Odissea (Romagnoli)/Canto XI

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Canto XI

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Omero - Odissea (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Canto XI
Canto X Canto XII

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     Ora, poiché tornati noi fummo alla nave ed al mare,
prima di tutto, la nave spingemmo nel mare divino,
l’albero con le vele drizzammo sul negro naviglio,
prendemmo e v’imbarcammo le greggi, e noi stessi salimmo,
pieni di cruccio il cuore, versando gran copia di pianto.
E per noi, dietro la nave cerulea prora, una brezza
mandò propizia, buona compagna, ch’empieva la vela.
Circe dai riccioli belli, la diva possente canora.
E noi, gli attrezzi tutti deposti lunghessa la nave,
sedemmo; ché a guidarla pensavano il vento e il pilota.
Tese restar tutto il giorno le vele, e la nave correva.
S’immerse il soie, tutte le vie si coprirono d’ombra,
giunse la nave presso d’Ocèano ai gorghi profondi.
Qui sorge la città, il popolo è qui dei Cimmèri,
che vivon sempre avvolti di nebbie, di nubi; e coi raggi
mai non li guarda il sole fulgente che illumina il mondo,
né quando il volo al cielo cosparso di stelle dirige,
né quando poi dal cielo si volge di nuovo alla terra;
ma ruinosa notte si stende sui tristi mortali.

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Al lido, quivi giunti, spingemmo dapprima la nave;
quindi, sbarcate le greggi, lunghesso l’Ocèano, noi stessi,
per giungere alla terra che detta avea Circe, movemmo.
Qui Periniède ed Euriloco tenner le vittime ferme;
ed io, di presso al fianco fuor tratta l’aguzza mia spada,
scavai, lunga d’un braccio da un lato e dall’altro, la fossa,
e a tutti i morti quivi d’attorno libami profusi,
di latte e miele il primo, di vino soave il secondo,
il terzo d’acqua; e sopra cospersi la bianca farina,
e alle care ombre dei morti promisi con molte preghiere
che, giunto ad Itaca, avrei sgozzata una vacca infeconda,
l’ottima, e sopra il rogo gittato ogni sorta di beni;
ed a Tiresia avrei, per lui solo, sgozzato un agnello
negro di pelo, quello che fosse fra i greggi il migliore.
Poi che con voti e scongiuri cosí le progenie dei morti
ebbi pregate, presi le vittime, e sopra la fossa
tagliai le gole ad esse. Scorrea negro e tumido il sangue.
E l’anime dei morti su corser da l’Èrebo in fretta,
vergini, fanciulletti, vegliardi fiaccati dal duolo,
tenere giovinette dal cuore inesperto di pene;
e molti dalla punta di bronzee lance trafitti
uomini in guerra spenti, con l’arme bagnate di sangue,
chi di qua, chi di là, si addensavano intorno alla fossa,
con alti urli: si ch’io di bianco terrore mi pinsi.
Ai miei compagni allora mi volsi, diei l’ordine ad essi
che le giacenti greggi sgozzasser col lucido bronzo,
le scoiasser, le ardessero, preci volgessero al Nume
Ade possente, e a Persèfone, ignara di teneri sensi.
Ed io poi, sguainata dal fianco l’aguzza mia spada.

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stetti lí, né lasciai che le fatue parvenze dei morti
s’avvicinassero al sangue, finché non giungesse Tiresia.
     Prima l’anima giunse d’Elpènore, il nostro compagno
che seppellito ancora non era soltessa la terra,
ma nella casa di Circe lasciato avevamo il suo corpo
non seppellito, non pianto, perché ci premeva altra cura.
Piansi, vedendolo qui, pietà ne sentii nel mio cuore:
e a lui cosí mi volsi, dicendogli alate parole:
«Come sei giunto, Elpènore, in questa caligine fosca?
Prima tu a piedi sei giunto, che io sopra il negro naviglio»•
     Cosí gli dissi; ed egli, piangendo, cosí mi rispose:
«Ulisse, o di Laerte divino scaltrissimo figlio,
tristo un dèmone m’ha rovinato, e la forza del vino. \
Addormentato m‘ ero in casa di Circe; e sul punto
di venir via, scordai da qual parte scendeva la scala:
mossi dal lato opposto, piombai giú dal tetto; ed il collo
mi si stroncò nelle vertebre, e scese lo spirito all’Ade.
Ora, per i tuoi cari, che sono lontani, io ti prego,
per la tua sposa, pel padre che t’ha nutricato piccino,
e per Telemaco, solo lasciato da te nella reggia,
giacché so che, partendo di qui, dalle case d’Averno,
dirigerai di nuovo la prora per l’isola eèa.
Quivi ti prego che tu di me ti ricordi, o signore,
sí che, partendo, senza sepolcro non m’abbia a lasciare,
senza compianto: per me non ti segua lo sdegno dei Numi.
Bensi con l’armi, quante n’ho indosso, mi brucia sul rogo,
e un tumulo m’innalza sul lido spumoso del mare,
che giunga anche ai venturi notizia di questo infelice.,
Questo per me devi compiere. E il remo sul tumulo infiggi,
ond’io fra i miei compagni remigar solevo da vivo».

