Vita di Jacopo Durandi

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Gaspare de Gregory

1817 V Indice:Vita di Jacopo Durandi.djvu Vita di Jacopo Durandi Intestazione 6 gennaio 2019 100% Da definire

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VITA

DI

JACOPO DURANDI

CAVALIERE E CONSIGLIERE DELL’ORDINE MILITARE

DE’ SS. MAURIZIO E LAZZARO,

PRESIDENTE NELLA REGIA CAMERA DE’ CONTI

SCRITTA

Da G. De-Gregory.

TORINO

6 x.bre 1817

COI TIPI POMBA.


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VITA


Spargere alcuni fiori sulla tomba d’uno tra i più distinti Italiani, è per noi di sollievo in questi primi giorni1 d’amarezza, in cui deploriamo la perdita del nostro Vercellese, del sincero amico, lo illustre Jacopo Durandi cavaliere dell’ordine reale de’ SS. Maurizio, e Lazzaro, consigliere del detto ordine, presidente nella regia Camera de’ Conti, e membro di varie Accademie. Le sue opere drammatiche, in cui giovinotto si rese l’emulo del mellifluo Metastasio, lo fecero già conoscere per ottimo poeta in tutte le principali città d’Europa, e le di lui ricerche [p. 4 modifica]istoriche sull’antico stato dell’Italia, e del Piemonte, pubblicate in età matura, lo misero nel novero de’ più pregiabili letterati. Sia a noi concesso di tessere l’elogio di sì grand’uomo colla scorta delle notizie, che a forza d’importune interrogazioni, abbiamo di quando in quando dal suo modestissimo parlare (involontariamente si può dire) ottenute, e colla scorta pure dei documenti, che ci furono somministrati, onde rendere di pubblica ragione l’esemplare, e luminosa vita di tanto personaggio; lo che servirà di conforto ai buoni, li quali questo modello di virtù curano d’imitare, e di pungolo vivace alla gioventù Vercellese, che nosco piange la perdita del saggio concittadino.

La famiglia Durandi ella è originaria di Candelo, ed aveva già alcuni punti di giurisdizione feudale sopra il Villaggio di Oldenico nella provincia Vercellese, siccome risulta da investitura delli 18 aprile 1561, [p. 5 modifica]a favor di Bernardo Durandi avo delle due sorelle Vittoria, e Ludovica, che furono nel 1623 damigelle d’onore alla corte della Duchessa di Modena.

Domenico Durandi, persona di comoda fortuna, trovò convenienza nel trasportar il suo domicilio in Sant’Agata, volgarmente detto Santià, borgo insigne, e capo luogo dell’antico capitanato, ove risiedeva un governatore, sotto la cui giurisdizione vi erano più di quaranta terre. Ivi dopo lungo soggiorno, il Durandi padre contrasse maritaggio colla signora Benedetta Rondolino di Cavaglià2, donna di vivace spirito, amante della poesia.

Da questo conjugio nacquero due maschi, [p. 6 modifica]e varie femmine; il nostro Jacopo Durandi primogenito venne alla luce nel giorno 25 luglio 1737 nel borgo predetto, ed appunto gli fu imposto il nome di Jacopo al sacro fonte, perchè ne ricorreva la festa.

Dimostrò Durandi, dall’infanzia, prontezza di spirito, inclinazione allo studio; e per intertenimento, la buona genitrice, mentre il giovinetto era nella prime scuole in patria, soleva fargli leggere alcune scene dei piacevoli drammi di Metastasio, donde disse, egli avere preso gusto al verso drammatico; quindi è che suo più caro divertimento in quel borgo, fu il fare giuocar li fantocci, al cui oggetto componeva egli piccole farse, e commedie. Questo passatempo venne dal suo compiacente padre secondato, e gli fece a genio costrurre in Santià un piccolo teatro famigliare, a cui accorrevano tutti gli amici, e concittadini, e fu poi quel sollazzo continuato in tutte le vacanze autunnali, in sino a che in età d’anni dieciotto [p. 7 modifica]partì per Torino, come diremo in appresso. Tanto è vero, che l’inclinazione si sviluppa precoce nei fanciulli per l’una, o l’altra scienza, e che spetta ai savi genitori, al prudente maestro, il dargli indirizzo per ottenere ottima riuscita.

Cresciuto Durandi in età, ed instruzione, fu dal padre accompagnato a Vercelli, capitale della provincia, ove fu consigliato, e persuaso a vestire l’abito chiericale; fece ivi il corso della filosofia con distinzione, dopo il qual corso, venne a Torino per intraprendere lo studio della teologia. Fu il nostro concittadino raccomandato al celebre padre Agnesi da Cuneo, dell’ordine de’ predicatori, versatissimo nelle lingue orientali, e professore nella regia Università: il quale scoprendo nel vivace, e fervido giovane rari talenti, lo accolse con particolare benevolenza.

Qui uopo è annotare, che dipende soventi dalla fortuna nell’aver un saggio [p. 8 modifica]Mentore, che dirigga i nostri primi passi, l’ottima riuscita d’un giovane nella carriera delle lettere; infatti il padre Agnesi, sebbene indovinasse nel vivace Durandi, che non esisteva disposizione per la scienza di teologia, tuttavia lo animò in quel primo anno allo studio della cronologia sacra, e profana, che veniva da lui dettata nella scuola, studio utilissimo, e che poi spinse il nostro letterato alle difficili ricerche istoriche, di cui parleremo a suo luogo.

Docile lo scolaro verso il suo direttore, fu assiduo alle lezioni di detta scienza di cronologia, e sul finire dell’anno prese il bacilierato in teologia, siccome era usanza.

Inclinando il giovine Durandi per la scienza delle leggi civili, e canoniche, coll’assenso del prelodato padre Agnesi, passò alla scuola di legge, e fece quattro anni di studio, essendo professori li dottissimi Bruno, Gastaldi, Berardi, ed Arcasio, le cui opere [p. 9 modifica]in gran parte stampate, aumentano il lustro della regia Torinese Università.

Seppe il nostro Concittadino alla coltura delle leggi accoppiare quella della poesia, ed in vece di passare le ore di ozio in divertimenti soventi per la gioventù rovinosi, esso stava leggendo i classici poeti, e diede un saggio di sua fantasia sino dall’anno 1759, in cui pubblicò l’Arianna, idilio che incontrò il gusto dei migliori poeti, ed in cui all’armonia del verso vanno accoppiati sentimenti del più maturo filosofo; sia a noi permesso di darne una prova colle seguenti quartine, in cui Arianna abbandonata, così canta:


Verginelle, a cui nel seno
Bella avvampa amica face,
Siate caute, e a chi vi piace
Non aprite ognora il cor.

