Lettere scientifiche di Evasio ad Uranio/I

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I

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L'editore II


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LETTERA I.ma





Di molto aggradimento mi fu la notizia, che tu mi desti, o mio diletto Uranio, d’esserti con impegno e con amore dedicato allo studio delle scienze esatte, e di trovarle sommamente deliziose al tuo spirito, e tali che non mai noia o stanchezza, ma sempre in te producono un nuovo e maggiore incitamento. Io assai mi compiaccio, che a vieppiù confermare la nostra amicizia si aggiunga l’argomento dell’uniformità d’inclinazione nello stesso genere di studi, e ben consapevole de’ tuoi talenti, mi congratulo colla nostra medesima scienza, avendo ferma fiducia di veder per te accrescersi qualche fronda a quelle nobili palme, ch’essa va mietendo sul suolo ove [p. 6 modifica]nacquero Galileo e Lagrange. Su via, avanzati coraggiosamente nella bella carriera, e rendi così utile a te ed alla patria quel tempo, che ti è concesso dagli agi di tua condizione, e che i tuoi pari passano per la maggior parte (è penoso il dirlo) in un ozio mal augurato, per cui si fa viziosa la vita, e fin anco increscevole l’esistenza.

Che tu ritrovi nelle matematiche un riposo, e un contento della mente, io lo credo ben volontieri, e conosco, che così appunto debb’essere; perchè essendo il loro fondamento la verità, il loro progresso nella verità, il loro obbietto sempre la verità, non possono a meno di consolare un essere pensante ed attivo, che per natura è spirito senza posa alla ricerca del vero. Tale è poi l’indole di queste scienze che mentre arricchiscono lo spirito di preziose cognizioni, portano un perfezionamento alle sue medesime doti, essendo loro frutto una drittura nel pensare, una prontezza nel concepire, una forza nel ragionare, una sobrietà nell’immaginare, per cui con felice vicenda cresce sempre più l’attitudine a penetrare nelle medesime; sicchè trovo naturale, che tu risenta, lo studio crescere in te la brama di maggiore studio. Oh! quanto da qui a non molto ti parrà di avere avvantaggiato sul resto degli uomini. Pieno delle idee matematiche, troverai nei fenomeni stessi più comuni, a cui il volgo non dona un sol pensiero, come nel giro di una ruota, [p. 7 modifica]nel tratto di una pietra, nel riverbero di un raggio di luce, troverai argomenti di meditazione e di meraviglia; e con lo stesso interessamento contemplerai i movimenti degli astri nel cielo, immenso campo della gloria di Newton, e lo scorrere tra sasso e sasso dell’acqua di un ruscelletto, che forma i suoi zampilli, e muove le sue piccole onde gravide di quelle leggi recondite, a scoprir le quali sudarono, e non con pieno trionfo, i Geometri più sublimi.

Tu vedi, o caro amico, che siam d’accordo nell’esaltare con piene lodi lo studio delle matematiche; s’io qui però mi arrestassi, e in null’altro che in un suono di plauso si risolvesse questa mia lettera, parrebbemi di non aver compiti tutti i doveri dell’amicizia. Sì: questo sacro affetto, che ci fa premurosi de’ reciprochi vantaggi, mi suggerisce grande materia a proseguire: ed io conoscitore de’ tuoi ingenui modi, e dell’ottimo tuo cuore, ho per certo, che non già vorrai prendere quanto io son per dire quasi voce di un pedante, ma piuttosto come segno non dubbio del sodo amore di uno, che ti precede d’età se non di merito nel tuo medesimo arringo. Abbiamo, o mio Uranio, un tesoro ben più prezioso d’ogni umana sapienza, un tesoro, che non come questa può perdersi per malattie, o per morte, ma che può esserci [p. 8 modifica]rapito sgraziatamente, se attenti non vegliamo a custodirlo: intendo la Religione. Esso ci è insidiato, specialmente a dì nostri, con grande malvagità, con grande astuzia; e credimi che una gran parte di queste insidie è tesa in quegli stessi libri, a cui noi andiamo ad attingere le umane scienze. Io perciò, nello stesso tempo che ti fo’ animo ad inoltrarti in quel sublime studio, t’esorto a vegliare e star bene in guardia per ogni assalto, che in esso ti possa venire contro di quella fede, la quale intima al saggio del pari che all’ignorante: umiliati, e adora.

