Commedia (Buti)/Paradiso/Canto II

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Paradiso
Canto secondo

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Paradiso - Canto I Paradiso - Canto III
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C A N T O     II.

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1O voi, che siete in piccioletta barca,
     Desiderosi d’ ascoltar, seguiti
     Dietro al mio legno che cantando varca,
4Tornate a riveder li vostri liti:
     Non vi mettete in pelago, che forse,
     Perdendo me, rimarreste smarriti.
7L’ acqua ch’ io prendo, già mai non si corse:
     Minerva spira, e conducemi Appollo,
     E nove Muse mi dimostran l’ Orse.
10Voi altri poghi, che drizzaste l’ collo
     Per tempo al pan de li Agnoli, del quale
     Vivesi qui; ma non si vien satollo,
13Metter potete ben per l’alto sale
     Vostro navilio, servando mio solco
     Dinanzi a l’ acqua che ritorni equale.
16Quei gloriosi, che passaro a Colco
     Non sammiraron, come voi farete,
     Quando Iason vidder fatto bifolco.
19La concreata e perpetua sete
     Del deiforme regno cen portava
     Veloci, quasi come ’l Ciel vedete.

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22Beatrice in suso, et io in lei guardava;
     E forsi ’n tanto, ’n quanto un quadrel posa,
     E vola, e da la noce si dischiava,
25Iunto mi viddi, ove mirabil cosa
     Mi torse ’l viso a sè; e però quella,
     Cui non potea mi’ opra essere ascosa,
28Volta ver me sì lieta come bella:
     Drizza la mente in Dio grata, mi disse,
     Che n’ à coniunti colla prima stella.
31Parevami che nube ne cuoprisse
     Lucida, spessa, solida e polita,
     Quasi adamante in che lo Sol ferisse.
34Per entro sè l’ eterna margarita
     Ne ricevette, come acqua ricepe
     Raggio di luce, permanendo unita.
37S’ io era corpo, e qui non si concepe,
     Come una dimension altra patio,
     Che esser convien se corpo in corpo repe,
40Accender ne dovria più il disio
     Di veder quella essenzia, in che si vede
     Come nostra natura a Dio s’ unio.
43Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
     Non dimostrato; ma fia per sè noto
     A guisa del ver primo che l’om vede.1
46Io rispuosi: Madonna, sì divoto,
     Com’ esser posso più, ringrazio Lui,2
     Lo qual dal mortal mondo m’ à rimoto.3
49Ma ditemi, che son li segni bui4
     Di questo corpo, che là giù in terra5
     Fan di Cain favoleggiar altrui?

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52Ella sorrise alquanto, e poi: S’ ell’ erra6
     L’ opinion, mi disse, dei mortali,
     Dove chiave di senso non disserra,7
55Certo non ti dovrien punger li strali8 9
     D’ ammirazion omai: dirieto a’ sensi10
     Vedi che la ragione à corte l’ ali.
58Ma dimmi quel che tu da te ne pensi.
     Et io: Ciò che n’ appar quassù diverso,
     Credo che ’l fanno i corpi rari e densi.
61Ed ella: Certo assai vedrai sommerso
     Nel falso il creder tuo, se bene ascolti
     L’ argomentar ch’ io li farò avverso.
64La spera ottava vi dimostra molti11
     Lumi, li quali nel quale e nel quanto
     Notar si posson per diversi volti.
67Se raro e denso ciò facesser tanto,
     Una sola virtù serebbe in tutti
     Più e men distributa, et altrettanto.
70Virtù diverse esser convegnon frutti
     Dei princìpi formali; e quei, fuor ch’ uno,
     Seguitereno a tua ragion destrutti.12
73Ancor se raro fusse di quel bruno
     Cagion che tu dimandi, od oltre in parte
     Fora di sua materia sì digiuno
76Esto Pianeto; o sì come comparte
     Lo grasso e ’l magro un corpo, così questo
     Nel suo volume cangerebbe carte.

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79Se ’l primo fusse, fora manifesto
     Nell’eclissi del Sol, per trasparere
     Lo lume, come in altro raro ingesto.
82Questo non è; però è da vedere
     Dell’ altro: e s’ elli avvien ch’ io l’ altro cassi,
     Falsificato fia lo tuo parere.
85S’ elli è che questo raro non trapassi,
     Esser conviene un termine, da onde
     Lo suo contrario più passar non lassi:13
88Et indi l’ altrui raggio si rifonde
     Così, come color torna per vetro,
     Lo qual dirieto a sè piombo nasconde.
91Or dirai tu, che si dimostra tetro14
     Ivi lo raggio più che ’n altre parti,
     Per esser lì rifratto più a retro.
94Da questa istanzia può deliberarti15
     Esperienzia, se già mai la provi.
     Che esser suol fonte ai rivi di nostre arti.
97Tre specchi prenderai, e i du’ rimovi
     Da te d’ un modo, e l’ altro più rimosso
     Tr’ ambo li primi li occhi tuoi ritrovi
100Rivolti ad esso; e fa che di po’l dosso
     Ti stia un lume che i tre specchi accenda,16
     E torni a te da tutti ripercosso:
103Benchè nel quanto tanto non si stenda17
     La vista più lontana, lì vedrai
     Come convien ch’ equalmentc risplenda.
106Or come ai colpi de li caldi rai
     De la nieve riman nudo ’l subietto,
     E dal colore, e dal freddo primai;18

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109Così rimaso te nello intelletto
     Vollio informar di luce sì vivace,
     Che ti tremolerà nel suo aspetto.
112Dentro dal Ciel de la divina pace
     Si gira un corpo, ne la cui virtute
     L’ esser di tutto suo contento iace.
115Lo Ciel sequente, ch’ à tante vedute,
     Quell’ esser parte per diverse essenzie
     Da lui distinte, e da lui contenute.
118Li altri giron per varie differenzie
     Le distinzion, che dentro da sè ànno,
     Dispongon al lor fine lor semenzie.
121Questi organi del mondo così vanno,
     Come tu vedi omai, di grado in grado:
     Chè di su prendono, e di sotto fanno.
124Riguarda ben omai sì come io vado
     Per esto loco al ver che tu disiri,
     Sì che poi sappi sol tener lo guado.
127Lo moto e la virtù dei santi giri,
     Come dal fabbro l’ arte del martello,
     Da’ beati motor convien che spiri.
130Lo Ciel, cui tanti lumi fanno bello,
     Dalla mente profonda che lui volve,19
     Prende l’ image, e fassene suggello.20
133E come l’ alma dentro a vostra polve
     Per differenti membre, e conformate
     À diverse potenzie, si risolve;21
136Così l’ intelligenzia sua bontate
     Multiplieata per le stelle spiega,
     Girando sè sopra sua unitate.

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139Virtù diversa fa diversa lega
     Col prezioso corpo ch’ ella avviva,
     Nel qual, sì come vita in lui, si lega.
142Per la natura lieta unde deriva,
     La virtù mista per lo corpo luce,
     Come letizia per pupilla viva.
145Da essa vien ciò che da luce a luce
     Par differente, non da denso e raro:
     Essa è formal principio, che produce,
148Conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro.

  1. v. 45. C. A. crede,
  2. v. 47. C. A. Quanto esser
  3. v. 48. C. A. Lo qual m’ à dal mortal mondo remoto.
  4. v. 49. C. A. ditene,
  5. v. 50. C. A. laggiù in
  6. v. 52. C. A. S’ egli erra
  7. v. 54. C. A. senno
  8. v. 55. C. A. dovria punger gli
  9. v. 55. Dovrien; risulta dalla terza singolare dovrie terminata in e, affin di pareggiarla agli altri tempi del congiuntivo ; io ame, teme ec. E.
  10. v. 56. C. A. poi dietro
  11. v. 64. C. A. ne dimostra
  12. v. 72. C. A. Seguiterieno
  13. v. 87. C. M. contradio
  14. v. 91. C. A. ch’ el si
  15. v. 94. C. A. stanzia
  16. v. 101. C. M. e C. A. Ti stea
  17. v. 103. C. A. il tanto
  18. v. 108. C. A. del colore e, del
  19. v. 131 C. A. Della
  20. v. 132. C. A. l’ imagine, e fanne
  21. v. 135. C. A. rivolvo;

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C O M M E N T O


O voi, che siete in piccioletta barca ec. Questo è lo secondo canto di questa terza cantica, nella 1 quale lo nostro autore finge secondo la lettera come si trovò corporalmente levato insino al globo della Luna e come intrò nel corpo della Luna, e dichiara che sia cagione di quel turbo che appare nella Luna. E dividesi in due parti: imperò che prima l’autore licenzia li auditori e lettori de la sua comedia, e dimostra che si trovò nel corpo lunare, e come mosse dubbio a Beatrice che fusse cagione del turbo che è nella Luna, e come Beatrice dimanda lui che oppinione sia la sua sopra ciò 2 et elli la dice, e Beatrice in somma danna la sua opinione; nella seconda parte dimostra come Beatrice continuò lo suo parlare, assengnando la cagione per che la sua oppinione era falsa e dimostrali la cagione vera, et incominciasi quine: La spera ottava ec.. La prima, che serà la prima lezione, si divide in cinque parti: imperò che prima licenzia li lettori di questo suo poema, che non sono di grande e sottile ingegno che non si mettano a leggere questa terza cantica della sua opera: con ciò sia cosa che in essa sia grande profondità: imperò che la materia è altissima 3 e la forma è sottilissima; nella seconda, ritornando alla materia, finge come montando velocemente si trovò nel corpo lunare, et incominciasi quine: La concreata e perpetua sete ec.; ne la terza finge come, trovatosi dentro nel corpo [p. 54 modifica]lunare si meravigliò com’elli, ch’era 4 corporeo, potesse intrare in quel corpo della Luna, et incominciasi quine: Parevami che nube ec.; ne la quarta parte finge, come ammonito da Beatrice che ringraziasse Iddio che l’avea levato già al primo cielo, lo ringraziò devotamente e mosse dubbio a Beatrice che era cagione del turbo che si vede nella Luna, et incominciasi quine: Io rispuosi: Madonna, ec.; nella quinta parte finge come Beatrice sopra lo detto dubio tentò lui, per vedere che oppinione elli avesse, et udita la sua oppinione la dannò, et incominciasi quine: Ma dimmi quel che tu ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo colle allegoriche esposizioni e morali dopo la litterale esposizione.

