Vite dei filosofi/Libro Sesto/Annotazioni

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Libro Sesto - Annotazioni

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Diogene Laerzio - Vite dei filosofi (III secolo)
Traduzione dal greco di Luigi Lechi (1842)
Libro Sesto - Annotazioni
Libro Sesto - Vita di Menedemo Libro Settimo

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ANNOTAZIONI




LIBRO TERZO




CAPO PRIMO.


Antistene.


„I capelli negletti e la lunga barba (del nostro ritratto) corrispondono appieno alle descrizioni che gli antichi ci hanno fatte di questo filosofo. Non havvi indole umana che sia stata meglio svelata dalla propria fisionomia, di quella di Antistene. Questo volto potrebbesi tenere per un modello del bello ideale d’una figura esprimente uu austero cinico sgridatore. — I ritratti di Antistene si fanno ammirare in molte raccolte di antichità, ed io attribuisco la sollecitudine di moltiplicare le immagini del capo dei Cinici alla riverenza che gli Stoici, al pari di costoro avevano per Antistene, fondatore della loro setta la quale era in grande riputazione a Roma verso gli anni della repubblica ed anche più tardi, segnatamente nella classe dei giureconsulti.“ - E. Q. Visconti.

Il busto del museo capitolino, secondo il sig. Verity di Parigi, offre più o meno sviluppati i seguenti organi: Larghi i percettivi, e dello spirito. Piuttosto larghi que’ della [p. 58 modifica]riflessione. Piuttosto pieni que’ della coscienziosità, e della fermezza. — Gall si aveva già prima osservato l’organo sviluppatissimo di quell’orgoglio del quale lo motteggiava Socrate. V. tav. 69, fig. 5.

I. Ma non ingenuo, per quanto si dice. — Ἰθαγενής e ἰθαιγενής dicevasi ὁ γνήσιος, καὶ μὴ ἐκ παλλακιδος. ὁ ἐκ τῆς κατ´ ιθυ, κατ´ εὐθύτητα νόμου γεννέσεως πλαγίως πως τῷ γένει ἐπεισαγόμενος. Il figlio nato da moglie legittima, e non da concubina, cioè nato per diritta linea, per discendenza legittima, e non obbliquamente come in razza importata; quasi generato per via retta e legittima. Questa voce si usa anche parlando di cittadini αὐτοχθόνων, nati in paese, da loro maggiori; non avveniticcj. — I figli di madre non ateniese si consideravano come spurii. — I traduttori voltano: non indigena, Stef. — Non ingenuus, Aldobr. — Non nativo del luogo, ma venuto d’altronde, il Salvini, il quale fu qui interprete poco felice, siccome alcune altre volte in questo libro medesimo, da lui tradotto, che ha i pregi e i difetti ch’erano proprj di questo letterato. Il lettore s’accorgerà ch’io ho avuto sott’occhio la sua versione.

II. Nell’adunanza generale dell’Istmo ec. Lessing pensa che Diogene voglia dire che Antistene si fosse un giorno proposto di biasimare gli Ateniesi e di lodare i Tebani e i Lacedemoni, ma che avendo veduto gran concorso d’amendue quest’ultimi, se ne astenesse, non tanto perchè temesse di parere un censore de’ primi, quanto perchè non voleva esser tenuto per adulatore degli altri. Questa interpretazione, segue Lessing, sì fonda in ciò che Antistene, come vedesi in Laerzio, era malcontento degli Ateniesi, e che per contrario il modo di vivere degli Spartani e de’ Tebani si confaceva al suo proprio. Diogene, suo discepolo, era del medesimo parere.

Tornava ogni giorno, per quaranta stadj, a udir Socrate, ec. - Quaranta stadj sono cinque miglia circa. - „Antistene [p. 59 modifica]tolse da prima alla filosofia socratica quel principio di sviluppato da Platone, che il sommo bene dell’uomo consiste nella virtù, o rassomiglianza con Dio. Poi partendo da quest’idea che Dio è sommamente indipendente, fece consistere la virtù in un’orgogliosa indipendenza da tutte le cose esteriori. Tutto ciò che poteva impedire quest’indipendenza doleva essere disprezzato e rejetto dal sapiente: quindi il suo disprezzo non solo per i piaceri e per la riputazione, ma ancora per le convenienze sociali, gli usi più rispettabili, e per le teorie scientifiche, ch’ei respingeva come un ammasso di sterili sottigliezze. Così mentre Platone facendo consistere, come lui, il sommo bene nella virtù, cercava di ricondurre ad essa armonicamente tutti gli elementi della natura umana. Antistene sagrificava la natura umana a un’idea di virtù, che in fondo altro non è che la selvaggia esaltazione dell’egoismo.“ — De Salinis ec.