Sono però ben lontano dal credere e dal dire, che lo studio delle matematiche possa per se stesso nuocere alla Religione; gran torto mi parrebbe di fare ad una scienza figlia della ragione, se la credessi in guerra contro Quello, che vibrò nell’umana mente quel lampo del suo volto divino; e gran torto a quella Religione medesima, la quale non teme l’esame di un retto filosofo, in cui taciano le passioni. I fonti dell’incredulità sono la corruzione del cuore, e l’orgoglio della mente; del primo non può cadere sospetto, servendo anzi moltissimo le matematiche a distaccar dal sensibile, col fissarci in oggetti intellettuali ed astratti; potrebbe non essere irragionevole un sospetto sopra il secondo. Infatti un giovine che sente il sodo delle [p. 9 modifica]cognizioni acquistate, e che s’accorge di possedere nel calcolo un istrumento, il quale gli regge ancora a gran lena dove vacilla e si perde il ragionamento: avendo ancor recente il senso della sorpresa, nè ben con freddezza ordinate le idee, e distinta quella barriera, che separa la scienza delle quantità dalle scienze morali; prova qualche difficoltà a chiamarsi ignorante, e a cedere e ad inchinarsi sotto il peso dell’autorità. Ma questo può essere il difetto del principiante, non già di chi fatto provetto nelle matematiche trova ad ogni passo in queste medesime scienze mille argomenti per umiliarsi. Più che si studia, più che si penetra addentro nelle viste de’ grandi Geometri vedesi da tutte parti ingrandirsi la provincia di ciò che potrebbe sapersi, e che pur non si sa; si scuopre, per esempio, che di un numero indefinito possono essere i calcoli derivati, e non se ne conoscono che tre o quattro, di cui nondimeno è così corpulenta la mole da sconfortare i meno coraggiosi. Quasi ogni verità che si impara ci costa la contemporanea cognizione di molte ignoranze, di cui non aveasi per l’addietro, essendone al bujo, quel rincrescimento che viene poscia ad intorbidarci il piacere della verità conosciuta. L’idiota, cui manca la notizia stessa delle scienze, non s’affligge di sua ignoranza; e però [p. 10 modifica]mentre tratta la marra o conduce la stiva, s’applaude, e si consola di sapere quest’arte, rimpetto alla quale disprezza forse in cuor suo, quasi un piatir di fanciulli, le dispute dei letterati. Dopo ciò vedesi il motivo, per cui il vero saggio debb’essere il più lontano dall’orgoglio della mente, e il meno alieno dal credere, che possa esservi un ordine di verità, cui il suo intelletto non può raggiungere o penetrare; avventuratamente l’esperienza ce ne fornisce luminosi esempli in Geometri di primo rango: dove un La-Metrie motteggiava, un Newton credeva; ed un Pascale adorava, dove un Voltaire bestemmiava. I cervelli indocili e caparbi trovansi in buon numero tra la turba de’ semidotti, simili alle spighe vuote di grano, che nel campo s’innalzano sopra le altre.

