La casa paterna

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Grazia Deledda

1929 L Indice:Deledda - Nell'azzurro, Milano, Trevisini, 1929.djvu Letteratura La casa paterna Intestazione 7 marzo 2019 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Nell'azzurro

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LA CASA PATERNA

27 Luglio.

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. . . A R... — mia piccola città natia — siamo arrivati verso le otto. Impossibile descrivere la strana impressione che provai, nel rivedere, dopo tanti anni di lontananza, le mie campagne, la mia valle, il mio cielo.

Appoggiata allo sportello del vagone, io non badavo più ai miei compagni di viaggio, intenta solo ad ammirare i paesaggi che si attraversava.

— Signora Jole, — mi disse Matilde con premura, — si sente forse male? È bianca bianca.

— Grazie, sto benissimo, — diss’io con un sorriso, — sarà l’imbrunire che farà bianchi i nostri visi. Anche lei è bianca più del solito. [p. 130 modifica]

Oh, certo, l’imbrunire se non fa tutti i visi bianchi getta però su tutte le anime una bizzarra melanconia, un velo di ricordi e di speranze, di desiderî infiniti verso una felicità che è impossibile raggiungere.

Io ero felice, felicissima di rivedere la mia terra natia e se fossi arrivata nelle ore calde e lucenti del giorno, quando il sole splendente sul cielo di oro illumina tutto, ogni masso, ogni filo di erba, avrei anch’io riso e parlato coi miei compagni di viaggio; ma arrivando in quell’ora mesta del crepuscolo, quando l’ombra tremula della sera vela le cose, e dà loro un aspetto di infinita e melanconica bellezza; quando i profili dei paesaggi si disegnano, bruni, bruni, sullo sfondo del cielo trasparente e splendido come una lastra di smeraldo, mi sentivo infinitamente triste: ricordavo i miei primi anni passati in quei luoghi, ricordavo i miei parenti morti, la mia mamma, il mio babbo, morti, dormenti nel cimitero che vedevo biancheggiare sull’orlo della valle, il mio fratello lontano, le mie amiche che non avrei ritrovato, che non avrebbero più riconosciuto nell’alta, elegante e ricca signora che veniva dalla capitale, la loro piccola e allegra amica d’un tempo!

E il treno correva, rapido, e rumoroso, [p. 131 modifica] adempiendo il suo dovere di "bello e orribile mostro" che

I monti supera,
Divora il piano,

mentre io avrei voluto che andasse lentamente, per lasciarmi rivedere bene, palmo per palmo, le mie ubertose campagne, la pianura arsa dal sole, la valle da cui salivano i primi profumi delle notti di estate, le montagne ergentesi al cielo, verdi e scoscese, i boschi scossi dalla brezza...

Ecco, ad un tratto il mio cuore batte forte, forte: vedo le prime case di R... — le ultime che vidi quando partii, alle quali diressi il mio addio — vedo i campanili, i miei poveri campanili bruni, immobili sul fondo del glauco firmamento: i miei occhi si velano, la mia mente è sconvolta, i miei sguardi non vedono più nulla di distinto, di riconoscibile.

È l’effetto del crepuscolo che cresce, o di ciò che volgarmente chiamasi pianto? Non lo so di sicuro...

Il treno fischia; i passeggieri si dispongono a scendere: fischia ancora: ecco la stazione circondata di fiori e di gente: fischia la terza volta: sono fra le braccia di mia zia, delle mie cugine, di cento conoscenze che... non riconosco più, trasformate dagli anni. Tutti mi abbracciano e mi baciano come se io venga dall’altro mondo. [p. 132 modifica]
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Domani la prima visita che farò sarà alla mia casa paterna.

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30 Luglio.

Oggi, solo dopo tre giorni ho fatto quella santa visita.

La nostra casa — dico ancora la nostra benché non lo sia più, essendo stata venduta da mio fratello ad un signore di R... prima ch’egli lasciasse e per sempre la nostra città — è posta quasi sul limite di R... in una via deserta e solitaria, accanto ad altre piccole palazzine, tutte circondate di orti ai quali, per i grandi alberi che li ombreggiano, danno qui il nome pomposo di giardini, non ostante i grossi cavoli e le cipolle che vi crescono.

