Archivio storico italiano, serie 3, volume 12 (1870)/Rassegna bibliografica/La Nunziatura in Francia del cardinale Guido Bentivoglio

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La Nunziatura in Francia del cardinale Guido Bentivoglio

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La Nunziatura in Francia del cardinale Guido Bentivoglio. Lettere a Scipione Borghesi, tratte dagli originali, e pubblicate per cura di Luigi De Steffani, Vol. III e IV. Firenze, Le Monnier, 1867-70


III.


Avuta il Bentivoglio, direttamente da parte del Re, l’assicurazione che il Nunzio non sarebbe stato compreso fra gli ambasciatori de’ principi stranieri, con molto tatto indicava a Roma di aversene ad accontentare; e rimaneva così senza insistere altrimenti che ne fosse fatta pubblica dichiarazione in assemblea.

Le ragioni di tale riserva, egli le accenna nella lettera nella quale scrive: «Dubitai che risvegliandosi la quistione, non si risvegliassero i mali spiriti, molto più che non avevano fatto prima, con pericolo di maggiori inconvenienti1». Non ne vien dunque più tenuta parola nelle lettere di questo terzo volume, che si estendono dal 12 settembre 1618 al 21 [p. 167 modifica]novembre 1619; e nello quali il Nunzio ci mette davanti una vera lanterna magica: e ci lascia capire le segrete intrinseche cagioni della inquietudine onde la corte di Francia si trovava allora intormentita. In esso volume, come nei precedenti, di tutto si discorre: di maneggi in corte; di cortigiani che preferiscono donne al re2; di gesuiti, di monaci certusiani, delle dispute dei curati di Parigi coi frati a proposito della confessione3; del collegio della Sorbona4; del dono della tappezzeria5; del matrimonio consumato dal re 6; della quistione dell’Immacolata Concezione della Vergine7; di puntigli d’etichetta pe’ quali il Nunzio non visitava il principe di Piemonte8; e della storia del Concilio di Trento di fra Paolo Sarpi. Nel mezzo e al di sopra dei quali tanti soggetti, distinguonsi per importanza la condizione della regina madre bandita dalla corte; la politica dissolvente della corte romana in gran querela con l’ambasciatore Coeuvres; la politica puramente difensiva della già vecchia repubblica veneta; quella invece espansiva e tenace del giovane principato piemontese. Vi è quindi anche rapidamente tratteggiata la politica dei vari stati della penisola: che dalle cospirazioni del governatore spagnuolo in Napoli, vi si tien dietro alle tergiversazioni del granduca di Toscana, a quelle della repubblica di Genova e di Lucca, come pure ai raggiri e alle fazioni dei signori romani9. Alla lettura di quelle lettere si assiste proprio a una rappresentazione scenica; non di platea, ma di dentro le quinte, frammisti agli attori; che è forse [p. 168 modifica]l’unico modo di poter sapere la vera verità degli avvenimenti politici.

La morte e la condanna dei Concini era stata anche per la regina madre il principio dello scadimento d’ogni suo influsso in corte e presso il parlamento. Non trovandosi più bene in Parigi, erasi ritirata nella città di Blois; e pareva vi si volesse rassegnare a vivere lontana di ogni ingerenza governativa. Erasi venuta frattanto da qualche tempo accumulando denari presso le banche di Roma, per mezzo di monsignor Rucellai inviato toscano in corte di Lodovico XIII; e per tutte le occasioni che avessero potuto nascere, come si esprime il Nunzio; e si ha ragione di ritenere vi volesse rimettere sino a quattrocentomila scudi10. Ma in seguito alla condanna dei Concini, col pretesto che ai medesimi avessero, appartenuti, dietro ufficii della corte francese quei denari venivano sequestrati; ma il sequestro era tolto poco dopo, non volendosi recare impedimento, «che detti denari possano essere impiegati dove vorrà Sua Maestà e suoi agenti»11. Pare che di ciò in corte si sentissero molto indispettiti; chè per l’appunto allora era ordinato al Richelieu vescovo di Luçon di allontanarsi dalla regina madre, e di andare invece subito al suo vescovato; d’onde non aveva più a partire «sotto pena della sua disgrazia» (del re), scrive il Nunzio12. Se ne trovava disgustata la regina madre; e, quasi per rifarsene, cacciava dal suo servizio il coadiutore di Bèzières, e il Santucci, che vi erano stati ricevuti per compiacere al re; e in corte confermandosene vieppiù le voci «ch’ella era ostinata e vendicativa»13, il signor di Luynes acquartierava nei villaggi vicini a Blois parecchie compagnie di cavalli; e dava incarico ad alcuni gentiluomini affinchè la spiassero diligentemente da vicino, e indi glie ne riferissero14. Era un procedere molto odioso; e il re, volendovi arrecare qualche temperamento, per [p. 169 modifica]il capo–d’anno del 1618 mandava alla madre «il suo ritratto, in piccola forma, dentro una cassetta con diamanti; e la regina una collana molto ben lavorata. Madama di Luynes le inviava ancora essa non so quale presente: nel resto la trattenevano con buone parole»15. Non erano bensì che buone parole. Ed essendo sopraggiunte nuove difficoltà onde liberamente disporre di que’ suoi danari in Roma, Maria de’ Medici risolveva di appigliarsi a partiti più risoluti; e il Nunzio ne scriveva: «Al signor di Cademet, fratello di Luynes, che tornò ultimamente da Blois, parlò la regina madre con termini molto chiari e risoluti, d’aver animo di voler venire in ogni modo a Parigi; dolendosi in molti modi, e dicendo che ciò non poteva esserle negato; e che qua non avrebbe preteso altro che di vedere i suoi figliuoli, senza ingerirsi in cosa alcuna del governo. Onde qui sono entrati in grandissimo sospetto che la regina non abbia parlato in questa maniera, senza fondamento di corrispondenze grandi ch’ella abbia in Parigi. Hanno per ciò inviato a Blois il signor di Rossi, persona di qualità, per levar la Regina da questo pensiero, e con ordine di parlarle chiaro. Ma perchè, come ho detto, si dubita di pratiche in Parigi, si è mandato di più certo numero di cavalli sul cammino che va a Blois, affin d’impedire per forza la regina che non venga in corte, quando pur si ostinasse a voler venirci in ogni maniera. Questo parlar della regina, e queste altre risoluzioni, hanno fatto qui una commozione grande; massime che, conforme all’instabilità solita di questi cervelli, ognuno qui ora vorrebbe veder novità, e sono stracchi di questi nuovi favoriti e del governo presente, onde molti desiderano la regina madre. La quale, se pur si risolvesse di venire, darebbe qui da pensare; perchè il farle forza renderebbe più compassionevole la sua causa e più odiosa quella de’ favoriti: e questo è stato un astuto consiglio» 16. Que’ cavalli sul cammino di Blois davano a pensare alla regina; e il re avendole dato speranza che presto l’avrebbe veduta17, essa alquanto pareva si rimettesse di quelle sue fiere risoluzioni; ma le ripigliava poco dipoi, per il [p. 170 modifica]processo di Borbin suo gentiluomo. E di nuovo levandone gli alti clamori, scriveva il Nunzio, che «vedendosi accusata ogni giorno, .... vuol piuttosto sottomettersi al Parlamento, perchè se le faccia la causa come a donna ordinaria»18. E scriveva in altra del 21 dello stesso mese: «Vanno sempre di male in peggio le cose della regina madre. V. S. illustrissima vedrà nel foglio d’avvisi, quel che è occorso a Luçon, e la risoluzione che s’è presa di levar Breves d’appresso al fratello del re; cominciandosi fin d’ora a temere che questo fratello dia dei travagli, e che, come possa star a cavallo, non si separi dal re e non si faccia capo di fazione contro S. M. S’è scolpito nel cuore del re, che la regina madre volesse veder piuttosto re il fratello; e che tutte le macchinazioni d’Ancre tendessero a questo fine, in maniera che mai non sarà possibile che il re abbia buon animo verso la madre e verso il fratello.... Io ho inteso anche, da buona parte, ch’è stato fatto intendere alla regina che non s’allarghi da Blois; e Dio voglia che, esacerbandosi a questo modo le cose non la mandino un di questi giorni nel castello d’Amboise o in Italia»19. L’odiosità di tale procedimento si voleva evitata; e però in corte si venivano maneggiando per metterla in necessità che dimandasse essa stessa di essere mandata in Italia; al qual proposito il Nunzio osserva: «Il che non si crede che S. M. debba fare; perchè le solite mutazioni di ([ua la terranno sempre in speranza che qualcuna ne sia per nascere a suo favore. La verità è, che il re le ha grande avversione per le cause già scritte, e perchè non gli si può levar di capo che non fosse disonesta la pratica d’Ancre»20. E aggiunge in altra del 25 maggio: «Luynes e Dèagean stanno in grandissimi sospetti della regina madre; perciò ogni cosa fa loro paura»21; e che già avevano nei primi di maggio comandato al Richelieu di ritirarsi in Avignone22. Sul quale fatto osservava il segretario di Stato: «Che Sua Santità.... ne dimandò l’arcivescovo di Lione; il quale rispose che l’aveva inteso.

[p. 171 modifica]Parve però alla Santità sua di soggiungere, che non entra- va a trattar delle cause che avevano mosso Sua Maestà a questa risoluzione; ma gli pareva bene di dire, che in occorrenze simili, contro le persone di vescovi, sarebbe stato a proposito di camminare per la via ordinaria, cioè della Sede Apostolica e del suo nunzio; e che a Sua Maestà poco importava un modo o l’altro purchè avesse l’intento»23. A questo mirava Roma, e riscriveva poco dopo il Nunzio, come fossero stati addirittura imprigionati anche due fratelli fiorentini, detti i Sicii, «per sospetto che avessero con la regina madre qualche corrispondenza a Blois»24. Gli spiriti per siffatte violenze si esaltavano; e mentre il Luynes e i suoi si valevano della forza, gli avversarli ricorrevano invece alla stampa clandestina; e di questi giorni appunto veniva pubblicata una apologia della regina; che il Nunzio dice «infame»; rappresentandovisi il re come un nuovo Nerone25. Si esaltavano gli spiriti; e se pure per quell’apologia altre persone erano tradotte in carcere, la regina madre non sapeva prendere una finale e risoluta determinazione: che se, in que’ momenti, avesse osato muoversi, poteva forse riuscire a provocare qualche fazioso grosso movimento; e il Bentivoglio lo accenna nella lettera del 15 agosto26.

