Emma Walder/Parte seconda/IV

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IV

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n casa Mandelli si festeggiava la guarigione di Annetta. Dalle due alle sei, le signore avevano ricevute numerosissime visite di congratulazione, nelle eleganti sale del primo piano, messe con lusso e gusto cittadinesco. Le nozze Zerano fissate per il principio di Novembre.

I nomi degli sposi, già esposti al pubblico nelle liste dello Stato Civile, correvano di bocca in bocca.

Tutti trovavano l’Annetta cresciuta e rimbellita.

Che genere di malattia è stata? - domandava la signora del pretore a quella del sindaco incontrandola sulle scale. [p. 188 modifica]

E questa che passava per donna di spirito: — Chi ne sa nulla? Io direi che ha cambiato la pelle come le serpi.

In realtà Annetta si sentiva invidiata e gioiva del suo trionfo.

La signora Cleofe esultava doppiamente poichè Annetta era ritornata quella di prima per lei. Forse non era stata mai così tenera, così fine e coerente nelle manifestazioni del suo affetto. Quella stessa mattina le aveva detto:

— Mamma mia! fui ingiusta e cattiva con te; ti ho fatta soffrire, mentre soffrivi già tanto per la mia malattia... Perdonami, mamma, perdonami...! Ero tanto infelice...

— O bambina mia adorata! Non pensare al passato. Io ho tutto dimenticato, tanto sono felice di vederti così bella e così contenta!

E si abbracciavano con effusione, commosse.

Dopo il ritorno di Paolo, Annetta si comportava assai freddamente con Emma e attribuiva il felice risultato all’intervento materno. Ritornando a casa, quel giorno funesto per lei, Emma aveva detto che il cancelliere non si era lasciato vedere, perchè molto occupato. Ma la sera stessa il cancelliere aveva scritto alla signora Mandelli chiedendole il permesso di rivedere Annetta, la sua fidanzata. E due giorni dopo, egli aveva riprese le sue visite con la maggiore disinvoltura.

Era dunque naturale che Annetta ne facesse [p. 189 modifica]merito alla influenza di sua madre e fosse fredda con l’Emma divenuta a sua volta, da un momento all’altro, riservata e silenziosa. Anche senza questo, Annetta, essendo felice, come la maggior parte dei felici, non avrebbe pensato che a sè.

Felice sì, perchè Paolo non l’aveva mai amata tanto. Ella poteva vantarsi di averlo conquistato, di avere vinto un cuore riluttante e capriccioso.

Dopo il pranzo — al quale erano intervenuti, oltre il fidanzato anche Andrea Celanzi, Marco Fabbi, il dottore e le due vecchie zitelle, zie di Leopoldo — in un momento di suprema espansione, mentre la madre e la figlia si trovavano insieme nello spogliatoio, questa uscì a dire:

— Ora, mamma, anche se Paolo mi lasciasse, non morirei più per lui.

La madre la guardò un po’ sorpresa, non tanto della cosa in sè, quanto del modo con cui Annetta la diceva.

La fanciulla sorrise.

— Non credere che non l’ami; l’amo sempre. Vale a dire, mi piace e sono contenta che sposi me, e non un’altra: questo sopra tutto. Poi, credo pure che sarò abbastanza felice, almeno per quel tanto di tempo che è lecito sperare. Ma, tu capisci già, non è più l’amore di prima. Quell’amore è finito per me, mamma mia. E quando ci penso e mi ricordo tutte le sciocchezze che facevo, tutta la pena che ti ho dato, mi pare un [p. 190 modifica] sogno. Credo che non amerò mai più nessuno come ho amato Paolo... ma neppure lui. È finito.

— È strano, Annetta, che tu dica questo. È stranissimo. Paolo sta per diventare tuo marito e ti ama, non ti ha mai amata così...

— Lo so, lo so. Appunto per questo. Adesso che ho vinto, mi pare che non valeva la pena di affannarsi tanto. Infine, mamma, io non posso fare a meno di pensare che Paolo è tornato sì, ma non per me.

— Come?