IV. Il discorso è quello che dichiara ec. — „Questa definizione del λόγος, che si dice aver data prima Antistene, non è per sè stessa suscettibile di alcuna interpretazione.“ Ritter.

Più presta pazzo che voluttuoso. — Quest’esagerazione che gli è posta in bocca è contradittoria, osserva Ritter, di altre tradizioni, copie allorquando gli fanno dire, che non si deve correr dietro ai godimenti che indeboliscono e snervano l’anima, ma curare soltanto quelli che derivano dal travaglio e dall’attività, e quindi essere un bene la fatica e il dolore, in quanto conducono ai piaceri sani, alla libertà, alla virtù ec.

Di un libretto nuovo, risposegli ec. [testo greco]. — Ogni grazia di questo molto e di alcuni successivi sfugge nelle versioni. [testo greco], staccato, significa e cervello, giudizio, mente; [testo greco], unito, nuovo. Il perchè Antistene dicendo ad un giovinetto, che per venire a scuola avea mestieri di un libretto [p. 60 modifica]nuovo, e di una tavoletta nuova ec., veniva a dire in pari tempo che ci voleva un libretto e cervello, uno stilo e cervello, una tavoletta e cervello.

Perchè gli scaccio con verga d’argento. — Il Casaubono trova ragionevole la negativa; il Lessing pensa che si possa farne senza. Crede egli che Antistene altro non voglia dire se non che: perch’io gli caccio col bastone. Ch’egli osasse far ciò vedesi nella vita di Diogene il cinico; e che forse per giuoco abbia voluto assomigliare il proprio bastone alla verga di Mercurio. — Salvini dice che alludeva a voler molta provvisione per insegnare. — Fatto sta che la sua scuola era poco frequentata, a tale che licenziò il piccol numero di scolari che aveva, meno Diogene, che restò con lui sino alla sua morte.

Disparare il male. — Tendenza negativa della scuola d’Antistene. Voleva costui ridurre, secondo Ritter, l’uom morale, il sapiente, a sè solo, rompendo ogni legame naturale che lo unisce cogli altri. Voleva fare dell’uomo un tutto che si bastasse a sè proprio, e quindi la sua dottrina dovea essere, quantunque in un altro senso, altrettanto egoistica che quella dei Cirenaici. — Diogene il cinico dice chiaramente non essere la sua filosofia che un mezzo più sicuro degli ordinarj per giugnere al piacere. — I Cinici volevano il savio non soggetto alle influenze esterne, e per questa ragione Antistene non trovava nell’amore dei congiunti alcun elemento morale, e nel matrimonio altro fine che la procreazione dell’umana specie. Quindi quella mancanza di ogni pudore, nemica di tutte le convenienze; quindi anche l’orgoglio di questi sapienti ebbri della libertà e dell’indipendenza morale.

Cagione del bando di Anito e della morte di Melito. — Questo fatto si pone in dubbio dal Barthèlemy.

V. E potrebbe anco innamorarsi. — L’esempio di Socrate o un’indole socievole lo rendevano, non avverso ai legami [p. 61 modifica]dell’amicizia. — Il suo rispetto per la bellezza è unito verisimilmente, secondo Ritter, all’idea di Socrate, che la bellezza del corpo è l’immagine della bellezza dell’anima.

Al saggio nessuna cosa straniera. — [testo greco]. Enr. Stefano congettura [testo greco]. L’Aldobrandino traduce: Nihil sapienti novum. Kunio corregge [testo greco]; ed il Sambuco [testo greco] (meglio [testo greco], [testo greco]) indotto da F. Ambrogio, il quale voltò: neque indignus est. — Così l’Huebnero in una nota.

VI. Disputava nel Cinosarge, ginnasio, ec. - [testo greco], cane bianco. Era presso il tempio d’Ercole: eroe che parve ad Antistene il tipo dell’umana virtù. In questo ginnasio solevano adunarsi i giovani, i quali non avendo una madre ateniese si consideravano come illegittimi.

