La via del male/III

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Capitolo III

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II IV
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III.

Ma il giorno della vendemmia Sabina non scese alla vigna.

— E tua cugina, perchè non è venuta? — chiese Pietro a Maria.

La giovane padrona lo guardò con gli occhi maliziosamente socchiusi, e scosse la testa.

— Il padrone non glielo ha permesso. Poi Maria salì alla capanna per cuocere i maccheroni: a mezza china si fermò con una piccola ragazza dal visetto roseo, chiamata Rosa spinosa, e Pietro le vide entrambe ridere e accennare verso di lui. Una tristezza rabbiosa lo assalì come una febbre maligna: per tutta la giornata egli tacque o pronunziò solo qualche parola sgarbata. Passando vicino alla roccia, dove aveva sognato di baciare Sabina, stringeva i pugni e sputava.

Sì, le donne lo deridevano. Perchè? perchè era povero. Ebbene, egli si beffava delle donne, ecco!

— O lavori, o dò una pelata a te e al tuo cestino, — disse rozzamente a Rosa spinosa, che gli andava dietro scherzando e non raccoglieva i grappoli spiccati da lui. [p. 35 modifica]

Ella si offese, si allontanò, e dal fondo della vigna cominciò a gridare:

— Eccolo là, il puledro che dà i calci; se sei di malumore, oggi, ebbene appiccati a quel fico come Giuda. Lo vuoi il legaccio della mia scarpa, di’, tu, occhi da gatto selvatico?

Egli non rispose, curvo, intento a spiccare i grappoli con la sua falciuola.

Gli altri vendemmiatori erano tutti allegri; i giovanotti pizzicavano le ragazze ed esse ridevano e strillavano, agili e dritte, coi cestini colmi d’uva violacea sul cercine che incoronava le loro graziose teste di arabe provocanti. Qualcosa di pagano era in quella semplice festa campestre: un’onda di gioia e di voluttà accarezzava i bei contadini sani che parlavano come sentivano, e le vendemmiatrici che avevano solo la coscienza di quel giorno di sole, della dolcezza dell’uva matura, del contatto coi maschi desiderosi. Solo Pietro taceva, scontento, lontano. E nessuno si curava di lui.

Due giovanotti presero a cantare, senza smettere il lavoro, improvvisando una gara estemporanea sulla bellezza delle fanciulle presenti: ma più tardi la gara degenerò in un battibecco personale; dai versi si venne alla prosa, e verso il tramonto i due poeti rivali si azzuffarono. Solo allora Pietro sorrise, ma d’un sorriso quasi feroce: poi aggiogò i buoi ad un carro colmo d’uva, slegò il cane, prese il pungolo.

Una colonna di nebbia bianca saliva dietro la montagna, sopra i boschi di Monte Bidde, e un [p. 36 modifica]vago umidore errava nell’aria profumata dall’aspro odore dei pampini. L’estremo autunno s’avanzava, annebbiando l’orizzonte e tingendo di violetto il tramonto melanconico.

Varcando il rozzo cancello di rami che dava sullo stradale, Pietro non degnò neppure d’un ultimo sguardo la vigna spogliata, la capanna deserta, dove aveva trascorso tanti giorni sereni e fantasticato tanti sogni umili e ardenti. Si sentiva triste, irritato; mai come in quel giorno aveva capito tutta la desolazione della sua povertà e del suo abbandono. Oramai era convinto che Sabina non lo amava: altrimenti sarebbe venuta. Le altre donne, per il momento, gli riuscivano odiose; gli sembravano tutte civette, fatue, o sensuali o beffarde. Nessuno gli voleva bene; nessuno gliene aveva mai voluto. Non aveva una sorella, una parente giovane con la quale volersi bene e confortarsi a vicenda. Niente; solo quei due vecchi stracci di zie curve sotto il peso d’una vita di miseria: due piccoli fantasmi senza voce.

Egli si sentiva solo nel mondo, e gli pareva che tutti i suoi affetti rientrati, ammucchiati sul suo cuore, marcissero come frutti che nessuno aveva voluto cogliere.