Non credete a un ciglio ameno,
Che sovente inganna astuto,
E v’espone d’un rifiuto
Al disprezzo, ed al rossor.

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Nell’anno 1762, in Torino con sommo onore prese Durandi la laurea in ambe leggi, e tosto passò all’esercizio della pratica forense sotto la direzione del classico giureconsulto Pio Revelli patrocinante innanzi ai supremi Magistrati. Era usanza a quei tempi di non ammettere li giovani avvocati agli impieghi, nè al patrocinio delle cause, senza che avessero pria ricevuta certa maturità nella scienza del foro, e che fossero bene versati nella conoscenza delle moltiplici decisioni, consuetudini, e statuti locali, che tuttora sono in vigore nei tribunali; epperò Durandi (sebbene il di lui genio lo rendesse impaziente di pervenire alla magistratura) dovette sottoporsi a quell’usanza, e restare nella forense pratica per più di sei anni.

Male sofferendo lo spiritoso giovine tale ritardo, chiamò la poesia in sollievo, e questa figlia d’Apollo, dal Durandi venerata sino da’ suoi primi anni, e coltivata [p. 11 modifica]pendente il corso degli studj legali, fu compiacente nell’accordare le aurate corde della sua cetra; ond’è, che ritoccate alcune composizioni, nell’anno 1763, presentò il nostro Poeta Vercellese alla revisione, ed ottenne la facoltà di pubblicare li drammi per musica con varj idilj, che comparvero alla luce nel 1766, col seguente titolo: Opere drammatiche di Jacopo Durandi vol. 4, in-8.° stampate dal Davico in Torino, ove sta in fronte; al primo volume, il ritratto dell’Autore, che ancor vestiva l’abito chiericale3. [p. 12 modifica]

Noi preghiamo il Lettore, che non conosce il dolce, e sciolto verseggiare del nostro Durandi a volere maturare alcuni degli annotati drammi, onde con noi decidere se non abbia egli pareggiato il grazioso Metastasio, il quale non isdegnò di [p. 13 modifica]di scrivergli una lettera di complimenti, che avressimo desiderato di quì inserire, se al nostro venerando vecchio Concittadino fosse riuscito di ritrovarla nella confusione della sua libreria da due successivi traslocamenti di casa4 messa in disordine. [p. 14 modifica]

Pria però di passar oltre nella vita letteraria di sì grand’Uomo, sia a noi concesso di far alcune osservazioni sul metodo dal poeta tenuto nel comporre i suoi drammi.

Lagnavasi seco noi un giorno dell’insulso modo di scrivere d’alcuni verseggiatori moderni, dell’asprezza nelle loro composizioni drammatiche, e particolarmente nelle arie, e finali, che fanno impazzire il maestro della musica, fanno strillare le cantatrici, ed i soprani, e fuggire gli spettatori disgustati dalla platea, e ci assicurò, che ricevendo la commissione di scrivere per il teatro, soleva egli estendere tutto il recitativo del dramma, e non ideava mai li rondò, le cavatine, li duetti, ed i finali, se non dopo inteso l’estro del compositore, ed il tuono di voce delli cantanti, per adattare lui stesso le parole alle note musicali, ed alla sonorità della voce dell’attore, e così faceva la poesia suddita della musica, onde ottenere il più grande effetto [p. 15 modifica]in questa, che deve nel dramma maggiormente signoreggiare, e per mezzo dell’armonia dilettare: ma per questo fare, riflettiamo noi, non ci vuole un pedante poeta, ma un uomo di genio qual era il nostro Vercellese, pieno di estro poetico, di vivacità, capace ad improvvisare; ci vuole un letterato solito a formare l’anima delle più colte società di que’ tempi tranquilli, in cui non vi esistevano nè odj, nè divisioni di partiti, ma la sola virtù si apprezzava; quindi è, che Durandi fu dai maestri di musica accarezzato, e dai cantanti in ogni città encomiato per la sua compiacenza, per il vivo impegno, che pendente il carnovale esternava nel procurare l’esecuzione del suo dramma, non risparmiando nè pene, nè fatica al proposito.

Per dare un saggio dell’amabilità del Durandi nelle piacevoli conversazioni, noi additiamo qui il poemetto col titolo Amore disarmato, diviso in sei canti, che per [p. 16 modifica]trastullo compose ne’ primi giovanili anni. Questo poema senza saputa dell’autore fu stampato colla data di Napoli nel I768, in-8.°, dal Pomarelli.

Le prime idee succhiate dalla rispettabile di lui madre destarono nel giovine figlio l’amore alla poesia, e massime ai componimenti drammatici, in cui fece gli accennati progressi, senza che mai abbia voluto imbrattare la sua penna nello scrivere opere buffe, soventi senza sale, e solo ripiene di ridicolezze, e di motti osceni.

Le seconde idee bevute dalla frequenza fortunata col padre Agnesi, e dallo studio della cronologia a suggerimento di sì grande professore, eccitarono nel nostro scrittore in età più matura, e più riflessiva il gusto per la storia, ond’è, che penetrato dalla massima di M.r Thomas nel suo discorso di ricevimento all’accademia francese, cioè: che la gloria dell’uomo, che scrive, è di preparare dei materiali all’uomo che [p. 17 modifica]governa5, si slanciò nelle difficili, dispendiose e faticose indagini sugli antichi popoli d’Italia, e sugli abitatori del nostro Piemonte.

Nel 1766 seguendo Durandi il consiglio del saggio D’Aguesseau prese a trattare la storia del suo paese natio, convinto essere un tale studio utile, ed anzi essenzialissimo per un uomo illuminato, il quale non vuole vivere come uno straniero nella sua patria, ed appunto tributò ad essa il primo libro di antiquaria col titolo: Dell’antica condizione del Vercellese, e dell’antico borgo di Santià. Dissertazione di Jacopo Durandi, dedicata a S. A. R. Benedetto Maria Maurizio di Savoja, Duca del Chiablese; tom. 1, in-4.°, di pag. 152, Torino, presso il Fontana.

