Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio. Tomo III/Capitolo sedicesimo

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Capitolo sedicesimo

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CAPITOLO SEDICESIMO


Già era in loco, ove s’udia ’l rimbombo ec.

Continuasi il presente canto al superiore, in questa guisa: noi dobbiamo intendere, che partito ser Brunetto, l’autore e Virgilio incontanente con più veloce passo cominciarono a continuare il lor cammino; il quale continuando, mostra l’autore nel principio del presente canto, loro esser pervenuti in quella parte, dove il fiumicello, su per l’argine del quale andavano, cadeva nell’ottavo cerchio dell’inferno; e quindi seguita descrivendo quello che in quella parte dove pervennero vedesse. E dividesi il presente canto in nove parti: nella prima per alcun segno dimostra il luogo dove venissero: nella seconda dice, come tre ombre di lontano correndo verso loro gli chiamavano: nella terza dice, come Virgilio gl’impone, che aspetti tre ombre le quali il venivan chiamando: nella quarta scrive chi questi tre fossero: nella quinta dimostra quello che esso alle tre ombre dicesse: nella sesta dimostra una domanda fatta da loro, e la sua risposta: nella settima pone un prego fattogli da loro, e la lor partita: nella ottava, come più avanti procedendo trovarono la caduta di quel fiumicello: nella nona pone, come per opera di Virgilio la fraude venisse alla riva, alla quale essi erano [p. 229 modifica]pervenuti: e comincia la seconda quivi: Quando tre ombre: la terza quivi: Alle lor grida: la quarta quivi: Ricominciar, come noi: la quinta quivi: S’io fossi: la sesta quivi: Se lungamente: la settima quivi: Se l’altre volte: la ottava quivi: Io lo seguiva: la nona quivi: Io aveva una. Comincia adunque così, Già era in loco, al quale pervenuti eravamo, ove s’udia il rimbombo Dell’acqua, cioè di quel fiumicello del quale ha detto di sopra: e chiamiam noi rimbombo quel suono il quale rendono le valli d’alcun suono che in esse si faccia: e questo rimbombo, perchè l’acqua di quel fiumicello, che cadea nell’altro giro, cioè nel cerchio ottavo dell’inferno, il quale rimbombo, dice l’autore, era,

Simile a quel che l’arnie fanno rombo,

cioè era simile a quel rombo che l’arnie fanno, cioè gli alvei o i vasi ne’ quali le pecchie fanno li lor fiari, il quale è un suon confuso, che simigliare non si può ad alcun altro suono: Quando tre ombre. Qui comincia la seconda parte di questo canto, nella quale, poichè l’autore ha discritto il luogo dove pervenuti erano, dice come Virgilio gl’impose, che aspettasse tre ombre le quali il venivan chiamando, e dice così:

Quando tre ombre insieme si partiro,

Correndo, verso loro, d’una turba, d’anime, che passava, ivi vicino a loro,

Sotto la pioggia dell’aspro martiro,

cioè di quelle fiamme. Venian ver noi, correndo; e ciascuna gridava: [p. 230 modifica]

Sostati tu, che all’abito ne sembri
Essere alcun di nostra terra prava,

cioè di Firenze: e puossi in queste parole comprendere, in quanto dicono, che all’abito ne sembri, che quasi ciascuna città aveva un suo singular modo di vestire distinto e variato da quello delle circunvicine; perciocchè ancora non eravam divenuti inghilesi nè tedeschi, come oggi agli abiti siamo. Aimè, che piaghe, cotture, come hanno quegli che con le tanaglie roventi sono attanagliati, vidi ne’ lor membri,

Recenti e vecchie, dalle fiamme accese! (fatte)
Ancor men duol, pur ch’io me ne rimembri,

cioè ricordi. Suole l’autore nelle parti precedenti sempre mostrarsi passionato, quando vede alcuna pena a pena della quale egli si sente maculato: non so se qui si vuole che l’uomo intenda per questa compassione avuta di costoro, che esso si confessi peccatore di questa scellerata colpa, e però il lascio a considerare agli altri. Alle lor grida, le quali chiamando faceano, il mio dottor s’attese; e conosciutigli,

Volse il viso ver me, e, ora aspetta,
Disse; a costor si vuole esser cortese,

cioè d’aspettargli e d’udirgli: e in ciò mostra sentire costoro essere uomini autorevoli e famosi, i quali quantunque dannati sieno, nondimeno quelle cose che valorosamente operarono, gli fanno degni d’alcuna onorificenza: e poi segue,

E se non fosse il fuoco che saetta

La natura del luogo, siccome la divina giustizia [p. 231 modifica]vuole, io dicerei, Che meglio stesse a te, andando loro incontro, ch’a lor, la fretta, di correre verso di te.

Ricominciar, come noi ristemmo, ei,

cioè essi, L’antico verso, cioè chiamandoci; e quando a noi far giunti,

Fero una ruota di sè tutti e trei,
Qual soleano i campion far nudi e unti,
Avvisando lor presa e lor vantaggio,

usavano gli antichi, e massimamente i Greci, molti giuochi e di diverse maniere, e questi quasi tutti facevano nelli lor teatri, acciocchè da circunstanti potessero esser veduti: e quella parte del teatro, dove questi giuochi facevano, chiamavan palestra: e tra gli altri giuochi, usavano il fare alle braccia, e questo giuoco si chiamava lutta: e a questi giuochi non venivano altri che giovani molto in ciò esperti, e ancora forti e atanti delle persone, e chiamavansi atlete, i quali noi chiamiamo oggi campioni: e per potere più espeditamente questo giuoco fare, si spogliavano ignudi, acciocchè il vestimento non fosse impedimento o vantaggio d’alcuna delle parti: e oltre a questo, acciocchè più apertamente apparisse la virtù del più forte, s’ugnevan tutti, o d’olio, o di sevo, o di sapone, la quale unzione rendeva grandissima diffcultà al potersi tenere; perciocchè ogni piccol guizzo, per opera dellunzione, traeva l’uno delle braccia all’altro; e così unti, avantichè venissero al prendersi, si riguardavan per alcuno spazio per prendere, se prender si potesse, alcun vantaggio nella prima presa: e questo è ciò che l’autore in questa [p. 232 modifica]comparazione vuol dimostrare: e poi per compiere la comparazion segue,