C. II — v. 1-18. In questi sei ternari lo nostro autore finge com’elli, considerata l’altezza della sua materia e lo inalzamento del suo stilo, e considerando che questo suo libro dovea essere letto da vulgari, che tutti li più non sono di quello ingegno che a questa si richiederebbe, e pochi se ne trovano di sì sottile, licenzia li suoi lettori dicendo così: O voi; cioè lettori, che; cioè li quali, siete in piccioletta barca; cioè in poca tenuta 5 d’ingegno; et è ingegno quella virtù dell’anima colla quale lo intelletto fa l’ operazioni e li atti suoi, et impropriamente si dice ingegno quello delle mani; ma dèsi chiamare attitudine: imperò che la grande barca riceve, tiene assai e porta assai; e la piccola riceve, tiene poco e porta poco, et usa qui lo colore che si chiama trasunzione 6 per permutazione quando si fa per similitudine, pigliando la materia per lo mare e lo navilio per la facoltà dell’ingegno, Desiderosi d’ascoltar; cioè desiderosi d’udire lo mio poema, seguiti; cioè seguitati, Dietro al mio legno; cioè drieto alla capacità e tenuta del mio ingegno, quasi dica: O voi, che siete di piccolo ingegno, seguitati drieto la capacità del mio ingegno disiderosi d’udire il mio canto; e però dice, che; cioè lo quale legno, cantando; cioè descrivendo; ma dice cantando, perchè si pone per descrivere, e però le parti principali si chiamano cantiche e li 7 capituli canti, come è stato detto di sopra, varca; cioè passa lo mare 8; la sua materia, che è come mare per la sua altezza e per la sua grandezza: imperò che dessa non si può dire a pieno: chi potrebbe 9 pienamente parlare de li angiuoli di paradiso? Tornate a riveder li vostri liti; cioè tornate a riveder le vostre piagge, cioè tornate a drieto ai termini dei vostri ingegni, cioè tornate a riveder quello che possiate comprendere. Non vi mettete in pelago; cioè in altezza di materia sì fatta, che forse, Perdendo [p. 55 modifica]me; cioè lo mio modo del dire, cioè non accorgendovi della mia poesi e de lo intelletto allegorico e morale sotto lo quale io parlo la verità; e dice forse, per parlare corretto, rimarreste; cioè ne la materia, smarriti; cioè dalla verità partiti: ognuno che si parte da la verità si può dire smarrito, in sin che non vi ritorna. Chi non intendesse lo modo, sotto ’l quale l’autore parla, si troverebbe molto errare: imperò che, intendendo secondo la lettera, di necessità cadrebbe in molte false oppinioni le quali tutte cessano, avuto lo suo intelletto; unde ben dice che, Perdendo me, rimarreste smarriti 10: imperocchè non comprenderebbeno dove fusseno, se non vedesseno lo intelletto che l’autore à avuto in questa cantica ultima; et assegna la cagione, per che dicendo: L’acqua ch’io prendo; cioè la materia, la quale io piglio a descrivere al modo poetico, già mai non si corse; d’alcuno poeta: imperò che mai non fu uomo che pigliasse a trattare di sì alta materia, poetando come à fatto lo nostro autore; e dimostra onde li viene l’aiuto, dicendo: Minerva; cioè la dia de la sapienzia, cioè la Sapienzia Divina, che io invocai di sopra, spira; cioè soffia ne le vele che menano lo mio legno, cioè nel mio intelletto e nella mia ragione superiore, che conduceno lo mio ingegno per la materia, cioè mi favoreggia, e conducenti Appollo; cioè guidami lo dio della poesi, E nove Muse; cioè le nove scienzie che servono alla poesi, mi dimostran l’ Orse; cioè le funi colle quali debbo governare la vela, acciò che vada a orsa et a poggia secondo che si conviene alla materia. In questa parte l’autore nostro àe parlato parte sotto transunzione quando si fa per mutazione, iungendo alcuna cosa sotto poesi, e però buono è vedere quello che per questo à inteso. Minerva è la dia della sapienzia, la quale s’ interpetra immortale: imperò che la sapienzia è cosa immortale, e questa è quella che invocò di sopra nel suo principio, et a tutti nostri atti è necessaria e massimamente a la presente materia, come è stato dimostrato di sopra; e però ben dice ch’ella spira nelle sue vele: imperò senza la sapienzia 11 andarebbe lo intelletto e la ragione per la materia. Appollo in questa parte figura lo dio della poesi, o ponsi per la poesi, e però dimostra che la poesi lo guida per questa materia; e le nove Muse sono li nove atti che s’appartegnano al poeta, e le nove operazioni in che si dè esercitare, che sono state dette di sopra nelle due cantiche passate; e però dice che li dimostrano passate l’Orse: imperò che la esercitazione è necessaria 12 al poeta che li insegna a tenere li debiti fini dell’arte e li termini, sì che non s’ inalzi più [p. 56 modifica]che debbia, nè abassi. E perchè qui altro suona la lettera et altro l’allegorico intelletto, debiamo vedere quello che l’autore intese in queste brevi parole. E brevemente l’autore à volsuto dimostrare le cose che si richiedeno alla composizione del poema; cioè prima, la sapienzia che spinge lo intelletto e la ragione; appresso, che la ragione e lo intelletto portino lo ingegno; appresso, l’arte de la poesi che dirizzi lo ingegno ai termini suoi coi suoi ammaestramenti; appresso, le pratiche e li atti de la poesi che sono nove, come è stato detto di sopra, e l’Orse che sono li modi del dire, e le parole e li colori retorici, e lo legno che navichi lo mare, cioè lo legno che porti lo poeta per la materia; sì che prima è Minerva che soffia ne la vela, cioè la sapienzia che soffia nello intelletto e nella ragione, che sono la vela che spinge la barca, cioè lo ingegno; la qual barca, cioè lo quale ingegno è guidato e governato d’Apolline, cioè da l’arte della poesi che guida e dirizza lo ingegno così menato alla vita sua et ai termini suoi colle nove Muse, cioè coi nove atti pratichi et esercizi che s’appartengano al poeta, cioè acquistamento di scienzia, dilettamento in essa, perseveranza, capacità, memoria, trovare da sè, iudicio sopra le cose trovate, elezione del milliore, bene pronunziare, le quali dimostrano l’Orse al poeta, cioè le parole, li modi del dire e li colori retorici e con essi governano la ragione e lo intelletto, e dirizzano ad andare come richiede l’arte, e questo è quello che l’autore àe voluto dimostrare. Voi altri; ecco che dimostra chi sono quelli che ’l possano seguitare e dice che sono poghi, e però dice: Voi altri poghi; cioè lettori, che siete poghi a rispetto de li altri: poghi sono l’ingegnosi nella moltitudine de li omini, che; cioè li quali, drizzaste ’l collo; cioè levaste suso alto lo collo vostro, e per lo drizzar lo collo si ritien dello levare del capo in alto: mai lo capo non si leva alto se ’l collo non si dirizza, e così lo piegare lo collo dà ad intendere l’abbassare del capo, Per tempo; cioè infine della vostra puerizia, al pan de li Agnoli; cioè a ricevere lo cibo spirituale, che è la dottrina della vera sapienzia e non de la mondana, a la quale ricevere s’inchina lo capo, perch’ella è bassa per la sua viltà; ma la vera sapienzia è alta, perchè viene dal Cielo e però è bisogno a volerla ricevere che si levi lo capo in alto al Cielo; cioè lo desiderio e la intenzione tutta; e chiama l’autore tale dottrina pane angelico, per accordarsi colla Santa Scrittura che dice: Panem Angelorum manducavit homo. — del quale Vivesi qui; cioè del quale pane de li Agnoli si vive qui nel mondo: imperò che l’autore parla come tornato di là, qua nel mondo: imperò che l’anima umana spiritualmente vive del cibo spirituale, cioè della sapienzia celeste, ma non si vien satollo; cioè non si trova piena refezione dell’anima in questa vita; ma sì in vita eterna: in questo mondo l’ anima non [p. 57 modifica]può essere perfettamente contenta, e però dice l’autore che qui si vive; ma non si sazia l’anima de la dottrina celeste. Metter potete; cioè voi altri pochi, de’quali è stato detto di sopra, ben per l’alto sale; cioè per lo profondo mare della mia poesi, Vostro navilio; cioè lo vostro ingegno, servando mio solco; cioè osservando lo mio vestigio: solco è lo vestigio che fa la nave quando va per mare sì, che è come segno a chi vuole seguitare la nave: ma dura poco: imperò che l’acqua subito scorre e pareggiasi, unde dice: Dinanzi che ritorni; cioè lo solco, equale; cioè pari, a l’acqua; cioè a l’altra acqua del mare; e però questo dà ad intendere che quelli, che ànno dato lo suo studio a la sapienzia ne la quale si comprendeno tutte le scienzie con la santa Teologia, infin da puerizia possono seguire lo suo poema osservando lo suo modo del procedere poeticamente; lo qual modo di dire è sotto figurazioni e dire, secondo la lettera fingendo e secondo l’allegoria veramente e teologicamente. E questo modo del dire torna equale in poco tempo; cioè quando viene chi non fa differenzia da l’uno intelletto a l’altro e pensa ogni cosa essere finta, e nulla essere detto veramente, ogni cosa essere detta veramente e niuna cosa essere finta. Et arreca per similitudine la fizione poetica, dicendo che li compagni di Iasone non si maravigliorno di lui, quando lo viddono arare la terra per seminare li denti del serpente, dei quali nacqueno li omini armati che s’uccisono insieme; della quale fizione fu detto di sopra, come vi meraviglierete voi quando vedrete me fatto navicare 13 per sì fatto mare; e però dice: Quei gloriosi; cioè quelli Greci, che per amore di gloria si miseno ad andare per compagni di Iasone ad acquistare lo veglio dell’oro, che; cioè li quali, passaro a Colco; cioè nell’isola di Colco, nella quale era lo montone col veglio dell’oro, che era nel regno del re Oeta, partendosi di Grecia, Non s’ammiraron; cioè non si maraviglionno, come voi farete; ciò come vi meraviglierete voi di me, diventato marinaio e navigatore di sì fatto pelago, Quando Iason; figliuolo del re Esone, vidder fatto bifolco; cioè vidono fatto aratore arando coi buoi consecrati a Marte, che gittavano fuoco per le nare del naso, e seminare li denti del serpente, unde nacquono li omini armati che s’uccisono, come detto è: imperò che maggior fatto è vedere me poeta poeticamente essere intrato a trattare della celeste beatitudine de’beati, che Iasone che era figliuolo di re diventare 14 bifolco: imperò che maggior fatto e maggior fatica è a montare che a descendere. Lo poeta trattare della beatitudine celeste è montare, e lo re arare è descendere; e però maggiore meraviglia è che lo nostro autore poeta sallia a trattare della beatitudine e delle cose divine, che [p. 58 modifica]non fu lo descendere di Iasone ad arare. E dobbiamo notare, come detto è di sopra, che lo sallimento dello autore ai cieli finto da lui, secondo lo corpo, quanto alla lettera, fu secondo l’allegoria mentalmente, e chi intendesse altrimenti non intendrebbe bene.

C. II — v. 19-30. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come, ritornando alla materia, elli si trovò montando suso velocemente nel corpo della Luna, dicendo così: La concreata e perpetua sete; cioè lo desiderio che à l’anima di ritornare a Dio, unde è venuta; lo quale desiderio è messo da Dio nell’anima nella sua creazione naturalmente, come fu detto di sopra: questo è quello istinto di che detto fu di sopra, e però dice l’autore concreata; cioè insieme creata coll’anima, e perpetua: imperò che sempre dura questo desiderio nell’anima, e non può fare l’anima che, mostratoli lo sommo bene, ella non vollia; ma alcuna volta la impaccia lo talento, come fu detto nella precedente cantica, Del deiforme regno; cioè dello regno di vita eterna che è esso Iddio: imperò che Iddio è forma di tale beatitudine, quale è l’anima quando è fatta beata: imperò che ad essa beatitudine dà l’essere; e ben che la beatitudine, per la quale l’anima umana è beata, sia cosa creata da Dio, la beatitudine per la quale Iddio è beato è eterna, cen portava; cioè ce ne portava, cioè ne portava noi, cioè Beatrice e me Dante, Veloci, quasi come ’l Ciel vedete: niuna cosa è più veloce che il primo mobile, e così è veloce lo nostro desiderio che in uno istante vola da l’uno capo del mondo a l’altro, e di terra in cielo; ma non è però tanto veloce quanto è lo Cielo, e però dice quasi, ch’è a mancare. Beatrice in suso: sempre la santa Teologia guarda in suso a Dio, et io; cioè Dante, in lei; cioè in Beatrice, guardava: li santi Dottori che scrissono la Teologia sempre ebbono, quando scrissono, la mente loro a Dio, e Dante ora componendo questa parte del suo poema sempre avea la sua mente e lo suo intelletto a la santa Teologia. E forsi ’n tanto, ’n quanto un quadrel posa, E vola, e da la noce si dischiava; ecco che, a volere dimostrare la sua velocità nel suo sallire, arreca la comperazione del tempo nel quale lo quadrel si posa, posto in sul balestro e scroccato e volato, dicendo che in tanto tempo quanto pena lo quadrello, poi che è scroccato lo balestro, a volare e posarsi ve si ficca, in tanto tempo vidde sè giunto suso nel globo lunare. E qui si dè notare quanto sia di spazio questo montamento, che l’autore nostro finge avere fatto così prestamente. Dice Afragano nel canto xxi che ’l più basso luogo, al quale descende lo corpo de la Luna in verso la terra, è 109 di miglia e 37 millia, e lo più alto è infine al più basso di Mercurio che è 208 di millia e 542 millia: imperò chetauto s’inalza l’epiciclo [p. 59 modifica]della Luna e io corpo suo 15 in sul quale la Luna si gira, intendendo in questa misura quanto occupa lo corpo della Luna, oltra la linea dell’epiciclo che è la metà del suo corpo: ciascuno pianeto àe confine coll’altro sì che niente rimane vuoto, e però dice: Iunto mi viddi; cioè me Dante, ove; cioè in quel luogo nel quale, mirabil cosa; e questo fu lo corpo lunare, Mi torse ’l viso; cioè il mio vedere corporale, secondo la lettera; secondo l’allegoria, mentale, a sè; cioè a quella mirabil cosa, e però quella; cioè Beatrice, Cui; cioè alla quale, non potea mi’ opra essere ascosa; cioè appiattata: nessuna nostra opera può essere appiattata alla Santa Scrittura, se noi volliamo sallire in Cielo; anco tutte ce le conviene fare secondo la sua dottrina e lo suo consillio: ancora Beatrice è la grazia discesa da Dio, et a Dio nessuna nostra opera può essere appiattata, anco nessuno nostro pensieri a lui è celato, Volta ver me; cioè inverso me: la grazia d’Iddio si volgo sempre inverso colui che si volge a lei, sì lieta come bella; perchè la grazia d’Iddio àe in sè ogni perfezione, così à in sè ogni letizia, e per tanto vuol dire eccessivamente lieta e bella, mi disse; cioè a me Dante, Drizza la mente in Dio grata; cioè sii grato colla mente in verso Iddio, ringraziandolo e levando su alto a lui la tua mente, Che; cioè lo quale Iddio, n’à coniunti; cioè noi coniunti à, colla prima stella; cioè col primo pianeto, cioè colla Luna. E benchè stella propriamente si dica da stare e sia quella che è nell’ottava spera, qui si pone impropriamente per la Luna, la quale per questo rispetto si può chiamare stella: però ch’ella sta ferma nel suo globo sempre, che non monta più su, nè scende più che sia lo globo suo, benchè continuamente si volga per lo suo epiciclo e vadia 16 per lo cerchio suo differente dall’occidente all’oriente.