Ma io vado più innanzi, e dico cosa che sulle prime, o Uranio, ti potrà sembrare strana. Quando penso meco stesso a quel linguaggio, che odo di sì frequente, cioè che la Religione esige un sacrifizio della ragione, di quella ragione, la quale trionfa nelle matematiche, dove tutto è luce ed evidenza, non so persuadermene sì di leggeri, parendomi anzi che la mia ragione trovisi bene spesso nello studio delle matematiche in tali circostanze, ove la sua libertà non è maggiore di quando la Fede le [p. 11 modifica]propone a credere i misteri ed i dogmi della rivelazione. Per farmi strada a svolgere questo pensiero, domando a chiunque conosca l’analisi sublime, s’egli veda in quel modo che dicesi di ostensione la verità della maggior parto di quei risultamenti, che il calcolo gli somministra. Che fra tutte le curve la cicloide sia quella della più veloce discesa: che di tutte le superficie, le quali racchiudono una medesima solidità, la minima sia la sferica: che tanto la cicloide, come la spirale logaritmica, curve differentissime, abbiano nondimeno comune la proprietà d’essere evolute di se medesime; queste e tant’altre verità, che sarebbe lungo passare in rassegna, si credono perchè il calcolo le dice, ma non perchè se ne ravvisi la ragione intuitiva, come si vedono nel quadrato eretto sull’ipotenusa di un triangolo rettangolo contenuti i quadrati dei due lati. Un analista che voglia essere sincero non cesserà di magnificare quel calcolo, che lo trasporta a traverso dell’infinito; ma confesserà che questo maraviglioso viaggio è fatto all’oscuro, non essendo concesso alla sua mente di esserne testimonio: ecco le parole di un celebre matematico. (Brunacci Cal. Sub. T. 2. pag. 147.) „Noi affidiamo un problema al calcolo, il quale per una specie di meccanismo ci conduce alla soluzione, senza [p. 12 modifica]che si veda alcuno di quegli anelli intermedii che uniscono i dati del quesito col risultato: rimaniamo convinti, ma non persuasi.“ Qual è dunque il processo, che segue il Geometra ogni qual volta si convince di verità del genere delle già esposte? egli forma il seguente sillogismo: Io so, che i principii, ed i metodi del mio calcolo sono infallibili, e che quando ne uso giustamente, esso non può condurmi all’errore; ma questa volta io son sicuro di non aver sbagliate le mie operazioni intermedie, che mi condussero a questo risultamento: dunque questo risultamento è vero.

Ora osserva, o Uranio, se sia molto differente quest’altro sillogismo, in virtù del quale noi crediamo i misteri della Rivelazione. Io so, e la provo colla mia ragione, l’esistenza della Rivelazione, e conosco che quanto in essa si contiene, essendo parola di Dio, debb’essere tutto vero; ma il tal mistero o il tal dogma è veramente contenuto tra le cose rivelate: dunque sarà verissimo, ed io debbo crederlo francamente. Confronta i due sillogismi: vedrai che in ambi i casi le due conseguenze per se direttamente impercettibili si credono in virtù delle premesse, che dalla ragione vengono dimostrate: le dimostrazioni per le premesse del secondo sillogismo, tu puoi vederle presso i nostri [p. 13 modifica]sacri Apologisti. Dimmi ora, o caro amico, se ti pare un retto linguaggio quel chiamare la ragione trionfante nel primo caso, e sagrificata nel secondo.

Odo però l’obbiezione di qualche moderno miscredente: se non possiamo veder di fronte certe verità matematiche, vi troviamo almeno colla ragione una convenienza, che esclude ogni ripugnanza e contraddizione: non così di alcuno tra i misteri rivelati: motivo per cui vi sono degl’increduli in religione, e non vi sono degli increduli in matematica. Tutto questo discorso è una solenne menzogna. Che niun mistero rivelato presenti soggetto di vera contraddizione, è cosa vittoriosamente provata presso i nostri controversisti: e se qualche apparenza fallace se ne affaccia alcuna volta alla nostra mente, ciò nasce dal non aver ella allora presenti tutte quelle idee, che si richieggono per fare sì gran giudizio, e dall’usare nelle cose divine di quelle stesse viste colle quali suole ragionare nelle cose umane: eccoti una similitudine. Chi dicesse di conoscere un gran fanale, col quale s’illuminano nello stesso tempo diverse stanze in diverse case in diverse città in diverse provincie, ti parrebbe uscito di senno, e troveresti facilmente che la sua asserzione può tacciarsi di contradditoria, perchè hai nella mente l’idea consueta di un [p. 14 modifica]fanale quanto vogliasi grande; ma se quel fanale ingrandito enormemente, non è più terrestre, ma celeste, se è il sole: ecco la contraddizione è svanita. Colui poi che ci spaccia non trovarsi mai nelle matematiche queste apparenze di contraddizione, dà a divedere che non le conosce. Io fra mill’altri citerò quel solo paradosso scoperto pel primo dal Torricelli nello spazio asintotico d’un’iperbola equilatera Apolloniana, il quale quantunque veramente infinito, se si ravvolge intorno all’asintoto genera un solido finito e commensurabile, che eguaglia un cilindro retto avente tanto per altezza, come per raggio la potenza dell’iperbola. Quest’è quel paradosso, che il celebre Gregorio Fontana chiama uno de’ più strani e singolari, e di cui così scrive il chiarissimo Cametti sulla fine del suo bel trattato di sezioni coniche. „Hoc autem etsi ob evidentissimam demonstrationem nullae dubitationi obnoxium esse queat, incomprehensibile tamen est, neque imperitis Geometriae persuaderi ullo modo poterit. Quare discant increduli non ideo religionis nostrae sacrosancta Mysteria aspernari, et inter fabulas reputare, quod comprehendi et intelligi a nobis non valeant.„ Quanto poi al resto dell’obbiezione, cioè esservi degl’intelletti, i quali si rifiutano ad alcune verità della [p. 15 modifica]Religione, e non esservene di quelli che si rifiutano alle verità matematiche; se il fatto fosse vero, io ne avrei in pronto una ragione nell’interesse, che hanno i libertini di combattere la Religione, senza dubbio maggiore di quello, che possa avere qualche cattivo filosofo nel combattere le matematiche; ma la verità è, che il fatto è falso. Fino dall’origine dell’analisi infinitesimale i Nieuventyt, i Rolle, i Volderi esercitarono la pazienza di un Leibnitz e dei Bornoulli: ed anche a’ dì nostri alcuni pure si trovano, i quali si offendono dell’impero, che sui movimenti celesti tiene dopo Newton quella gran legge, che è universale e semplice come la natura; ed anche qualch’altro, che rigetta i luminosi principii posti dal sommo Geometra di Torino al suo calcolo delle funzioni.

