Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Riflessioni sull’indole della lingua italiana

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Riflessioni sull’indole della lingua italiana

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Riflessioni sull’indole della lingua italiana
Tomo III - Prefazione Tomo III - Indice e sommario

[p. xx modifica]RIFLESSIONI SULL’INDOLE DELLA LINGUA ITALIANA In risposta alla nota A, pag, 99, ec. aggiunta dal sig. ab. Arteaga alla dissertazione del sig.dott. Borsa Del Gusto presente in lei tiratura italiana (2), Sono già più anni che il felice destino della nostra Italia ha nel seno di essa condotti alcuni valorosi stranieri , presi elli ad istruirci di mille cose che finora si eran da noi vergognosamente ignorate, Uno de’ più illustri tra essi è il sig. ab. D. Stefano Arteaga matritese, il quale dopo averci additate le Rivoluzioni del Teatro musicale italiano, che prima ci erano sconosciute, mosso a pietà della nostra melensaggine, che non ci permetteva pur di osservare F indole della nostra lingua , ha intrapreso amorevolmente a spiegarcela. Ma uomini di sì grossa pasta siam noi che non ci conduciamo sì di leggieri a deporre que’ pregiudizj dei quali fin dall’infanzia siamo stati imbevuti. Mi perdonerà egli dunque se io ancora ardirò di proporgli alcune difficoltà che ini ntengon finora dal seguire le nuove luminose vie do lui segnato, lo spero ch’egli mi onorerà di risposta, e che la risposta sarà in quel medesimo stile grazioso c ccdlo con cui egli ha impugnalo Fah. Andres suo nazionale, ma troppo da lui diverso, e il cavillici* Vannetti. li io mel recherò ad onore, poiché con ciò ei farà conoscere chiaramente clic lo mie d.fiicoltà gli son sembrate di qualche peso, (*) Mi è sembrato questo il luogo più opportuno ad inserire questa Risposta, che l’idea della mia opera pareva da me richiedere, acciocchè l’apologia della lingua italiana vada unita alle ricerche sulla prima origine della medesima. [p. xxi modifica]RIFLESSIONI SULl/lNDOLE, EC. XXI Comincia ei dunque dal lodare la nostra lingua, dicendo eh’essa è la più dolce, la più gentile, la più pieghevole e la più musicale di tutte le lingue viventi; e perchè niuno osi di dubitarne , cita la sua medesima autorità, e le pruove che ne ha recate nelle sue Rivoluzioni del Teatro musicale italiano. Ma delle lodi basta (fin qui. Ei passa tosto a’ biasimi, e due gran difetti ravvisa nella lingua italiana, cioè ch’essa è soverchiamente pusillanime, e assai meno feconda di quello che altri non crede. L’ab. Arteaga non afferma cosa di cui non rechi le più convincenti ripruove. Perciò a confermare la prima sua proposizione , ei produce, Domine aiutaci, fino a otto argomenti. Facciamoci a esaminarli l’un dopo l’altro. I. La poca libertà che la gramatica della lingua permette alla sua costruzione, Io ho creduto finora che niuna lingua tra le viventi avesse varietà e moltiplicità di costruzione più grande di quella che ha l’italiana. Rechiamone un esempio, e facciamo il confronto colla lingua francese che, come tra poco vedremo, dall’ab. Arteaga si crede forse più copiosa dell’italiana. J’aime le jeu, dice il francese, e quando ha detto così, non può collocare in altro modo le stesse parole, Io amo il giuoco , dice l’italiano. Ma quante diverse costruzioni può egli fare di queste stesse parole? Io il giuoco amo: amo il giuoco io: amo io il giuoco: il giuoco io amo: il giuoco amo io. Aggiungasi che l’italiano può ommettere il pronome io, e può ancora talvolta ommettere gli articoli; il che non può il francese. È ella dunque questa la lingua che poca libertà accorda alla costruzione? Ciò che è più strano , si è che il biasimatore della lingua italiana, per la poca libertà ch’essa permette alla sua costruzione, è l’ab. Arteaga, quell5 ab. Arteaga, io dico, il quale in un’altra sua opera scrive che un altro vantaggio della lingua italiana per V oratoria , la musica, la poesia, è la trasposizione, cioè quando il collocamento delle parole si fa non secondo V ordine naturale delle idee, ma come più torna a proposito per la bellezza del periodo e per il piacere dell’orecchio (H ivo luz. del Teatro music, ital. t. 1 , p. 83, ed. Ven.). E si stende a lungo mostrando quante bellezze reca alla nostra lingua la libertà e la varietà della sua costruzione. [p. xxii modifica]XXII RIFLESSIONI SULL1 INDOLE A chi dobbiam noi credere? all’autor delle Note alla Dissertazione del dottor Borsa, o all’autore delle Rivoluzioni del Teatro musicale italiano? II. Il gran numero di precetti coattivi intorno alt uso delle parli dell orazione. Se l’ab. Arteaga usa di questa sorte di pruove, non vi sarà cosa eh ei non possa dimostrare. Egli asserisce , e coll’asserire crede di aver convinto. Ma ove trova egli questo gran numero di precetti coattivi? Si compiaccia d‘ indicarcelo, e ci mostri che la lingua italiana ne ha assai più copia delle altre lingue. Allora ei potrà darsi il vanto di aver provato la sua proposizione. Ma finchè egli non fa che magistralmente affermare, negheremo noi pure magistralmente. III. La soverchia scrupolosità nell adoperare le transizioni e i passaggi. E dove è mai che la lingua italiana esiga cotesta scrupolosità? Ci mostri il sig. ab. Arteaga qual legge abbiamo , la quale ci intimi di far sempre uso delle transizioni e de’ passaggi. Io certo non la conosco , e non la conosce chiunque ha studiata la nostra lingua. Anzi in ciò ancora si scuopre la varietà e l’abbondanza della lingua italiana che può a suo talento usare, o non usare delle transizioni e de’ passaggi, e veggiamo sovente i più valorosi scrittori passare , come si suol dire, e.r abrupto da un sentimento all’altro, senza che perciò il ragionamento ne contragga oscurità e sconnessione. Vaglian per tutti il Chiabrera in poesia, in prosa il Davanzati. Io sfido il sig. ab. Arteaga a darmi qualunque tratto egli voglia di scrittore italiano, che più sia ripieno di transizioni e passaggi, e m’impegno a volgerlo in modo che, togliendonegli interamente , il discorso riesca nondimeno ugualmente bello, e forse ancor ne acquisti eleganza maggiore. IV. L’eccessivo abborrimento ad ogni forma non consecrata dall’uso. Questo eccessivo abborrimento non esiste che nella fantasia del sig. ab. Arteaga. È certo che in niuna lingua è permesso ad ognuno l’aggiugnere espressioni e parole a capriccio , come meglio gli sembra; altrimenti si formerebbe un caos, e ni un a lingua avrebbe mai principj certi e stabile consistenza. Ma è certo ancora che in ogni lingua è permesso , checchè ne dicano alcuni troppo rigidi moralisti toscani, quando [p. xxiii modifica]della lingua ITALIANA XXIII ■ veje mancarle un’espressione, una frase, una parola che sia analoga al genio della lingua medesima, il tentar cF introdurla. Se a qualche tribunale a ciò destinato, o il comune consentimento della nazione l’approva, essa allora diviene espressione , frase e parola propria di quella lingua. Di questa libertà , al pari delle altre lingue, gode ancora l’italiana. Si