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     Cosí mi disse; ed io con queste parole risposi:
«Tutto per te, sventurato, farò, compierò quanto chiedi ’.
Cosínoi due stavamo, con queste dogliose parole,
io da una parte, distesa tenendo sul sangue la spada,
e del compagno l’ombra, con molte parole, dall’altra.
E della madre mia defunta qui l’anima apparve,
d’Anticlea, la figliuola d’Aulòlico cuore gagliardo,
che lasciai viva quando per Ilio la sacra salpai.
E lagrime versai, vedendola, e in cuore m’afflissi;
ma non permisi, per quanto gran cruccio mi fosse, che al sangue
s’avvicinasse, prima d’aver consultato Tiresia.
Ed ecco, l’alma giunse del vate di Tebe, Tiresia,
con l’aureo scettro in pugno, che me riconobbe, e mi disse:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
or come mai, sventurato, lasciata la luce del sole,
giunto sei qui, per vedere la trista contrada dei morti?
Scòstati, via, dalla fossa, tien lungi l’aguzza tua spada,
ch’io beva il sangue, e poi ti volga veridici detti».
     Cosí disse. Io, scostata la spada dai chiovi d’argento,
nella guaina di nuovo la spinsi. E il veridico vate,
bevuto il negro sangue, cosí mosse il labbro a parlare:
«Celebre Ulisse, il ritorno piú dolce del miele tu cerchi.
Ma te lo renderà difficile un Dio: ché oblioso
l’Enosigèo non credo, che accolse rancore nell’alma
contro di te, furente, perché gli accecasti suo figlio.
Eppure, anche cosí tornerete, sebben fra le ambasce,
se le tue brame e le brame frenare saprai dei compagni,
allor che primamente dal mare color di viola
all’isola Trinacria coi solidi legni tu approdi.
Qui troverete bovi che pascono, e pecore grasse,

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greggi del Sole, che tutto dall’alto contempla, e tutto ode.
Se tu le lasci illese, se pensi soltanto al ritorno,
sia pur fra mille crucci, tornare potrete alla patria.
Ma se le offendi, invece, predico rovina al tuo legno,
ai tuoi compagni. E se pure tu giunga a salvarti, ben tardi,
tutti perduti i tuoi compagni, su nave straniera,
doglioso tornerai, troverai nella casa il malanno:
uomini troverai che protervi ti vorano i beni,
che la tua sposa per sé vagheggiano, e le offrono doni.
Ma tu farai, tornando, giustizia di lor tracotanza.
E quando avrai purgata cosí la tua casa dai Proci,
o con l’inganno, o a viso aperto, col brando affilato,
allora dà di piglio a un agile remo, e viaggia,
sinché tu giunga a genti che il pelago mai non han visto,
né cibo mangian mai commisto con grani di sale,
che navi mai vedute non hanno dai fianchi robusti,
né maneggevoli remi, che sono come ali ai navigli.
E questo segno ti do, ben chiaro, che tu non lo scordi.
Quando, imbattendosi in te, un altro che pure viaggi,
un ventilabro ti dica che rechi sull’omero saldo,
allora in terra tu conficca il tuo solido remo,
ed a Nettuno immola prescelte vittime: un toro,
un ariete e un verro, petulco signore di scrofe.
Alla tua patria quivi ritorna; ed ai Numi immortali
ch’ànno nell’ampio Olimpo dimora, offri sacre ecatombe,
a tutti quanti, per ordine. E infine, dal mare una morte
placida a te verrà, che soavemente t’uccida,
fiaccato già da mite vecchiezza. E felici dattorno
popoli a te saranno. Vero è tutto ciò ch’io ti dico».

