Oreste (Euripide - Romagnoli)/Secondo episodio

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Secondo episodio

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Euripide - Oreste (408 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1930)
Secondo episodio
Primo stasimo Secondo stasimo
Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta I poeti greci tradotti da Ettore Romagnoli

Indice dellopera, volumi I / VI

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Tragedie di Euripide (Romagnoli) V-0161.png


Si avanza Menelao magnificamente vestito.


CORIFEA
Or vedi che a noi s’avvicina
il re Menelao: dall’incesso
magnifico, chiaro si vede
ch’ei proviene dal sangue di Tàntalo.

Si rivolge a Menelao.


O tu che alla terra asiana
mille e mille navigli adducesti,
a te salve. Tu quanto bramavi
compiesti: lo vollero
gli Dei: tua compagna è fortuna.
MENELAO
Volentieri, da un lato, io ti rivedo,
or che da Troia torno, o casa mia;
dall’altra, al pianto son commosso, ch’io
nessuna casa vidi mai, dai mali
cosí percossa tutta in giro. Io seppi,

quando al Malèa la prora avvicinavo,

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le sciagure e la morte d’Agamènnone,
come finí per man della sua sposa.
A me dai flutti Glauco l’annunciò,
dei nocchieri indovino. Iddio veridico,
che l’arte apprese da Nerèo. M’apparve
questo Nume, e mi disse: «O Menelao,
il fratei tuo, nell’ultimo lavacro
caduto giace, che la sua consorte
gli preparava». E assai lagrime fece
a me versare, ai miei nocchieri. Or, quando
giunsi di Nauplia al suol, mentre la sposa
mia qui veniva, ed io credevo al seno
stringere Oreste, il figlio d’Agamènnone,
e la sua madre, avventurati entrambi,
della figlia di Tfndaro l’empissima
morte narrar da un pescatore udii.
Ed or, fanciulle, ditemi dov’è
l’uom che compieva questo scempio orribile,
d’Agamènnone il figlio. Era fanciullo,
di Clitemnestra al seno ancor, quando io
lasciai la casa per andare a Troia:
pur lo vedessi, non potrei conoscerlo.
ORESTE
Quell’Oreste sono io di cui tu chiedi,
o Menelao: ben volentieri a te
svelo i miei danni, e prima ai tuoi ginocchi,
senza supplici rami, io preci volgo.
In punto sei giunto opportuno. Salvami.
MENELAO

O Dei che vedo! Qual dei morti è questo?

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ORESTE
Ben, dici: io vivo son, ma pei guai morto.
MENELAO
Come squallido sei, che crine irsuto!
ORESTE
Ciò che feci mi brutta, e non l’aspetto.
MENELAO
Aride hai le pupille, il guardo truce.
ORESTE
Di me sol resta il nome: il corpo è sfatto.
MENELAO
O sembiante deforme oltre ogni attesa!
ORESTE
Io son quei che svenò la madre misera.
MENELAO

Lo so; ma schiva il sovvenir dei mali,

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ORESTE
E sia; ma il Dio con me di mali è prodigo.
MENELAO
Che soffri tu? Qual morbo ti distrugge?
ORESTE
La coscienza: io so che orror compiei.
MENELAO
Che dici? Il chiaro è chiaro, e non l’oscuro.
ORESTE
Piú d’ogni cosa mi strugge il rimorso.
MENELAO
Terribil Dio: però non invincibile.
ORESTE
E la follia, del matricidio vindice.
MENELAO

Come? in che giorno cominciò il delirio?

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ORESTE
Quel dí che alzavo della madre il tumulo.
MENELAO
In casa, oppur mentre attendevi al rogo?
ORESTE
Di notte, mentre io raccoglievo l'ossa.
MENELAO
E niuno era con te, quivi, ad assisterti?
ORESTE
Pilade, che con me compiea la strage.
MENELAO
E quali spettri cosí ti tormentano?
ORESTE
Tre fanciulle io vedevo, a notte simili.
MENELAO

So chi dici; ma il nome io non vo’ dirne.