confronti la prima colle ultime edizioni del Vocabolario della Crusca, e si vedrà quante voci siano state aggiunte a queste che mancavano alla prima, voci nuovamente coniate, e non solo da autori toscani, ma anche da’ veneti, lombardi, romani, ec. quali furono il Bembo, il Castiglione, lo Speroni , il Segneri, ec., ec. O non esiste dunque questo eccessivo abborrimento, o se esiste, è comune alle altre lingue ancora, e non si vede per qual ragione alla italiana soltanto debba riuscir dannoso , e come possa accadere che l’Accademia della Crusca abbia tenuto quasi sotto crudel servitù il nostro idioma, e lo stesso non sia accaduto del francese e dello spagnuolo, della cui perfezione si sono parimente incaricate le RR. Accademie francese e spagnuola. Egli è vero che 1’Accademia della Crusca è stata considerata da alcuni come una dispotica e severa tiranna che arrogandosi ingiustamente l’impero sulla lingua italiana , prescriveva arbitrarie leggi, e o riceveva , o escludeva a capriccio le voci, secondo che a lei meglio sembravane. Nè io debbo qui intraprendere l’apologia di quella Accademia. A me basta il riflettere che in primo luogo , come già si è osservato , essa ha adottate non poche voci di nuovo conio, e ha con ciò animati gli scrittori italiani a formarne altre nuove; e che in secondo luogo questo assoluto impero dell’Accademia non è comunemente riconosciuto in Italia , e che la maggior parte degli scrittori italiani ha sempre usato di quella saggia e discreta libertà che da niuna legge può esser rattenuta e frenata. V. L’esser troppo sollecita di conservar P armonia; dal che avviene sovente che si tolga all’immaginazione ciò che vuol darsi alP orecchio. Ecco una nuova legge a cui ci vuole soggetti il sig. ab. Arteaga, e che noi non sappiamo che mai ci sia stata intimata. In qual codice ha egli trovato che la lingua italiana debba più che alla forza aver riguardo all’armonia? Io lo sfido a [p. xxiv modifica]XXIV RIFLESSIONI SULL* INDOLE produrmi un solo scrittore che cel prescriva, o cel raccomandi. Ma, dirà egli, vedesi però certamente che gli scrittori italiani sembrano aver più riguardo all’armonia che alla forza. Sia pur vero. Ma ne vien egli per conseguenza che sia ciò difetto intrinseco della lingua? Se il sig. ab. Arteaga ne trae questa illazione, io non posso avere troppo favorevol concetto della sua logica. So in quel tempo in cui gli scrittori spagnuoli (e si può dillo stesso degl’italiani) non usavano nello stile che delle più ridicole e più strane metafore, si fosse ciò attribuito a colpa della lor lingua, che avrebbe detto il sig. ab. Arteaga? Io aggiungo anzi che niuna tra le viventi lingue d’Europa ha di sua natura una sì varia e sì moltiplice armonia , quanta ne ha l’italiana , del che niuno , io credo , vorrà muovermi dubbio, e che perciò non vi ha lingua in cui sia più agevole a chi ben la possiede l’unir l’armonia alla forza, e l’eleganza alla espressione. Ma di ciò dovremo nuovamente dir tra non molto. VI. Il cercar nelle metafore non quello che, rappresenta vivamente e pienamente l’oggetto, ma quello che V accenna soltanto, e lo mostra quasi in iscorcio. Io confesso che tanto ingegnosa è l’accusa, che non arrivo a comprenderla; e perciò non veggo la via a ribatterla. Vuol egli condennar le metafore generalmente , perchè esse non rappresentan l’oggetto che solo in iscorcio? O vuol condennar quelle soltanto che invece di pienamente descriverlo, non fan che adombrarlo? Se egli vuol essere inteso nel primo senso, egli avrà la gloria di essere il primo che sbandisca dal ragionar la metafora; perciocchè essa consiste appunto in questo , che l’oggetto si rappresenti sotto un’altra immagine che non l’adegua perfettamente (poichè allora non sarebbe metafora) ma lo rappresenta appunto quasi in iscorcio , segnando quei tratti ne’ quali l’oggetto e l’immagine si rassomigliano. Ma qualunque cosa egli intenda, la metafora è stata almeno in qualche tempo comune a tutte le nazioni; nè se ne può incolpare una più che un’altra lingua, poichè è in arbitrio degli scrittori di qualunque lingua il farne o saggio, o biasimevole uso. Gl’Italiani del secolo xvi furon per lo più troppo timidi nelle metafore: troppo arditi que’ del secolo XVII. Que’ del presente (intendo di que’ che scrivono italianamente, e [p. xxv modifica]DELLA LINGUA ITALIANA XXV non franceseamente, o inglesemente) le adoprano con quella saggia moderazione che le rende lodevoli. VII. Il preferir comunemente nello stile l’eleganza alla forza. Questa è a un di presso la stessa ragione che quella di cui si è ragionato al num. V, e non fa perciò bisogno di altra risposta. VI Ili l pochi progressi che hanno fatto gP Italiani nella lirica chiamata icastica , cioè in quel genere che fa più d’ogni altro conoscere V energia cV una lingua, e in cui tanto si distinsero fra gli antichi Pindaro ed Orazio, e modernamente gl’Inglesi. E dove, e a chi h!i coraggio il sig. ab. Arteaga di scrivere cotali cose? L’Italia che fin dal primo nascere della sua poesia nel canto di Dante sul conte Ugolino, e in diverse poesie del Petrarca ci addita tali esempi di icastica poesia, che i più energici e i più vivi difficilmente altrove si troveranno; l’Italia che in molte stanze dell’A riosto e del Tasso , e nelle canzoni del Chiabrera, del Testi, del Filicaia, del Guidi, del Manfredi, del Frugoni, per tacer d’alcuni viventi, può mostrarne non pochi che non temono il confronto di Pindaro e d’Orazio; l’Italia che, se anche ogni altra cosa mancassele, nel solo idillio tradotto dall’inglese per opera del Magalotti, che incomincia: Nel più riposto impenetrabil giro , cc. Ìiotrebbe con questo solo mostrare qual sia la forza e l’enfasi della sua lingua, l’Italia sarà ripresa di aver fatti pochi progressi nell’icastica poesia? Fin qui l’ab. Arteaga ci ha fatto vedere che noi siam pusillanimi. Grave difetto, ma pur tollerabile, quando la pusillanimità trovasi in certo modo sostenuta ed avvivata dalla ricchezza. Ma noi infelici non solo siam pusillanimi , ma siamo anche poveri, ed è lo stesso sig. ab. Arteaga che sulla sua parola ce ne assicura. Buon per noi che a provarcelo non produce più otto argomenti, ma tre soli , i quali però a lui sembrano di tal forza, che invano possiam lusingarci di scioglierli. I. Il primo argomento del formidabil nostro avversario si trae dalla difficoltà di tradurre adeguatamente in italiano certa classe di libri originali, anzi dall’impossibilità di ottenerlo senza sbrigarsi dai ceppi [p. xxvi modifica]xxvi iuflf.ssioni mi’ indole dell’autorità, creando nuove attitudini nello stile propor* zionate alla novità delle idee , siccome ha dovuto fare il valoroso sig. ab. Cesarotti nella versione di Ossian, e come far dovrebbe chiunque render volesse toscani senza avvilirli Omero, Pindaro, Aristofane, Orazio, Tacito, Milton, Montagne, e cent’altri scrittori, i quali dopo tante traduzioni ponno dirsi ancor non tradotti\ Ma io chiederò prima al sig. ab. Arteaga, qual sia quella lingua la cui povertà ei vuol provare