C. II — v. 31-45. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come li parve essere coperto dal corpo lunare et essere ricevuto in esso, di che elli ebbe dubio et ammirazione, e però dice così: Parevami; cioè pareva a me Dante, che nube ne cuoprisse; cioè coprisse noi, cioè Beatrice e me Dante: l’autore studiava la santa Teologia, e colla meditazione e contemplazione di quella montava collo intelletto e col pensieri al corpo della Luna e pensava d’essere in esso, e però finge che così li paresse, Lucida; ecco che dichiara come era fatta essa nube, e dice che era Lucida; cioè ricettiva di luce, spessa; ecco l’altra qualità, dicendo che ’l corpo lunare era spesso, solida; questa è qualità che si conviene al corpo [p. 60 modifica]lunare, e polita; ecco l’altra qualità, cioè ch’era polita sì, che lo corpo lunare, secondo la fizione dell’autore, era di nube lucida, spessa, solida e polita; et adiungne la similitudine, Quasi adamante: cioè come diamante, in che; cioè nel quale, lo Sol ferisse; cioè come lo diamante risprende 17 quando in esso riperquote lo Sole, così lo corpo della Luna da sè non è luminoso; ma è ricettivo di lume, e però la faccia che vede il Sole, sempre è luminosa e rifonde li raggi suoi a noi tanto, quanto ragguarda noi. Per entro sè; cioè per mezzo di sè, e dentro da sè, l’eterna margarita; cioè lo corpo lunare, lo quale assimillia ad una pietra preziosa 18, e però la chiama margarita; ma dice eterna: eterno è solo Iddio, dunqua conviene che si ponga impropriamente, cioè sempiterna: imperò che ebbe principio e dè avere fine, altramente si potrebbe intendere che si ponesse perpetua, et allora s’intenderebbe della influenzia che à a cagionare le cose di sotto a sè la Luna; cioè mutazione, per la qual mutazione nasce nelle menti umane e virtuose contemto 19 e dispregio delle cose mondane. La quale cosa poich’è incominciata nella mente umana virtuosa, colla grazia di Iddio, dura sempre, cioè in questa vita per grazia, e l’altra poi per gloria: imperò che l’anima che passa con sì fatta virtù di questa vita, già mai non la perde; e per questo intende l’autore che la Luna sia perpetua; cioè la influenzia sua del contemto del mondo. Potrebbesi anco dire secondo l’oppinione d’alquanti Filosofi che volesse intendere che ’l mondo non avesse avuto principio, dovesse avere fine; ma anco non sarebbe però veramente eterno; la qual cosa non credo che fusse oppenione dello autore. Ne ricevette; cioè ricevette noi, cioè Beatrice e me Dante: imperò ch’io Dante pensava, come la Santa Teologia c’insegna, a venire a sì fatto stato chente ànno coloro che dispregiano le cose del mondo, e con quel pensieri m’era inalzato alla contemplazione di sì fatta virtù, chente è lo contemto del mondo, e colla dottrina della santa Teologia, sì che ben posso dire che ricevette me e lei, poi ch’io era sì disposto, come acqua ricepe Raggio di luce; ecco la similitudine, cioè come l’acqua riceve lo raggio della luce in sè e sta unita; e che questo sia, appare nell’acqua chiara, che se non ricevesse luce non si vedrebbe quello [p. 61 modifica]che fusse in fondo: però che ciò che si vede, si vede per mezzo della luce, così lo corpo della Luna ricevette noi, e rimase unita la Luna. E però muove lo dubio: imperò che pare impossibile che uno corpo debbia stare in uno altro, stando sì unito quando lo corpo che contiene è solido: imperò che se fusse corpo vacuo serebbe possibile, ma solido no; et essendo vacuo, non sarebbe unito da tutte le suoi cose 20, dicendo: S’io era corpo; cioè io Dante, che era secondo la lettera; ma non secondo l’allegoria, e qui; cioè in questa nostra vita nella quale era l’autore, quando questo scrisse secondo la sua fizione, non si concepe; cioè nel concetto umano non cape, Come una dimension; cioè una misura, altra patio; cioè sostenne in sè altra misura, cioè come la misura del corpo solido può ricevere in sè altro corpo solido; la quale cosa pare impossibile: imperò che una mela non si metrebbe in un’altra mela, se prima non si cavasse e votasse, e facessesi luogo, Che esser convien; cioè la qual cosa conviene che sia, se corpo in corpo repe; cioè se corpo sottentra in corpo, conviene che la dimensione de l’uno corpo sostengna la dimension de l’altro, che non è possibile; e niente di meno questo fu di fatto come finge l’autore, dunqua fo 21 cosa sopra natura e miraculosa che altramente non potea essere. E questo è secondo la lettera, benchè allegoricamente, come fu ditto, l’entrare fu col pensieri e coll’animo. E perchè questo dubbio muoveno l’infideli sopra lo sacramento 22 eucaristia de la vertate 23, dicenti che è impossibile che lo corpo di Cristo, che à le sue misure, sia nel corpo dell’ostia che à anco le sue misure, ch’elli fu lungo tre braccia e così è ora, come può capere nell’ostia che è così piccola? Et a tutto questo non si può rispondere per ragione, se non che a Dio non è impossibile fare questo miraculosamente: imperò ch’ elli può ogni cosa, ch’elli è onnipotente, e così dunqua miraculosamente Iddio fa quello che è sopra natura; e però usa disgressione, dicendo che questo doverebbe essere a li omi 24 con grande affezione e desiderio al Verbo Divino incarnato: imperò che in lui si vedrà chiaramente ciò che tiene la nostra fede; e però dice: Accender ne dovria più il disio; cioè lo desio di ciascheduno lettore doverebbe più accendersi che mai, Di veder quella essenzia; cioè quella sustanzia divina et umana del Verbo Divino et incarnato, in che; cioè nel quale, si vede Come nostra natura; cioè umana, a Dio; cioè alla divina, s’unio; cioè come lo Verbo Divino prese la nostra umanità. ; cioè nel Verbo [p. 62 modifica]Divino umanato, si vedrà ciò che tenem; cioè che tegnamo noi cristiani, per fede; cioè che ordiniamo, come dimanda la nostra fede: che cosa sia fede fu di sopra ne la precedente cantica, Non dimostrato; cioè per ragione filosofica, ma fia per sè noto; cioè per sè medesimo manifesto quello, che ora noi crediamo, A guisa; cioè a similitudine, del ver primo; cioè delle proposizioni prime che sono verissime, che lo Filosofo le chiama massime, sì come questa: Ogni tutto è maggiore che la sua parte, che; cioè lo quale primo vero, l’om vede: cioè per sè medesimo sensa altra dimostrazione; e per questo vuol dire: Se l’uomo delle cose sopra natura si meraviglia, perchè la ragione umana non vi giunge e desidera di vedere le sue cagioni, maggiormente doverebbe desiderare di vedere l’essenzia divina iunta co l’umana che è la beatitudine de l’omo, nella quale riluceno e vedonsi le cagioni di tutte le cose chiaramente, alla quale non può montare l’uomo se non colle virtù; dunqua tutto lo desiderio dell’uomo doverebbe essere acceso alle virtù.

C. II — v. 46-57. In questi quattro ternari, perchè di sopra àe posto lo nostro autore l’esortazione che Beatrice li fece del ringraziare Iddio, che l’aveva levato suso al globo 25 della Luna e rimoto dalle cose del mondo, ora finge come elli lo ringraziò pienamente e come mosse dubbio a Beatrice; cioè che sono l’ombre che appaiano nello corpo della Luna, e come Beatrice riprende la sua ammirazione, dicendo così: Io; cioè Dante, rispuosi; all’esortazione fatta a Beatrice: Madonna, sì divoto; cioè io Dante, Com’esser posso più; a Dio, s’intende, ringrazio Lui; cioè Iddio, Lo qual; cioè Iddio, dal mortal mondo; differenzia dell’altro mondo ch’è vitale, àe adiunto a questo mortale, m’à rimoto; cioè àe rimosso me Dante da questo mondo mortale et ingannevile col pensieri, et àmi messo col pensieri al mondo queto 26; e per questo si dimostra che Iddio si dè ringraziare dei benifici ch’elli ci concede. E fatta la ringraziazione, muove dubbio dicendo: Ma ditemi; cioè voi, madonna Beatrice, che son li segni bui; cioè oscuri e neri, Di questo corpo; cioè lunare, cioè quelle tre ombre che si vedono nella Luna, che; cioè’ le quali, là giù in terra; cioè in questo mondo, Fan di Cain favoleggiar altrui; cioè dire la fizione de’ vulgari che diceno che quelle ombre sono Cain 27, che sta nella Luna in su uno fascio di pruni? Favoleggiare è dire le favole, le quali o sono composite della cosa vera, che sia cosa vera narrando per altro modo che non è, o della cosa falsa fingendola essere vera. Et aggiugne la risposta che fece Beatrice al suo dubbio; nella quale risposta Beatrice si fa beffe delli omini [p. 63 modifica]sensibili e grossi, che poco differenti da li animali bruti non iudicano se non come apprendono per li sentimenti, e li sentimenti s’ingannano spesso e così conviene che s’ingannino ellino nelle loro oppinioni, delle cose sottili non potendo avere scienzia: imperò che ’l sentimento non si stende tanto, e come è breve l’estensione del sentimento; cosi conviene essere breve della ragione l’estensione che seguita quelli, e però conchiude che Dante delli errori di tali non si doverebbe meravigliare, dicendo: Ella; cioè Beatrice, sorrise alquanto: lo savio 28 giuca, e poi mi disse; cioè a me Dante: S’ell’erra L’opinion dei mortali; della cosa vera è scienzia, de la non vera è oppinione; e però dice: L’oppinione, cioè la credenzia non certa de li omini s’ella erra nelle cose che non sono sensibili, e però dice, Dove; cioè in quelle cose nelle quali, chiave di senso non disserra; cioè l’apprensione del sentimento umano non apre, che è come chiave ad aprire la cosa incerta e dubbia alla ragione che seguita li sentimenti; e questo vuole dire: Se li omini sensitivi errano nelle cose che non si possono comprendere per li sentimenti, certamente non te ne dovresti meravigliare oggimai che ài veduto che la ragione umana, andando di rieto a’ sentimenti, può errare se ’l sentimento erra: imperò che come apprende falsamente lo sentimento; così la ragione che seguita lo sentimento, come in questo è che l’occhio apprende lo turbo che è nella Luna, e ciascuno che à occhi questo vede; ma non la ragione di ciascuno la cagione apprende, perchè lo sentimento noll’apprende, e così non lo può apprendere la ragione che va di rieto al sentimento, e però dice: Certo non ti dovrien punger li strali D’ammirazion omai; cioè certamente non dovresti esser punto dal pungolo della miraviglia, se tu vedi errare li omini che vanno drieto ai sentimenti. Vedi; cioè tu. Dante, che la ragione; cioè umana, à corte l’ali dirieto a’sensi; cioè seguitante li sensi non si può estendere a comprendere altra cosa, se non quello che comprende lo sentimento, e lo sentimento vede poco da lunga; e così vede poco da lunga la ragione de li omini grossi e sensibili, che vanno di rieto ai sentimenti.

