La pastorizia/I

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Libro primo

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Dedica II
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LA PASTORIZIA




LIBRO PRIMO.


...... sanctos ausus recludere fontes.


LA cura dell’agnella, agresti Muse,
Cantar vi piaccia, e i pascoli, e gli alterni
Ovili, e le feconde e liete nozze
Con che ogn’anno gli armenti Amor ricrea.
5Ditemi or voi del tondere gli avvisi,
I tempi e l’arti, e come cresca illeso
Da morbi il gregge e ricche lane apporti.
     Qual mai fra gli animali indole ottenne
Più mansueta della pingue agnella?
10O di che beneficio e miglior dono
Potea natura rallegrar la terra?
E sì pur dolce ancor n’è il suo governo
E lodato lo studio e fortunato,
Chè l’uom fa mite di costumi, e porge
15Ne’ casi avversi refrigerio e pace.
Porse che sensi umani e dolci modi
Non impetrava del guardar gli armenti

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Quel, già terror de’ popoli vicini,
E de la molle Galatea fugace
20Amoroso Ciclope? Afflitto e cieco,
Poichè gli tolse l’unica pupilla
L’Itaco Ulisse, egli sedea sull’erto
De’ colli, o lungo il mar, forte imprecando
Al perfido straniere; e i campi e l’onde
25D’alto gemito empiendo e di lamenti,
Di sè pietade risvegliar fu visto
Nelle fere selvagge e nelle rupi.
Ma poichè vana riuscirgli vide
La vendetta e l’amore, il mesto ingegno
30D’arti novelle a consolar si diede:
Chè molti a lui pascean candidi armenti
L’altero Etna selvoso; e le convalli,
Prima deserte, e i gioghi alti del monte
Di belati sonarono e di rozza
35Pastorale armonia, chè la zampogna,
Solo conforto, gli pendea dal collo.
E voi l’udiste, o Muse, in sulle prime
Dell’alba ore, solingo ai colli usati
Mover le greggi con soavi note,
40E la sera tornar lento sull’orme
Cantando al chiuso speco; e intorno a lui

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Affollate venivano belando
Le pecorelle, cui l’umido vespro
Pungea dall’alto e la sorgente luna.
45Or voi la cura m’apprendete, o Muse;
E l’impreso cammino a me dinanzi
Sgombrar vi piaccia e spargerlo di fiori,
Perchè all’Italia mia questa ghirlanda,
Sola che manchi a lei, per me s’intrecci.
     50E Tu, cui d’alto ingegno e cor gentile
Formò natura, e dentro al petto accolse
Il casto foco delle sante Muse;
Del cui fervido amor l’alma compresa,
Del bel ti struggi onde con varie forme,
55E tutte peregrine, ogni creata
Cosa risplende e il suo Fattore attesta;
Tu, dolcissimo Tosi, eletto amico,
Il chiaro animo intendi a’ versi miei.
Forse avverrà che le memorie antiche
60Volgendo in cor de’ verdi anni tuoi primi,
A cui sì spesso il desiderio corre,
Del frugifero tuo Clisio ti sieda
Sul margine fiorito, e me, compagno
Dolce de’ tuoi pensier, cerchi lontano.
65Ma se teco verran questi ch’io vergo

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Nel nome tuo leggiadri versi e canto,
Come più vuole amor tra le felici
Piagge del Mella, non dirai che solo
T’abbia lassato il tuo fedele amico;
70Che per udirli dal tuo labbro, intorno
Ti si faranno taciti i pastori
D’ascoltar disïosi, e delle Ninfe
Agresti il coro; quale un dì sorvenne
Ne’ Beotici colti al vecchio Ascreo,
75Poichè soavi dal suo pelto uscièno
Sparsi d’etereo mel sensi e parole.
     Come pria la famiglia ampia e diversa
Degli animai soggetta all’uom s’arrese
(Così contro il voler cieco e la forza
80L’uman senno prevalse) a parte entràro
Di sue fatiche obbedïenti i bruti;
Cui (liberi da prima e vagabondi
Per le selve scorrendo e la deserta
Terra) fea schivi o paurosi o crudi
85Natia salvatichezza e fiero istinto.
Timido prima a un mover d’aure, a lieve
Scrollar di fronde, ergea gli orecchi, e in fuga
Precipitando si volgea pe’ campi
L’animoso destriere, e d’un acuto

