Istorie dello Stato di Urbino/Libro Terzo/Trattato II

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Libro Terzo, Trattato II

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Libro Terzo - Capitolo XXIV
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TRATTATO II.


DI QUELLI HUOMINI

ILLUSTRI,

CHE SI HA PER COGNITIONE

ESSER IN DIVERSI TEMPI FIORITI

IN

CORINALTO.


DEL P.F. VINCENZO MARIA CIMARELLI

Maestro, & Inquisitore.


De gli Huomini Illustri, che hà prodotto Corinalto, de' quali si hà cognitione.


Essendo la Terra di Corinalto situata in così felice terreno, e coperta da un Ciclo altretanto benigno, non ha dubbio, che in ogni tempo habbia ella in ciascuna professione ingegni riguardevoli prodotti. Mà chi non sà, che nelle caligini cupe de i secoli antichi, per non haver havuto in quei tempi, chi con lo splendor delle penne sottrati ne gli havesse, anche le più famose Monarchie non hanno ottenuto, che tutti i loro fatti siano arrivati alla memoria de i Posteri? Questa è la cagione, che havendo io risoluto scrivere di coloro, che segnalaronsi nella mia Patria, e che splenderono stelle animate di quel terreno Cielo, non di tutti potrò portare in queste carte i gesti più singolari. E se di alcuni pochi ragionarò, che nell'età più antica furono gloriosi, servirommi delle note, che à caso di loro ne gli archivi ritrovate si sono. E dovendosi dare la precedenza al tempo, prima d'ogn'altro favelleremo di Nero Piccino, [p. 136 modifica]che fù di questa Patria dignissimo patritio, ricco assai, havendo nel Territorio havuto dieci grossi poderi, e nella feconda pianura della Staviola Contea confinante con Mondolfo, cento cinquanta salme di terreno, con infinito numero di Animali: nè havendo egli altri figli, che Cecilia bellissima di corpo, e di costumi, l’Anno del Signore 1294. la maritò ad Attilio figliol di Giacomo Fonti di Mineo, Luogotenente di Carlo Angiò Rè di Sicilia. Servissi Nero delle sue ricchezze alla difesa mai sempre dell’Apostolica Sede, contra le crudelissime persecutioni de’ Gibellini, e de gl’Imperatori Tiranni. Fatto indi Capitano de’ Guelfi, con ardire, e coraggio s’oppose à Manfredo Re di Puglia, che con violenza, e frode cercava d’occuparsi lo Stato Ecclesiastico, & della sua virtù con molta lode, non meno fuori della Tirannide fiera di Corinalto l’escluse, che di molti altri luoghi di quella vicinanza: anzi con l’aiuto delle fruttuose predicationi di S. Pietro Martire, ridusse del Sommo Pontefice all’obedienza la Patria, & all’essercitio del sacro, e divin culto. Si tiene anco probabilmente à questo medesimo effetto procurasse, che ivi à predicar venisse l’Angelico Dottore S. Tomaso d'Acquino, & che alle persuasioni del medesimo egli facesse la grossa, e nobil Campana di Santa Maria del Mercato formare, di cui ragionassimo sopra. Morì questo Illustre Capitano l’Anno della nostra Salute 1308. fece molti Legati Pij, e delle sue ricchezza instituì universal herede Cecilia unica sua figlia, e Pier Benedetto figlio di lei, ed Attilio, suo diletto nipote. Finì con la sua morte in Corinalto l’antichissima Casa de i Piccini, la quale credesi, che dalla distrutta Suasa trahesse l’origine.


Attilio Fonti di Mineo venne in Corinalto l’Anno 1294. mandato da Pier Benedetto Fonti suo fratello, Arcivescovo di Cosenza, per ivi riscuotere alcune ricche pensioni, che teneva de i beni Ecclesiastici in San Lorenzo in campo; le quali con l’Arcivescovato conferite gli furono da Martino Quarto Sommo Pontefice, ad instanza del sudetto Carlo Re di Sicilia. Et essendo Attiglio Cavagliero nobile non meno di sangue, che bello, e generoso di animo, potè affettionarsi Nero Piccino, il qual compiacquesi eleggerlo per suo Genero, e possessore di tutti gli suoi beni, dandoli in Consorte l’unica sua figliola Cecilia: e questo in corrispondenza di tanti segnalati favori, Cittadino fattosi di Corinalto, volle habitarvi per sempre. Il seguente Anno poi nascendogli un figlio, di commune consenso Pier Benedetto chiamollo, dal nome dell’Arcivescovo di lui fratello. Seguitò questo Illustre Cavagliere la fattione Guelfa, e prese l’armi più volte contro i Gibellini à difesa dell’auttorità Pontificia, e quelli debellati, assai fiate anche ne restò vittorioso. Morendo lasciò in uno de’ beni suoi, e del valore Pier Benedetto suo diletto figlio herede: & si [p. 137 modifica]come nel suo Testamento dispose, fù nella Tomba di Nero, dentro la Chiesa di S. Francesco sepolto; stimando à sommo favore in vita, che doppo morte le sue ossa riposassero con quelle del suo Benefattore congionte


Pier Benedetto Fonti figlio del sopradetto Attilio, e di Cecilia Piccini, fù huomo d i generosi pensieri: Onde con l’ingegno, e con la propria virtù tanta fama appresso i Guelfi acquistossi, che fatto venne Capitano della loro fattione contro i Ghibellini, nel qual’officio mai sempre valorosamente à Nicolò Boscareto suo compatrioto s’oppose; quello per molti Anni della Tirannide fuori di Corinalto tenendo; mà divenuto con l’aiuto di Lodovico Bavaro il suo nemico potente, con lode somma della sua prudenza, egli cesse alla fortuna di quello e con i suoi ritiranosi alle Castella del Territorio, con frequenti scorrerie infiniti danni all’aversario facea. Finalmente ogni giorno più di Boscareto augumentandosi le forze, fù anche astretto cederli i Castelli: Dal quale uscito prestamente con tutti della sua fattione, andà in Mondolfo, & alla Stacciola, ove possedeva de’ suoi beni la miglior parte. L’Anno del Signore 1355. con l’aiuto del Cardinal Egidio Carilla, da Corinalto Boscareto scacciato, tornovvi con molto suo contento ad habitare. S’oppose gagliardamente (benche senza profitto) alla resolutione, che fecero i suoi compatriotti di ribellarsi alla Chiesa, & di darsi di Bernabò in potere. Uscì anch’esso con gli altri quasi dalla Patria ignudo, & ardente mirandola, pianse con amare lagrime l’esterminio di lei. Credesi ch’egli fosse quel saggio Cittadino nomato nell’historia, che persuadè i più vili della plebe Corinaltese, già disposti come disperati vole morire, alla fuga, & al desiderio di altrove la cadente Patria riedificare: come anche si tiene fosse uno di quelli, che impetrarono da Urbano Quinto il perdono al popolo disperso, e co’l favore de i Malatesti desse alla riedificazione di Corinalto principio. Si mutò in questo generoso Capitano il cognome di Casa Fonti; però che, quantunque egli fosse di valore Gigante, assai picciolo era di corpo, e dalla sua picciola statura, communemente venne Fontini chiamato, e di tal cognome tutti gli suoi discendenti s’appellarono poscia. Lasciò heredi Girolamo, e Francesco suoi figli, i quali non deviarono punto dal sentiero paterno, & in tutte le loro attioni honorate, mostrarono essere di si ricco Fonte abondanti rivoli. Quanto sin’hora di questi huomini famosi s’è detto, hò visto in un legalizato processo dell’Anno 1577. per le provanze della nobiltà di questa Casa, fatto ad istanza di Pandolfo, & di Livio Fontini: che il seguente Anno da Emanuel Filiberto nel Piemonte presero l’habito di S. Mauritio, e Lazaro, il quale appresso i principali di quella Casa conservasi [p. 138 modifica]