C. II — v. 58-63. In questi due ternari finge l’autore che Beatrice domandasse lui della sua oppinione nel dubbio mosso da lui, et elli la minifesta, e Beatrice quella danna promittendo di subiungnere 29 li argomenti che si porranno nell’altra lezione; e però dice: Ma dimmi; cioè tu, Dante, quel che tu da te ne pensi; cioè del dubbio mosso da te, cioè che sia cagione di quelle tre ombre che si vedeno nella Luna quando ella è tonda; c perciò elli adiunge la sua [p. 64 modifica]opinione, dicendo: Et io; cioè Dante: Ciò che n’appar quassù; cioè in Cielo; e parla qui l’autore sì come quando era lassù, e però dice quassù, diverso; cioè dall’altro colore che lo Cielo à, Credo che ’l fanno i corpi rari 30 e densi; cioè lo Cielo quine u’ è rado mostra la stella, perchè lo splendore del cielo cristallino trapassa la clarità del cielo ottavo, e quine u’ è denso mostra lo colore del Cielo, perchè lo splendore non trapassa, e così credo della Luna che quine u’ è chiara è densa, e quine u’è ombrosa è rara: imperò che la Luna, nè li altri pianeti, se non lo Sole, non ànno lume da sè; ma sono illuminati dal Sole, e quine u’ è denso, si vede lo splendore chiaro et u’ è raro si vede turbo. E perchè alquanti sono stati che ànno avuto questa oppinione; cioè che ’l cielo ottavo non abbia stelle, ma certi fori tutti penetrali 31 o rari, come dice l’autore, per li quali trapassa lo splendore del primo mobile che è di sopra a l’ottavo cielo, e così appaiano a noi quelli splendori coi razzi suoi, e paiano stelle; e quello cielo cristallino primo mobile riceve quello splendore dal cielo empireo, lo quale è stabile, e cinge et aranda lo primo mobile et è tutto fatto di luce et amore, secondo che l’autore finge nel canto xxvii di questa cantica che li dicesse Beatrice. Imperò che così tiene la santa Chiesa, però per mostrare che questa oppinione sia falsa, àe indutto che sia sua oppinione non pure in quel cielo; ma in tutti gli altri poi di sotto a quello che sono di materia più rada che l’ottavo, che ne fa prova, che non c’impacciano la vista del cielo ottavo lo quale noi non vedremmo se fusseno di materia compatta e densa come l’ottavo. Anco furno di quelli che tenneno ch’el Sole desse splendore a tutti li pianeti et alle stelle de l’ottavo cielo, dicendo che quine u’ era rado risplendeva et apparia la stella, quine u’ era denso no; e questa è l’oppinione dell’autore intorno a questo dubio, secondo che elli finge per mostrare 32 poi la verità. Danna generalmente dicendo: Ed ella; cioè Beatrice disse, s’intende: Certo; cioè certamente, assai vedrai sommerso; cioè affogato, Nel falso; cioè nella falsità, il creder tuo; cioè la tua credenza e la tua oppinione, se bene ascolti; cioè tu, Dante, L’argomentar; cioè lo manifestamelo e lo spianamento de li argomenti ch’io farò contra questa tua falsa oppinione; li quali argomenti seguiranno nella presente lezione. E qui finisce la prima lezione del secondo canto, et incominciasi la seconda. [p. 65 modifica]

La spera ottava ec. Questa è la seconda lezione del canto secondo, nella quale lo nostro autore finge come Beatrice li dimostrasse che la sua oppinione del turbo che è nella Luna fusse falsa per più ragioni, e ch’ella rendesse la cagione vera di quella turbulenzia che vi si vede. E dividesi questa lezione tutta in parte sette: imperò che prima rende la cagione per la quale Beatrice dimostrò generalmente che l’opinione sua era falsa; nella seconda parte finge com’elli adducesse un’altra ragione contra la sua detta oppinione spezialmente pur della Luna, et incominciasi quine: Ancor se raro ec.; nella terza parte finge come ella tolse uno consequente di quelli dua che aveva proposto di sopra, e tolto già l’uno li quali seguitavano se vera fusse l’oppinione dell’autore, et incominciasi quine: S’elli è che questo raro ec.; nella quarta approva lo suo dire colla esperienzia, et incominciasi quine: Tre specchi ec.; nella quinta parte incomincia Beatrice a rendere la cagione di quella turbolenzia che si vede nel globo lunare, et incominciasi quine: Dentro dal Ciel ec.; nella sesta parte, seguitando la sua ragione proposta, adiungne alla sua ragione proposta la minore, quella che quinde seguita e discende, et incominciasi quine: Lo moto e la virtù ec.; nella settima et ultima arreca la detta ragione a conclusione della sua intenzione, et incominciasi quine: Virtù diversa ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere la lettera colla esposizione morale et allegorica.

C. II — v. 64-72. In questi tre ternari lo nostro autore finge come Beatrice, argomentando generalmente di tutti li corpi celesti contra la sua oppinione, dimostra che se la sua ragione fusse vera seguiterebbe uno inconveniente, lo quale tolto conviene che si tolla l’antecedente suo; ma premette inanzi una proposizione che è vera; cioè che l’ottavo cielo àe molte stelle le quali si possano vedere correre diverse nella qualità dello splendore: imperò che l’una è più splendida che l’altra; e nella quantità: imperò che l’una è maggiore de l’altra, dicendo cosi: La spera ottava; cioè lo cielo stellifero nel quale sono le stelle fisse, che è ottavo dal cielo della Luna: imperò che li cieli delli pianeti sono sette e quello è sopra a tutti, dunqua bene è ottavo dal cielo, vi dimostra; cioè dimostra a voi uomini, molti Lumi; cioè molte stelle luminose, li quali; cioè lumi, nel quale; cioè nella qualità loro, cioè nello splendore, e nel quanto; cioè e nella quantità loro, cioè nella grandezza dei corpi loro, Notar si posson per diversi volti; cioè si possono comprendere per apparenzie diverse: imperò che’ volti si piglia qui per l’apparenzie, sì che l’autore intende che li corpi luminosi che sono nell’ottava spera si possono comprendere essere diversi e per lo splendore: imperò che l’uno splende più che l’altro, e per la grandezza: imperò [p. 66 modifica]che l’uno è maggiore dell’altro; e come v’è di quelli che sono pari in splendori, così v’è di quelli ancora che sono pari in grandezza. Se raro; ora induce l’oppinione dell’autore, ragionando Beatrice mostrando quella essere falsa per lo consequente falso che ne seguiterebbe, dicendo così: Lo cielo ottavo à molte stelle, come dimostrato è, diverse l’una dall’altra; se raro e denso solamente fusse cagione della diversità delli splendori celesti dell’ottava spera, come tu dicesti di sopra, seguiterebbe che in loro fusse solo una virtù et influenzia maggiore e minore et equale secondo la grandezza e piccolezza e parità dei fori rari, e questo non è vero sì come si vede per effetto: imperò che diversi sono li effetti che il Cielo produce giù a noi, dunqua diverse le virtù sono e le cagioni loro. Che diversi siano li effetti quaggiù appare nell’erbe e nelle piante che ànno diverse virtù, e diverse virtù sono frutti 33 dei princìpi formali, dunqua li princìpi formali sono diversi e non uno; et usa qui quella ragione che dice: Quod 34 ex falsitate consequentis arguitur falsitas antecedentis, e però dice così: Se raro; cioè se la rarità de’ corpi, e denso; cioè e la densità dei corpi celesti, facesser ciò; cioè che appare quassù diverso, tanto; cioè solamente, e non altra cagione che la rarità e densità fusse cagione delle diversità de le virtù ch’ànno li corpi celesti ad influere quaggiù a noi, seguiterebbe questo, cioè che, Una sola virtù; cioè da essere influssa quaggiù nel mondo, serebbe in tutti; cioè corpi celesti, Più e men distributa 35; cioè divisa, secondo la grandezza e piccolezza, et altrettanto; cioè distributa ne’ corpi equali equalmente; e questo non può essere: imperò che, se le virtù che ànno li princìpi formali sono diverse, convegnano li princìpi formali essere diversi, e però dice: Virtù diverse esser convegnon frutti Dei princìpi formali; cioè essere diverse cagioni produtte da’ princìpi formali, come diversi frutti da diversi arbori, quei; cioè princìpi formali, fuor ch’uno; cioè tutti eccetto uno, cioè Iddio, lo quale è principio formale d’ogni cosa dal quale sono creati li princìpi formali segondi, o volliamo intendere del cielo primo mobile, lo quale serebbe quello che mettrebbe la sua influenzia in questo ottavo a lo Sole; se la detta opinione fusse vera, e giù la influerebbe per quelli fori, non essendo corpi come dice la tua oppinione speciale del turbo che appare nel corpo lunare, Seguitereno a tua ragion destrutti; cioè seguiterebbe secondo la ragione tua, che dice che raro e denso cagiona ogni diversità su nei corpi celesti, che Iddio in vano avesse fatto li cieli e le stelle che variano, e che li corpi celesti sono più informati infundeno le loro virtù, non fusse [p. 67 modifica]se non quella, la quale come falsa à dimostrato produtta la natura angelica che è pura forma, la quale Iddio creò acciò che operasse come seconde cagioni nei corpi celesti e quelli operassono giuso nel mondo.