Nella dedicatoria nobile, e rispettosa, spiega l’autore, che era dovere lo dedicare al Principe tale operetta per essere la [p. 18 modifica]di lui patria Santià tra i suoi feudi noverata. Prendendo quindi nel progresso dell’opera a parlare di Vercelli, con sano criterio abbatte le favole diverse, che sull’origine di questa, una volta potente città6 stata quindi dalle guerre, e da altri flagelli spopolata, si sono dagli antichi storici senza fondamento scritte, e date a credere, e ciò per l’ambizione di rendere le loro città pressochè anti-diluviane; siccome d’Asti si pretendeva colla scorta d’apocrifa lapide, e siccome tuttora anche nelle famiglie private si studia, e si tenta da alcuni, di sola nobiltà gonfi, ed orgogliosi.

Nel 1768 alli 30 luglio ottenne Durandi il permesso di far istampare Delle antiche città di Pedona, Caburro, Germanicia, e dell’augusta de’ Vagienni, che esistevano nel [p. 19 modifica]superior Piemonte, oggi s. Dalmazzo, Cavor, Caraglio, e la città di Bene, dissertazione di Jacopo Durandi, nella quale si apportano parecchi antichi monumenti, ora per la prima volta pubblicati, e s’illustrano alcuni punti dell’antica Storia, e Geografia; tom. I, in—8.°, di fog. 144, Torino 1769, presso Fontana.

Era dovuto l’onore d’offerire quest’opera interessante al Principe di Piemonte, in oggi S. M. Carlo Emanuele IV residente nell’alma città di Roma, ed il nostro concittadino l’ha fatto con una nobile dedica, da quel pio Sovrano aggradita.

Alli 3 maggio 1769 risulta della facoltà accordata al nostro autore di pubblicare altra interessante opera col titolo: Saggio sulla storia degli antichi populi d’Italia di Jacopo Durandi; tom. I, in-4.°, di fog. 160, Torino 1769, coi tipi Fontana.

Questo libro, che fece alto rumore presso i più dotti d’Italia, che diede al moderno [p. 20 modifica]Micali Toscano i primi abbozzi della sua opera sugli abitatori della nostra penisola prima de’ Romani, che fu oggetto di critiche osservazioni del signor Ermanno Schroder, a cui l’Autore nostro rispose con decenza nel 1772, venne dall’erudito Tiraboschi enunciato nel tom. i.° della preziosa, e diligente storia letteraria; e parlando degli autori, che trattarono dell’antica Ausonia, annovera con distinzione il nostro Durandi tra uno dei più pregievoli.

Sembrava, che fra tali sì geniali trattenimenti di poesia, e di storia, eccitati gli uni da vivace genio, e gli altri dall’amore, della patria, che (come già si disse) furono nel Durandi instillati dalla lettura in fanciullezza delle poesie di Metastasio, e dallo studio in età giovanile della cronologia sacra, e profana, sembrava, noi ripetiamo, che la pratica legale per se stessa faticosa, e spiacevole, essendo fondata sopra un dritto positivo, ed usi forensi, [p. 21 modifica]dovesse al giovine dottore in leggi venire a schifo, anzi venire con isdegno abbandonata dal nostro fervido poeta, e maturo storico, quando il conte Derossi di Tonengo procuratore generale di S. M. il Re Carlo Emmanuele il grande, magistrato sommo, qual verace apprezzatore dei bei talenti, senza pesare il titolo dei natali, e nobiltà della schiatta, e senza pure che vi sia concorsa la tanto usata protezione (probabilmente animato dai lavori letterari già pubblicati) chiamò a il nostro Vercellese, e coll’aggradimento Sovrano nel 1769 gli offrì uno dei quattro posti di volontario nel suo ufficio.

A tale inaspettata, ed onorifica chiamata obbedì docilmente il Durandi, e seguitò la sorte, che quell’insigne magistrato, di cui fu poi egli l’anima, ed il cuore, gli avea preparata.

Lasciata per un momento la dilettevole poesia drammatica si addossò il giovine [p. 22 modifica]giurista l’incarco, che gli venne tosto assegnato dell’esame difficile de’ feudi di Savoja, e di Aosta, nella quale disamina con genio, e fatica talmente si distinse, che ottenne la palma7 di primo feudista Piemontese.

Era in allora usanza di presentare al Monarca li candidati alla magistratura, predistinti colla scelta e nomina di volontarj in detto ufficio, ond’è che il conte di Tonengo, facendo deporre al giovine Durandi le divise chiericali, e cinta la spada8, lo presentò determinata udienza al grand’Emanuele, che qual amoroso Padre accolse lo spiritoso giovine, e con [p. 23 modifica]piacevole bontà lo consigliò in termini pieni di dolcezza a lasciare i drammi, e la frequenza di virtuosi di teatro, sia per conservare alla magistratura quel rispetto nel pubblico, che non si ottiene, se non colla più severa, ed illibata condotta di vita, e colla decenza, e sodezza negli abiti, sia perchè temeva il saggio Principe, che tale divertimento potesse distogliere il figlio d’Astrea dal lavoro assiduo nelle ardue materie legali.

Tale distraimento non succede a parer nostro, e per quanto l’esperienza insegna, qualora trattasi di veri genj; essi sono d’ogni scienza capaci, e come dice Cicerone parlando dell’oratore perfetto, sapendo di tutto diventano grandi filosofi, accurati oratori, e sinceri storici, giacchè le scienze tra di loro per artificiosi anelli si corrispondono.

Promise il nostro Durandi all’adorato Monarca, al padre del popolo di frenare [p. 24 modifica]il suo estro poetico; e solo colla dovuta permissione trovandosi la società del teatro regio impicciata per il nuovo dramma del carnevale del 1770, aderì egli alle replicate instanze, e compose l’Armida, dramma con musica del maestro Anfossi, stampato in Torino nel 1770, e quindi ristampato nel 1805, epoca in cui fu di nuovo rappresentato, ed a consolazione del nostro poeta venne dall’armonioso Hayden messo per la seconda volta in musica, e dal pubblico Torinese applaudito.

L’ottima riuscita dell’accennato dramma indusse li signori socj del teatro a di nuovo ricorrere per l’opera del carnevale del 1771, e fu allora, che Pubblicò l’Annibale in Torino, che il bizzarro Paisello ha con piacere scritto, ed ebbe il più grato successo.

Queste due composizioni teatrali, stampate in disparte, che meritano d’essere inserte in una seconda edizione dei drammi, chiusero finalmente la scena al nostro Poeta, [p. 25 modifica]il quale ebbe la consolazione di sentire, che gli stessi due drammi piacevolissimi per la vaga, e scelta loro composizione, furono cantati sopra i principali teatri di Europa, e che persino in Russia il nome dell’autore ha eccheggiato.