Nicolò Boscareti Cittadino di questa Patria, cosi chiamato per essere di quella Famiglia (come si crede) che nella trasmissione delle Colonie da Corinalto, la Terra di Boscareto edificasse; della quale, insieme con Belvedere (come dall’Abbate Panormitano nella seconda parte de’ suoi Consigli raccogliesi) n’hebbe un tempo il possesso, fù huomo di grande spirito, & hebbe sempre nell’imprese fortuna grande, quantunque ardue. Et essendo della fattione Gibellina, mai sempre ad Attilio, à Gio: Benedetto Fonti, e ad ogn’altro dependente da Nero Piccino, s’oppose; e ricco essendo di generosi pensieri, ottenne per lo suo valore, fatto esser Capitano de’ Gibellini; con l’aiuto de’ quali, e del Conte di Chiaramonte Siciliano, inviatoli dal Bavaro, l’Anno 1327. lì 8. di Marzo, prese à forza Iesi, sopra cui stabilì co’l titolo d’Imperiale Vicario la sua Tirannide, e lo possedè molti Anni; onde nel possesso di quella ricchissima Città il suo potere crescendo; impadronissi di Corinalto ancora; di dove cacciò li Guelfi, & ogni co’l Sommo Pontefice collegato, indi per levar à loro il ricovero, tutti del Territorio i Castelli distrusse. Diede parimente con gran crudeltade la morte à Tano Baligani, Capitano de’ Guelfi in Iesi, & à quelli tutti, che alla sua parte adherirono: per lo che non fù egli tanto scelerato, & empio da i Guelfi tenuto, quanto illustre, e di eccelsi meriti da i suoi Gibellini partiali. Morì finalmente disperato, quando vide arder le Terre, ch’egli haveva fatto ribellar alla Chiesa, non men vecchio d’Anni, che di malitia. Lasciò in Corinalto Successori, i quali seguon’ancora (benche in bassa conditione) nella linea, e con l’antico nome alquanto diminuito, hoggi Boscarini s’appellano. Mà essendosi ragionato di esso altrove molto in lungo, altro non devo à questo breve compendio della sua male scorsa vita aggiungere.


Ercole Alessandri nacque in Corinalto l’Anno del Signore 1368. e fù il primo, che’l popolo disperso ritornò da gli essilij. Fù Medico della prima Classe, & hebbe gran fortuna nell’arte: onde s’acquistò nome tale, che nel medesimo tempo da popoli diversi veniva chiamato. L’Anno 1427. trovandosi primiero Medico di Ravenna, diede con i suoi saggi consulti gran giovamento alla Patria, la quale nel mese di Giugno del detto Anno cominciò ad essere da una influenza d’Epedimia infestata, che durò per molti giorni; così raccogliendosi da certe lettere, ch’egli à Cittadini particolari amici, sopra di questi interessi, con molta eruditione scriveva, le quali sino al presente, in mano de gli suoi Descendenti conservavansi. Trovo che al pari di questo, fiorì nel medesimo secolo in lettere, mà specialmente nell’arte prattica Medicinale, Flavio Alessandri, che non sò se di Ercole sopradetto fosse nipote, ò figlio. Hebbe molte condotte in Città diverse dell’Umbria, e della Marca, essendo in ogni luogo accetto; come [p. 139 modifica]vedesi da certe lettere patentali di ben servito, specialmente da una data in Iesi lì 6. Aprile 1503. ove con molti degni encomi viene la sua virtù esaltata.


Giovanni Camillo da Corinaldo si trovò in Magonza l'Anno 1442. quando Giovanni Cutè ritrovò le Stampe, & insieme con lui diede principio all'esperimento di esse in Argentina; & essendo egli dall'Inventore sofficientemente instrutto, l'istesso Anno passò à Napoli, ove per dare il saggio di si mirabil opera, piantò nell'Annonciata il Torchio, & havendo in un foglio di carta impressa una lettera, sotto forma di memoriale, volle, che si vedesse in publico. Dal popolo considerato l'artificio, e l'utile, fù l'Autore come celeste huomo riverito, & ammirato. Essercitandosi dunque nel detto esperimento, allevò discepoli, e molti Libri impresse, de' quali alcuni si vedono hoggi; singolarmente una Grammatica di grandezza mediocre, impressa in quarto, che in Napoli alle mie mani pervenuta, frà gli altri miei curiosi Libri si salva; ove non leggendosi altro nome, che del detto Giovanni da Corinalto Impressore, stimasi che il medesimo di essa il compositore ne fosse. Questo, non solo mentre egli visse fù dal Re di Napoli Alfonso di Aragona oltra modo honorato: mà insieme dopò la sua morte fè con gran pompa funebre sepelire il suo corpo in una Chiesa, presso al Mercato, & in marmi caratteri de i suoi elogij scolpire. Quanto di questo segnalato soggetto quì si scrive, notato vedesi dentro gli Annali di D. Felice Gravina, che in mano di Gio: Cola Mandini si conservano, & appresso di me autentica stà la copia, per mano di Gioseppe Caglia, Notaro publico di Napoli, estratta, procuratami da Gio: Antonio Piscugli, huomo di questa nostra età famoso in lettere. Et perche ne i secoli à dietro pochi usavano il cognome, di questo in Corinalto la Genelogia non trovasi: Onde una Casa in quella Patria da i meriti del medesimo illustrata, de gli honori dovuti defraudata resta. Sì che forsi per questo medesimo rispetto, lasciate in bianco furono le sue lodi dalla penna di Polidoro Virgilio, e di altri degni Scrittori, che pur non meno celebrar le dovevano, che fecero quelle di Corrado Tedesco, il quale alcuni Anni dopò, quest'Arte portò in Roma, e di Nicolò Gensone, che sotto il Principato di Agostino Barbarigo introdusse in Venetia.