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ORESTE
Sacre sono esse; e il tuo riserbo è giusto.
MENELAO
Deliro te pel matricidio rendono?
ORESTE
Misero me, m’inseguono, m’incalzano!
MENELAO
Chi fece il mal, non è strano che il soffra.
ORESTE
Pure, un sollievo c’è dei miei tormenti.
MENELAO
Non dir la morte, ché non è da saggio.
ORESTE
Febo, che impose a me la madre uccidere.
MENELAO

Certo. L’onesto e il giusto il Nume ignora.

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ORESTE
Servi dei Numi siam, quali ch’ei siano.
MENELAO
E come mai l’Ambiguo or non t’assiste?
ORESTE
Indugia: è tal per sua natura il Nume.
MENELAO
E da quando esalò tua madre l’anima?
ORESTE
Son già sei giorni: ancor la pira è calda.
MENELAO
A punirti le Dee giunser sollecite!
ORESTE
Non sottilizzo, io: sono amico vero.
MENELAO

E il padre vendicato, a che ti giova?

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ORESTE
A nulla: indugia; e val quanto non fare.
MENELAO
Come pel tuo misfatto Argo ti giudica?
ORESTE
M’aborriscono si, che niun mi parla.
MENELAO
Le man’pure non hai rese del sangue?
ORESTE
No: perché ovunque appressi, indi mi scacciano.
MENELAO
E chi scacciar ti vuol da questa terra?
ORESTE
Eace: d’ilio uno scempio a mio padre imputa.
MENELAO

Quello di Palamede; e in te si vendica.

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ORESTE
Parte io non v’ebbi: eppur distrutto io sono.
MENELAO
E chi altri? D’Egisto un qualche amico?
ORESTE
M’investon tutti; e ad essi Argo obbedisce.
MENELAO
E lascia a te lo scettro d’Agamènnone?
ORESTE
Come, se neppur vivo piú mi vogliono?
MENELAO
Quale preciso loro atto puoi dirmi?
ORESTE
Pronunceranno un voto oggi a me contro.

MENELAO
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D’esilio? O che morir tu debba? O vivere?
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ORESTE
Che i cittadini lapidar mi debbano.
MENELAO
E non fuggi? E i confini allor non valichi?
ORESTE
Siamo d’armati tutto in giro cinti.
MENELAO
Dai tuoi nemici, o dalle forze d’Argo?
ORESTE
Da tutti, e perché muoia: eccola in breve.
MENELAO
Al colmo sei delle sciagure, o misero.
ORESTE
La mia speranza solo in te riparo
trova dai mali. Poiché tu fra i miseri
avventurato giunto sei, partecipi
rendi gli amici della tua fortuna,
e per te solo non tenerla; e assumi

anche una parte dei travagli miei,

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mostrando al padre mio la gratitudine
che tu gli devi. Ché d’amici il nome
hanno soltanto, ma non sono, quanti
nelle sciagure l’amistà non serbano.
CORIFEA
Tindaro, lo spartano, affretta a noi
I antico piede: indossa un negro peplo,
le chiome per la figlia ha rase a lutto.
ORESTE
O Menelao, perduto io sono: Tindaro
verso di noi s’avanza; e di trovarmi
dinanzi a lui, troppa vergogna io provo,
per ciò che ho fatto: ch’ei mi nutricò
quando ero bimbo, e mi copria di baci,
portando in giro il figlio d’Agamènnone
fra le sue braccia, e Leda insiem con lui.
eh ero diletto a lor quanto i Díoscuri.
Un ben tristo compenso ad essi diedi,
misera anima mia, misero cuore.
Qual tenebra addensare ora potrò
sopra il mio viso, quale nube stendervi
per isfuggir del vecchio alle pupille?
Entra il vecchio Tindaro.
TINDARO
Dove potrò, dove potrò vedere
Menelao, sposo della figlia mia?

Di Clitemnestra su la tomba stavo,

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effondendo libami, e udii che a Nauplia,
dopo lunghi anni, con la sposa giunto
egli era, salvo: a lui siatemi guida:
stando alla destra sua vo’ salutarlo:
ché da tanto nol vedo, e amico m’era.
MENELAO
Salve, o di Giove al talamo partecipe.
TINDARO
O Menelao, salve anche a te, mio genero.
Si accorge di Oreste.
Ahi! Che mal non conoscere il futuro!
Questo dragone matricida sta
alla reggia dinanzi, e vibra i folgori,
questo abominio mio, dagli occhi infetti.
E tu parli a quest’empio, o Menelao?
MENELAO
Che far? Figlio è d’un padre a me diletto.
TINDARO
Esso, un tal figlio, da tal padre nacque?
MENELAO

Certo: e, misero ancor, riguardo merita.