Prima che sien tra lor battuti e punti;

parla qui l’autore methaphorice, perciocchè a questo giuoco non interviene alcuna battitura o puntura corporale, ma mentale puote intervenire, in quanto colui che ha il piggiore del giuoco, è battuto e punto da vergogna; poi segue, Così, rotando, volgevansi questi tre in modo di ruota, per non istar fermi, e comechè si volgessono, sempre tenevano il viso volto verso l’autore, e con lui parlavano, e questo è quello che vuol dire, ciascuna il visaggio

Drizzava a me; sì che ’n contrario il collo
Faceva a’ pie continuo viaggio,

in quanto il collo si torceva inverso l’autore ove i piedi talvolta si volgevano, e secondochè il moto circulare richiedeva verso il sabbione: e cosí rotandosi, cominciò l’un di loro a dire all’autore,

E se miseria d’esto luogo sollo,

cioè non tanto fermo, perciocchè di sopra la rena, la quale è di sua natura rara, è malagevole a fermare i piedi, Rende in dispetto noi, facendoci parere degni d’essere avuti poco a pregio, e per conseguente, e nostri preghi Cominciò l’uno, di loro a dire, e oltre a ciò, e ’l tristo aspetto e brollo, in quanto siamo dal continuo fuoco cotti e disformati; ma non ostante questa deformità, La fama nostra, la qual di noi nel mondo lasciammo, il tuo animo pieghi, a compiacerne di questo, cioè,

A dirne chi tu se’, che i vivi piedi
Così sicuro per lo ’nferno freghi,

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quasi voglia dire, perciocchè questo ne fa assai maravigliare. E acciocchè esso renda l’autore liberale a dover far quello che addomanda, prima che la risposta abbia di ciò che egli addomanda, nomina i compagni suoi e sè, dicendo,

Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,

dice di colui che davanti gli andava, l’orme del quale conveniva a lui che il seguiva, correndo, pestare, cioè scalpitare, Tutto, cioè posto, che nudo e dipelato vada, perciocchè le fiamme, le quali cadevano accese, gli avevano tutta arsa la barba e’ capelli, e però dice dipelato, Fu di grado maggior, di nobiltà di sangue, e di stato e d’operazioni, che tu non credi, vedendolo cosí pelato e cotto:

Nepote fa della buona Gualdrada,

cioè figliuolo del figliuolo di questa Gualdrada, e così fu nepote. Questa Gualdrada, secondochè soleva il venerabile uomo Coppo di Borghese Domenichi raccontare, al quale per certo furono le notabili cose della nostra città notissime, fu figliuola di messer Bellincion Berti de’ Ravignani, nostri antichi e nobili cittadini: ed essendo per avventura in Firenze Otto quarto imperadore, e quivi per fare più lieta della sua presenza andato alla festa di san Giovanni, e in delta chiesa avvenne che insieme con l’altre donne cittadine, siccome nostra usanza è, la donna di messer Berto venne alla chiesa, e menò seco questa sua figliuola, chiamata Gualdrada, la quale era ancor pulcella: e postesi da una parte con l’altre a sedere, perciocchè la fanciulla era di forma e di statura bellissima, quasi tutti i circunstanti si rivolsero a [p. 234 modifica]riguardarla, e tra gli altri l’imperadore; il quale avendola commendata molto, e di bellezza e di costumi, domandò messer Berto, il quale era davanti da lui, chi ella fosse; al quale messer Berto sorridendo rispose: ella è figliuola di tale uomo, che mi darebbe il cuore di farlavi baciare se vi piacesse: queste parole intese la fanciulla, sì era vicina a colui che le dicea, e alquanto commossa della opinione che il padre aveva mostrata d’aver di lei, che ella, quantunque egli volesse, si dovesse lasciar baciare ad alcuno men che onestamente; levatasi in piede, e riguardato alquanto il padre, e un poco per vergogna mutata nel viso, disse: padre mio, non siate così cortese promettitore della mia onestà, che per certo, se forza non mi fia fatta, non mi bacerà mai alcuno, se non colui il quale mi darete per marito. L’imperadore, che ottimamente la intese, commendò maravigliosamente le parole e la fanciulla; affermando seco medesimo, queste parole non poter d’altra parte procedere, che da onestissimo e pudico cuore, e perciò subitamente venne in pensiero di maritarla; e fattosi venir davanti un nobil giovane chiamato Guido Beisangue, che poi fu chiamato conte Guido vecchio, il quale ancora non aveva moglie, e lui confortò e volle che la sposasse; e donógli in dote un grandissimo territorio in Casentino e nell’Alpi, e di quello lo intitolò conte: e questi poi di lei ebbe più figliuoli, tra’ quali ebbe il padre di colui di cui qui si ragiona, il quale volle che nominato fosse Guido, perciocchè il primo suo figliuolo fu: e perciocchè questa Gualdrada fu valorosa e onorabile donna, la [p. 235 modifica]cognomina qui l’autor buona; e perciò da lei dinomina il nepote, perchè per avventura estimò, lei essere stata donna da molto più che il marito non fu uomo: appresso questo dice l’autore il nome di questo nepote della Gualdrada dicendo, Guido Guerra ebbe nome; il soprannome di questo Guido, si crede venisse da un desiderio innato il quale si dice che era in lui d’essere sempre in opere di guerra, ed in sua vita,

fece col senno assai, e con la spada.