Lasciata la poesia drammatica, solo di quando in quando andava prendendo Durandi la polverosa cetra per cantare lodi d’alti personaggi, o per enunciare memorandi fatti, tra cui havvi il sonetto in morte di Metastasio nell’anno 1782, e quell’altro scritto verso il fine del 1794, diretto all’Italia, in cui ritratta il di lei infelice stato politico9.

Dalla lettura di alcuni sonetti pieni di melanconia10, ed in cui deplora la passata vita, pare che il nostro Autore abbia lasciata la coltura delle muse in seguito a [p. 26 modifica]grave malattia, e combinando quanto lui stesso disse nell’ultima fatale infermità, cioè, che da quarant’anni non aveva mai avuto bisogno dei medici, noi veniamo di più confermati in questa opinione. Ella è cosa certa, che all’età virile risolse il savio Durandi di vivere celibe, si diede quindi alla pietà cristiana, e la sua vita potè servire di modello a’ suoi contemporanei, che l’ammirarono sino alla morte.

Profittando del silenzio della notte (giacchè di giorno era in obbligo di attendere ai doveri d’ufficio), scrisse il nostro storico le seguenti opere:

1772. Dell’antico stato dell’Italia: ragionamento di Jacopo Durandi, in cui si esamina l’opera del P. Bardetti su i primi abitatori dell’Italia, e s’illustrano alcune parti essenziali dell’antica storia, con diverse ricerche geografiche sulla Gallia antica.

Nella seconda parte si difende l’autore dalla taccia di plagiario, che nel giornale [p. 27 modifica]degli eruditi di Pisa gli fu male a proposito data.

Nelle ricerche geografiche sulla Gallia antica si fanno delle erudite osservazioni sull’opera di M. D’Anville in risposta ad Ermanno Schroder, vol. I, di pag. 255, in-8.°, Torino, presso Derossi librajo11.

1773. in aprile pubblicò del collegio degli antichi cacciatori pollentini in Piemonte, e della condizione dei cacciatori sotto i Romani contro l’opinione del signor Goebel; dissertazione di Jacopo Durandi coll’epoche de’ Re longobardi emendate, e con alcune osservazioni topografiche sul Piemonte antico; in Torino 1773, in-8.°, tom. 1, di pag. 104, presso Gio. Battista Fontana. [p. 28 modifica]

1773 in settembre ottenne la revisione della seguente opera: il Piemonte cispadano antico, ovvero, Memorie per servire alla notizia del medesimo, ed alla intelligenza degli antichi scrittori, diplomi, e documenti, che lo concernono, con varie discussioni di storia, e di critica diplomatica, e con monumenti non più divulgati di Jacopo Durandi coll’epigrafe adattato:

Antiquam exquirite matrem, Virg. Æn.II; tom. I, di pag. 379, in-4.°, Torino 1774, tipografia Fontana.

Questo volume interessante per la ricchezza delle notizie patrie, unito ai tre seguenti, cioè: 1.° Dell’Antico Piemonte traspadano; 2.° Della Marca d’Ivrea; 3.° Delle Alpi Graje, ed Apennine, formano una sola opera preziosa, che dalle notizie avute, costò all’autore somme ragguardevoli in documenti estratti dagli archivj, ed in viaggi per riconoscere le località, le antiche denominazioni delle strade, de’ torrenti, [p. 29 modifica]delle città e villaggi, e dei territorj, e noi abbiamo con sorpresa veduto lettera del 1772, nella quale, ingordo segretaro d’una comunità del Vercellese, poco curante l’onore della patria, e solo avido di denaro, portò in conto al Durandi cinque vacazioni spese (Dio! sa come) in ricerche antiquarie. Dal che si deduce che aveva ben ragione il nostro autore di lagnarsi della spesa fatta, dell’inesattezza de’ conti del librajo, e dei danni, e dispiaceri, che si provano quando si pubblicano opere colla stampa.

Nominato Durandi nel 1774, 30 novembre Sostituito del procurator generale, il dovere dell’impiego, primo oggetto di uomo onesto, e pio, lo ha rigorosamente obbligato ad abbandonare in un colla poesia anche il progresso della storia patria antica, con sì felice esito intraprese, e da lui si passionatamente amata; epperò si diede affatto alle materie demaniali, e feudiste, tal che il conte Derossi di Tonengo [p. 30 modifica]contava moltissimo sulla sua instancabile penna, e soventi lo incaricò di conclusioni, e pareri difficili, in cui non il solo legale, ma il diplomatico, l’istorico si richiedevano.

Tra i più scelti lavori del nostro magistrato giova rammentare le celebri conclusioni nella causa del barone di Villette contro il marchese di Faverges del 177712, circa la devoluzione del feudo di Gez nella Savoja. Ivi il dotto feudista difendette la causa del suo Sovrano con tutto il calore, ed ottenne conforme il giudicato. Giova anche ricordare le altre conclusioni nella causa del feudo di Lombardore tra la comunità d’esso luogo, e l’abate di S. Benigno, in data delli 4 dicembre 1780, ove la teoria feudistica è da professore spiegata, e da maturo giureconsulto applicata al fatto.

Il Pubblico letterario era dolente del lungo silenzio del nostro autore, quando nel 1781, [p. 31 modifica]profittando delle veglie notturne, e della calma negli affari camerali, scrisse dell’imitazione intorno ai drammi in musica, e questa erudita dissertazione fu pubblicata nell’ultima edizione delle opere di Metastasio fattasi in Nizza al tom. X, verso il fine.

A quest’epoca venne a scuotere la mano istorica del nostro Durandi quasi in letargo assopita lo zelante conte Felice Durando di Villa, erudito Torinese, ricco signore, mecenate della letteratura ed arti, sopra tutto poi delle patrie cognizioni13. Questi animato dal dotto padre Paciaudi, deliberò di adunar due volte alla settimana nelli comodi appartamenti del sig. conte Bava di S. Paolo, pendente il corso dell’invernale stagione, e sino allo spuntare del roseo maggio, un consesso di letterati distinti, e doveva esser piacevole l’udire ivi le dotte [p. 32 modifica]dissertazioni dell’Ospite stesso, dell’insigne Paciaudi, padre della Torre, agostiniano, che fu poi arcivescovo di questa metropoli, dell’abate Tommaso di Caluso, del nostro Durandi, delli conti di Villa, Napioni S. Rafaello, Franchi, e dell’Alfieri d’Asti, che recitò l’Antigona, una delle sue prime tragedie. Ma una tale adunanza ci disse il caro amico essere stata nel 1791, a poco a poco disciolta dopo la morte del conte Durando Villa, essa lasciò tuttavia copioso frutto negli elogj degli illustri Piemontesi con maturità, e con eleganza scritti, e pubblicati.