Borro Borri fiorì circa gli Anni del Signore 1447. fù molto trà Cittadini esperto, e di gran'animo, il qual mettendo in bilancio (anzi della Patria la salute preferendo alla propria) con gran coraggio entrò nella Fortezza, ove il Cattabriga Tiranno, s'assicurava: onde le prime guardie uccise, e gli altri congiurati Cittadini all'acquisto di quella introducendo, alla liberazione di Corinalto s'operò più d'ogni altro; il [p. 140 modifica]nome veramente di pietoso acquistandosi, con sempiterna gloria del suo valore invitto, & accrescimento di lode à gli suoi Descendenti. Nel medesimo tempo il Theseo, anch'egli d'animo generoso vivea, come fè chiaramente con le sue gloriose attioni palese; quando in faccia d'un sì crudele, e malitioso Tiranno (qual fù sempre in sua viva Cattabriga) seppe con stratagema sì raro tessere col subbio dell'acuto ingegno suo la sottile orditura contro di esso, & obrobrioso cacciarlo dalla Tirannide, riponendo in libertade la Patria.


Andrea Rogogolossi fù splendor di quel secolo nell'arti liberali, e nella Medicina, però che havendo egli penetrato gli ultimi arcani di quella; un nuovo Galeno era stimato nel Mondo: Onde fù chiamato dalle Città più insigni d'Italia, ove non meno che ne gli esperimenti, essercitandosi alle lettere; con incredibile fortuna, havendo augumentato le sostanze col credito, ricchissimo divenne. Indi giunto all'età senile, volle ritornare alla Patria l'Anno del Signore 1466. per godersi con l'acquistate sostanze i futuri giorni felici. Mà essendo giornalmente da varij Publici per loro Medico chiamato, con il favore de' Grandi, per una volta liberarsi dalle molestie continue, fù astretto della Pergola accettar la condotta, l'Anno 1467. ricchissimia, e populatissima Terra, solo habitata da huomini, non meno in traffichi valorosi, che in armi, & in lettere; à Corinalto solo dieci miglia distante; ove havendo in spatio di tre Anni con diligenza, e fede essercitato l'officio, volendo indi partire, hebbe da quel Publico, l'Anno 1470. una lettera patentale di ben servito, à gli suoi meriti eccelsi ripiena d'equivalenti Elogi, con quei titoli più degni, con cui s'honoravano in quel tempo gli Heroi, e quelli, che nelle virtù eccedenti erano; come hò veduto nel registro dell'original medesimo di propria mano, da Angelo Concioli, all'hora del Publico della Pergola Segretario, in un quinterno figurato, dove le principali risolutioni di detto Publico registravansi, il quale di presente si trova in Cantiano, entro le mani del Dottor Antonio Concioli, del sudetto Angelo discendente. Di questa Casa Rogogolossi fà particolar mentione Christoforo Landino nel Cant. 24 del Purgatorio di Dante, ove si ragiona di Marchese, che nel Purgatorio penava per haver troppo bevuto in vita, e dice esser stato costui della famiglia de' Rogogolossi: mà di essa non essendo hoggi memoria in Corinalto, si crede, che l'Anno 1527, nella crudelissima peste si estinguesse.


Domenico Amati essendo sempre huomo di grand'animo stato, e di incliti pensieri probabilmente si hà, che uno fosse de i congiurati co'l Theseo, per la libertà di Corinalto; dal quale il Tiranno cacciato, essendo egli ricchissimo, in tutte le sue necessità lo sovvenne, speciamente nelle [p. 141 modifica]fabriche del sopradescritto accrescimento: però che tutto l'avanzo delle sue grandi entrate, con molta liberalitade à bisognosi porgeva. Fù di somma prudenza, pronto nell'operar, e ne' casi più ardui di maravigliose inventioni; per modo che niuno afflitto andava da lui per consigli, e per trovar sollievo, che non partisse consolato da esso; onde la sua morte, (che fù intorno all'Anno del Signore 1500.) fù pianta con amare lagrime da tutti, specialmente da poveri, affermando ciascuno essere alla Patria il Padre, e'l Tutelare mancato. Lascià quattro figli maschi, cioè, Bartolomeo, Ascanio, Viviano, e Stefano; tutti nobili, e di costumi, e d'animo; secondo che stati erano disciplinati dal Padre. Questi pigliando Moglie, di quattro nobili famiglie arrichiro la Terra; delle quali ancora si conservano due con nobiltà, e grandezza, non travianti punto da i sentieri de gli antichi Progenitori.


Angelo Orlandi non manco nell'armi esperto, che nelle Leggi, havendo fatto in ambè le professioni progresso, militò gran tempo sotto la disciplina di Federico di Montefeltro Duca d'Urbino, à cui servì per Consigliero, e Conduttore in guerra, indi per Giudice, e Governatore de' suoi Popoli nella pace. Trovandosi poscia in Gubbio nell'officio di Giudice, l'Anno di nostra salute 1482. mentre Federico sudetto accadè la morte; à nome di Guido Baldo suo figlio, e successor nello Stato, prese di quella Città il possesso; da cui nell'officio medesimo tosto fù confirmato; benche dimorassevi poco, chiamato da Sisto Quarto Pontefice Romano essendo al servitio di Giovanni suo nipote, General della Chiesa, Prefetto di Roma, Signore di Senigaglia, e di Mondavio. Et per Breve speciale fù dal medesimo Papa Luogotenente Generale del detto Giovan dichiarato; nella qual Cura non solo essercitossi mentre visse Sisto; mà parimente alcuni Anni dopò la morte di quello, sotto il Pontificato d'Innocenzo VIII. Nel tempo di pace l'istesso diede à Popoli, soggetti alla Signoria del detto Giovanni, santissime Leggi; le quali poste in uso, riuscirono al Publico sommamente giovevoli: Onde sino à questo nostro tempo nella medesima osservanza dimorano in Senigaglia, e nel Vicariato non solo; mà per tutto il paese d'Urbino: e da Lorenzo Campeggi Vicelegato, per ordine speciale di Urbano VIII. Sommo Pontefice, furono pochi Anni à dietro (come ottime) confirmate. Gli originali d'alcune, dell'Anno 1485. sino al presente, con molte altre, che da Prencipi Successori in varij tempi furono promulgate, in un volume raccolte, nella Rocca di Mondavio conservansi; essendo come Tesoro pregiato da quei Cittadini stimate. Nel frontespicio di ciascheduna di queste il Nome, il Cognome, la Patria. e l'ufficio di esso Legislatore si legge, come qui sotto: [p. 142 modifica]
ANGELVS DE ORLANDIS
De Corinalto, Illustrissimi Domini
Praefecti Sanctae Romanae Ecclesiae
Cap. Generalis Locumtenens.