— Non per amor mio. Io non so veramente perchè sia tornato. Forse perchè ha saputo — il dottore deve averglielo detto — che il babbo ha raddoppiata la mia dote...

— O bambina, tu mi spaventi!

— Giurerei che dico la verità, perchè Paolo è ritornato tale e quale come è andato via, freddino e superficiale. L’amore che mostra di avere adesso, gli è venuto dopo. E sai come gli è venuto?

— ... Sei tanto più bella, più elegante, lo dicono tutti...

— Sì, sì — ripigliò la ragazza interrompendo la madre — questo è un motivo. È vero. Il dottore ha detto che la crisalide è diventata farfalla, e pare che questo succede qualche volta fra i diciasette e diciotto anni. La sindachessa ha detto alla pretora, che ho cambiato la pelle, come le serpi! Ah! ah! ah!... Mi fanno ridere. Sono cresciuta, dimagrata un po’ e ho [p. 191 modifica] preso più il fare di signorina. Ma questo non basterebbe. La vera ragione perchè Paolo mi ama è... che io non lo amo più come prima. Sì, mamma. Se lo amassi come prima, se lui fosse tutta la mia vita, non sarei così disinvolta, così sorridente, così sicura di me stessa; sarei come prima, una noiosa.... perchè soffrirei sempre. È così. Io non mi ribello. Non sono una romantica, nè una esaltata. Voglio essere felice, come si può a questo mondo. Ma non si può pretendere che io ami con tutta l’anima, dal momento che un tale amore non è apprezzato.

La signora Cleofe ascoltava, seria e un po’ inquieta.

— In massima — disse finalmente — credo che tu abbi ragione. Tuttavia qualche volta ci si inganna.

— Tu vuoi dire, mamma, che non tutti gli uomini sono come Paolo. Lo so anch’io. Il babbo, per esempio. Se tu lo hai trattato secondo questo sistema, hai sbagliato. E ho paura che sia proprio così...

— Annetta! tu sei un pochino troppo petulante.

— Oh, mammina, lasciami parlare come un’amica. Non sono più una bambina. Ho imparato a pensare durante questo tempo, e a osservare. Dicevo dunque che certo il babbo non è come Paolo; ma dal momento che io sposo Paolo, il mio sistema va benissimo. E ce ne sono tanti come lui. Il babbo stesso credo che ti ami sempre, malgrado tutto. In ogni modo, il mio programma è di essere bella e adorata come [p. 192 modifica]te... Non andare in collera!... Lasciami parlare come se fossi tua sorella... Sei tanto giovine!... e adorata! E io sono così contenta di aver capito, di non vagare nelle nuvole come una sognatrice.... E da te che ho imparato, cara! to’ un bacio, to’, tanti, tanti...

Sbalordita e non sapendo bene qual contegno tenere, la bella Cleofe si lasciava baciare inebbriandosi di quella tenerezza così espansiva e piccante.

— Infine,... cosa hai capito veramente..... — domandò non senza peritanza.

— Ho capito che ero una sciocchina. Che per essere sempre belle e adorate, bisogna trattare l’uomo come un nemico: dominarlo o... ingannarlo.

— Annetta! Io non ti ho mai detto questo!

— No. Ma ho visto.

— Cosa hai visto?

— O Dio! nulla di male. Ho visto come ti fai adorare, anche da Andrea, per esempio...

— Questo è troppo!... Annetta!...

Vi erano delle lagrime nella voce della signora Mandelli. Annetta capì di avere passato il segno.

— O mamma mia! — esclamò. — Non credevo di offenderti. Io penso che tu non fai alcun male. Farti adorare è il tuo diritto..... È il diritto di tutte le donne belle.

La signora Cleofe stese la sua piccola mano, e accarezzò i biondi capelli della figlia.

— Sei una bambina — disse — e parli senza [p. 193 modifica] sapere. Va bene che tu non esageri la tua passione; ma non bisogna esagerare nulla, neppure la saggezza, neppure la furberia. La vita è piena di pericoli a te ignoti; e molte donne si perdono fidandosi troppo alla propria astuzia.