Di tutto il fin qui detto la conseguenza per te consolante, o mio diletto Uranio, è che lo studio delle matematiche considerato in se stesso non può essere pericoloso alla Fede per chi conserva l’ingenuità de’ costumi, e la docilità dell’intelletto. Ma se innocenti sono le matematiche, tali non sono tutti quelli che le professano, e le scrivono. Talvolta l’ape ed il serpe suggono lo stesso umore, ma con diversa sorte; chè lo stesso alimento si fa mele nell’una, e tossico nell’altro. [p. 16 modifica]Su quella amena via dove or tu corri a gran passi, sonovi delle api che svolazzano sui fiori, ma sonovi ancor delle serpi insidiosamente appiattate. Parliamo più chiaro: in alcuni di que’ libri dove tu andrai cercando la scienza, leggonsi pur anco alcune proposizioni, alcuni tratti, che feriscono o apertamente o di nascosto la nostra santissima Fede. Non è mio pensiero il tenerti ora discorso di alcuno di essi, in cui chiaramente si enuncia qualche empia massima, o si attacca di fronte un mistero od un dogma: non è questo il caso di un serpe che insidia il calcagno, ma di una fiera, che in faccia viene all’assalto. Voglio dirti alcuna cosa appunto degli agguati segreti, cioè di certi moti più o meno maligni, i quali, quando non si scuopre il loro veleno, soglion essere in estremo dannosi. Nel momento infatti, in cui la mente è aperta per ricevere una bella verità matematica, in cui il lettore ha dell’autore la più alta opinione vedendo l’aggiustatezza de’ suoi ragionamenti, e la finezza del suo criterio in punto di scienza, questi colpi che vengono di traverso, penetrano sino all’anima. Essi vogliono essere distinti in varie classi. Metterò per i primi quelli, che senza alcuna manifesta parola vanno a ferire la religiosa credenza: eccone alcuni esempi cavati da una moderna pregievolissima astronomia, la di cui seconda edizione [p. 17 modifica]fu impressa a Parigi in 3 volumi nel 1810. alla pag. 79. del tom. 2 facendo correr del pari colle verità della scienza le gratuite ipotesi fisiche, si citano alcuni fatti di storia naturale, indi si soggiunge: „Quelle preuve plus frappante d’un ancien état des choses, dans le quel l’homme n’existait pas?„ Più innanzi (pag. 170), determinando l’epoca, in cui la linea degli apsidi nell’elisse solare ha dovuto coincidere colla linea degli equinozi, e trovandola a quattro mille anni circa prima dell’era cristiana, l’autore dice: „Par une rencontre assez singuliére, c’est à-peu-prés vers ce tems, selon la plus part des chronologistes, que remontent les premiéres traces du séjour de l’homme sur la terre, quoiqu’il paraisse d’ailleurs par un grand nombre de preuves physiques, que la terre elle-méme est beaucoup plus ancienne.„ Più innanzi ancora (pag. 291) recandosi l’opinione di alcuni filosofi per ispiegare i fenomeni della temperatura della terra, corre discorso di due cagioni, una delle quali può accumulare, e l’altra disperdere il calore terrestre, e a questo proposito si aggiunge: „Ces deux causes contraires agissant, peut-être, depuis des milliers de siècles.„ Chi riflette a questi passi può credere, ch’essi si avvicinino al novero di molti altri, che specialmente [p. 18 modifica]da’ moderni scrittori furono avanzati in varie opere scientifiche e filologiche contro la storia di Mosè1. Io però prendo di qui occasione di domandare a tutti costoro, dove sia su questo punto non dirò la critica, e la filosofia, ma la semplice buona fede. Con qualche fisica apparenza, di cui ne abbian vedute già tante risolversi in niente: con qualche numero esprimente epoche non ben conosciute: con un forse trattar da impostura una storia rispettata da secoli, creduta da centinaja di generazioni, esaminata da uomini dottissimi: proscrivere un libro, a cui rendono testimonianza per la conformità di molte idee, tra i Greci Platone ed Esiodo, e tra i Latini l’autor delle metamorfosi; anzi una nuvola di testimoni, siccome lo provarono con grande erudizione Eusebio tra gli [p. 19 modifica]antichi, e tra i moderni l’Uezio ed il Grozio: un libro, con cui vanno chiaramente d’accordo alcune traccie, che ci rimangono nella storia dei Fenici, de’ Caldei, de’ Persiani, degl’Indiani, e d’altri antichissimi popoli: rompere il filo di quelle idee, per cui l’uomo vede rendersi la sola ragione plausibile della sua origine: distruggere la fede ne’ libri dell’antico Testamento, e preparare così la miscredenza anche per quelli del nuovo: ecco l’attentato, che si proposero alcuni dotti del secolo XIX.