Si come anche nel fine il medesimo vedesi, per l'autentichezza delle istesse Leggi, scritto di propria mano. Quantunque non se n'habbia certezza: tutta fiata si crede, che questo, con il sudetto Giovanni militasse ne gli esserciti di Lodovico XII. e di Carlo VIII. Rè di Francia; però che fidando più in lui quel Prencipe, che in qualsi voglia, non è verisimile, che ne i più ardui, e pericolosi affari) come quelli della guerra) si fosse dal medesimo separato, e privo de gli suoi Consulti, che tanto utili, e favorevoli haveva sempre veduti. Si trattenne à quei servitij sino alla morte del Prefetto, suo Signore, che fù in Senigaglia l'Anno 1501. nel mese di Novembre: à cui succedendo Francesco Maria fanciullo di undeci Anni, per esser'egli di già vecchio, si ritirò alla Patria, ove una sontuosa Casa in capo alla Piazza eresse, che si chiama il Terreno, ponendovi sopra della Porta Maggiore in marmo l'arme, col nome del sudetto Giovanni, il quale sino al presente intiera conservasi. Hoggi questa Casa da Pier Agostino Orlandi vien habitata, Capitano delle militie, in Corinalto, del sudetto Angelo herede, e successore legitimo. Morì questo inclito Dottore in Corinalto nella propria Casa, l'Anno 1503. non men con dolore immenso de' figli, che disgusto universale della Patria.


Cimarello di Gualtiero Mausulio, d'honorati parenti, l'Anno del Signore 1430. in Corinalto nacque. All'armi questi, & a le virtudi ancora applicando la mente, mostrossi nell'attioni sue, non men di Marte, che di Minerva seguace: Onde nell'età di Anni vinticinque, spedito fu Capitano di ducento fanti da Calisto III. Pontefice Massimo, l'Anno del Signore 1455. sotto il commando del Cardinal Sant'Angelo, del medesimo Pontefice Legato, contro Maometto Imperatore de Turchi, il quale con infinita gente, Belgrado in Ungaria stringeva. Et in quella gloriosa vittoria, per tutti i secoli memoranda, che i Christiani, contra si violente nemico, co i Divini favori ottennero, egli con le sue genti essendosi [p. 143 modifica]generosamente portato (come nelle lettere patentali di ben servito appare, che in mano de gli suoi Discendenti, sino al presente ritrovansi,) fù dall'istesso Papa, l'Anno seguente, con la medesima carica di Capitano, sotto il commando di Giovanni Conte Vintimiglia, al soccorso di Siena mandato, contra Giacomo figlio di Nicolò Piccinini, che senza ragione la molestava. Dopò la rotta del detto in Orbetello, alla Patria vittorioso ritornato essendo, in quella ottenne i principali honori, che dal Publico conferisconsi à i primieri Cittadini; ben che non lungo tempo li godesse, essendo dopò la morte di Calisto, da Pio Secondo suo Successore mandato al Governo della Badia di Chiaravalle, & Agente principela delli negotij di esse; dove per le controversi grandi, che gli Iesini con gli Anconitani havevano sopra il possesso di quella, non me bisognavali oprar la spada per difenderla, che le sante Leggi per aggiustare le cause de' Sudditi, perciò resi molto insolenti. Et in questa carica à i supremi Padroni grato rendendosi, dal sudetto Pio, e da Sisto Quarto, che gli successe, con piena podestà confirmato venne (come ne' Brevi de i medesimi leggesi, che in mano delli detti suoi Discendenti riservansi.) Fù in grande stima presso gli suoi Compatrioti, per la candidezza de' costumi non meno, che per la sua Dottrina, dal lungo trattar negotij esperimentata molto. Marì l'Anno secondo dell'assedio di Corinalto, che fù del Signore 1519. e della sua età 89 Le sue ossa riposansi nella Chiesa di S. Francesco. Lasciò suoi heredi Bartolomeo suo primogenito, Angelo suo nipote, figlio di Marco suo secondo genito, già defonto, Lorenzo, e Nicolò figli di Berardino detto Bozo, suo terzo genito, il qual due Anni avanti morì combattendo, alle mura di Mondolfo (come più à basso diremo.) Da questa nobil persona prese il cognome la Casa Cimarelli in Corinalto, quello di Mausulio lasciando, la quale in ogni tempo hà prodotti huomini segnalati nelle virtù: come d'alcuni sommariamente sarò per ragionare.


Mattheo de Guglielmi, famiglia Illustre, avanzandosi molto nelle Leggi Canoniche, e civili; dell'una, e dell'altra ottenne la Laurea, e ritrovandosi per aventura in Corinalto Confaloniero, nel mese di Genaro, e di Febraro, l'Anno 1517. dispose non solo i Corinaltesi à perseverare in fede della Santa Sede, & à far resistenza al Duca d'Urbino, che contro essa da Verona se ne veniva armato, mà in guisa tale providè la Terra di monitione, & di vettovaglie, che furono à gli suoi Difensori bastevoli di poter agevolmente sostenere l'assedio, e regettar gli assalti (come già scrissi.) Cosi trovo ne i Libri delle determinationi de' Consigli di quel tempo notato. Morì glorioso in Corinalto, lasciando come liberatore della Patria, l'occasione à tutti di piangere la sua morte. [p. 144 modifica]


Francesco Orlandi fiorì d'intorno l'Anno 1500. il qual'essendo Dottor eminente di Legge, e nelle Medicine esperimentato molto, in amve le professioni essercitandosi, in alcuna gran Città d'Italia hebbe governi principali, e Condotte primarie, che in quelle à i più eccellenti Medici conferisconsi. E sovente in un'istessa, ove haveva qual Giudice commandato, compita la carica, con applauso universale de' popoli vi restava per servire come Medico: così hò letto in alcune lettere patentali di ben servito, appresso il Capitano Horatio Orlandi suo discendente: Trovossi alla Patria nel tempo dell'assedio, ove molto co'l consiglio, e con la forza alla sua difesa oprossi. L'Anno seguente del medesimo mese, che Corinalto dall'assedio sudetto si liberò, à sorte venne COnfaloniero eletto, il quale à molti disordini diede opportuni rimedij. Morì in Corinalto con incredibil doglia del Popolo, e fù sepolto con quegli honori funebri, che convenevoli furono à gli suoi gran meriti.