Quella sera lo stradale era animato più del solito; carri carichi lo attraversavano, lenti e gravi, seguiti o guidati dal conduttore che trascinava il pungolo sulla polvere e cantava canzoni popolari:

Rosa ses pelegrina in sa Sardigna...

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Gruppi di contadini e di paesane tornavano chiacchierando dalle vendemmie; qualche vecchio a cavallo si disegnava sul fondo grigiastro della montagna, nella vaga nebbia del crepuscolo.

Nell’aria sentitasi sempre più l’odore dei pampini, del mosto, dell’erba umida; l’uva dei carri aveva vaghi riflessi violacei; le ruote dei carri tracciavano solchi profondi sulla polvere bianca dello stradale; qualche fuoco brillava già nella valle, qualche tintinnio di capra smarrita vibrava al di sopra delle roccie, fra i burroni che dominano il ponte di Caparedda. E le voci dei guidatori risuonavano sempre più sonore, fra il roteare monotono e sordo dei carri pesanti.

Pietro solo non cantava, istintivamente assorto in quella triste calma di crepuscolo autunnale: vedeva il solco dei carri che lo precedevano, respirava l’aria umida, sentiva le voci melanconiche della valle, e la sua anima s’oscurava sempre più come il cielo e le cose intorno.

E, al solito, nessuno si curava di lui: solo Malafede, il lungo cane nero e scarno dalle reni tremanti e la fronte segnata da una macchia bianca, lo accompagnava, serio, con la coda e le orecchie pendenti. Il cane seguiva il segno lasciato sulla polvere dal pungolo che Pietro si trascinava dietro; ma ogni tanto guardava il giovane servo coi piccoli occhi rossi, dimenava la coda e sbadigliava con un piccolo guaito.

— Che vuoi? — gli chiese Pietro, arrivati che furono a metà strada. — Hai fame? Anch’io. [p. 38 modifica]Mangeremo appena saremo arrivati. E domani, via ancora! Intanto, andiamo: sta buono.

Il cane guaì più forte, sollevò le orecchie, un po’ confortato.

Non era la prima volta che servo e cane discorrevano, ciascuno a modo suo, e si capivano. Spesso Pietro gli diceva:

— Che differenza c’è fra me e te? Nessuna. Soltanto, io sono un cane che parla.

Quella sera, poi, egli aggiunse, fra sè:

— Arrivare, mangiare, ripartire, guardare la roba altrui: io e Malafede siamo nati per questo. Nessuno pretende altro da noi. Chi ci vuol bene? Nessuno. Se Malavide ha un’avventura amorosa, un momento dopo non se ne ricorda più; s’io vado dalla moglie del bettoliere toscano, il giorno dopo incontrandola non la guardo neanche in faccia, ed ella fa altrettanto. Cane e servo, servo e cane: è lo stesso.

A un tratto, vicino alla fonte sotto lo stradale, Rosa spinosa prese un ciottolo e lo lanciò sulla schiena del cane.

Malafede abbaiò dolorosamente, si mise a correre in avanti, poi si fermò e tentò leccarsi la ferita.

Pietro si fermò, si volse, cogli occhi lucenti d’ira.

— Chi è stato? — gridò.

— Io, — rispose la ragazza, spavalda.

— Ah. tu. Sciocca! prova ad avvicinarti e t’aggiusterò io la testa: ti farò schizzar l’acqua dal cervello. [p. 39 modifica]

Ella gli si avvicinò, fissandolo.

— Prova! — lo sfidò.

Egli strinse il pungolo in mono: poi scosse la testa col suo gesto sprezzante.

— Non è niente! — disse allora la ragazza. Facciamo pace. Cos’hai Pietro Benu? Hai mangiato delle cavallette, oggi? Tè, Malavì; Tè, Malavi!

Il cane ritornò, correndo, e Rosa cercò di accarezzarlo.

— Accidenti, servo e cane, siete poco superbi! Ecco che Malafede mi abbaia sul viso. Lo so, sì, che cosa hai, Pietro Benu: so a che pensi. Me lo ha detto Maria.

— Che sai tu? Che può averti detto quella? egli mormorò con disprezzo.