con questo argomento; giacchè esso si può rivolgere contro tutte le viventi lingue d’Europa. Qual è mai quella che possa mostrarci traduzioni adeguate dei classici autori greci latini latini? La francese forse , la spagnuola , gnuola" l’inglese , la tedesca? Ci additi egli di grazia alcuno de’ nominati scrittori tradotto in modo in qualunque altra lingua, che adegui l’originale. L’Omero del Pope è forse la miglior cosa che in questo genere si possa indicare. Ma ardirà egli di dire che esso abbia tutta la sublimità o la mae:tà del poeta greco? Perchè dunque rivolgere contro la lingua italiana un argomento che ha la medesima forza contro qualunque altra lingua? Io potrei anche ricordare alcune traduzioni che ha la volgar nostra lingua, le quali smentiscono il detto del sig. ab. Arteaga; e le due singolarmente sì celebri di Lucrezio e di Stazio fatte dal Marchetti e dal card. Bentivoglio, e alcune altre di autori viventi che posson coraggiosamente mostrarsi in pubblico, ed esser credute degne de’ loro originali. Ma per non recargli argomento da cui si possa sciogliere con una franca e semplice negativa, io mi varrò solo di ciò ch’egli stesso generosamente ci accorda , allor quando dalla folla de’ miseri traduttori sembra eccettuare l’ab. Cesarotti nella sua traduzione d1 Ossian, a cui mi lusingo ch’ei vorrà ora congiungere quella di Omero , dopo la quale non ci rimprovererà più che non abbiamo Omero in lingua italiana. Ci concede egli dunque che il sig. ab. Cesarotti ha tradotto Ossian per tal maniera che ha adeguato il vero o supposto originale , e ci concederà ancora che ha fatto parlar Omero come egli avrebbe parlato, se fosse stato tra noi. Ma acciocchè di questo argomento non ci gioviamo in favor della nostra lingua, egli avverte che ad ottenere il suo intento l’ab, Cesarotti ha dovuto sbri[p. xxvii modifica]DELLA LINGUA ITALIANA XXVI! giirsi da5 ceppi dell’autorità, creando nuove attitudini nello stile proporzionate alla novità delle idee. Ma quello ù per noi un oscuro e inintelligibil gergo. Di quai ceppi, di quale autorità ragiona l’ab. Arteaga? Quai sono queste nuove attitudini nello stile dall’ab. Cesarotti create? Ha egli forse introdotta qualche nuova voce , o qualche nuova espressione nella volgar nostra lingua? Sì certo; ma in primo luogo ei l’ha fatto dentro que’ discreti confini che ei medesimo si è prescritti (Saggio sopra la lingua ital. p. 94) ec e parrà anche forse ad alcuno che non tutte le nuove voci dall’ab. Cesarotti trovate fossero necessarie, e che altre all’intento ugualmente opportune avesse già la lingua italiana. In secondo luogo, di questa libertà hanno finora usato , come abbiam poc’anzi avvertito , i migliori scrittori italiani; e 1’Accademia della Crusca , qualunque fosse il diritto che essa avea a deciderne, I’ ha iu certo modo autenticamente approvato, inserendo nel suo Vocabolario i nuovi vocaboli e le nuove frasi che si andavano di mano in mano coniando. Ha egli data alla lingua italiana un’energia e una forza maggiore che non avesse avuta ancor per l’addietro? Ma questo è manifesta pruova ad un tempo del raro ingegno del traduttore e dell’eccellenza della volgar nostra liagua, la quale da valente scrittor maneggiata può rivolgersi in mille guise , a mille forme adattarsi , e or imitare la mollezza d’Anacreonte, or pareggiare la rapidità di Pindaro e la maestà di Omero. Certo il sig. ab. Cesarotti non pensa che la nostra lingua sia sì povera, come sembra all’ab. Arteaga; perciocchè anzi egli afferma che la nostra lingua nobilitata e abbellita sempre 41 più giunse a tal grado di pregio , che nella sua totalità cede di poco alle antiche, può per molti capi far invidia alle moderne , e se in qualche parte è forse inferiore ad alcuna, non è certamente colpa della sua attitudine (l. cit. p. 132). E onde dunque è avvenuto, dirà l’ab. Arteaga, che niun altro traduttor valoroso abbia finora avuto l’Italia? Io potrei, come già ho accennato, rammentarne parecchi, i quali se restano addietro all’ab. Cesarotti, l’intervallo non ne è però così grande che non gli si possan dire vicini. Ma gli si conceda ciò ch’egli vuole. [p. xxviii modifica]XXVIII RIFLESSIONI SULL5 INDOLE Ei non potrà almeno negare che l’ab. Cesarotti ha fatto conoscere fin dove possa giugnere la lingua italiana; che ciò ch’egli ha fatto, potevasi ugualmente fare da qualunque altro che avesse avuto ingegno e studio a lui uguale; e che se ciò non è accaduto, non deesene dar la colpa alla lingua, ma a quella, comunque vogliam chiamarla, o fatalità, o sorte , o legge di natura, per cui rari sempre furono in ogni età e presso ogni nazione gP ingegni sommi. Di fatto per qual ragione la lingua italiana non sarà opportuna ad esprimere le bellezza e i pregi di qualunque lingua e di qualunque stile? Una lingua che usando del medesimo metro può nondimeno variare P armonia per tal modo, che renda un suono totalmente diverso, ed esprima affetti totalmente contrarj, come in quelle due celebri ottave del Tasso: Sommessi accenti e tacite parole. Rotti singulti e flebili sospiri, ec. Chiama gli abitator dell’Ombre eterne Il rauco suon della tartarea li omba, cc. una lingua che nelle sole arie del Metastasio or tenere e molli, or impetuose e sublimi fa sì chiaramente conoscere la sua volubilità e pieghevolezza , perchè non sarà ella capace di ritrarre e di esprimere le bellezze e i pregi di qualunque altra lingua? Se dunque l’Italia o non ha avuti finora, o ha avuti in assai scarso numero traduttori valorosi ed insigni, non dee incolparsene la nostra lingua, ma la estrema difficoltà che seco porta il ben tradurre. Chi a ciò si accinge, non solo dee possedere perfettamente la lingua in cui scrisse l’autore che vuol tradursi, e quella in cui dee esso tradursi, ma dee conoscerne ancora le relazioni che hanno l’una coll’altra; riflettere alle circostanze dei tempi in cui scrisse l’autore, e a quelle in cui dee pubblicarsi la traduzione, alla diversa indole delle nazioni, ai diversi costumi, al diverso genio della lingua. Un’espressione sarà sublime in un linguaggio, tradotta letteralmente in un altro sarà bassa e triviale. Un’immagine sarà sembrata nobile venti secoli addietro, or si rimirerà come vile. Chi può or soffrire l’Omero del Salvini? E no» [p. xxix modifica]DELLA LINGUA ITALIANA XXIX di meno egli avea una perfettissima cognizione della lingua greca e dell’italiana. Ma col voler trasportare Ict« leralinente i pensieri e le espressioni de’ tempi di Omero a’ tempi nostri, ei ci ha data una traduzione che sembra screditare e avvilire quel sommo poeta. II. Le molte significazioni tutte approvate dal Vocabolario , clic si danno ad una stessa parola , sono il secondo argomento con cui il sig. abate Arteaga dimostra la povertà della lingua italiana; perciocchè, egli dice, e, supposta la verità del fatto, dice a ragione, che non v’ ha giusta proporzion nella lingua tra le immagini e la maniera d’esprimerle. E aggiugne poscia che questa proporzione si va ogni giorno scemando attese le molte parole ed