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     Cosí mi disse. Ed io risposi con queste parole:
«Tiresia, i Numi stessi tramaron cosí questi eventi.
Ma dimmi questo, adesso, rispondimi senza menzogna:
io della madre mia già spenta qui l’anima veggo,
ed essa presso al sangue sta senza parola, e sul figlio
non leva pur lo sguardo, a lui non rivolge parola:
dimmi, signore, come potrà riconoscer suo figlio».
     Cosí dissi; ed ei pronto rispose con queste parole:
«Una risposta ti posso dar súbito; e tu nella mente
figgila. Della gente defunta chiunque tu lasci
giungere a bere il sangue, può dirti veraci parole:
a chi tu lo contenda, dovrà senza motto ritrarsi
     Ora, poi ch’ebbe cosí pronunciati i fatidici detti,
tornò F alma del prence Tiresia alla casa d’Averno,
ed io fermo colà rimasi, finché sopraggiunse
mia madre, e il negro sangue fumante bevette; ed allora
mi riconobbe; e, piangendo, mi volse l’alata parola:
«Come sei giunto, o figlio, tra questa caligine buia,
vivo tuttora? E ben arduo, pei vivi, veder questi luoghi:
ché per lo mezzo vi sono gran fiumi ed immani canali:
l’Ocèano, innanzi tutto, che facil non è traversarlo,
chi debba muovere a piedi, chi solido legno non abbia.
Forse da Troia qui dopo lunghi giorni d’errore,
con la tua nave, coi tuoi compagni sei giunto? Toccata
Itaca ancor non hai, non hai vista la casa e la sposa?».
     Cosí mi disse; ed io risposi con queste parole:
«Necessità, madre mia. m’addusse alle case d’Averno,
ch’io consultar dovevo Tiresia, il profeta di Tebe;
ché giunto ancor non sono vicino all’Acaia, né piede
sulla mia terra ho messo; ma vado soffrendo ed errando

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da che prima seguii Agamènnone sangue divino
verso Ilio, di cavalli nutrice, a pugnar coi Troiani.
Ma dimmi adesso ciò, rispondimi senza menzogna:
quale di morie doglioso desiino t’ha dunque fiaccata?
Un lungo morbo. Forse? o Artèmide vaga di strali
te con le miti saette percosse, e ti diede la morte?
E di mio padre dimmi, dei figlio che in casa ho lasciato,
se ancora il mio potere ad essi rimase, o se altri
I occupa già, per certezza ch’io piú ritornare non debba.
E dimmi della sposa contesa, che pensa e disegna:
se presso il figlio rimane, di tutto fedele custode,
o se l’ha già sposata chi piú fra gli Achivi primeggia ’.
     Cosí dissi. E a me pronta rispose la nobile madre:
«Certo, rimane certo la sposa, con cuore tenace,
nella tua casa; e vede distruggersi l’un dopo l’altro
le notli e i giorni, in pena; né mai si rasciuga il suo pianto
II tuo potere, no, nessuno lo usurpa; ma in pace
vigila sui tuoi beni Telemaco, e parte alle mense
pubbliche prende, come s’addice ad un re: ché ciascuno
lo invita. Ma tuo padre la vita nei campi trascorre,
e mai nella città non scende, né letto possiede,
né manti, né coperte, né vaghi tappeti. L’inverno,
vicino al focolare, tra i servi riman dentro casa,
sopra la cenere, e dorme coperto di misere vesti;
quando l’estate poi sopra giunge, ed il florido autunno,
qua e là sopra le balze, fra i tralci di qualche vigneto,
si sdraia lungo in terra, su letti di foglie cadute;
e qui crucciato giace, gran doglia nutrendo nel cuore,
te desiando; e su lui s’aggrava la triste vecchiaia.

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Altri poi figli a Cretèo generò questa donna regale:
Amitaòn. di cavalli maestro, ed Esóne, e Ferète.
     Antíope dopo questa m’apparve, figliuola d’Asòpo,
che tra le braccia di Giove giaciuta era, disse; e dal Nume
due pargoletti aveva concetti, Anfione e Zeto,
che Tebe pria fondaron, città di settemplici porte,
che la munir di torri; perché rimaner senza torri,
per quanto in Tebe fosser gagliardi, possibil non era.
     E dopo lei, la sposa vid’io d’Anfitrione, Alcmena,
che concepí, confusa d’amore con Giove possente.
Ercole, cuor di leone, dall’animo pieno d’ardire.
     E di Creonte l’ardito poi vidi la figlia. Megara.
che sposa fu del figlio d’AIcmena dall’animo invitto.
     E vidi poi la madre d’Edipo, la bella Epicasta,
che si bruttò, ma contezza non n’ebbe, di macchia nefasta:
sposò suo figlio. Ucciso avea questi il padre, e la madre
sposò: sono i disegni dei Superi oscuri ai mortali.
Or ne la bella Tebe costui, molte pene soffrendo,
regnò sopra i Cadmei, pel funesto volere dei Numi;
ed essa, un laccio appeso dall’alto soffitto, discese
nella munita casa d Averno, onde piú non si riede,
vinta dal suo cordoglio, lasciando ad Edipo gli affanni,
tanti quanti ai mortali ne infliggon l’Erinni materne.
     E la bellissima Clori vid’io, che una volta Nelèo
sposò per la bellezza, le offerse moltissimi doni.
la piú giovane figlia d’Anfione figlio di Iasi,
che un dí tendea lo scettro su Orcòmeno, rocca dei Mini.
In Pito essa regnò, partorí bellissimi figli,
Periclimèno, vago di pugne, e Nestore, e Cromio;
e a luce diede Péro, la prode, stupore ai mortali,