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90Nitrir fea spesso risuonar le valli.
Nelle battaglie il tauro immansueto
Struggea sè stesso per furor geloso;
E queta la giovenca iva frattanto
Pascendo erbe e virgulti, e con lusinghe
95Concitava alle pugne i fieri amanti.
Ma d’entrambi il talento acre e selvaggio
Vinto all’arte si rese. Il docil collo
Piega il destrier, per vie lunghe traendo
I carri ponderosi; or grande in petto
100Animo volge e sfida i venti al corso;
Or composto e costretto e affaticato,
Comparte i passi studioso, e l’orme
Ritesse in giro e i fianchi inarca e svolge.
Dell’aspre corna immemore, pe’ solchi,
105Fatto placido il tauro, al ferreo giogo,
Dure zolle dirompe, e va dinanzi
Al pungolo, che pur lo affretta e preme.
Ma non molto pugnar, non rischio valse
All’uom l’acquisto dell’agnella, e tutta
110Volonterosa a lui cesse l’impero.
Del furor de le belve, a cui natura
Sortì la forza al mal voler compagna,
La misera fu preda. Irne agli amati

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Paschi l’agnella non ardia; ma dure
115Fami sostenne entro a’ covigli, o l’erme
Trascorrendo pendici, orride vepri
Brucò tra via furtivamente, ignota
Ai feroci animali. E questo ancora
Non la sottrasse de’ nemici all’ire.
120Di fame impazïente, ecco nel branco
L’informe orso gittarsi; e ritto in piedi
L’unghie aprendo e le fauci, sopr’a quella
Che più gli par disserrasi, e con tutta
Forza sbarrando la meschina al dorso,
125Le palpitanti viscere divora.
D’altra parte, di sangue ognor digiuno,
Come sua rabbia e ferità lo sprona,
Furtivo assale il lupo; e questa e quella
Addenta e squassa mugolando in alto,
130E ne fa strazio assai misero e crudo
Disertando le mandrie; e stretta al collo
La più bella dell’agne, la si getta
Sollecito a le spalle e via correndo
Si rinselva ringhioso a la foresta.
135Fino all’ultimo capo allor del gregge
Peria l’imbelle schiatta, e la speranza
E della specie il nome iva perduto

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Se l’uom non era; irreparabil danno!
Chè di tempre migliori altro animale
140Dato sperar non era; o guardi al vitto
Che parco ti domanda, o al latte, o agli usi
Delle morbide lane ond’ei si veste.
Se l’agne accoppj, un folto ordin di figli
Ti fa contento, e due fiate ancora
145Sotto l’Italo ciel spongon lor parti.
Denso di pingue umor dolce si stilla
Alle nodrici nelle poppe il latte
Con larghi rivi; ed agli agnelli abbonda,
Sì che il pastor poi nel sottragge; e sparso
150Di melisse e di verde apio o ginebro,
Reca la genïal rustica Pale,
Coronando le mense. I fianchi e il tergo
Veste intanto a gran ciocche il bianco vello,
Cui di vaghi color tingendo abbella
155La varia arte di Tiro; e ne dimostra
La mammola pudica, il fior del croco,
L’amaranto vivace e l’agrifolio;
Or nel giacinto infosca, or con la rosa
S’imporpora, o il candor serba del giglio.
160Usa al poco, a qual più de’ paschi intorno
La pecorella adduci, ivi contenta

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Sostasi e pasce, ed al terreo fa prode,
Che sfruttato per lungo ordin di messi
Giacque di sughi povero e di germi.
165Non così dove cerca il vagabondo
Stuol dell’avide capre, intera e bella
Si rifà la pastura; e dove il dente
Avvelenato della capra aggiugne,
Tocca vi muor dalle radici ogn’erba.
170Mitissima l’agnella infra gli arbusti
S’aggira, e tonde dolcemente il sommo
De’ cespi e l’erbe, e lascia star gli steli;
Ma la proterva il vital germe addenta
175De’ teneri virgulti, e molto il capo
Disdegnosa squassando, nel midollo
Più e più s’affigge, e guasta avida e sterpa.
Per questo delle piante entro le amate
Scorze lor membra paurose stringono
180Le Ninfe; e all’appressar del crudel morso
Abbracciandosi ai tronchi, ira e dispetto
Sfavillano dagli occhi, e gridan forte
Dall’ime valli provocando i lupi.
Or chi vaghezza del lodato armento
185E grazïosa utilità consiglia
Meco entri in via; le chiare orme seguendo

