Lettere volgari/Lettera XI

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All’uomo di sacra fame ed angelica

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All’uomo di sacra fame ed angelica
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ALL’UOMO DI SACRA FAME ED ANGELICA1

DILETTO, FORTE,

L’INIMICO DELLA FORTUNA

(GIOVANNI DA CERTALDO)

IN QUELLO CHE DI BENI RIEMPIE GLI INDIGENTI


SALUTE.


L’affetto della tua promozione, o fratello, e l’appetito della consolazione tua, non meno che nel tuo petto, s’infuoca nel mio, perchè fece noi tutt’uno il Dio eccelso, che ci predestinò ad essere suoi sino dalla creazione dell’ottavo cielo.

Tacqui lungamente, o carissimo, per causa d’ammirazione occupato non poco; e dalla maraviglia atterrito, mi si attaccò la lingua al palato, nè come dovea, in mezzo alle mie ansietà, con lettera ti visitai. Ma per non ti mettere, forse a motivo della maraviglia mia, in contrasto, [p. 123 modifica]ti scriverò, svelandoti la causa onesta dell’ammirazione.

Dio sa che mi trovo in mezzo a gente perversa, e che da procelle varie ed intollerabili vi sono continuamente agitato; e perciò se la mia memoria intrigata sempre in molte ansietà non erra, mi ricordo d’aver udito che tu, lasciata appena la poppa dell’amorosa madre, nel coro entrasti delle fanciulle eliconie, dove l’età puerile sotto gli occhi degli educatori fortificando, e con vago ed interno sguardo gli elementi della Grammatica ruminando, e le sillabe, e per le selve delle dizioni in pratica passeggiando, gli aspetti loro, che modi delle significazioni appelliamo, per cui sono vicendevolmente connesse, e gli accenti considerando, una certa Dialettica, se non m’inganno, imitavi, cercando le cose non complesse, e degli scorrevoli sillogismi i varii modi conoscere ti affaticavi. Or mentre pe’ generi diversi del dire della Retorica con ingegnoso stilo ne passeggiavi, il fervido amor di guadagno dei tuoi dal pio seno di Rachele a quello di Lia, contro tua voglia ti trasportò. Ah cecità delle menti umane! Ah cupidigia insaziabile d’ammassar monti d’oro, ne’ quali costringete ad offuscarsi la serenità della mente, ritraendola dall’eterne delizie in cui dal primo Motore e creata, per imbrattarla nelle cose mondane, mortali e caduche! Ma in te che cosa n’avvenne? I doni magnifici di Giunone non valsero a togliere a Pallade i tuoi diritti, una volta che la margarita preziosa [p. 124 modifica]della scienza scuopristi; quantunque in mantello da mercatante, i sacri studi tu seguitavi, e l’acque del fonte eliconio di nascosto più avidamente gustavi, al tuo palato più che in aperto allora gradite. E perche ad età più forte eri giunto, de’ numeri pari e dispari dalla Aritmetica appreso il valore, la voluttuosa Musica seguitavi, e giunto a conoscere come natura impieghi ne’ volti degli uomini le triformi sue forze, metrica, ritmica, armonica, le figure della Geometria miravi, le diverse misure sue con istudio celebre ricercando.

Di qui adunque sei trasferito agli Astri; esamini degli erranti splendori i pianeti; lì di Cinzia i moti varii al tuo intelletto si mostrano, e come deposti i corni prenda figura di cerchio, non ignorandone lo scemare e le moltiplici forme. Di Stilbone lì vedi le ragioni a chiunque vi entra concordi; poi a’ raggi della casa di Citerea scintillanti di fervido amore ne sali, e per conseguenza penetri nel regno lucido del figliuolo del grande Iperione, dove osservi gli effetti del signor delle stelle; ma di questo non sazio, assalti il campo del belligero Marte, e la causa ricerchi del rubicondo colore; ed entrando nel palagio del re dell’argentea etade, ammirando ne lodi i moderati giudizii; di lì rintracciando gli antri dell’esiliato padre, lasciato quello inerte da parte, pieghi verso il nido di Leda, cui vedi su’ poli settentrionale ed australe piantato. Ammiri l’elevato e curvo zodiaco, e non senza calcolazioni aritmetiche le stelle consideri poste nel [p. 125 modifica]frisseo Ammone, nel Tauro, e nella gemina prole di Leda; più oltre vedendo il tropico del Cancro, e la bocca del nemeo violento Leone con Elle a tergo; di qui con avido sguardo l’equinozio passando, vedi la Lira, e più sicuro di Fetonte battendo il giusto sentiero miri l’animale mandato da Pallade contro Chirone, seguitato dalla madre Amaltea, dalla prole troiana, da’ due pesci; e quindi molte altre figure sotto climi diversi osservi con limpida vista.