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cui tutti i confinanti volevano sposa. E Nelèo
a quegli la promise che i bovi ampie fronti lunate
d’Ificle valoroso recassero a lui da Fliàca.
Ben dura impresa; e solo promise di compierla il saggio
vate; ma l’irreti l’avverso destino del Nume: ’
ch’entro dogliosi ceppi lo avvinser selvaggi bifolchi.
Ma quando a compimento poi giunsero i mesi ed i giorni,
quando col volger dell’anno tornaron le nuove stagioni.
Ificle sciolse il vate dai ceppi, poiché gli ebbe detti
tutti i responsi; e cosí fu compiuto il volere di Giove.
     E poi la vaga Leda, la figlia di Tindaro vidi.
Essa allo sposo diede due figli di cuore gagliardo:
Castore di cavalli domatore, e il pugile prode
Polluce: vivi entrambi li chiude la terra ferace.
E, pur sotterra, essi hanno tal pregio da Giove ottenuto,
che, con alterna vece, ciascun vive un giorno, ed un altro
giace defunto: ed onore riscuotono al pari dei Numi.
     Ifimedèa, la sposa d’AIòe dopo quella m’apparve,
che con Posidone re s’era stretta, diceva, d’amore,
e due figli die’a luce, che vissero sol poco tempo:
Oto divino, e, famoso fra tutte le genti, Efialte,
i piú grandi fra quanti la terra datrice di spelta
ne generasse, i piú belli, se il grande Orione tu togli.
Nove anni aveano, e in largo cresciuti eran cubiti nove,
nove orge eran cresciuti d’altezza. Ed allora, minaccia
volsero ai Numi, signori d’Olimpo immortali, che indetta
avrian la guerra ad essi, la tumultuosa battaglia.
E su l’Olimpo l’Ossa pensarono imporre, e su l’Ossa
il frondeggiante Pelio, che al cielo salisse una strada.
E conseguian l’intento, se a lor maturavano gli anni;

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ma morte ad essi die’ di Latona e di Giove il figliuolo,
prima che sotto le tempie spuntasse la prima pelurie,
che di caluginè in fiore velasse e fiorisse le gote.
     E Fedrà quindi e Procri poi vidi, e la bella Arianna,
la figlia dell’infesto Minosse, che un giorno Tesèo
volle condurre da Creta al clivo d’Atene la sacra;
ma non potè goderne; ché Artèmide prima l’uccise
in Dia marina: Bacco segnata l’aveva ai suoi colpi.
     Maira e Climène poi, poi vidi Enfila odiosa,
che del marito vendè la vita, n’ebbe oro in compenso.
     Ma tutte non ti posso narrare, né dirtene il nome,
quante consorti, e quante li vidi figliuole d’eroi:
pria sfumerebbe la notte divina; e tempo è che si dorma,
sia che recare alla nave mi debba, oppur qui rimanere,
e del ritorno a voi lasciare la cura ed ai Numi».
     Cosí diceva. E tutti rimasero quivi in silenzio,
presi da dolce incanto, per entro l’ombria della sala.
E Arete, bianco braccio, cosí cominciava a parlare:
«Feaci, or che vi sembra che debbasi dir di quest’uomo,
della statura sua, dell’aspetto, dei senno che mostra?
Ospite è mio; ma partecipa ognuno di voi l’onor nostro.
Perciò, fretta non s’abbia di dargli congedo; né avari
siate di doni a lui, che n’ha pur bisogno; ed in casa
possiede ognun di voi molti beni, mercé dei Celesti».
     E allora il veglio Echèno rispose con queste parole:
«Non sono inopportune, non vanno lontane dal segno
della regina le sagge parole: obbediamola, amici;
ma la parola attendiamo d’Alcinoo, l’esempio attendiamo».
E Alcinoo qui parlò, rispose con queste parole:
«Tutto ciò ch’ella disse compiuto sarà, quanto è vero