Ma per quello che si riferiva alla persona di Maria de’ Medici, il Nunzio l’aveva al giusto giudicata, quando ne scriveva: «Quanto alla regina madre, non credo che abbiano a temer troppo di lei, essendo donna che non si muove se non è mossa»27; e per ottenere che continuasse a non si muovere, veniva appunto posto in giro il gesuita padre Sighirando; il quale s’abboccava col gesuita Suffren confessore della regina; e coi quali più tardi si mescolava pure il padre Arnoux confessore del re. Ne scriveva il Nunzio: «Si sono poi veduti i due padri Suffren e Sighirando ... Ora qui s’è giudicato bene che il padre Arnoux vada in persona a trovar la regina, che sarà come un portarle il cuore e la coscienza del re; [p. 172 modifica]affinchè tanto più facilmente s’acquieti; e tanto più speri che, dando soddisfazione al re, sia per riceverla anch’ella da parte sua»28; il quale padre Arnoux, tornato, faceva dire al Nunzio, che «in sostanza la sua negoziazione è riuscita felicissimamente, e che non poteva lasciare in miglior disposizione la regina, di quel che ha fatto»29. La regina poco dopo scriveva una lettera di sua mano al re; e si ripeteva da molti in corto, € che continuando la regina a governarsi come ora fa, si può sperare che, dentro di non molto tempo, sia per ricevere ogni soddisfazione»30; e ne riceveva davvero, almeno a parole, di poter uscire di Blois. Era qualche cosa; ma non bastandole, non voleva acconsentire di ritenere presso di sé alcune persone di fiducia dei presenti ministri31; e così continuava a non piacere in corte la sua idea di fare un viaggio a Moulins32; «sebbene vien tenuto per certo, scriveva il Nunzio, elle la regina non possa avere altro disegno, in questa andata, che di voler uscir da Blois, che è stata una carcere per lei sino ad ora, e di voler un poco respirare col mutar stanza, che è uno dei rimedi che cercano gli afflitti alle afflizioni»33. Non piaceva in corte quella sua idea; ma dopo averli un pezzo lasciati dire, finalmente, la notte dal 21 al 22 febbraio, essa si fuggiva; e il Nunzio racconta minutamente di quella fuga nella lettera del 27 febbraio34. La Regina prima di fuggire in compagnia [p. 173 modifica]dell’Épernon, mandava una lettera al re; come pure anche l’Épernon gli mandava un suo gentiluomo; ma il re non voleva veder l’uno, né ricevere l’altra; e, pur preparandosi alla guerra, mandava il signor di Bhethune per iscoprir meglio ciò che essa si fosse proposto di recare ad effetto.

La fuga della regina, in quelle circostanze, era un fatto grave, e ne potevano davvero venire esacerbate le fazioni e la guerra civile. Che olla fosse trattata indegnamente dai favoriti, ne conviene il Nunzio35; ma aggiunge pure: «che è una fiera cosa che la regina voglia procurare le sue vendette fra le ruine pubbliche dello Stato e della religione, senz’aver [p. 174 modifica]riguardo all’età e all’innocenza del figliuolo»; e la osservare al segretario di Stato, come il Luynes procurasse d’impegnare il re nella guerra e rendere così impossibile ogni riconciliazione; l’Épernon e gli altri malcontenti, sotto il nome del re e della regina, volessero per tutte le guise trovare uno sfogo alle loro private passioni contro i favoriti.

Del principale dei quali, il Luynes, il Nunzio osservava: «che s’è lasciato accecar troppo dal favore anch’egli; e perciò, siccome s’è veduto che invece di fuggir l’esempio del maresciallo d’Ancre, l’ha imitato, e con un eccesso si grande anch’egli, d’aver tirato a sé tutto il governo; così ora si vede risuscitare quasi la guerra d’Ancre; onde molti vanno augurando a questa, il medesimo fine tragico per Luynes, che seguì nell’altra in persona d’Ancre». Era un augurio poco (mesto; ma pur troppo s’aveva a temere, che invece di quel fine tragico, se ne avesse a provocare la guerra; per la quale già si allestivano tre eserciti: l’uno comandato dal Re; l’altro in Guienna sotto il duca di Maine; il terzo in Champagne alla frontiera di Metz; alla guardia di Parigi avendo a rimanere il conte di Soison. Il Nunzio, in queste circostanze, giustizia vuole che sia riconosciuto dei suoi buoni ufficii; che invece di spingere all’armi, consigliava «che era meglio disporre le cose ad una negoziazione soave con la regina, e riconciliarsi con lei per quei mezzi che convenissero ad un figliuolo verso la madre»36. E il re osservandogli, «che voleva risentirsi nel modo che conveniva, contro quelli che perdevano a Sua Maestà il rispetto»; il Bentivoglio soggiungeva, «che perciò bisognava separar, prima d’ogni cosa, la regina da questi tali; ma che il voler separamela con l’artiglierie e con gli eserciti armati, non era il modo che doveva usare un figliuolo verso la madre»37. - S’aspettava intanto un manifesto della regina. Si aveva in esso a dimandare per prima cosa la liberazione di Condè; gli altri richiami vertendo «sopra il tenere i favoriti assediato il re, sopra il consumar le finanze, sopra l’aver corrotta la giustizia in diverse occasioni»38; e vi si [p. 175 modifica]dichiarava che essa voleva tornare in corte, e così «rovinare questi favoriti, contro i quali va crescendo, nota il Nunzio, sempre più l’odio; e le cose loro sempre più si riducono a mal partito»39: e intendendo ad evitar la guerra, in questa generale aspettazione il re mandava alla madre il signor di Bethune, con una lettera «piena di tenerezza e d’onore»40); nella qual lettera le offeriva che l’avrebbe veduta spesso; e che ne avrebbe ricevuti i consigli; e che le si sarebbe lasciata scegliere la città nella quale avesse voluto stabilire la propria dimora; e che le si sarebbe concessa «anche qualche buona piazza, per sua maggior sicurezza, quando continuassero in lei sospetti»; ma che in corte, per ora, la non si voleva. Accetterà essa? E il Nunzio quasi per rispondere a questa dimanda che si faceva da sé, scrive: «Il tutto sta nell’essere vigoroso o debole il partito della regina. Essendo vigoroso, ben si può credere che ella vorrà in ogni modo venir in corte, e vedere scacciati i favoriti, e ridotti ad ogni mal termine; ma essendo debole, bisognerà ch’ella si contenti di quelle condizioni che potrà avere. Sin qui non si manifesta scopertamente alcuno dei grandi in suo favore; sebbene di Bouillon non si dubita, come anche pare che non dubiti di molti altri: ma niuna cosa farà più potente il suo partito, che l’avversione che ognuno ha grandissima a queste armi che si preparano.... 1 predicatori medesimi di già cominciano a parlare liberamente in proposito; e si scuopre che il Parlamento vuol far uffici contrari col re; e questo popolo è commosso incredibilmente contro la violenza del gabinetto.... Quanto a Condè, Luynes è stato combattuto gagliardamente...; e io ho parlato sopra di ciò liberamente al medesimo cardinale (di Retz), avendogli rappresentato quanto grande sarebbe il pericolo di mettere il re in mano di Condè, pretensore della corona; il quale sarebbe assolutamente in mano egli stesso di Bouillon e di tante altre pesti, come Richer e Servin, e altri di questa farina. Onde passai a dire al cardinale, che non pensasse Luynes di voler involgere nelle sue rovine quelle della Francia, col tener esiliata la regina, liberando Condè; [p. 176 modifica]perchè Dio lo castigherebbe, e il colpo che aveva fatto il re contro Ancre, l’avrebbe fatto la Francia contro di lui»41: si noti, come il Nunzio più non s’infingesse circa gli autori dell’assassinio d’Ancre. Qualche effetto s’era ottenuto da questi buoni ufficii; che i ministri si rimettevano dallo spingere troppo alla guerra; e la regina madre riceveva con bastante deferenza il signor di Bethune, e il padre Beral, frate dell’Oratorio, che al Bethune era stato aggiunto. Ma la regina madre non volendo, né potendosi staccare da Épernon, si andava a rilento verso una conclusione; e dall’una e dall’altra parte più s’inacerbivano gli animi e i sospetti crescevano. Laonde scriveva il Nunzio: «A proposito de’ sospetti, qui si sta in dubbio del senso degli Spagnoli. L’ambasciatore di Spagna non ha mai parlato; onde, qui temono che forse di Spagna sia per mandarsi qualche persona; il che qui dispiacerebbe grandemente, perchè si temerebbe che, sotto pretesto di fare ufficii di concordia fra il re e la regina, non si venisse a favorire il partito della regina. Oltre che stimerebbe il re, che questa fosse come una riprensione contro di lui, di non aver proceduto bene con la madre»42. E aggiungeva pure in quella lettera: «Non mancano di quelli che procurano ancora di rendere sospetto Sua Santità su varie considerazioni....; onde tanto più bisogna andar con destrezza». Si trattava dunque per tale pratica. E quando da parte dei regii accettavasi che la regina potesse anche venire in corte43, essa vi si ricusava, dicendo che più non si fidava di loro; d’onde nuove cagioni d’inasprimento. E se i favoriti si maneggiavano per ribellarle la città di Metz, ove la regina si era ritirata; dal canto suo essa spargeva voce che avrebbe messo a capo delle proprie forze il giovine duca d’Anjou, fratello del re: e così una parte e l’altra davano incentivi alla guerra, per la quale, in Francia, scriveva il Nunzio, «non può essere maggiore né più generale l’abborrimento»44), Il Nunzio allora riceveva istruzioni da Roma, di doversi interporre con ogni più efficace modo per la riconciliazione tra madre e figliuolo; e [p. 177 modifica]riusciva alla fine di ottenere questi termini di accomodamento. Si concedeva alla regina madre:

«Oltre al governo delle Provincie d’Anjou e alle piazzo di Angers, del Ponte di Cè, e di Chinon, le saranno pagati quattrocento fanti per le guarnigioni necessarie di questi luoghi; le saranno trattenute due compagnie di cavalli, l’una di gente d’armi e l’altra di cavalli leggieri, e le sue guardie ordinarie; godrà la sua grossa pensione di prima; avrà una dichiarazione amplissima del re di non essersi per fare alcuna ricerca contro quelli che hanno avuto parte nella sua uscita da Blois, nè prima nè dopo; e a questo modo, con una tal dichiarazione, ella porrà in sicuro le cose d’Épernon e degli altri che sono appresso la sua persona»45. Questi termini di accomodamento portati alla regina madre dal padre Berul; due settimane dipoi, il 22 maggio 1619, ne scriveva il Nunzio al cardinale Borghese: «Fu ricevuto poi molto bene in Angoulême il padre Berul; ed esposte ch’egli ebbe le cose trattate col re, furono fatte dalla regina madre tutte quelle dimostrazioni di pace che si potevano desiderare dalla sua parte. Fece cantare pubblicamente il Te Deum, e fece che il padre Suffren, suo confessore, predicasse e rendesse grazie a Dio, dell’accomodamento seguito. La sua dichiarazione poi fu, ch’ella non voleva altrimenti piazze di sicurezza; dicendo ch’ella non le aveva domandate, e che non aveva mai avuto intenzione d’avere altre piazze di sicurezza che quella del cuore e della buona grazia del re suo figliuolo»46. Non ostante le quali dichiarazioni, essa pure non volle per un pezzo venire in corte; e soltanto il 5 settembre accettava di avere col re un abboccamento in Tours. E il Nunzio ne scriveva alcuni giorni dopo: «Dacchè la regina madre è venuta a trovar il re suo figliuolo, tutte le cose son passate benissimo fra le Maestà Loro, essendosi vedute ogni giorno ... . Tra la regina e Luynes le cose passano benissimo, siccome tra il medesimo Luynes e Luçon; onde sinora non si potrebbe quasi desiderare di vantaggio, in materia di soddisfazione, da tutte le parti»47. In questo abboccamento la [p. 178 modifica]regina madre otteneva la precedenza sulla regina spusa; che non era poco, trattandosi tanto più d’una spagnola; ma di venire diffinitivamente in corte essa non voleva sapere. Sentiva ch’erano tuttavia troppo vive le diffidenze reciproche. Alle quali venendosi presto ad aggiungere nuove alterazioni tra lei e il Condè da poco restituito in libertà, il Nunzio così ne dava conto al proprio governo:

«Qui le cose fra lei (la regina) e Condè, che non vuol dir altro che fra lei e i favoriti, si vanno sempre più intorbidando. Senti molto dispiacere la regina, come avvisai, di quella forma di dichiarazione fatta in favore della libertà di Condè; nondimeno parve poi che si fosse acquetata ....; ma dopo aver veduto che qua i favoriti sempre più si sono andati stringendo col detto Condè, si sono accresciuti per conseguenza in lei i sospetti; ond’ella, invece di trattare di venire alla corte, comincia ora a mostrarsene aliena, e a dolersi in varie maniere. Ella ha dunque rinnovate le querele intorno alla predetta forma di dichiarazione in favore della libertà di Condè, e ha scritto qua, ch’ella vuol parimente una dichiarazione che la giustifichi della prigionia (ch’era stato imprigionato durante la sua reggenza), come cosa che fu risoluta con piena participazione ed autorità del re. S’è dichiarata similmente, che vuol proteggere il duca di Rohan, ugonotto, perch’esso duca era nella camera quando Condè fu ritenuto nel Louvre, e non l’aiutò»48. E aggiungeva il Nunzio in fine della lettera: «Questi sono principii di cose nuove, che se ne tireranno dietro delle altre senza alcun dubbio: e piaccia a Dio che questa primavera non vediamo fiorire nuovamente dei garbugli ben bene». E da Tours la regina essendosi recata in Angers, pareva che non tardasse a mostrarvisi più mite; e così prestavasi a intendere del matrimonio del duca d’Anjou colla signorina di Montpensier49). Ma essa insistendo sempre in quella tale dichiarazione onde avesse ad essere discolpata della prigionia del Condè; le cose, nella sostanza, si rimanevano tuttavia nelle condizioni di prima: e non volendo sapere di venire in corte, [p. 179 modifica]ripeteva di continuo, che non le era stato «osservato niente di quello che le fu promesso l’anno passato»50: e lasciando intendere come la non si sarebbe mossa da Angers, se fosse anche per andarle incontro il re in persona; parendole, diceva, «che questo modo di levarla di là sia piuttosto forza che invito». Onde il Nunzio continuava: «I favoriti sono qui in gran perturbazione d’animo, scoprendosi ogni dì molti affetti contro di loro; e in particolare la città di Parigi ne dà molti segni, vedendosi spesso libelli e infin pitture obbrobriose contro di loro.... Intanto le cose pubbliche son quelle che patiscono e che patiranno»51. E pareva forse al Nunzio di accennare a un qualche migliore avviamento, quando scriveva: «.... S’è risoluto che domani parta Bleuville; per il quale si mandano alla regina molte di quelle soddisfazioni ch’ella ha desiderate, massime intorno ad assignazioni di danari e a materie simili .... Non si sa quel ch’egli sia per fare (il Bleuville) ....; tanto più che ogni dì si scoprono nuove pratiche fra la regina e diversi principi, e ogni dì nascono nuovi sospetti da tutte le parti»52. Ma poco, o nulla si otteneva per quella trattazione; che al Bleuville «la regina ha mostrato di desiderare di venire appresso il re suo figliuolo, ma che non può fidarsi di Luynes e molto meno di Condè; e che però ella, prima di venire, vuole la sicurtà di principi, o forestieri o del regno, e dei parlamenti di Francia; e che se di qua non s’inclina a darle qualcuna di queste sicurezze, ella desidera d’essere lasciata in riposo al suo governo....; avendo soggiunto apertamente, che se verrà molestata, ella procurerà d’aiutarsi per ogni via»53. Era grave quell’accenno dei parlamenti, parendo volesse lasciar intendere che avrebbe anche posto il Luynes in mano della giustizia. Il quale alla sua volta le faceva sentire, ch’egli «non aveva mai voluto prestar orecchio a molte vie che gli furono sugerite, dopo il caso d’Ancre, contro di lei: come di farla ritenere nel bosco di Vincennes, o di farla ritornare a Fiorenza, o di [p. 180 modifica]fare anche peggio54. E più volte il Bleuville andava e tornava dalla regina; ma senza alcun risultamento. E le cose nel regno peggiorandone sempre più, il Nunzio scriveva: «Questa corona è come un’abbadia vacante, per così dire: Luynes, che la gode, vuol tuttavia restarne in possesso; la regina madre la vuole; Condè la vuole; Soissons la vuole; il Consiglio la vuole; i principi la vogliono; i parlamenti la vogliono; è certo che, se il re non si sveglia, ognuno di questi potria pigliarsene un pezzo»55. E così peggiorando sempre più le cose, in corte avevano scoperto come si trattasse di attirare presso la regina madre il figliuolo duca d’Anjou; «e s’intende ch’egli sia disposto a ciò, e che per ora dissimuli, aspettando l’occasione; e lo sa fare con sommo artificio, ancorché non passi ancora i dodici anni»56. Quel duca si vede ch’era educato molto bene! E più esacerbandosene gli animi, le diffidenze più aumentandosene dall’una e dall’altra parte, le cose mostravano incamminarsi addirittura alla guerra: per la qual cosa il re metteva insieme una forza di 50,000 fanti e 8,000 cavalli, e la regina faceva levata di genti specialmente in Normandia. Nelle quali gravissime circostanze, il Nunzio con molto tatto scriveva: «Questo regno, dunque, fra pochi giorni sarà tutto in armi: nondimeno si negozierà anche sempre; e forse nella paura che avrà l’una e l’altra parte, si potrebbero accomodare tanto più facilmente le cose; le quali, da un momento all’altro, qui passano con maravigliosa facilità da un estremo all’altro»57. Di questo egli si lusingava.

Ma avendo, frattanto, avuto luogo qualche movimento di eserciti, la regina occupava il castello della Flèche, mentre il re si conduceva a Mars, distante quattro o cinque ore di cammino; e il 7 agosto gli eserciti venivano ad incontrarsi al Ponte di Cè sulla Loira. I regii vi avevano vittoria; e il castello della Flèche essendo preso, anche Angers se ne trovava del tutto allo scoperto; onde alla Regina abbisognava di venirne a patti. Il primo articolo di quella [p. 181 modifica]capitolazione portava: «Sarà data una dichiarazione d’innocenza alla regina, madre del re, e in grazia sua di discolpa a quelli che l’hanno servita»; che equivaleva a una generale amnistia; e per gli altri articoli il re si assumeva di pagare i debiti fatti dagli insorti. Il 13 agosto, finalmente, giorno di giovedì, il figliuolo e la madre avevano ad incontrarsi con grandi onori. Partitasi la regina da Angers, il re l’aspettava sul cammino; il quale «vedendo approssimarsi la lettica di sua madre, smontò da cavallo, e a piedi andò ad abbracciarla. Le cerimonie furono brevi, ma affettuose; dopo le quali, il re s’inviò innanzi, e la regina poco dopo lo seguì, e in questa maniera giunsero al castello, ove il re, presa per mano la regina, la condusse nell’appartamento più bello, che era stato destinato per lui medesimo»58.

S’erano dunque rappacificati la madre e il figliuolo; e avevano così termine le feroci sentenze pronunziate durante l’allontanamento di lei dalla corte, la quale pure se ne era bandita o esiliata da sè. Uno storico in questi termini dà conto di una di quelle condanne: «Il Luynes, che avea già esiliato il Richelieu e il fratello di luì in Avignone, intercettava le lettere. Ond’è che inaspettatamente fu dato al Gran Consiglio l’incarico «di giudicare gli autori dei maneggi e delle fazioni aventi per iscopo il ritorno della regina madre, la liberazione del Condè, e la sovversione dello Stato». Il Barbin, il Persan, il Burnonville, e tre scrittori di libelli famosi erano inquisiti: due di questi scrittori furono arruotati e arsi in piazza di Grève, il terzo fu impiccato, poichè i giudici erano disposti a infierire a grado del potente con atroci supplizi, quando gli inquisiti erano persone di oscura estrazione. Il Burnonville fu anch’egli condannato a morte, ma non giustiziato; il Barbin scampò la condanna capitale per una voce sola, e fu sentenziato al bando: pena che venne aggravata dal re colla commutazione nel carcere perpetuo. Quanto al barone di Persan, fu esso esiliato soltanto dalla corte»59.

