Dell'obbedienza del cavallo/Parte III/Capitolo III

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Parte III - Figura I Parte IV
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CAPITOLO TERZO

Delle cavalcate, Mostre, Balletti, Giostre, e Giuochi di teste e Anello.

Non può mettersi in dubbio, che col capitolo antecedente a questo non venga dato termine e compimento a tutto ciò che riguarda il mio assunto sopra l’obbedienza del Cavallo da campagna, da caccia, da guerra, e da maneggio, e può dirsi anche da carrozza e da tiro; poichè non v’è altra differenza dal portar sul dorso, e tirar di petto che fa il Cavallo nelle sopraddette due funzioni, che quella che porta seco la chiamata del Cavaliere, da Cavallo con le redini della briglia corte in mano, e quella del Cocchiere, da cassetta con le redini lunghe, come lo richiede la maggior distanza dalla testa, in cui si ritrovano le sue mani, a differenza di quella in cui si trovano quelle del Cavaliere, l’istesso dovendo essere il metodo dell’esecuzione della chiamata tanto nell’una che nell’altra distanza, per le ragioni addotte, e che sarebbe superfluo replicare; e viene in fine dato compimento insieme a tutto ciò che riguarda l’opera del Cavaliere, che deve metterla in esecuzione.

Contutto ciò non credo male a proposito di dire anche qualche cosa in compendio delle [p. 255 modifica]Cavalcate, delle Mostre, dei Balletti, delle Giostre, e Giuochi di teste, che sogliono farsi nel solennizzare le feste con simili spettacoli, perchè non resti ammesso cosa, dove ha luogo l’opera del Cavallo, e del Cavaliere; dico in compendio, perchè non mancano autori che ne hanno trattato ex professo,ai quali può ricorrere chi ha piacere d’aver di esse una contezza maggiore, bastando a me solo di suggerire ciò che può far più spiccare e dar risalto alla destrezza e leggiadria del Cavaliere, e all’obbedienza ed abilità del Cavallo.

Consistono le Cavalcate, in quel corteggio che fanno diversi Cavalieri a Cavallo, al Principe, o a chi lo rappresenta nelle feste di parata.

Più che nella bravura dei Cavalli consiste il pregio di questa funzione, nella magnificenza della comparsa, e nell’ordine ed uguaglianza della marcia, di manierachè ciascuno dei Cavalieri mantenga sempre il suo posto in linea con il compagno che ha di fianco, ed in mezzo in egual distanza da quello che lo precede e quello che lo seconda, ond’è forza che ciascheduno sempre tenga d’occhio gli altri, per potere col suo Cavallo secondare l’azione loro. [p. 256 modifica] Sogliono però i Cavalieri esser vestiti da Città in calzette, e non devono avere in tal funzione altr’arme che la spada da cingere, che sogliono portare al fianco; il vestito sia dell’ultimo gusto e ricchezza, e dell’istessa qualità sia anche il fornimento del Cavallo; la positura sua sopra di esso dev’essere graziosa, e disinvolta, ma senza eccesso ed affettazione, e con la faccia sempre allegra e giocale; la bacchetta, che ha in mano sia pendente verso la spalla con la punta voltata interra; può tenerla con l’una o l’altra mano, come più le piace, e meglio è se la tiene nella mano sinistra, perchè possa avere la libertà di servirsi della mano destra per cavarsi il cappello, quando occorra di fare il saluto, e per cavarsi e rimettersi in tasca il fazzoletto quando gli occorra di soffiarsi il naso, e può sol tener la bacchetta in mano con la punta voltata verso il cielo un poco pendente su l’orecchio sinistro, in occasione di dovere con il fischio d’essa ravvivare l’azione del suo Cavallo; come si tiene nelle scuole.

Il saluto pure deve esser fatto con grazia e disinvoltura, alzando mano con scioltezza per pigliare il cappello che ha in testa, e con destrezza abbassarla con esso per portarla sul fianco, ed allora darli compimento con piegar la vita dalla parte del collo del Cavallo dove si trova il personaggio a cui s’indirizza, [p. 257 modifica]per così evitare il colpo che riceverebbe infallibilmente nella faccia, se il Cavallo in quel tempo alzasse la testa.

L’azione del Cavallo deve essere il passo, eseguito con la maggior quiete e saviezza, ed essendo passeggiatore, o corvettatore può il Cavaliere farne pompa davanti alle Dame, o Signori di distinzione, nel passar d’avanti ad essi nella maniera seguente: Giunto in distanza proporzionata, si ponga il cappello in capo (quando per accidente lo avesse in mano, perchè farebbe troppo brutto vedere, se in quest’occasione lo tenesse in mano o sotto il braccio) e alzi la bacchetta, ed indi chiami il Cavallo al passeggio o alla corvetta, ed arrivato al pari di essi faccia la parata ed il saluto, per dar con questo il segno che a loro è indirizzata l’operazione; ed immediatamente rimesso il Cavallo sul passo torni a rioccupare il suo posto primiero per rimettersi in fila, ed ordinanza con gli altri, ma abbia l’avvertenza di non passar mai con essa il personaggio, al quale vuol far distinzione, perchè sarebbe un errore contro tutte le regole, il voltare ad esso le spalle prima d’averli fatto il saluto.

Della Mostra e Balletti

Per mostra s’intende quella che si fa delle operazioni dei Cavalli di maneggio in occasione [p. 258 modifica]di feste pubbliche, come era costume nella Città di Firenze, in tempo che regnava in Toscana la Casa Medici, nelle quali I Cavallerizzi erano obbligati ogn’anno di far mostra alla presenza del sovrano, di qualche Cavallo dei migliori della scuola loro, per obbligargli a non trascurare il loro dovere nel corso dell’anno con questo stimolo; ebbe termine questo costume alla morte del Gran Duca Giò: Gastone, stante la mancanza e della Corte, e della Cavallerizza in Firenze; e allora fu che il Principe di Craon, Presidente del Consiglio dì Reggenza, e Cavallerizzo Maggiore di S. M. I. di Toscana, volle che in Siena il giorno di S. Rocco, quel Cavallerizzo, in vece d’andare a Firenze, come faceva, seguitasse ogn’anno a far mostra pubblica dei suoi Cavalli nell’istessa sua scuola; e perchè riuscisse più decorosa, stante i forestieri che vi concorrono, fu introdotto l’uso d’unire alla mostra dei Cavalli anche i Balletti in concerto a tempo di suono, con la giostra e gioco di teste, per darli compimento, il che tuttavia sussiste con applauso universale.