Allora, eccitata e perfida, la ragazza gli disse:

— Maria mi ha detto che sei di cattivo umore perchè Sabina non è venuta. Ma Sabino si beffa di te: ella è innamorata cotta d’un giovane meno miserabile e selvatico di te... Ella mi ha consigliato di dirtelo, e di molestarti e provocarti...

— Chi, Sabina?

— No. Maria.

— Al diavolo chi l’ha fatta venire sulla terra! — egli imprecò, beffardo.

— No, non imprecare. Pietro Benu. Maria è gelosa di Sabina.

— Per cosa?

— Per te, stupido!

Egli rise, come aveva riso nel partire dalla vigna, quando i due cantori estemporanei si erano [p. 40 modifica]azzuffati. E gli parve di non credere alle malignità della piccola paesana.

Questo fu il seme.

La sera cadeva, sempre più vaporosa e melanconica. Ecco le prime case di Nuoro, sopra gli orti erbosi; ecco, fra due muri alti, il viottolo ripido e sporco, dove Pietro doveva passare.

I buoi avanzavano, prudenti e gravi nella loro stanchezza taciturna: un gruppo di monelli seminudi, degne figurine del viottolo triste ed immondo, si gettò sul carro tremolante.

— Dà qui un grappolo, dà, un piccolo grappolo!

— Va via, va via. — urlò Pietro, destandosi dal suo sogno.

I ragazzetti si arrampicavano sul carro come scarafaggi.

— Andate via o vi pungo. — gridò Pietro, feroce, agitando il pungolo. Malafede abbaiò; i monelli si ritrassero verso il muro, urlando e ridendo.

Una stella brillava sull’alto del viottolo, sopra le povere case velate dalla vaporosità della sera. Pietro ricadde nei suoi pensieri. No, egli non credeva alle malignità della gente, e sopratutto alle chiacchiere delle donne: eppure... Era assurdo che Maria... basta, neanche bisognava pensarci!.. Il suo sogno tormentoso lo riconduceva sempre a [p. 41 modifica]Sabina. Ella sola poteva aver divulgato il segreto del suo cuore, quel segreto che egli non osava quasi neppure confidare a sè stesso.

Sciocca, cento volle sciocca! Ah, ella aveva un altro amante? Ebbene, andassero al diavolo tutt’edue! Egli non voleva pensarci più. Eppure... Una figura di donna, svelta e sottile, in maniche di camicia, passava sull’alto del viottolo. Era lei? Ah, vederla, gridarle un’insolenza, un vituperio; chiudere così il breve sogno nato nell’aja, morto nella vigna! Ma non era lei. Era la moglie del bettoliere toscano, che passava di là per caso.

— Oh, Pietro Benu, sei tu? Mi dài un grappolo d’uva?

— Ma dieci, cuore mio. Prendine, prendine ancora. Fa presto; c’è là dietro la mia padrona giovane. Dove posso vederti, Franzischedda?

— Io sono una donna maritata, ora, — disse la donna; e mentre riempiva il grembiale di grappoli guardava Pietro coi grandi occhi neri cerchiati, pieni di un misterioso languore.

— Verrò da te, stasera, — egli insistè con voce ardente. — Prendi ancora, prendi: ti darei tutto, il carro, l’uva, il mio cuore...

— Stà zitto: c’è là zio Nicola che t’aspetta, nella piazza del Rosario.

Pietro spinse i buoi; la donna scomparve.

Poco dopo, infatti, zio Nicola comparve, col suo bastone, il suo berrettone, il barbone rossastro di fiera addomesticata. [p. 42 modifica]

— Salute, Pietro Benu: stanotte canteremo un po’ di strofe improvvisate, — disse, guardando l’uva del carro.

— Perchè non siete venuto?

— La mia gamba non lo ha permesso, figlio caro.

— Ah, anche voi siete servo della vostra gamba, — disse Pietro con ironia.

Zio Nicola volse il suo barbone rosso verso il giovine e sollevò il bastone.

— Ah, tu ridi di me, giovanotto? Perchè sono un povero diavolo, mi deridi? Se fossi stato un ricco padrone...

— Ma voi siete ricco, padrone mio!

— Padrone, padrone! Bisogna vedere chi è il padrone, fra me e te...