Altro soggetto che distinguesi per importanza nelle trattazioni durante la nunziatura in Francia del Bentivoglio, è [p. 182 modifica]la politica del senato veneto. Come già notammo, essa non era, in sostanza, se non puramente difensiva: che ferita al cuore per la conquista di Costantinopoli, quella repubblica più non era in grado di continuare nello svolgimento delle sue prosperità commerciali. Se i Genovesi avevano perduto, sull’atto medesimo di quella conquista, Pera e Galata, Venezia pochi anni dipoi, nel 1461, perdeva la Morea, meno alcune fortezze che le rimanevano in vari punti del littorale, e poi anche quelle; e vedeva Franco Acciaiuoli, ultimo duca d’Atene, fatto strangolare da Maometto II; e i Turchi nel Friuli (1477); poi padroni d’Otranto (1480); indi all’assedio di Rodi. Quasi tutte queste perdite in levante non le avessero ancora a bastare, vedeva nel principio del secolo xvi la lega di Cambrai, e toccava quindi la rotta di Ghiaradadda; mentre pure il Turco si estendeva conquistando l’Egitto (1517), e invadendo l’Ungheria (1526), sino ad assediar Vienna (1529), ed essa allora, la povera repubblica, trovavasi costretta quasi a capitolare col Turco; e, doge Pietro Lando, veniva alla conclusione della pace, per la quale perdeva Napoli di Romania, la Malvasia, e alcune isole nel mare Egeo (1539). Qualche anno dipoi avveniva la vittoria di Lepanto; ma essa non era se non quasi un fuoco di paglia; e quell’anno medesimo, per rifarsene, i Turchi s’impossessavano di Famagosta. Scaduta in levante, Venezia si ritrovava a doversi ingegnare per tutte le guise a fine di reggere la propria potenza in terraferma. Ma oppugnata, insidiata anche col tradimento dalla Spagna, più d’una volta si era trovata condotta a mal termine; e appunto ora di questo tempo, le si voleva imporre una pace che non le tornava punto; e per la quale sconfessava gli uffici de’ propri ambasciatori, i quali richiamava di Parigi anche con risentimenti: «risentimenti, scrive il Nunzio che paiono ridicoli, sapendosi che niuno aveva più bisogno di pace, che la detta Repubblica»60. Il Nunzio corre un po’ troppo, col vocabolo di ridicoli; ma è certo che era inopportuno tale procedere contro gli inviati: non avendo essi accettati i patti di quelle stipulazioni, se non per gli uffici e l’autorità della corona di Francia, ch’era pur sempre [p. 183 modifica]la sola che potesse essere favorevole a Venezia. Ns avveniva quindi che il re cercasse d’interporsi; e, come dice il Nunzio, «spontaneamente e per sua dignità, e per una giusta compassione che lo muove a favorir la causa di detti ambasciatori; spedisce questa mattina a Venezia un corriere, facendo ogni più caldo e favorevole ufficio per la loro causa»61; e facesse intendere alla Repubblica, ch’essi non sarebbero lasciati partire; nè che si permetterebbe di venire oltre Lione al nuovo ambasciatore Simone Contarini, «sinchè non venisse la risposta del corriere con la soddisfazione che il re pretende»62. Le cose senza grandi difficoltà si accomodavano poi tra Francia e Venezia63; e il Contarini poteva indi continuare il viaggio, ed essere ricevuto in corte; dove forse non aveva mai a trovare in nessuno maggior ritrosia che nel Nunzio pontificio. Il cardinale segretario di Stato, come prima in Roma si ebbe notizia di quella missione del Contarini, gliene aveva scritto subito: «L’ambasciatore straordinario Simone Contarini fu l’anno passato ambasciatore qui in Roma; e, sebben si creda che V. S. possa aver relazione della sua persona, non ho voluto lasciar di dirle che è cervello molto rivoltoso e avversissimo agli Spagnuoli, e che non ha ragione più principale che quella di stato; e con la sua energia e magniloquenza, che accompagna anche con voce alta, non potrà fare se non mala impressione costì appresso Sua Maestà e i ministri. Egli ha avuto sempre opinione che Sua Santità abbia creduto e creda troppo agli Spagnuoli, e non poteva lasciarsi dare ad intendere che Sua Santità facesse bene a stare neutrale; anzi molte volte ha fatto istanza che si armasse e dichiarasse contra Spagnoli.... Quel che importa più è, che lo si ha per uno dei fautori di fra Paolo.... Concludo bene a V. S., che non è uomo da poter nutrire pensieri di pace, ma piuttosto da mettere in campo qualche garbuglio»64. E un mese dopo, l’8 novembre, il Nunzio rispondeva: «V. S. illustrissima ha fatto molto bene a darmi si [p. 184 modifica]particolare informazione del Contarini, e me ne valerò alle occorrenze. Due volte lo vidi in Roma, e certo mi pare che V. S. illustrissima non possa descriverlo maglio. Mi par d’intendere che questi ministri non ne abbiano buona relazione: il Badoer, che è qui, non ne ha detto bene; e si saprà ancora ch’è nemico del Bon, il quale lascia qui di sè una rara opinione. Ultimamente Villeroi meco fulminò contro la Repubblica di Venezia; contro il suo mal governo, e contro l’insolenza di quei che prevagliono; e mi disse: Che non pensi questo Contarini di venir qua a far l’arrogante, che lo chiariremo»65. E il Villeroi parlandone in siffatto modo, si vede che il Contarini aveva già bell’e fatta la sua riputazione d’uomo di vaglia, capace d’imporre anche ai ministri di Lodovico XIII.

     (Continua) Bart. Aquarone.     



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I Veneti, frattanto, prima ancora dell’arrivo in corte del Contarini, fortemente si dolevano del contegno degli Spagnoli. Essendo corsa parola di S. M. Cattolica, che, durante la trattazione di pace fra loro e il re di Boemia, sarebbero state sospese le ostilità d’ogni genere, in terra come per mare; ed accadendo ora, sul finir dell’ottobre 1617, che il duca d’Ossuna mandasse alcuni suoi galeoni nel porto di Brindisi sull’Adriatico; i Veneti ne levavano gli alti clamori quasi di ostilità aggressiva; pretendendo essi, come si sa, ab antico, all’assoluto dominio dell’intero golfo. S’aggiungeva a ciò, pochi giorni dipoi, una aggressione degli Spagnoli su quel di Crema; del quale ultimo fatto, in ispecie, come meglio determinato, l’ambasciatore Bon - tuttavia in Parigi - faceva un grandissimo romore66. La materia era dunque bell’e preparata; e di ciò appunto il Contarini aveva a discorrere nella sua prima udienza col Re. E il Nunzio così [p. 157 modifica]ne riferiva nella lettera del 31 gennaio 1618: «Ebbe poi il Contarini la sua prima udienza dal Re; e allato di S. M. si trovarono il Cancelliere e il Guardasigilli. Egli si diffuse in grandissime querele contro gli Spagnoli, e particolarmente che, contro la sospensione, fossero state mosse le armi di Don Pietro nel Cremasco, e quelle del duca d’Ossuna in mare. Ha procurato, insomma, di riempir qui ogni cosa di sospetto e di gelosie, e di mettere in mala fede gli Spagnoli, e specialmente i due ministri suddetti: ma sopra tutto, s’è diffuso in dolersi che, contro la promessa del Re Cattolico, il duca d’Ossuna abbia fatte vendere le mercanzie dei legni veneti presi, anzi fatti levare i ferramenti dei medesimi, per fornirne altri del Re di Spagna: e quell’ultimo punto è sentito qui veramente malissimo.... Io ho veduto una volta il detto Contarini; il quale ha fatto meco le medesime querele che ho detto di sopra; e parla con un tal tuono di voce, e si gonfia, e si accende in maniera, che par ch’egli voglia, non negoziare, ma fare ai pugni con chi negozia»67. E ancora più amaramente il Nunzio ne parlava in altra del 10 febbraio68; e forse in modo poco conveniente (fosse anche [p. 158 modifica]ciò che ne diceva); che non solo voleva penetrare in famiglia del Contarini, ma persino dietro le cortine della camera di lui. Il Contarini bensì, oltre al dir male de’ Gesuiti, pare attendesse a trattazioni anche di maggiore importanza; scrivendo il Nunzio, ch’aveva «rinnovate le pratiche con du Maine d’andare al soldo della Repubblica, nel modo che fu condotto Vaudemont; e mi pare che il negozio sia molto innanzi»69. E al Contarini medesimo è forse dovuta l’idea, che i Veneziani avessero a rivolgersi per contrattare di lega co’ Grigioni; della qual lega coi Grigioni scriveva il Cardinal Borghese: «Sebbene si partì di là (dal paese de’ Grigioni) il Patarino, segretario, vi lasciò però de’ particolari che sollecitano la pratica; e che, ultimamente, s’è inteso che alcuni de’ loro ministri predicanti hanno cercato persuadere a’ Grigioni, che sono eretici, che si stacchino dalla lega di Francia e si uniscano co’ Veneziani, e che ciò sarebbe di giovamento alla setta loro; e che ora quegli uomini sono quasi in parti e in divisioni per quella causa»70. La pretesa de’ Veneti sul Golfo era di grosso momento; e pare che così si giudicasse anche in corte di Francia: perchè il Puysieux parlandone col Bentivoglio, lasciavasi intendere come gli Spagnuoli dovessero cedere, e levarne l’armata; «avendo essi grande occasione di voltarla contro i corsari, che infestano i mari e le coste di Spagna; e potendo pigliar mille altri pretesti onorevoli di levarla di là, quando ben non avessero questo»71. E con gli uffiziali che comandassero le milizie, il Contarini aveva anche noleggiati in Olanda dodici vascelli; e di nuovo scriveva per pigliarne degli altri; e allo stesso fine si adoperava in Inghilterra; ove, scriveva il cardinal Borghese, «ha fatto istanza a quel re di poter noleggiare otto dieci vascelli di mercanti; e che, vedendo farsegli difficoltà, ha offerto sicurtà che con essi vascelli non offenderà [p. 159 modifica]il re di Spagna, nè li suoi sudditi, nè altri principi; ma solo si adopreranno contro corsari e per difesa della Repubblica. Si ha nondimeno che nel Consiglio regio non vi era ancora risoluzione; e che, sebbene l’ambasciatore Sarmiento vi si era opposto, si credeva però che darieno licenza, con l’obbligo suddetto di servirsi dei vascelli per difesa, e con pensiero di concederne altrettanti per servizio del Cattolico»72. Delle quali navi poco importando alla corte di Francia, si era invece alla lega co’ Grigioni che mostravano di voler fare contrasto; e infatti ne muovevano doglianza in Venezia. Era risposto, scrive il cardinal Borghese: «Non aversi in pensiero di pregiudicare in alcuna cosa alla lega antica de’ Francesi co’ Grigioni; ma che anco si aveva per certo che non dispiacerebbe al re se, senza suo pregiudizio, la Repubblica avesse potuto stabilire lega con quella nazione.