Quello che nei Balletti fa più impressione alla vista delli spettatori è, senza dubbio, la giustezza delle figure, e l’esecuzione di esse, fatta in tempo ed ultimata in cadenza, a seconda che porta la battuta del suono degl’istrumenti che l’accompagnano. [p. 259 modifica] Quindi è che se nelle cavalcate è sì necessaria la vigilanza dell’occhio, perchè a questa s’attribuisce più d’sogn’altra cola il buon ordine e l’uguaglianza della marcia, molto più lo deve essere nei balletti, le figure dei quali per essere più obbligate, richiedono maggior attenzione d’occhio, e d’orecchio ancora.

E in arbitrio del compositore di farle eseguire di passo, di trotto, o di galoppo, ovvero d’un misto di queste tre azioni, interrompendo l’una con l’altra poichè le altre che può fare il Cavallo, come lo sono le corvette, ed il salto, non possono servire che di ripieno, allorché la figura porta seco qualche vuoto, o per intermezzo tra l’una e l’altra, per dar riposo ai Cavalli.

Le figure più semplici oltre l’essere le più facili ad eseguirsi sono anche più vistose delle composte, e sono quelle, che risquotono il maggior applauso dagli spettatori; riprova, che il loro pregio consiste, come ho detto nella puntualità ed uniformità dell’azione dei Cavalli nei punti necessarj, talché sempre l’uno in trovarsi dirimpetto al compagno, faccia l’istesso che fa quegli.

La composizione delle suonate, conviene che sia adattata ed uniforme alla figura che deve essere eseguita; poichè il Cavallo non può secondare l’idea del compositore, come fa il ballerino, e però è d’uopo che la composizione [p. 260 modifica]secondi l’azione del Cavallo, affinchè nel punti dove cadono le mutazioni, vi cada anche la cadenza, perchè non potendo Il Cavallo far cambiamento d’azione alcuna senza un arresto o sospensione che interrompa quella ch’è in opera, come si è veduto a suo luogo, torna bene che in tal punto la cadenza dia segno al Cavaliere dell’arresto, e tempo al Cavallo di darli esecuzione poichè appunto questo facilita la figura, ed alla medesima dà ll risalto maggiore, e piacere alli spettatori.

Qui sotto darò l’esempio d’una figura semplice, per facilitare l’intelligenza dei giovani che non hanno mai veduto simili spettacoli, che potrà anche servir loro di modello e di norma per comporre da per loro delle più composte e difficili.

Si formi un quadrato simile a quello ottangolare che io ho proposto nel Capitolo antecedente, tagliato per mezzo dalle due linee che s’ intersecano nel centro, colla sola differenza, che in questo, vanno tagliati gli angoli in tronco, in vece di farlo con la curva sprolungata detta di sopra, solo abbracciando in avanti quel terreno ch’è necessario ai piedi di dietro del Cavallo, per potere abbandonare la linea in cui si trovano, ed occupare l’altra, perchè possa egli trovarsi in linea retta sopra la medesima in faccia all’altro Cavallo, ch’è situato sopra l’angolo opposto, come si vedrà in appresso. [p. 261 modifica]Richiede la figura che sono per proporre, l’azione di quattro Cavalli, perchè sempre devono essere dai medesimi occupati in un tempo tutti quattro gli angoli, ed in un altro tutti quattro i punti che formano le linee di mezzo, affinchè si trovino sempre nella medesima situazione, uno dirimpetto all’altro.

Il modo di metterli in opera è il seguente.

Nel tempo, che gl’istrumenti danno principio all’introduzione, compariscano sul campo i quattro Cavalieri a Cavallo, e di passo uno dopo l’altro in fila vadano ad occupare la linea del quadrato, la più vicina alli spettatori: due occupino gli angoli della medesima, e gli altri due lo spazio di mezzo, che corre dal punto che forma la linea che taglia il centro a quello dell’angolo, in forma che l’uno si trovi in egual distanza lontano dall’altro.

Qui fatta la parata, voltino faccia alli spettatori, e messa la bacchetta nella mano sinistra si cavino il cappello, e con abbassar la vita facciano il loro saluto alli spettatori nel modo divisato di sopra; ed indi rimesso con disinvoltura il Cappello in capo, ripiglino con la mano destra la bacchetta, e stiano fermi nella situazione in cui si trovano, finché gl’istrumenti non diano termine all’introduzione, e principio alla marcia; che allora tutti nell’istesso tempo devono voltare il loro Cavallo sulla mano destra per rimettersi in fila uno dietro all’altro, e fatto [p. 262 modifica]questo, quello che si trova alla testa della fila dia principio solo alla marcia, e vada ad occupare il punto che forma la linea che taglia il centro, e quando egli si trovi in distanza dal sopraddetto punto eguale a quello che corre dal posto dove si trova il secondo, all’angolo abbandonato dal primo, questo pure si metta in moto per potersi trovare in grado d’occupare l’angolo nel tempo istesso che il primo occupa il punto sopraddetto della linea; il terzo faccia il simile per occupare insieme con gli altri il punto della linea a lui vicino; ed il quarto si tenga fermo nel suo posto finché Il primo non giunga nell’angolo a lui opposto che li resta di fianco.

