suso i mille ducati.

Florindo. Lasciateli lì; e giacche la sfortuna mia mi vuole precipitato, prendeteli voi, e rendetemi la mia gioja. (a don Ermanno)

Lucrezia. Sì, prendiamo i nostri danari. (li prende)

Pantalone. E mi, sior don Ermanno, ve sequestro in te le man quella zoggia per el mio pagamento.

Ermanno. Ha ragione, e non la darò se non lo pagate.

Florindo. Oh giorno per me fatale! Ma che dico io d’un tal giorno? Sono anni che mi rovino, che mi precipito. Amici, compatitemi. La confusione mi toglie quasi il respiro. (parte)

Pantalone. Sior don Ermanno, se semo intesi.

Ermanno. Il gioiello sta qui per voi.

Aurelia. Povera figlia, vedi se tua madre ti ama, se ella prevedeva la tua rovina, e se a ragione si affaticava per impedirla.

Laurina. Mi vien da piangere in verità.

Lucrezia. L’abbiamo scoperto a tempo.

Ermanno. Manco male: fortuna, ti ringrazio.

Aurelia. Figlia, siete contenta dello sposo che vi ho procurato?

Laurina. Lo sarei, se il signor Conte mi amasse.

Aurelia. Innamoratelo colla bontà, se desiderate ch’ei vi ami.

Laurina. Eh signora...

Aurelia. Dite, parlate. [p. 294 modifica]

Laurina. Egli è avvezzo ad amare la madre, durerà fatica ad amar la figliuola.

Aurelia. Donna Lucrezia, dov’è quell’accettazione del ritiro preparato per mia figliuola?

Lucrezia. Eccola. (le dà ti foglio)

Laurina. Ehi, non ci voglio andare.

Aurelia. No, figlia, non dubitate. Il ritiro non è per voi. Siete assai giovinetta, dovete figurar nel gran mondo. Io vi sono stata abbastanza. Godetevi quello sposo che doveva esser mio; godetevi tutti i beni che erano miei; godete quello stato che l’amor di madre vi ha procurato, ed io domani anderò nel ritiro a sacrificarmi per sempre.

Laurina. Ah no, signora madre.

Ottavio. No, donna Aurelia.

Ermanno. Sì, sì; lasciate che vada. Spenderà meno, e viverà meglio.

Lucrezia. Laurina, siate obbediente a vostra madre, prendete quello sposo ch’ella vi dà. Signor Conte, anch’io vi do mia nipote, ed alla mia morte tutto il mio sarà vostro. Ma finchè vivo, non mi tormentate perciò.

Ottavio. No, donna Lucrezia, non dubitate. Io non do la mano a donna Laurina, che per compassione di donna Aurelia.

Laurina. E a me non mi vorrete bene?

Ottavio. Si, vi amerò come parto adorabile del di lei sangue.

Aurelia. Deh, cari, se voi m’amate, compite l’opera sugli occhi miei. Porgetevi in mia presenza la mano.

Laurina. Per me son pronta.

Ottavio. Eccola, accompagnata dal cuore.

Laurina. Amerete voi una sposa, a cui date la mano per complimento?

Ottavio. Amerete voi uno sposo, che vi si offre sul punto istesso che volevate dar la mano ad un altro?

Aurelia. Sì, vi amerete ambidue. Rispondo io in luogo vostro; e sono certa che vi amerete. Laurina non amava Florindo, ma desiderava uno sposo. L’ha ottenuto, è contenta, e tanto più [p. 295 modifica] si consola, quanto conosce indegno di lei quell’impostore svergognato. Voi, Conte, avete amato virtuosamente la madre, e la virtude istessa v’insegnerà ad amare la figlia. Sì, amerete voi quella figlia che amo più di me medesima, per cui ho sacrificato uno sposo adorabile, uno stato felice, la mia libertà ed i miei beni medesimi; contenta e lieta soltanto, che vane non siano riuscite a pro della diletta mia figlia le cure più diligenti d’una Madre Amorosa.


Fine della Commedia.



Note

  1. Qui dovrebbe seguire «Camera di donna Lucrezia»; ma in tutte le edizioni manca.
[p. 296 modifica]