Attualmente nessuno abita la nostra casa: dalla famiglia che la possiede, ma che l’affitta ad altri, ottenni subito le chiavi, e mi ci volli recare sola.

Trovai quasi irriconoscibile la via, allargata, selciata, pulita, piena d’aria e di sole, ma sempre deserta e disabitata perché, come dissi, fuori del centro; vi sono case nuove, alte, colorate: tutto è trasformato, anche la nostra casa, sì, anch’essa! La lasciai tinta d’azzurro, vecchio azzurro a cui il [p. 133 modifica] tempo aveva dato un velo di sfumature color rame e verdognole, con le finestre piuttosto piccole dalle imposte azzurre anch’esse, coi davanzali di lavagna e di granito: la trovo tinta a varii colori, a striscie rilevate, tinte di giallo su fondo d’un grigio oscuro: le finestre sono, o almeno mi sembrano, più grandi, alcune trasformate in balconi.

È bella, bella, non c’è che dire, ma come avrei preferito trovarla come la lasciai, vecchia, bruna, modesta. Oh, se dentro è lo stesso, irriconoscibile, a che mi serve entrare? Sono tentata di tornarmene indietro: ma no, ecco tre cose ancora nel loro primo stato: mille ricordi, un palpito del mio cuore! La porta d’entrata è ancora la stessa, grande, solida, verniciata di marrone, con lo stesso battente, una mano chiusa di ferro con un braccialetto d’ottone, con la stessa serratura: ecco, ecco un ricordo che mi fa sorridere. Una volta al babbo era venuta l’idea di farmi imparare, durante le vacanze, un po’ di... latino, niente di meno! Le lezioni le pigliavo da un professore nostro vicino, ma sin dai primi giorni provai una noia, un’uggia tremenda nell’apprendere quella lingua gloriosissima, antichissima, famosissima, ma anche noiosissima. Tuttavia, non volli dispiacere al babbo col rinunziare, però dal fondo del mio cuore, coi miei fervidi voti, affrettavo la fine delle vacanze, contavo i giorni, e per essere [p. 134 modifica] più sicura che essi passavano li segnavo... sulla porta! Eccoli ancora lì: sono quasi novanta forellini, fatti con la punta delle forbici, lungo l’estremo limite della porta.

Gli altri due ricordi, ovvero le altre due cose non mutate, sono il marciapiede intorno alla casa e una panchina di pietra addossata al muro, fra la porta e la prima finestra a pian terreno.

Nel marciapiede vi sono trentadue lastre di pietra, le ultime dieci più piccole delle altre: la panchina è più grossa da una parte: perché mi chino, quasi involontariamente, e guardo al di sotto? Forse per vedere se vi è ancora, crescente tra le fessure del marciapiede, una piccola pianticella di ranuncolo campestre che coltivai per tanti anni, di cui conservo ancora un fiorellino secco fra le pagine di un libro che mi fu regalato appunto da una mia piccola amica, mentre stavamo sedute su quella panchina, godendoci il fresco di una sera d’estate, parlando del mio ranuncolo che appassiva, pronto però a rinascere la seguente primavera?...

Ma il ranuncolo non c’è. E se vi fosse, a che servirebbe?

Mi siedo un po’ sulla panchina: non passa nessuno nella via. Oh, le belle ore che altre volte passai qui seduta insieme con le mie piccole amiche, parlando della scuola, dei còmpiti, delle lezioni, delle [p. 135 modifica] bambole, mentre Franceschino passeggiava per il marciapiede, contando le lastre, o facendovi trottare Clam, il nostro cane favorito, attaccato ad una carrozzella di legno su cui stava la mia bambola coi suoi bagagli che partiva per i bagni.

Nelle piccole città, nei villaggi, i bambini anche ricchi godono una grande libertà; non sono tenuti rinchiusi, con le ore fisse ad una od un’altra occupazione, come lo studio, la ricreazione, il passeggio, ecc., come nelle grandi città: e così noi si stava quasi tutto il giorno davanti alla casa, coi nostri amici.

Poi entrai nella casa. Che oscurità, che odore soffocante! Apro la finestra e nell’aprirla mi ricordo che il giorno che partii — era un ardente meriggio d’estate — Giannina, la mia governante, dopo avermi baciato ed augurato buon viaggio si volse vivamente come per semi—chiudere quella finestra, ma in realtà per nascondere il suo pianto... Povera Giannina! Forse una voce segreta in quell’istante le diceva che non mi avrebbe riveduto mai più.