Annetta restò un momento pensosa, e stava per rispondere, quando si udì la voce di Paolo che chiamava dal primo piano:

— Annetta!... Signora Cleofe!

Non ricevendo alcuna risposta il Brussieri salì la scala e picchiò all’uscio dello spogliatoio che era tra la camera della signora e quella di Annetta.

— Annetta! Non scendi? Non scende la mamma? È una crudeltà lasciarci tanto soli.

— Lo senti? — disse la fanciulla ammiccando alla madre.

Poi, ad alta voce:

— Veniamo subito.

Aprì l’uscio e con accento metà affettuoso e metà sarcastico, mormorò ridacchiando:

— Sei poco galante per le altre signore! Non potresti fare un po’ di compagnia a Emma, che se ne starà tutta sola a ricamare, mentre gli altri giocano?

Egli preferì non rispondere. Si strinse nelle spalle e afferrata una manina della sua fidanzata, la coprì di baci.

— Quando non ci sei tu — disse poi col suo fare più candido — non so discorrere. [p. 194 modifica]

La fanciulla gli diede un buffetto con le sue dita rosee, e tornò a chiudere l’uscio gridando:

— Veniamo subito.

Quando non faceva più tanto caldo da stare fuori la sera, la famiglia si radunava nel salottino da lavoro delle signore, presso al salotto grande e alla sala del pianoforte, dominio quasi esclusivo del signor Mandelli.

Marco Fabbi, il padron di casa, e le due zitellone, seduti a un tavolino da gioco, facevano la solita partita a primiera.

Andrea Celanzi stava a guardare, ridendo delle distrazioni di Leopoldo che odiava le carte e giocava per compiacenza.

Ad ogni sbaglio, ad ogni distrazione, le due vecchie strillavano; e Marco e Celanzi ridevano di dietro alle carte.

Sola, seduta presso la tavola da lavoro, Emma, curva sul telaio, non diceva una parola. Terminava una guernizione d’abito per la sposa. La grande lampada pendente dal centro del soffitto l’avvolgeva in una luce rosea, per cui sembrava meno pallida. Nessuno badava a lei. Soltanto il Mandelli la guai dava di tratto in tratto, distraendosi più che mai da quella disgraziata primiera.

Paolo rientrò solo.

— Oh! — fece Marco — Niente ancora?

— Saranno qui a momenti.

Esse entrarono poco dopo. [p. 195 modifica]

— Finalmente! — esclamarono i quattro uomini.

 
Perbacco! come siete belle! Senza offendere la più giovane, sembrate due sorelle.

Le vecchie giocatrici guardavano a bocca aperta, con le carte strette in mano, molto seccate di quella interruzione.

Emma alzò gli occhi e restò come abbagliata dalla [p. 196 modifica]vista di Paolo in mezzo alle due donne, veramente splendide nei loro abiti di cascimir bianco, con un mazzetto di rose, per solo ornamento, nelle trine del jabot.

— Com’è felice! — pensò.

E tornò a chinarsi sul lavoro, perchè sentiva i suoi poveri occhi empirsi di lagrime.

Il signor Mandelli si affrettò a cedere il suo posto alla moglie e con quel fare un po’ ironico che gli era abituale:

— Liberami almeno! — mormorò. — Ecco le carte.

— A che punto siamo? — chiese la signora sorridendo.

— Fatti spiegare da loro; io non ne so nulla.

Risero tutti in coro.

Egli andò dritto alla sala del pianoforte e passando davanti a Emma la chiamò.

— Vieni a voltarmi i fogli. Ho della musica nuova.

Emma si alzò, depose il telaio, e chiuse in una cassetta i gomitoli delle lane e delle sete.

— Ora non finirà più di suonare le sue firlunfère! — brontolò la più stizzosa delle due vecchie, gialla e tonda come un popone. — Non c’è mai verso di fare una partita come si deve, in questa benedetta casa!

Cleofe sorrise.

— Ci vuol pazienza, cara zia. Egli non vive che per la sua musica. [p. 197 modifica]

Vi fu una espressione di rammarico nella sua voce. Andrea soffocò un sospiro: Marco Fabbi, una risatina scettica.