Ragionasi che questo Guido Guerra fosse col re Carlo vecchio, quando combattè col re Manfredi, e che con ottimi consigli, e poi con la spada in mano, egli adoperasse molto in dare opera alla vittoria la quale ebbe il re Carlo; senzachè in altre simili vicende, sempre si portò, dovunque si trovò, valorosamente, per la qual cosa la fama sua s’ampliò molto.

L’altro ch’appresso me la rena trita,

cioè scalpita,

È Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce,

cioè nominanza o fama,

Nel mondo su dovrebbe esser gradita,

perciocchè furon l’opere sue laudevoli. Fu costui messer Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, cavaliere di grande animo e d’operazion commendabili, e di gran sentimento in opera d’arme: e fu colui, il quale del tutto sconsigliò il comun di Firenze, che non uscisse fuori a campo ad andare sopra i Sanesi; conoscendo, siccome ammaestratissimo in opera di guerra, che danno e vergogna ne seguirebbe, se [p. 236 modifica]contro al suo consiglio si facesse; dal quale non creduto nè voluto, ne segui la sconfitta a Monte-Aperti.

Ed io, che posto son con loro in croce,

cioè a questo tormento, Jacopo Rusticucci fui; fu costui messer Jacopo Rusticucci, il quale non fu di famosa famiglia, ma essendo ricco cavaliere, fu tanto ornato di belli costumi, e pieno di grande animo e di cortesia, che assai ben riempiè, dove per men notabile famiglia pareva voto; e certo