espressioni antiquate che cadono in disuso. Dalle quali riflessioni ei trae la conseguenza che il numero de’ vocaboli nella lingua francese supera forse di non poco il numero corrispondente nelP italiana Se il sig. abate Arteaga così parlasse a’ Messicani, o n’Itrasiliesi, ci potrebbe ottener fede. Ma ch’egli abbia coraggio di scriver cosini Italia, chi può non farne le maraviglie? Egli è verissimo che molte parole hanno diverse significazioni. Ma non è egli ciò comune a tutte le lingue? e per restringerci alle più note , la latina e la francese non hanno esse pure questa moltiplicità di significazioni in diverse parole? Non ha ella ancora la lingua francese molte parole e molte espressioni che or sono del tutto dimenticate , e quasi più non s’intendono? Perchè dunque argomentare la povertà della lingua italiana da ciò che pruova ugualmente la povertà delle altre lingue? Vorrà forse affermare il sig. abate Arteaga che la lingua italiana abbia maggior numero di voci di diverse significazioni , e che non ne abbiano altre corrispondenti, e maggior numero abbia ancora di voci disusate, a cui altre migliori non siano state sostituite? Non basta affermarlo, .Si accinga a provarlo: e allora alle pruove eli ci si degnerà di recarne , ci sludiereinlt di far risposta. Per ciò poi , che appartiene al confronto tra le due lingue italiana e francese, noi crediamo che niuna abbia mai avanzato un sì strano paradosso, e crediamo ancora che niuno si lascerà persuadere dalla sola asserzione del sig nbale Arteaga. [p. xxx modifica]XXX RIFLESSIONI SULL’INDOLE 111. L’ultimo argomento del sig. abate Arteaga è di un’evidenza uguale a quella degli altri due. Esso ricavasi dalle tante e tante idee per cui non trovasi il vocabolo corrispondente, ove non si ricorra ad una circonlocuzione, o a qualche idioma straniero. La risposta che fatta abbiamo al precedente argomento , dee anche a questo adattarsi. Ogni lingua si è sempre arricchita , e si arricchirà sempre colle altrui spoglie. Quante voci ha preso la lingua greca dalle orientali! Quante la latina dalla greca! Quante P italiana, la francese , la spagnuola dalla latina J E quante voci delle suddette tre lingue viventi si sono dall’una all’altra comunicate! L’argomento dunque non vale per la lingua italiana più che per le altre, finchè il sig. aliate Arteaga non pruova che la lingua italiana assai maggior numero di voci straniere è costretta ad adottare di quel che facciano le altre. Egli non P ha provalo , nè il proverà forse giammai. E se altro non fosse, il solo pregio della volgar nostra lingua, in cui niuna certo le può stare al confronto, di aver ne’ nomi tanti diminutivi , accrescitivi, peggiorativi, che sono come le mezze tinte nella pittura , basta a mostrarne la varietà e l’abbondanza. Il sig. abate Arteaga però ha un invincibile argomento a provare che grandissimo è nella lingua italiana il numero delle idee innominate. E qual sarà esso mai? Il poco esercitarsi che hanno fatto gli Italiani in certi generi di stile, i quali però formano la quotidiana lettura non meno che le delizie dell’altre nazioni. Anche qui la logica del sig. abate Arteaga ci sembra di una forma del tutto nuova. Gl’Italiani non si esercitano in certi generi di stile che piacciono alle altre nazioni. Dunque la loro lingua è più povera di quelle delle altre nazioni. E perchè non potrò io dir similmente? Gli antichi Greci appena mai si sono esercitati nello scriver romanzi che tanto piacquero sempre alle colte nazioni. Dunque la lingua greca è povera, ed è grandissimo il numero in essa delle idee innominate? Chi potrà sostenere gli attacchi di un avversario che ragiona sì sottilmente? Di fatto può per più ragioni avvenire che ricchissima sia una lingua, e adattata ad ogni genere di argomento c di stile , e che nondimeno in qualche [p. xxxi modifica]della lingua italiana XXXI tenere particolare essa abbia minor numero di egregi scrittori di quel che abbia una lingua men ricca. Senza diffonderci a esaminare quali possano essere queste ragioni , cecilia mone una pruova. L’Italia non ha certamente nel genere tragico tal copia e sceltezza di autori che possano quella gloria ottenerle che ottennero alla Francia Cornelio, Racine , Voltaire. Dirassi perciò che la lingua francese sia più ricca e più abbondante dell’italiana in ciò che a poesia appartiene? Io mi lusingo che niuno sosterrà questa eresia letteraria , la quale dal discorso del sig. abate Arteaga discenderebbe ne-« cessali amen le. Ma se la logica di questo scrittore non è troppo giusta , ei vanterassi almeno di avere con verità affermata la mancanza di libri italiani in certi generi di stile , che non dovrebbon loro mancare, se così ricca fosse la loro lingua , come essi si vantano. Questo è ciò che colla usata sua eloquenza si fa a provare diffusamente il sig. abate Arteaga, e che noi ve.Temo ora esaminando parli lamento. Comincia egli dal confessare che l’Italia in genere di poesia ha eccellenti modelli che posson servir di guida a chi i medesimi studj intraprende. Ma nella prosa, continua a dire , qual è lo scrittore che riunisca , o possa riunire i suffragi della nazione? Riconosce che il Boccaccio è il più eloquente e il più originale fra i prosatori toscani; ma aggiugne che poco uso può farsi oggi della sua maniera di scrivere nel gusto presente e pei bisogni della moderna letteratura. Belle parole , ma delle quali io non arrivo ad intendere il senso. Che è la moderna letteratura? Tutto ciò , io credo, che forma l’applicazione e lo studio de’ letterati moderni; e perciò dee in essa comprendersi la proprietà dell’espressione, l’eloquenza delle parlate, la grazia de’ racconti. Or se il Boccaccio è il più eloquente e il più originale fra i prosatori toscani, perchè non può egli giovar molto anche alla moderna letteratura, quando dallo stile di esso si levino i difetti dell’età a cui visse , cioè la costruzione e la tessitura del periodo e dell’orazione troppo somigliante alla lingua latina , da cui di fresco erasi questa bella figlia staccata. e molto perciò ancora serbava del portamento e dell’andamento materno? 