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ch’io vivo, e sono re dei Feaci maestri di remi.
Or l’ospite, per quanto gli tardi tornare alla patria,
sino al novello giorno s’induca a restare, ch’io tutti’
abbia raccolti i doni. Si lasci il pensier del viaggio
alle mie genti, e a me, che sono del popol signore».
     E gli ripose Ulisse, i’accorto, con queste parole:
«Alcinoo re, che insigne sei tanto fra gli uomini tutti,
anche se voi mi diceste che un anno io restassi, e frattanto
in’apparecchiaste voi la scorta, e m’offriste presenti,
contento io ben sarei: ché certo sarebbe pel meglio
ch’io con le mani colme tornassi alla terra materna:
piú mi farebbero onore, piú allora diletto sarei
a quanti me tornato vedessero in Itaca alpestre».
     E gli rispose Alcinoo con queste veloci parole:
«Se ti guardiamo, Ulisse, non t’assimigliamo di certo
a tessitor d’inganni, di frodi ad artefice, quali
tanti ne suole e tanti nutrire la terra feconda,
che tramano menzogne piú ch’altri sapesse scoprirne.
Di tue parole è vaga la forma, e son savi i concetti:
con arte pari a quella d’un vate hai narrata l’istoria
dei luttuosi tuoi travagli, e di tutti gli Argivi.
Ma questo dimmi adesso, rispondimi senza menzogna:
se alcun dei semidei tuoi compagni vedesti, che ad Ilio
vennero insieme con te, che incontraron la stessa tua sorte.
È lunga questa notte, non termina piú: non è l’ora
di riposare, ancora: le gesta mirande a me narra:
sino all’aurora divina vorremmo protrarre la veglia,
se tu qui rimanere volessi a narrar le tue pene».
     E gli rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Alcinoo re, che insigne sei tanto fra gli uomini tutti,

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c’è l’ora di far lunghi discorsi, e c’è l’ora del sonno.
Se i miei racconti ancora desideri udir, non rifiuto
di raccontarti i miei cordogli, e i cordogli maggiori
dei miei compagni, quanti piú tardi trovaron la morte,
che nelle crude battaglie di Troia rimasero salvi,
e nel ritorno li spense la trama di perfida donna.
     Dunque, dopo che l’alme di tante eroine, disperse
ebbe chi qua chi là Persèfone, Dea veneranda,
l’anima si mostrò d’Agamènnone figlio d’Atrèo,
tutta crucciosa; e intorno l’altre anime gli erano strette
che nella casa d’Egisto trovarono il fato di morte.
Súbito mi conobbe, poi ch’ebbe bevuto del sangue:
acutamente gemè, versando gran copia di pianto,
e stese a me le braccia, bramoso di stringermi al cuore;
ma poi non era in lui la forza, non era il vigore
che nelle membra sue pieghevoli un giorno era stato.
E colmo di pietà fu il mio cuore, vedendolo; e piansi,
e mi rivolsi a lui col volo di queste parole:
«Sire di genti, Agamènnone. illustre figliuolo d’Atrèo,
quale t’ha mai prostrato destino di sorte funesta?
Sopra le navi forse t’uccise il Signore del mare,
di furiosi venti levando un’immane procella,
oppur sopra la terra t’uccisero genti nemiche,
mentre giovenchi rapivi, fiorenti di pecore greggi?
O per la tua città, per le donne tue combattevi?»
     Cosí gli dissi: ed egli con queste parole rispose:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
non già sopra le navi m’uccise il signore del mare,
di furiosi venti levando un’immane procella;
bensí m’apparecchiò la sorte fatale, e m’uccise