Tu dunque, o carissimo, tanto dilettevoli cose, e l’animo tanto allettanti operante, se te lo ricordi, conobbi, e tua mercè fui di sì gran dolcezza partecipe teco, ed anche diventai tuo amico. In così alto mistero, in così dilettevole e sacro studio noi la somma providenza congiunse, i quali uguaglianza dell’animo unì, unisce, e sempre unirà.

Già fattomi perito in sì mirabile scienza ti vidi la sapienza visitar dell’altissimo poeta Marone; ed all’impulso di Citerea, modulando Calliope, cantavi i soavissimi versi d’Ovidio; e Lucano e Stazio, guerre crudeli dicenti in tuono ferocissimo, recitavi, unendo a questi le prose di Sallustio e di Tito Livio chiaro scrittore de’ fatti romani. Quindi anelante libri di Filosofia e di sacri ragionari cercavi, ed osservando religione, e culto di Dio, la sua grazia debitamente bramavi; senza pari laudando gli studi e la vita pacifica e queta; cose tutte che dilettavano l’animo amico, ed in esso la brama di studiare [p. 126 modifica]accrescevano. Ma come allora, che per vapore d’improvviso acceso nell’aere l’occhio vedendo il limpido cielo, tranquillamente l’ammira: così il mio cuore in pace riposante pensando a te, di maraviglia si riempì quando in un dato giorno t’udii guerriero, ed oh! esclamando, misi fuora luttuosi sospiri... Che un tale narrava come fortuna mutatrice delle cose mondane, invidiando la felicità de’ Marrensi, dall’auge della volubil sua ruota volendoli in un angolo delta terra precipitare, mosse civili discordie, ed oppose loro in armi furibonde i Gapti; per lo che la terra di Barletta divise in fazioni, dove allora stavi dimorando tu, preso da sdegno contro i Gapti, od in amicizia legato co’ Marrensi non so; so bene che la parte di questi a tuo potere aiutasti. Infatti unendoti a loro, tanto feroce, com’è la fama, e d’ogni pietà casso operavi, che d’aver lordato le vie di sangue de’ nemici per poco non tripudiasti, ed ivi dando crudeli consigli stimolavi gli uomini a guerra con acerbe parole; mani, piedi, e capi degli inimici troncando, li inchiodavi negli scudi de’ tuoi, ed appiccando fuoco alle case nemiche ti diletteva le fiamme inestinguibili starne a vedere. Assoldati cavalieri e fanti con serragli e ripari di legno afforzando intorno intorno le case, e traverso le vie lunghe catene tirando, il passo negavi agli assalitori, ed anche di balestre, balestrieri e frombolieri provvisto obbligavi a tenersi lungi le schiere nemiche, e con mostruosi comandi i cuori umani a crudeltà [p. 127 modifica]disponevi. Ed oh quante si dicean più cose per le quali maggior forza acquistava empietà! In udendo tal cagion di dolore le viscere si commossero del cor mio; e prima d’ardire un che, volli due e tre volte con giuramento riudirne il racconto; ma già miserabilmente credendo, allontanatomi un poco dai narranti, a pensar di te cominciai così: Qual mai furore lo mosse? Quali Eumenidi il cuore già da pietà guernito gli invasero? Egli pacifico, egli nel fondo di mansuetudine collocato, e perciò sollecito di fuggire lasciava cadere le risse: ora infiammato d’iniquità prende a difender anche le cause altrui! Oh quanto è pericoloso il perturbamento de’ miti! ira peggiore non v’è della mite! Ciò detto, alzati gli occhi al cielo, con parole e singhiozzi interrotti presi a dire così: O Pallade, della sapienza, e perciò della quiete la Diva, che cosa mai ell’è questa? Forse s’impadronì ora del tuo campo Bellona? A chi facilmente s’apparecchiava un libro, s’appresenta ora uno scudo? invece di penna si sguaina e si porge la spada? Lì dove a perpetua quiete si attingevan delizie, ora si veste corazza, si diventa robusti? il capo già chinato col libro per giovarne intelletto e memoria, ora di cimiero armato superbamente si estolle? apparisce così! ma non fu questi sin dall’infanzia ne’ tuoi focolari educato? sì certamente; or d’onde fu che giungesse, per non dir s’inoltrasse a fierezza sì grande? ch’è ben sorprendente dal favo del miele veleni aconiti uscirne! e tu [p. 128 modifica]Giunone d’invide ricchezze studiosa2, che non rendi solamente audaci i ricercatori di quelle, ma togli ad essi ancor le acquistate, ispirando timore, in tal modo conservasti la quiete di tua natura? torni pure il ciclo a girare all’indietro, da che ad uomo sin dall’infanzia tra le arti liberali incivilito, è nato e si è nudrito furor di guerra civile, lì dove quiete dell’animo per forza di natura raccogliesi, dove pace di Dio, pietà coltivando, si cerca3.