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TINDARO
Reso barbaro t’ha lo star fra i barbari.
MENELAO
I parenti onorare uso è fra gli Èlleni.
TINDARO
E non volere soverchiar le leggi.
MENELAO
Tutto a necessità cede, pei saggi.
TINDARO
Tu questa fede assumi, io non l’assumo.
MENELAO
Saggio non è nei vecchi anni adirarsi.
TINDARO
E qual contrasto di saggezza sorgere
potrebbe su costui? Se tutti han pure
di pietà, d’empietà, chiaro il concetto,
chi di costui piú dissennato? Al giusto
ei non ebbe rispetto, anzi degli Èlleni

non osservò la consueta legge:

[p. 173 modifica]

ch’esso dovea, poiché spento Agamènnone
fu dalla figlia mia, colpito al capo —
turpissimo delitto, io non lo nego
alla madre dovea la giusta pena
dell’omicidio infliggere, chiamandola
ai giudici dinanzi, e discacciandola
via dalla casa: allor nella sventura
saggio sarebbe stato, allora pio.
ossequente alle leggi: or colla stessa
fatale sorte della madre cadde.
Fu giusto ch’ei la reputasse trista,
ma piú tristo egli fu quando l'uccise.
Questa domanda, o Menelao, ti faccio:
se a costui la sua sposa or desse morte,
e il suo figlio alla madre, a vendicarlo,
ed il figlio del figlio ancor punisse
sangue con sangue: e dove allora un limite
dei mali esisterebbe? I prodi antichi
ben saggiamente questa legge posero,
che chi le mani lorde abbia di sangue,
al cospetto degli uomini non venga,
né commercio con loro abbia, o il misfatto
andando esule espii: non che s’uccida.
Se no, sempre sarebbe uno rimasto
di morte reo: quei che le mani avesse
ultimo insanguinate, Ed io detesto
l’empie femmine, e prima la mia figlia,
che die’ morte allo sposo: e la tua sposa
Elena non approvo, e non vorrei
volgerle la parola; e non t'invidio
che andato sei per una trista femmina
al pian di Troia; ma per quanto io posso,

quella legge difendo onde tale uso

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omicida e ferino ebbe pur tregua,
che le città distrugge sempre e i regni.
Dimmi, qual cuore, o sciagurato, avesti,
quando tua madre il seno ti mostrò,
scongiurandoti? lo sento, eppur non vidi,
l’antico ciglio mio stemprarsi in lagrime.
E un punto almeno i detti miei conferma:
che in odio ai Numi sei, che della madre
sconti la strage, delirando in preda
a terrori, a follie: bisogno c è
di testimoni? Gli occhi miei lo vedono.
Ora, apri gli occhi, Menelao, non muovere,
per aiutar costui, contro i Celesti:
dai cittadini lapidare lascialo,
o non premer piú mai di Sparta il suolo.
Per la mia figlia, giusto era, che morte
le fosse inflitta; ma morir per mano
di costui non doveva. In tutto il resto
io fui felice, e nelle figlie no.
CORO
Felice chi fortuna ebbe nei figli,
né gravi guai patí per loro causa.
ORESTE
Parlare a te dinanzi io n’ho vergogna,
vecchio, se contristar debbo il tuo cuore.
Empio io fui, ché la madre uccisi; e pio
esser detto potrei, quando vendetta
feci del padre. Or la vecchiezza tua

non si frapponga al mio discorso: ch’essa

[p. 175 modifica]