Intanto Annetta e Paolo, seduti un po’ da parte, all’ombra di un acquario contornato da alcune piante sempre verdi, si guardavano amorosamente.

— Sei divina! — tubò l’innamorato.

— Taci. Sei un adulatore.

— Cioè, dico la verità.

— Perchè non la dicevi una volta?

— Perchè ero una bestia.

— No. Perchè non ti piacevo...

— Eri assai meno bella, è vero, ma tuttavia mi piacevi.

— Baie! Ti piaceva l’Emma assai più di me.

— Non è vero. Tu esageri. Adesso però, tu sei tanto più bella di lei e così birichina. Ah, come mi piacciono le donne birichine!...

— Ah sì? Ho piacere di saperlo. E se fossi morta?

— Avresti avuto un gran torto... Tanto più che io non avrei mai creduto che tu morissi per me.

— Sicuro, non ti faceva comodo di credere!

— Impertinente! Io non ti ho mai creduto una di quelle donne che muoiono perchè dubitano di non essere amate; ti ho sempre stimata una donna di spirito.

— E le febbri nervose? E il mal di cuore? E tutto il resto?... [p. 198 modifica]

— Cose orribili... che avevi già nel sangue prima. Per questo eri così fastidiosa. Altrimenti non potrei spiegarmi il tuo fortunato cambiamento.

Annetta lo guardò d’alto in basso, con quel sorriso vagamente canzonatorio che ora aveva di frequente.

— E se non t’amassi più? — gli domandò a bruciapelo. — Se la malattia avesse distrutto il mio amore?...

Il fatuo — che fatuo egli era sempre, anche nella passione — la guardò in aria di sfida.

— È impossibile.

— Perchè?... Credi proprio che una donna non possa cessare di amarti? Sei molto bello, sì, ma..... quando una donna ha sofferto troppo per un uomo, può anche odiarlo qualche volta.

— Odiare?.... Le donne che odiano non hanno i tuoi occhi, non hanno il tuo viso d’angelo, i tuoi bei capelli.... Tu sei buona, bella, cara, tu non puoi che amare!

E chetamente, la baciò sulla bocca, mentre i giocatori erano intenti alla loro partita.

— Se la vecchia si volta, sentirai che ramanzina!

Malgrado questo pericolo, i baci spesseggiavano nell’ombra protettrice.

Annetta riprese a discorrere sommessamente. Voleva sapere che impressione gli aveva fatto l’entrare per la prima volta nella sua camera. [p. 199 modifica]

— Di’, come ti sono parsa?

— Stupenda, nuova, fantastica!

— Auff! Quante bugie. Se ero tanto pallida.... gialla.

— Tu non sai niente. Io mi aspettavo di vedere una vera malata, col viso disfatto, la bocca larga, il naso enorme.... Venivo a malincuore, perchè, sai bene, io detesto le scene malinconiche.

— Perchè venivi allora f

— Che so? Non credevo che tu morissi, ma, a forza di sentirlo a dire, una certa paura ce l’avevo. Figurati come rimasi quando, appena passato l’uscio, vidi i tuoi occhioni che brillavano come due stelle nel viso bianco come il latte contornato da una massa di capelli biondi....

— .... come la canape! — interruppe Annetta.

— No! Come oro filato.

— Ah! Ah! Ah!.... Mi divertono i tuoi paragoni.

— Cattiva!.... Ebbene lasciamo i paragoni. Ti dirò che mi sembrasti una gran ciarlatana, riescita chi sa per qual sortilegio — a farti bella come una dea, e decisa a bruciarmi con le tue occhiate. Siccome io non domandavo di meglio, ti lasciai fare.

— Bravo!.... bravo! Mi piaci davvero.... Senti che bella musica adesso. Ascolta.

Adagio adagio egli le passò un braccio attorno la vita e premendosi forte contro di lei, restò in un grande raccoglimento. [p. 200 modifica]

Anche intorno al tavolino da giuoco qualcuno ascoltava.

— Che bella musica! — bisbigliò Andrea all’orecchio di Cleofe — È di Grieg.

Primiera! — gridò la zitellona più attempata — State attenti alle carte! Grieg? Che roba è?