La fiera moglie, più, ch’altro mi nuoce,

in ciò, che io sia dannato a questo tormento. Dicono alcuni, che costui ebbe per moglie una donna tanto ritrosa e tanto perversa, e di sì nuovi costumi e maniere, come assai spesso ne veggiamo, che in alcuno atto con lei non si poteva nè stare nè vivere; per la qual cosa il detto messer Jacopo, partitosi da lei, stimolandolo l’appetito carnale, egli si diede alla miseria di questo vizio: e questo si può creder che facesse, quella vergogna temendo che i cherici mostrano di temere, più del biasimo degli uomini curando che dell’ira di Dio; e per quello acquistò di dovere nella perdizione eterna avere questo supplicio: non deono adunque gli uomini esser molto correnti a prender moglie, anzi deono con molto avvedimento a ciò venire; perciocchè dove elle si deono prendere per aver figliuoli, e consolazione e riposo in casa, assai spesso avviene, che per lo strabocchevolmente gittarsi a prender qualunque femmina, l’uomo si reca in casa fuoco inestinguibile, e battaglia senza tregua. Recita san Geronimo in un [p. 237 modifica]libro, il quale egli compose contro a Giovìniano eretico, che Teofrasto, il quale fu solenne filosofo, e uditore d’Aristotile, compose un libro il quale si chiama de Nuptiis, e in parte di quello domanda, se il savio uomo debba prender moglie: e avvegnachè egli a sè medesimo rispondendo dicesse, dove ella sia bella, ben costumata e nata d’onesti parenti, e se esso fosse sano e ricco, il savio alcuna volta poterla prendere; incontanente aggiunse, che questa cose rade volte intervengono tutte nelle nozze, e però il savio non dover prender moglie; perciocchè essa innanzi all’altre cose impedisce lo studio della filosofia, nè è alcun che possa a’ libri e alla moglie servire. Oltre a questo è certo, che molte cose sono opportune agli usi delle donne, siccome sono i vestimenti preziosi, l’oro, le gemme, le serve e gli arnesi delle camere: appresso dell’aver moglie procede, che tutte le notti si consumano in quistioni e in garrire; dicendo ella: donna cotale va in pubblico più onoratamente di me, e la cotale è onorata da tutti, e io tapinella tra’ ragunamenti delle femmine sono avuta in dispetto. Appresso: perchè riguardavi tu la cotal nostra vicina? Perchè parlavi tu con la cotal serviziale? Tu vien dal mercato, che m’hai tu recato? E quello che è gravissimo a sostenere, quegli che hanno mogliere, non possono avere nè amico nè compagno, perciocchè esse incontanente suspicano che l’amore che il marito porta ad alcuna altra persona, che allora sia in odio di lei: e ancora il nudrire quella che è povera è molto difficile cosa, e il sostenere i modi e i costumi della ricca è gravissimo tormento. E [p. 238 modifica]aggiugni alle cose predette, che delle mogli non si può fare alcuna elezione, ma tale cliente la fortuna la ti manda, tale te la conviene avere; e non prima che fatte le nozze, potrai discernere se ella è bestiale, se ella è sozza, se ella è fetida, o se ella ha altro vizio. Il cavallo, l’asino, il bue, il cane, e’ vilissimi servi, e ancora i vestimenti, e’ vasi, e le sedie, e gli orciuoli, si provan prima, e provati si comperano; sola la moglie non è mostrata, acciocchè ella non dispiaccia prima che ella sia menata. Oltre a questo, poichè menata è, sempre si convien riguardare la faccia sua, e la sua bellezza è da lodare, acciocchè se alcuna altra se ne riguardasse, ella non estimi di dispiacere; conviene che l’uomo la chiami sua donna, che egli giuri per la salute sua, e che egli mostri di desiderare che essa sopravviva a lui; e oltre a ciò, più che alcuna altra persona d’amare il padre di lei, e qualunque altro parente o persona amata da lei. E se egli avviene, per mostrare che altri abbia in lei piena fede, che alcuno le commetta tutto il reggimento e governo della sua casa, è di necessità che esso divenga servo di lei: e se per avventura il misero marito alcuna cosa riserverà nel suo arbitrio, incontanente essa crederà e dirà che il marito non si fidi di lei; e dove forse alcuno amor portava al marito, incontanente il convertirà in odio: e se il marito non consentirà tosto a’ piacer suoi, di presente ricorre a’ veleni, o ad altre spezie della morte sua. Esse il più vanno cercando i consigli delle vecchierelle maliose, degl’indovini, e oltre a questi introduce i sarti, i ricamatori, e gli ornatori de’ preziosi vestimenti, i [p. 239 modifica]quali, se il misero marito lascia nella sua casa entrare e usare, non è senza pericolo della pudicizia, e se egli vieterà che essi non v’entrino, incontanente la moglie si reputa ingiuriata in ciò, che il marito mostra d’aver sospeccion di lei, Ma che utilità è la diligente guardia, conciosiacosachè la impudica moglie non si possa guardare, e la pudica non bisogni: la necessità è mal fedel guardiana della castità; e quella donna è veramente pudica, alla quale è stata copia di poter peccare, e non ha voluto: la bella donna leggiermente è amata, la non bella leggiermente è disprezzata e avuta a vile; e malagevolmente è guardata quella che molti amano; e molesta cosa è a possedere quella la quale da tutti è disprezzata; con minor miseria si possiede quella la quale è reputata sozza, che non si guarda quella la quale è reputata bella; niuna cosa è sicura, che sia da tutti i desiderii del popolo desiderata; perciocchè alcuno a doverla possedere si sforza di dover piacere con la sua bellezza, alcuno altro col suo ingegno, e alcuni con la piacevolezza de’ suoi costumi, e certi sono che con la loro liberalità la sollecitano; e alcuna volta è presa quella cosa la quale d’ogni parte è combattuta. E se per avventura alcuni quella dicono da dovere esser presa, e per la dispensazion della casa, e ancora per le consolazioni che di lei si deono aspettar nelle infermità, e similmente per fuggire la sollicitudine della cura familiare: tutte queste cose farà molto meglio un fedel servo, il quale è ubbidiente alla volontà del suo signore, che non farà la moglie, la quale allora sè estima d’esser donna, quando fa contro alla volontà [p. 240 modifica]del marito: e molto meglio possono stare e stanno dintorno all’uomo infermo gli amici e’ servi domestici, obbligati per i beneficii ricevuti, che la moglie, la quale imputi a noi le sue lagrime, e la speranza della eredità, e rimproverandoci la sua sollicitudine, l’anima di colui ch’è infermo turba infino alla disperazione: e se egli avverrà che essa infermi, fia di necessità che con lei insieme sia infermo il misero marito, e che esso mai dal letto dove ella giace non si parta: e se egli avviene che la moglie sia buona e comportabile, la quale radissime volte si trova, piagnerà il misero marito con lei insieme parturiente, e con lei dimorante in pericolo sarà tormentato. Il savio uomo non può esser solo, perciocchè egli ha con seco tutti quegli che son buoni, o che mai furono, ed ha l’animo libero, il quale in quella parte che più gli piace si trasporta, e là dove egli non puote essere col corpo, là va col pensiero; e se egli non potrà aver copia d’uomini, egli parla con Domeneddio: non è alcuna volta il savio men solo, che quando egli è solo, Appresso il menar moglie per aver figliuoli, o acciocchè ’l nome nostro non muoia, o perchè noi abbiamo alla nostra vecchiezza alcuni aiuti e certi credi, è stoltissima cosa. Che appartiene egli a noi, partendoci della presente vita, che un altro sia del nome nostro nominato? conciosiacosachè ancora il figliuolo non rifà il vocabolo del padre, e innumerabili popoli sieno, i quali per quel medesimo modo sieno appellati: e che aiuti son della tua vecchiezza, nutricare in casa tua coloro i quali spesse volle prima di te muoiono, o sono di perversissimi costumi, o [p. 241 modifica]quando pervenuti saranno alla matura età, paia loro che lu muoia troppo tardi? molto migliori, e più certi eredi, son gli amici e i propinqui, i quali tu t’avrai eletti, che non son quegli i quali, o vogli tu o no, sarai costretto d’avere. Cosí adunque Teofrasto confortò il savio uomo a prender moglie: perchè assai manifestamente si può comprendere, non sottomettersi a piccol pericolo colui il quale a tor moglie si dispone: il che, oltre a ciò che da Teofrastro, possiam comprendere per l’esemplo del misero messer Jacopo Rusticucci, il quale per la perversità della sua, ne mostra essere incorso nella dannazione perpetua: guardinsi adunque, e con gran circunspezione si pongan mente alle mani coloro, i quali a prenderne alcuna si dispongono, perciocchè rade volte s’abbatte l’uomo a Lucrezia, e a Penelope, o a simiglianti; perciocchè secondochè io ho a molti già udito dire, così come elle paiono il giorno nella via agnoli, così la notte nel letto son diavoli: poi seguita l’autore: S’io fussi stato: dove comincia la quinta parte del presente canto, nella quale poichè ha dimostrato chi queste tre ombre sieno, e ’l prego loro, dimostra quello che esso alle tre ombre dicesse, dice adunque,

S’io fussi stato dal fuoco coverto,

che non mi fusse potuto cadere addosso, Gittata mi sarei, dell’argine, tra lor di sotto,

E credo, che ’l dottor l’avria sofferto,

considerando, che essi erano uomini da dovere onorare.