dal parlar mi sgomenta; e allor procedere
potrò: la tua canizie or mi sgomenta.
Che cosa far dovuto avrei? Due punti
devi a due punti contrapporre: il padre
mi generò, mi partorí tua figlia,
la maggese che d'altri il seme accolse:
ché non può figlio senza padre nascere.
Ed io pensai che piú dovessi aiuto
a colui che depose il germe mio,
che non a quella che lo nutricò.
E la tua figlia — m’è vergogna dire
la madre mia — , con imenèo furtivo
non lecito, d’un uomo ascese il talamo.
Se di lei dico male, io di me stesso
dico male; ma pur parlo: era Egisto
il suo sposo furtivo entro la reggia.
Io l’uccisi, e con lui svenai la madre,
compiendo un’empietà, ma vendicando
il padre mio. Quanto alla tua minaccia
ch’essere io devo lapidato, ascolta
quanto vantaggio io reco a tutta l'Ellade;
ché se le donne a tanto ardir venissero
da ucddere gli sposi, e poi rifugio
pressò i figli cercar, mostrando il seno
per guadagnarne la pietà, per esse
nulla sarebbe uccidere gli sposi,
un pretesto accampando qual che siasi.
Impossibile io resi un tal costume,
compiendo l’empia strage onde tu meni
tanto scalpore. D’odiar mia madre
ragione ebbi, e l’uccisi: essa lo sposo
che con le schiere a prò’ di tutta l'Ellade

duce alla guerra mosso era, tradí,

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né gli serbò da macchia illeso il talamo;
e poi che conscia fu del proprio fallo,
sé stesia non puni, ma, per non renderne
conto allo sposo, puní lui, die' morte
al padre mio. Pei Numi — in triste punto,
in un piato di sangue, invoco i Numi — ,
se della madre l’opere approvate
col mio silenzio avessi, il padre ucciso
non m’avrebbe punito? e non m'avrebbe
spinto all’Erinni in preda? Ha la mia madre
alleate le Dive; e non l’avrà
il padre mio, ch’ebbe piú grave oltraggio?
Mettendo al mondo una malvagia figlia,
tu fosti, o vecchio, la rovina mia,
ch’io, per l’audacia sua privo del padre,
fui matricida. Vedi se Telemaco
d’Ulisse uccise la consorte; ma
non ebbe quella insieme con l’antico
un nuovo sposo, ed incorrotta sposa
si mantien nella casa. E bada. Apollo
che della terra al centro sta, partendo ’
ai mortali i responsi veracissimi,
e in tutto lo crediamo, egli m’impose
d’uccidere mia madre, io l'ubbidii.
Empio lui dichiarate, ed uccidetelo:
egli falli, non io. Che far potrei
io? Né potrà la macchia mia lavare
il Nume, a cui quello ch’io feci addebito?
Dove scampare piú, se, quei che l'ordine
mi die’, non mi darà scampo da morte?
Non dir che mal ciò ch'io feci fu fatto,
e che tristo successo ebbe per me.

Avventurata vita hanno quegli uomini

[p. 177 modifica]

ch’ebber fortuna colle nozze: gli altri
sempre sono infelici, in casa e fuori.
CORO
Nate le donne son per inframmettersi
nei casi dei mariti, e al peggio volgerli.
TINDARO
Quando hai tanta baldanza, e non ammaini
le vele del tuo dire, e tal risposta
mi dai, che attrista il cuore mio, mi provochi
la tua morte a voler: bella un aggiunta
sarà questo all’ufficio ond io qui venni,
d’omar la tomba alla mia figlia. Al popolo
d’Argo adunato andrò, convincerò
la città, non contraria, anzi concorde,
che tu sotto le pietre espii la colpa,
con tua sorella insieme: ella di morte
è più degna di te, ché t’inasprì
contro la madre, che alle orecchie sempre
giungere ti facea nuove infestissime,
Agamènnone apparso a lei nel sogno,
e le nozze d’Egisto — in odio l’abbiano
i Numi inferni, come odio riscossero
anche quassù — finché fu, senza vampa
d’Efesto, arsa la casa. E questo inoltre
dico a te, Menelao: se conto alcuno
del parentaggio mio fai, del mio sdegno,
non difender costui del suo misfatto
contro il volere dei Celesti: lascia

che lapidato sia dai cittadini,

[p. 178 modifica]

o mai piú non calcare il suol di Sparla.
Or che udisti, che sai, gli amici pii
non discacciar per gli empí. E voi, famigli,
da. questa casa lungi conducetemi.
Si allontana.
ORESTE
Va: ché quanto a costui dire ancor debbo
lo potrò dir tranquillamente, libero
dalla vecchiaia tua. Dove, in pensieri
assorto, Menelao, volgi il tuo passo,
d’una duplice idea pel doppio tramite?
MENELAO
Lasciami: vo’ tra me e me pensando,
e a qual partito appigliarmi non so.
ORESTE
Non risolvere ancora, i miei discorsi
ascolta prima, e poi prendi un partito.
MENELAO
Parla: tu dici ben: c’è quando meglio
vale il silenzio, e quando la parola.
ORESTE
Parlerò dunque: ché i discorsi lunghi

valgon meglio dei brevi, e son piú chiari.