Intanto erano giunti. Il cane, andato avanti, raschiava il portone con le unghie e guaiva allegramente.

Zia Luisa aprì.

— Eccovi finalmente, — disse, frettandosi indietro sull’omero il lembo della benda. — E Maria dov’è?

— È rimasta indietro con le vendemmiatrici.

— Poca raba! — disse zia Luisa, guardando con degnazione il carro dell’uva, mentre Pietro slegava i buoi — Poca roba. Meno male che non abbiamo bisogno di questa miseria per vivere!

Svegliandosi, dopo un breve sonno pesante, sulla stuoia della cucina dei Noina, Pietro provò una sensazione dolorosa, come se un masso gli [p. 43 modifica]premesse il cuore. Era avvezzo a svegliarsi pensando a due occhi dolci velati da un ciuffo di capelli biondi; ora la buona visione non tornava, non sarebbe tornata più. E invece della luminosità dell’aurora nella valle, lo circondava l’oscurità silenziosa della cucina; appena un chiarore biancastro irradiava la tegola di vetro infissa nel tetto ad uso di finestrino.

Ma ecco un rumore di passi nel cortile silenzioso. Chi è? Zia Luisa che s’alza all’alba, perchè a tal’ora si deve alzare la massaia benestante?

La porta fu spinta lievemente, s’apri, lasciò scorgere lo sfondo grigio del cortile.

Maria entrò, scalza, agile e silenziosa.

Pietro finse di dormire ancora, ma ogni tanto apriva un pò un occhio e seguiva con curiosità i movimenti della giovane padrona. Ella aprì lo sportello della porta e la luce sempre più nitida dell’alba invase la cucina. Poi Maria si tolse il fazzoletto, si lavò, e a testa nuda, con le maniche della camicia rimboccate fino ai gomiti, preparò il caffè. Mentre la caffettiera sussultava forte sui carboni accesi, ella macinò il caffè, e solo allora parve accorgersi di Pietro. Egli intravide i begli occhi di lei, un po’ socchiusi e ancora sonnolenti, fissarlo a lungo, e provò un indefinibile senso di benessere. A poco a poco questo vago piacere si fece intenso, ardente, diventò fascino, desiderio. Pietro senti il sangue animarsi nelle sue vene, caldo e palpitante; ma appena egli ebbe coscienza del suo desiderio se ne vergognò, arrossi e chiuse le palpebre. [p. 44 modifica]

Per alcuni istanti non udi che il rumore monotono della macinina del caffè, e gli parve un rombo risuonante entro il suo cervello.

Maria gelosa della cugina povera? Ebbene, perchè no? Questo segreto, che la sera prima, nel crepuscolo, nella stanchezza, nel rancore, gli era parso assurdo, ora lo inebbriava come un liquore amaro. Nel suo desiderio v’era qualcosa di odioso ancora: un impeto di ribellione, una segreta smania di vendetta; meno feroce del primo assalto di desiderio provato il giorno della raccolta delle pere, ma sempre un po’ crudele.

— Ella è ricca, è ambiziosa, — pensava egli, ad occhi chiusi. — non vorrebbe certo sposarmi, ma amarmi perchè no? Son bello, io; sono forte, io. Sì, mi ricordo, un giorno, laggiù nella vigna, la sorpresi a guardarmi le labbra. Ella non deve aver mai baciato uomo. Ed ora, anche ora mi guarda. Se mi alzassi e la baciassi?

Maria continuava a macinare lentamente il caffè; la caffettiera brontolava, i carboni accesi scoppiettavano scherzosi. A un tratto ella si alzò e si avvicinò al finestruolo; Pietro aprì gli occhi e la guardò, ma non osò certo balzare in piedi e correre a baciarla.

Nella luce sempre più rosea del finestrino, i capelli di lei sembravano più neri e lucenti del solito, e il busto flessuoso e pieno si disegnava provocante nel corsetto slacciato. Pietro l’accarezzò tutta con lo sguardo, ma si vergognò ancora del suo desiderio e dei suoi pensieri. Ah, no: una [p. 45 modifica]distanza immensa lo separava da lei; egli era un pezzente, un immondo servo, uno che la notte strisciava lungo i muri per arrivare al convegno con la moglie impura di un bettoliere: Maria era bella e pura, doveva essere anche buona, era il frutto squisito serbato per la bocca d’un uomo ricco e distinto.