C. II — v. 73-84. In questi quattro ternari lo nostro autore finge che Beatrice, seguitando lo suo ragionamento, adducesse un’altra ragione demostrativa a mostrare la sua falsa oppinione 36, poi che avea mostrato falsa l’oppinione generale di tutti li corpi celesti; e dimostra ora essere falsa spezialmente nel corpo della Luna l’oppinione sua, dicendo così: Se raro fusse cagion del turbo; che è nella Luna, io ti dimando se quello raro è per tutto lo corpo lunare da l’una superficie all’altra, o è un pogo a dentro, e poi è lo denso, non puoi dire che sia per tutto: imperò che quando è l’eclissi del Sole si vedrebbe lo raggio del Sole trapassare di sotto a noi e questo non è, dunqua lo raro non passa dall’una superficie all’altra; se vuoi dire: Non è tutto raro; ma un pezzo e poi denso, di verso l’altra superficie, non dovrebbe, nè potrebbe però apparere lo turbo come si mosterrà per esperienzia nella parte che seguita; dunqua falsa è la tua oppinione per due ragioni, de le quali l’una fu posta di sopra e l’altra qui. Ora dice dunqua così: Ancor; adiungendo questa ragione a quello che è detto di sopra, se raro; cioè la rarità, come tu dici, fusse Cagion di quel bruno; cioè di quel turbido che si vede ne la Luna, che; cioè la qual cagione del bruno, tu dimandi od oltre; cioè, o tutto oltra infine a l’altra superficie, cioè da quella superficie che noi veggiamo a l’altra che è di sopra che noi non veggiamo, in parte; cioè in quella parte quivi u’è lo turbo, Fora di sua materia; cioè sarebbe della sua materia densa, la quale àe per l’altre parti nelle quali non è turbo, sì digiuno; per sì fatto modo 37 com’elli pure ine la nostra superficie, Esto Pianeto; cioè questo corpo lunare, o; sarebbe questo pianeto fatto di raro e denso meschiato insieme, sì come comparte Lo grasso e ’l magro un corpo; ecco che arreca la similitudine; lo grasso nel corpo significa la rarità, e’l magro la densità, e come lo corpo composto di grasso e di magro àe l’uno inanzi l’altro, così questo; corpo lunare, Nel suo volume; ecco che anco parla per similitudine del libro che l’una faccia à bianca, l’altra nera, cangerebbe carte; cioè muterebbe condizione come fa lo libro che muta le sue carte, che quale è bianca, e quale è nera, o men bianca, come appare che la faccia di verso la carne è bianca, e quella di verso lo pelo, nera, o men 38 bianca; e così lo corpo lunare non sarebbe tutto raro dall’una superfice all’altra, quine v’è turbo; [p. 68 modifica]ma arebbe u’ raro, u’ denso, come lo corpo u’è grasso, u’ è magro. Se ’l primo; ora conchiude che li casi proposti non siano per lo consequente che ne seguiterebbe, se ’l primo fusse vero che non seguita, dicendo così: Se ’l primo; cioè caso posto, fusse; cioè del corpo della Luna fusse tutto raro in quelle parti dov’è lo turbo dell’una superficie da l’altra, fora manifesto; cioè seguitrebbe questo, cioè che si manifestarebbe, Nell’eclissi; cioè nella oscurazione che avviene al Sole ogni tanti anni, quando lo corpo lunare s’oppone al Sole: imperò che altramente, secondo narra, non può avvenire l’oscurazione del Sole, se non quando la Luna s’oppone tra lui e noi; e per ch’ella non è sì grande corpo come lo Sole, però nollo può mai coprire tutto; ma incomincia a coprirlo da l’una parte e va coprendo oltra a poco a poco, et inanti che sia iunta l’ombra all’altro canto, è partita da quella, unde incominciò 39, del Sol, per trasparere; cioè per lo raggio del Sole che passarebbe giù a noi per quelle rarità, e vedremo 40 quando la Luna fusse posta tra noi e lo Sole, li raggi del Sole per quelle sue rarità risplendere giuso a noi, Lo lume; cioè dei raggi solari, come; si vede, cioè lo lume del Sole, in altro raro; cioè in altro corpo raro, ingesto; cioè messo sì come nel vetro. Questo non è; cioè che lo lume dei raggi solari passi per lo corpo lunare, dunqua seguita che sia falso l’antecedente, cioè che il corpo della Luna abbia rarità penetranti da l’una superficie a l’altra, però è da vedere Dell’altro; cioè caso posto di sopra, cioè che sia raro e denso l’uno di po’ l’altro sì, che la rarità non trapassi, e s’elli avvien ch’io; cioè Beatrice, l’altro; cioè caso detto di sopra, cassi; cioè renda vano, com’io ò fatto lo primo, Falsificato fia lo tuo parere; cioè di te Dante, che à ditto che raro e denso è cagione della diversità dei corpi celesti, e così del turbo che si vede nella Luna.

C. II — v. 85-96. In questi quattro ternari lo nostro autore finge che Beatrice, seguitando lo suo ragionamento, dimostra per lo apparere tetro lo caso secondo, posto di sopra non essere possibile, come àe mostrato lo primo non esser vero per dimostrativa ragione; ma questo dimostra movendo uno dubbio, posto lo caso secondo essere vero come appare che sia tolto via lo primo caso, e lo dubio mosso solverà ne la parte seguente mostrando per esperienzia che non sia per la cagione mossa, dicendo così: Detto t’ò che lo corpo della Luna non è raro dall’ una superfice all’altra, come ài veduto per dimostrativa ragione, dunqua conviene che sia l’altro caso, cioè che non trapassi lo raro, ma sia un pezzo raro e poi spesso; se [p. 69 modifica]questo è, dirai tu che se avversario in questo mio dubbio, dice Beatrice, perchè si vede quel turbo? Perchè lo raggio del Sole riflette più a drieto quine che altro. Risponde Beatrice, che non è per questo e propone che questo si può vedere per esperienzia, e l’esperienzia dira nell’altra parte. Or dice lo testo: S’elli è; dice Beatrice a Dante, che questo raro; cioè che tu dici essere nella Luna, non trapassi; com’io ò dimostrato di sopra essere vero, perchè non trapassa lo raggio solare nell’eclissi del Sole, quando la Luna si li oppone che trapassarebbe lo raggio, se lo raro trapassasse come manifesto è, Esser conviene un termine; cioè nel corpo lunare, da onde; cioè dal qual termine in su, Lo suo contrario; cioè lo denso, più passar non lassi; cioè lo raro che sia passato, Et indi; cioè da qual denso, l’altrui raggio; cioè lo solare che perquote nella Luna, si rifonde 41; cioè si sparge un’altra volta in verso la terra. Così; ecco che arreca la similitudine, dicendo che così la Luna riceve in sè lo raggio del Sole e riflettelo a la terra, come lo specchio riceve lo colore postoli dinanti e rifundelo all’occhio che dentro vi guarda; e però dice: come color torna; cioè all’occhio che vi guarda, per vetro; cioè per cagione del vetro in che si riflette e non trapassa; et ecco la cagione, Lo qual; cioè vetro, divieto a sè: cioè dall’altra parte opposita, piombo; cioè la follia del piombo, nasconde; cioè è appiattata: lo specchio è vetro che dall’una parte si mostra e dall’altra si cuopre con follia di piombo la quale è densa e lo vetro è di sua natura raro, e però trapassano le cose luminose lui quando non v’è lo piombo che è denso; ma quando v’è lo piombo passa la cosa 42 postala inanti; cioè lo suo colore infino al denso, cioè al piombo; e non potendo andare più oltra si riflette a drieto e ritorna a l’occhio, e così si vede e così si dice che sarebbe lo corpo lunare, e fa del raggio del Sole, e però non senza cagione assimilliò l’autore di sopra la Luna al diamante: imperò che lo diamante è raro dalla superficie di fuora e d’entro è denso, altramente non gitterebbe raggi posto alla spera del Sole, anco trapasserebbono come nel vetro, e così conviene che sia la Luna di materia rara nella superfice d’intorno e densa nella parte d’ entro, altremente non si rifletterebbe lo raggio dello Sole, anco passerebbe oltra dall’altra parte. E qui è da notare in che modo lo specchio rende quello che si li rappresenta; et a questo debbiamo sapere che niuna cosa si rappresenta nello specchio, se non per mezzo della luce, e questo si vede per esperienzia: imperò che nello oscuro nulla si rappresenta nello specchio, e nel chiaro sì; e lo modo è questo: la luce manda li suoi raggi sopra li corpi posti [p. 70 modifica]inanti a lo specchio e quelli raggi vestiti del colore dei corpi nei quali prima perquoteno nello specchio, e di quinde poi ritornano a l’occhio, e così pare che sentisse l’autore nostro quando disse: come color torna per vetro. Et anco è da notare che l’autore dimostra nel testo che la Luna sia corpo sperico, lucido che non abbia lume da sè; ma perquotenvi li raggi del Sole e quinde si riflettono a noi, e così è luminosa come uno specchio, e però à posto la detta similitudine. E poi che àe dimostrato per la similitudine dello specchio che conviene che la Luna abbia di po’ lo raro lo denso unde si rifletta lo radio 43 solare, muove dubbio dicendo: Or dirai; cioè ora dira’, tu; cioè Dante che dubiti, che si dimostra tetro; cioè dimostra sè nero e turbo, Ivi; cioè in quello luogo, cioè nella Luna dove si vedono quelle tre ombre, per sì fatto modo turbe, lo raggio; del Sole lo quale dentro vi perquote 44, più che ’n altre parti; cioè si dimostra turbo, Per esser lì; cioè in quello luogo, rifratto; cioè ripercosso, più a retro; che nell’altre parti della Luna. E di questo dimanda lui Beatrice, perchè questa è la cagione che molti assegnano, e però dimanda Dante se vuole tener questa parte et appresso la danna, dicendo: Da questa istanzia può deliberarti Esperienzia; cioè l’esperienzia e la pruova ti può liberare da questa quistione e da questo contasto, de la quale esperienzia dirà di sotto, se già mai la provi; cioè questa esperienzia che io dirò, Che; cioè la quale esperienzia, esser suol fonte; cioè principio dimostrativo, come la fonte ai fiumi, ai rivi; cioè alle piccole acque e fiumicelli che escono delle fonte, di nostre 45 arti; cioè matematiche che discendono da la Fisica.

C. II— v. 97-111. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come Beatrice adducesse l’esperienzia la quale propuose di sopra, e ben dico finge: imperò ch’elli è quello che ogni cosa dice; ma secondo l’ordine de la sua poesi induce a parlare Beatrice, dicendo che l’esperienzia la qual si pruova 46 di quel ch’è stato detto di sopra; cioè che lo corpo lunare non dovrebbe mostrare turbo alcuno, per che lo raggio del Sole si rifrangesse più a drieto quine che in altra parte, è questa; cioè che si pillino tre specchi e pongansi dinanti alla vista de l’omo, l’uno più a drieto che li altri due e che l’omo stia inanti a questi tre specchi, che l’uno sia più a drieto che li altri due li quali debbono essere rimoti d’uno pari; e di rieto all’omo stia in alto uno lume sì, che ragguardi tutti e tre li detti specchi. Benchè nei due prossimani risplenda più da presso [p. 71 modifica]maggiore che nell’altro più rimoto; niente di meno lo splendore è equale e non è più turbo nello specchio più da lungi che nei due più presso. E così per simile, se lo raro è nella Luna e poi lo denso di po’ lo raro, benchè lo raggio del Sole passi più addentro quine u’è lo raro, che qui u’è lo denso; niente di meno equalmente dè splendere, e non più turbo quine che altrove, come detto è, ne li specchi, e come si può vedere per esperienzia. E per questo seguita che non sia vera la cagione proposta di sopra, che disse che nè lo turbo che era nella Luna era, perchè li raggi solari che perquoteno nella Luna, si rifrangono più a drieto che altro, perchè lo raro è quine più a drieto che altro; e però dice lo testo: Tre specchi prenderai; cioè tu, Dante, e chiunqua à sì fatta oppinione; e bene arreca la similitudine delli specchi a proposito: imperò che, come detto fu di sopra, la Luna è fatta come uno specchio che lume non à da sè; ma è ricettiva di lume del Sole e quello riflette giù a noi, e non è mai che non sia illuminata, benchè da noi non si possa vedere se none, alcuna volta niente, alcuna volta parte, et alcuna volta tutta se non quando è lo eclissi lunare 47 che può essere ogni 6 mesi, quando la Luna si trova in cauda draconis, o vero in capite, e lo Sole in opposita parte: imperò che la terra entra in mezzo tra la Luna et il Sole, et a l’ora l’ombra della terra occupa la Luna, sì che non può vedere lo Sole insin che non è uscita di mezzo l’ombra della terra, la quale col suo corpo occupa la Luna: tanto è bassa; ma li altri pianeti non può occupare perchè sono più alti, e però non ànno eclissi, e i du’; cioè specchi, rimovi; cioè tu, Dante, Da te; cioè da lungi da te, d’un modo; cioè parimente, non più l’uno che l’altro, e l’altro; cioè specchio, più rimosso; da te, s’intende, che i du’ di prima, Tr’ambo li primi; cioè in mezzo dei du’ primi specchi più presso, li occhi tuoi; cioè di te Dante, ritrovi; cioè quello specchio più da lunga, Rivolti adesso; cioè ad esso specchio posto da lunga li tuoi occhi, e fa; cioè tu, Dante, che di po ’l dosso; cioè tuo, Ti stia un lume che; cioè lo quale lume posto di po’ le tue spalle, i tre specchi; cioè detti di sopra, posti 48 disequalmente, accenda; cioè faccia accesi di sè, sicchè in essi risplenda, E torni a te; cioè a te Dante lo detto lume, da tutti; cioè li tre specchi, ripercosso; cioè riflesso alli occhi tuoi lo detto lume. E per questo pare che l’occhio non vegga, mettendo fuora lo raggio visuale; ma ricevendo lo raggio della cosa veduta, come molti tegnano. Benchè nel quanto; cioè nella quantità 49 del Sole e del lume più di lunge, non si stenda La vista più lontana; cioè più dilungata, tanto; cioè quanto [p. 72 modifica]si stende in quelli più da presso, dai quali è meno di lungi: imperò che maggiori li paiano li lumi 50 da presso che quelli più di lungi, lì vedrai; cioè tu, Dante, Come convien ch’equalmente risplenda; cioè lo lume dello specchio più di lungi equalmente risplende, come quello delli specchi più presso. Benchè lo lume paia più piccolo; niente di meno splendido è come li altri, e non è turbo et adducerebbe del corpo della Luna se fusse raro in alcuna parte, e lo raro non trapassasse; che, benchè lo raggio del Sole in quella parte rara si riflettesse più a rieto che nell’altre parti, non verrebbe però quive turba più che altro 51, anco verrebbe così luminosa come altro, come dimostrato è per la esperienzia delli specchi; e come potresti tu dire: Risplende equalmente, se lo lume è minore? A che si può rispondere che la equalità sta nella qualità e non nella quantità, come si vede che, benchè una stella sia maggiore dell’altra, niente di meno l’una e l’altra risplende; benchè maggior sia lo splendore de l’una che dell’altra, non è però che, benchè lo splendore sia minore, sia però turbo. Or come ai colpi; poi che Beatrice ebbe dichiarato e mostrato a Dante per vera ragione che l’oppinione sua era falsa, lo induce ad attenzione della vera cagione del turbo della Luna secondo che finge l’autore, dicendo così: Or come; ecco che induce una similitudine Beatrice a Dante, secondo che finge l’autore, che come la nieve si strugge per lo caldo del Sole e rimane nudo lo sasso et il monte che è vestito di lei; così rimaso lo intelletto di te, nudo dalla falsa oppinione, vollio informare de la vera; e però dice; Or; cioè ora, come ai colpi de li caldi rai; cioè delli caldi raggi del Sole, riman nudo ’l subietto De la nieve; cioè lo monte che rimane nudo, E dal colore e dal freddo primai; cioè rimane nudo lo monte 52 o ’l sasso, e dalla bianchezza che cagionava la nieve in sul sasso e dal freddo che cagionava prima la nieve, Così rimaso te nello intelletto; cioè così rimaso nudo te Dante nello intelletto tuo dal colore che colorava la falsa oppinione, dalla falsa oppinione, Vollio informar; cioè io Beatrice te Dante rimaso così nudo nello intelletto dalla falsa oppinione e dal suo colore, come rimane nudo lo subietto della nieve dal colore bianco e dal freddo di prima per li raggi del Sole, di luce sì vivace; cioè di chiarezza sì viva, cioè di verità sì viva: niuna cosa è più viva che la verità: imperò ch’ella mai non muore, la verità è eterna, sempre fu e sempre sarà vero quello che ora è vero, e però promette Beatrice a Dante che la sua dottrina sarà dottrina viva, che mai non [p. 73 modifica]verrà meno sopra la detta dubitazione, anco sempre refulgerà; e però dice, Che; cioè la quale luce, ti tremolerà; cioè tremerà a te Dante, nel suo aspetto; cioè nel suo ragguardamento. Quando l’omo ragguarda le stelle vede tremare lo loro fulgore, e questo è perchè lo suo splendore scintilla come fa lo fuoco, e dimenasi come fa la fiamma del fuoco: e così come la fiamma più trema quanto più cresce; così la verità quanto a più più è nota, tanto più si vede lo suo splendore: e però come la fiamma quanto più s’accende, più trema; così la verità quanto più si dibatte, tanto più si schiara e più accende lo intelletto al suo amore; dunqua lo tremolar della luce nello aspetto di Dante non è altro che lo accendere dello amore inverso la verità che è luce dello intelletto. E questo finge Dante che Beatrice dicesse, per farlo attento a quella verità che dovea manifestare; cioè che fusse cagione del turbo della Luna, della qual cosa dirà nella sequente parte.