Semplice cane. — [testo greco]. Altri legge [testo greco], simpliciter et absolute canis; ma il Kunio volta simplex vulgarisque canis.

VII. Fu il primo a raddoppiare il mantello ec., ec. — [testo greco], onde sopperire alla mancanza della tunica. Il [testo greco] era un mantello lacero, usato, che d’ordinario portavano i filosofi, ma particolarmente i Cinici e gli Stoici. Se non che i primi non avevano tunica, [testo greco], e tunicati erano gli Stoici. — [testo greco], cioè [testo greco], simplici veste sine tunica; usando gli altri tanto l’interna che l’esterna tunica. Quando Diogene, non contento della pura camicia, chiese una tunica, gli fu risposto di dupplicare il mantello. — Antistene sminuiva al possibile i suoi bisogni. Armato del suo bastone e della sua bisaccia, aveva l’aria di un mendicante. Povero e, per nascita, escluso dai pubblici affari, si creò una specie di celebrità collocando il vero valore dell’uomo nell’uso della ragione, e quest’uso legittimò nell’indipendenza di spirito, o piuttosto licenza; e facendo guerra alla mollezza ed al lusso, allora crescenti. [p. 62 modifica]

VIII. Una figlia di Mnemosine. — Talia, ed è nome di una Musa e di una Grazia. Prendesi talvolta per voluttà, e qui allude il poeta a’ Cirenaici ed agli Epicurei.

IX. Corrono, di suoi scritti, dieci tomi. — Di tanti suoi scritti non ci rimangono che alcune lettere, stampate con quelle di altri Socratici, e due declamazioni, una d’Ajace, l’altra d’Ulisse; ma le lettere sono evidentemente supposte, e molto lasciano dubitare le declamazioni, contenendo appena alcune tracce della sua dottrina. Le numerosissime sue opere s’hanno forse a considerare per lavori puramente sofistici. Gli antichi, poco sapere e poca erudizione rinvennero in quelli, sebbene vi notassero molta penetrazione e somiglianza colla maniera di Gorgia.

X. Antistene, fu in vita, per natura, ec. — Piacemi trascrivere una nota di Salvini a questo epigramaccio, per isfogare almeno una volta la noja patita nell’averne dovuto tradure tanti! „Il raccoglitore di queste Vite non aveva molta galanteria ne’ suoi epigrammi, e con tutto ciò te li vuole cacciare per tutto; quasi volendo fare pagare con questo prezzo il gusto ch’egli ci dà con raccapezzare da autori in oggi perduti, tante e sì belle notizie de’ filosofi antichi. Ora, sebbene questi suoi epigrammi sono un poco sciatti, e forse nel suo tempo non ci era chi facesse meglio; in riguardo all’utile che ha fatto al mondo con queste Vite, si può comportare la boria ch’egli ha, che sieno sentiti i suoi versacci.“


CAPO II.


Diogene.


Il ritratto di questo filosofo è tolto da una statuetta della villa Albani. — „La piccola statua rappresenta senza alcun [p. 63 modifica]dubbio it filosofo di Sinope, e, come si esprime Giovenale, il Cinico ignudo. — Il cane non è qui solamente il simbolo della sua setta, ma l’emblema particolare di Diogene, sul cui sepolcro fu posto nn cane di marmo pario. La lunga e folta barba che par quasi una capellatura, barba comans, fu già notata da un antico scrittore qual distintivo delle immagini di Diogene. Merita di esserne attentamente osservato il profilo:, il quale sembra esprimere in chiaro modo l’acutezza e la causticità dei filosofo cinico.“ — Visconti.

I. Di aver falsato moneta. — [testo greco] significa in pari tempo monetausolegge, ec„ onde l’ambiguo responso dell’oracolo che gli assentì di falsare la moneta intendendo il costume, le consuetudini, le leggi, ec.

III. Prese per casa la botte ch’è nel Metroo. — „Alcuni eruditi tedeschi disputarono a lungo intorno alla dimora che fece Diogene nella botte: ma ciò che pare fuor di contesa si è che Diogene si riparava effettivamente qualche volta nella gran botte d’argilla (dolium) che stava entrò il Metroo, ossia tempio della Madre degli dei, presso il Ceramico, che noi diremmo les Tuilleries d’Atene. Questa maniera di ricorrersi non era ignota agli Ateniesi. Aristofane, più antico di Diogene, fa cenno dei poveri contadini dell’Attica costretti dalla guerra a rifuggirsi in gran numero nella città, ed a cercare un asilo nelle botti. (Equites., v. 792). Quanto a Diogene molte antiche gemme e alcuni bassi rilievi lo rappresentano nel dolio. Il più celebre monumento di questo genere è a Roma nella villa Albani.“ — Visconti.