Vengo ad altri tratti di un genere differente, il cui oggetto non è che di gettar qualche sprezzo sopra le pratiche religiose, o i sacri Ministri. Trattasi dell’apparizione di una cometa? si derideranno come goffamente superstiziosi quei timori, per cui s’ingiungevano pubbliche preghiere; e nulla si dirà di quei timori filosofici destati nel secolo scorso dall’ipotesi del cozzo d’una cometa nella terra o nel sole. Si deplorerà con ragione l’ignoranza dei fautori dell’astrologia, ed a questo proposito non si dirà già, che un tal errore offuscò la gloria dei primi anni del gran Cassini, ma che il Papa Innocenzo XI fece buon viso ad una predizione sulla città di Vienna. Non si finirà mai di compiangere il povero Bacone perseguitato da’ suoi confratelli, e nulla sì dirà della [p. 20 modifica]persecuzione mossa a Ticone dal governo di Danimarca, per cui il grand’uomo spogliato delle sue rendite, allontanato dal suo soggiorno, violentato fin nei suoi propri studi, finì esule e tapino nel migliore de’ suoi anni una vita tutta dedicata al bene de’ posteri; così via discorrendo. Metto in terzo luogo certe proposizioni sguaiate, che non corredate di prova, e accompagnate per lo più da qualche stizzosa parola, portano il marchio della calunnia e dell’ignoranza; a queste la migliore risposta è un semplice sentimento di compassione. Leggerai così in un saggio sulla storia delle matematiche, che da alcuni dotti „la società avrebbe potuto ritrarre i maggiori vantaggi, se la potenza ecclesiastica sempre intollerante, sempre armata di fulmine non avesse troppo spesso fermata, e compressa la loro carriera„; e poco dopo: „malgrado gl’inquisitori, malgrado i passi della Bibbia, ec.„ Se non che l’astuta malizia d’esornare, d’ingrandire, di far vedere le cose dal loro aspetto più sinistro, di aggiungere circostanze false alla narrazione di qualche fatto, trovasi pur altrove, e non una sola volta praticata. Citerò la sola storia di quegli avvenimenti, che travagliarono il Galileo, la quale delineata in cento scritti a neri e mentiti colori, se riducasi entro i suoi giusti termini, [p. 21 modifica]come nel Tiraboschi, non ha più di che fare sorpresa. Dopo la scuola di quelle due micidiali penne di Ferney e di Ginevra, è massima generale per qualunque libro, in cui trovinsi asserzioni contrarie alla Religione, che bisogna riserbarsi il diritto di dubitare, anche quando l’autore protesta d’aver egli stesso veduto, udito, letto: anzi bisogna accrescere maggiormente la differenza, quanto più si scuopre in esso l’insistenza onde produrre la persuasione; non essendo spenta affatto la genìa di quegli scrittori, che non si fanno coscienza di falsi racconti, di alterate citazioni, di testi mutilati, i quali ridotti alla vera lezione presentano un senso diverso, ed anche opposto a quello, che si vuole lor dare.

