Le donne di casa Savoia/XVII. Beatrice di Portogallo

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XVII. Beatrice di Portogallo

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XVII.

BEATRICE DI PORTOGALLO

n. 1504 — m. 1538


   D’alto affetto
Maestra è la beltà.


Poiche' da Cornelia a Napoleone I, i figli sono sempre stati riguardati come i tesori e le glorie delle madri; poiché i più valenti educatori affermano, essere sulle ginocchia di esse che si formano gli uomini, a Beatrice di Portogallo, madre di Emanuele Filiberto, devono Savoia ed Italia la più grande rimoscenza, congiunta alla maggior venerazione.

Emanuele Filiberto fu tra gli antichi il più grande della stirpe sabauda. Fu sotto il suo governo che la Savoia incominciò a figurare nella storia. Egli fu che prescrisse la lingua italiana nei suoi Stati, dove fino allora non erasi parlato che francese; e di un paese povero, diviso e corrotto, compose e ordinò una delle più ordinate monarchie, risvegliando e alimentando nel suo popolo il sentimento nazionale. [p. 170 modifica]Però, prima che egli potesse compiere la vasta impresa, la Savoia, che nel breve regno di Filiberto II tendeva a rialzarsi, doveva trovarsi nelle più infelici condizioni che mai le fosse incorso di provare, ed a Beatrice doveva toccare di trascorrere la vita in quel travagliato periodo.

Beatrice era figlia del gran Re Emanuele XIV di Portogallo (nome che, per mezzo dei suoi figli, s'innestò nella famiglia coi Carli, gli Amedei, i Vittori), e di Maria di Castiglia ; nipote dell'Imperatore Massimiliano, sorella di Elisabetta Regina di Spagna, e l'unione con lei fu ambita e sospirata da Carlo III di Savoia, successo al fratello Filiberto II. Essa era nata il 31 dicembre 1504, ed il suo matrimonio si trattò a lungo prima della morte di sua madre, ma si concluse soltanto, a causa della sua età troppo giovanile, sul finire del 1520. Esso fu avversatissimo dalla Francia, e caldeggiato invece, naturalmente, da Carlo V, mentre Leone X inviava a Carlo III, nel giugno del 1521, la rosa d'oro, in segno della sua approvazione.

Il Re Emanuele XIV diè alla figlia, che stava per assumere la dignità ducale, consigli bellissimi, tanto a voce che in iscritto, e da questo documento prezioso si rileva come egli le raccomandasse la compassione pei miseri, l'amore pel marito, la prudenza di tenerlo d'accordo coi congiunti, serbandolo in concordia tanto con l'Imperatore che col Re di Francia ; la giustizia nelle cose di governo, e mille altre elettissime ed utilissime cose, di cui la principessa fece tesoro, come vedremo. [p. 171 modifica]L'arrivo della sposa nel Ducato ebbe luogo il 29 settembre 1521. L'incontro di lei con Carlo III fu a Villafranca di Nizza ; e il matrimonio avvenne il 5 ottobre, a Nizza, nella chiesa dei Domenicani, seguito, al solito, da feste splendidissime, alle quali aggiungevano magnificenza i ricchi costumi dei signori portoghesi che avevano scortato la principessa. L' 8 ebbe luogo la partenza per il Piemonte, e gli sposi si fermarono qualche tempo a Vigone, per fare poi, nel marzo 1522, l'ingresso solenne in Torino, ove presto Beatrice dovè piangere la morte di suo padre, dolore acuto e straziante per lei, e che giungeva troppo presto a interrompere le gioie del suo nuovo stato. Può dirsi anzi che venisse a cancellare per essa ogni traccia di felicità, e fosse il primo di quella lunga serie di dolori che le amareggiarono poi tutta la sua breve vita.

Carlo III, buono e virtuoso per carattere, ma debole, fiacco e peritoso per cattiva educazione, non sapeva decidersi per chi tenere nella lotta tra Francia ed Impero ; e nei lunghi abbattimenti da lui provati a causa della considerazione della posizione sua tra quei due fuochi (che non seppe mai ben delineare, e che fu la causa principale di 'tutti i suoi mali), e lo stato dei suoi sudditi, più d'una volta fu Beatrice, con quella sua anima fortemente temprata, che ne rialzò il coraggio. Ma essa lo voleva a qualunque costo fuori da ogni indecisione, e lo consigliava a decidersi per Spagna, dicendogli che « se era deliberato di condursi verso Francia, come aveva usato fin'allora, gli sarebbe [p. 172 modifica]stato difficile di vivere coi due emuli, senza dar malcontento all'uno o all'altro».