Dicendo così, vedeami come dinanzi agli occhi i divini pericoli a Mario, a Silla, a Pompeo, a Cesare ed agli altri promotori di civili discordie venuti, e pensando a loro non potea stare senza temere del pericolo tuo. Ma posto che in progresso di tempo udissi la tua magnanimità raccontare colle cose laudabili del tuo ingegno, senza ostacolo di timor ne godea; e se fossero avvenute a pro della repubblica della patria tua, non so chi ed Orazio Cocle, o Muzio Scevola, o M. Curzio nelle tue lodi potria mettere in campo, dato quel che n’udii anche dopo, cioè, che motivo laudabile non meno di quello dell’utile della repubblica ti movesse, qual’è l’amicizia, per cui la stessa repubblica non di rado è lasciata andare, ed è messa in devastazione, sendo che [p. 129 modifica]l’mmutabile verità nel vangelio testifichi niuno aver carità maggiore di chi dia pe’ proprii amici la vita. Per tali considerazioni adunque più volte mi ritenni da scriverti, avendo non una sola volta pensato di farti ammonito con lettere mie.

Ma che più dilungherommi in parole? mi contristai pensando al peggio, che, a Dio grazie, ebbe fine, ma le illustri tue geste sussistono per durare in eterno, e giungere dopo lungo travaglio al disiato fine de’ patimenti, la pace, per cui nelle afflizioni l’anima mia teco era afflitta. Così ritornò alla tranquillità di prima, che io ti acconsento durevole, dovendo tu sempre avere a memoria qual siano pace, serenità di mente, tranquillità d’animo, semplicità di core, vincolo d’amore, consorzio di carità; questa toglie l’inimicizie, calma le guerre, comprime gli sdegni, calpesta i superbi, ama gli umili, tranquilla i discordi, concorda i nemici, e placida con tutti, non cerca il d’altrui, niente ha per suo, insegna ad amare quel che odiar non seppe, non s’inalza, non si gonfia giammai. Chi dunque l’acquista se l’abbia cara; chi non l’ha più la richieda; chi l’avrà perduta ricerchila; perche qualunque non sia trovato essere in lei e rifiutato dal padre, diseredato dal figlio, e niente meno si allontana dallo Spirito Santo, nè potrà mai all’eredità del Signore arrivare chi serbar non voglia il testimonio di pace.

Or quanto di bene trovisi in lei con retto core considera. Che se il tempo nugoloso, allo spirar [p. 130 modifica]di zeffiro rischiarato, tornasse a turbarsi? che se fossi in angoscia? dal già detto ne procedevano ben molte cause di maraviglia, le quali sin a che tennero il core, tanto anche da scrivere impedirono il dover della mano. Ma ora le nuove maraviglie soavi nell’anima posano, perchè l’oblivione separante gli amici, non ti possiede la mente, di letizia in turbine dissoluto. E ben tu m’avresti dovuto scrivere, perchè teco le parole cantassi di Simeone: Or manda in pace il servo tuo secondo la tua parola, o Signore. E ben dovesti la tua nuova allegrezza far sapere all’amico, la quale con pronto favor di fortuna tu senti esserti conceduta. Nè, per quanto il comune amico mi riferì, congiungesti, a mediazione de’ tuoi, un utile desiderabile avvolto per ogni lato in mondani vantaggi; ma la moglie, che, a detto del medesimo amico, è nobile e bella, penso sarà anche buona, giudicandone da te che scegliestila; e da chi te l’ha data. Intesi pure che l’officiò debito a Giunone fu a maraviglia compiuto e, come credo, Imeneo d’intorno al letto nuziale tenne le allegre faci. Mi congratulo quanto posso di tutto; e davvero, se Lucina ti desse prole (che lo farà, come spero), mi sarebbe gratissimo che nelle mie mani si lavasse al sacro fonte battesimale, affinchè gli uniti per amicizia stringesse di più il vincolo della spirituale parentela.