11 [p. xxxii modifica]XXXII TU FLESSIONI si: li.’indole che pure vuol dirsi de’ cinquecentisti, i cui eterni periodi e troppo studiati ravvolgimenti giustamente riprende l’abate Arteaga. La lingua non avea ancora perduto quel vasto e universale dominio che avea finallora avuto in Italia, e i buoni nostri scrittori formatisi sulle opere de’ classici latini ne ritraevano anche scrivendo in lingua italiana i lineamenti e i contorni. Noi dunque non li proporremo come perfetti modelli di stile italiano, ma come autori da’ quali possiamo apprendere la proprietà e l’eleganza dell’espressione senza imitarne i difetti, da’ quali tanto più facilmente possiam noi ora tenerci lontani , quanto più era ad essi difficile di purgarsene interamente. Ma, lode a Dio, Voliate Arteaga trova pur finalmente un nostro scrittore cui la sua profondità di pensare, e lo stile pieno di nervo e di cose avvicinan di molto al corrente filosofico genio del nostro secolo. Egli è il Macchiavelli. Ma che? Ecco la fatal disgrazia della nostra povera Italia. La nerezza delle sue massime rilegandolo giustamente fra le mani di pochi, non gli ha permesso finora , nè gli permetterà per l’avvenire di aver tutta V influenza di cui sarebbe capace sul gusto letterario d’Italia. Riflessione , per vero dire , ingegnosa , e nuovo esempio della maniera di ragionare direttamente. Qui si cerca se la lingua italiana sia capace di quella forza e di quella energia che secondo l’abate Arteaga hanno altre lingue , ed essa non ha nè può avere , perchè è soverchiamente pusillanime e assai meno feconda che altri non crede. Or se anche il Macchiavelli ha lo stile pieno di nervo e di cose, non è egli omai provato abbastanza che la lingua italiana non è quale I’ abate Arteaga ce la descrive? Che ha a far dunque l’essere il Macchiavelli nelle rannidi pochi cali’ intrinseca pusillanimità e povertà della nostra lingua?! Benchè anche questo argomento mi pare di conio del tutto nuovo, Il Macchiavelli contiene ree ed eserabili massime. Dunque non può esser modello di Scrivere italiano. Son forse tutte le opere del Macchiavelli ugualmente pericolose? Non è egli letto da molti i quali non temono di contrarne il veleno, e a’ quali perciò ne è permessa la lettura da chi ha diritto di divietarla? Non è egli letto ancora da molti i quali si [p. xxxiii modifica]DEJ.LA LINGUA ITALIANA XXXIII lusinga’ 10 clic ninno possa avere autorità a toglierlo lor dalle mani? Perchè dunque non è egli imitato da molti, e perchè sì pochi tra gl’italiani scrittori a lui si assomigliano nello stile? Non è ancor tempo di esaminarlo; e noi dobbiamo ora continuare la censura de’ nostri scrittori fatta dal sig. ab. Arteaga. Escluso il Macchiavelli, ei non trova che il solo Galileo il, qual sarebbe in qualche modo adattabile alle attuali circostanze d’Italia per la precisione, eleganza , proprietà e robustezza del suo stile. Ma qui ancora un altra disgrazia ci attende. Confinato , com’egli è, nelle cose fisiche, non può servir di modello a chi vuol esercitarsi negli altri generi. Così secondo l’abate Arteaga non è in alcun modo possibile che noi possiamo scrivere coltamente. Ma diamo ancora all’autore autore sì formidabil fonuiilabil sentenza, che il solo Galileo tra’ nostri scrittori si possa proporre a modello di eleganza e di precisione nelle cose fisiche. Non basta egli ciò a provare che la lingua italiana non è nè cosi pusillanime , nè così povera , come ei pretentende? Ciò che nella storia e nella politica ha fatto il Macchiavelli, ciò che ha fatto il Galileo nella fisica e nella matematica, non potrà egli farsi da altri scrittori nella teologia, nella medicina , nella giurisprudenza e in qualunque altro genere? Ci mostri il sig. ab. Arteaga per qual razione ciò che fu possibile ad essi negli argomenti a cui si rivolsero , non sia possibile ad altri in altri generi di stile. Benchè, come posso io concedergli che il solo Galileo si possa proporre a modello di stil colto , elegante e preciso , anche restringendosi solo alle cose fisiche? Ignora egli forse il sig. ab. Arteaga le opere del Redi, del Magalotti, del \ allisnieri, dell’abate Conti , del dottor Cocchi e di più altri che si potrebbono rammentare, scrittori coltissimi in fisica, in medicina, in istoria naturale? Se gli ignora, con qual coraggio si fa a decidere del merito degli scrittori italiani? Se li conosce , perchè li dissimula? perchè rimprovera all’Italia una sognata povertà di scrittori? Ed ecco, conchiude questa parte del suo ingegnoso ragionamento 1’abate Arteaga , ed ecco L’origine di quella specie di anarchia letteraria, che rendendo Tiraeoschi, Voi. III. c [p. xxxiv modifica]XXXIV RIFLESSIONI SULL* INDOLE incerti i giudizj sulla vera maniera di scrivere per la mancanza di un dittatore sovrano , fa che altrettanti siano i gusti d’Italia , quante sono le provincie che la compongono. Io avrei creduto che la povertà e la pusillanimità di una lingua dovesse produrre uno stile monotono ed uniforme in tutti gli scrittori. Ma l’acuta logica dell’ubale Arteaga ci fa conoscere che ne nasce un effetto del tutto contrario, e che una lingua sì povera è madre feconda di tanti stili e di tanti gusti diversi. Ma passandogli ancor per buono questo suo ra‘ gionamento, giacché egli è disposto a credere la lingua francese più ricca dell’italiana , ci dica in grazia , qual è nella lingua francese il modello dell’eloquenza sa, era? E egli Bourdaloue, oBossuet, o Bossuet o Massillon, o INeuvillc? tutti oratori eloquenti, ma tutti di stile troppo P un dall’altro diverso. Chi proporrà egli ad esemplare nello scriver tragedie? Sarà egli Cornelio, o Racine, o Crebillon, o Voltaire? Chi imiterem noi nella Storia? Sarà egli o Mezeray, o Daniel, o Hainault, o Bougeant? E così dicasi di ogni altro genere di stile. Ecco dunque anche nella lingua francese questa anarchia che produrrà quello sconcerto medesimo che produce nella lingua italiana. Noi siamo omai giunti all’ultimo articolo del processo che il sig. abate Arteaga fa alla lingua italiana. Ed a me pare ch’egli al bis qui col suo vivace ingegno imitati que’ borghigiani o terrazzani che a festeggiare qualche loro principale solennità dispongono una lunga e ben ordinata batteria di mortari da fuoco , col cui scoppio rallegrar la brigata. Cominciasi dal dar fuoco a’ più piccoli , indi si viene a’ più grandi , e prima si ode lo scoppio di un solo, poi di due, o tre insieme. Finalmente si compie la festa collo sparo d’alcuni de’ più grossi mortai tutti ad un tratto, che rassomigliano ad un fulmine rovesciato!- di ogni cosa. Non altrimenti l’ab Arteaga, dopo avere quasi scherzato con noi , ed or uno, or un altro argomento opposto a’ difensori della 1 ugna italiana , dà fine al suo assalto col dar fuoco tutto ad un colpo alla più formidabil batteria che ne’ letterarj campi siasi mai veduta. E quale strage non mena essa? Ecco a terra ad un colpo tutte le glorie delle quali noi andavam prima superbi e [p. xxxv modifica]DELLA LINGUA ITALIANA XXXV fastosi. Eccoci rapito qualunque diritto che potessimo sperar di avere ad acquistarci l’immortalità colle opere d’ingegno. Noi non abbiamo, secondo lui, nè libri di sentimento , nè libri di spirito , nè romanzi, nè lettere famigliari, nè dialoghi, nè orazioni forensi, nè elogi, nè trattati scientifici, nè storie letterarie, nè libri didascalici, nè.... Qui 1’abate Arteaga pietosamente si arresta , e pago di farci conoscere che potrebbe stendersi assai più a lungo, a guisa di Nettuno, con un grave Quos ego ci mostra quanto alla sua clemenza siam debitori , che non vuol per ora travagliarci più oltre. Ma ci sarà egli permesso , passato il rimbombo di sì terribile scoppio, il rilevarci alquanto , e l’osservare diligentemente se le nostre rovine siano di fatto sì grandi, come l’impeto dell assalto potrebbe farci temere? Noi non abbiamo , dice il sig. ab. Arteaga , opere, come diconsi in Francia, di sentimento, cioè quelle dove