Bernardino terzo genito di Cimarello, per altro nome detto Bozo (che fù mio Bisavo) essendo soldato di grand'animo, sempre con carichi honorevoli militò in tutte le guerre, che da Giulio Secondo Pontefice Romano furono mosse in Italia, per li Tiranni dalla Stato Ecclesiastico levare. Tornato alla Patria l'Anno del Signore 1509. scoperse, che Godicino de' Godicini Cittadin Corinaltese, un'intricata lite sopra i beni dotali di sua Moglie mossa gli haveva, e non potendo egli haver patienza della lunghezza, che sogliono portare i gravi litigi, sfidò questo avversario suo à singolar duello, nell'armi rimettendo le differenze tutte. L'invito della disfisa non rifiutossi punto da Godicino sudetto; anzi che Soldato essendo anch'egli valoroso, con ardir, e coraggio si mise all'ordine: onde fatta di commune consenso l'elettione del luogo (che fù dove era già situato Boscareto,) e della Labarda per armi. La Festa di tutti i Santi nel medesimo Anno alla destinata macchia si ritrovarono, e combattendo grande spatio di tempo, senza ce da veruno fossero impediti; finalmente con la morte del Godicino restò Bernardin vittorioso, ben che gravemente ferito: e mentre per la stanchezza, e perdita di molto sangue giaceva quasi morto, videsi all'improviso circondato dalla militie di Montenovo, che per punirlo dell'homicidio commesso nel Territorio loro, à suono di Campana ragunati si erano. Accorgendosi Bernardino, che lo schifare il presente periglio per mezi humani era quasi impossibile, ricorse alli Divini aiuti, facendo voto à Dio, che quando n'scisse illeso, ogn'Anno in quel giorno havrebbe in perpetuo digiunato à pane, ed acqua, come anco in qualche modo gli suoi Discendenti à fare il similiante astretto: Laonde credesi piamente fosse dalla Divina clemenza essaudito, però che subito hebbe questa promessa fatta, rinvigoritosi di forze, e da niuno veduto, hebbe tempo [p. 145 modifica]d'ascondersi, e di salvarsi. Curato poi dalle ferite, ritornò alle guerre; E dopò la morte di Giulio Secondo, militò con gli medesimi honori ne gli Esserciti di Leone Decimo, e ne gli assalti, che da Lorenzo de' Medici dieronsi à Mondolfo, restò, (volendo quelle muraglie salire) gloriosamente estinto. Di cui riconosciuto il cadavero, fù con molto honore nella Chiesa di San Sebastiano (luogo de' Padri di S. Francesco) fuor dalla Terra sepolto. Restorono di lui due figli, Lorenzo, e Nicolò, che fù di mio Padre il Genitore, i quali essendo fanciulli, furono educati sotto la cura di Cimarello lor Avo; onde riuscirono molto saggi, e vissero lungo tempo commodi molto ne i beni di fortuna; e specialmente Nicolò, il quale non solo maritò trè figlie con grosse doti, in rispetto all'uso di quei tempi, in Case assai honorate: Mà dopò la sua morte, che successe nell'età sua ottogenaria, lì 9. di Novembre, l'Anno 1585. due giorni avanti la mia nascita, divisa la sua heredità trà suoi figliuoli, tutti restarono per essa convenevolmente ricchi. Se questo non fosse uscito al Mondo trà i miei Progenitori, arditamente direi, che'l suo corpo, quando nacque, ottenne un'animo Romano. Haveva trè figluoli, e tutti trè maritati nella propria Casa, i quali per non inquietarsi l'un l'altro, per cagion delle Donne trà loro discordi, risolverono di commun consenso andar'al Padre, e chieder ciascuno la parte sua, per poter vivere in separata Casa; ciò fatto il buon vecchio con la solita sua gravità rispose loro, che la mattina seguente fossero da lui, per sentir la risposta. Venuta l'hora dello stabilito giorno, esso da loro seguito, s'incaminò verso il Colle S. Giovanni, dov'erano le possessioni loro, dal che fecero i figliuoli argomento, che ciò per distinguer le parti di ciascuno, succedesse. Arrivato ch'ei fù alla sommità di detto Colle,nel qual si congiongon trè vie, volgendosi con occhio torvo, e con severa faccia, ad essi commandò, che ciascuno si pigliasse per sua parte una di quelle strade, ne che mai più ardissero di ritornarli avanti. Da tal risolutione atterriti i pretendenti figliuoli, necessitati furo ad obbedire: Onde chi verso l'una, chi l'altra parte andando, stettero fuori della Patria qualche tempo, procurandosi gli alimenti con l'industria. Ne sarebber li tornati in gratia, se le lunghe, e reiterate preghiere di grand'amico, dopò molti mesi non l'havessero mosso à compiacerli, per viver sempre alla sua volontà ubbedienti. Oltre à questo molti altri fatti simili di lui si raccontano, che passati in proverbio, servono per instruttione à moderni, circa il viver morale. Fù honorevolmente sepolto nella Chiesa di S. Francesco, in una Tomba, da esso, e da Cimarello figliuolo di Lorenzo, fratello suo, vicino alla Capella di detto Sano fabricata; Nel cui coperchio vedesi à lettere maiuscole il suo [p. 146 modifica]nome, con quello del sudetto Cimarello, e si come egli fù Progenitore di una Prole numerosa, così l'ossa di molti Discendenti riposano seco nella medesima Tomba.


Pier Santo Banno, fù segnalato Dottore di Legge, & insieme intendente de i militari principij, e nella prudenza politica prevalse ad ogni altro del suo tempo; come ben dimostrollo nella difesa di Corinalto, quando assalito fù dal Duca Francesco Maria della Rovere: però che havendo egli la carica dal Magistrato di guardare le mura, e di commandare in tutti gli affari più importanti di quella guerra (come appare nei Libri delle determinazioni de' Consigli) ne riuscì con tal'honore, che superati gli nemici in tante fattioni, gli astrinse finalmente à partire. Questo mancò (come si crede) nella pestilenza, che seguì dopò l'assedio, con doglia non ordinaria di tutto il Popolo, che per gli suoi fatti egregij, e per lo beneficio prestato alla Patria, poso meno che l'adorava. E se non fossero stati i Cittadini di essa ritardati dalle miserie di quei calamitosi tempi di peste, senza fallo haverebberli alzata di bronzo una Statua, à sempiterna memoria.


In questi medesimi giorni fiorirono anco in valore, & in ardir militare Magnone di Bartolomeo, e Mascio di Iacomo; i quali con honorata carica di Capitano, in varie guerre fecero esperienza della virtù loro; per lo che si resero degni essere anco honorati nella Patria di questa medesima carica, nel tempo della sudetta Guerra (come appare nel citato Libro delle determinazioni, sotto lì 3. di Febraro 1517.) ove con tal prudenza, & arte mostrarono il loro pietoso ardire, che con danno incredibile de' nemici, fecero continue sortite fuori, e da lor fieri assalti difeser le mura. Non havendo havuto altra notitia di questi due soggetti valorosi, ne meno penetrato quali siano i Discendenti loro in Corinalto, non posso d'avantaggio parlarne.