— Un musicista svedese, autore di questo pezzo.

— Ah!.... E lo trovate di vostro gusto?

— Meraviglioso!

— A me non piace affatto. Blu blu, blu blu; frin frin, fron fron.... Bella roba!

Paolo ebbe una risata irresistibile a cui rispose Marco Fabbi.

— Ha ragione la zia Carla....

— Ha ragione.

Cleofe che, per semplice reazione, odiava tutta la musica, antica e moderna, senti un folle impeto d’ilarità; ma ebbe la presenza di spirito di frenarsi, per non offendere Celanzi, che aveva ripreso un po’ di ascendente su lei, dopo la guarigione di Annetta. D’altra parte ella vedeva arrivare il momento in cui la diletta figliuola si sarebbe sempre più staccata da lei e, nel terrore dell’isolamento, si teneva buono l’amante.

Ritta in piedi accanto al pianoforte, e pronta a voltare i fogli, Emma non gustava come altre volte la musica meravigliosamente eseguita, con cui Leopoldo sperava di distrarla. IL salotto attirava più [p. 201 modifica]vivamente la sua attenzione. Piegandosi un poco a sinistra ella vedeva il profilo di Annetta dall’apertura dell’uscio: e qualche volta anche la mano e l’avambraccio di Paolo. Indovinando il resto, intuiva il senso delle parole bisbigliate, i baci furtivi.

Il suo cuore spasimava, e il suo orgoglio di donna era mortalmente ferito.

Da un mese, dal giorno della sua irreparabile sventura, ella sopportava un orrendo martirio. Amava Paolo alla follia, e lo sentiva perduto per lei. Questb amore, rimasto per tanto tempo latente, ignoto, concusso, rivelatosi improvvisamente sotto ai baci dell’amante, con la prepotenza di tutte le forze lungamente compresse, cresceva tutti i giorni, man mano che il traditore se ne dimenticava. Nei primi momenti, quasi pazza di angoscia, vedendo Paolo riprendere le sue visite, tutto premuroso per la fidanzata, ella non sapeva cosa pensare e pensava mille cose strane.

Forse egli fingeva. Forse aspettava d’intendersi con lei sul da farsi. Non le pareva possibile che non l’amasse più.... che volesse veramente sposare l’Annetta. Doveva avere un progetto. Gliel’avrebbe rivelato.

Con questi pensieri ella cercava un’occasione per discorrere con lui da solo a sola. Ma egli la sfuggiva. Dovette accorgersene ben presto. A lei non badava più: voleva sposare Annetta: le duecento mila lire di dote davano il tracollo alla bilancia. [p. 202 modifica]

Un vile. E lo amava!

L’istinto della propria conservazione le gridava di confessare tutto a Leopoldo; di parlare alto; di reclamare il proprio diritto. Ma come? Con quale coraggio, se Paolo non la guardava neppure, pronto a rinnegarla?

Si faceva mille rimproveri, si insolentiva. Falsa, ipocrita! Aveva ascoltate le preghiere di Annetta, restia e titubante, come se temesse il pericolo, mentre al pericolo anelava con tutta l’anima: mentre la passione oscuramente ve la spingeva giovandosi di ogni pretesto.

Vile! Vile! Abbietta figlia di zingari, divorata da un ardore invincibile.

PerchÈ amava quell’uomo?

Non aveva sempre detto che non le piaceva, che era molto inferiore all’ideale vagheggiato da lei nei dolci sogni giovanili?

Quando il babbo aveva parlato di lui con disprezzo, non aveva ella trovato giusto il severo giudizio?