una più minuta analisi delle passioni, ed una più squisita anatomia del cuore fanno, a così dir, germogliare un’abbondanza d’idee più individuali e distinte , le quali per esser comprese a dovere hanno bisogno di vocaboli nuovi che presentano a chi ascolta non solo il senso generico dell idea, ma le differenze altresì più minute. Noi dunque non ne abbiamo? E non ci permetterà egli almeno di indicargli uno scrittore in cui egli non potrà non riconoscere la più minuta analisi delle passioni, e la più squisita anatomia del cuore? Un solo che noi ne troviamo, abbiam vinta la causa; perciocchè se la lingua italiana non è capace di questo genere di stile, non può averne neppure un solo, e se ne ha uno, può averne ugualmente i cento e mille. Or non sembra egli al sig. ab. Arteaga, che noi non possiam mostrargli nel Metastasio quello scrittoi >; eli ei ci rimprovera di non avere? Niuno ha sentito tanto avanti quanto Metastasio nella filosofia dell’amore Niuno l’ha dipinto con più genuini colori, ora rendendo visibili i sentimenti più nascosi , ora simplificando i più complicati, ora smascherando le più illusorie apparenze. Basta, non che altro, leggere l’asilo d Amore per ravvisarvi dentro un compiuto filosofico trattato , dove coi più vaghi colori della poesia tutti si veggono espressi i morali sintomi di questa [p. xxxvi modifica]XXXVI RIFLESSIONI SELLANDOLE passione con finezze e verità superiori di gran lunga al pomposo e inintelligibile gergo con cui vien trattata da Platone la stessa materia nel suo Simposio. Ni uno l’ha egualmente ingentilito.... Niuno possiede in sì alto grado l’eloquenza del cuore , nè sa meglio di lui porre in movimento gli affetti. L’autor ch’io cito (Arteaga Rivoluz. del Teatro t. 1,p. 121 , ec. ed. ven.) non si rigetterà, spero, dal sig. ab. Arteaga , e perciò ei dovrà confessare che la lingua italiana , quando è ben maneggiata, è al par d’ogni altra , e forse più d’ogni altra, opportuna all’analisi delle passioni e ali anatomia del cuore. Noi non abbiam libri che diconsi di spirito , e per recarne un esempio, il sig. ab. Arteaga che ad uno ad uno conosce tutti i letterati italiani, e sa fin dove ciaschedun di essi possa giugnere col suo stile, ci assicura sulla sua parola, che il più bravo letterato di qua da’ monti non sarebbe capace di spiegare in accomodato stile volgare un libro simile al Tableau de Paris. Ognun vede 1 invincibil forza di questo argomento; e gran disonor dell’Italia sarebbe certo, essa non fosse capace di produrre un’opera somigliante a quella ch’egli ci ha indicata. Ma anche senza ciò, non posso io sfidare ugualmente il più bravo poeta che sia oltremonti a tradurre in accomodato stile della sua lingua, per tacere d’altri libri, il Mattino e il Mezzogiorno dell’ab. Parini? Ogni lingua ha i suoi vezzi, le sue espressioni, le sue maniere di satireggiare e di allegorizzare, che trasportate a un’altra lingua straniera perdono ogni lor pregio. Accade anche sovente che una nazione ama più che un’altra un cotal genere di opere, e perciò in esso più che in ogni altro si esercita, e. nell’esercitarsi arricchisce sempre più la sua lingua di parole e di frasi a quel genere adattate. Gl’Italiani, a cagion d’esempio, non si son mai occupati molto nello scriver romanzi, dico gl’italiani dotti, eleganti, ingegnosi; giacché io concederò di buon animo all’abate Arteaga ciò ch’ei ci rinfaccia, che in questo genere non abbiam cosa che meriti V attenzione de’ forastieri; poichè l’Italia, vedendosi abbondevolmente fornita di cotal merce dagli Oltramontani, non si è curata di farne l’oggetto de’ suoi studi, e solo in esso [p. xxxvii modifica]DELLA LINGUA ITALIANA XXXVII si sono impiegali alcuni die non erano destinati a’" primi onori nel regno della letteratura. Ma ciò non pruova che se f?l’Italiani volessero, non potessero anche nello scriver romanzi mostrar le ricchezze, la dolcezza, l’armonia della lor lingua. Un recente esempio ce ne convincerà facilmente. Ognuno avrebbe creduto che la concisa e vibrata lingua francese fosse assai più che l’italiana opportuna a scrivere epigrammi. E certo i pochi che avevamo avuti finora, trattine però alcuni del Rolli} non eran degni di stare al confronto con quelli che i Francesi ci mostravano ne’ loro scrittori. Ma di fresco il conte. Roncalli col fare italiani molti dei più rinomati epigrammi francesi , e più ancora l’ab. Bettinelli così col tradurne parecchi , come collo scriverne molti nuovi, han fatto chiaramente conoscere che la lingua italiana, senza prender cosa alcuna dalle altre, non uguaglia in ciò solamente , ma supera ancor la francese, poichè a una pari precisione e robustezza congiunge una maggior eleganza poetica. Ciò dunque che è avvenuto degli epigrammi, potrebbe accader de’ romanzi , e di ogni altra sorta di libri di spirito , se coloro tra gl’Italiani, che posseggono la loro lingua, e che sanno l’arte di scrivere, volessero in essi occuparsi. Noi non abbiamo cosa alcuna importante nel genere epistolare, sendochè sarebbe lo stesso che voler insultare il buon senso , il paragonar le insipide raccolte dei Cari, dei Bembi, dei Tolomei e dei Zucchi con dieci lettere sole deW incomparabile Sevignc per tacer di tante altre. Se sia idoneo giudice del buon senso chi unisce insieme le lettere di tre de’ più eleganti scrittori italiani, quali sono il Caro, il Bembo, il Tolomei , con quelle del Zucchi, che niuno sognò mai di proporre per modello di stile, è facile il comprenderlo. Se poi il sig. ab. Arteaga si lusinga che basti l’autorevole sua decisione per rimirar come insipide le dette Raccolte, ei s’inganna di molto. Io non negherò che molte di quelle lettere, e quelle singolarmente che diconsi di complimenti, non siano languide e snervate per la ragione poc’anzi accennata , che la lingua italiana non erasi allor per anco staccata del tutto dalla latina, e molto riteneva delle somiglianze materne. Ma è certo che parecchie ne sono in quelle del Caro e del [p. xxxviii modifica]XXXVIII RIFLESSIONI SULL* INDOLE Tolomei singolarmente, cioè quelle scritte a’ più confidenti loro amici, che nulla temono il confronto dell’incomparabile, ma sempre uniforme e monotona Sevigné. Oltre di che , qual ingiustizia è cotesta! Son forse que’ soli gli scrittori di lettere che noi abbiamo? Perchè tacere quelle di altri più recenti Italiani, quelle, a cagion d’esempio, del Redi, dei Magalotti, del Bianconi , del Taruffi e di tanti altri scrittori o viventi, o morti poc’anzi , le cui lettere non cedono in eleganza o in leggiadria a quelle di qualunque altro? E che cosa può darsi di più saporito e di più piccante in lor genere delle lettere di Gasparo Gozzi? • le quali analizzano spesso, come brama il sig. Arteaga, le passioni umane con finissima satira. Io son certo che una raccolta di lettere in lingua italiana fatta da mano maestra darebbe a conoscere ch’essa supera di gran lunga anche in questo genere tutte le altre lingue d’Europa. Noi non abbiamo alcun esemp o imitabile della maniera di scriver dialoghi alla foggia