Da che si conosce che quei signori sono risoluti di tirare innanzi il trattato, per il quale s’intende che spendono gagliardamente per acquistare tante veci che abbiano poi il loro disegno»73. Al quale Cardinale Borghese di riscontro scriveva il Nunzio, il 9 maggio, che S. M. Cristianissima faceva ogni ufficio per accomodare la differenza del Golfo; e nel poscritto di una del 20, si legge: «Delle cose del mare Adriatico, qui noi abbiamo nuova, che sua Maestà Cattolica avesse dato ordine, che uscissero del Golfo i Galeoni, per servirsene, col resto dell’armata, contro i corsari che infestano la Spagna»74; mentre invece notava che a Parigi «stanno fermi più die mai di voler fare quanto potranno affinchè non si concluda questa lega (de’ Veneziani co’ Grigioni); e ora faranno ciò tanto più gagliardamente, quanto stimano di doverlo fare per punto d’onore. Esso signor di Puysieux mi disse, che di già s’era saputo anche qui, che i Veneziani inviavano ai Grigioni un segretario, con varii presenti di catene e medaglie d’oro75. E si legge nella lettera seguente: «La pratica di du Maine si può tenere per svanita, massime ora che il Re gli ha dato il governo di [p. 160 modifica]Guienna. Quanto alle cose del Golfo, qui pare una stravaganza che i Veneziani vogliano che gli Spagnoli escano di là, con dichiarazione espressa di non entrarvi, parendo che pur troppo basti che n’escano tacitamente»76. E scriveva come i Veneziani continuassero a provocare discordie fra’ Grigioni, «per far la lega, come troppo importante alle cose loro; poichè la lega Grigiona gli assicura tanto più di quella che hanno fatta coi Bernesi, e dà loro il passo dai Grigioni, per aver tanto più facilmente gli Svizzeri» 77; e come fosse venuto a Parigi un ambasciatore mandato dai Grigioni; i quali «ora desiderano più che mai di continuare nella medesima confederazione e lega che hanno avuto anticamente con la Corona medesima (di Francia), senza voler dare orecchio ad altre proposte di nuove leghe, e in particolare a quella de Vieneziani»78. Parla pure in altra del 16 gennaio (1619), dell’armata che stavano allestendo gli Spagnoli, onde i Veneziani si erano tanto insospettiti79; e onde poi s’insospettiva pure la Francia80. Della quale armata continuando a discorrere in altra successiva, scriveva: «Fa grandissimi rumori qui l’ambasciatore veneto di tante armi marittime che gli Spagnuoli mettono insieme; e vorrebbe qui persuadere che abbiano ad essere voltate contro la sua Repubblica; almeno che gli Spagnuoli vogliano tentare di soccorrere, per la via del Golfo, l’Imperatore e il re Ferdinando nei loro bisogni di Boemia, per avere, in ogni caso, qualche [p. 161 modifica]pretesto dagli ostacoli che farà la Repubblica di rompere con lei medesima. Il detto ambasciatore ha esagerato queste cose.... ancora con me medesimo, essendo egli venuto a trovai-mi apposta per quest’effetto, io gli ho risposto, che non mi pare verosimile in modo alcuno che gli Spagnuoli, dopo aver accomodato le cose di Lombardia e del Friuli, vogliano ora romper la guerra per mare contro la Repubblica; e che non mi l)are neanche punto verosimile ch’essi, con tanta spesa e pericoli, vogliano soccorrere, per via del golfo, l’Imperatore e il re Ferdinando: poichè, quanto alla spesa, non è dubbio che sarebbe molto maggiore questa, che quella d’inviar gente per la via del Tirolo, come si presuppone ch’essi possano fare; e quanto al pericolo, non si può dubitare che non fosse per essere grandissimo quello d’incontrare l’armata veneta, e molto maggiore quello ancora di lasciar l’armata in Trieste dopo avere sbarcato il soccorso»81. Non se ne acchetarono l’ambasciatore e il governo veneto; e per mettersi in grado di poter resistere a una aggressione anche per via di terra, stringevano in tutte le guise più sempre i Grigioni a collegarsi con essi; e il Nunzio ne scrive: «Gueflier ambasciatore di questo re ai Grigioni, è qui ora. Egli ha fatte terribili relazioni contro il procedere dei Veneziani in quelle parti, affermando ch’essi, per fas et nefas, vogliono conchiudere questa loro lega; e ha rappresentato vivamente quanto importi a questa Corona l’impedirla»82. E oltre ai Grigioni, miravano pure e conchiudevano anco lega cogli Olandesi83, nè disperavano di poter avere con essi anclie Francia; come già avevano Savoia; unitamente alla quale sin dall’anno innanzi di ciò avevano scritto al governo del Papa. Il Segretario di Stato cardinale Borghese aveva risposto a quella apertura con la lettera che porta il numero 163084; nella quale si contiene il programma della politica pontificia rispetto all’Italia durante il corso degli ultimi cent’anni: nei quali cent’anni, nella valle del Po Savoia mostravasi pronta a tutto operare; mentre invece Roma, [p. 162 modifica]nell’Italia centrale, si era proposta precisamente il contrario: di non osare, nè lasciare che da altri nulla si osasse. Uniformemente alle quali vedute il Nunzio adoperandosi, scriveva l’8 maggio: «Intorno al particolare della lega fra i Veneziani e Savoia, qui m’assicurano che non. si sono impegnati punto, e che sono artificii dei medesimi Veneziani e Savoia quelli d’andare divulgando che questo Re si dichiarerà presto di detta lega, non desiderando essi cosa più che di metter male insieme le due Corone.... Ma Savoia non sta però a bada: qui fa quanto può il principe di Piemonte, affinchè questo movimento di Francia venga a sedarsi; conoscendo egli molto bene, che se le cose qui non s’accomodano, i Francesi non potranno favorire altrove i disegni suoi e del padre, che sono grandissimi»85.

E dicendo grandissimi i disegni e i propositi di Casa Savoia, il Nunzio portava un giudizio d’uomo di Stato. Racconta Tomline, che un giorno lord Chatham assistendo alla lezione del suo secondogenito Guglielmo (che non aveva allora se non quattordici anni); dopo averlo udito a far la parte, mi pare, di Annibale che parla al Senato di Cartagine, gli dicesse quasi commosso: Tu sarai il Sansone dell’Inghilterra; il periodo dei quali quattordici anni nella vita di Pitt, per la storia di Casa Savoia si trova nel tempo di Emanuele Filiberto. Il capitano che si distingueva all’assedio di Metz (1552), e il quale vinceva poi nientemeno che la battaglia di San Quintino, affermava in modo splendido l’avvenire, o almeno la potenzialità d’avvenire nella Casa cui apparteneva: e la Provvidenza favorendo quei disegni grandissimi che non potevano essere favoriti dalla Francia, Emanuele Filiberto era continuato dal figliuolo Carlo Emanuele I, che teneva il governo per un intero mezzo secolo. Avido d’ingrandimenti, irrequieto, turbolento, audacissimo, approfittando dei torbidi della Lega capitanata dal duca di Guisa, s’impadroniva del marchesato di Saluzzo tenuto dalla Francia; parteggiava indi coi faziosi, dai quali era nominato conte di Provenza (1590); e poscia alla morte dell’imperatore Mattia, si poneva avanti tra i candidati all’impero; e poscia ancora aspirava al regno di Cipro; e di [p. 163 modifica]nuovo ancora al principato di Macedonia; mentre nulla lasciava d’intentato, dagli espedienti sino alle violenze, per allargarsi nella valle del Po. Facile a piegarsi sino a chiedere denari alla Francia, dalla quale «non gli sono date se non buono parole»86; non esita poi a irrompere e fare saccheggiamenti nell’Alessandrino; procacciandosi così quei denari onde abbisognava per «trattenere e dar le paghe ai francesi che si trovavano al suo servizio»87. Versatile sino alla frode, lo si vedeva appigliarsi a tutte le cavillazioni per interpretrare a suo profitto un capitolato qualunque; come ora quel della pace d’Asti nel 161788. E si era a proposito delle sue cavillazioni, che notava il Borghese segretario di Stato, che «anche l’altra volta (per un antecedente capitolato) ci furono differenze sopra questo, se la gente fosse stata licenziata in tempo o no da Savoia; e di qui nacque, in gran parte, questa ultima guerra»89. Da nulla si ristava Carlo Emanuele, e col medesimo re che gli aveva ricusato i denari non esitava d’intavolar pratiche per averne una moglie per il figliuolo principe di Piemonte; e quasi nello stesso tempo facevasi a dimandare la corona dell’impero; della quale dimanda scriveva il Nunzio: «Qui s’intende che Savoia fa pratiche per l’Impero, e che, a quest’effetto, il Palatino andò ultimamente a trovar Sassonia, parente di Savoia; il quale non di meno, per esser forestiere e per non aver Stato alcuno in Germania, si crede che sarà facilmente escluso»90. Erano forse eccessive tali aspirazioni; e come accade non di rado, ad un eccesso opponendosi con un altro eccesso, diceva al Nunzio il duca di Monteleone ambasciatore spagnuolo: «che se il re di Spagna non fosse così buon principe, di già esso re e questo di Francia si sarian accordati in dividersi gli Stati del duca di Savoia, o almeno in pigliare un par di piazze per uno; cioè Vercelli ed Asti, Spagna; Ciamberì e Montmeillan, Francia; per restituirle poi al principe di Piemonte [p. 164 modifica]dopo la morte del padre»91: comoda questa restituzione dopo una morte! Il duca di Savoia, pare che ne avesse qualche sentore; e per far vedere sin d’ora quello onde sarebbe capace, mandava istruzioni in proposito al suo ambasciatore in Parigi: e pare che davvero conoscesse meglio che gli stessi ministri, i tempi e gli uomini co’ quali aveva a maneggiarsi.