Sì. Eppure lo amava. E quell’amore l’attirava tanto più, quanto più le appariva pericoloso, funesto. Subiva la vertigine dell’abisso. Ben le stava di spasimaRe, di gemere, disprezzata, reietta. Doveva punirsi, sparire. Non vi era scusa per lei. Annetta meritava di essere felice: lei no. E anche senza questo, ella doveva sacrificarsi. Dacchè tutte e due amavano lo stesso uomo, ella doveva cedere il passo. La vagabonda [p. 203 modifica] abbandonata dai suoi, l’intrusa, come la chiamava la signora Cleofe, doveva eliminarsi. Il suo buon padre adottivo che l’aveva raccolta, nudrita, e educata con tanto amore, meritava quel sacrificio. Non fosse che per lui solo, ella doveva farlo; doveva tacere, fingere e portare il suo triste segreto con se, nella tomba; doveva accettare il suo destino, coraggiosamente. Ogni ribellione sarebbe inutile, vergognosa. Doveva tacere, soffrire, eclissarsi.

— Per te, padre mio! per te! — diceva senza voce in un impeto di devozione.

Ma l’amore protestava altamente.

Non era possibile. Quel sacrificio era troppo grave.

Quando vedeva Paolo vicino alla sposa, guardarla con passione, parlarle con tenerezza, ella si sentiva gelare e ardere, e si mordeva le mani per non gridare: — Paolo! sei mio! ti amo!

Egli avrebbe riso.

Forse soltanto questo abbominevole pensiero che egli avrebbe riso, le toglieva la forza di parlare.

Avrebbe riso di lei!

Le pareva d’impazzire.

Rievocava tutto il passato. Dai primi sguardi caldi di ammirazione quando la incontrava per la strada, non sapendo ancora chi fosse, ai tentativi di abbracciarla, là in casa, appena fidanzato di Annetta.

Allora egli l’amava, o almeno la desiderava fino alla frenesia. Forse ogni amore di lui non era altro che desiderio, soddisfatto il quale, l’amore svaniva. [p. 204 modifica]

Adesso egli desiderava Annetta, epperò amava Annetta.

Orribile!

— Finirò, finirò di soffrire — diceva qualche volta pensando al suicidio.

Tuttavia, una speranza insensata la tratteneva, come sospesa a un filo, sull’orlo della tomba.

Egli poteva cambiarsi, pentirsi.

Un avvenimento imprevisto poteva capovolgere tutto.

Quale avvenimento?

Non sapeva.

Sperava.

Ma di giorno in giorno, avvicinandosi il tempo stabilito alle nozze, il conflitto diveniva più assiduo e formidabile nel suo cuore straziato. La speranza moriva.

Ogni parola d’amore che Paolo rivolgeva alla fidanzata, in presenza della sua vittima, era una nuova ferita per questa infelice. Colpi reiterati di un pugnale avvelenato.

Così quella sera.

Voltando i fogli della musica di cui non intendeva il senso, ella pensava:

— Se irrompessi di là gridando la mia vergogna? Se li separassi, in nome del dovere che egli ha con me?!....

E provava un acre piacere a raffigurarsi la scena [p. 205 modifica] che le sue parole provocherebbero: le lagrime e le furie di Annetta; le taglienti ironie della madre; la confusione o la sfacciata baldanza di Paolo; lo stupore degli altri e l’immenso dolore del suo buon padre. Egli avrebbe sofferto più di tutti. Eppure, nella sua esasperazione, ella non sentiva alcuna pietà. Il cuore corroso dalla gelosia, si rimpicciolisce, si serra, diventa crudele. Le pareva che egli stesso, il suo protettore, il suo caro babbo adottivo, se avesse saputo il vero, l’avrebbe condannata per salvare la sua vera figliola.

— Tutti contro di me, tutti. Mi lapiderebbero pur di evitare lo scandalo. Nessuno mi ama, nessuno. Annetta è istintivamente gelosa. Cleofe mi odia. Io non devo nulla a nessuno.... Paolo deve essere mio! Deve sposarmi. Deve rendermi l’onore.

In quel momento vide Paolo e Annetta abbracciati.

Vile!.... Sfacciato!

— Emma! Cos’hai?.... Ti senti male?.... Due volte mi hai interrotto voltando la pagina troppo presto, ed ora non volti affatto.... Tu piangi? Cos’hai? Parla!

Spaventata e incapace di rimettersi e di fingere, come avrebbe voluto, ella congiunse le palme in atto di preghiera e guardandolo con dolcezza traverso le lagrime, mormorò:

— Taci! taci, ti prego: potrebbero sentirti.