I tre che sono in marcia devono eseguire il passo con tal proporzione che l’uno occupi il punto abbandonato da quello che lo precede, nel tempo istesso ch’egli giunge nell’altro a lui respettivo della linea, o dell’angolo; il terzo, giunto all’angolo ivi si fermi, e così faccia il secondo quando arriva ad occupare il suo, lasciando che il primo vada a situarsi in quello che resta vuoto; ed allora gl’istrumenti con una cadenza diano termine alla marcia, ed in questo istesso tempo, il primo ed il terzo devono voltar faccia alla volta di quello che trovasi nell’angolo dirimpetto, e gli strumenti diano principio alla sonata sul tempo di quell’azione con la quale deve essere eseguita la figura, sia di passo, di [p. 263 modifica]trotto, o di galoppo, a seconda dell’abilità dei Cavalieri e dei Cavalli, dai quali deve esserli data esecuzione.

Tutti allora si mettino in azione, e vadano incontro l’uno dell’altro e nel tempo istesso formino la prima linea del respettivo loro quadrato piccolo; giunti al primo angolo si accoppino insieme due per due, e diano esecuzione alla seconda, e nel tagliar l’angolo di questa, abbandonino il primo compagno, ed accoppiandosi con l’altro che li venne in faccia, vadano insieme ad eseguirne la respettiva terza linea loro, e giunti al termine d’essa si abbandonino, voltandosi le spalle l’uno coll’altro, per andare a dar compimento colla quarta linea al quadrato; replichino allora un altro con l’istesso metodo, ed indi riformata di nuovo la prima linea giunti a fronte dei compagni, in vece d’accoppiarsi insieme, s’allontani l’uno dall’altro, con intraprendere una linea laterale alla volta dell’angolo diagonale, opposto a quello dove sono, e cambino mano tutti nell’istesso tempo in quell’adattata distanza da esso che fa d’uopo, per dare esecuzione alla mutazione, nell’atto di tagliare il medesimo angolo, per essere in tempo di riunirsi ai compagni, e per riformare due altri quadrati piccoli di concerto sulla mano opposta a quella su cui furono eseguiti i primi sopradetti; terminati questi facciano un’altra cambiata nell’istessa forma, e giunti su quell’angolo del quadrato grande su cui erano, [p. 264 modifica]quando dettero il primo principio alla figura, tutti quattro con una mezza volta si vadano incontro in mezzo al quadrato grande, ed allora quei due che voltano le spalle alli spettatori con un’altra mezza volta si pongano in linea con gli altri, e vadano insieme e di concerto ad occupare la linea istessa, dove presero posto quando si presentarono sul campo, ed alla cadenza del suono facciano la parata ed il saluto alli spettatori. Gli strumenti allora tornino a suonare la marcia, ed eglino voltato ciascheduno il loro Cavallo si rimettano in fila l’uno dietro l’altro, e ripiglino la marcia con egual distanza, e tornino luogo di dove partirono quando si presentarono sul campo, e ivi mettano piede a terra.

Della Giostra.

Giostra non è, che un nome generale, che abbraccia tutte le operazioni, che si possono fare con la lancia, e però sotto questo nome si comprende non solo l’incontro che si faceva anticamente da due Cavalieri armati lungo la lizza a vicenda o a campo aperto, ma anche tutte quelle che a questi sono state sostituite, dopo essere stati abbandonati.

Incontro, significa la corsa che facevano due Cavalieri armati lungo la lizza come ho detto, l’uno incontro all’altro per colpirsi nella faccia con la lancia, giunti nel mezzo della lizza dove non [p. 265 modifica]potevano a meno d’incontrarsi, o a campo aperto per iscavalcarsi, e non riuscendoli questo, gettata via la lancia e messe mano alla spada per fare ogni possibile l’un l’altro di guadagnare la groppa al Cavallo del competitore, per batterlo col piatto della spada sulle spalle, fino che da’ padrini non erano divisi.

La vittoria dei primi consisteva in chi faceva più punti, e questi si ricavavano dai colpi marcati dalla lancia sopra l’elmo che avevano in capo; poichè quegli che erano sopra la fronte dall’occhio in fu, marcavano tre punti, due dagl’occhi alla bocca, ed uno dalla bocca al collo, e ne perdeva uno chi feriva sotto il collo; e quello al quale nella corsa cascava per qualunque accidente la lancia, la spada, lo sprone, o le staffe, perdeva quantunque avesse fatto più punti degli altri, essendo questa la legge degl’incontri sopradetti.

E siccome in tali corse talvolta per rompersi la lancia nel ferire, la scheggia penetrando nella visiera feriva mortalmente il succumbente, e la caduta da Cavallo nel secondo, cagionava anche tal volta l’istesso inconveniente, questa fu il motivo, che fossero ambedue messi in disuso; e la grandiosa spesa che portava seco l’apparato e la comparfa non poco contribuì a farne levare affetto il pensiero; così in vece fu sostituito ad’essi il facchino.

Questo [p. 266 modifica]Questo era un uomo miserabile, che ben armato si poneva per bersaglio al colpo della lancia, ma la compassione in appresso fece sostituire ad esse una figura di legno armata di tutto punto da capo a piedi, e dipoi un solo busto, che furono intitolati saracino, che pure a lungo andare ebbero la sorte istessa degl’altri; si mascheravano ancora da fiera gl’uomini, per fargli servire di bersaglio movente, in simili feste di spettacolo, ma anche questa invenzione non andò troppo innanzi.

Quindi è che si pensò di sostituire al primo incontro antico la corsa dell’anello, e però anche in questa la vittoria consiste in far più punti, o portar via con la lancia più anelli.