[p. 179 modifica]

O Menelao, del tuo nulla li chiedo:
quello che avesti da mio padre rendimi:
non dico i beni: i beni miei son questi:
che mi salvi la vita, ond’io non ho
cosa piú cara. Ingiusto il mio delitto
fu; ma tu devi di tal male darmi
un ingiusto soccorso. Anche Agamènnone,
il padre mio, non giustamente l’Èllade
a raccolta chiamò, contro Ilio mosse,
ché colpa non aveva egli, e la colpa
della consorte tua mosse a punire.
Or favore a favor tu devi rendere:
ch’ei veramente la sua vita espose,
come gli amici per gli amici debbono,
sempre pugnando a te presso, perché
tu riavessi la tua sposa. Adesso,
quello che in Troia ricevesti rendimi,
presèntati a salvarmi, un giorno solo
travagliando, e non dieci anni compiuti.
La strage poi che della mia sorella
in Aulide si fe' te la condono:
ad Ermione non dar morte: quando
a tal frangente io son ridotto, è giusto
che vantaggio tu abbia, e ch’io lo tolleri.
Per grazia al padre mio misero, salva
la vita mia, della sorella mia,
che nubile è da tanto: ov’io pur muoia,
del padre lascerò la casa estinta.
«Impossibil» — dirai; ma questo è il punto:
nelle sciagure devono gli amici
dar soccorso agli amici: allor che il Dèmone
largisce il bene, a che servon gli amici?

Quando aiutar ti vuole, il Nume basta.

[p. 180 modifica]

Gli Elleni tutti sanno che tu ami
la sposa tua. Non per piaggiarti or parlo,
né per volermi insinuare: in nome
suo ti scongiuro. — Ahimè, quanto m’abbasso,
eppur mi debbo umiliar: eh io prego
per la mia casa tutta. O di mio padre
fratello, o zio, sovra il tuo capo immagina
che svolazzi la morta anima, e dica
ciò ch’io dico: fra strazi ululi e lagrime
parlai, ti chiesi la salvezza: cerco
quello che tutti e non io solo cercano.
CORIFEA
E anch’io, sebbene son donna, ti prego
che i miseri soccorra; e tu lo puoi.
MENELAO
La tua persona, Oreste, onoro, e voglio
teco soffrire i mali tuoi: ché quando
ci dà la forza un Nume, allor conviene
partecipare i guai dei consanguinei,
morendo, e morte ai lor nemici dando.
Ma la forza i Celesti or non m’accordano:
ch’io son qui senza compagnia d’armati,
poscia ch’errai fra mille pene e mille,
con poca scorta d’amici superstiti.
Argo Pelasgo sopraffar pugnando,
non lo potremmo: se possibil fosse
con le blande parole... a tale speme
voglio appigliarmi: ché con forze piccole

le grandi sopraffar, chi mai potrebbe?

[p. 181 modifica]

insipienza è pur bramarlo. Quando
troppo, salito in ira, ferve il popolo,
se spengere lo vuoi, d’un fuoco ha l’impeto.
Ma se mentre piú infuria, alcuno coglie
il punto giusto, e da una parte cede,
soavemente, forse a calma torna;
e quando l’ire sue calmate siano,
ciò che brami ottener ti sarà facile.
Capace di pietà, capace è il popolo
di furor grande: è questa dote ambigua,
se giovar te ne sai, preziosissima.
Adesso vado; e tenterò convincere
Tindaro e la città, che freno pongano
allo sdegno soverchio. Anche la nave,
quando troppo la scotta a forza è tesa,
nel mar s’immerge; ma se tu l’allenti,
si raddirizza: poiché il Nume aborre
la troppa audacia. 1 cittadini t’odiano,
e salvare io ti devo, e non lo nego;
ma con l’abilità, non già facendo
forza ai piú forti: mai, per quanto forse
tu lo credi, potrei salvarti a forza.
Ché facile non è con una lancia
sola i mali sconfigger che t’opprimono.
Guadagnar con blandizie il popol d’Argo
mai non cercai. Ma ora è necessario
che servi della sorte i saggi siano.