Leopoldo strabiliò, ma non disse nulla.

Lasciando le sue mani scorrere a caso sui tasti, ne trasse alcuni accordi, poi cominciò una di quelle [p. 206 modifica]facili melodie che un pianista esperto può sempre eseguire, quasi meccanicamente.

Intanto i suoi occhi non cessavano di contemplare il viso pallido di Emma, scrutandone ogni linea, indagando il pensiero sulle tracce esteriori dell’occulto tormento. [p. 207 modifica] — È molto tempo che tu soffri — disse continuando a suonare. — Quando Annetta era malata attribuivo il tuo mutamento al dispiacere che tu dividevi con noi, alle notti vegliate, ai mille disagi. Ho però notato presto che, mentre lei guariva, tu peggioravi. Quante volte ti ho vista con gli occhi rossi, il viso abbattuto. Quante volte ho sorpreso i tuoi sospiri involontari, i tuoi sguardi fìssi nel vuoto, e certi scatti automatici rivelatori di una occulta e dolorosa preoccupazione!.... Aspettavo le tue confidenze. Perchè non me le hai fatte?

Egli tacque, continuando a osservarla, aspettando che rispondesse qualche cosa.

— Sto poco bene, non so neppure io. Sarà il cambiamento di stagione. Ti ricordi? Anche l’anno passato mi sono sentita poco bene.

— Mi ricordo, sì. Era tutt’altra cosa. L’anno passato soffrivi emicranie, dimagravi; ma eri sempre allegra e contenta. Adesso è la tua anima che si dibatte contro un male ben più grave. Rispondi, Emma, che male è?

Ella non rispose.

Invece, Marco Fabbi gridò dal salottino:

— Bravo Leopoldo! Così va bene! Ah, se tu suonassi un po’ più spesso di questa musica, quanto faresti meglio per l’anima e per il corpo!

Fu una risata generale intorno al tavolino dei giocatori; i due fidanzati vi fecero eco. [p. 208 modifica]

Leopoldo lanciò di rimbalzo qualche frase sullo stesso tono scherzoso.

— Suona un motivo di Cimarosa, già che sei in vena stasera — supplicò la zia Tina, la minore delle due, che aveva ancora qualche velleità sentimentale.

Subito Leopoldo cominciò una delle, più belle arie del Matrimonio Segreto e continuò a guardare Emma.

— Sei stupita.... Avevi potuto credere che non ti osservassi! Se tu sapessi....

S’interruppe subito scorgendo che la fanciulla corrugava le nere sopracciglia. Sapeva quanto a lei dispiacesse l’essere sorvegliata, e come quella minuziosa attenzione irritasse talvolta il suo istintivo bisogno di libertà, di autonomia.

— Perdonami, Emma — soggiunse dopo un breve silenzio. — Ti osservo perchè ti voglio bene, non per altro: dovresti saperlo.

Ella si sentì intenerita.

E il soffio dolce che entrò nel suo petto, le procurò un senso di sollievo, di benessere fisico.

— Babbo! — disse con un sospiro — babbo mio, tu solo mi vuoi bene, lo so. Non t’affliggere troppo per me. Traverso un brutto momento. Ma passerà. Non insistere per farmi parlare. Adesso non potrei. Più tardi, sì: quando la crisi sarà passata.

— E io non posso far nulla per te?

— No.

— È questo che mi tormenta. Penso che forse tu [p. 209 modifica] vai alla rovina, mentre potrei salvarti. La gioventù dispera troppo facilmente.

— No, babbo. Del resto la cosa non è grave come tu pensi.

— Tu mi vuoi ingannare. È orribile. Questo volermi ancora illudere, mi spaventa di più....

Fu interrotto.

Marco Fabbi entrava nella sala cantarellando l’allegro motivo che aveva servito di accompagnamento, e come di maschera alla dolorosa conversazione.

La gran partita a primiera era finita. E anche le zie, trasportate dai ricordi giovanili, si accostavano al pianoforte dondolando la testa, e canticchiando in falsetto.

Cleofe e Celanzi, Annetta e Paolo, ridevano allegramente.