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Del gran Coltivator, ch’esule d’Arno,
Seguir le Tosche Muse ad altro cielo.
     Varia secondo il clima e la natura
190Del suol che le ricetta, indole e forma
Traggon le pecorelle; e come in terra
Non una è de’ cavalli, e de’ seguaci
Veltri la specie e de’ volanti augelli,
Se ben discerni, troverai diversa
195L’un’agnella dall’altra; e la fatica
E lo studio a mal fin quegli conduce
Se non bada alla scelta, allorchè attende
Di nuovi capi a ingenerar l’armento.
Premio invano ed onor spera dall’opra
200Chi mal vide da pria, cercando all'agne
Degenero marito; e chi nel pieno
Felice ovil ne trascegliea quell’uno
Che tutti avanza in vigorìa d'etade,
Ricco di vaga prole altrui prevalse.
205Come fan duo nocchier, che d’un medesmo
Lido salpando, al mar danno le vele;
L’un, cui la vista non fallì tra l’ombre,
Per diritto cammin tocca a la meta;
L’altro, cui prima traviò la notte,
210L’oscuro nembo o la piegata antenna,

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Fa ritroso sentiere, e in mar si perde:
E sì rafforzò i remi, e tutte all’aure
Predatrici le vele in alto alzando,
Rapidissimo solco aprì fra l’onde;
215Ma non però dal corso utile alcuno
Gli vien,chè in peggio il primo error lo adduce.
     La bellicosa Cirno, aspra d’intorno
D’eccelse rupi, in sen cresce e nutrica
Arïeti, che torte e a spira avvolte
220Verso gli orecchi hanno le corna, e i cervi,
Così veloci movono correndo,
Lasciansi indietro e le silvestri fere.
Tra i faretrati Persi e i Caramàni
Coda enorme protende, al mover lenta
225L’orïentale agnella; e di più corna
Sotto l’adusto cielo orna la fronte,
E come cervo solitaria imbosca.
Or, pari all’asinel, dalla ramosa
Testa lunghe una spanna prone cadono
230In giù le orecchie; or di gran gobba il dorso
Va distinta fra gli Indi; e dove lunga
Sporge in altre la coda, una gran massa
Di lento adipe solo alla Numida
Ed all’Araba agnella i lombi aggreva.

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235Ma, o che intera una greggia a guardar prenda
Novellamente, o ricrear soltanto
Ami la tua (che trascuranza, e a caso
Male assortite nozze, o clima avverso
Invilìr fra poc’annni) a te l’altrice,
240Non men di mostri e di nocenti belve
Che di forti animali, Africa mandi
Il generoso arïete, e con quello
Rinnovella la specie e il gregge adempi.
Se tardi prende accrescimento e forza
245Sua venturosa prole, a lei natura
Un più largo confin di vita assente;
E dove altra si giace inutil ossa
Già preda della morte, al terzo lustro
Quella pur si feconda, ed al travaglio
250Vale de’ parti, ed a lattarne i figli.
Candida il roseo corpo e in ricci avvolta
Copre morbida lana, e al tatto agguaglia
Molle bambagia, che al Niliaco Egitto
E ne’campi Maltesi appar dal grembo
255Dello squarciato calice diffuso.
Quindi l’Ibero dai propinqui lidi
D’Africa lo raccolse; e il Tago e l’Ebro
Primamente pascean del fortunato

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Gregge le torme; e quindi oltre Pirene
260Varcàro nelle Gallie, e la divisa
Albïon ne fe’ acquisto, e nel tuo seno
Sotto cielo miglior tu l'accogliesti,
Italia mia: di quanto altrui comparte
L’alma Cerere e Bacco e Pale e Flora
     265Non manchevole madre e pronta altrice.
Ma chi dal natio seggio a più benigne
Piagge, all’Ispano suol primo le trasse?
Qual più caso o fortuna a noi fe’ dono
Del pellegrino arïete, che tutti
270Abbandonando della patria terra
I ritrosi costumi, a miglior culto
S’arrese obbedïente, e nuovo assunse
Abito e tempre, e di Merino il nome?
Tra le prische memorie e nell’incerto
275Volger degli anni il guardo alcun non pose;
Nè dell’esule armento ai nostri lidi
Alcun notava i tempi, e sì bell’opra
Dalle Muse convenne esser negletta.
Forse rasa dal lito Africo appena
280Era Cartago, e calda ancor la strage
Della Punica rabbia, allorchè addotto
Venne all’ultima Gade il primo armento:

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Se così piacque al vincitor Romano
Fra l’altre opime spoglie, e l’auro e l’armi
285Della vinta città, nelle felici
Glebe recarlo dell’Ausonia terra;
Onde il Calabro poscia e il Tarentino
E il Milesio pastor l'Itale schiatte
Rigeneràr, siccome intorno è grido.
290E forse allor che tutta Africa in armi
Con barbarica possa entro i confini
Si versò delle Spagne, onde sì cruda
Volse fortuna un dì con dubbio Marte,
L'ire seguendo de’suoi re, l’insegne
295Il Nomade pastor movea dall’arso
Terreno, e affidò al mar coll’ampie greggi
I vagabondi Lari. E come giunto
Tra i fertili si vide immensi piani
Della Betica terra, ogni desio
300Del riveder la patria in lui si tacque;
Quivi pose l’ovil, quivi ebbe regno
E ferma stanza; e il ferro indi, che tutti
Insanguinò que’ campi, a le capanne
Perdonò de’ pastori ed agli armenti.
305Guarda, che un misto di selvaggio ancora
Dell’inospite suolo onde a noi venne,

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Ti palesa il Merin! Se non che il grave
Contegnoso andamento e l’alterezza,
Dell’Ispanica terra esser ti dice
310Abitatore. Or chi n’acquista, al vello
Badi, agli atti, alle forme, onde non erri
Nella scelta il giudicio, e di non vera
Ignobil razza adempia indi l’ovile.
Tra le Iberiche madri alto si estolle
315Il maschio, e nell’andar libero e pronto
Par che ad arte misuri e studj il passo.
Scuro e vivace ha l’occhio; oltre misura
Largo il capo e compresso; irte le orecchie,
E giù ravvolte a spira ambo le corna.
320Denso ha il ciuffo elevato, e sime nari,
Grossa cervice, e breve collo, e largo
Fra i rilevati muscoli si spande
Lanoso il petto; in molto adipe avvolta
Tonda è la groppa, e molle si riposa
325Sovra l’anca piegata agile e piena.
Come suole apparir purpurea veste
Sotto candido vel, che man gentile
Soppone, e di leggiadro abito adorna
Alcuna delle Grazie, ove i condensi
330Bioccoli mova, ti parrà la cute;

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Ma se tanto è sottil, che dell’errante
Sangue gli avvolgimenti appajon tutti,
Sta però salda nei tenaci bulbi
La contessuta lana oltre a duo verni.
335Tal forse era il monton che di Libétra
Sull’ara apparve ai giovinetti figli
Del Tebano Atamante; e tal si fece
Il gran Padre de’ numi, allorché, contra
Tiféo gli sdegni differendo e i tuoni,
340Stampò di bifid’orma il suol d’Egitto;
E smarriti il seguian conversi in belve
Del combattuto Olimpo i fuggitivi
Figli, esulando alle terrene sedi.
     Ma del gregge fin qui mostrando indarno
345Io ti venni il miglior, se il dolce ostello
Pur si nega a’ pastori, e si contende
Negli Italici campi a la raminga
Agreste Pale un seggio. Ai numi piacque,
Se il ver narra la fama, uscir dal magno
350Olimpo, e visitar queste contrade
Dell’alma Ausonia (e il Tebro ancor lambia
Deserti i colli di Quirin, chè ai liti
Di Lavinio venuto ancor non era
Il Pio Figlio d’Anchise.) Il puro aperto

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355Cielo, e l’aere benigno, e i lieti campi
Fèro ai Celesti di ristarse invito;
E ciascuno a guardar della diletta
Terra si prese alcuna parte. E Giove
Guardò le sacre rocche ove le torri
360Sorger doveano alle città superbe;
Giuno ebbe l’aere, e di sereni lampi
Illustrò Febo il ciel, temprando il corso
Alle alterne stagioni. Ospite seggio
All’Arcadico Pane ed alle Ninfe
365Dier le foreste, ed a Pomona e Flora
Zeffiro crebbe il verde onor de’ prati.
Piacque a Minerva ed a Liéo de’ colli
L’inclinato terreno, e fra le spiche
L’aurato capo avvolto, a Cerer piacque
370Sola signoreggiar pei lati campi.
Ma non consentì a Pale entro l amico
Suol d’Ausonia restarsi, e a sdegno l’ebbe,
Gelosa d’altri Iddii, la dispensiera
Dell’aurea messe, Cerere, chè molto
375Temea no 'l primo onor tolto le fosse.
E poichè, sola degli Dei, precluso
Ebbe d’Italia il suolo, a lei convenne
Irne altrove cercando asilo e regno;