Battista Venerij, essendo huomo saggio ne' consigli, e molto nell'armi esperto; ne gli accennati travagli di Corinalto, consultando in uno, e combattendo, acquistossi gran gloria in quell'impresa. Et essendo Confaloniero, nel mese di Marzo, e d'Aprile, dopò la liberatione della Patria, molto giovevole si rese al Publico, sgravandolo con la sua prudenza da una infinità di debiti, per la difesa già fatti. Et al tempo del pestilentiale contagio, che pochi Anni dopò, con la total distruttione del Popolo si faceva sentire; pose fuori gran copia delle sue sostanze; accioche si essequissero gli Ordini dati dal Magistrato, per riparare à quelle universali miserie. Et in ogn'altra necessità della Patria mostrò la sua grandezza d'animo, analogata molto alla sua nobilitade natia: [p. 147 modifica]essendo che i Venerij (come si crede) trassero da Suasa l'origine, & in quella Città invecchiati, rinovellaronsi con essa in Corinalto. S'estinse questa Casa pochi Anni à dietro nel retaggio de' Maschi, per la morte d'Emilio, e del Cavagliero Andrea suo figliolo, amendue soggetti di grande stima, ben degno punto di una si nobil linea.


Giovanni Benedetto Amati, essendo facondissimo oratore, e nel parlare sommamente gratioso, sempre fù da Prencipi grandi tenuto in istima, da quali ogni bramata richiesta otteneva, come con gli effetti ben dimostrollo, quando dal suo Pubblico, Oratore spedito alla Romana Corte, da Leone Decimo benignamente impetrò due volte la confirmatione del mero, e del misto impero, & ogni altro favore, che dal medesimo Publico desideravasi (com più diffusamente si domostrò nell'Historia.) Visse lungo tempo dopò la liberatione di Corinalto, con tutti i meritati honori. Mancando lascio solo due figlie, le quali con lodevoli attioni manifestarono al Mondo esser d'un tal Genitore propagini vere; particolarmente Candia, che fù Donna di gran valore, e di spiriti virili: Però che vivendo, infiniti beneficij à Corinaltesi ella fece, non tanto frà gli animi discordi mettendo pace; quanto in sollevare gli oppressi, aiutare i poveri, & alla retta strada i traviati ridurre; Morì finalmente pochi Anni à dietro, non men d'opre buone carica, che vecchia d'Anni.


Silvio Orlandi famoso Dottor di Legge da diversi Sommi Pontefici venne di molti governi honorato; però che da Leone Decimo mandossi Governatore di Spoleti, l'ultimo Anno del suo Pontificato, e della nostra Salute 1521. Da Adriano Sesto alla Città di Terni, con la medesima carica, l'Anno 1522. Da Clemente VII. à Faenza, l'Anno 1524. e dal medesimo à Iesi, l'Anno 1525. e 1527. à Fabriano; Da Paolo Terzo à Foligno, l'Anno 1535. e da altri Pontefici in altri luoghi simili, ed anco maggiori, come vedesi nei Brevi Pontifici, e lettere patentali, che appresso gli suoi posteri stan ben costudite, per conservare in Casa loro la memoria di un sì degno soggetto. Finì glorioso il corso della sua vita in Norsia, ove ritrovavasi la seconda volta Governatore, con universal cordoglio di quel Popolo, che non come Giudice, mà come Padre l'amava, e riveriva.


Giovanni Andrea Fata, essimio Dottore nell'una, e nell'altra Legge; fù di tal grido à giorni suoi, che i maggiori Prencipi d'Italia con instanza non ordinaria lo dimandavano al servitio loro, come appare dalle lettere de i detti Prencipi à lui dirette, che in mano de gli suoi congiunti, si vedono. Penetrato il suo valore (quantunque giovanetto) da Giulio Secondo fù mandato al Governo di Rimino lì 15. di Giugno, l'Anno 1511, Intesa la morte di questo Pontefice da Campo Fregoso, Duce di Genova [p. 148 modifica]chiamollo al servitio di quella Repubblica, per Vicario della prima Sala; e l'Anno 1515. il Serenissimo Senato, c'haveva sperimetato la sua inclita virtù, candida fede, mandollo per Ambasciatore appresso la Corona di Francia, dalla quale venne molto di pretiosi doni, e di favoritissimi Privilegij honorato; principalmente dell'habito di Cavagliero aureato, con tutti gli suoi Discendenti, che dell'Aurea Dottorale fossero decorati, come io vidi nella lettera patentale soscritta di propria mano dal Rè Francesco, e co'l sigillo munita, data in Leone lì 10. Luglio l'Anno 1515. Questa nel Regno di Francia viene singolarissima Dignità riputata, la quale se non à soggetti supremi si conferisce; da onde infiniti altri Privilegij provengono, principalmente di non poter essere carcerato per debiti, ne processato da verun Tribunale, che dal Consiglio grande di quella Regia Maestà. Rendesi anco idoneo di poter conseguire ogni maggior Dignità, che à più stimati Prencipi di quel Regno si conferiscono; ne sono astretti à far provanze della lor Nobiltà, supplendo al tutto l'Aureata cavaglieranza, e l'autorità Regale, che la dona. Havendo finita la sua Ambascioria, l'Anno 1518. li 6. di Maggio, fu chiamato dal Cardinal de' Medici, del titolo di S. Calisto, al servitio Apostolico, e subito dal medesimo dichiarato Commissario della Marca. E l'Anno 1519. per l'absenza del Cardinale Bibiena, Legato dell'Umbria, ch'andò in Francia à trattare con quella Corona importanti negotij, Gio: Andrea sudetto, per ordine del Papa, in vece di Legato supplì nella detta Provincia, risedendo in Foligno, co'l titolo di Governatore. Havendo la Sede Apostolica rihavuto lo Stato d'Urbino, fu da Leone Decimo da Fuligno mandato à quel Governo l'Anno 1521. con titolo di Luogotenente Generale, e dopò la morte del detto Leone, restovvi co'l titolo di Governatore della medesima Città dimandato, cosi le patenti testificano, che scritta furono sotto lì 22. di Genaro, l'Anno 1522. Et essendo poi Francesco Maria della Rovere rinvestito del Ducato, Leonora sua Moglie, che governavalo, (attendendo quel Prencipe alle guerre) non volendosi privare di questo grand'huomo, in honorati carichi trattenevalo: però che l'Anno 1528. lo mandò Luogotenente à Gubbio, e l'Anno seguente da indi levandolo, dichiarollo suo Gentill'huomo, à cui tutti i maggiori negotij del suo Stato affidana; e più volte il mandò à Prencipi diversi Ambasciadore, principalmente à Federico Gonzaga duca di Mantova suo fratello. Et in fine dopò molti altri simili honori, venne fatto dalla Sede Apostolica Avvocato Concistoriale di Roma, e ritornato un'Estate per ricrearsi l'animo, e godere le delitie della Patria, finì per mano d'un empio sicario, il felicissimo corso della sua gloriosa vita, con pianto universale di molti [p. 149 modifica]luoghi d'Italia, i quali havevan le sue virtù esperimentate; specialmente nella Corte Romana, che si condolse molto d'haver sì disgratiatamente perduto un tale heroico Alunno.