di Luciano , giacchè all’abate Arteaga non piacciono nè il Cortegiano del Castiglione, nè gli Asolani del Bembo, ne il Dialogo sulle forze vive dell’aureo e freddo Zanotti, il quale, prendendo od ornare alla foggia accademica una materia intrattabile, rese fi ¡vola una questione importante. Il nostro autor si dimentica che ci ha proposto poc’anzi il Galileo come modello di precisione, di eleganza, di proprietà e di robustezza di stile, e che perciò dovrebbe almeno eccettuare in questa sua censura i Dialoghi intorno alla nuova scienza. Che intende poi egli di dire ove dà al Zanotti gli aggiunti di aureo e freddo? Certo ei non ha il fuoco del sig. ab. Arteaga, di che non so s’ei debba esser ripreso. Ma chiunque ha buon gusto, dovrà confessare che gli accennati Dialogi sono scritti con rara eleganza; e che invece di biasimarlo per aver presa ad ornare una materia intrattabile , ei debb’essere ammirato e lodato , perchè con tal leggiadria ha maneggiato un sì sterile e sì difficile argomento, che benchè il comun consenso de’ dotti abbia conceduto l’onore della vittoria al celebre suo avversario il P. Vincenzio Riccati, egli ha potuto nondi57 ndimeno coll’amenità dello stile sorprendere e rapir talmente i lettori, che si è dubitato per qualche tempo a chi [p. xxxix modifica]DELLA LINGUA ITALIANA XXXtX 51 dovesse la palma. E perchè non posso io rammentare all’ab. Arteaga, oltre alcuni altri elegantissimi dialogi che ha la lingua italiana, quelli del celebre conte. Algarotti nella sua opera del Newtonianismo per le dame? Il qual autore si potrebbe anche recare a modello di altri generi di stile, che dall’ab. Arteaga ci vengon negati. E io so ben ciò ch’ei mi risponderà, cioè che il conte. Algarotti se ha voluto essere scrittor colto e grazioso, ha dovuto, per così dire, scrivere all’oltramontona, e introdurre vezzi ed espressioni francesi nella volgar nostra lingua. Ma questa accusa che si dà al conte. Algarotti, è ella veramente così fondata come credesi comunemente? Forse se si chiamasse a maturo esame, vedrebbesi! ch’ei non è poi tanto reo. Nondimeno accordiamo ancora che ciò sia vero. Rimane a vedere se quell’elegante scrittore non potesse usare altrimenti, e se levando da’ suoi dialogi i francesismi, e sostituendo loro grazie e vezzi italiani, essi non conservassero ancor quella eleganza che in essi si vede. Io son certo che si vedrebbe alla pruova che la lingua italiana non ha alcun bisogno delle straniere per abbellire e infiorare lo stile. Dove per altro si avverta che i Dialogi del Castiglione, del Bembo, del Zanotti, ec. s’accostan di molto alla maniera di quelli di Cicerone, e nulla han che far con Luciano, il cui gusto se tanto brama il sig. Arteaga veder fra noi trasportato , legga i Dialogi del conte. Gozzi ed i Sogni, e neghi loro, se può, un’original bizzarria. E se non in dialogi, in somiglianti scritti però quante cose non ha il P. Bartoli sommamente fine e vivaci, ed insieme preziose in lingua? Questo autor solo, benchè abbia usato di uno stile ch’io non proporrò all’imitazione di alcuno, ha nondimeno forse più d’ogni altro mostrato qual sia la forza e l’abbondanza e la grazia della lingua italiana, e quanto essa sia adattata alle vivaci descrizioni, a’ forti non meno che a’ teneri affetti, a’ pungenti sarcasmi, a’ piacevoli scherzi, e ad ogni genere di argomenti. Ma pochi or sono che leggan tai libri. Noi non abbiamo alcun modello di eloquenza forense , purchè lo snervato Badoaro, non letto omai da chicchessia, non voglia da qualcheduno mettersi a confronto colle incomparabili Aringhe parlamentarie [p. xl modifica]XL RIFLESSIONI SULL’INDOLE d’Inghilterra , o con alcune delle Cause celebri del Pitaval. L’osservazione non può esser più bella; ed è somigliante a quella di chi opponesse agl’Inglesi, agli Svedesi , ec., che la lor lingua è povera , perchè non ha alcun modello dei Panegirici de’ Santi. Ove è che l’Italia abbia occasione di esercitar l’eloquenza forense? Non vi è che Venezia ove gli avvocati posson far pompa della loro facondia. Ma chi non sa ’eh essi usano del volgare lor dialetto, e che perciò le loro arringhe, per quanto siano eloquentissime , se non vengono in lingua italiana tradotte da chi sappia usarle con eleganza, perdono in gran parte la loro forza? Così è avvenuto di quelle del Badoaro, nelle quali però chiaramente si s"orge che assai più eloquenti ci sembrerebbono esse, se una mano più esperta le avesse adornate. E perchè l’ab. Arteaga non ci rimprovera egli ancora la mancanza di sacri eloquenti oratori? Se la lingua italiana non e atta all’eloquenza forense, come sarà atta alla sacra? Ma di questa ei sa che dopo il ritorno del buon gusto in Italia abbiamo esempj troppo splendidi e luminosi, e che Segneri, Tornielli, Venini, Pellegrini, e più altri han fatto conoscere che, avuto riguardo al genio e al costume della nazione, in questo genere non abbiamo di che invidiare ad alcuno. Ed il Pellegrini in alcune prediche specialmente offre una pruova di più contra l’asserzione del sig. Arteaga, che gl’italiani non possan notomizzare, scrivendo, il cuor umano. Lo stesso dee dirsi degli elogi, la cui inopia parimenti ci rimprovera 1‘ ab. Arteaga. Io non esalterò alle stelle la Raccolta di essi dataci negli anni addietro dal sig. ab. Rubbi. Ma pure alcuni ne ha tra essi, come quello del Montecuccoli fatto dal conte. Agostino Paradisi, e alcuni altri ad esso somiglianti, i quali bastano a provare che non mancano anche in questo genere alla lingua italiana eregi modelli. Noi non abbiamo alcun autore che ripurgando le scienze dallo squallore scolastico, sappia infiorar il sentiero che vi conduce, e rivestir la filosofia delle spoglie delle Grazie, come fece maravigliosamente l’ingegnoso scrittore della Pluralità de’ Mondi. E perchè forse teme l’ab. Arteaga che non l’intendiamo abbastanza, ripete poco appresso lo stesso, e ne forma un [p. xli modifica]della letteratura italiana vli altro capo d’accusa, rimproverandoci che niun trattato abbiamo descrittivo di qualche scienza, che possa servir di regola nel genere didascalico , come tanti ne. hanno gli stranieri, e particolarmente i Francesi, bastando per tutti F immortale Buffon. Qui ancora il sig, ab. Arteaga non si ricorda delle lodi che poc’anzi ha date al Galilei, proponendolo come modello agli scrittori di cose fisiche. E io, oltre quel valoroso scrittore, ricorderò all’ab. Arteaga que’ non pochi altri che sopra ho rammentati, il Redi, il Magalotti, il Vallisnieri, il Cocchi, ec., che alla sodezza delle loro ricerche nelle quistioni filosofiche e mediche hanno congiunto le spoglie delle grazie, e hanno infiorato il sentiero, pregio ci,’ ci non può negar certamente ne pur al march Maffei nella sua Arte cavalleresca. Oltre di che la quistione che qui si agita, è se la lingua italiana sia ricca abbastanza per poter con essa spiegare tutto ciò che a qualunque scienza appartiene. Or concedendo ancora che noi non abbiamo scrittori che possano paragonarsi a Fontenelle e a Buffon, non ne viene in