Ma perch’io mi sarei bruciato e cotto,

[p. 242 modifica]gittandomi tra loro, Vinse paura, ritenendomi, la mia buona voglia,

Che di loro abbracciar mi facea ghiotto,

cioè disideroso. Poi cominciai: non dispetto, che io abbia di vedervi, con tutto che voi siate così cotti e pelati, ma doglia La vostra condizion, ora così afflitta, dentro mi fisse

Tanto, che tardi tutta si dispoglia,

cioè mai da me non sì partirà. E questa colai dogl’a si fisse in me, Tosto, cioè incontanente, Che questo mio signor mi disse

Parole, per le quali io mi pensai,
Che qual voi siete, tal gente venisse,

cioè degna d’onore: e le parole le quali dice, che Virgilio gli disse, son quelle di sopra dove dice; a costoro si vuole esser cortese ec. Poichè l’autore ha detto questo, rispondendo a ciò che messer Iacopo avea detto,

E se miseria d’esto loco sollo ec.

ed egli risponde alla domanda fatta da loro, nella quale il pregarono che dovesse lor dire, se egli era della lor città, e dice, Di vostra terra sono, cioè della città vostra: e sempremai L’ovra di voi, laudevole, non il peccato, e gli onorati nomi, perciocchè veduti non gli avea, ma uditi ricordare,

Con affezion ritrassi ed ascoltai,

da coloro i quali gli sapevano, e che ne ragionavano: e detto questo dice loro quello, che va per quel cammin facendo, Lascio lo fele, cioè l’amaritudine, che per i peccati seguita a coloro che del peccare non si rimangono: la qual cosa esso faceva, [p. 243 modifica]dolendosi delle sue colpe, e andando alla penitenza, e però segue, e vo pe’ dolci pomi, della beata vita,

Promessi a me per lo verace duca:

cioè Virgilio, quando gli disse nel primo canto,

Ond’io, per lo tuo me’, penso e discerno ec.

Ma fino al centro, della terra, cioè infino al profondo dell’inferno, pria convien ch’io tomi, cioè discenda: la cagione perchè ciò gli convenga fare, è più volte nelle cose precedenti stata mostrata. Se lungamente. Qui comincia la sesta parte del presente canto, nella quale poichè l’autore ha dimostrato quel che a lor rispondesse, ed egli scrive una domanda fattagli da loro alla sua risposta, e dice, Se lungamente, cioè per molti anni, l’anima conduca Le membra tue, cioè ti servi in vita, rispose quegli allora, cioè messer Iacopo,

E se la fama tua dopo te luca,

per due cose lo scongiura, disiderate molto da’ mortali, e da dover piegare ciascuno a dover dire quello di che domandato è, Cortesia, e valor, cortesia par che consista negli atti civili, cioè nel vivere insieme liberalmente e lietamente, e fare onore a tutti secondo la possibilità, valore par che riguardi più all’onore della repubblica, all’altezza dell’imprese, e ancora agli esercizii dell’arme, nelle quali costoro furono onorevoli e magnifichi cittadini, di’ se dimora,

Nella nostra città, siccome suole,

quando noi vivevamo,

O se del tutto se n’ è gita fuora,

[p. 244 modifica]cioè partitasi, senza più adoperarvisi come solea. E detto questo dice la cagione che il muove a dubitare e a domandarne, Che Guiglielmo Borsiere, questi fu cavalier di corte, uomo costumato molto e di laudevol maniera; ed era il suo esercizio, e degli altri suoi pari, il trattar paci tra’ grandi e gentili uomini, trattar matrimonii e parentadi, e talora con piacevoli e oneste novelle recreare gli animi de’ faticati, e confortargli alle cose onorevoli; il che i moderni non fanno, anzi quanto più sono scellerati e spiacevoli, e con brutte operazioni e parole, più piacciono e meglio sono provveduti: poi seguita, il qual si duole Con noi per poco, cioè per una medesima colpa, quantunque non molto continuata da esso; ma l’aver poche volte peccato, sol che nel peccato si muoia, non menoma la pena, e va là co’ compagni, da’ quali noi ci partimmo quando noi venimmo,

Assai ne cruccia con le sue parole,

dicendone, che del tutto partita se n’è. Soleva essere in Firenze questo costume, che quasi per ogni contrada solevano insieme adunarsi quegli vicini, i quali per costumi e per ricchezza poteano, e fare una lor brigata, vestirsi insieme una volta o due l’anno, cavalcare per la terra insieme, desinare e cenare insieme, non trasandando nè nel modo, nè nel convitare, nè nelle spese: e così ancora invitavan talvolta de’ lor vicini, e degli onorevoli cittadini: e se avveniva che alcun gentiluomo venisse nella città, quella brigata s reputava da più, che prima il poteva trarre d’albergo e più onorevolmente ricevere: e tra loro [p. 245 modifica]sempre si ragionava di cortesia, e d’opere leggiadre e laudevoli: e questo è quello di che costui domanda se più in Firenze s’usa, conciosiacosachè alli lor tempi s’usasse, desiderando di saperlo dall’autore, comechè Guiglielmo Borsiere, il quale visse sì lungamente, che mostra che a’ suoi tempi quella usanza vedesse, e così ancora la vedesse intralasciata: e a questa domanda fa l’autore la seguente risposta:

La gente nuova, e i subiti guadagni
Orgoglio, e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni.
Così gridai con la faccia levata:

dice adunque che la nuova gente, intendendo per questa coloro i quali oltre agli antichi divennero abitatori di Firenze; e siccome io estimo, esso dice questo per molti nuovi cittadini, e massimamente per la famiglia de’ Cerchi, i quali poco davanti a’ tenpi dell’autore erano venuti del Pivier d’Acone1 ad abitare in Firenze; e subitamente per l’esser bene avventurati in mercatanzie erano divenuti ricchissimi, e da questo orgogliosi e fuor di misura: e perciocchè, come altra volta è stato detto, erano salvatichetti, poco con gli altri cittadini comunicavano, e in questo aveano in parte ritratto indietro il buon costume delle brigate: e oltre a ciò per la loro alterigia aveano Firenze divisa, come davanti è stato mostrato, e aveanla In sì fatta guisa divisa, che la città già se ne dolea, in quanto molti scandoli e molti mali, e uccisioni e ferite e zuffe v’eran seguite; la qual [p. 246 modifica]cosa l’autore, siccome colui al quale toccava, turbato e col viso levato al cielo, quasi della pazienza di Dio dolendosi disse: E i tre, cioè quelle tre ombre, che ciò inteser per risposta, fatta alla lor domanda,

Guardar l’un l’altro, come al ver si guata,

cioè turbati, dando piena fede alle parole. Se l’altre volte. Qui comincia la settima parte di questo canto, nella quale poichè l’autore ha risposto alla lor domanda, ed egli pone un prego fattogli da loro, e la lor partita dicendo, Se l’altre volte, che tu rispondi altrui, sì poco ti costa, come al presente ha fatto,

Risposer tutti, il satisfare altrui,
Felice te che sì parli a tua posta.

Però se campi, cioè se esci, d’esti luoghi bui, cioè oscuri dell’inferno,

E torni a riveder le belle stelle,

su nel mondo, Quando ti gioverà, cioè diletterà, dicere, io fui, in inferno,

Fa’ che di noi alla gente favelle,

non in dire come noi siam qui in eterno supplicio per lo nostro peccato, ma come ne cale dell’onore della nostra città, e duolci d’udire, che cortesia e valor si sia partita di quella: Indi rupper la ruota, cioè il cerchio che fatto avean di sè, come di sopra è detto; e chiamala ruota, perciocchè continuamente si rotavano e volgeano, e a fuggirsi, cioè in guisa d’uomini che fuggissero a tornarsi alla loro schiera,

Alie sembiar le gambe loro snelle,

[p. 247 modifica]cioè parve che volassero. Un’amen, questa dizione amen, la qual si dice in brevissimo tempo, non saria potuto dirsi Tosto, da alcuno, così, prestamente, com’ei furo spariti,

Perchè al maestro pare di partirsi,

poi s’eran partiti essi. Io il seguiva. Qui comincia la ottava parte di questo canto, nella quale poichè l’autore ha dimostrato le tre ombre essersi dipartite, dimostra come più avanti procedendo trovarono la caduta di quel fiumicello, e dice,

Io il seguiva, e poco eravam’iti,

poichè quelle tre ombre si partiron da noi, Che il suon dell’acqua, la qual cadeva nell’ottavo cerchio dell’inferno, e però faceva suono, n’era sì vicino, Che per parlar, cioè per aver parlato, saremmo appena uditi, l’un l’altro. E per dimostrare quanto era il suono che questo fiumicello faceva cadendo, pone una comparazione d’una acqua che cade discendendo nell’Alpi di san Benedetto, le quali si trovano andando per lo cammin diritto da Firenze a Forlì,

Come quel fiume, c’ha proprio cammino,

Prima, che alcuno altro, da monte Veso in ver levante,

Dalla sinistra costa d’Appennino,

monte Veso, è un monte nell’Alpi, là sopra il Monferrato, e parte la Provenza dalla Italia: e di questo monte Veso nasce il fiume chiamato il Po, il quale in sè riceve molti fiumi, i quali caggiono dall’Alpi dalla parte di ver ponente; e d’Appennino di ver levante; e mette in mare per [p. 248 modifica]più foci, e tra l’altre per quella di Primaro presso a Ravenna; e questa è quella che è più orientale; e il primo fiume, il quale nasce in Appennino, senza mettere in Po, andando l’uomo da Po in ver levante, è chiamato là dove nasce Acquacheta; poi divenendo al piano presso a Forlì in Romagna, cambia nome, ed è chiamato Montone, perciocchè impetuosamente corre e passa allato a Forlì, e di quindi discende a Ravenna, e lungo le mura d’essa corre, e forse due miglia più giù mette nel mare Adriatico; e così è il primo che tiene proprio cammino, appresso a quello che scende di monte Veso: e dice l’autore, che egli viene dalla sinistra costa d’Appennino; intorno alla quale è da sapere, che Appennino è un monte, il quale alcuni vogliono che cominci a questo monte Veso; altri dicono che egli comincia a Monaco, nella riviera di Genova, e viensene costeggiando verso quel monte ch’è chiamalo Pietra Apuana, lasciandosi dalla sinistra parte il Monferrato, e Torino e Vercelli, e dal destro tutta Lunigiana e parte della riviera di Genova; poi quivi piegandosi alquanto, si lascia alla sinistra Piagenza, Parma, Reggio e Modena, e alla destra di ver mezzodì, Luni, Lucca e Pistoia: quindi procedendo alla sinistra, si lascia Bologna, e tutta la Romagna e la Marca, e alla destra Firenze, Arezzo, Perugia, e tutto il Patrimonio infino a Roma: poi procedendo oltre, si lascia alla sinistra Abruzzo, terra di Bari, Puglia e terra d’Otranto; e dalla destra. Campagna, terra di Lavoro, il principato di Salerno, e parte della Calavria, infino al Fare: dalla sinistra similmente [p. 249 modifica]ha parte di Calavria, veneado infino al Fare di Messina, dove è tronco da Peloro, il quale è un monte in Cicilia a fronte al fine suo; ora si chiama il lato destro di questo monte quello il quale è volto inverso il mar Tireno, e quello che è volto verso il mare Adriano è chiamato il sinistro; e questo perciocchè movendosi dal suo principio dimostrato di sopra, e andando per quello verso levante, sempre porta la destra mano verso il mar Tireno, e la sinistra verso il mare Adriano: dice adunque l’autore nello esemplo il quale induce, o comparazione che dir la vogliamo, Come quel fiume, chiamato Montone, c’ha proprio cammino, perocchè avanti a questo alcuno che ne nasca dalla sinistra costa d’Appennino, non ha alcuno altro proprio cammino, siccome quegli che tutti mettono, come detto è di sopra, in Po, e così per lo cammino altrui, e non per lo loro, corrono al mare, Prima, che alcuno altro, da monte feso in Ver levante, cioè di quegli fiumi che poichè il Pò ha messo in mare,