Viviano Amati, che fù il terzo figlio di Domenico Amati, avanzò in prudenza, & in architetonica politica ogn'altro suo compatriota: Onde per questo alla Patria fù sommamente grato, e i consigli, non men che Oracoli erano ricevuti; singolarmente nelle cose più difficili, come appare ne i Libri delle Decisioni del Publico. Fù spedito oratore in varij Luoghi dell'istesso Publico ne i casi urgenti, e pregiudiciali alla libertà della Patria; & in particolare à Clemente VII. contro il Legato della Marca, il qual senza ragione alcuna voleva ( in disprezzo de i Privilegij Pontifici) occupare, al medesimo Publico il mero, e misto Impero, e la Podestà giudicaria di far sangue. Fù da quel Santo, e giusto Pontefice benignamente udito, e n'ottenne un'amplissimo Breve, dato in S. Pietro lì 16. Marzo, l'Anno 1524. non tanto per la confirmatione del sudetto, come d'ogni altro Privilegio, Gratia, & Indulto per l'adietro da suoi antecessori à Corinaltesi concesso: con Pena della sua disgratia alli transgressori, di mille scudi d'oro, e della scommunica (come appare dal tenore di esso Breve, che nel suo originale nella Cancellaria Commune si custodisce. Havevasi perciò cotanto delle sue virtù il concetto nella Corte di Macerata, che gli Officiali di quella non osarono per l'innanzi (mentre egli visse) di pregiudicar punto la Giurisdittione di Corinalto, e di usar contro di esso alcun'atto di temerarietà. Morì nella Patria con doglia universale; lasciando gli suoi figliuoli heredi, i quali furono honoratissimi, e caminarono sempre per li sentieri gloriosi della virtù Paterna.


Giovanni Buon'huomo, intorno à questi tempi fu della prima Classe Medico celeberrimo. Questi, oltre le condotte insigni delle principali Città di Lombardia, dell'Umbria, e della Marca; da i Veneti condotto fù à Padova per Lettore del Bò, con gli ordinarij, e soliti stipendij alli Lettori delle prime Cathedre di Medicina tassati; ove con applauso, e di Scolari numeroso concorso trattennesi molti Anni. Morì glorioso in quella carica.


Christoforo Fontini celebre professore di Legge, fu sempre impiegato dalla Sede Apostolica nell'officio di Giudice, in molti luoghi dello Stato Ecclesiastico; principalmente in Rimino, ove servì per Luogotenente Civile, e Criminale. Indi nella medesima carica in Cesena, e Macerata: E somministrando con dolci maniere à tutti la retta Giustitia, gratissimo si rendeva: Onde da i Luoghi ove stato era una volta, fù [p. 150 modifica]chiamato ancora (come le lettere patentali li à pieno l'affermano.) Fù molto inclinato alla Religione, & à gli essercitij del culto Divino (come con l'operationi diedene il saggio) perche non solo riedificò l'Altare con sontuosi ornamenti, che fù di Nero Piccino, entro la Chiesa di S. Francesco; mà di più introdusse la Religione de' Padri Capuccini in Corinalto, ricevendo nella propria Casa il Padre Frà Antonio da Monte Ceccardo, General Commissario di quella Riforma, e disponendo i Cittadini ad abbracciarla come all'anime utilissima, ne gli essempi, e ne i costumi; così consta da una lettera del sudetto Padre Comissario, ch'è di presente nelle mani di Girolamo Fontini suo pronipote. Ritrovandosi Luogotenente in Macerata, l'Anno 1558. morì con buona estimatione della sua salute; & essendo anche Confaloniero in Corinalto, vollero gli figli riportare quel cadavero alla Patria; ove honorato con solenni essequie, fu nella Sepoltura de' suoi antenati, in S. Francesco riposto.


Panfilo Orlandi strenuo Capitano, di cui parlando il Ruscelli nel supplemento dell'Historie del Giovio, con sua lode grande, racconta, che Francesco Rè di Francia molto confidasse nella sua candida fede, havendolo in particolare dimostrato, quando la Piazza di Marano in man li diede nel Friuli, Fortezza per gli suoi grandi affari, nel principio della nuova guerra, di conseguenza, la quale da' suoi era stata levata con molta fatica, ed'inganno àgl'inimici. E volle, che quella, con le sue genti servasse, per sino che risolvetesi nel suo luogo il Signore di Seni mandare. Uscito Panfilo da questa Fortezza, fu subito Colonello creato, nel qual dignissimo carico avanzandosi molto, ottenne il commando di Luogotenente Generale sopra alcune Italiane Legioni. E diportandosi in ogni sua Impresa da generoso: Finita poi la guerra (che tanto aspra fu trà Carlo Imperatore, & il sudetto Rege) l'Anno 1545. tornò alla Patria, da quella Maestra egregiamente honorato di doni, e di Privilegi, che resero non meno ricchi gli suoi heredi, che la sua morte gloriosa. Cose assai maggiori hò sentito raccontare da' vecchi di questo degno Capitano: mà non havendo da gli suoi ben serviti più di quanto hò scritto, con silentio le passo; stimando io essere non disdicevole, ch'egli resti alquanto nelle sue lodi mancante, che la mia penna troppo facile sia stimata in scrivere per vere le cose dubbie.


Piero Leone Amati figlio di Viviano sudetto, militò un tempo in Alemagna per la Cattolica Fede, contro i Luterani: e come soldato di gran prudenza, & di cuore, molto fù amato da Ottaviano Farnese Duca di Camerino; sotto il cui commando in un gran fatto d'armi contro Filippo Langravio d'Assia, ribello di Carlo Quinto Imperatore, e Settatore de i Luterani dogmi, restò gravemente di archibugiata in un piede [p. 151 modifica]ferito, e dopò lunga cura, quasi risanato essendo, per ordine del medesimo Duca, che la sua intiera salute desiava, ritornò in Italia, da alcuni suoi parenti accompagnato; il qual volle anco honorare di lettere di ben serviti, e di favoritissimi passaporti, dati sotto lì 21. di Luglio, l'Anno 1546. che ancora in mano del Capitano Pier Leone suo nipote si conservan'illesi. Risanato (come quelli ch'era di animo generoso) non potendo star'in otio alla Patria, usci di nuovo al soldo di Carlo Quinto, nelle guerre d'Italia. Et in Monte alcino, essendo Luogotenente nella Compagnia di Giulio Monte, l'Anno 1553. fè con le sue genti del suo esperimentato ardire in quella impresa gran prove; onde dal General dell'Essercito in voce, & in scritto ne fu molto lodato. Morì alla Patria, lasciando delle sostanze, e del vanto de' suoi gran meriti gli suoi figliuoli, e Descendenti heredi.