conseguenza che la nostra lingua non abbia espressioni opportune a trattar di qualchessiasi argomento. Se vi è materia in cui la lingua francese sembri più doviziosa dell’italiana, ella è l’arte militare che per poco non credesi tutta francese. E nondimeno veggasi il Discorso del soprallodato ec. Algarotti al sig. Felice Salimbeni sopra la ricchezza della lingua italiana ne’ termini militari (Op. t. 5, p. 135, ed. Cremon.), e si vedrà quanto anche in ciò sia la comune opinione insussistente e falsa Finalmente noi non abbiamo nessuna storia letteraria scritta con quella sublimità di pensare, con quella critica interessante e filosofica, con quello stile clic prcssente V immortalità, con quella forza di genio che caratterizzano la Storia dell Astronomia del s:g. Bailly. A me non appartiene il rispondere al gentil complimento , di cui ognun vede eh’ ci vuol qui onorare singolarmente me e la mia storia. Ma gli chiederò solamente , e mi piace di dover ripeter più volte la stessa interrogazione, di qual logica ei faccia qui uso. S’egli avesse fatto solo il paragon dello stile , I’ osservazione potea esser vera, giacchè io certo non mi vanto di avere uno stile che a guisa di bracco presenta l’immortalità. [p. xlii modifica]XLII RIFLESSIONI SULL’INDOLE Ma di grazia, che ha a lare colla ricchezza, coll’energia , coll’armonia della lingua , di cui solo qui trattasi, la sublimità di pensare , la critica interessante e filosofica, la forza di genio? La mancanza di questi medesimi pregi sarà forse quella che non- mi lascerà ravvisare la connessione di questo ragionamento del sig. ab. Arteaga; e perciò pregherò lui stesso, che nella sua storia delle Rivoluzioni del Teatro musicale ha sì bene riunite in se stesso le doti da lui ammirate nel sig. Bailly, a indicarmi per qual maniera la mancanza di sublimità del pensare , e di critica nel ragionare provi la povertà e la pusillanimità d’una lingua, Io frattanto gli indicherò uno scrittore di storia letteraria che, a mio parer, può bastare per rivendicare l’onor dell’Italia; ed egli è il celebre procuratore e poi doge Marco Foscarini , la cui Storia della Letteratura Veneziana non teme in ogni sua parte il confronto di qualunque altro scrittore. Io son venuto rispondendo finora a tutti i rimproveri che il sig. ab. Arteaga ha fatti alla lingua italiana e agl’italiani scrittori. Ma a conchiudere quest’apologia, ei mi permetterà ch’io gli dimostri generalmente che non v’ ha forse lingua tra le viventi d Europa, che più dell’italiana sia opportuna a qualunque stile e a qualunque materia. Perciocchè qual lingua è mai questa nostra? Ella è una lingua che riunisce in sè i pregi dell’evidenza delle sue frasi imitative, delle quali si trovano esempj maravigliosi negli autori; della ricchezza de’ termini cagionata dal gran numero de’ dialetti che son concorsi a formarla; della varietà nata appunto dalla ricchezza e moltiplicità delle sue forme; dell’abbondare, d’aumentativi e di diminutivi, che la rendono opportuna, quelli per lo stile ditirambico , questi per l’anacreontico; della pieghevolezza che in lei nasce dal concorso di questa e d’altre cause; una lingua che sa congiungere F ordine colla vivacità, e colla chiarezza la forza, imbrigliare la immaginazione senza rallentarne la possa , accomodarsi a tutte le inflessioni e a tutti gli stili, conservando ciò non ostante F indole sua propria e nativa; una lingua che tanto vale a esprimere tutte le passioni, e a dipinger tutti gli oggetti , e che diviene lo strumento ugualmente dello spirito, [p. xliii modifica]DELLA LETTERATURA ITALIANA XLIU della fantasia e degli affetti, Io spero che il signor abate Arteaga non negherà che tal sia la lingua italiana , purchè son questi i pregi medesimi che in essa altrove ci riconosce ed esalta (Rivoluz. del Teatro music, t. 1, p. 85, ec.). Or se una tal lingua non è ad ogni stile e ad ogni argomento opportuna, qual sarà mai? Ancorchè dunque si ammettesse per vero che un solo scrittore non avesse l’Italia, che si potesse proporre a modello di colto stile , ciò proverà difetto d’ingegno e di studio negli Italiani, non proverà mai difetto, o povertà di lingua , ch’era ciò che il sig. ab. Arteaga si era accinto a provare. Benchè nondimeno io abbia , se mal non m’avviso , chiaramente mostrato al sig. ab. Arteaga che noi non solo possiamo avere, ma abbiamo ancora scrittori sommi in ogni genere di argomento e di stile, confesserà nondimeno che il numero de’ nostri scrittori cattivi è assai maggiore di quello de’ buoni , e che il difetto di stile si scorge forse più spesso negli scrittori italiani che negli stranieri. Ma io credo che questo sia un nuovo argomento a provare non la povertà, ma la ricchezza della nostra lingua. Una lingua che non sappia esprimere la cosa stessa che in una, o al più in assai poche maniere, che non possa dare diversa costruzione alle parole medesime , ma debba necessariamente disporle sempre in un ordine, che abbia sempre a un di presso la stessa armonia , lo stesso contorno di periodo, che non abbia diversi stili alle diverse occasioni adattati, e in cui lo stil poetico appena possa distinguersi dallo stile prosaico; una tal lingua, io dico, sarà certo assai più agevole a maneggiarsi felicemente, e a scriversi senza difetti, che una lingua feconda di mille diverse espressioni, di trasposizioni infinite, di varia armonia , di diversi stili. Ove non è , o appena è luogo alla scelta, non è, o appena è luogo all’error nella scelta. Ma ove l’ingegno si vede innanzi gran numero di oggetti diversi, altri più, altri meno pregevoli , fa d’uopo di accorgimento a sceglier ciò che conviene; e spesso accade che un si appigli al peggiore. Aggiungasi , che una lingua più povera assai più facilmente apprendesi che una più ricca, e perciò minor sarà sempre il numero degli scrittori viziosi in una lingua povera, che [p. xliv modifica]XL1V RIFLESSIONI SULI,’INDOLE, EC. in una ricca e abbondante. Questa è ancor la ragione per cui la lingua italiana ha miglior copia di eleganti e colti scrittori in poesia, che non in prosa. Abbiamo nel precedente tomo osservato che anche nella lingua latina accade lo stesso , e abbiam recata la medesima spiegazione di questo letterario fenomeno. Benchè il prosatore e il poeta usino della medesima lingua, come nondimeno la poesia italiana ha il proprio suo stile diverso da quel della prosa, ma stile legato a metro , che tiene, per così dire, in freno chi scrive, e lo obbliga a più matura riflessione , e stile ristretto entro a più angusti confini, perchè non tutte le espressioni, non tutte le trasposizioni, non tutte le figure che alla prosa convengono, convengono ancora alla poesia; così a minor occasione di errori è esposto chi la coltiva, e, racchiuso entro più breve spazio, quando egli abbia quel talento e quel genio, senza cui non è lecito l’esser poeta, può più agevolmente correrlo senza pericol d’inciampo. Ma di apologie basti fin qui; ed entriamo omai nel poco lieto argomento che in questo studio ci si offre a trattare.