L’anello è un cerchio fatto di lamiera fottile nel quale vi sono cinque buchi, uno in mezzo del suo centro che marca tre punti, due sopra di esso da parte, ciascheduno de’ quali conta due punti, e due di sotto paralelli a quei di sopra che ne contano uno per ciascheduno; questo è coperto di carta bianca, che copre tutti I sopraddetti buchi, è sostenuto in aria da una gentile molla, fermata nella sommità sua da un nastro movibile e intromessa in un cannone che pende all’ingiù, in quella giusta altezza che conviene, essendo questo retto da un braccio che sporge in fuori della lizza, quanto fa d’uopo che sia a portata, perchè il Cavaliere lo possa portar via colla punta della lancia. [p. 267 modifica] V’è anche, chi racchiude diversi anelli in una certa macchinetta fatta in forma di cuore, aperta dalle parti laterali, perchè possano escire con facilità, accomodati dentro di essa in forma che portato via quello ch’è fuora d’essa pendente, immediatamente comparisca l’altro nell’istesso posto, ed allora chi ne porta via più, vince, e quando accada che due ne abbiano portati via in egual numero, chi ha fatto meglio punto ha la vittoria.

Del gioco delle teste

Nel giuoco delle teste, che sono di carta pesta, dipinta al naturale, si rappresentano tutti li spettacoli antichi sopradetti; la prima testa che si piglia con la lancia, figura il primo incontro eseguito lungo la vela, la seconda che si colpisce col dardo, e l’ultime due che una si getta a terra col fendente della spada, e l’altra con infilarla con la punta d’essa, portandola così in trionfo, figurano l’incontro a campo aperto, e la terza e quarta che si gettano a terra col colpo di pistola rappresentano al vero il duello a Cavallo con la pistola che fu introdotto dopo l’invenzione della polvere.

Mio sentimento però è, che il giuoco delle teste meriti più applauso, per il vantaggio, che apporta al Cavaliere, che per quello che possa, meritare la rappresentanza sopradetta; poichè non [p. 268 modifica]può mettersi in dubbio, che questo cagioni nel medesimo quella scioltezza che dà risalto a tutte le operazioni sue, e che di più li faccia apprendere il maneggio dell’arme tanto necessario sì alla guerra che alla caccia; onde questo dev’essere la meta a cui devono tendere tutte le mire, e del Maestro che deve insegnarle allo Scolare, e del Cavaliere che deve apprenderle.

Due sono gli oggetti che riguarda il maneggio della lancia, uno è il ferire il bersaglio, e l’altro il farlo con grazia e disinvoltura; nelle giostre antiche il primo aveva giustamente la precedenza al secondo, ed ora nel giuoco delle teste e anello, deve esser preferito il secondo al primo, per le ragioni addotte.

Era in antico la lancia un’arme in asta di lunghezza quattro braccia, grossa e pesante nel calcio, e forte in punta, e però formata di legno di leccio o simile ad esso, perchè potesse resistere alla forza del colpo dell’incontro, ed alla durezza dell’armatura, sì nel ferire che per levar di sella il nemico, armata nella cima d’essa con una punta d’acciaro che la fasciava.

Il corpo della medesima era tirato a guisa di piramide in due riprese; poichè per la lunghezza d’un braccio e mezzo in circa, cominciando dal calcio, era grossa e pesante, e circa al mezzo di questa misura vi era un ricavo, che dava luogo alla presa della mano, ed a quest’effetto il legno ivi restato intatto era [p. 269 modifica]ridotto alla necessaria sottigliezza che richiedeva la capacità della mano di quel Cavaliere che doveva maneggiarla, senza intacco della figura piramidale di questo tratto, che pigliava regola dalla grossezza dell’estremità del calcio, e questa costituiva la prima ripresa.

Al termine della medesima aveva principio la seconda, assai più sottile, perchè regolata dalla proporzione che esigeva la punta che gli dava termine, la quale doveva essere di quella maggiore sottigliezza che comportava la necessaria consistenza, capace di resistere al colpo e durezza dell’armatura detta di sopra.

Sotto l’impugnatura vi era un cerchio di ferro di larghezza circa due dita, e di grossezza proporzionata a poter ricevere l’appoggio dell’arresta, in occasione di dover far resistenza con la lancia.

Arresta è quel ferro ch’era fermato in mezzo al fianco destro dell’armatura, sopra il quale il Cavaliere posava il calcio della lancia, quando si metteva in atto d’investire il nemico, ed è quello che dà ad esse il nome di arresta alla situazione della lancia, quando si pone in atto di ferire, quantunque manchino i sopradetti due ferri; il primo perchè si fanno in oggi le corse senza armatura, ed il secondo perchè non si pone più nella lancia per renderla più leggiera, e perchè la medesima non è sottoposta a resistenza alcuna, non dovendo nell’anello che forare la [p. 270 modifica]carta, di cui sono coperti i buchi, e per essere le teste di carta pesta; ed affinchè la lancia sia più facile a maneggiarsi non solo non si pone in esso il solito cerchio, ma si fa anche di legno leggiero com’è il faggio, e la prima piramide sopra l’impugnatura, si forma con quattro alette del medesimo legno riportatevi sopra, per scemare il peso della grossezza che richiede la proporzione del calcio, dalla quale piglia regola la figura piramidale, senza che questa resti deformata; e perchè tutto corrisponda in proporzione, in vece della punta d’acciajo vi se ne pone di latta.

Per passare a dar conto del modo di mettere in opera la lancia convien sapere che il moto, e l’azione che sono obbligati di fare la mano e braccio per mettere la lancia nella situazione più acconcia a ferire, che dicesi in arresta, come ho detto di sopra chiamasi aria, e che diversi sono gli errori che si commettono nel dare ad essa esecuzione, il che torna bene di mettere in vista prima di trattare di essa, per facilitar la cognizione della giustezza di come debba esser fatta con disinvoltura e buona grazia, ch’è il maggior pregio suo.

Il primo è quello di tener la lancia in forma che non cuopra, o impedisca la vista del bersaglio: un altro è di non muovere la vita o le spalle dal loro posto nell’atto di dare esecuzione all’aria sopraddetta, con l’azione della mano e [p. 271 modifica]braccio, sia con piegar la vita sia con portar le spalle in avanti o in dietro, o la vita in fianco per secondare la mano quando abbassa verso terra il calcio della medesima, e non è minore quello di vacillare in qualunque tempo la punta della lancia, d’abbassarla, che sommozzar si dice, di rimuoverla dalla pendenza in cui deve star sempre sopra l’orecchio sinistro del Cavallo, con attraversarla più del dovere da quella parte, o con voltarla verso la parte opposta, che svanita vien detta, e quello finalmente di ferire o colpire il bersaglio con una stoccata, o con farlo di sotto in su.