— Ti sei svegliato? Stavo per chiamarti. Alzati, Pietro: c’è tanto da fare.

La voce era calma, le parole comandavano. Egli si svegliò completamente dal suo pazzo sogno, anzi le orecchie gli diventarono scarlatte per la vergogna.

Balzò in piedi, ripiegò la stuoia e fattone un grosso rotolo lo sollevò e lo appoggiò alla parete; poi usci nel cortile per lavarsi con l’acqua del pozzo, mentre Maria batteva la mano sul macinino per scuoterne il caffè che vuotava entro la caffettiera bollente.

Il sole era appena spuntato, che già il lavoro ferveva nel cortile e nella cantina. Si pigiava l’uva, e la fatica più grave toccava appunto al giovine servo.

Sotto la tettoia, sopra il grosso tinaccio nero, stava il pigiatoio, entro il quale Pietro, nude le gambe e le braccia, la testa rasente alla trave del tetto e una mano appoggiata al muro, pestava vigorosamente l’uva. Due donne montavano per una scaletta a piuoli fissata davanti al tinaccio, e [p. 46 modifica]vuotavano entro il pigiatoio i cestini dell’uva scelta. Le chiazze violacee del mosto macchiavano le vesti e il viso un po’ pallido di Pietro; anche i suoi occhi parevano cerchiati dal succo dell’uva. Ma egli sembrava allegro; rideva e gridava, e ogni tanto si curvava per veder meglio nel cortile.

Intorno al carro colmo d’uva due ragazze e un giovinetto, aiutati un po’ da zio Nicola, pulivano i grappoli e li gettavano nei cestini di canna che le donne si caricavano sul capo e vuotavano nel pigiatoio sui piedi saltellanti di Pietro.

Come il giorno prima nella vigna, uomini e donne parlavano e ridevano gaiamente. Zio Nicola pareva il più spensierato di tutti.

Il sole invadeva lentamente il cortile; l’odore del mosto richiamava rumorosi sciami di mosche e di api.

Di tanto in tanto zio Nicola pizzicava la sua vicina, con la scusa di scacciare le api che la molestavano: la fanciulla imprecava, minacciava di chiamare zia Luisa, e poi rideva.

— Vecchio vizioso, vi possa toccare il fuoco: lasciatemi tranquilla...

— Ah, tu non avresti parlato così se invece di un vecchio fossi stato un giovane, anche vizioso: ma vedi, ecco un’ape che ti punge il collo...

— Lasciatela pungere, barba di caprone... Vuol dire che trova del miele.

— Come, dall’ape ti lasci pungere e da me non ti lasci toccare... perchè sono sciancato? Altrimenti... Vedi la tua compagna come è più docile!... [p. 47 modifica]

— Ah, vecchio barbuto, chiamo vostra moglie... — strillava l’altra ragazza, verso la quale zio Nicola aveva steso la mano.

— Uva, qui! — gridava Pietro, curvandoci sul pigiatoio. — Padrone, così incitate a lavorare? E cosa fa la padrona?

— Che vuoi? Neppure lei sa cosa farsene di me! — sospirava il padrone.

Invece di zia Luisa ogni tanto veniva fuori Maria, con un fazzolettino giallo sul capo. La sua camicia e il suo corsetto verde smagliavano al sole e richiamavano lo sguardo di Pietro. Egli guardava il bel viso di lei, le labbra lucenti aperte al riso, e una fiamma fugace gli attraversava la fronte.

Ma se qualche volta ella, inquieta per il disordine del cortile, e per le mosche che penetravano anche nella cucina, si avvicinava al tinaccio e al carro e sollecitava l’opera, Pietro le parlava beffardo.

— Presto, presto: son già le dieci; se a mezzogiorno non è tutto finito m’appicco...

— Appiccati pure, ma non tanto in alto, che non si vedano le gambe...