VI. Se corressi il Dolicon. — Spazio di dodici, o ventiquattro stadj, ove si correva. Da [testo greco] lungo.

Steso il dito medio, eccovi, ec. — Era gran segno di contumelia e disprezzo. Digitum porrigito medium. — Marziale. [p. 64 modifica]

La maggior parte degli uomini di un dito vicini ad impazzare; imperciocchè, ec. — [testo greco] Menagio congettura: [testo greco], o alcun che di simile. Plurimos ajebat insanire unius digiti discrimine: siquis igitur medium digitum praetendens pergat, insanire ridebitur, sin autem indicem non ita. — „Chi avesse camminato, tenendo il medio (infamis, impudicus digitus) tratto in fuori anche essendo in estimazione, lo si sarebbe giudicato impazzare non meno di chi ora uscisse di casa o col capo scoperto, o con nude le è parti che cela il pudore.“ — Casaubuono.

Saperda. — [testo greco], specie di pesciatelli fluviali che si pescavano coll’amo e si salavano.

Appese per voto ad Esculapio un manigoldo. — [testo greco], gallum gallinaceum pugnacem. — Kun. — [testo greco], dicesi tanto degli uomini che de’ bruti.

Vedendo tra’ Megaresi le pecore coperte di pelli, ec. — Ciò praticavasi per rendere più morbida la lana, quindi l’oraziano pellitas oves. — E Varrone, I. ii, c. 2 . Pleraque similiter faciendum in ovibus pellitis, quae propter lanae bonitatem, pellibus integuntur, ne lana inquinetar.

Un giovinetto faceva il giuoco del cottabo. — Giuoco col quale si gettava dall’alto e con rumore il vino che rimanea nella coppa dopo aver bevuto, onde cavarne augurj; ovvero versavasi in certi piattellini natanti in una catinella piena d’acqua, restando vincitore colui che riempiendoli giugneva a sommergerne maggior numero.

Vedendo sedere su di un pozzo uno schiavo fuggito, ec. — [testo greco] è pozzo in uno e tribunale, e la voce cadere si presta allo scherzo, significando anche scappare.

Che uomo, o Diogene, stimi Socrate? — Questa dimanda fu per certo fatta a Platone. Tale è il parere dei critici.

Inutile per gli uomini, ingiusta per le donne. — [testo greco] [p. 65 modifica][testo greco]. Soliti bisticci; cioè o non ci riesci, o commetti un male.

Maltese, Molosso. — Cioè carezzevole quando ha fame; se pasciuto, mordace.

Ti chiedo pel vitto, non pel sepolcro. — [testo greco]; altro bisticcio.

Un giorno Alessandro, ec. — „Si cercò di porre in dubbio l’incontro di Diogene con questo eroe. Ha però l’appoggio di valide autorità, come per esempio, di Varrone (in Marc. ap. Nom.) e di Cicerone (Tusc., v, § 32), senza contare ciò che affermano tanti altri scrittori posteriori. — Dice Plutarco che Alessandro soddisfatto perchè il filosofo manteneva sì bene il proprio costume, ripigliò subito, se non fossi Alessandro vorrei essere Diogene. Questo racconto dee parere tanto più verisimile, in quanto che Filisco d’Egina, che aveva istruito il principe ne’ primi elementi della letteratura, era stato esso stesso discepolo di Diogene.“ Visconti.

Tegeate. — Altro bisticcio. [testo greco] significa di bordello, e di Tegea città d’Arcadia.

Dicendogli un bastardo che aveva dell’oro nel mantello, ec. — Scherza sull’[testo greco], di parto supposto, e [testo greco], posto sotto.

Chiedeva una mina ad uno scialacquatore. — Mina, lir. ita. 92, 68. Obolo cent. 15, 44.

Sta sopra le ginocchia degli dei. — [testo greco]. Frase omerica che corrisponde al nostro: Dio lo sa.