Nel fortunato tempo di tale scientifico consesso, spettava al nostro Istorico, lo scrivere la vita di personaggi distinti in analogia col suo impiego, e colla sua patria, quindi è che nel detto anno 1781, pubblicò egli l’elogio del presidente Antonio Favre, la cui opera legale col titolo di Codex Fabrianus, è pregiata dai magistrati [p. 33 modifica]non solo d’Italia, ma eziandio Oltramontani, epperò nel Secondo tomo delli Piemontesi illustri, tributò Durandi con tanta chiarezza, e metodo i dovuti encomi a quel grande magistrato del senato di Savoja, che venne tale elogio di nuovo ristampato in Vinegia, nella raccolta colà fatta d’illustri Italiani.

L’amore di patria l’aveva pur indotto ad estendere nel 1777 con veraci colori l’elogio dell’insigne cardinale Guala Bicchieri, il mecenate delle arti, e delle scienze in Vercelli nel secolo XIII, ed il padre dei poveri infermi, che tuttora nel grandioso, e ricco ospedale di quella città benediscono il loro benefattore, ma dopo la lettura seguita di tale elogio nella società S.Paolo non gli venne fatto di persuadere il rigoroso Inquisitore su alcuni punti di podestà secolare, onde indispettito ritirò il manoscritto, e lasciò al collega, ed amico Denina l’incarco di tessere al nostro [p. 34 modifica]Porporato Vercellese un elogio semplice, e ristretto che si trova nell’opera predetta degli illustri Piemontesi.

Per ben due anni dovette il saggio Magistrato astenersi di bel nuovo dal coltivare i suoi geniali studj, affaticato da’ lavori di suo impiego, e da intricatissime liti, che riguardavano il patrimonio regio, i cui vantaggi gli stavano a cuore.

Nel 1784 profittando il nostro Durandi tuttavia di qualche vacanza, diede alla luce l’elogio d’Arrigo di Susa, cardinale, vescovo d’Ostia, di cui nel tom. 4 della citata opera de’ Piemontesi illustri.

Secondo il sistema di governo da lunga stagione adottato pervenendosi di grado in grado alla magistratura, non colla sola attitudine nell’esercizio delle funzioni, ma coll’anzianità sostenuta da savia condotta di vita, finalmente nel 1786, 23 giugno, toccò al Durandi di venire elevato al seggio di Collaterale nel magistrato supremo della [p. 35 modifica]regia Camera de’ Conti. Fu allora, che abbandonata affatto ogni letteraria occupazione, volle onninamente dedicarsi al dovere di magistrato, ed attendere alla relazione delle cause a lui assegnate, con tutta la più scrupolosa esattezza, e col più chiaro metodo, tal che niente lasciava desiderare nè ai litiganti, nè agli avvocati loro, i quali erano in dovere di riconoscere in esso lui il giudice impassibile, incapace di prevenzioni, o di sposare un qualche partito. Le decisioni dei supremi tribunali nel Piemonte solevano dall’anno 163414, scriversi dal relatore della causa in lingua latina, nè la regia legge impedisce, che tali decisioni possano venir estese in italiano, ond’è, che il nostro Collaterale Durandi fu il primo nel 1789 a lasciar il latino, ed a dare li [p. 36 modifica]motivi delle sentenze, che si richiedevano, in lingua volgare dicendo, che era un assurdo il voler parlare una lingua male intesa, od ignota ai litiganti15. Nè poteva in lui cadere il sospetto, che a tale pretesto si appigliasse, perchè non bene conoscesse la costruzione della lingua madre, ed il buon stile dell’aureo secolo di Augusto, giacchè ha egli sempre goduta la riputazione di buon latinista, e le sue opere d’antiquaria il comprovano.

Li distinti meriti, che acquistò Durandi nella magistratura, lo fecero, li 14 luglio 1797, presciegliere all’impiego di Avvocato Patrimoniale generale della sacra religione, [p. 37 modifica]ed ordine militare de’ ss. Maurizio e Lazzaro in questa città, impiego compatibile col posto di Collaterale, e che fu costantemente esercito con zelo, ed interessamento sino all’ultimo mese di sua vita.

In seguito di tale carica di Avvocato Patrimoniale fu il nostro Durandi creato cavaliere, e decorato della croce dell’ordine predetto, alli 24 agosto detto anno.

Fra il silenzio letterario continuò l’erudito scrittore nello scrupoloso esercizio della magistratura, e di pubblico ministero negli affari della sacra religione sino al finire dell’anno 1798, in cui con occhio lagrimevole vide la catastrofe dell’azione, e della reazione dei partiti politici, quali non ebbero calma se non nell’anno 1801.

A quest’epoca ricercando con sollecitudine il governo francese pei primi impieghi e per la magistratura, uomini pacifici, e giusti, fu il cavaliere Durandi nell’organizzazione della corte di appello in Torino [p. 38 modifica]nominato, con altri suoi colleghi del Magistrato Camerale, al posto di consigliere in quella corte, coll’annuo stipendio di quattro e più mila franchi. Dopo maturo riflesso sugli obblighi, che gli occorrevano in quella nuova magistratura, sullo studio necessario delle leggi, e de’ codici francesi, che si avrebbe dovuto intraprendere, sulla violenza usata nell’astringere in ventiquattro ore quegli antichi rispettabili giudici a scrivere, e motivare le loro decisioni in lingua oltramontana, deliberò il nostro saggio Durandi di dirigersi al Commissario organizzatore francese, onde chiedere, ed ottenere il suo congedo, che dopo replicate istanze, ed inutili esortazioni gli venne concesso.

Al cui proposito giova annotare quale sia stata la scrupolosità del nostro Concittadino che sprezzato l’utile di quel tranquillo stallo, e sebbene ridotto ai soli redditi di sua casa, soventi da circostanze impreviste diminuiti, preferì di ritirarsi in due [p. 39 modifica]camere tra i suoi libri presso ad un prezioso amico: ivi si diede di nuovo a’ suoi studi, e godette quella tranquillità, che difficilmente si trova negl’impieghi, e nel lustro delle dignità.