Pongo dopo questi que’ passi, la cui malizia non a tutti è palese, e son quelli, in cui si danno lodi sperticate ad alcuna di quelle tante operette, che negli anni addietro volavano a stormo in tutte le parti sotto i titoli di saggi, di opuscoli, di lettere, di pensieri per qualche tratto filosofico che contenga: senza far cenno di tante empie massime che ne imbrattano tutte le pagine; così troverai lodato a cielo il Bayle per avere con certo scritto contribuito a dissipare i timori sulle apparizioni delle comete, senza alcuna parola contro [p. 22 modifica]il patriarca degl’incerduli scettici. Finalmente accenno alcune espressioni, che possono essere male interpretate, ma che forse dagli autori saranno state poste innocentemente, e son quelle per cui spargesi qualche nebbia sulle luminose testimonianze rese alla Divinità da qualche grande ingegno, od anche dalle stesse cose inanimate. Così dopo che Newton ci ha fatta evidente quella Mano, che slanciò i pianeti secondo la tangente delle loro orbite, di tal forza di proiezione dicesi in quell’opera, che è il più gran monumento dell’analisi moderna: „La force de projection que ces corps peuvent étre supposés avoir reçue dans l’origine de choses.„ Così il nominar Dio, il Creatore, la Sapienza infinita, la Provvidenza regolatrice del mondo, come non mai stancavansi di fare i Galilei, i Leibnitz, gli Euleri, è ora ito tra i matematici in disuso, e ad ogni caso si sostituisce il nome più filosofico di Natura, e si dice la Natura che ha fatto, ha previsto, ha preordinato; la Natura che fa, che mantiene, che provvede ec., senza forse avvedersi che questa usanza è assai vecchia, e già riprovata da Seneca, il quale fin da’ suoi tempi scrivea ad uno che avea fatto questo scambio di vocaboli: „Non intelligis te mutare nomen Deo? Quid est enim aliud natura, [p. 23 modifica]quam Deus, et divina ratio toto mundo, et partibus ejus inserta?„ (de Benef. l. 4 c. 7). Ripeto di non credere che tutto ciò facciano per malizia; ma, presso qualche debole mente, suonando il nome di Natura talvolta come di cagione, e talvolta come di effetto, può farsi una confusione dell’una e dell’altro, e così avviarsi verso il Panteismo dello Spinosa, come ne abbiamo un esempio nello stesso Plinio che lasciò scritto „(l. 1, c. 17) Per quae declaratur haud dubie naturae potentia: idque esse, quod Deum vocamus.