Dalla sinistra costa d’Appennino:

e vuolsi questa lettera così ordinare. Come quel fiume, c’ ha prima proprio cammino da monte Veso in ver levante dalla sinistra costa d’Appennino, Che si chiama Acquacheta suso, nel mondo, avante

Che si divalli giù nel basso letto,

cioè nel piano di Romagna, E a Forlì di quel nome, Acquacheta, e acantc, cioè privato, perciocchè non più Acquacheta, ma Montone è chiamato. Forlì fu già assai più notabile terra ohe oggi non è, e chiamavasi forum Livii, perciocchè quivi un [p. 250 modifica]consolo chiamato Livio, al quale era toccata la Gallia Cisalpina in provincia, quivi ordinò la corte sua a dover tener ragione a quegli della provincia: comechè essi dicano lor ciance d’una reina chiamata Livia, la qual non si trova che fosse in rerum naturâ, e da quella dicono essere stata prima edificata la città,

Rimbomba là sovra san Benedetto,
Dall’alpe per cadere ad una scesa,

questo fiume chiamato Acquacheta nasce nelle dette Alpi, in un luogo chiamato l’Eremo, e discendendo a guisa d’un fossato, giù cade non guari lontano al monisterio di san Benedetto predetto, d’un balzo giuso; e in quel cadere fa un gran romore, e massimamente quando a tempo piovoso corre con più acqua,

Ove dovea per mille esser ricetto.

Io fui già lungamente in dubbio di ciò che l’autore volesse in questo verso dire; poi per ventura trovatomi nel detto monisterio di san Benedetto, insieme con l’abate del luogo, ed egli mi disse, che fu già tenuto ragionamento per quelli conti, i quali son signori di quella Alpe, di volere assai presso di questo luogo dove quest’acqua cade, siccome in luogo molto comodo agli abitanti, fare un castello, e riducervi entro molte villate da torno di lor vassalli: poi morì colui che questo più che alcun degli altri metteva innanzi, e così il ragionamento non ebbe effetto: e questo è quello che l’autor dice, Ove dovea per mille, cioè per molti, esser ricetto, cioè stanza e abitazione. [p. 251 modifica]

Così giù d’una ripa discoscesa,
Trovammo risonar quell’acqua tinta,

di quel fiumicello, e far sì gran romore,

Si che ’n poca ora avria l’orecchia offesa,

perciocchè ’l troppo romore, a chi non è uso, offende e noia l’udire.

Io aveva una corda intorno cinta,
E con essa pensai alcuna volta,

quando egli era smarrito nella valle,

Prender la lonza alla pelle dipinta,

quella bestia delle tre che ’l suo andare impediva.

Poscia che l’ebbi da me tutta sciolta,

cioè scinta,

Siccome ’l duca m’aeca comandato,

che io me la scignessi, e dessigliele,

Porsila a lui aggroppata e ravvolta:
Ond’e’ si volse ver lo destro lato,

E alquanto di lungi dalla sponda, di quel fiumicello,

La gittò giuso in quell’alto burrato,

cioè in quel fiume, il quale chiama burraio per lo avviluppamento d’esso. Per la qual cosa l’autor dice,

E pur convien, che novità risponda,

Dicea fra me medesmo, veggendo quel che Virgilio faceva, al nuovo cenno,

Che ’l maestro con l’occhio sì seconda,

cioè segue; perciocchè Virgilio gittata la corda, stava atteso con l’occhio sopra l’acqua, e questo faceva più credere all’autore che novità dovesse rispondere. [p. 252 modifica]

Ahi quanto cauti gli uomini esser denno,

cioè deono,

Presso a color che non veggion pur l’opra,

manifesta,

Ma per entro il pensier miran col senno!

In queste parole assai notabili, n’ammonisce l’autore e ricordane con quanto avvedimento ci convenga stare appresso de’ savii uomini; conciosiacosachè essi non solamente giudichino delle nostre affezioni per le nostre evidenti opere, ma ancora con acuto e discreto pensiero spesse volte s accorgono de’ nostri desiderii: e queste parole dice, per quello che a Virgilio vede fare, il quale per avviso, con un picciol cenno fatto con una corda, provocò a venire in pubblico a sè quello che egli desiderava, cioè Gerione: e questo nelle seguenti parole dimostra Virgilio all’autore, il quale seguendo dice,

Ei disse a me: tosto verrà di sopra,

a quest’acqua, Ciò ch’io attendo; e, ciò, che ’l tuo pensier sogna, cioè non certo vede,

Tosto convien ch’al viso tuo si scuopra,

cioè si manifesti. E perciocchè quello che seguir dee, pare all’autor medesimo una cosa incredibile, avanti che a scriverlo pervenga, con parole escusatorie, e ancora con giuramento dimostrasse volentieri averlo trapassato senza dire, se la materia l’avesse patito: dice adunque,