Altre tre sono le armi, che si usano nel giuoco delle teste, come si è veduto di sopra cioè il dardo, la pistola, e la spada.

Il dardo è un’altr’arme in asta con punta di acciaro in cima, molto più corta della lancia, perchè non eccede la lunghezza di un braccio e tre quarti in circa; affinchè possa scagliarsi di soprammano alla volta del bersaglio, ella pure è di costruzione in figura piramidale più sottile in cima, a proporzione che nel calcio; della pistola e spada, essendo armi usuali e a tutti cognite, è superfluo il far la descrizione, e però la tralascio, per appigliarmi a dar contezza del modo di maneggiare la lancia, e dipoi di quello come devono essere messe in opera le altre armi. [p. 272 modifica]Se dalla presa della coscia depende la fermezza a Cavallo, e dalla fermezza della vita la scioltezza della mano tanto necessaria per l’esecuzione con giustezza e buon garbo delle chiamate, come si è concluso nel capitolo antecedente, non può revocarsi in dubbio che da queste istesse deriva anche la buona grazia e quel garbo che dà risalto al maneggio delle armi, nel giuoco delle teste e anello.

Deve dunque il Cavaliere che si appiglia a dare esecuzione alla corsa dell’anello, o delle teste, situarsi nella positura istessa che si è indicata nel maneggio del Cavallo, affinchè la mano ed il braccio tutto possa essere nella sua scioltezza e in piena libertà di agire a suo talento, e a seconda che richiede il maneggio di quell’arme che deve esser messa in opera.

Diverse sono le arie che possono farsi con la lancia, e però è in libertà del Cavaliere la scelta di quella che più li piace, ed in tutte ne riporterà sempre l’applauso dovuto, quando sappia in esse conservare intatta la positura indicata della coscia e della vita, in maniera che queste non abbiano luogo di pigliar parte alcuna nell’azione della mano e del braccio, poichè allora non può a meno che il maneggio dell’arme sia esente dagli errori sopra additati.

Due sono quelle a mio parere, che sono le più vistose, e che ricevono più applauso [p. 273 modifica]dagli spettatori, e però di queste m’appiglio a fare la descrizione, lasciando indietro l’altre, perchè tanto basta per dar compimento all’impegno preso di fare un trattato in compendio, per istruzione dei giovani, che potranno ricercare dagli autori quella maggior cognizione che ave ranno piacere di avere.

La prima dell’arie sopraddette ch’è la più facile d’esecuzione, si fa nei seguenti tre tempi separati da un piccolo intervallo tra l’uno e l’altro; nel primo la mano accompagna il calcio della lancia lasciandolo andar giù da se stesso, finché ella non giunga in linea retta dirimpetto al ginocchio con moto pronto e presto, lì fermandosi con dolcezza, tanto che il braccio finisca di stendersi per evitare la scossa che riceverebbe la punta della lancia, la quale non deve mai nell’azione uscire dalla sua piega verso l’orecchio manco del Cavallo, e qui ne segue l’arresto per dar luogo al Cavallo d’eseguire la prima terza parte della corsa.

Nel secondo, la mano con prestezza solleva la lancia in linea retta, sinch’ella non giunga all’altezza di due dita sopra la salda del cappello dove deve fermarsi con la solita dolcezza perchè la lancia si mantenga ferma nel suo posto senza che la punta vacilli, per dar tempo al Cavallo di dare esecuzione alla seconda parte della corsa. [p. 274 modifica]Nel terzo tempo, la metà dell’aria viene eseguita dal ritiramento che fa il gomito all’ingiù dal punto dov’ebbe termine il secondo, fino al luogo dell’arresto, (ch’è allora quando il dito indice arriva ad essere dirimpetto alla bocca,) dove la mano subentra alle veci del gomito, per dare esecuzione senza intermittenza all’altra metà di questo tempo, abbassando la punta della lancia fino al bersaglio con l’istessa proporzione che il gomito ha eseguita la sua, in forma che sia secondata con questo terzo tempo esattamente l’ultima parte della corsa della lancia fino al bersaglio; passato questo, il Cavaliere non deve avere altro pensiere che di fare la parata, e la ripresa della lancia con disinvoltura, alzando la punta d’essa, e subito andare in giù con la mano fino al ginocchio, come fece nel primo tempo e con un semicircolo, o alzandola semplicemente e riportare il calcio sulla coscia, come l’aveva da primo.

Si può anche nel terzo tempo giunta la mano con la lancia in arresta ivi fermare la punta senza abbassarla per ciò fare tutt’in un tempo nell’atto di ferire il bersaglio, che dicesi ferire ad archetto, ed altri dicono a lichetto; il che fa più bel vedere, ma è molto difficile; nel mettere la lancia in arresta può appoggiarsi il calcio al braccio, ma non mai alla vita, perchè appoggiato ad essa non può a meno che la punta vacilli, o summozzi, ed esca dal suo [p. 275 modifica]posto; il che non segue quando è raccomandato al braccio.

La seconda che chiamasi la grand’aria perchè maggiore è in essa l’azione della mano e del braccio, di quella che richiede la prima, e però è anche più difficile; in essa devono essere eseguiti l’istessi tre punti che nella prima, d’abbassarsi, alzarsi, e venire in arresta per ferire, ma senza intermittenza, e di seguito a seconda della corsa del Cavallo di maniera che l’aria abbia l’istesso principio e fine con essa; il primo e terzo tempo suo non differiscono in cosa alcuna, da quelli della prima se non che in quest’aria sono fatti di seguito, e nell’altra con intervallo, ma nel secondo consiste tutta la differenza, perchè in questo tempo nella prima aria, la mano alza la lancia in linea retta dal ginocchio fino ch’ella non giunge a superar la falda del cappello, ed in questa fa l’istessa gita dopo avere steso il braccio quanto può in fuora, con formare un semicircolo all’in su, e di lì dà esecuzione al terzo senza intermittenza, nella forma istessa che vien fatto nella prima, come si è detto.