Parte.
ORESTE
O tranne che a guidar per una femmina

eserciti alla pugna, a nulla valido,

[p. 182 modifica]

o a difender gli amici incapacissimo,
tu mi volgi le spalle, e fuggi, e nulla
per te sono, i favori d’Agamènnone?
Nella sventura non avesti amici,
o padre. Ahimè, tradito sono, e speme
piú non mi resta: ove potrò rivolgermi,
per fuggire la morte onde minaccia
Argo mi fa? Ma Pilade qui veggo
giunger di corsa, a me fra tutti gli uomini
il piú diletto: viene dalla Focide.
O dolce vista! Un uom fido nei mali
meglio vai che pei nauti la bonaccia.
Entra in fretta, agitatissimo, Pilade.
pilade
Traversata ho la città presto piú ch’io non dovessi,
perché udito ho ch’era il popolo radunato; e coi miei stessi
occhi pur l’ho visto, E a morte posto súbito sarai,
tu con la sorella. Or donde questo avviene? Come mai,
dilettissimo fra quanti son compagni agli anni miei,
degli amici e dei parenti? Ché parente e amico sei.
ORESTE
Son perduto: tutti i mali miei cosí t’ho detto in breve.
pilade

Anche me struggi: l’amico con l’amico morir deve.

[p. 183 modifica]

ORESTE
Menelao con me da tristo, con Elettra si comporta
PILADE
Ben s’intende, poi che sposo d'una sposa di tal sorta.
ORESTE
Egli è qui come non (osse qui: mi dà lo stesso aiuto.
PILADE
Cosi, dunque, è proprio vero ch'egli in Argo sia venuto?
ORESTE
Tardi: eppur quant’egli è tristo coi suoi, presto fe' palese.
PILADE
E la perfida consorte sulla nave seco prese?
ORESTE
Ella fu che a questa terra lo guidò, non egli lei.
PILADE

Dov’è quella che da sola strage fe’ di tanti Achei?

[p. 184 modifica]

ORESTE
In mia casa, se pur dire posso ancor mio questo tetto.
PILADE
Al fratello di tuo padre che discorso hai tu diretto?
ORESTE
Che a lasciarci da quei d’Argo lapidar non consentisse
PILADE
Per gli Dèi. son curioso di saper ciò ch’egli disse.
ORESTE
Si schermi, come fan sempre con gli amici i tristi amici.
PILADE
Qual pretesto mise innanzi? Tutto so se ciò mi dici.
ORESTE
Giunse qui colui, quel padre d’integerrime figliuole....
PILADE
Dici Tindaro? La figlia vendicare su te vuole?

[p. 185 modifica]

ORESTE
Certo; e quei non di mio padre, ma del suocero sicura.
PILADE
E per ciò partecipare rifiutò la tua sciagura?
ORESTE
Non è d’indole guerresca: con le donne solo è forte.
PILADE
Fra gran mali tu ti trovi, non potrai sfuggire a morte.
ORESTE
Del materno scempio deve dar giudizio la città.
PILADE
Di terror tremo; e il giudizio stabilir che mai dovrà?
ORESTE
Se morir dobbiamo, o vivere: gravi i fatti, e breve il detto.
PILADE

Fuggi allor con tua sorella, abbandona questo tetto.

[p. 186 modifica]

ORESTE
Non lo vedi? Tutto intorno sono scolte per guardarmi.
PILADE
Tutte quante infatti vidi le vie d’Argo piene d’armi.
ORESTE
Quasi rocca, assediato da nemici è il corpo mio.
PILADE
Di me pur notizie or chiedi: ché perduto sono anch’io.
ORESTE
Come e donde? Ecco ai miei mali dunque aggiunto un male
nuovo.
PILADE
Mi cacciò mio padre Strofio dalla casa: esule muovo.
ORESTE
E d’un pubblico delitto, d’un privato ei ti dà taccia?
PILADE

Perché parte al matricidio presi, come empio mi scaccia.