Sempre a quel ver c’ ha faccia di menzogna,

cioè che somiglia bugia, come fa quello che dir debbo,

Dee l’uom chiuder le labbra, quanto el puote,

[p. 253 modifica]cioè tacerlo; Perocchè senza colpa, di colui che ’l dìce, fa vergogna, a quel cotal che ’l dice; in quanto color che l’odono si fanno beffe di lui, e dicono lui essere grandissimo bugiardo: Ma qui tacer non posso, che io non dica questo ero che avrà faccia di menzogna, quasi voglia dire, se io potessi, il tacerei; e appresso questo, con giuramento afferma quello esser vero che esso dice che vide, e per le note,

Di questa commedia, lettor, ti giuro,
S’elle non sien di lunga grazia vote,

il giuramento è in sustanza questo: se io non dico il vero, che questo mio libro non duri lungamente nella grazia delle genti; il quale è molto maggior giuramento, quanto a colui che il fa, che molti non stimano; perciocchè qualunque è colui che in fatica si mette di comporre alcuna cosa, il primo suo desiderio è di pervenire per quella composizione in fama e in notizia delle genti: e appresso è, che questa fama duri lungamente, nè maggior cruccio potrebbe avere, che il poter credere la sua gran fatica dover breve tempo durare: giura adunque per questo come detto è, e dice, per le note di questa commedia: note son certi segni in musica, i quali hanno a dimostrare quando e quanto si debba la voce elevare e quando deprimere; i quali vedendo i cantatori, e l’ammaestramento di quegli seguitando, vengono ad una concordanza nel canto: e così nella presente commedia si posson dir note quelle parti estreme de’ versi, le quali misurate di certe sillabe e lettere, si fanno intra sè medesime consonanti, siccome [p. 254 modifica]qui di terzo in terzo si vede, E chiama l’autor qui questo suo libro commedia, la quale è una specie di poesia; e perciocchè d’essa nel principio della presente opera fu pienamente trattato, non curo qui di dirne più avanti: poi l’autore fatto il giuramento, dice quello che esso vide, e continuandosi al giuramento precedente dice, Ch’io vidi per quell’aer grosso, siccome pieno di vapor fetidi, i quali non aveano onde svaporare di quel luogo, e scuro senza luce,

Venir notando una figura in suso,

per quel fiume, nel quale Virgilio avea gittata la corda, e dice che questa figura era,

Maraviglìosa ad ogni cuor sicuro;

orribil cosa adunque doveva essere ed era, siccome esso medesimo dimostra nel principio del seguente canto; appresso per una comparazion dimostra, come questa figura notando venisse suso, e dice, siccome torna colui cioè quel marinaro, che va giuso, al fondo del mare, Talvolta a solver, cioè a scioglier, l’ancora, l’ancora è uno strumento di ferro, il quale dall’un de’ lati ha più rampiconi, e dall’altro ha un anello, per lo quale si lega alla fune che il manda giù nel fondo del mare, e di quello il ritira su, ch’aggrappa, cioè piglia,

O scoglio o altro che nel mare è chiuso,

cioè ascoso, usano i marinari quando vengono nei porti con i lor legni, acciocchè il vento non gli sospinga in terra, gittare in mare nella parte opposita alla terra alcune ancore, e queste co’ rampiconi loro si ficcano nel fondo del mare; ed essi poi quella [p. 255 modifica]sartia con la quale l’ancora è legata, legano alla nave, e così la nave è ritenuta da poter discorrere in terra. Ora avvien talvolta, che non trovando l’ancora fondo da potersi aggrappare, e il vento movendo la nave, questa ancora seguendola, ara il fondo tanto, che per ventura ella trova o scoglio o altro dove ella s’appiglia; e quando questo avviene, volendosi con lor legno partire i naviganti, non è molto agevole a riaver l’ancora, come sarebbe se semplicemente nella rena o nella terra del fondo del mare fitta si fosse: conviene adunque che alcuno insino laggiù discenda, e sviluppila da’ luoghi ove è avviluppata, e acciò che su tirar si possa; i quali poi in su ritornando, fanno l’atto il quale qui l’autor dice che faceva questa fiera, su venendo alla sommità del fiume per lo segno fatto da Virgilio; e l’atto di questo cotale dice che è, Che ’n su si stende, con le braccia, dalla spessezza dell’acqua aiutato a ritirarsi in su, quel facendo, e da piè si rattrappa, cioè dalle parti del corpo inferiori, le quali si raccolgono in su, e raccolte fierono la spessezza dell’acqua, e quella gli presta aiuto a sospignerlo in alto. L’allegorie le quali in questo canto sono, cioè il supplicio di quelle anime dannate con le quali l’autor mostra che lungamente parlasse, è una medesima cosa con quella, la quale è nel canto XV, precedente a questo, e ancora con quella che è nel XIV, delle quali perciocchè d’una medesima qualità sono con quella che ancora è a recitare, e che è nel canto seguente, come altra volta di sopra è detto, si riserva a dimostrare dove appresso della [p. 256 modifica]terza spezie di coloro che a Dio è alle sue cose fanno violenza si tratterà, e però qui non curo dirne alcuna cosa. Appresso quello che nella fine del presente canto si descrive della corda data a Virgilio dall’autore, e dello animale che per lo cenno da Virgilio fatto venne sopra ’l fiume; perciocchè ad un medesimo fine aspetta, con quella fiera della quale l’autor tratta nel principio del seguente canto, per non fare d’una medesima materia due diversi sermoni, riserverò a dire dove di quella fiera diremo.

  1. Del piever d’Aconi.