Intanto i Duchi decisero andare per qualche tempo nei possessi di Svizzera, dove c'era del malcontento ; ma a Ginevra, Beatrice, che era la più bella principessa del suo tempo, da principio non piacque, fu ritenuta troppo altera e le feste s'intrecciarono ai malumori ; poi, siccome ella diè uno splendido convito, largheggiando assai negli inviti e nelle cortesie, gli spinti si calmarono, e fu detto che i modi alteri erano un costume portoghese.

Carlo III e la consorte si trattennero a Ginevra circa un anno, ed ivi nacque loro il primo figlio, Lodovico, morto in seguito a Madrid, senza che il padre potesse crearlo principe di Ginevra, come Beatrice voleva, per riconoscenza verso la città.

In seguito la Duchessa divise tra Torino, Rivoli e Nizza la sua dimora, lontana spesso dal Duca, che in quei tempi agitati non ebbe soggiorno fisso, dimostrando un'attività singolare, non da tutti però riconosciuta nè apprezzata. Del resto la residenza dei Duchi di Savoia era ancora a preferenza Chambéry, soggiorno che non era punto gradito a Beatrice, cui sorrideva un clima più temperato, e che nel Piemonte propriamente detto, era in grado di osservare più da vicino gli avvenimenti che si compievano in Italia. A lei, giovine ed abituata alle dovizie di ricco reame, doverono senza dubbio essere una triste sorpresa i disagi di una Corte indebitata, scarsa di danaro e malamente [p. 173 modifica]ordinata, quale era a quei tempi quella di Savoia; ma figliuola della pia Maria di Castiglia, ne seguiva le orme, onde mai non mosse un lamento, e nel talamo e sul trono, che giammai ebbe a contaminare, fu compagna affettuosa al buon Duca fra le strettezze e le angustie che sempre più lo avvolgevano, e con molto senno politico s'intromise nell'amministrazione di un debole Stato che, fortificato poscia per opera di suo figlio, doveva divenire il modello del principato italiano. Le cause delle strettezze di Carlo III, si riscontrano in parte anche nei vari vedovili che gravavano sul Ducato, e dalle strettezze avevano poi origine e causa gli altri mali.

Fin dai primi anni del suo matrimonio assunse Beatrice l'amministrazione degli affari di Stato in un col marito, influendo sempre beneficamente e arditamente ove la sua intromissione si rivelava. I popoli loro erano continuamente angustiati, ora dagli spagnoli, ora dai francesi, che facevano della Savoia e del Piemonte il campo delle loro scaramuccie; ma essi non riuscivano a lenire le loro pene, perchè o non erano ascoltati nelle rimostranze che facevano a Francesco I a Carlo V, o si prometteva loro, e non si mantenevano le promesse. Così, la maggior parte dei mali che sofferse il Ducato sotto Carlo III, sono originati da questi suoi due parenti, che misero indegnamente a contribuzione la sua lealtà e bonarietà, e quanta ne spendesse pel Re di Francia, che era anche il peggiore verso di lui, ne è una prova l'ottenuta liberazione dalla prigionia che in gran parte dovè a lui. [p. 174 modifica]Ora anche Ginevra gli si preparava chetamente alla ribellione, fomentata la Svizzera dalla nuova setta religiosa che andava dilagando. Beatrice fu la prima ad accorgersene e ad avvertirlo, mentre egli era là sperando di ricondurre la fuorviata città a più miti consigli.

Nondimeno, conchiusa la pace di Cambrai, sperarono i Duchi che il Piemonte sarebbe liberato dagli stranieri, e già anticipatamente la Duchessa faceva al marito l'enumerazione dei vantaggi che ad essi avrebbe portato quella riconciliazione, quando si accorsero essere il loro un vano calcolo, poiché le truppe spagnuole e francesi ridiscendevano indisciplinate a tutto loro agio nel Ducato, e continuavano la rapina.