Scriveva il Nunzio in data del 31 gennaio: «L’ambasciatore di Savoia ha detto a questi ministri con gran risoluzione, che il duca non vuol disarmare in alcun modo, mentre vede che don Pietro di Toledo fa nuove preparazioni d’armi, e che si mostra tanto duro nella negoziazione delle cose che si trattano con lui. Venne qua ancora, alcuni di sono, un gentiluomo mandato espressamente dal Lesdiguières, il quale consiglia ancor egli, che di qua non si astringa Savoia a disarmare. Con tutto ciò, questi ministri stan fermi nelle prime risoluzioni,; che il detto Savoia disarmi, e che il re debba abbandonarlo! se non lo fa: anzi che debba astringerlo à ciò per ogni via; nondimeno, essi tornano alle querele contro don Pietro, e dicono ch’egli ha troppo sprezzato il re, in non aver voluto accettar alcuna delle certificazioni che gli ha offerte Bethune. Ier sera mi disse Puysieux, che Moder scriveva da Grenoble, che di già egli cominciava a conoscere che Savoia non ha altro intento che di far rompere insieme le due corone. Qui ancora credono il medesimo questi ministri, e sanno che in Francia sono infiniti quelli che hanno il medesimo desiderio, e che istigano continuamente Savoia a star saldo; dicendo che questo re, ancorchè lo volesse, non potrà abbandonarlo. E qui i medesimi ministri bisogna che vadan temporeggiando: e, particolarmente, bisogna procedere con Lesdiguières più colle preghiere che colla forza, essendo egli più che re in delfinato; ed essendo questo Regno troppo pieno di mali umori: onde sarebbe necessarissimo che gli Spagnuoli lasciassero ogni stiratura, perchè il tempo va innanzi e cresceranno le difficoltà, e cammineranno a una guerra grande, se Dio non ci aiuta. Molti credono che Savoia medesimo non desideri la restituzione di Vercelli, perchè la guerra continui e per metterla fra le due [p. 165 modifica]Corone»92. I ministri a Parigi sentivansi offesi di tale procedere del dura; e il Guardasigilli diceva al Nunzio: «che era nato (Carlo Emanuele) per inquietare il mondo; e che ora minacciava qua, che, se volessero costringerlo a disarmare e a mettersi alla total discrezione degli Spagnuoli, in otto giorni egli s’accomoderebbe con loro; e ch’egli è principe di poca fede; che poco prima della prigionia di Condè, egli trattava con lui di suscitar nuove sollevazioni in Francia, e di pigliarsi per sè un porto della Provenza»93: e quindi più insistenti gli ordini di disarmo da parte loro; e ogni di più moleste le sue tergiversazioni sempre sul disarmo; da parte del duca, come anche da parte del Toledo; il quale, neppur egli, in fin de’ conti voleva la pace; e il quale per atto di deferenza di Filippo II alla Francia, veniva poi sostituito dal duca di Feria. Il disarmo alla fine aveva pur luogo; e inteso allora Carlo Emanuele a procacciarsi più strette amicizie e nuove parentele, significava a Parigi che era per partire a quella volta il cardinale Maurizio di Savoia. A quella corte sentivan male la cosa. Prevedevano che sarebbe venuto a mestare per trovar moglie al fratello; sul qual proposito, anche di recente, erasi passata stipulazione tra Francia e Spagna, di non acconsentirvi senza il reciproco consenso. Ne scriveva pertanto il Nunzio: «Sono in fastidio questi ministri sopra la venuta del cardinal di Savoia; perch’egli, quando venga, verrà per trattare di matrimonio; e qui veggono la difficoltà dell’obbligo vicendevole delle due corone, di non s’imparentar con Savoia senza il consenso l’una dell’altra»94. E oltre al negozio di cercar moglie al fratello, il cardinale pare vi andasse anche per procurarsi la legazione d’Avignone; che sì legge in una lettera del Borghese, datata il 21 settembre: «Il duca di Savoia ha fatto più volte istanza d’ottenere per il cardinal suo figliuolo, la legazione di Avignone; ma sempre ne ha riportato da nostro Signore la negativa, per le ragioni che Vostra Signoria può immaginarsi.... Non resta contuttociò il Duca di mostrare il medesimo desiderio anche al presente; nè s’è acquetato alle risposte [p. 166 modifica]che si son date qui al suo ambasciatore, e alle ragioni addottegli, oltre al rispetto dell’esser commessa a me quella legazione. E ora si è inteso che il signor di Moden, ricercato da Sua Altezza, sia per pregare la Maestà di codesto re. che voglia interporre caldissimi ufficii appresso Sua Santità, per far conseguire l’intento all’Altezza sua»95: e davvero ohe c’era più d’una mancanza di rispetto, come dice il Borghese, da parte del duca, di dimandare pel figliuolo una legazione che allo stesso Borghese era commessa. Vedeva il Nunzio quanto la cosa scottasse al segretario di Stato; e però, rispondendo, facea notare, come ne avesse tosto passato uffizio col Puysieux, col cardinale di Retz che diceva «stravagantissimo» il disegno del duca, col Luynes, col Deajean, e anche col re medesimo96; e l’assicurava che se ne sarebbe presto smesso ogni pensiero da parte del duca. L’istanza dunque, in corte di Francia, si limitava per ora a trovar moglie per il giovine principe Vittorio Amedeo; e pare que’ ministri vi si mostrassero inclinatissimi, nonostante la stipulazione con Spagna. Per la qual casa ne scriveva il Nunzio: «Non si dubita che il cardinale di Savoia non venga a trattare di matrimonio; e di già qui pubblicamente si tien per fatto.... È qui però in si gran concetto il principe di Piemonte, ch’io vedo tutti i ministri inclinatissimi verso di lui: il maggior ostacolo è il padre, del quale giudicano di non potersi fidare. Questa madama non inclina al matrimonio, perchè vorrebbe anch’ella un re, e piuttosto inclinerebbe al principe d’Inghilterra; e so io ch’ella avrebbe una certa sua speranza di guadagnarlo alla fede cattolica: e veramente Ella è una gioia di pietà e di virtù»97. E giunto il cardinale a Parigi il 6 novembre (1618), nella seconda udienza pubblica avuta dal re, addirittura dimandava la mano della principessa Cristina, seconda sorella di Lodovico XIII, per il principe di Piemonte98. «Senti la Maestà [p. 167 modifica]sua, scrive il Nunzio, con molto gusto la detta dimanda, e disse che ne voleva parlare col suo Consiglio, e che poi avrebbe risposto»99; e immediatamente ne era data parte agli ambasciatori; e spedivasi il signor di Fargis, per notificarla a S. M. Cattolica; e indi si chiedeva dispensa a Roma per una affinità in quarto grado tra gli sposi: e l’11 gennaio (1619), prima ancora che tornasse di Madrid il signor di Fargis, si stendeva la scritta di matrimonio: la sposa portando quattrocentomila scudi del sole; contro trentamila scudi annui, che le assegnava lo sposo in caso che venisse a morire prima di lei; e il cardinale poi la disposava in nome del principe suo fratello; il quale giungeva il 6 febbraio, e il 10 si celebrava diffinitivamente il matrimonio in una cappella del Louvre. Parecchi mesi si trattenne il principe a Parigi. Si teneva piuttosto contegnoso; e poche visite gli venivano fatte; e il Nunzio notava «ch’egli (il principe) non partirà molto soddisfatto da questa corte; e particolarmente delle scarse dimostrazioni d’onore che si sono usate con lui.» E aggiungeva poscia: «È principe d’alti pensieri e che si tien alto in tutte le cose: ha del grave e dello spagnuolo, e perciò qui non è molto grata la sua natura; sebbene tutti lo tengano per principe di valore, di bontà e di parola, e che sia per [p. 168 modifica]avere tutte le buone parti del padre, e nessuna delle cattive»100. Prima bensì che partisse di Parigi, gli erano rassegnate pensioni a lui, al fratello Tommaso, e al cardinale; e il Nunzio ne scriveva: «di questo matrimonio, senza dubbio s’è promesse cose grandi Savoia: ma i Francesi non sono sciocchi cogli stranieri, sebbene fanno qui tante pazzie fra di loro. Qui hanno preteso e pretendono che Savoia debba fare a loro modo, e non essi a modo di Savoia; e di già con queste pensioni assegnate al Cardinale e al principe Tommaso; colla compagnia d’arme data al principe di Piemonte, e colla pensione di cinquanta mila scudi che si crede che sia per darglisi, vengono i Francesi a mostrare al mondo che hanno sotto la loro dipendenza la Casa di Savoia, e che hanno fatto stipendiarli, per così dire, tuti i figli del duca. E il peggio è, che Dio sa come saranno pagate le dette pensioni; perchè qui sono sì frequenti le turbolenze e sì disordinate le spese, che non si può fare gran caso di queste loro pensioni»101. E rimanendo pur tuttavia il principe in corte, apertamente si vedeva come dal padre venissero fatte pratiche per accostar Francia alla lega di Venezia e Savoia: nel quale intendimento voglionsi spiegare i grandi e ricchi presenti da lui fatti, specialmente «di cavalli d’Italia guarniti d’arnesi molto sontuosi», ai conti di Soissons, e d’Auvergne, e al duca di Monbazon, e al grande scudiero; e di gioie al signor di Luynes e sua moglie; fra le quali «un diamante da dito di venticinquemila scudi»102. Col Nunzio bensì, personalmente, non correva nessuna relazione. Non si erano mai visitati, per ragioni di etichetta, sul dare o ricevere la diritta. E il Segretario di Stato informandosene dal Nunzio, questi gli diceva in una sua del 22 maggio: «A caso, un giorno, io incontrai in una scala del Louvre il principe di Piemonte, e compii allora come dovevo, e S. A. ancora, molto cortesemente, con me. Da questa occasione in fuori non ne ho avuta alcuna di parlar seco»103, se non un’altra pochi giorni prima che il principe partisse [p. 169 modifica]di Francia; del quale abboccamento il Nunzio dà conto nella lettera del 22 settembre. Si legge in essa: «Il signor Bonouille, introduttore degli ambasciatori, pigliando occasione dal complimento ch’egli sapeva ch’io volevo fare con la signora principessa di Piemonte, prima che Sua Altezza paitisse di qua, mosse pratica questi giorni col signor principe di Piemonte, che volesse anche Sua Altezza trovarsi, come a caso, nella camera della principessa sua moglie, quand’io doveva andare a passare quest’ufficio; ovvero che ci entrasse mentre io stessi parlando con la principessa; affinchè, con tal congiuntura, potessi parimenti complire con esso signor principe. Ieri l’altro, adunque, andai a passar questo mio complimento con la medesima signora principessa; e mentre stavo ragionando con lei, venne il signor principe suo marito, insieme col signor principe Tommaso; ond’io, licenziato che mi fui da madama, andai subito alla volta degli stessi principi, e passai con le loro Altezze ancora il complimento che io doveva, E col signor principe di Piemonte, in particolare, mi trattenni in un assai lungo ragionamento, che fu tutto pieno di complimenti.... Nel ragionamento ch’io ebbi con Sua Altezza, ella diede qualche motto di scusa che non ci fossimo potuti veder prima, siccome feci anch’io, con quella destrezza che si conveniva»104. In quel lungo ragionamento, fra mezzo ai complimenti più sottili, parlarono di tutto, d’Italia, di Francia, d’Imperio, alla cui corona pareva mirasse Carlo Emanuele al momento della morte dell’imperator Mattia105; ma poco dipoi ne desisteva. Irrequieto, bensì, sempre bisognoso di far qualche cosa; e mutando parte, dal suo ambasciatore e dal principe suo figliuolo faceva allora proporre in Parigi come scrive il nunzio: «Che il duca di Savoia ha risoluto d’offerire dieci mila fanti e duemila cavalli pagati all’imperatore (Ferdinando II) nei suoi presenti bisogni; ma sotto due condizioni: l’una, che abbia a seguire matrimonio fra S. M. e una delle figlie di Sua Altezza; l’altra, che S. M. dia a Sua Altezza il titolo di re, e che a lei dia prima questo titolo che al Granduca di Toscana... [p. 170 modifica]Ricerca Savoia, continua il Bentivoglio, che di qua si facciano ufficii con l’imperatore, e particolarmente a Roma, affinchè Sua Santità favorisca questa pratica. Di qua, come ho detto, faranno ogni ufficio, e mostrano che sia molto buona questa occasione di separar Savoia dalla cattiva causa di Germania, e che ciò sia per essere di buona conseguenza presso i Ven;ziani ancora. Non si sa quel che farà l’Imperatore, che è tutto in mano degli Spagnoli, senza i quali si può ben credere ch’egli non risolverà cosa alcuna... Insomma, continuava con fine veduta il Nunzio, qui parrebbe molto a proposito d’impegnare con questa occasione Savoia nella buona causa di Germania, e di farlo discreditare appresso i protestanti Calvinisti e altri eretici di quelle parti, come anche appresso il re d’Inghilterra e gli Olandesi, giudicandosi che finalmente l’aver titolo di re non lo renderà più sospetto agli Spagnuoli, di quel che lo renda l’esser duca di Savoia come ora»106. L’imperatore, bensì, non la intendeva per siffatta guisa. Gli sarebbe pesato troppo, dover esser grato, per aiuti ricevuti al duca; e però opponeva alla duplice proposta di lui, come ne scrive il cardinal Borghese: «la risposta data da Echemberg, maggiordomo dell’imperatore, al quale fu dato carico di rispondere all’ambasciatore di Savoia, è stata, per quanto s’è inteso: che quanto al pigliar moglie, era cosa che dipendeva totalmente dalla volontà di S. M. Cesarea, e quanto al titolo di re, si ricercava che vi fosse la soddisfazione del re di Spagna e principi d’Italia»107. Era piuttosto caustica tale risposta; e il duca risentendone qualche amarezza, trovava anche di che ridire con la Francia; e il suo ambasciatore moveva lamento, «per non essere mai stata mossa in piedi quella compagnia d’uomini d’arme promessa al Principe di Piemonte; e per non essere mai state pagate le pensioni di trentamila scudi, delle quali furono dati i brevetti al cardinale e al principe Tommaso;.... e per altre materie ancora che passano di poca soddisfazione»108. Le pensioni venivano pagate, «parte in contanti e parte in assegnazione», [p. 171 modifica]almeno il Luynes giurava che sarebbero pagate, come nota il Nunzio109; e veniva promesso che sarebbe data al cardinale Maurizio di Savoia la protezione di Francia in Roma. Il Nunzio ne scriveva: «Io per me non mi so risolvere a credere che di qua dicano davvero; perchè mi pai’e impossibile che il duca di Guisa fosse per soffrire questo affronto in persona del cardinale suo fratello; e, d’altra parte, che di qua si possano fidare in Roma d’un cardinale della Casa di Savoia. La qual Casa oggi è francese e domani spagnuola, o, il più del tempo almeno, francese e spagnuola insieme, così richiedendo gli interessi di quella Casa e la situazione de’ suoi stati; ma staremo a vedere»110. Pare che la proposta venisse fatta davvero al cardinale; ma in Torino la declinavano, perchè, osservava il duca, «al cardinale bisognerebbero di grandi entrate sicure»: parole quest’ultime che significavano molto in bocca di chi aveva tuttavia a ricevere la promessagli e pattuita pensione111; e se pure poco dipoi ci si tornava su, non c’era bensì alcuna probabilità che si avesse a recare ad effetto112. E nel luogo della protezione di Francia in Roma, il duca dimandava perii cardinale suo figlio che Roma lo nominasse invece suo Legato in Francia; della quale apertura il segretario di Stato dava conto al Nunzio con una spiritosissima lettera del 7 agosto 1520; che rasenta lo scherzo e quasi lo scherno113.