[p. 187 modifica]

ORESTE
O meschino! Anche tu devi dei miei mali essere afflitto!
PILADE
Menelao non son; ch’io teco patir debba, è ben diritto.
ORESTE
E non temi che ad ucciderti meco insieme Argo s’appresti?
PILADE
Ai Focesi sta punire le mie colpe, e non a questi.
ORESTE
Un gran male, se li guidano tristi duci, sono i molti.
PILADE
Ma se buoni poi li trovano, sempre al bene son rivolti.
ORESTE
Sia. Conviene or consultarci.
PILADE

                                           Pensi tu ch’utile sia?

[p. 188 modifica]

ORESTE
Se movessi ai cittadini, se dicessi..
PILADE
                                                  Che fu pia
l’opra tua?
ORESTE
Certo, ché il padre vendicai.
PILADE
                                                  Preda gradita
tu per lor saresti, immagino.
ORESTE
                                        Perderò dunque la vita
in silenzio, tremebondo?
PILADE
                                             No, sarebbe una viltà.
ORESTE
Che farò dunque?
PILADE

Hai speranza di salvarti, a restar qua?

[p. 189 modifica]

ORESTE
Niuna!
PILADE
E invece, se vai, scorgi di salvezza qualche strada?
ORESTE
Si, se pur vuole il destino.
PILADE
                                        Dunque, meglio è che tu vada.
ORESTE
Vado allor.
PILADE
                    Meglio, se muovi, tu morrai.
ORESTE
                                                  Certo. E cosí
fuggirò di vile il nome.
PILADE

                              Piú che fermo stando qui.

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ORESTE
La mia causa è giusta.
PILADE
                                        Voto fa’ che tal sembri.
ORESTE
                                                       A pietà
si potrebbe alcun commuovere.
PILADE
                                             Grande aiuto ti darà
l'esser nobile.
ORESTE
E la morte di mio padre, ond’io m’accoro.
PILADE
Tutti il sanno.
ORESTE
E dunque vado: ché morir senza decoro,
è da vile
PILADE

                              Dici bene.

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ORESTE
                                        Dir dobbiamo tutto quanto
ad Elettra?
PILADE
                                    No, pei Numi!
ORESTE
                                        Scoppierebbe certo in pianto.
PILADE
E sarebbe un tristo augurio.
ORESTE
                                        Già, tacere è meglio assai.
PILADE
E guadagni tempo.
ORESTE
                               Un dubbio sol mi resta.
PILADE

                                                            E quale mai?

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ORESTE
Che le Dee di nupvo invadermi debbano.
PILADE
                                                       Io ti curerò
ORESTE
Un malato a chi lo cura dà gran peso.
PILADE
                                                       A me tu no.
ORESTE
E se poi le Furie invadono anche te?
PILADE
                                                  M'invaderanno.
ORESTE
Tu non esiti?
PILADE
                              Esitare con gli amici, è gran malanno.
ORESTE

Sii timone dei miei passi.

[p. 193 modifica]

PILADE
                                             Tale ufficio è caro a me.
ORESTE
Accompagnami del padre presso al tumulo.
PILADE
                                                       Perché?
ORESTE
Vò pregarlo ch’ei mi salvi.
PILADE
                                             Giusta brama mi par questa.
ORESTE
E la tomba ch’io non vegga di mia madre.
PILADE
                                                                 T’era infesta.
Or t’affretta, pria che il voto dian gli Argivi, e del mio fianco
al tuo fianco fa’ sostegno, ch’è pel morbo inerte e stanco,
ch’io per mezzo ad Argo, senza della turba darmi cura,
ti sarò guida, senz’onta. Se nell’orrida sciagura

non t’aiuto, dimostrarti quando mai potrò l’affetto?

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ORESTE
Abbi amici, e non parenti soli: è ben saggio quel detto.
Poi che un uora, sia pure estraneo, se d’umor con lui consenti,
ti conviene averlo amico piú di mille tuoi parenti.

Escono, Oreste appoggiandosi a Pilade.

Tragedie di Euripide (Romagnoli) V-0195.png