Noi l’abbiamo colà soventi visitato, nel passaggio per Torino, offrendogli quanto era in nostro potere di tributare alla sua rara virtù, ed al suo distinto merito, ma tranquillo, e contento ricusò con fermezza ogni offerta, soggiungendo che nella una vecchiezza poco gli bastava per vivere, e che solo desiderava di porre termine all’edizione delle sue ricerche sull’antico Piemonte, e di alcune altre opere; infatti pubblicò:

1801. Saggio di scoperte geografiche dei moderni viaggiatori nell’interno dell’Affrica ad illustrazione e supplemento al viaggio di sir James Bruce16 alle sorgenti del [p. 40 modifica]Nilo: tom. i, in-8.°, pag. 404, Torino, presso Giossi; nel qual libro ritenne l’autore l’anonimo, e propone vasta erudizione sull’antico stato di quell’interessante provincia.

1803. Notizie dell’antico Piemonte traspadano di Jacopo Durandi parte prima, ossia della marca di Torino altrimenti detta d’Italia: tom. i, in-4.°, pag. 160, Torino, presso Fontana.

1804, anno XII repub. Della marca di Ivrea tra le alpi, il Ticino, l’Amalone, ed il Po per servire alla notizia dell’antico Piemonte traspadano, senza nome dell’autore: tom. i, in-4.°, pag. 132, Torino, presso Barberis.

1804, anno XIII repub. Alpi Graje, e Pennine, ovvero Lato settentrionale della marca d’Ivrea, di Jacopo Durandi, a compimento della notizia dell’antico Piemonte traspadano: tom. i, pag. 160, in-4.°, presso Barberis, in Torino.

1806. Osservazioni sopra alcune recenti [p. 41 modifica]scoperte geografiche fatte nell’Africa settentrionale, e sopra il paese dei Garamanti, di Jacopo Durandi, lette, ed approvate dall’Accademia imperiale delle scienze, letteratura, e belle arti; in Torino, li 16 febbrajo 1806, inserite nel volume dell’Accademia, e stampate a parte in-4.°, di pag. 54, con una detagliata carta geografica.

1806. Della popolazione d’Italia circa l’anno di Roma DXXVI, dedotta dalla quantità di truppe fornite dai Romani, e loro alleati per la guerra gallica cisalpina, di Jacopo Durandi; disertazione letta nell’accademia predetta li 25 giugno 1806, stampata in-4.°, di pag. 36.

1808. Idilj, e discorso intorno a’ genj della poesia, e del canto, venerati da’ nostri antichi, come dai Greci Apollo, e le Muse, il Pastor Nearco17, Torino 1808, [p. 42 modifica]stamperia Fontana, tom. i, in-8.°, pag. 192.

In una dotta preliminare dissertazione parla l’autore di Tito Mario Apto Vercellese, di cui Gruttero rapporta un’iscrizione, e lo dice cultore di Beleno, od Apollo, cui erano nel Vercellese grati, e Bosco, ed Ara. Quindi tra gl’idilj inediti si leggono 1° Polifemo; 2.° l’Incontro; 3.° la Fortuna; 4.° il Malandrino; 5.° il Zefiro; 6.° Dameta; 7.° la sera d’Inverno; 8.° Egle al bagno, in fine varj sonetti interessanti sulla propria vita, sugli affari politici, ed in lode di distinti personaggi, siccome già abbiamo annotato.

1809. Ricerche sopra l’età, in cui la sede ed il culto delle muse si trasportò dal monte Olimpo in sul Parnaso dell’Elicona, Pindo, ec. Vera epoca della civiltà, e prima coltura letteraria della Grecia antica di Jacopo Durandi; dissertazione letta li 5 febbrajo nella accademia di Torino, vol. in-4.°, di pag. 37.

1809. Dell’origine del dritto regale della caccia, di Jacopo Durandi; letta [p. 43 modifica]nell’accademia di Torino li 26 novembre, in-4.°, pag. 17.

1810. Delle antiche contese de’ pastori di Val di Tanaro, e Val di Arozia, e de’ politici accidenti sopravvenuti, di Jacopo Durandi; letta nell’accademia di Torino li 4 febbraio, vol. in-4.°, di pag. 74.

1810. Schiarimenti sopra la carta del Piemonte antico, e dei secoli mezzani, di Jacopo Durandi; approvata dall’accademia delle scienze predette li 25 maggio, in-4.°, pag. 34, con una bella, ed interessante carta18 geografica antica.

1811. Memorie sopra Enrico conte d’Asti e della occidental Liguria, e poi duca del Friuli, che sotto Carlo Magno e Pipino estese [p. 44 modifica]i limiti francesi nell’Illirico, e Pannonia, e Bulgaria, di Jacopo Durandi; letta nell’accademia imperiale di Torino, in maggio 1811, in-4.°, pag. 34.

Con questo anno undecimo del corrente secolo, essendo il cavaliere Durandi in età d’anni 74 privo quasi del prezioso senso della vista da lui in notturni studj incautamente consunta, a cui l’optica non potè rimediarvi coll’artifiziosa sua invenzione, cessò egli di scrivere, e di pubblicare altre dissertazioni che l’Accademia nostra avrebbe con piacere inteso a leggere ed avrebbe fatte pubblicare ne’ suoi volumi, siccome fece delle sette sovraccennate dissertazioni.

Grave danno per la letteratura, che l’illustre Autore, vedendosi quasi cieco, e da un’ostinata durezza d’orecchio sorpreso, abbia per melanconia consegnato alle fiamme varj M.SS. in materia diplomatica, feudale, e risguardanti i tempi di mezzo della Lombardia, al cui regno, siccome già [p. 45 modifica]apparteneva il Vercellese, perciò formò tale paese un punto interessante de’ suoi studj: Dissi per melanconia, giacchè soleva più volte ripetere, che il suo amico il conte Durando di Villa, le avea dato il ricordo di non lasciare mai ai posteri opere inedite, e memorie, per non dar luogo ai plagiari di vestire gli altrui addobbi.

Già era sin a questo punto esteso il presente elogio quando noi siamo venuti in cognizione che l’autore non pervenne ad estinguere tutte le sue opere inedite, tra cui fortunatamente si trovarono le seguenti:

1.° Elogio del cardinale Guala Bicchieri: letto in aprile 1777, nella società di S. Paolo, come risulta da nota di mano dell’Autore.