Così dunque erano condotte le cose dal Nunzio e dal Segretario di Stato; e il Bentivoglio avendo ad essere promosso cardinale, egli era entrato in qualche pratica per aver egli la comprotezione di Francia in Roma. Di ciò appunto tratta l’ultima sua lettera del IV volume, che si estende da quella in data del 4 dicembre 1619 (num. 1986), sino all’altra del 31 gennaio 1621 (num. 2628); ma tutto rimaneva in tronco [p. 172 modifica]per la morte del papa114, e perchè il cardinal Bentivoglio poco dipoi si aveva a dipartire di Parigi, Ora, dopo averlo seguitato per il laberinto, in cui s’è venuto ravvolgendo durante i quattro anni della sua Nunziatura a Parigi; al momento di lasciarlo, non è cosa naturale che ci venga fatto di dimandarci: E quale è stata l’opera sua? Nella quale dimanda implicandosi pure l’altra; E quale era la politica di Roma? se ne potrebbe con facilità venire a ricercare, se sia stato maggiore l’influsso dal Nunzio esercitato sul segretario di Stato, quello invece esercitato dal segretario di stato sul Nunzio. Senza volerci addentrare nella risoluzione di tali quesiti, difficili, complessi, che tengono della fisiologia sociale, della tradizione politica degli Stati, e persino qualche cosa ancora della psicologia filosofica, a noi pare che il Nunzio qualche volta si risenta della caldezza e dell’impeto da lui notato nei Francesi115; come pure delle loro facili mutazioni116; mentre invece il segretario di Stato mostrasi sicuro, misurato, padrone sempre di esprimere quanto e come vuole il proprio pensiero: nel contegno dei quali due uomini, c’è appunto la differenza che corre tra Parigi e Roma; e vi si troverebbe la conferma della teorica di Montesquieu, sull’influenza dei climi. - Qual’era dunque la politica di Roma in questi primi anni del secolo XVII? Roma, colla protesta in Germania, lo scisma in Inghilterra, gli Ugonotti in Francia, poteva poco cimentarsi a nulla intraprendere. Essa aveva a tenersi in uno stato di aspettazione; aveva a invigilare ogni modo e ogni occasione per potersi rifare di quello che gli era sfuggito, o adoperarsi almeno che non gliene sfuggisse ognora di più. La sua politica era quindi doppia, sospettosa, d’astensione, e negativa d’ogni idea e di ogni proposito forte e operoso. E così a citarne qualche esempio nella lettera del cardinal Borghese del 30 dicembre 1617 che si riferiva alla gita del cardinal Maurizio di Savoia a Parigi, si legge: «Converrà che V. S. usi la solita prudenza e circospezione col cardinal di Savoia, del quale [p. 173 modifica]dovrà ella mostrare di tener quel conto che conviene di un cardinale e principe della qualità sua. Dall’altro canto, in certe massime che gli saranno state insinuate dal duca suo padre e dal conte di Verrua che avrà appresso, bisognerà ch’Ella, senza mostrar con essi di riprovarle, in sostanza non le favorisca, non le promuova, appresso S. M. e ministri V. S. è prudente; e saprà molto bene per sè stessa come s’avrà da governare: solo le dirò, che mostri di avere avuto ordine di servire il signor cardinale»117. E in altra che si referiva ai doveri di sudditanza rispetto all’imperatore: «Per servizio dell’imperatore, vuole Sua Santità che V. S. faccia costì tutti gli ufficii che potrà;.... che questa causa, oltre il rispetto della santa fede cattolica, è comune a tutti i re della cristianità, per essere di pessimo esempio che i sudditi ardiscano di privare de facto i loro re e legittimi signori dei regni, e farsi i re a loro modo»118. Per la quale politica d’astensione, Roma neppure voleva la protezione degli insorti di Valtellina contro il dominio de’ Grigioni, che pure Francia e Venezia consigliavano; e scrivendone il Segretario di Stato al Nunzio a Parigi, si esprimeva: «Sua Santità è risolutissima di non volersene ingerire, per molti rispetti»119. E poi, come s’è detto, la lettera 2457, del 2 agosto 1620, basta a chiarire tutta la politica internazionale di Roma. E, terminando, a provare come le questioni d’ordine intellettivo, s’affaccino molto di lontano avanti che entrino nel campo della discussione clamorosa; s’aggiungerà che sino da quei primi anni dei secolo XVII, si vede nelle lettere del cardinal Bentivoglio come la questione dell’Immacolata s’agitasse nello stesso tempo che quella della infallibilità del papa120.


Bartolommeo Aquarone.          