Doppio il modo dell’esercitare, ec. — „La tendenza scientifica sembra anche aver maggiormente perduto ne’ Cinici posteriori ad Antistene. La filosofia non era per costoro che una maniera di vita. Diogene voleva ridurre tutta la filosofia alla pratica delle azioni che possono condurre con certezza ad una vita felice, e questa vita pratica [p. 66 modifica]sistema, secondo lui, nell’accostumarsi a far senza tutto, anche, al bisogno, delle cose più necessarie; ciò che lo condusse ad una esagerazione ridicola della semplicità della vita socratica, e gli meritò il nome di Socrate in delirio. Da quanto ci venne trasmesso come sua dottrina, si potrebbero forse supporre in esso alcune idee originali sul mondo, quantunque senza legame sistematico; ma queste tradizioni, non avendo nulla lasciato di scritto, sono incertissime. — Molte ricorderebbero la dottrina d’Eraclito, che Schleiermacher ha sospettato anche in Antistene; sospetto favorito dall’intima relazione tra il portico ed i Cinici.“ — Ritter.

Urbano, ec. — Cosa urbana, civile, della città, anche garbata, onesta, ec., significa il vocabolo [testo greco].

Il solo governo retto quello del mondo. — „Il fine degli uomini dee esser quello di seguire la ragione e la legge dell’universo, il quale è la più antica città e la più antica repubblica.“ — M. Aurelio.

XI. Proceleusmatico. — Piè di verso di quattro brevi, così chiamato dal grido col quale si incuoravano i marinai a vogare, e per cui adoperavasi talvolta il verso proceleusmatico, ove entrava quel piede per la sua rapidità.

O, secondo altri, dentro l’Elissa, ec. — [testo greco]. Vedi la nota dell’Huebnero, il quale conchiude: aliud quid latere censeo satis inusitatum, quoti quale sit quaerant beatiores.

XII. Corrono come suoi questi libri. — Nessuna rimane delle sue opere, e come ha dimostrato Boissonade in una sua memoria all’Istituto di Francia, sono supposte e le epistole già stampate sotto nome di lui, e ventidue ancora inedite. [p. 67 modifica]

CAPO III.


Monimo.


I. [testo greco] — Ambrogio: caeterosque id genus studiose consectatus. Hueb.: eadem studia consectatus.

II. [testo greco] — Veggasi la nota dell’Huebnero.

III. Scrisse opere scherzose, ec. — „Chiaro fin l’utile di questi discorsi, purchè da quello ch’ei disse facetamente vogliasi cavare la verità.“ — M. Aurelio.


CAPO IV.


Onesicrito.


Onesicrito scrisse la storia di Alessandro di cui era ammiraglio. Ei l’avea rimpinzata di favole ridicole, piccandosi, secondo Strabone, di accrescere le meraviglie che si erano spacciate di quel principe.


CAPO V.


Crate.


II. Poni, da darsi al cuoco: dieci mine. — Cioè ital. lire 926, circa, essendo una dramma poco più di 92 centesimi. — Cinque talenti sono lire 27,804.45; un talento lire 5560.89. — Il triobolo era 46 centes. e qualche millesimo.

Di lupini una chinice. — [testo greco], misura che conteneva il grano bastante per un giorno a mantenere uno schiavo.

IV. Più di trecento talenti. — [testo greco], ducenta sopra centum. Perizonio congettura: [testo greco].

I suoi beni a pascolo. — „Non meritano fede tutti i [p. 68 modifica]racconti che si fanno sol modo col quale abbracciò la cinica filosofia. — Forse è vero che lasciò incolti ed a pascolo i suoi beni. E verosimile che Crate fosse uno degli infelici, cui toccò, espugnata Tebe, di fuggire alla rabbia del vincitore; onde saccheggiate le sue case e venduti i suoi schiavi, gli fu certo mestieri, per mancanza di braccia, lasciare incolte le proprie terre. Riparatosi in Atene, mal costituito di corpo, non potendosi dare al lavoro, vestì per consiglio di Diogene il mantello cinico, che era una specie di permesso di mendicare. — Clavier.

VII. Gli toccava le cosce. — Era uso dei Greci toccar le ginocchia di coloro ai quali si raccomandavano.

Degli astinomi d’Atene. — Edili. [testo greco] tela di lino, mussolina. Salvini traduce, sciugatojo.