Montato dunque con tal cognizione il Cavaliere a Cavallo prenda la lancia nella mano destra, di maniera che l’impugnatura resti lungo la palma della mano abbracciata dai diti medio, anulare, e auricolare, con le punte dei medesimi voltate verso il suo petto, e lì tenuta con [p. 276 modifica]l’aiuto del polpaccio del police che deve stare steso lungo la medesima impugnatura, come l’indice pure deve stare steso dalla parte di fuora ma dritto, deve il calcio della lancia esser posato sopra la coscia con il gomito alto, in forma che faccia fare al braccio una linea quasi pararella alla terra: dico quasi, perchè ha da pendere alquanto verso d’essa; la punta della lancia deve pendere un poco verso l’orecchio manco del Cavallo, e mantenersi così sempre per non perder mai di vista il bersaglio, e l’asta non deve mai in nessuna occasione coprire il viso al Cavaliere, come più volte si è detto, e ciò è una delle cose più essenziali da osservarsi.

Questa è la positura in cui deve star la lancia quando il Cavaliere sta fermo in parata, e quando va di passo a pigliar posto; ma quando occorra di pigliar il galoppo è d’uopo che il Cavaliere la sollevi alquanto dalla coscia per tenerla sospesa, affinchè la punta non vacilli, ed esca dalla sua giusta situazione; ma non può esser ella tenuta così dalle dita con forza, perchè conviene che nel primo tempo dell’esecuzione dell’aria, le medesime s’allarghino, per dar luogo al calcio di poter fare il suo corso da se all’ingiù accompagnato solo dal police ed indice da principio, e dipoi voltati che stano questi, sostenuto anche dal medio e anulare assieme con loro, tutti con le punte voltate verso

M ni so [p. 277 modifica]terra, ed appoggiato, come se fosse un puntello da quella dell’auriculare, per impedire che possa dare in dietro e fare abbassare la punta alla lancia, ed è anche necessaria una tale scioltezza di mano, perchè nel tornare in su possano le medesime dita rimettersi nella loro primiera situazione.

Nel pigliar che fa il Cavallo la scappata convien prima d’ogn’altra cosa portare alquanto in fuora il calcio della lancia per non urtare nella coscia nel far l’aria, e per ottenere l’intento con grazia s’alzi il medesimo con prestezza circa a tre dita, e nell’istesso tempo con disinvoltura si pieghi un poco in fuori senza che il restante della lancia si apparti dal suo posto, e di lì dia immediatamente esecuzione a quell’aria che più li piace con il metodo sopra descritto, e questo si faccia quando il bersaglio sia l’anello.

Ma quando sia di mestieri di prevalersi di tutte le armi sopraddette, come segue nel giuoco delle teste, conviene primieramente che il Cavallo sia armato con le pistole caricate solo a polvere collo stoppaccio puro, o ripieno dentro di un pezzo di legno a guisa di palla, quando la testa che deve servir di bersaglio non sia situata in luogo che il colpo di pistola non possa pregiudicare a nessuno delli spettatori, che in caso diverso non converrebbe azzardare di mettere in scompiglio lo spettacolo, con qualche accidente [p. 278 modifica]di rincrescimento; ed il Cavaliere pure deve avere la spada prima di montare a Cavallo.

Situato che sia in sella così, si faccia dare allora il dardo, e ponga il calcio suo sotto la coscia destra, in forma che venga a restare l’asta tra il sedere e l’arcione della sella, e la punta sopra quello di dietro sollevata in aria, in maniera che si possa pigliare con facilità con la mano quando fa d’uopo; accomodato il dardo al suo posto, si faccia porgere la lancia, e così armato con faccia seria, e ardita insieme, si presenti alli spettatori, e vada a prendere il suo posto.

Prima di mettere il Cavaliere armato in azione, credo che opportuno sia di dar conto di come devono essere messe in opera le armi sopraddette quantunque facile sia il comprenderlo; dirò dunque ch’è regola generale di mettere in opera, prima (per disfarsene) le più incomode ed incerte, e riserbare all’ultimo quella, ch’è più sicura, e meno sottoposta a fallire.

Per quello poi che riguarda la destrezza ed il garbo di maneggiarle, non si richiede in esse niente di più di quello che si è detto nella descrizione dell’aria della lancia, non potendosi mettere in dubbio, che la grazia e disinvoltura di tutte le azioni del Cavaliere quando è a Cavallo, dependa unicamente da conservar sempre intatta la positura che si è fissata [p. 279 modifica]nel primo capitolo di questa parte; poichè questa lascia in libertà, e nella natural loro scioltezza le braccia e le mani, che sole devono aver luogo e parte nel maneggio dell’armi di qualunque sorte siano; certo è che dalla situazione della coscia viene la fortezza del Cavaliere a Cavallo, e dalla fermezza della vita il garbo e la grazia di qualunque azione sua, come ho detto più volte e torno a replicare, per disingannare chi ne va in cerca altrove, male a proposito.