C II — v. 12-126. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come Beatrice incominciasse a dimostrare la cagione vera del turbo che appare nel corpo della Luna; e finge che si facesse da lunga, dimostrando ciò che dice santo Agostino e tutti li Teologi che Iddio è prima e somma cagione di tutte le corporali e spirituali mutazioni, e così è cagione de le qualità che sono nei corpi celesti varie e differenti, e così è cagione del turbo e del chiaro ch’è ne la Luna; e questo finge l’autore convenientemente: imperò che, inducendo a parlare Beatrice, nolla dè introducere altremente che parlino quelli, li quali ogni cosa riducono a Dio, sì come a prima e vera cagione d’ogni cosa corporale e spirituale. Ma niente di meno l’autore sapea bene quello che diceno li omini li quali n’ànno diverse oppinioni, sì come coloro che diceno quello che è detto di sopra; cioè che la rarità sia cagione del turbo de la Luna; la quale oppinione l’autore nostro dimostra di sopra essere falsa. Altri sono che diceno che lo corpo lunare è fulgido come è uno specchio, e però in esso si riflettono li raggi solari come in uno specchio: e come nello specchio si rappresenta a la vista di chi vi guarda ogni cosa postali dinanzi; così diceno che nella Luna si rappresenta e figura la spera della terra che è divisa in tre parti; cioè Asia che è la parte orientale et è grande quanto l’altre due insieme col mare mediterraneo; Africa che è dalla parte miridiana; et Europa che è dalla parte settentrionale, et amendue si stendeno infino a l’occidentale oceano, et intorno a la terra e di sotto è la spera dell’acqua, la quale anco si rappresenta nella Luna come in uno specchio; e però tutta l’altra parte nella quale si rappresenta l’acqua è chiara nella Luna, e quella nella quale si rappresenta la terra, è turba: e come sono le tre parti de la terra; così si vedeno tre turbi, l’uno grande come è [p. 74 modifica]Asia; e li altri due minori, come è Africa et Europa. E questa oppinione approva per la lettera di questa cantica nel canto xxii, quando dice l’autore ch’elli, essendo nel segno di Gemini, vide sotto di sè tutte le spere e la terra, e vidde la Luna volta in su senza quell’ombre ch’ella à quando è volta ingiù a noi, e diceno che n’è cagione: imperò che la terra non splende in essa nell’acqua allora: imperò che in verso la terra è volta la parte opaca; e dice nel detto luogo lo testo: Vidi la fillia di Latona; cioè la Luna, incensa; perchè era allora in combustione: imperò che era volta al Sole e non in ver la terra, Senza quell’ombre; cioè essere in lei, Che; cioè le quali, mi fur cagione; cioè a me Dante, Per che io già la credetti rara e densa; come è stato detto di sopra. Ecco che per questo diceno che assai si comprende che l’autore volea che l’ombra della terra sia cagione dei turbo de la Luna: imperò che, quando non ragguarda la terra, finge che sia senza lo turbo; ma questa oppinione dannano molti per la ragione della Prospettiva dicendo che, se questa fusse vera cagione, quando la Luna è nell’oriente non arebbe se none una ombra, cioè quella d’Asia; e quando è nell’occidente n’arebbe due, cioè quella d’Africa e d’Europa; e questo non è vero che sempre l’à tutte e tre, dunqua non è vera la detta cagione. Or adunqua volendo mostrare lo nostro autore quello che diceno li Teologi, dice che Beatrice parlasse in questa forma, ponendo prima una maggiore la quale è questa: Tutti li corpi celesti cagionano diversi effetti giuso nelle cose inferiori, secondo la potenzia loro e la virtù de le intelligenzie infusa in loro; e questo prouva dimostrando l’ordine de le influenzie che li corpi di sotto ricevono da quelli di sopra. Dice dunqua così: Dentro dal Ciel de la divina pace; questo cielo del qual parla è lo cielo empireo, lo quale è di luce e d’amore come dirà di sotto, et è quieto: imperò che non si gira, e perciò lo chiama l’autore Cielo de la divina pace: imperò che in esso, nè sopra esso nulla turbazione può essere, nè mutamento, anco pace, riposo et allegrezza: imperò che sopra esso et in esso è vita eterna: imperò che quine è Iddio nostro creatore e di tutta la composizione mundana, Si gira un corpo; questo è lo primo mobile che si chiamò lo cielo cristallino, et è lo nono cielo contenuto dentro dal cielo empireo, e però dice l’autore che Beatrice dicesse che questo corpo che è lo nono cielo primo mobile si girasse dentro dal cielo empireo immobile, nel quale, o vero sopra ’l quale, è Iddio e la corte sua di paradiso, ne la cui virtute; cioè ne la virtù del quale nono cielo, iace; cioè sta, L’esser di tutto suo contento; cioè lo conservamento dell’essere e la virtù motiva et effettiva di tutta la sua contenenzia: questo nono cielo primo mobile contiene dentro da sè tutti li altri cieli che sono otto, cioè lo cielo stellifero nel quale è lo Zodiaco, che è lo [p. 75 modifica]supremo che dalli abitatori della terra si vegga, dentro dal quale sono li sette cieli dei sette pianeti. Li quali sono ordinati nelle sue spere più bassi l’uno che l’altro, e non sono di materia compatta che impacci la nostra vista come è l’ottavo, come già è stato detto di sopra nella presente cantica; e tutti si muoveno col primo mobile e fanno una revoluzione in 24 ore da oriente ad occidente e di quinde ad oriente, e per quello moto naturale et uniforme pilliano virtù effettiva, ciascuno secondo la sua potenzia di conservare sè in essere e l’altre cose inferiori; e niente di meno ciascuno si muove e gira col suo proprio movimento, per contrario moto dall’occidente in oriente e quindi poi in oriente sì, che l’ottavo cielo in cento anni va uno grado, e così in 36000 anni fa lo giro suo, e Saturno poi in 30 anni, et Iove in 22, e Marte in dodici anni, e lo Sole in uno anno e 6 ore, e Venere quasi in altrettanto, e Mercurio quasi in altrettanto, e la Luna tanto è più bassa che le fa in 27 di’ e quasi ore otto, com’è stato detto di sopra. E però dice l’autore che Beatrice disse che nella virtù del nono cielo giace l’essere di tutto lo suo contento: imperò che in esso contenuti stanno tutti li altri, et esso colla sua virtù muove tutti li altri secondo lo moto suo naturale in 24 ore, et esso infonde in tutti li altri col moto la sua virtù effettiva, che è cagione del conservamento dell’essere de li altri e del movimento sì come li angeli motori dei corpi celesti, cioè dei pianeti dei quali l’uno è distinto dall’altro, che è cagione del conservamento dell’essere suo e del movimento suo. Lo Ciel seguente; cioè l’ottavo, ch’à tante vedute; cioè lo quale à tante stelle 53 che tutte si veggono, e però le chiama vedute, Quell’esser; cioè quello esser, cioè quella virtù essenziale motiva et effettiva; e dèsi intendere 54 essenziale, cioè che à a conservare l’essere che è nella virtù del cielo nono, e che à da lui, parte per diverse essenzie; cioè per diverse sostanzie, che à in sè esso cielo ottavo, Da lui distinte; cioè da esso cielo ottavo distinte e seperate sì, come sono le stelle che sono in esso, che sono d’altra materia che esso cielo ottavo, et altri effetti ànno, e da lui contenute: imperò che tutte quelle stelle si contengnano dentro in lui, benchè siano essenzie diverse. Le distinzion; cioè le divisioni dei corpi celesti, cioè dei pianeti dei quali l’uno è distinto da l’altro, che ànno dentro da sè; cioè le quali ànno, Li altri giron per varie differenzie; cioè li 7 cerchi dei pianeti per varie differenzie: imperò che molto è differente l’uno da l’altro e sì per la sua altezza e sì per le sue vie e movimenti e per li suoi effetti, [p. 76 modifica]che sono cagione delli effetti inferiori, Dispongon; cioè dispongano, al lor fine; cioè al suo debito e ordinato fine, lor semenzie; cioè le lor virtù creative, che sono cagione delli effetti inferiori, siccome lo seme è cagione della biada che dè venire, e quella che dè venire è poi cagione del seme; e così li effetti dei corpi celesti, che sono effetti per rispetto delle cagioni di sopra, sono cagioni delli effetti inferiori, e così sono cagioni et effetti per diversi rispetti: e come sono diverse cagioni; così induceno diversi effetti e contrari l’uno a l’altro, et alcuni concordevoli effetti. Et acciò s’intenda mellio quello che detto è, debbiamo sapere che l’autore nostro vuole dimostrare che ’l primo mobile abbia in sè virtù infusa da Dio, e da’ motori in lui, la quale à a conservare l’essere suo da tutti cieli e delli epolitici contenuti dentro da lui, e virtù motiva et effettiva che muove tutti li altri cieli e elementi, e cagiona tra loro diversi effetti, cioè le loro varie e differenti potenzie, sicchè la virtù del superiore infundesi nello inferiore, tutti e cagiona in loro diversi effetti secondo che sono diversi li tempi inferiori; ma più efficacemente nei più presso, sicchè la virtù del superiore infunde nel suo prossimo inferiore e mutasi, secondo che è dimostrato, l’uno dall’altro nel suo essere. E però per questo seguita che ’l primo; cioè lo nono, infunde nello ottavo, e’ diversi motori sì che ogni corpo celeste; cioè ogni cielo, à li suoi motori, e chiamansi intelligenzia; e benchè ad uno cielo siano più motori, una intelligenzia si chiama, sì come un’anima che muove lo corpo e vivifica con più potenzie, più efficacemente che nei più bassi, la virtù essenziale, cioè conservativa dell’essere motiva e effettiva; e l’ottavo quella virtù mutata in lui, secondo la sua potenzia, e appropriata a lui infunde nel settimo pianeto più che ne li altri, e così lo settimo nel sesto, e così discendendo in tutti, ciascuno à la sua propria virtù infusa dal suo superiore mutata secondo la sua potenzia. Et oltra queste virtù ciascuno pianeto àe la sua virtù infusa da’suoi motori moventili secondo lo moto difforme, e così l’ottavo cielo; e sempre lo superiore infunde nello inferiore; ma non e converso, che lo inferiore infunda nel superiore: aiuta ben o contrariando contra l’effetto del superiore, e però ben dice l’autore: Questi organi del mondo; chiama questi cerchi e cieli organi: imperò che come li organi corporali de l’omo rispondono li vitali tutti al cuore che è fonte della vita, e l’ intellettuali e sensitivi al cerebro che è fonte del sentimento, e li nutritivi a lo stomaco che è fonte del nutrimento: imperò che da loro principio pigliano e cagionansi come li effetti de le cagioni, e sono cagioni de li altri organi di sotto da loro, e tutti questi organi principali, cioè cerebro e stomaco; niente di meno ànno l’essere loro e la vita dal cuore, siccome dal principale [p. 77 modifica]membro; così tutti li cieli e li pianeti e le stelle ànno l’essere da Dio siccome prima cagione d’ogni cosa, et à Iddio posto in essi 55 diverse virtù secondo che sono diversi corpi e differenti e diversi motori, sì che ogni corpo celeste; cioè ogni cielo, à li suoi motori e chiamansi intelligenzia. E benchè ad uno cielo sia più motori, una intelligenzia si chiama, siccome una anima quella che muove lo corpo e vivifica con più potenzie, et a tutti àe posto et ordinato li suoi motori che li muoveno ad operare li loro effetti, come l’anima muove ad operare lo suo corpo ch’ella vivifica, sì che ciascuno corpo celeste àe li suoi motori: come lo corpo de l’animale à una anima con più potenziè; così lo corpo celeste àe più agnoli motori che sono una intelligenzia, detta come più potenzie un’anima. E però lo primo ordine de li Angeli àe a cagionare lo moto del primo mobile e farlo operare si li suoi effetti, e questi sono li Serafini; lo secondo ordine, che sono li Cherubini, àe a movere Saturno 56 e farlo operare li suoi effetti; lo terzo ordine, che sono li Troni, ànno a movere Marte e farlo operare li suoi effetti; lo quarto ordine, che sono Dominazioni, lo secondo pianeto che è Iove; lo quinto ordine, che 57 è Virtudi, lo terzo pianeto che è lo Sole; lo settimo ordine, che è Principati, lo quinto pianeto che è Venere; l’ottavo ordine, che è Arcangeli, lo sesto pianeto che è Mercurio; lo nono et ultimo ordine, cioè Angeli, lo settimo et ultimo pianeto che è la Luna. E tutte queste intelligenzie sono mosse da Dio, essente immobile: imperò che, come diceno li Filosofi, Iddio muove come inteso ed amato, cioè come la cosa intesa ed amata muove l’intellettore et amatore, bench’ella stesse immobile; così le intelligenzie, che sono tutte amore, si girono intorno a Dio, che è quello che intendeno, amano; e sè movendo e girando intorno a lui, intendendo et amando sempre lui, amano e muoveno le cose a loro ordinate a muovere e commesse da Dio co la virtù che Iddio à dato, e posto in loro. E però ben dice: Questi organi del mondo; dei quali è stato detto di sopra che ànno a conservare e mantenere lo mondo nel suo essere, come li organi corporali de l’omo lo corpo umano in vita, così vanno Come tu vedi; cioè tu, Dante, omai; cioè oggi mai, di grado in grado: imperò che le prime intelligenzie muoveno lo primo mobile, e tutte le spere dentro da lui contenute, secondo lo movimento uniforme e naturale che si fa in 24 ore, che è conservativa cagione dell’essere di tutta la composizione e l’ essere lo secondo cielo stellifero, e così dalli altri come è stato detto di sopra. Ma è da notare che l’ottava spera e l’altre [p. 78 modifica]contente 58 dentro da lei, cioè dei pianeti, ànno due movimenti; cioè uno da oriente ad occidente che n’è cagione lo primo mobile e li motori suoi, e questo movimento è detto uniforme che si fa in 24 ore, e secondo questo movimento ànno tutti virtù effettiva, infusa dal primo mobile in loro, ciascuno secondo la sua potenzia di conservare l’essere delli inferiori, e però si diversifica la virtù effettiva in loro, cioè per le diverse potenzie; l’altro movimento è erratico e difforme che si fa per virtù de’ motori, dall’occidente inverso l’oriente, lo quale poi torna dall’oriente a l’occidente e compiesi in diversi tempi, come è stato detto di sopra, lo loro circulo. E secondo lo suo moto ciascheduno induce li suoi effetti, li quali sono cagioni delli effetti inferiori: imperò che quello di sopra infunde la sua virtù effettiva a quello che è di sotto a lui, e quello si diversifica secondo che è diversa la sua potenzia da quel di sopra, e così quel cielo infunde la sua virtù effettiva all’altro di sotto a lui, e l’altro a l’altro, e, così per ordine. E dèsi intendere che lo superiore non solamente infonde nel suo prossimano, inferiore; ma in tutti li corpi inferiori; ma nel più presso più efficacemente, che nè’ più dilungi, et accordandosi insieme aiuta l’uno l’altro, e contrariandosi l’uno contempera l’altro. E chiamali l’autore organi anco per altra cagione che quella che è detta di sopra, cioè: imperò che organo è istrumento musico, e tutti questi cieli fanno dolcissimo suono, et àe ciascuno la sua propria melodia; e se dicesse come lo suono di sì grandi corpi non è udito da noi, dice Macrobio Super somnio Scipionis, che come sono certe cose sì alte che trascendono l’umano intelletto sì che non le intende e non le comprende; così sono certi suoni che trascendono la nostra virtù dello audito, e pone lo esemplo de la caduta del Nilo in quello luogo dell’Etiopia dove cade d’altissimi monti giù in uno grande fondo che si chiama Catadupla; lo quale suono è tanto immenso, che per li auditori non s’ode come se non fusse; e così non s’odeno li suoni dei detti cieli da noi, perchè la virtù dell’audito è determinata in noi sì, che non può più stendersi che sia ordinato dalla natura. Chè; cioè imperò che, di su prendono; cioè la virtù dei suoi effetti dai motori suoi, e di sotto fanno; cioè infondono giuso nelle cose di sotto questi loro effetti che sono cagioni delli effetti de le cose del mondo sì, che quelli che sono effetti dei corpi celesti sono cagione delle cose del mondo. Riguarda ben; cioè tu, Dante, dice Beatrice, omai; cioè ingiummai, sì come io; cioè sì come io Beatrice, vado Per esto loco; cioè per questo argomento demostrativo. al ver; cioè a la verità, che; cioè la quale, tu disiri; cioè tu desideri di sapere, cioè che sia la cagione [p. 79 modifica]della varietà dei corpi celesti c delle loro qualitadi, ; cioè per sì fatto modo riguarda, che poi; cioè possa tu, Dante, sappi sol; cioè per te medesimo, tener lo guado; cioè lo passo sicuro per li dubbiosi pensamenti, che possano nascere intorno a la presente materia: imperò che, posto l’antecedente, seguita ogni dubbio dichiarato; cioè che Iddio è cagione prima di tutte le cose create mediata 59 o immediata de’ loro accidenti; cioè solo o facente occorrere altre cagioni al suo operare: guado propriamente è lo passo sicuro del fiume lo quale s’appiatta sotto l’acqua, e così la verità nascosa sotto alcuno velame degnamente si può chiamare guado.