L'ardita e vivace Beatrice, stava già per implorare l'appoggio di suo fratello, il Re di Portogallo, quando sorse in lei la speranza di potere ottenere altrimenti un compenso pei mali sofferti. E ciò fu in occasione della incoronazione di Carlo V, che doveva aver luogo a Bologna il 2 febbraio 1530, per mano del Papa Clemente VII. Convenivano a tal cerimonia tutti i principi italiani, e Carlo III, pur deciso di andare, non cambiò la sua fatale politica, e ne avvisò prima la Corte di Francia. Beatrice vi andò per suo conto, e mentre Carlo chiedeva il frivolo e fallace regno di Cipro, essa chiese meglio, e cosa più sostanziale, giacché Cipro venne concessa, ma era e rimase in mano ai Veneziani, che non si diedero per intesi di tal concessione. Essa invece, che aveva bravato lo sdegno di [p. 175 modifica]Francesco I recandosi colà, mirando nella sua sagacia alla sostanza delle cose, e colla sua politica contando sfruttare il potere che aveva su Carlo V come parente, oltre alla contea d'Asti, concessale dall' Imperatore come dote, chiese ed ottenne anche le signorie di Cherasco e di Ceva, con facoltà di trasmetterle al suo primogenito e ai di lui successori ; importantissimo acquisto che procurava ai Duchi di Savoia la padronanza della valle del Tanaro. Durante il soggiorno dei Duchi di Savoia a Bologna, fu anche deciso, dietro richiesta dell' Imperatore, che il loro figlio maggiore andrebbe a Madrid per essere ivi educato insieme al Delfino. Francesco I, geloso di tutti i privilegi concessi al Duca, andò sulle furie addirittura quando vide il principino partire per la Spagna. I principi di Savoia avevano spesso ricevuta a Parigi la loro educazione, e questa destinazione tutta nuova spiacque al Re, che ne temeva anche le conseguenze. Perciò, da quel momento, cambiò affatto di sentimenti verso lo zio, a cui richiese, in breve, metà dei suoi stati, come eredità della propria madre, morta in quel tempo.

Beatrice intanto era tornata a Torino e aveva riprese le redini dello Stato, continuando l'assenza del Duca. La donazione d'Asti recò la data del 3 aprile 1531, e l'atto fu emanato dalla città di Gand. Beatrice ne venne investita insieme alla signoria di Cherasco, e tosto col suo slancio e il suo acume, provvide all'amministrazione di quella nuova e ricca provincia. Al 20 novembre dello stesso anno poi, essa riceveva [p. 176 modifica]un'altra prova di affetto dal cognato, il quale le spediva il diploma di concessione del sacro romano impero sul contado d'Asti e sul marchesato di Ceva.

Ma se queste distinzioni lenivano le pene dell'animo dei nostri principi, non contribuivano però a guarire la compagine inferma dello Stato, inerme e divisa. Abusi, ribellioni, contrasti di ogni genere sorgevano in ogni provincia, e Beatrice, da saggia, mentre informava il Duca di quanto nel Piemonte accadeva, non aspettava il di lui arrivo per provvedere alle correnti calamità, ed è giunta fino a noi la memoria delle ottime disposizioni da lei date coll'assistenza del Consiglio.

In questi tempi, orribili pel Piemonte e per la famiglia Sabauda, giacché oltre che coi nemici, vi era anche da lottare con la miseria e la sventura, l'animo di Beatrice non si smarrì, né la sua sagacia venne meno. Straziata dalla perdita fatta del suo primogenito, morto in Spagna di malattia acuta, essa aveva da far fronte, giorno per giorno, alle necessità più materiali della vita, e discutere e pregare perchè ai suoi figli non si negasse il pane, e il pollaiolo e il beccaio condiscendessero ancora a farle credito!

Pili volte scrisse al marito lontano in quali strettezze ella si trovasse, non ricevendone in risposta che degli oimei, finché si decise a impegnare a poco a poco tutte le sue gioie, ora a Ginevra, ora a Genova o a Norimberga, onde ai suoi figli non mancassero né il vin né gli alimenti più strettamente necessari, e pagare [p. 177 modifica]potesse la balia dell'ultimo nato, e le medicine richieste dalla di lei cagionevole salute.

Sì, era a tutto questo ridotta la figlia del grande Re Emanuele! Eppure dal suo labbro mai non uscì un lamento, né mai neppure pensò di sottrarsi alla sorte terribile che l'opprimeva, insieme al suo popolo, col tornare alla casa paterna!

E la rovina generale veniva ogni giorno aumentando, e la sventura non si stancava di flagellare la povera Duchessa, che or si vedeva rapire un figlio, ora un altro, dall'invida parca, mentre i francesi, nemici dichiarati, si avvicinavano ognor più alla capitale, rubando e saccheggiando ovunque passavano, e Carlo III, sentendosi oramai impotente a più oltre combatterli, chiedeva invano aiuto all' Imperatore cognato, impegnato nell'impresa di Tunisi!

Finalmente Carlo V, vincitore sui turchi, tornava vittorioso in Italia, e al suo sbarco a Genova Carlo III si recò ad incontrarlo e a felicitarlo. Accolto onorevolmente, ottenne conferma amplissima dei suoi privilegi ; dopo di che l'Imperatore volle che ei gli pro- mettesse che Beatrice andrebbe in Spagna, per visitar la sorella. E lasciata Genova il 9 aprile, a Savona fece imbarcare la Duchessa, che quivi erasi recata con Emanuele Filiberto ad accoglierlo, e li condusse a Nizza.