Ora dunque contentandoti di poter compiacere alla nuova compagna perciò avrai di certo, almeno in parte, tralasciato i tuoi studi, dando [p. 131 modifica]retta al filosofo che insegna non potersi servire insieme a moglie ed a studio; e perchè vorrai anche riparare co’ tuoi interessi al tempo nelle risse perduto, prenderò animo. Essendo che la sincerità di perfetta divozione domandi, che si ricorra in caso di bisogno a’ compagni ed amici senza vergogna di scuoprire a’ pietosi occhi loro le piaghe segrete, non picciol dono ti chiederò. Venutomi, non è gran tempo, casualmente alle mani il bellissimo libro, che le fraterne schiere e la guerra tebana in versi descrive, a competente prezzo il comprai; ma non potendolo intendere bene senza maestro, o senza note, mi ricordai della tua Tebaide, e mi proposi di chiedertela all’amichevole colla presente; ti prego dunque affettuosamente di volermela prestare sin che ne faccia brevemente ridurre le note nel libro mio, e poi te la rimanderò; lo che mentre sarà per me favore grandissimo, spero che ora non t’incomoderà. Servi dunque un amico desiderante di potersi impiegare per te; fa’ presto quel che vuoi fare perchè servizio lesto, servizio doppio. So che se ti fosse noto come tutte insieme ed in in solido mi tormentino Venere, Giunone, e Rannusia, mosso per ogni verso a pietà me l’invieresti senza ritardo; che più, non restami altro conforto, se non che, alla vista de’ miei lettori di Decretali sottraendomi, quasi infastidito da loro, cercare altri libri, e leggendoli, da pellegrino e non da ospite scorro qua e là nel castello; [p. 132 modifica]e nel leggere così colle pene altrui, secondo il detto comune:
               A’ miseri è conforto aver compagni,
mitigo alquanto le proprie, che non mi curo notificartele colla presente, essendo tu nei termini di letizia rientrato, cui non voglio colle inquietudini mie perturbare; molto più che non potrebbero a sufficienza spiegarsi in parole, ma in lacrime; per che farò a questa lettera una frangia di lamentazioni, e mi darò pace.

Sento ohimè! troppo gravi e difficili i flagelli della fortuna; che non solamente sopportabili ma ridicoli, ed anche piacevoli sono stimati, come in verità sono, quando ragione libera li rimembra; e non paiono arrecar peso o difficoltà. Lo so, non l’arrecano; anzi tutto rinchiudono nel languor di chi soffre, e trovano un certo dolce di sua natura al gusto del febbricitante adattato. Laonde come il malato affannoso lo stato suo ignorando spesso la sanità dell’anima sospira, che io nel desiderio del sommo bene traverso a’ nugoli di quaggiù appena discerno......4 nè mai potei sottrarmi dalle inquietudini che mi assalgono, sia per lo stimolo d’iracondia, sia pel torpore di negligenza; e nasce di qui ciò che vorrei pure, o carissimo, desiderare di correggere. Per questo io grido a te, ed imploro5 con [p. 133 modifica]tutto l’anelito del core che tu voglia mandarmi l’oracolo della tua consolazione, affinchè mi venga, forse, quel zeffiro celeste, che angareggia non mai colla violenza della sua santa opposizione; e donde angareggia? donde crediamo che il regno de’ cieli pata violenza. Egli disperga le tenebre mie, e disperse disciolgale, affinché lo stato degli amanti con vista più perspicace lo distingua, e distinguendolo, io ne sia più ordinatamente commosso, e per gli affetti ordinati dalla concordia della carne e dello spirito non senta le cose lievi per gravi, non prenda il bene per male tratto fuori di ragione dalla fallacia del mondo; ma bensì quel che è lieve e giocondo, giocondamente lo riceva, ed in faccia al veramente pestifero, non meno che il fanciullo alla vista dell’angue, impallidisca dalla paura. Bramo che tu stia bene. Scritta a piè del monte Falerno presso la tomba di Marone Virgilio a’ xxviii di Giugno.




Note

  1. Nel testo è famis. Avrei voluto correggere famae, essendo anche questa lettera malconcia dal copista, ma poi mutai parere, perchè nella lettera si trova consolationis esuries. Probabilmente sacra fames è in senso di santa fame, ossia santa avidità, del bene, della istruzione ecc.
  2. Juno regnorum ac divitiarum faciunt Deam, sic et conjugii, ut scribit Virgilius “Junoni ante omnes cui vincla jugalia curae„. Bocc, Geneal. Deorum, lib. ix, cap. i.
  3. Il testo è scorretto, o manca qualche cosa; onde tradussi così per dare un senso al periodo.
  4. Qui lasciai di tradurre quel che non intesi, nè seppi alla meglio riordinare come tentai di fare altrove.
  5. Il testo ha deploro, forse per imploro.