Non voglio ommettere d’accennarti alcuni altri passi, veramente assai rari, ma che pure si trovano, i quali nuocono alla Religione per voler dir troppo. Ti sarà noto, per esempio, che i matematici possono fra tutte le leggi, a cui poteva essere assoggettato un fenomeno fisico, determinar quella, che conduce a qualche proprietà di massimo o di minimo: e che esaminandosi le leggi realmente esistenti in natura, trovansi ad alcuna di tali proprietà conducenti. „Cum enim (così Eulero Meth. cur. add. I) cum enim mundi universi fabrica sit perfectissima, atque a Creatore sapientissimo absoluta, nihil omnino in mundo contingit, in quo non maximi minimive ratio quaepiam eluceat.„ Questo mirabile accordo tra le leggi fisiche e le [p. 24 modifica]idee speculative, questo eco, con cui la natura risponde all’omaggio reso dalla nostra mente alla Sapienza infinita, può certamente fornire una prova dell’esistenza di Dio. Ma il sig. di Maupertuis, che da questa vista metafisica passò a formare il suo principio della minima azione, si lasciò colpir troppo dalla medesima, poichè nel suo saggio di cosmologia per dare maggior risalto alla prova dell’esistenza di Dio da questo principio dedotta, la proclamò più valente di quella, che dall’ordine, dalla bellezza, dall’armonia dell’universo rifulge in ogni mente anche non matematica: anzi si avanzò sino al segno di sollevare alcuni dubbi per offuscare quest’ultima. Ora un tal procedere è dannoso, giacchè ne conseguita, che un idiota non avrebbe un argomento sicuro dell’esistenza di Dio: ed è poi poco assennato, perchè quel principio delle cause finali ha, secondo Lagrange, qualche cosa di vago, e d’indeterminato: le conclusioni potrebbero qualche volta essere erronee in quella guisa, che dietro una simile vista erroneamente il Cartesio determinò le leggi della percossa. Le prove dell’esistenza di Dio riverberano da tutte le parti del creato, come la luce del sole: chi non è cieco nel corpo non può non vedere il sole, e chi non è cieco nello spirito [p. 25 modifica]non può non veder Dio. L’uomo il più stupido è certissimo, che vi è il sole, quantunque abbia alcune prove di meno di un fisico, il quale sa, per esempio, che il grand’astro è la primaria cagione del vento d’est, che spira fra i tropici, e dell’aumento, che sentono le marce nelle sisigie; nella stessa maniera, se la esistenza di Dio trova nelle matematiche alcune prove inaccessibili al più degli uomini, questi anche senza di esse hanno di che convincersi di una tal verità coll’ultimo grado della certezza.

Raccogliendo il discorso, conchiuderemo essere buona cosa lo studiare le scienze, migliore il saper conservare la prima e la più importante di esse, che ci fu insegnata da un Maestro divino: essere conveniente il consultare le opere dei dotti scrittori, ma insieme di essenziale prudenza, specialmente a’ dì nostri, il non consolidarsi mai con alcuno in una università di opinioni. Infatti quegli stessi, che ci vorrebbero insidiare la religione, non sono essi i primi a millantare un dominio sui propri giudizi, una libertà di pensare, una costanza negli assunti principii? Ora mantiene in verità il diritto di giudicare chi non si arrende a vieti sofismi, meno poi a certi frizzi maligni, che non vestono larva di ragionamento; fa l’uso più perfetto di sua libertà chi umilia la ragione davanti [p. 26 modifica]alla Fede con un ossequio, che dalla ragione stessa esaminato viene riconosciuto doveroso; è veracemente d’animo forte, e di carattere fermo chi per qualunque urto non si smuove dai fondamenti della sua religiosa credenza. Tu dunque, o mio caro Uranio, fatti pur dotto nelle matematiche discipline: ma poni insieme e precipuamente ogni cura nel conservarti, quale ora tu sei, di massime intemerate; e se nello studio ti avvicini a qualche autore sospetto, imita la rondinella, la quale rasenta talvolta col volo la superficie delle acque, ma non vi si tuffa già, e vi si affoga; batte l’ali, e quasi diresti, che le intinge, e le spruzza, ma pur sempre le sostiene nell’aria.

Sono ecc.


Il tuo aff.º amico
Evasio


Note

  1. L’Autore di queste Lettere nel portare le sue osservazioni sui citati passi è ben lungi dal supporre nel Geometra e Fisico illustre che li dettò sinistre intensioni di animo irreligioso. Egli non ha mirato, come le sue espressioni appalesano, che a riprendere la facilità, disconveniente in un’opera fisico-matematica, di produrre naturali congettura ed ipotesi poco fondate e sensa la critica necessaria disamina per allontanare il pericolo che alcuno possa volgerle in mal uso contro le infallibili testimonianze delle sacre carte; il che purtroppo, sebben invano, tentarono gl’increduli degli ultimi tempi.