Con tale scioltezza di braccio pigli dunque il Cavaliere con la mano destra dalla coscia il dardo, senz’alterare la positura sua, e alzi dipoi la mano fino alla dirittura della sua bocca, e lì lo tenga sotto mano con la punta voltata indietro sì nel tempo del galoppo, come in quello della scappata, finché non arriva a portata di doverlo scagliare, che allora deve voltar la punta girandolo tra le quattro dita police, indice, medio, e anulare, e giunto ad essere situato sopra mano con la punta del dito auriculare sostenga quella del dardo alla dirittura del bersaglio, e giunto in tal distanza dal medesimo, che fi possa vedere il dardo staccato in aria prima che ferisca, tiri addietro il braccio, tanto che basti a dar maggior forza al colpo, con destrezza tale, che non v’abbia parte alcuna la spalla, per le ragioni sopraddette e lo lanci alla volta sua per investirlo; [p. 280 modifica]due sono le maniere di far passar sopramano il dardo in mira del bersaglio, una è di girare la punta di sotto in fu tra le dita come si è detto, e l’altra di girare intorno tra le medesime il calcio sopra la testa, tenendo sempre fermo il braccio, sì nell’una che nell’altra maniera vi è chi cavata la pistola dalla fonda l’appoggia alla coscia per tirare su il cane con l’aiuto di essa, ma siccome questo modo può esser fallace e cagionare sconcerto, così meglio è di far ciò con l’aiuto della mano sinistra; la pistola pure, quando si va alla volta del bersaglio sia di galoppo o di fuga, deve esser tenuta con la bocca all’insu, e con lo scodellino un poco inclinato verso la canna, per evitare che la polvere non si versi, nell’aprirsi che fa quando deve pigliar fuoco, e ne scocchi il colpo con la mano alta nell’istessa situazione in cui si è visto che si tiene il dardo in questo tempo; essendo il colpo della pistola più di ogni altro fallace, però convien darli fuoco nella maggior vicinanza possibile, e sempre di sopra in giù, perchè il bersaglio è maggiore: avvertimento ch’è opportuno per i soldati, ma di poca conseguenza nel giuoco delle teste, che non ha per bersaglio che una sola delle medesime, all’opposto del soldato, che oltre la testa ha la persona tutta del nemico, ed il Cavallo. [p. 281 modifica]E’ solito di metter mano alla spada quando si è a Cavallo con stendere il braccio destro sopra il sinistro, ma anche qui può seguire l’inconveniente, o che non esca dal fodero, o che venga su con esse, però meglio e di maggior sicurezza è il farlo con l’acuto della mano sinistra.

E’ regola generale che l’incontro del nemico sia fatto nel tempo della maggiore velocità del Cavallo, sì per difficoltare al medesimo il colpo, sì per metter se stesso il più presto che sia possibile fuor di pericolo di essere offeso, onde la scappata deve essere eseguita in forma che vada sempre rinforzando a proporzione che si avvicina al bersaglio, e però giammai cominciata con il maggiore sforzo, perchè cagionerebbe tutto l’opposto; e non potendo a meno un tale improvviso sforzo, nell’interrompere un’azione dall’altra, di cagionare una scossa sì nella macchina del Cavallo che nella persona del Cavaliere, e per conseguenza di mettere in sconcerto anche l’arme sua senza dar tempo di potervi porre riparo (quando questa sia la lancia,) molto difficile sarebbe che una tal corsa riuscisse di quella grazia che si richiede.

L’ estensione della lunghezza della scappata deve esser relativa non solo alla qualità dell’arme che si mette in opera, ma anche alla natura e prontezza del Cavallo nel darle esseuzione, perchè vi sono di quelli che si stendono [p. 282 modifica]più presto, e di quelli che lo fanno con stento e più tardi però si aspetta alla perizia del Cavaliere di sapere regolare una tal misura d’estensione, in forma che sia proporzionata al maggiore o minor tempo che richiede il maneggio dell’arme, poichè in Cavallo pronto può esser più lunga di quella del Cavallo di minor prontezza, uniforme però sempre l’una e l’altra nel correre la lancia all’aria, che si vuol fare con essa, ed in tutte proporzionata al punto dove cade l’incontro del bersaglio, perchè si trovi in esse nella maggior sua velocità.

Quindi è, che si dà sempre principio alla corsa con una mezza volta di galoppo sulla mano destra, ed addirizzato il Cavallo in faccia al bersaglio, da quello insensibilmente, senza scossa, si deve passare alla fuga di gradazione, perchè il colpo segua nel punto della maggior velocità, come si è detto sopra, ed alfinchè questo sia accompagnato dalla maggior impressione possibile, necessario è che la scappata sia eseguita sulla mano destra perchè i piedi laterali del Cavallo di questa mano si trovino in avanti per potere agire di concerto con la mano destra del Cavaliere che maneggia l’arme.

In prova di questo si è veduto a suo luogo, che il galoppo sulla mano destra termina ogni azione sua con i piedi laterali di questa mano in avanti, è questo fa sì che la coscia e mano del Cavaliere di questa parte venga anch'essa [p. 283 modifica]sostenuta in avanti; e siccome i piedi sinistri del medesimo Cavallo nell’istess’azione restano indietro, così anche la coscia e mano sinistra del Cavaliere resta senza sostegno, e a proporzione alquanto inclinante indietro, e da qui viene che la mano destra si trova in maggior forza di quello che si troverebbe, se la scappata fosse eseguita sulla mano opposta.

Ed essendo l’azione dei piedi nella scappata, del tutto uniforme a quella del galoppo, come si è dimostrato nella sua descrizione, però è d’uopo che sia eseguita sulla mano destra, sempre che la mano del Cavaliere deve prevalersi dell’arme, perchè stante il concerto dei piedi del Cavallo con la mano, possa la medesima essere più ferma e stabile, nell’atto del ferire, come si è detto.

In arbitrio è la disposizione, ed il numero delle teste, che devono servire di bersaglio a questo giuoco o sia spettacolo, ed è pure in arbitrio in occasione di feste, di mettere in azione uno o più Cavalieri che operino di concerto insieme; ma nelle scuole necessario è che un solo alla volta sia messo in opera, perchè possano esserli corretti gli errori.