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Egisto; e insiem con lui la mia moglie dannata. In sua casa
a mensa ei m’invitò, mi sgozzò, come un bue su la greppia.
Finii cosí di morte miserrima; e gli altri compagni,
tutti accoppati senza pietà, come porci selvaggi
entro la casa d’un uomo di molto potere opulento,
per epule, per nozze, per qualche solenne convito.
Di molti uomini tu sei stato presente alla morte,
uomo contro uomo azzuffati, oppur nel furor della pugna;
ma gran pietà commosso t’avrebbe, se li visto avessi
come d’intorno ai cratèri, d’intorno alle tavole colme,
noi giacevamo, e il suolo tutto era un gorgoglio di sangue.
E di Cassandra udii, della figlia di Priamo, il grido,
ch’era uno strazio: vicino a me la sgozzò Clitennestra,
la frodolenta; ed io percotea co.i le braccia la terra,
morendo, con la spada confitta nel corpo. E la cagna
s’allontanò; né, mentre scendevo alle case dell’Ade,
degnò tender la mano, per chiudermi gli occhi e le labbra.
Opera alcuna di donna non c’è cosí atroce e selvaggia
come il misfatto turpe che quella pensò, d’apprestare
a morte al suo compagno legittimo. Ed io m’aspettavo
che festa i figli miei m’avrebbero fatto, e i famigli,
come tornassi. Ma quella, maestra d’ogni arte funesta,
sopra di sé, sopra quante saranno le donne future,
profuse vituperio, se pur bene adoperi alcuna».
     Cosí diceva. Ed io risposi con queste parole;
«Ah! di quant’odio Giove che volge su tutto lo sguardo,
con le muliebri frodi percosse la stirpe d’Atrèo
sin da principio! Fu Elena a molti cagione di morte:
a te, mentre lungi eri, tramò Clitennestra l’inganno!»

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     Cosí dicevo; ed egli con queste parole rispose:
«Perciò troppo benigno non sii neppur tu con tua moglie,
né confidarle tutto, qualunque discorso tu sappia;
bensí dille una cosa, ma lasciane un’altra nascosta.
Sebbene, Ulisse, tu non avrai da tua moglie la morte.
Troppo ella è saggia, e troppo nutrita di buoni pensieri,
d’Icaro la figliuola, Penèlope piena di senno.
Lasciata noi l’abbiamo, quel di che alla guerra movemmo,
ch’ella era giovine sposa, che aveva al suo seno un fanciullo
tuttora infante, e ormai sarà divenuto garzone.
Felice lui! Che potrà suo padre vedere al ritorno,
potrà stringere al seno, com’è pur giustizia, suo padre!
Ma non permise mia moglie che gli occhi potessi saziare
nel viso di mio figlio: ché prima la morte m’inflisse.
Ma questo dimmi ancora, rispondimi senza menzogna:
se a caso udito avete che sia vivo ancora mio figlio,
forse in Orcòmeno, o forse nei lidi sabbiosi di Pilo,
o presso Menelao, di Sparta nell’ampie contrade;
oppur se morto è già, se Oreste sotterra è già sceso».
     Cosí mi disse; ed io con queste parole risposi:
«Perché queste domande, mi volgi, figliuolo d’Atrèo?
Se morto è già, se vive, lo ignoro: m’interroghi invano».
Cosi, queste parole dogliose scambiando, stavamo
pieni di cruccio, dagli occhi versando gran copia di pianto.
E a noi giunsero l’alme dinanzi d’Achille Pelide,
di Patroclo divino, d’Antiloco immune da pecca.
Ed anche Aiace giunse, che era d‘ aspetto e di mente
primo fra i Dànai tutti, dopo Achille immune da pecca.
L’alma mi ravvisò dell’Eàcide piede veloce;
e a me, piangendo, il volo diresse di queste parole:

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«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
misero te, quale impresa piú audace potevi tentare?
Come sei sceso all’Averno dove hanno dimora i defunti
privi di mente, vane parvenze di tristi mortali?»
     Cosí mi disse; ed io con queste parole risposi:
«Achille, o di Pelèo figliuolo, o il maggior tra gli Achivi,
venni per consultare Tiresia, se a volte un consiglio
mi desse, ond’io potessi tornarmene in Itaca alpestre:
ché ancor presso all Acaia non sono arrivato, né giunto
alla mia terra; ma sempre mi trovo fra i triboli. O Achille,
niuno fra noi di te piú felice, né in vita, né in morte.
Perché quando eri vivo, qual Nume ti abbiamo onorato,
quanti eravamo Argivi. Defunto, pur qui tra i defunti
sei grande. E dunque, Achille, se morto pur sei, non crucciarti».
     Cosí dissi. Egli a me rispose con queste parole:
«Non mi volere, Ulisse divino, lodare la morte:
vorrei, sopra la terra vivendo, esser servo d’un altro,
d’un uom privo di beni, che anch’egli stentasse la vita,
piuttosto che regnare su tutta la turba dei morti.
Ma dimmi una parola, su via, del mio figlio gagliardo,
se tuttavia si lancia per primo dove arde la pugna,
o se caduto è già. Di Pelèo senza macchia, se sai,
parlami, se dei forti Mirmidoni regge le schiere,
o se l’onor sovrano gli negano in Ellade e in Ftia,
perché già la vecchiaia le mani ed i piedi gli fiacca.
Deh!, se potessi, alla luce del sole volargli in soccorso,
tal nelle forze, quale per l’ampie contrade di Troia
il fiore dei guerrieri prostravo, in aiuto agli Argivi!
Se tale, anche un istante, tornassi alla casa paterna.