Una volta ella salì la scaletta e guardò entro il tinaccio; poi sollevò gli occhi e guardò tranquillamente le gambe bianche e muscolose di Pietro. Anch’egli la guardava dall’alto, e mentre le diceva con voce dispettosa:

— No, non sono di ferro le mie gambe: quando ho finito ho finito, — sentiva una strana gioia sollevargli il cuore. [p. 48 modifica]

Perchè? Che aveva in sè la giovine padrona, quel giorno, perchè al solo vederla egli si rallegrasse tutto come dopo aver bevuto un bicchiere di vino d’Oliena?

In cucina zia Luisa, col corsetto allacciato o la benda intorno al viso impassibile, preparava il desinare per i lavoratori: carne di pecora con patate.

In una pentolina a parte bolliva la carne di bue per zio Nicola.

— Povero Nicola, — pensava zia Luisa, che era stata sempre una donna gelosa, — bisogna trattarlo bene, ora che è così infelice. Gli piacciono le donne, beve un po’ troppo, dopo la sua disgrazia, ma in fondo è un buon uomo. Bisogna compatirlo: anch’io sembro una donna superba, ma in fondo sono buona. Soltanto... penso sia bene imporsi al mondo; altrimenti il mondo ci calpesta.

— Sì, — continuò a pensare, rimescolando le palate nel tegame — imponenti bisogna essere. Imponenti! Chè siamo forse nati tutti eguali? No, ciascuno al suo posto; da una parte i ricchi, dall’altra i poveri. Far del bene, sì, questo lo approvo, ma non umiliarsi, non abbassarsi. Il povero Nicola, invece, si umilia troppo. Ma anche lui non è nato ricco; ah, è una triste cosa non nascer ricchi, da razza potente; si rimane sempre umili. Anche la mia Maria ha ereditato un po’ dal padre; [p. 49 modifica]non sente tutto il decoro della sua posizione; ma è tanto giovane, eppoi è anche furba. Ah, ella farà certo un buon matrimonio. Eppoi è così istruita! Ella tiene i conti o i registri come un notaio: ella ne sa quanto un avvocato. Senza di lei come avremmo fatto io e suo padre, che non sappiamo leggere nè scrivere? Ah, sì, — concludeva sempre zia Luisa Noina, — ella sposerà un uomo ricco, magari un laureato, ma un laureato ricco, non uno di quelli che cercano un appoggio nella famiglia della sposa.

A mezzogiorno la pigiatura era finita; il desinare pronto. Maria mise per terra, nel mezzo della cucina, un canestro colmo di pane di frumento, e intorno al canestro depose dei piatti concavi, di creta rossa, entro i quali zia Luisa aveva distribuito le patate e la carne di pecora. Poi la giovane padrona chiamò le ragazze, che si lavavano con l’acqua del pozzo. Anche zio Nicola s’avvicinò zoppicando alla bejone, largo e concavo vassoio di sughero deposto sovra una vasca di pietra, vuotò l’acqua sporca, ne versò una secchia di pulita e si lavò: poi, col barbone stillante, entrò in cucina, s’asciugò, e sedette al suo posto distinto, vicino al tavolo. Gli altri mangiavano già, avidamente, seduti per terra intorno al canestro, coi volti rosei e lieti velati dal fumo delle vivande.

— Buon appetito, — disse il padrone, allungando la sua gamba. — Moglie mia, cos’è questo brodino che m’hai preparato? Almeno oggi che ho lavorato dàmmi da mangiare quello che mangiano gli altri: dàmmi un po’ di quella carne di pecora. [p. 50 modifica]Sì, sì: è dì pecora, figliuoli miei; credevate fosse di vitella?

Maria gli porse il piatto desiderato.

— Avete dei buoni denti, figliuoli miei, chè potete masticare questa roba qui; la carne del diavolo non può esser più dura.. basta, in casa del tale, — egli nominò una persona ricca, — vi daranno da mangiar meglio...

— O peggio, — rispose zia Luisa, che neppure per mangiare s’era slacciato il corsetto. — Finiscila, chiacchierone.

Appena si furono alquanto sfamati, i giovani ripresero a scherzare.

— Zia Luisa, me li prestate cento scudi? — diceva il giovinotto.