E per dare ai giovani idea di come si mette in esecuzione questo giuoco di teste; si pongano due di queste sopra la vela, in adequata distanza che possa essere eseguita la corsa della lancia [p. 284 modifica]la quale richiede maggiore estensione di terreno dell’altre armi, perchè il Cavaliere possa aver tempo di far quell’aria che più li piace; nel posto istesso, dove si pone la testa per bersaglio della lancia vi si pone anche l’anello (quando la corsa deve essere indirizzata a questo) con la sola differenza che l’anello non deve essere da parte come la testa, ma deve essere situato in forma che venga a pendere in mezzo al cappello del Cavaliere, in altezza tale che possa passarvi sotto senza intopparlo, e questo si fa perchè l’anello non ha presa laterale, onde è forza, che formi il bersaglio in faccia.

La prima che resta più vicina al posto di dove il Cavaliere si deve partire per dar principio all’azione, sia quella del dardo, e la seconda quella della lancia; in faccia a questa dall’altra parte (in tal distanza dalla muraglia, se vi è, che il Cavallo possa farvi la scappata, affinchè i bersagli restino alla mano) vi si ponga quella della prima pistola, e nell’istessa linea quella della seconda, in faccia a quella del dardo; nel centro di questo quadrato si dia posto alla quinta che deve servire al fendente della spada; e si dia termine alla figura con la testa in terra, o sopra un panchetto per i principianti, in dirittura della quinta, e delle altre due teste che sono il bersaglio della lancia, e della prima pistola. [p. 285 modifica]Devono essere le prime cinque situate all’altezza dell’uomo a Cavallo; l’azione del Cavaliere dev’essere continuata di seguita dal principio fino all’ultimo, senza intermittenza, ed e seguita di galoppo, quando si trova in lontananza del bersaglio, e di fuga da che si mette in stato di andarli incontro; e però egli deve dar principio all’azione sua con una mezza volta di galoppo sulla mano destra, ed addirizzato in faccia al bersaglio della lancia, deve mettere in libertà il Cavallo con la precisone descrita di sopra, e nell’istesso tempo fare l’aria della medesima, ed investitolo con l’arresto necessario dar termine alla scappata, e senza fermarli deve ripigliare il galoppo in volta sulla mano destra, e giunto in vicinanza del garzone che sta in attenzione della lancia, con disinvoltura scagliargliela immediatamente, e dar di piglio al dardo nel modo divisato sopra, e seguitando a galoppare andar formando una mezza volta sprolungata per non essere obbligato a cambiar mano, finché non giunge a rientrare nella pista istessa che servì alla scappata della lancia, ed arrivato così all’opportuna distanza dalla testa del dardo abbandonar il galoppo per andare ad investirla di fuga, e immediatamente ciò fatto cambiar mano per ripigliarlo sulla mano manca, e nell’istesso tempo dar di mano alla pistola, e nel formare la mezza volta fino alla linea di mezzo del quadrato con tutto il suo comodo, e con la [p. 286 modifica]solita dovuta disinvoltura tirar su il cane dell’acciarino, ed alzata la mano mettersi in grado di andare incontro al bersaglio della prima pistola, e però terminata la mezza volta sulla mano sinistra deve cambiar mano per formarne una simile sulla mano destra e andar così acquistando terreno verso la linea dove sono situate le teste delle pistole, e giunto al segno dar la scappata, fare a suo tempo il colpo, e subito ripigliar il galoppo sulla medesima mano destra, attorno al pigliere, su cui era situata la testa del bersaglio, per aver tempo di rimetter la pistola nella fonda e di pigliar l’altra, e metterla in punto, affinchè ritornato sulla linea possa abbattere anche la seconda nella maniera che ha fatto con la prima, e qui pure ripreso il galoppo attorno il suo piliere rimessa la pistola nella fonda, e posto mano alla spada possa investire le due teste di mezzo, una con il fendente e l’altra con la punta, con la medesima scappata, e ripreso il galoppo sulla mano destra deve portar l’ultima, infilata nella spada, in trionfo, per mezzo del quadrato fino al luogo di dove dette principio all’azione, e dar così termine al giuoco, come faccio io a questo trattato, con mettere in vista lo sbaglio che pigliano i soldati e cacciatori nel ricusare nei loro Cavalli il galoppo sulla mano sinistra. Vero è, che il Cavallo deve sempre galoppare sulla mano destra quando il Cavaliere ha l’arme in mano; perchè [p. 287 modifica]
286 PARTE
possa trovarsi pronto a prendere la scappata sull’istessa mano quando s’accinge a investire il nemico o la fiera, per le ragioni dette di sopra; ma è errore l’attribuire a difetto, se quando gli occorre di voltar sulla sinistra, il Cavallo li cambia mano, poichè il far diversamente, repugna alla natura del meccanismo della costruzione della macchina del Cavallo, come ho provato ad evidenza nella prima parte di questo trattato; ond’è che galoppando il Cavallo sulla mano destra, nel pigliar la volta sulla sinistra senza cambiare la situazione dei piedi, non può a meno di cadere, se ciò è eseguito di fuga, o se a caso s’incontra di farlo sul terreno cretoso, bagnato, o sdrucciolo, perchè per essere i piedi laterali di questa parte situati indietro (come lo richiede il meccanismo del galoppo sulla mano destra) si trovano fuori di forza, ed incapaci di sostenere il peso della macchina a questa parte pendente, e quando anche per accidente il Cavallo vi si sostenga senza cadere; certo è, che un’azione sì irregolare deve essere incomoda al Cavaliere, e però trovandosi egli sopra un Cavallo, che non sappia galoppare sulla mano sinistra, deve a mio sentimento scansare al possibile tutte le occasioni di voltare su questa mano, per evitare il rischio che li corre in ciò fare, e quando sia in sua balìa di farne scelta, si attenga pur francamente senza esitare a quello che [p. 288 modifica]galoppa con obbedienza all’una, e all’altra mano, che così oltre il mettersi al coperto dal pericolo sopraddetto, potrà avere anche il vantaggio di sentirlo fotto, più tempo fresco ed in forza, con farlo galoppare ora sopra l’una, ed or sopra l’altra mano per dar riposo a vicenda all’una, e all’altra parte di esso.


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