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render saprei funesta la furia e le invitte mie mani
a quei che gli fan forza, che privo lo voglion d’onori».
     Cosí mi disse. Ed io con queste parole risposi:
«Nessuna nuova darti posso io di Pelèo senza pecca.
Ma dei tuo figlio caro, del tuo Neottòlemo, tutta
la verità, come tu la chiedi, ti posso narrare.
lo stesso, sopra il curvo navile veloce, da Sciro,
insieme con gli Achei dai vaghi schinieri, lo addussi.
E quando intorno a Troia tenevam consiglio di guerra,
sempre parlava ei primo, né motto cadevagli in fallo.
Ma quando poi nel piano di Troia ferveva la lotta,
non rimaneva ei no, fra la massa, né in mezzo alle schiere,
ma con grande impeto innanzi correva, a nessuno secondo,
e molti, nella zuffa tremenda, guerrieri uccideva.
Ma tutti non ti posso narrare, né dirtene il nome,
di quante genti uccise, pugnando in favor degli Achivi:
basti che col suo brando trafisse di Telefo il figlio.
Eurifilo gagliardo; e molti compagni Cetèi
caddero a lui d’attorno: mercede, anche questa, di donna.
E quando poi s’entrò nel cavallo costrutto da Epèo,
quanti eravamo Argivi piú prodi, e tutto ebbi compiuto,
allora tutti gli altri dei Danai signori e sovrani
versavan pianto, e in ogni suo membro tremava ciascuno.
Ma quello, un solo istante non l’ebber questi occhi a vedere
né che il suo viso bello coprisse pallore, o la guancia
di lagrime bagnasse. Ma molto insisteva e pregava
che dal cavallo s’uscisse; e l’elsa stringea de la spada,
e l’asta grave di bronzo, meditando il mal dei Troiani.
Poi, quando fu distrutta la rocca di Priamo eccelsa,
il suo bottino e i suoi doni recando, salí sulla nave.

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illeso: ch’ei ferita non ebbe di lucido bronzo
da lungi inferta, o in zuffa da presso: che spesso interviene
nelle battaglie; ché Marte senz’ordine infuria nei colpi».
Cosígli dissi. E l’alma d’Achille dal piede veloce
s’allontanò, lunghe orme stampando, sul prato asfodèlo,
lieto che il figlio tanto si fosse distinto fra i prodi.
L’altre anime, via via giungendo, dei morti guerrieri,
stavano piene di doglie, narrando ciascuna sue pene.
L alma però d’Aiace figliuol di Telamone, stava
sola in disparte, tutta crucciata con me per la gara
ch’ebbi con lui, che vinsi vicino alle navi ricurve.
Premio eran l’armi d’Achille: deposte la madre divina
le avea: Pallade Atena fu giudice, e seco i Troiani.
Dehl, non avessi mai conseguita quella vittoria!
Ché, per sua causa, la terra nel grembo nascose un tant’uomo:
Aiace, che d’aspetto, che d’opere egregie eccelleva
sui Dànai tutti, dopo l’egregio figliuol di Pelèo.
E a lui mi volsi allora, con queste parole soavi:
«O di Telamone figlio, Aiace, neppur dopo morto
scordar ti vuoi del cruccio contro me»er l’armi dannate,
onde, voler dei Numi, gran doglie p Aon gli Argivi,
tale una loro torre crollava con te! ui tua morte
non meno che d’Achille figliuol di Pelèo ci crucciammo
quanti eravamo Achivi, dal fondo del cuor; né cagione
altra vi fu; ma Giove la schiera dei Dànai guerrieri
ferocemente odiava: perciò decretò la tua morte.
Ora t’appressa qui: porgi ascolto, signore, ai miei detti,
odi le mie parole, pon freno alla furia, allo sdegno».
     Dissi cosí; ma nessuna risposta mi diede; ed insieme
con l’altre anime mosse, per l’Èrebo, asilo dei morti.