C. II — v. 127-138. In questi quattro ternari lo nostro autore finge che Beatrice, continuando la sua ragione incominciata di sopra, adiungesse a la maggiore proposizione posta di sopra, che è questa: Li cieli col suo movimento cagionato dalle intelligenzie superiori acquistano diverse virtù e cagionano diversi effetti e diversi accidenti in loro e nelle cose inferiori, come è dimostrato nella parte detta di sopra. Ora seguita la minore; cioè e lo loro movimento e la virtù infusa in esso è cagionata dai suoi motori, e li suoi motori sono mossi da Dio, e la virtù che infundeno nei corpi celesti è infusa in loro da Dio; dunqua Iddio è prima e somma cagione di tutti li effetti et accidenti che sono ne’ cieli. E benchè io abbia posto qui la conclusione, l’autore nostro la pone più giuso nella fine del canto; cioè una conclusione che nasce da questa che solve lo dubbio posto di sopra, come apparrà nel testo. Ora pone la minore, induccndo a parlare Beatrice, come l’à introdutta infino a qui, dicendo così: Lo moto; cioè del primo mobile e delli altri cieli, e la virtù, cioè la potenzia de l’operare e cagionare li effetti e li accidenti diversi, dei santi giri; cioè dei corpi celesti che sono santi, che girano continuamente, e con quel girare acquistano virtù e potenzia d’operare e cagionare, e cagionano et operano, Come dal fabbro; ecco che per similitudine dimostra come si debbia intendere l’operare dei cieli; cioè come l’operare del martello che mena colla sua mano lo fabbro e fabbrica con esso diversi istrumenti, come dimanda la ragione dell’arte; nel quale fabbricare lo fabbro è lo agente; ma lo martello è lo istrumento: e così nelle operazioni dei cieli li cieli sono lo istrumento, e l’agente sono li motori, l’arte del martello; spira 60, s’intende, l’arte del martello, cioè l’arte che lo fabbro esercita col martello, così convien che spiri; cioè che esca fuora, Da’ beati motor; cioè da li angioli beati che sono motori dei cieli, come dal fabbro l’arte del martello. E che questo sia vero lo dimostra per lo cielo stellifero che è l’ottava spera, dicendo cosi: [p. 80 modifica]Lo Ciel; cioè stellifero ottavo, cui; cioè lo quale, tanti lumi; cioè iufmiti lumi delle stelle, che sono fisse in lui, fanno bello: imperò l’adornano coi suoi splendori, Dalla mente profonda; cioè da Dio, lo quale chiama mente profonda, come Boezio che disse nel terzo libro della Filosofica Consolazione: Mentemque profundam Circuit, et simili connectit 61 imagine cœlum; e chiamasi mente profonda, perchè lo suo sapere non à fondo, nè fine, che; cioè la quale profonda mente, lui; cioè esso cielo ottavo, volve; cioè gira per mezzo dei suoi Cherubini quanto al moto suo difforme, e quanto al moto naturale et uniforme per mezzo del primo mobile che si muove e gira per mezzo dei 62 Serafini, Prende l’image; cioè pillia la virtù in lui improntata, come s’impronta l’imagine sculta nel suggello, nella cera, e fassene suggello: imperò che esso impronta poi la virtù improntata in lui ne le cose inferiori, secondo la sua potenzia. Et arreca una similitudine, per mellio dimostrare quello che dirà di sotto, dicendo: E come l’alma; cioè l’anima umana, dentro a vostra polve; cioè dentro allo vostro corpo che è di polvere: imperò che fu fatto di terra et in terra tornerà, Per differenti membre 63; come sono quelle del corpo umano, e conformate; cioè insieme fatte, atte et ordinate, A diverse potenzie: come le mani a toccare, li piedi ad andare, li occhi a vedere ec., si risolve; cioè si spiega e stende: imperò che una anima è quella che dà virtù d’operare a tutti li membri le sue operazioni. Così l’intelligenzia; ecco che adatta la similitudine, dicendo che così la intelligenzia, cioè li angnoli motori che sono posti a movere quello cielo ottavo; e dice intelligenzia in singulari 64 e non intelligenzie in plurali: imperò che tutti quelli motori sono come una anima, e tutti sono di uno medesimo intendere sì che ben si possono dire intelligenzia, sua bontate; cioè sua virtù data loro da la Bontà Divina, Multiplicata; secondo che è bisogno a ministrare a tutte le membra di quello cielo, che sono tante stelle 65 che sono innumerabili, per le stelle spiega; cioè stende et infunde per le stelle del cielo ottavo, dando loro virtù di potere operare li loro effetti, Girando sè; cioè essa intelligenzia, sopra sua unitate; cioè sopra esso corpo celeste che è uno, sopra ’l quale girandosi l’intelligenzia gira e muove in giro esso cielo. E ben dice che la intelligenzia si giri sopra lo cielo: imperò che come l’ anima nostra stando d’ entro nel corpo muove lo corpo, così li motori stando di fuori al corpo celeste, muoveno lo corpo celeste senza fatica, come l’anima nostra non s’affatica in muovere lo corpo nostro. E come [p. 81 modifica]l’anima nostra inanzi che muova l’omo et il corpo è mossa dalla cosa di fuora prima come dal fine; e poi che è intesa et è nel corpo siccome da agente, le quali due cagioni sono distinte 66 appresso noi; cioè agente e finale, nelle cose che sono forma in materia: imperò che la forma della cosa quando è intesa muove come agente, e la cosa fuora dello inteletto nella sua materia muove come fine; ma la cosa che è pura forma muove a l’uno et a l’altro modo siccome Iddio che è pura forma: imperò che inteso muove agente, et amato come fine: imperò che come elli è inteso così è amato e muove come fine, ponendo amore nelle cose inanimate per la inclinazione naturale; così la intelligenzia è mossa da Dio, inteso da lei sì come da agente e da amato siccome da fine: e così mostra come da inteso opera colla 67 voluntà a virtù infusa da Iddio nei cieli 68: imperò che li cieli disposti a ubedirc a Dio collo istinto che Iddio à posto in loro seguitano la virtù che esce da la voluntà della intelligenzia e muovensi, ricevuta quella in sè ad operare secondo le sue potenzie, e poi la intelligenzia mossa da Dio, come da amato, ritorna a lui siccome al suo fine, e così girandosi intorno a Dio con movimento circulare muove circularmente li cieli che la seguitano colla sua virtù infusa in loro. E così la virtù infusa da l’intelligenzia siccome vita, nel corpo celeste, cagiona li suoi effetti nelle cose inferiori secondo la potenzia del corpo celeste col quale essa virtù si lega, come si dirà di sotto.