VIII. Cucisse nel mantello, senza vergognarsene, una pelle di pecora. — „Per acquistare credito nella setta conveniva disprezzare la pubblica opinione. — Gobbo, contraffatto, frequentava i ginnasii, onde si facessero beffe di lui; veniva a contesa colle meretrici per farsi dire delle ingiurie. — Talvolta andava semplicemente involto in un lenzuolo; talvolta cuciva una pelle di montone al suo mantello, ec.“ Clavier. — Questo modo di abbiettarsi con abili strani e rattoppati ad arte, non fu sconosciuto in altri secoli, o per altro scopo, e non mancherebbe di tornare in voga con nuove pazzie, senza l’ostacolo della crescente civiltà, che a dispetto di alcuni vi si fa incuntro, e ride di sette egoistiche e menzognere, invano rinascenti.

IX. Finchè i capitani paressero asinai. — Cioè sino a tanto che gli uomini saranno asini.

XII. Lasciò in mano a’ suoi scolari la figlia, ec. — [testo greco]. Ambr. et filiam tradebat illis probationi triginta inductis diebus discipulis ejus. — Aid. Filiam quoque suis discipulis pervulgavit, datis illis ad experiendum [p. 69 modifica]triginta diebus. Sotto [testo greco] il Casaubono crederà ascondersi il nome di quello cui la sposò Crate. Tupio congettura [testo greco]. — Le indecenze che si attribuiscono a Crate non si affanno per certo col suo carattere. La sua probità, la sua discrezione, dice Clavier, erano sì note che non vi era padre di famiglia che avesse segreti per lui, non si giovasse de’ suoi consigli, e non lo considerasse come un genio tutelare. Il più celebre dei discepoli di Diogene non aveva la causticità caratteristica del maestro. La sua indole dolce lo rese più proprio a formare, col suo discepolo Zenone, il passaggio della morale cinica alla stoica. Secondo Ritter, nè in esso, nè nei Cinici suoi contemporanei e posteriori, nessuna coltura scientifica.

CAPO VI.


Metrocle.


I. Era sì guasto di salute. — [testo greco]. Voce sospetta al Menagio. Forse secondo lui [testo greco], vergognoso. — Il Salvini volta, guasto dall’ambizione.

CAPO VII.


Ipparchia.


II. Assunto lo stesso abito aandava attorno col marito ec. — Per quanto singolari, non sono men vere e men possibili le stranezze d’Ipparchia. Secondo Apulejo ed altri, il suo matrimonio fu consumato coram luce clarissima, sotto il Pecile; se non che un amico di Crate coprì gli sposi col suo mantello. I Cinici edificati di tanto, istituirono ad onore d’Ipparchia una festa che intitolarono Cinogamia (nozze cagnesche), e che si celebrava sotto lo stesso portico. — È noto un poema latino di P. Petit, stampato a Parigi nel 1677 in 8.° Cynogamia, sive de Cratetis et Hipparchiae amoribus. [p. 70 modifica]

IV. È attribuito a Crate un libro di lettere ec. — La congettura di Menagio cbe queste lettere fossero d’Ipparchia [testo greco], parmi ragionevole, non così forse il riferire ad essa il resto del paragrafo.

CAPO VII.


Menippo.


II. I suoi libri sono pieni di molto ridicolo. — Non ne rimangono che i titoli. Erano specie di satire scritte in prosa mescolata di versi de’ più grandi poeti volti in ischerno. Menippo fu il modello di Varrone, ne’ suoi componimenti satirici.

Prestatore-giornale; [testo greco], diarium fœneratorem. — „Cambiatore giornale. — Cioè, forse, che esigeva. gli interessi de’ cambi (non mese per mese, come si faceva comunemente, ma dì per dì), oppure che tutto il giorno dava a cambio.“ Salvini. — Il solo Laerzio qualifica usuraio Menippo. Luciano, che molte volte lo tolse ad interlocutore ne’ suoi dialoghi, dipinge questo filosofo qual uomo disinteressato, e sprezzatore della vita, della fortuna e de’ suoi beni caduchi. A che il turpe mezzo dell’usura per l’acquisto di un danaro ch’ei stimava inutile!

VI, E i giorni ventesimi. — [testo greco]. Gli Epicurei in questo giorno di ciascnn mese onoravano la memoria del loro maestro, per lo che eicadisti erano appellati.

CAPO IX.


Menedemo.


II. Presa la figura di un’Erinni ec. — Tutto ciò, parola per parola, scrive Suida non di Menedemo, ma di Menippo.