Note

  1. Lettera 828, del 26 dicembre 1617.
  2. Lettera 1375, del 20 novembre 1619.
  3. Lettera 1398.
  4. Lettera 1365.
  5. Lettere 1451. 1467, 1512, 1523, 1537, e 1791.
  6. «Il re poi si risolse il venerdì notte, li 25, venendo verso il sabbato, di congiungersi con la regina; e seguì con piena, pienissima soddisfazione delle Loro Maestà e con grandissimo contento di tutta la Corte» (Lett. 1543, del 30 gennaio 1619).
  7. Ora che Pio IX ha risoluto il nodo, giova, sotto il rispetto storico, vedere ciò che già se ne pensasse sin d’allora in Francia, nella lettera del 30 gennaio 1619 (lett. 1542).
  8. Lett. 1577, del 13 febbraio 1619.
  9. Lett. 1578, del 13 febbraio.
  10. Lett. 648 del cardinale Borghese, e quella 619 del Bentivoglio, nel secondo volume. - In altra lettera il cardinale Borghese dice invece che non fossero se non cento sessanta mila scudi d’oro.
  11. Lett. 690, del 6 ottobre 1617, del cardinal Borghese.
  12. Lett. 731, dell’8 novembre 1617.
  13. Lett. 731, dell’8 novembre 1617.
  14. Sismondi, Storia de’ Francesi, Parte VIII, cap. XIII, pag. 363.
  15. Lett. 944, del 2 febbraio 1618.
  16. Lett. 974, del 26 febbraio 1618.
  17. Lett. 1005, del 14 marzo.
  18. Lett. 1055, del 4 aprile.
  19. Lett. 1090.
  20. Lett. 1137, del 9 maggio.
  21. Lett. 1156.
  22. Lett. 1173, del cardinal Borghese, datala i! 30 maggio.
  23. Lett. 1179, del 30 maggio.
  24. Lett. 1190, del 6 giugno.
  25. Lett. 1278, del 1.° agosto.
  26. Lett. 1304, del 15 agosto.
  27. Lett. 1280, del 1.° agosto.
  28. Lett. 1363, del 42 settembre 1618, vol. III.
  29. Lett. 1378. del 25 settembre.
  30. Lett. 1428, del 24 ottobre.
  31. Lett. 1468, datata 21 novembre.
  32. Lett. 1519, del 2 gennaio 1619
  33. Lett. 1540, del 16 gennaio.
  34. Vi si legge: «La Francia, insomma, non può stare senza continue novità; e ora, inaspettatamente, n’è sopraggiunta una delle maggiori che potessero nascere. La regina madre, finalmente, non ha potuto contenersi in più lunga pazienza; onde, alli 21 del presente, Sua Maestà si risolse d’uscire aill’improvviso da Blois sulla mezzanotte, essendo venuto il duca d’Épernon a levarnela. Il modo della sua uscita si racconta comunemente in questa maniera, cioè: Che Sua Maestà scendesse da una finestra del castello; e che, uscita della città, trovasse l’arcivescovo di Tolosa, con una carrozza da campagna e con cento cavalli; e che una lega dopo, trovasse Épernon medesimo che l’aspettava, con altri trecento cavalli. La regina non prese altre persone in sua compagnia, che due sole donne italiane, che vennero con lei in Francia, e due suoi domestici francesi dei più fidati; e subito se ne andò a Ecure, buona terra, che è sotto il governo del duca d’Épernon, per andarsene di là poi ad Angoulème, verso la Guienna, che è un’altra terra principale, della quale è pur anche governatore il medesimo Épernon. Quest’avviso venne qua subito, e trovò il re in San Germano; dove Sua Maestà era andata con tutta la corte e coi principi di Savoia, per passare in quel luogo qualche giorno in trattenimento di cacce. Avuta la nuova, Sua Maestà venne subito in diligenza a Parigi; e ha mostrato un gran senso di questo successo; e se n’è commossa grandemente tutta la corte, per il dubbio che si può avere che quest’accidente non se ne tiri dietro molti altri peggiori. — Dacché il re tornò a Parigi, non si è quasi fatto altro che stare in perpetui consigli; e le risoluzioni che si sono prese sinora sono, che Sua Maestà con ogni maggior prontezza armi gagliardamente, e che vada quanto prima in persona verso Orléans e quelle parti oltre la Luere (Loire), dove potrà più richiedere il bisogno del suo servizio; e perciò si è dato ordine subito di trovar denari, ni levar fanteria e cavalleria, e di fare tutti gli altri provvedimenti necessari! per mettere alla campagna, per ora, un esercito di dodicimila fanti e tremila cavalli. Intanto la regina madre ha inviato qua un gentiluomo con una sua lettera; nella quale dà conto al re delle cagioni che l’hanno mossa ad uscire di Blois nel modo che ha fatto. E sono queste, in sostanza: che Sua Maestà, dopo aver sofferti tanti mali trattamenti per il passato, avrebbe continuato ancora a soffrirgli, se non avesse veduto le cose sue ridotte a termine, che non poteva tenersi più in alcun modo sicura in Blois; che perciò si era risoluta di uscire di quel luogo, e di mettersi in istato di sicurezza dentro i governi del duca d’Épernon; che ciò non doveva dispiacere al re, essendo esso Èpernon uno dei suoi migliori e più fedeli servitori e soggetti, che per tale più volte era stato a lei dichiarato dal medesimo defunto re, suo marito; che ella avrebbe desiderato ora più che mai, di vedere e di comunicare col re, per informarlo principalmente di molte cose di grande importanza, che riguardano il suo servizio, il quale corre gran pericolo se non gli si da conveniente rimedio; e che, insomma, la risoluzione ch’ella aveva presa non tendeva se non a buon fine, e principalmente a quello del servizio di Sua Maestà».
  35. Lett. 1589, del 27 febbraio.
  36. Lett. 1600, del 6 marzo.
  37. Stessa lettera.
  38. Lett. 1603, del 6 marzo.
  39. Stessa lettera.
  40. Lett. 1604, del 13 marzo.
  41. Stessa lettera.
  42. Stessa lettera.
  43. Lett. 1645, del 10 aprile,
  44. Lett. 1664, del 24 aprile.
  45. Lett. 1G90, deli’8 maggio.
  46. Lett. 1698.
  47. Lett. 1879, dpl 13 sellembre.
  48. Lett. 2033, del 17 gennaio 1620.
  49. Lett. 2083, del 29 gennaio.
  50. Lett. 2183, dell’8 aprile.
  51. Stessa lettera.
  52. Lett. 2219, del 6 maggio.
  53. Lett. 2249, del 20 maggio.
  54. Stessa lettera.
  55. Lett. 2136, del 1.° luglio.
  56. Lett. 2352, del 9 luglio.
  57. Lettera 2370, del 15 luglio.
  58. Lettera 2432, del 13 agosto.
  59. Sismondi, Storia de’ Francesi, Parte VIII, cap. XIII.
  60. Lettera 653, dell’11 ottobre 1647.
  61. Lettera 668, del 19 ottobre.
  62. Lettera 670, del 21 ottobre.
  63. V. Lettera 865, del 17 gennaio t618, nella quale si dice il Contarini esser giunto a San Dionigi.
  64. Lett. 689, del 6 Ottobre.
  65. Lett. 733.
  66. Lett. 758, del 22 novembre.
  67. Lett. 903, del 31 gennaio 1618. - Si vede che il Segretario di Stato di papa Paolo V aveva un senso fine ne! tastare i suoi uomini. Egli aveva già scritto sin dal 1.° novembre 1617, quando il Contarini era tuttavia in viaggio; «Io credo che i ministri si renderan capaci che questo non è alto d’ostilità, (que’ navigli mandati a Brindisi) sebbene l’ambasciator Contarini farà gran esagerazione per mostrar che sia tale». (Lett. 701, del 1.° novembre).
  68. La quale è nulla meno che scritta così: «L’ambasciatore di Venezia, non avendo potuto far altro contro il ristabilimento del collegio dei Gesuiti, ha detto almeno tutto il male che ha potuto di quest’azione; e, particolarmente, che se in tempo della Lega questo popolo di Parigi si mostrò in qualche modo inclinato al disegni degli Spagnuoli, ora diventerà Spagnuolo del tutto, colla dottrina dei Gesuiti. Ma non si è badato a quel che si dica il Contarini; il quale, se continua a fare la vita che fa, perderà ogni credito molto presto, perchè il segretario della Repubblica tiene la casa piena di donne di mala vita, e si crede che anch’egli voglia aver d’ordinario la sua; ed è il più sordido ambasciatore che sia comparso qua, non avendo alcuna persona di garbo, e vivendo con una spilorceria estrema: il che ora però non si conosce tanto, come si conoscerà quando finisca l’diloggio del Re». (Lett. 952, del 10 febbraio ). - E scriveva in altra del 23 maggio: «È riuscito un sordidissimo uomo questo ambasciator Contarini, e qui lo chiamano l’ambasciator della pistola; perchè non vuol che in tutto e per tutto si spenda più d’una pistola al giorno in casa sua, che è una doppia di Spagna. Egli grida e non parla, quando negozia; e l’altro giorno mi disse il cardinal di Retz che gli aveva fatto paura; tanto aveva alzato la voce». (Lett. 1153. - Si vede che il Bentivoglio ha fisso in testa di commentare la magniloquenza notata nel Contarini dal cardinal Borghese.
  69. Lett. 1007, del 14 marzo,
  70. Lett. 1045, del 18 marzo.
  71. Lett. 1089, del 25 aprile
  72. Lett. 1110, del 19 aprile.
  73. Lett. 1110, del 19 aprile 1618.
  74. Lett. 1146, del 20 maggio.
  75. Lett. 1152, dei 23 maggio.
  76. Lett. 1153, stessa data.
  77. Lett. 1431, del 24 ottobre. - «Ai Grigioni, scrive qui in nota il signor De’ Steffani, apparteneva, come s’è detto, la Valtellma, la quale confinava con le valli bergamasca e bresciane, cioè col territorio de’ Veneziani ancorchè ne la dividessero monti aspri e difficili a valicarsi. Se la Valtellina fosse caduta in mano degli Austriaci di Spagna o d’Alemagna, il territorio della Repubblica sarebbe stato come assedialo compiutamente da essi Austriaci; i quali a ciò appunto miravano, e Roma li aiutava. Ma i Veneti non dormivano, e a’ Francesi non garbava; ond’è che quando Spagna ed Austria s’accinsero a impadronirsi di quella valle, scoppiò una guerra, che non insanguinò solamente quelle povere rupi, ma buona parte d’Europa». (Nota alla Lett. 1431, pag. 72, Vol. 3.°)
  78. Lett. 1435, dell’11 novembre. Vi ritorna anche nella lettera del 21 novembre (N.° 1564).
  79. Lett. 1528.
  80. Lett. 1546, del 30 gennaio 1619.
  81. Lett. 1368, del 13 febbraio.
  82. Lett. 2230, del 6 maggio 1620.
  83. Lett. 2262, del 12 maggio.
  84. Lett. 1630, del 29 marzo 1619. Vol. 3.° pag. 262.
  85. Lett. 1685, dell’8 maggio.
  86. Lett. 643, dell’11 ottobre 1617.
  87. Lett. 653, del cardinal Borghese, del 16 settembre.
  88. Lett. 657, del cardinal Borghese, stessa data.
  89. Lett. 698, del cardinal Borghese, datata il 19 ottobre.
  90. Lett. 286, del 26 dicembre.
  91. Lett. 902, del 31 gennaio 1518.
  92. Lett. 906. del 31 gennaio.
  93. Lett. 945, del 5 febbraio.
  94. Lett. 1375, del 25 settembre.
  95. Lett. 1391.
  96. Lett. 1411, del 24 ottobre.
  97. Lett. 1423, del 24 ottobre.
  98. Sul viaggio del cardinale, il sig. De’ Steffani scrive questa nota: «Non mi pare superfluo di recar qui, in succinto, ciò che leggo negli avvisi del Nunzio, sul viaggio del cardinal di Savoia. Egli partì da Torino il 6 d’ottobre, e il Re di Francia diede ordine a’ suoi governatori, che per tutto fosse ricevuto e spesato con ogni onore e grandezza, e che i signori di Bethune e Moden andassero ad accoglierlo ad Orlèans, per condurlo a Parigi: colà si condussero anche l’ambasciatore e gli altri agenti di Savoia. Egli passò in Orlèans il dì d’Ognissanti, e di là mandò innanzi il marchese di Caluso, figlio del conte di Verna, per complire con Sua Maestà. Ripreso il viaggio, trovò a Chartres il marchese di Coeuvres, mandato dal Re; e colà ancora gli ufficiali di S. M. cominciarono a servirlo. Quando egli giunse a due leghe da Parigi, il 6 novembre, incontrò i cardinali di Retz e La Roche Foucault, ch’erano usciti a dargli il benvenuto, con molti altri prelati e principi e signori grandi; i quali tutti però, dopo averlo visitato, se ne tornarono prima di lui. Venuto poi una lega più avanti, fu incontrato, con grande accompagnamento a cavallo e con le carrozze del Re, dal duca di Nemours, parente del medesimo cardinale; che, come mandato da S. M., lo condusse alla casa preparatagli dalla M. S., «ch’è quella stessa dei Comini, nel sobborgo di S. Germano». Da casa andò a levarlo, poco dopo, ch’era già notte, il signor di Luynes, e lo menò al Louvre, dove S. M. lo ricevette privatamente; il complimento fu brevissimo; dopo il quale il medesimo signor di Luynes lo rimenò a casa. Il giorno dopo ebbe l’udienza pubblica». (Nota alla Lettera 1449, vol. 3.° pag. 87.). È proprio l’accoglienza di principe, la cui casa aveva disegni grandissimi.
  99. Lett. 1495, del 21 novembre.
  100. Lett. 1665, del 24 aprile.
  101. Lett. 1667, del 24 aprile.
  102. Lett. 1682, dell’8 maggio. Nota.
  103. Lett. 1692, del 22 maggio.
  104. Lett. 4890, del 22 settembre.
  105. Su questo veggansi, tra le altre, le lettere 1764, 1811, 1840.
  106. Leti. 2119, del 12 febbraio 1620.
  107. Lett. 2266, del 19 maggio.
  108. Lett. 2283, del 3 giugno.
  109. Lett. 2358, del 9 luglio; a quella del 15 luglio (Num. 2368).
  110. Lett. 2378, del 29 luglio.
  111. Lett. 2411, dell’11 agosto.
  112. Lett. 2559, del 26 agosto. Il Nunzio torna a discorrere dell’offerta della protezione di Francia in Roma al cardinal di Savoia, nella lettera 2583, del 30 dicembre 1620.
  113. V. Lett. 2457, del 2 agosto 1620. Vol. 4.° pag. 397.
  114. Papa Paolo V moriva il 28 gennaio 1628; e succedeva nel suo luogo papa Gregorio XV.
  115. Lett. 707, dell’8 novembre 1687.
  116. Lett. 1084, del 20 aprile 1618.
  117. Lett. 859.
  118. Lett. 2136.
  119. Lett. 2461, dell’8 agosto 1620.
  120. Vedi, tra parecchie altre, la lettera 2390, del 5 luglio 1620.