C. II — v. 139-148. In questi tre ternari et uno versetto lo nostro autore finge che Beatrice ponesse la sua conclusione, dicendo così: Virtù diversa: imperò che diversi motori infundeno diverse virtù, fa diversa lega; cioè diversa colligazione ad operare diversamente, Col prezioso corpo; cioè celeste lo quale è di materia purissima, e però lo chiama prezioso, ch’ella; cioè che essa virtù, avviva; cioè vivifica: imperò che lo fa muovere et operare li suoi effetti, Nel qual; cioè corpo celeste, sì come vita; cioè come anima vegetativa nel corpo umano, in lui; cioè in quello corpo celeste stante, si lega; cioè si coniunge; e questo è cagione de la diversità delli effetti: imperò che altro effetto à uno corpo celeste che uno altro: imperò che la forma opera, secondo che la materia è atta a ricevere, Per la natura lieta; che è Iddio, simplice forma immutabile da la quale creati sono li angnioli; e però si chiama, natura lieta; perchè sempre sta lieta: imperò che Iddio è sommo bene, unde; cioè da la quale natura lieta, deriva; cioè descende, La virtù mista; cioè meschiata angelica che è di natura immutabile, in quanto è confirmata in grazia, e non dè avere fine, et è di natura [p. 82 modifica]mutabile in quanto fa l’operazione sua successivamente di tempo in tempo, e così le intellezioni sue. E per tanto si dice natura 69 mista, infusa nel corpo celeste, che la mista vivifica; e questo è secondo Boezio nel libro terzio della Filosofica Consolazione che dice: Tu triplicis mediam naturœ cuncta moventem Connectens animam, per consona membra resolvis. Quœ cum secta duos motum glomeravit in orbes, In semet reditura meat, mentemque profundam Circuit, et simili connectit 70 imagine cœlum. Potrebbesi anco intendere la virtù col corpo celeste mista; cioè infusa da’ motori in esso, e però dice, per lo corpo; cioè celeste ch’ella vivifica, luce; cioè risplende; e così addimostra che cosa sia cagione dello splendore dei cieli e delle stelle, che è la natura lieta, divina, formale, simplice, unde deriva la virtù mista, angelica, formale, Come letizia; ecco che dà ad intendere quello che à detto per similitudine, cioè che come la luce dell’occhio grillante mostra letizia e vedesi luccicare quando l’omo à letizia nel quore; così la letizia divina dai motori infusa co la virtù loro mista nei corpi celesti li fa splendenti, e le stelle più splendenti fa razzare. Da essa; cioè natura lieta, unde deriva la virtù mista nel corpo spirata 71 celeste da li angnoli, vien ciò che da luce a luce; cioè da stella a stella, Par differente; cioè disguagliantesi; ecco, posta la sua conclusione, nega la posta di sopra, dicendo: non da denso e raro; si dè intendere, viene la differenzia dei corpi. Essa; cioè essa natura lieta, unde deriva la virtù angelica mista, ispirata nei corpi celesti da’ motori, et a l’ora diventa essa virtù con materia mista; nei quali motori prima simplice è da Dio ispirata, è formal principio; cioè principio che dà essere al corpo in che ella è et ad ogni cosa creata: imperò che Iddio dà essere ad ogni cosa, che; cioè lo quale, produce Conforme a sua bontà; cioè risplende a la sua insita bontà che à in sè lo Creatore: imperò che come elli è sommo bene; così produce ogni cosa buona, et elli che è formale principio produce, lo turbo e ’l chiaro; che è nei corpi celesti. E questo si vede che, parlando secondo li Teologi, anco vera può essere la cagione di coloro che diceno 72 che n’è cagione l’ombra della terra, se la Prospettiva non contrariasse: imperò che se l’ombra della terra è cagione di quelle ombre che vedono nella Luna 73, è fatta da Dio di materia lucida come lo specchio, e nello specchio riluceno le cose rappresentate, seguita che Iddio è cagione del turbo che si vede nella Luna: imperò ch’elli è prima cagione di tutte le cose 74. Seguita lo terzo canto, finisce lo secondo.

Note

  1. C. M. nel quale
  2. C. M. ciò, la quale, dittali, ella la danna: nella seconda
  3. C. M. altissima e sottilissima;
  4. C. M. era corpo
  5. C. M. capacità
  6. C. M. permutazione quando si fa
  7. C. M. le distinzioni canti,
  8. C. M. mare; cioè la sua
  9. C. M. potrebbe dire a pieno della gloria di paradiso? Tornate
  10. Emenda fatta col Magliab. da-imperocchè-a-; et assegna - E.
  11. C. M. la sapienzia male andrebbe
  12. C. M. alla poesi ovvero al
  13. C. M. navigante
  14. C. M. diventato bifolco ;
  15. C. M. suo: l’ epiciclo è quel cerchio in sul quale
  16. Vadia; vada, intramessovi l’ i per dolcezza di lingua, come tuttora pronunzia il popolo toscano. E.
  17. Risprende; risplende, pel noto scambio tra le due liquide l ed r. E.
  18. C. M. preziosa che per altro nome si chiama perla: imperocchè la luna è di colore arientato, bianca come la perla; e benchè dica eterna, si dè intendere sempiterna: imperocchè ebbe principio e dè avere fine, e solo Iddio è eterno. Pottrebbesi ponere per perpetua, secondo che molti diceno dello Sole, e la Luna e le stelle saranno sempre; ma di po’ la fine del mondo si fermeranno e non gireranno più. Fu anche opinione d’alquanti Filosofi che ’l mondo
  19. Contemto; non curanza, dal latino contemptus. E.
  20. C. M. le sue parti dicendo
  21. Fo; voce del passato indicativo, oggi dismessa; ma non rara negli antichi: perocchè nella prima persona usarono foi per fui. E.
  22. C. M. sacramento dell’Altare, dicenti
  23. Vertate; ventate, come santà per sanità e simili, donde gli antichi sottraevano l’ i. E.
  24. Omi; dal plurale omo, come altrove.
  25. C. M. al corpo della Luna
  26. C. M. mondo perpetuo, e per questo
  27. Col Magliab. si è supplito da - Cain - a - vera narrando. E.
  28. C. M. lo savio, udendo l’ errore dello stolto, sorride; così fecie Beatrice, e poi
  29. C. M. sugiungerà
  30. La dottrina veramente dinamica, esposta dal Poeta sul raro e sul denso, è notabilissima in quel secolo. Beatrice rappresenta spesso l’ intuito oppositamente alla riflessione, come osserva il Gioberti. E.
  31. C. M. penetrabili o rari,
  32. C. M. per mostrare la verità poi secondo la Santa Scrittura; e però fingerà che risponda Beatrice, la quale oppinione finge ora che Beatrice danni, dicendo:
  33. C. M. frutti; cioè effetti de’ princìpi
  34. C. M. Quia ex
  35. Distributa; dal latino distributus. E.
  36. C. M. opinione speziale e singulare del corpo lunare, poi
  37. C. M. modo vacuo, Esto
  38. C. M. pelo è meno bianca;
  39. C. M. cominciò; e però dice: Nè l’eclissi del Sol: cioè ne l’ oscurazione del Sole: eclissi è vocabulo di Grammatica, e viene a dire defetto e mancamento, per trasparere;
  40. Vedremo; ora vedremmo. E.
  41. Qui mostrasi Dante molto conoscente di ciò che si appartiene alla luce reflessa e refratta. E.
  42. C. M. la cosa postali dinanti;
  43. Radio ; raggio, secondo il radius latino. E.
  44. l’erquote, quore e simili trovansi qui scritti alcuna volta col q ed alcuna col c, imitando il latino che usa persequutus, quum e persecutus, cum. E.
  45. C. M. di vostre arti ;
  46. C. M. esperienza che fa pruova
  47. C. M. lunare che si vede turba, del quale è stato ditto di sopra, e i du;
  48. C. M. pone equalmente,
  49. C. M. quantità del lume
  50. C. M. li lumi prossimani che
  51. C. M. che altrove
  52. C. M. lo monte o la pietra in su la quale ella è o sta: subietto è quello che sottostà a la cadente, et ecco da che rimane nudo, e dal colore.
  53. Secondo il Gioberti, Dante chiamando le stelle vedute o viste , allude alla potenziale intelligenza delle stelle e alla intrinseca analogia della mentalità e della luce. E.
  54. C. M. virtù essenziale,
  55. C. M. in essi divise virtù
  56. C. M. muovere l’ottavo cielo e
  57. C. M. Virtutes muove lo terzo pianeto che è Marte; lo sesto ordine che è Potestates, lo quarto pianeto che è lo Sole; lo settimo ordine che è Principatus,
  58. Contente: contenute, cavatone 1’ u come nel participio latino contentus. E.
  59. C. M. mediate o immediate
  60. C. M. sopra, s’ intende, cioè l’arte che lo
  61. convertit
  62. C. M. dei Cherubini, o vero dei
  63. Membre, come geste, stride ec. dal singolare membra, gesta, strida. E.
  64. Singulari, plurali, suppostovi numero e terminato in i come leggieri, pari e cotali. E.
  65. C. M. che sono universali, o vero sono
  66. C. M. appo noi;
  67. C. M. che la volontà e virtù
  68. C. M. da Dio in lei ne’
  69. C. M. materia
  70. convertit
  71. C. M. spirata nel corpo celeste dalli angeli,
  72. C. M. dicono
  73. C. M. Luna, e la Luna è
  74. C. M. cose. E qui finisce lo secondo canto del paradiso, e seguita lo terso.
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