2.° Esame dell’antica libertà de’ Lombardi, e della pace di Costanza: opera già munita del vista dei Revisori sotto la data delli 20 novembre 1772, e che riuscirebbe un più che mediocre volume in-8.°. [p. 46 modifica]

3.° Osservazioni, ovvero Memorie sullo stato civile del Vercellese, e della Lombardia ne’ tempi di mezzo, illustrato con nuovi documenti, per servire di supplemento alle antichità italiane di Lodovico Antonio Muratori. Questo scritto porta altresì il titolo seguente, che pare gli sia stato posto più recentemente del primo: Ricerche sopra il diritto pubblico della Lombardia. Il manoscritto è a un dipresso voluminoso come l’antecedente, ma per mala sorte non è terminato. L’art. XII ed ultimo del medesimo, che è intitolato Anarchia riprodottasi nel secolo XV dopo la morte del Duca Gio. Maria Visconti, è appena incominciato.

4.° Discorso sopra una grave contraddizione rimproverata a Polibio, concernente la marineria, e la prima armata navale dei Romani: questo discorso è lungi dall’essere terminato.

5.° Considerazioni sopra l’antica Etruria circompadana: in questa dissertazione si [p. 47 modifica]prende a dimostrare, che non nella Toscana propria risiedeva la forza nazionale degl’antichi Etrusci, ma nell’Etruria circompadana; quindi facendo elogio dell’opera eruditissima del signor Giuseppe Micali col titolo dell’Italia avanti il dominio de’ Romani, Firenze 1810, passa il nostro critico a dimostrare alcuni errori presi dall’erudito Toscano.

Dopo avere coll’annunzio per data, e tempo delle opere del nostro Letterato svolto il rotolo de’ fasti di sua vita, sia a noi concesso di enunciar gli onori, e le corrispondenze letterarie, che gli furono compartiti.

Sino dall’anno 1804, 26 brumajo an. XII. alla prima adunanza del collegio elettorale del dipartimento della Sesia in Vercelli, mentre il cavaliere Durandi silenzioso viveva qual filosofo coll’amico ospite in Torino, fu dagli elettori inspirati dalla sua fama letteraria a voci piene scelto tra li [p. 48 modifica]due candidati pel Senato conservatore, ed il suo nome già noto in Francia, venne con tale proposta onorato, e ricordato al governo.

Al ritorno dell’Augusta Casa di Savoja negli stati di Piemonte fu il cavaliere Durandi promosso al posto di Presidente nell’eccellentissimo supremo Magistrato della regia Camera de’ Conti con patenti delli 3 maggio 1814.

Gl’incomodi accennati della vista, e dell’udito rendevano il savio Magistrato intranquillo, epperò preso da scrupolo di delicatissima coscienza, chiese con repliche la sua giubilazione, la quale gli venne con munificenza reale accordata sotto li 15 marzo 1815, e gli furono continuate tutte le onorificenze, e stipendi alla sua dignità, e grado dovuti.

Avanzando all’ottantesimo anno, e già sentendo Durandi nella scorsa estate, oppressioni di petto, presaghe di morte, chiese [p. 49 modifica]di venire anche dispensato dalla carica di Avvocato patrimoniale generale, ed a vece della chiesta dispensa, con onorifica, e graziosa patente delli 18 ottobre corrente, con sorpresa si vide dal benefico Sovrano gratificato d’una pensione, e promosso al grado di Consigliere nel gran Magistrato dell’ordine sacro de’ ss. Maurizio e Lazzaro.

Circa alle corrispondenze letterarie noi accenneremo, che non ostante la modestia inimitabile del nostro Amico, il quale mai lodava se stesso, nè biasimava altrui, fu egli, ovunque la sua dottrina, le sue opere furono cognite, nominato accademico delle più insigni società, e così nel 1791 fu eletto accademico unanime della Società di Torino. Nel 1803 2 decembre fu corrispondente della Accademia delle Scienze di Torino. Nel 1804 5 aprile fu nominato con acclamazione in accademico permanente dalla stessa accademia colla pensione di fr. 600. Nel 1803 an. XII, Membro [p. 50 modifica]degl’Indefessi d’Alessandria. Nel 1804 an. XIII, membro dell’accademia Celtica di Parigi19. Nel 1813 alli 31 luglio onorario socio dell’Archiologia in Roma, e noi fortunati, che trovandoci in quella città presiedente nella corte d’Apello, abbiamo contribuito nel fare ascrivere l’amico Durandi per nostro collega in quella insigne Accademia.

Fu Durandi l’Amico non invido di Metastasio, del Paciaudi, di Denina, e questi nell’estendere le sue auree rivoluzioni d’Italia, soleva prender consiglio dal nostro dotto Vercellese, il quale ci attestò più volte che il negare a Denina il merito di aver lui estesa l’accennata storia, che cotanto l’onora20, era effetto della più maligna [p. 51 modifica]invidia d’alcuni contemporanei, che non sapevano emularlo.

Male per noi, che nelle presenti circostanze, e mentre eravamo intenti a ritoccare la storia Vercellese, della letteratura, ed arti, che da più d’un lustro forma l’oggetto delle nostre cure, coll’aggiunta di quaranta ritratti dei più cogniti illustri nostri Concittadini, tra cui Durandi tiene eminente posto; male per noi, che la sua morte seguita li 28 ottobre corrente anno 1817 alle ore 4 mattutine, in Torino, ci privi di un Mentore nel difficile, e faticoso lavoro da noi intrapreso a difesa della Patria, da alcuni scrittori male a proposito dilaniata.

Durandi più non esiste, la sua morte dopo penosa malattia di petto fu quella del saggio, e pio; gli ultimi suoi sospiri furono accolti dal savio di lui Pronipote l’avvocato Gaetano Demarchi Vercellese, giovane di grandi speranze, segretario di [p. 52 modifica]stato nel ministero degl’Interni; e mentre onorifico marmo accennerà ove riposa la salma del nostro Letterato, la fama farà in Europa risuonare il nome suo caro a tutti gli eruditi istorici, e poeti. Le opere preziose d’antiquaria verranno ristampate in raccolti volumi, ed i Giovani Vercellesi hanno fin d’ora nel ritratto21 del cavaliere Jacopo Durandi, che quivi si presenta, un mirabile eccitamento alla virtù, ed all’amore della gloria.