— Se ti procuri una buona garanzia, — rispose la vecchia padrona, proseguendo lo scherzo, ma senza scomporsi.

— Eccola qui! — disse il giovine, battendo la mano sulla spalla d’una delle ragazze, poverissima.

Tutti risero.

— Eppoi, se non vi basta, vi porterò in pegno tutti i gioielli della mia famiglia e le posate d’argento, — egli riprese, beffandosi della sua povertà.

— La salute è il più bel gioiello; con quel pegno lì tu puoi trovare non cento ma mille scudi, — sentenziò zio Nicola, dall’alto della sua sedia: la sua figura quasi maestosa, dal barbone jeratico, dominava il quadro.

Maria, però, era diventata nervosa.

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[p. 51 modifica]— Certo, — disse con ironia. — meglio sani e ricchi che poveri e malati.

Versa da bere, — le ordinò sua madre.

Ella si alzò e versò da bere a Pietro.

— Che hai, che sei di malumore? — egli le domandò, guardandola negli occhi.

Ed anch’ella lo guardò, e gli rispose con la sua solita ironia.

— Quando sono sazia mi assale il malumore...

— Figuriamoci allora quando hai fame: ma già, tu non sai che cosa sia la fame, — egli aggiunse; e bevette, poi versò lontano alcune goccie rimaste in fondo al bicchiere. Ricontava la fame sofferta durante la sua selvaggia infanzia.

Quel giorno non si faceva economia di vino, e parecchie volte Maria passò con la caraffa in mano e si curvò per versare il vino nel bicchiere del servo. Egli beveva e diventava allegro, ma d’un’allegria cattiva. L’immagine di Sabina, che durante tutte quelle ore di lavoro e di chiacchiere egli aveva allontanato da sè, gli risorgeva davanti, bionda, traditrice, beffarda.

Ah, ella aveva riso di lui; anch’egli voleva rider di lei, di Maria, di tutte le donne. Ebbene, e se riusciva a far credere a Maria di essersi innamorato stoltamente di lei?

No, ella non lo avrebbe scacciato, era troppo furba per commettere un simile errore: non si scaccia un servo innamorato che domanda solo d’essere compatito. Tutto al più la giovine padrona avrebbe profittato di lui e della sua sciocca [p. 52 modifica]passione per farsi servire meglio. Ed egli, dal canto suo, avrebbe profittato della benevolenza e della furberia di lei.

E avrebbe riso. Le donne si beffavano di lui; egli voleva ridersi delle donne.

Ma ad un tratto diventò taciturno e cupo. Curvò la testa, poi la rialzò vivacemente, sollevò ancora il bicchiere.

Maria avvicinò la caraffa.

— Ma io ho sofferto la fame. — egli disse, incoscientemente, già mezzo ubbriaco, cercando ancora gli occhi di lei. Ma ella non lo guardò più.

Da quel momento egli perdette la coscienza di ciò che avveniva in lui; solo si accorgeva di seguire con gli occhi ogni movenza di Maria, e aveva paura che i padroni si accorgessero del fuoco di desiderio che gli ardeva nel sangue: ma non poteva staccare lo sguardo dalla persona di lei.

Ebbe però l’accortezza di lasciare i compagni e sdraiarsi in un angolo del cortile, non lontano dalla porta della cucina. Il vino e il calore del meriggio gli davano una specie di febbre; il ronzio delle mosche e delle api si fondeva col ronzio interno della sua testa in fiamme.

Così egli vide il giovinotto e le ragazze andarsene e i padroni ritirarsi per far la siesta nella loro camera. Maria rimase in cucina. Attraverso il suo dormiveglia da ebbro, Pietro udiva la giovine padrona andare e venire, rimettere in ordine la cucina, macinare il caffè. E gli pareva di [p. 53 modifica]guire ancora con lo sguardo l’alta e attraente persona di lei.

Egli aveva bisogno di desiderare una donna, e ora che il suo amor proprio ferito respingeva la figura mite della povera serva, ora il suo desiderio lo spingeva verso la ricca padrona. Ma v’era qualche cosa di amaro e di vendicativo in questo desiderio.

— Io riderò... riderò... — pensava Pietro, addormentandosi.