Ma il viaggio di Spagna non si effettuò, che Beatrice era in istato da non poter sopportare il mare; eppoi essa temeva pel nascituro, e solo per compiacere al marito vi si era assoggettata. Allora Carlo la [p. 178 modifica]invitò a rimanere a Nizza, per evitare al bambino qualunque pericolo.

I francesi, procedendo di vittoria in vittoria, il che era facilissimo per lo stato in cui si trovava il Piemonte, occuparono fino Torino, e Carlo V appena se ne curava, mandando in soccorso pochi soldati, che si perdevano coi francesi in una guerra minuta e di rappresaglie.

Carlo III mandò la Duchessa, per maggior sicurezza, a Milano, con Emanuele Filiberto divenuto oramai principe ereditario, e Caterina, una bambina che morì colà in quell'anno. Essa fu ivi amorevolmente accolta da Cristiana, figlia del Re di Danimarca, vedova da poco tempo del Duca Francesco Sforza, e vi si trattenne due mesi incirca, donde fece poi ritorno in Piemonte fermandosi in Asti, indi a Savigliano, e per la campagna di Cuneo giungendo a Nizza. Qui la Duchessa rimase, ripartendone il Duca, che l'aveva accompagnata, sul cominciar dell'autunno per tornare in campo.

I giorni che Beatrice trascorse colla Corte a Nizza, furono tristissimi, dovendo essa riguardarsi, non solo dallo spendere largamente, ma fino da quanto non fosse strettamente necessario, a poco o nulla risolvendosi le entrate e le prestazioni che le venivano dal Piemonte, finché non fu soccorsa un poco dal fratello. Re di Portogallo.

Nel novembre del 1537, già essendo la Duchessa prossima ad aver il nono figliuolo, e prevedendo un [p. 179 modifica]esito infelice, travagliata come era da gravi indisposizioni, volle il dì 29, calma e serena, fare il suo testamento, nel quale lasciava erede il marito, dopo lui Emanuele Filiberto, e infine quegli che stava per nascere.

Nel mese di dicembre quindi ella ebbe felicemente un maschiotto, che si chiamò Giovanni Maria, ma la gioia di famiglia durò poco : le infermità di Beatrice, che si credevano scomparse, ripresero il sopravvento, ed essa moriva 1' 8 gennaio 1538, senza avere a fianco il tanto amato marito (che messosi in viaggio all'annunzio della ricaduta, non giunse che il 17), e recando seco nella tomba il nuovo nato, che non volle saperne delle lusinghe del mondo.

Emanuele Filiberto, che raccolse l'ultimo di lei bacio, ne raccoglieva pure tutta la sagacia e lo slancio animoso. Beatrice fu sepolta vestita dell'abito di Santa Chiara, insieme al suo bambino, in una cappella dell'antica cattedrale di Nizza.

Beatrice di Portogallo, Duchessa di Savoia, ebbe sei figli maschi e tre femmine, ma non le sopravvisse che Emanuele Filiberto, il quale allora non aveva che dieci anni e che pianse, amò ed apprezzò altamente sua madre.

Anche l'ultimo atto di Beatrice fu degno del suo nobile animo : essa ordinò col suo testamento, che coi suoi denari si riscattassero quindici schiavi! Poi, i frutti del suo eletto sentire e del suo ottimo cuore, li rivelò al mondo la virtù del figlio, emanazione di lei. [p. 180 modifica]E mentre Carlo III, ritirato a Vercelli, vi passava gli ultimi suoi anni, afflitto dalla gotta, privo dei mezzi di sovvenire al proprio decoro, tribolato dalle continue lamentazioni dei sudditi oppressi e straziati dagli invasori, e addolorato dalla impossibilità di soccorrerli, il giovane Emanuele Filiberto guerreggiava in Francia, sotto le bandiere di Spagna, che erano quelle di suo zio, dal quale Beatrice aveva sempre sperato il ripristinamento della loro famiglia.

Soltanto quando a lui giunse la notizia della morte del padre (1553), egli venne in Piemonte, dove continuava sempre la guerra tra imperialisti e francesi, e potè constatare qual meschinità fosse il suo paterno retaggio ! Ma il figlio di Beatrice non si scoraggiò, e poco stette a comprendere qual via doveva percorrere per giungere all'intera restaurazione dei suoi Stati. Bisognava illustrarsi, rendere famoso il suo nome sui campi di battaglia, e dettar poi la legge agli oppressori del suo popolo!

La Fiandra gli si presentava come apposita lizza, ed egli poco tardò a ritornarvi; poi la battaglia di S. Lorenzo in un colla presa di S. Quintino, lo rivelò al mondo, gli ottenne il rinsediamento nell'antico Ducato, ed il matrimonio con Margherita di Francia, di cui passiamo ora ad occuparci.