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E tuttavia spingendo il mansueto
380Gregge, ai barbari venne: a le riposte
Dell'Iapidio Timavo e de’ Liburni
Intime sedi, ai Garamanti e agli Indi.
Mescendosi la diva infra i mortali,
Dolce spirò negli uman petti amore
385Di semplici costumi, e vi permise
Libera vita e d’ogni fraude ignara.
Ivi gli armenti scompartendo e i paschi,
Suoi ricchi studj addusse, onde al bisogno
Sovvenire e al diletto; e social nodo
390Così fra i rozzi popoli si strinse.
Tal da principio degli Dei consiglio
E discorde il voler dalla felice
Ausonia terra allontanò l’armento
Dell’agnelle innocenti; e dai Celesti
395Temendosi alcun danno, all’uom non parve
Di rivocarlo, e perseguì la diva,
Che spontanea i suoi doni altrui profferse.
Contro a l’utile Italia e contro al vero,
Persuase a sè stessa esser de’ campi
400Nocumento le greggi, o inutil cura:
Dove tanta all’aratro opra rimane
Ed a’ cultori; e dove co’ pesanti

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Manipoli sorrise Eleüsina
Nelle pianure, e coronava i colli,
405D’amenissimi tralci il buon Lieo,
Di cui pregiata la vendemmia fuma.
Di questo error, che d’invincibil bujo
Ne ricinse le menti (ove ti piaccia
Volger lo sguardo fra le opime ville
410Del Sebeto, del Tebro, e più da presso
A111 Eridàno, al Mincio, al Taro, al Mella)
Più ch’io non dico ne vedrai le prove.
Vòti i regni vedrai, deserti i tetti
De’ profughi pastori; e il crudo editto
415Che da per tutto li persegue e caccia
Dall’inospite suol, lungi li mena
A perigliar col gregge in fra i dirupi
E le gore infeconde e l’ime valli.
Per fame quindi, o rio vitto, le schiatte
420Invilirsi fra breve e mancar vedi;
Nè trovar pace ai combattuti Lari,
Nè ricetto i pastori; e imitar quelli
Che del compianto Melibeo seguiro
L’orme infelici; allor che, dagli aviti
425Poder che il Mincio irríga esuli, andàro
Dinanzi al duro vincitor crudele:

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Che, miei son, disse, i vostri campi, e questi
Novali: ite coloni, itene altrove.
     Se non che nuova legge ora li affida
430D’oltraggio, e il cieco error degli avi ammenda
L’età miglior, che a Palla e a Febo amica
Ed all'arti sorelle, ora dal bujo
Riesce alfin de’ prischi usi corrotti
Splendidamente, e il vero util discopre.
435Già l’alpi Giulie, i gioghi e le vallee
Del Tànaro sonante e della Stura
Copron candide torme; e invidïando
Il Gallico pastore a mirar scende
Le crescenti capanne e i nuovi armenti.
440Già del Lario felice e del Verbano
Bellissimo le rive, e il facil dorso
De’ colli Briantei, con la feconda
Partenopea contrada, accolgon lieti
L’alma Dea de’ pastori; e ricreando
445Nuovi al bisogno ed al piacer sostegni,
L’industrïoso artier suderà all’ago,
Al pettine, alla spola anco fra noi;
Nè mancipio vedrassi agli stranieri
Farsi Italia, cui tutti entro al suo grembo
450Tesori accolse liberal natura.

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Questo dolce desio, questo diletto
(Se dopo tanti mali al travagliato
Terren d’Italia alcuno Iddio permette
Qualche riposo e securtà dall’armi)
455Addurrà a fin candida Pace. Indegno
Non è per certo, o Dea, che dall’eterno
Olimpo ove ti siedi, un guardo inchini
Serenatore a la diletta terra:
Prisco seggio de’ numi, alma nodrice
460Di chiari ingegni, e madre all’arti belle,
Che tutte a un tempo le raccolse e crebbe,
Esuli di lor nido, e le protesse.
Deh qui scendi, beata; e le tue sante
Orme accompagni la virtude antica
465De’ nostri padri; e ti consegua il coro
Delle sapienti Muse, e l’aurea Temi
Di buone leggi servatrice, e Palla,
Cui diè Giove per senno a tutte l’altre
Prevaler delle dive e per consiglio.
470Teco la prisca fede, e teco il casto
Pudor ne vegna e l’utile fatica;
E amor verace, che le occulte fiamme
Spegne d’ogn’alma ambiziosa, e frena
I discordi voleri e le procelle

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475Stolte che a’ tuoi sereni occhi fèr guerra
Si lungamente, or tu disciogli e acqueta;
A quel modo talor, che se dall’ime
Riposte valli al ciel levasi errando
Oscuro umido nembo, e le divine
480D’Iperïon sembianze e il guardo eterno
Dell’alma luce intenebra e ricopre;
Quegli sul trono luminoso assiso,
Giù volta i raggi; e sua virtù penétra
L’addensata caligine, e risolve
485In vapor lievi, e la disperde, e regna
Nel suo vigor d’Olimpo ogni pendice.