V. MASSIMINO.



Note

  1. Questa vita, che venne scritta subito, sarà data alla luce nel giorno quarantesimo dopo l’infausta morte accaduta.
  2. Questo è il villaggio fortunato, che diede culla ed educazione al venerabile Gioanni Gersen, abate Benedittino di S. Stefano in Vercelli, l’autore del prezioso libro dell’imitazione di Cristo, siccome ad evidenza proveremo nella storia Vercellese della letteratura, ed arti, che speriamo di pubblicare; Ved. Valzecchi, Gaetani, Napioni, e Cancellieri, che già parlarono su questo punto.
  3. Noi crediamo di far cosa grata ai leggitori il dare qui l’elenco dei drammi, e degli idilj, che si contengono nei quattro tomi predetti, giacchè gli esemplari sono divenuti oggi di certa rarità, non meno che le altre opere del nostro Letterato.
    Il primo volume di pagine 288 racchiude:
    Giulio Cesare in Egitto, esposto in musica sui teatri di Venezia, e Roma per quanto era a conoscenza del nostro poeta.
    Amasi, tiranno d’Egitto, dramma stato rappresentato in Germania.
    Antigona, figlia di Edipo, anche in Germania.
    Ifigenia in Aulide, in Torino, e varj luoghi.
    Il volume secondo di pag. 304, comprende:
    Harunno ossia Aaron Rasi, califfo arabo, amante della giustizia, quegli stesso che donò a Carlo Magno la città di Gerusalemme; s’ignora però la rappresentazione di questa dramma.
    Demetrio, e Perseo, in esposto sopra vari teatri d’Italia.
    Berenice, talmente piacque, che venne in tutti i teatri rappresentata, e nel 1771 fu data in Torino, musica Platani.
    Serse, in vari teatri di Germania fu di piacevole trattenimento.
    Il terzo volume di pag. 288, contiene:
    Mamonne, califo degli arabi generoso e grande, che fece fiorire le scienze e le arti in Bagdat, circa al quale dramma non seppe l’autore darci notizia della seguita rappresentazione.
    Rosselane, che disse essere stato dato in Torino col titolo di Solimane.
    Penelope, fu il passa tempo di varj teatri sotto il nume d’Ulisse.
    Aureliano, fu rappresentato in Roma.
    Il quarto volume di pag. 286, offre i seguenti drammi: Masinissa, re de’ Massili, di cui l’autore ignorò la rappresentazione seguita.
    Farnace, re di Ponto, che ci disse stato dato in Torino, sebbene l’almanacco de’ teatri non ne parli.
    Ecuba, regina di Troja, dramma posto in musica da Celionat pel teatro di Torino nel 1769.
    Cesare in Brettagna, cantata eseguita in Torino l’anno 1764, per la venuta del duca di Jork; l’azione è sulle sponde del Tamigi.
    In fine di questo volume esistono i seguenti idilj: 1. Serse re di Persia; 2. Arianna abbandonata; 3. L’Insiadiatore; 4. Il Serpe; 5. I Fanciulli; 6. Il Lago; 7. L’Orgoglio; 8. Il Sogno; 9. L’Imeneo; 10. Il Fonte; 11. Il Fulmine; 12. Leucipe; 13. Nice.
  4. Negli ultimi anni fu Durandi preso da certa inquietudine, e non trovava un alloggio abbastanza comodo: questa intranquillità è pur troppo nei vecchi un fatale indizio, di cui i fisici forse perverranno a dare ragione.
  5. Ved. Prefazione all’opera il Piemonte cispadano antico, 1773 in fine.
  6. Ved. S. Girolamo lettera 1 ad Innocent. n.°3 ivi igitur Vercellae Ligurum civitas, haud procul a radicibus alpium sita potens, nunc vero est habitatore semiruta.
  7. Il nostro ministero avendoci obbligati a svolgere in ragionate conclusioni la natura, indole, e sussistenza de’ feudi nell’anno 1807, queste doverose ricerche nel darci la considerazione di pratico-feudista, ci procurarono involontariamente false accuse, e spiaceri non meritati.
  8. Sogliono i magistrati presentarsi alla Corte in abito francese colla spada, non essendo ad essi assegnato alcun uniforme, siccome in altri governi si è stabilito.
  9. Ved. Edizione degli idilj, e sonetti del 1808.
  10. Ved. la stessa edizione.
  11. Quest’opera non era a noi nota quando nel 1811, 12 luglio in Parigi ebbimo l’onore di montar alla tribuna nella grande sala, ed offerire alli colleghi del corpo legislativo tutte le opere del cavaliere Durandi, opere, che furono con piacer accolte, e lette dai più eruditi Francesi. Ved. Processi verbali della sessione dell’anno 1811.
  12. Stamperia reale, 29 giugno 1777
  13. Nell’aprimento dell’accademia reale di pittura e scultura in Torino, pronunciò un erudito ragionamento alli 18 aprile 1778.
  14. Le decisioni del senato del Piemonte ridotte in registro cominciano solo dal 1642. Ved. Pratica legale tom. X.
  15. Ved. la preziosa opera di S. Ecc. il conte Napioni Dell’uso e pregi della lingua italiana nella prefazione epistolare, pag. 13, e 14, edizione di Torino, ivi accenna li motivi della sentenza camerale 12 gennaro 1789, nella causa del consortile di Valperga contro la comunità di Salazza a relazione del collaterale Jacopo Durandi. Quindi il dotto scrittore applaude con ragionate riflessioni all’uso dal nostro magistrato introdotto di scrivere le decisioni in italiano.
  16. Questo prezioso libro fu tradotto in Inglese.
  17. Questo è il nome pastorale di Durandi, membro dell’accademia de’ Pastori della Dora, alla quale dedicò il suo libro.
  18. Questa dissertazione colla carta annessa facendo compimento alle opere sull’antico Piemonte traspadano cispadano, e sulle Marche di Torino, ed Ivrea, fu da noi presentata al corpo legislativo nella sessione del 1813, siccome avevamo promesso di fare nel 1811, allorchè con sommo piacere abbiamo al detto corpo offerte tutte le opere istoriche del nostro concittadino, previo il suo beneplacito, che ci fu cortesemente accordato.
  19. Ben conosceva il nostro Letterato la lingua francese, e sino dall’anno 1777 scrisse con purezza le conclusioni, di cui alla pag. 30.
  20. Noi fummo già di tale opinione nel piccolo libretto col titolo: Necrologie de’ tre Piemontesi illustri Bodoni, Denina, e Lagrangia, recitate in Roma dal cavaliere De-Gregory vercellese, socio delle accademie romane d’archiologia, elenica, agraria, ec. 1814.
  21. Fu questo ritratto giudicato somigliante, e da noi fatto incidere in Vinegia nell’ottobre del 1816, dovendo servir anch’esso d’ornamento alla nostra storia, come si è già detto. Al nostro ritorno in Torino ne abbiamo inaspettatamente tributato una stampa al caro amico, che ci attestò la sua riconoscenza colle più sincere, e delicate espressioni.