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Quivi, benché adirato, risposta m’avrebbe pur data,
gli avrei parlato ancora; ma il cuore nel fondo del seno
veder desiderava pur l’anima d’altri defunti.
E qui-Minosse scòrsi, di Giove il chiarissimo figlio,
che con lo scettro d’oro partiva giustizia fra i morti,
seduto; e a quel signore d’intorno chiedeano i giudizi
l’anime, quale in pie’, qual seduta, nel regno d’Averno.
     E scorsi dopo lui, figura gigante, Orione,
che delle fiere gli spettri cacciava pel prato asfodelo,
quelle che uccise un giorno avea per i monti deserti,
ed una clava di bronzo vibrava, che mai non si frange.
E Tizio vidi, il figlio di Gea, famosissima Diva,
che sulla terra giaceva, che ben nove plettri occupava,
e gli rodevan due vulturi il fegato, un quinci, uno quindi,
scavandogli entro l’epa; né a schermo ei tendeva le mani;
perché Latona offese, la sposa di Giove, che l’ampie
terre di Panopèo traversava, alla volta di Pito.
     E poi Tàntalo vidi, che spasimi orrendi soffriva,
entro un padule immerso, che il mento giungeva a lambirgli.
Languiva egli di sete, né un sorso poteva gustarne:
ché, quante volte il vecchio, per ansia di ber, si chinava,
tante, assorbita, l’acqua spariva; e d’intorno ai suoi piedi
negra la terra appariva; ché un Dio la rendeva risecca.
Ed alberi fronzuti gran copia di penduli pomi
gli profondevano attorno, granati, dolcissimi fichi,
pere soavi, mele, con verde fiorita d’ulive.
Ma quante volte il vecchio tendeva le mani a ghermirli,
tante lanciava il vento le rame alle nuvole ombrose.
     E poi Sisifo vidi, che spasimi orrendi pativa,
che con entrambe le mani spingeva un immane macigno.

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Esso, facendo forza con ambe le mani ed i piedi,
su su, fino alla vetta, spingeva il macigno; ma quando
già superava la cima, lo cacciava indietro una forza.
Di nuovo al piano cosí rotolava l’orrendo macigno.
Ed ei di nuovo in su lo spingeva, e puntava; e il sudore
scorrea pei membri; e via gli balzava dal capo la polve.
     E scorsi dopo lui la possa d’Ercole invitto;
l’ombra: perché l’eroe fra i Numi che vivono eterni
gode i convivi: ed Ebe dal piede leggiadro è sua sposa.
E intorno era un clangore di spiriti, come d’augelli,
sbigottiti, chi qua, chi là: pari a livida notte,
ei, stretto l’arco ignudo, sul nervo dell’arco una freccia,
terribilmente guatava, come uomo già pronto a ferire.
A lui d’intorno al petto reggeva un gran balteo la spada,
orrido, tutto d’oro, di storie mirabili impresso:
orsi, cinghiali feroci, leoni dagli occhi di fiamma,
con zuffe, con battaglie, con morti di genti e stermini.
L’uom che con l’arte sua costruire quel balteo sapesse,
altra opra a quella pari comporre mai piú non potrebbe.
Mi riconobbe, appena gli caddi sott’occhio, l’eroe,
e, singhiozzando, il volo mi volse di queste parole:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
forse anche tu, sventurato, soffristi un malvagio destino,
simile a quello ch’io trascinai sotto i raggi del sole?
lo del Croníde Giove fui figlio; ma pure, un travaglio
interminabile m’ebbi: ché a un uomo di molto piú tristo
di me dovei servire, che gravi fatiche m’impose.
Ed una volta, anche qui mi mandò, per prendere il cane
ché non pensava ch’io potrei superare la prova.

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E tuttavia lo presi, potei fuor d’Averno condurlo,
ché mi fũr guida Ermete e Atena dagli occhi azzurrini».
     Detto cosí, di nuovo tornò nella casa d’Averno.
Ed io fermo colà rimasi, attendendo se alcuno
venisse degli eroi vissuti nei tempi remoti.
E avrei veduto allora qui, certo, gli eroi che bramavo;
ma mille turbe e mille si accolsero prima di morti,
con infinito clamore. E bianco terrore m’invase
che della Gòrgóne a me la testa, dell’orrido mostro
fuor dalle case d’Averno mandasse Persèfone bella.
Onde, alla nave presto tornato, ai compagni ordinai
che sovra il ponte anch’essi salisser, tagliasser le funi,
senza indugiare. V’entrarono quelli, sederono ai remi.
E via l’onda recò dell’Oceano sui rivi la nave:
prima la spinsero i remi; poi giunse la prospera brezza.



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