Frà Cesare Magini Minore Conventuale, fù di si spurgato ingegno, che in pochi giorni d'ogni habito speculativo, della Sacra Teologia principalmente, divenne ricchissimo possessore: peroché ritrovandosi in Bologna d'età di dieciotto Anni, spiegava con fiume d'eloquenza la dottrina di Scoto sopra le Sentenze, nelle principali Cathedre di quell'Università, con seguito incredibile de i più curiosi professori delle Sacre lettere. Tirato dallo sparso rumore della fama di lui Frà Giulio Magnani da Piacenza Ministro Generale dell'Ordine suo, esser volle d'improviso ad un suo discorso presente, & havendo con mano toccato, che i fatti di questo meraviglioso soggetto non difalcavano punto alla gran fama; subito disceso di Cathedra, alla presenza di tutti creollo Maestro della Sacra Teologia, con infinito applauso di ogni letterato di quel celebre Studio: Così nelle patentali lettere si legge, date in Bologna l'Anno del Signore 1553. le quali trovansi hoggi nelle mani di Stefano Magini, Medico spiritoso, e saggio di Donna Livia Duchessa d'Urbino. Mà dall'invidia oppresso, à pena il quarto lustro compito, da gl'invidiosi ricevè la non consciuta, nè meritata morte, la qual non tanto à gli suoi parenti, & alla Patria rese indicibil dolore, quanto à tutte le Scuole d'Italia; stando elle con aspettatione, che nell'età più matura dovesse (ogni contraria opinion rimovendo) ne i passi più difficili delle scienze, concordare non solo Scoto con S. Tomaso, Aristotile con Platone, e con Heraclito Democrito: mà serrare anche la bocca ad ogni Sofista, Hippocrita, e Tiranno, che con varij sillogismi, & ascoste fallacia oscurano il vero, e rendono ogni più certa Scienza dubbiosa.


Simone Fata fu Dottor esprerimentato nell'una, e nell'altra Legge. Hebbe molti Governi de i Sommi Pontefici, & in tutti felicemente portossi. Si trovò presente al Concilio di Trento, e con gli altri Padri [p. 152 modifica] [p. 153 modifica] [p. 154 modifica] [p. 155 modifica] [p. 156 modifica] [p. 157 modifica] [p. 158 modifica] [p. 159 modifica] [p. 160 modifica] [p. 161 modifica] [p. 162 modifica] [p. 163 modifica] [p. 164 modifica] [p. 165 modifica] [p. 166 modifica] [p. 167 modifica] [p. 168 modifica] [p. 169 modifica] [p. 170 modifica] [p. 171 modifica] [p. 172 modifica] [p. 173 modifica] [p. 174 modifica] [p. 175 modifica] [p. 176 modifica] [p. 177 modifica] [p. 178 modifica] [p. 179 modifica] [p. 180 modifica] [p. 181 modifica] [p. 182 modifica]



[p. 183 modifica]tutte le altre di ben servito da più Prencipi ottenute, appresso di me nell'originale si trovano. Tornò alla Patria per aggiustar le sue cose, con pensiero di far di nuovo ritorno alle guerre, Ma da un suo nemico alla sprovista con un colpo di ferro infelicemente percosso, perdè questo gran Soldato la vita. Tal'essito hebbe Christoforo, le cui attioni furono sommamente pregiate dalla Gloria, verificandosi, che le disgratie fanno faccia à qualsivoglia valore.


Quarantadue Dottori vivono hoggi, frà Theologi, Medici, e Leggisti, che in questa Patria hebbero i natali, i quali con le penne, co' Governi, con dotte Predicationi, e letture illustrarono la medesima, che i passati non meno; in particolare Frà Angelo Amati famoso Teologo dell'Ordine de' Predicatori, il quale oltre le honorate cariche di Governo, e di lettura, che nella Religione, & à servitio de' Vescovi grandi essercitò, hà composto anco sopra la Politica d'Aristotile un grosso, ed erudito Volume, intitolato Arcani di Dominatione à Monarchi, e Prencipi, come à sudditi di vera soggettione, ed'ubbidienza. Evvi Frà Nicola Bartoli Heremitano (del sopranominato Maestro Alessandro fratello, e mio German secondo) Maestro della Sacra Teologia, il qual benche nelle Prelatura di diversi Conventi Generali dell'Ordine suo, nella Segretaria della Provincia, e ne gli officij di predicationi, e di letture in varij luoghi d'Italia sia stato sempre occupato; scrisse anche dottamente Discorsi vaghi sopra la Sacra Scrittura, e sopra i PP. con altre simili materie, che manuscritte appresso la sua persona si servano in Iesi, ove già vecchio, e di vista privo trattiensi, aspettando quel giorno, in cui di far passaggio à vita più felice aspira. Nell'armi ancora vivono molti, che in carichi honorati hanno mostrato in guerra, & in altri essercitij militari il lor valore, si come fan di presente dodici Capitani, trà quali Cimarello Cimarelli per il lungo servitio, che alla Veneta Republica hà nel medesimo officio di Capitano prestato; in particolare nelle guerre d'Istria contro gl'Imperiali, ne' Mari di Puglia contro gli Ossonisti, nelle Fortezze d'Islan contro Turchi, & in Malpaga, e Possidonia contro i medesimi, da quali assediato, co'l proprio, e co'l valor delle sue Genti à campagna aperta virilmente pugnando, liberossene; come ne' suoi favoritissimi Privilegij chiaramente scorgesi. Similmente in altre fattioni, per le quali da quel Serenissimo Senato fù assonto alla carica di Sargente Maggiore, ove al presente in Dalmatia si trova. In raccontare i meriti di questi non mi stenderò più inanzi, ne meno d'altri, che vivono (benche sian per li lor fatti egregi di sempiterna memoria) per non transgredire i precetti del Savio, che lodar non si deve alcuno, mentre che vive; [p. 184 modifica]anzi per non metter la mia penna in evidente pericolo di essere adulatrice stimata, anche di alcuni tacerò i fatti essemplari, che come Santi furono stimati al Mondo: havendo risoluto comporre de' più degni le Vite al tempo suo, e quelle in Discorsi poste, transmettere alla mia Patria, affinche da quel Magistrato nel pubblico Archivio si servino, per al suo tempo à questo Libro aggiungerle; non essendo giusto defraudare d'honori coloro, che meritevoli sono: Essendo della virtù, e delle honorate fatiche in Terra premio verace la Fama, e sù nel Cielo la Gloria, ove il nome di essi à caratteri d'oro, e ziffere di Stelle ne gl'eterni Diamanti eternamente serbasi.



IL FINE.




IN BRESCIA.

Per gli Sabbi, Stampatori Episcopali.

1642.