Il vestibolo comincia a dissipare le mie paure: è sempre lo stesso, piccolo, con le pareti tinte di grigio e fiorami, qualche mensola ed eleganti sedie di legno scuro. V’è persino la stessa lampada di porcellana verde, le stesse portiere, oramai vecchie.

Mi fermo un momento indecisa se debba visitare prima le stanze od il piccolo giardino: mi [p. 136 modifica] decido per questo. Attraverso l’andito che mi vi conduce, stringendo nervosamente in mano la chiave della porticina, la stessa che la mamma mi accordava solo al prezzo d’un bacio, che io non potevo ottenere però nei giorni di castigo: quell’andito debolmente illuminato da un’alta finestrina, che diventava buio buio appena scomparso il sole, che temevo di attraversare sola, allora, perché più d’una volta mi era sembrato di vedere lunghi fantasmi dai mantelli, dai panneggiamenti di neve; e dove Giannina minacciava di rinchiudermi se facevo da cattiva. Una volta a Franceschino un malvagio compagno fece leggere ad insaputa del babbo e della mamma nostra, un libro proibito in cui si narravano storie false e spaventose dell’Inquisizione, e Franceschino me le ripeteva a bassa voce, conchiudendo: — Quei sotterranei dovevano essere come... il nostro andito!...

Adesso, dopo molti stenti, ecco aperta la porta dell’orticello. Anche qui c’è poco di mutato.

Il pergolato, lussureggiante di pampini, ombreggia i viali: una vite si arrampica sul muro, dando alla casa un aspetto sommamente pittoresco. Anche i pochi alberi sono verdeggianti, molto cresciuti; ma al di sotto tutto è secco ed inaridito. Qui è la mia aiuola favorita: il muro è caduto, le pianticelle dei fiori, d’altronde tutte diverse da quelle che coltivavo io, sono secche, rachitiche, circondate di male erbe: [p. 137 modifica] solo qualche fiorellino, dalle foglie sbiadite, sorride tristemente fra tanta desolazione. Che stretta al cuore!

Poiché qui era tutta la mia gioia, tutta la mia campagna: qualche cosa di delizioso: in quei due metri di terreno, proprio miei, c’era un lembo di Eden, un giardino in miniatura, coi suoi rosai dalle rose di ogni colore, colle sue siepi di gelsomini, coi suoi giacinti e i gigli e i giaggioli e le viole e i garofani e persino la ginestra.

Lo coltivavo con cura, con passione, tanto che mio padre mi chiamava la giardiniera: provavo una gioia indescrivibile quando nei giorni onomastici potevo offrire un mazzolino di fiori fatti nascere e crescere da me: quando conducevo con orgoglio le mie compagne, per far loro vedere la mia aiuola come altri mostra i suoi lavori, offrendo loro una rosa, un giacinto, miei! Il giacinto! Era il mio fiore prediletto: nelle tiepide giornate di febbraio rimanevo lunghe ore contemplando quei fiori così gentili e perfetti che paiono scolpiti in marmo azzurro, in marmo rosa: li amavo tanto che una volta mi fecero diventare poetessa.

Oh, le deliziose ore passate nel nostro giardino, giocando con le mie amiche, passeggiando con la mamma, o col babbo da cui esigevo mille spiegazioni; seduta con Franceschino sulle panchine di [p. 138 modifica] pietra, facendo mille progetti, parlando di mille cose, sdraiata, nei tiepidi meriggi di primavera o di autunno, negli ardenti meriggi d’estate, all’ombra del pergolato, leggendo, fantasticando con gli occhi immersi nella serenità dei cieli azzurri, nelle lontananze velate dai pulviscoli del sole, sulle montagne che si stendevano innanzi a me addormentate anch’esse nel silenzio d’oro dei meriggi, col cuore pieno di affetti, con la fantasia piena d’indistinti e infiniti sogni colmi d’azzurro e di sorrisi, con l’anima inebbriata dalle speranze della vita.

E cento ricordi, cento rimpianti, mi costringono ad assidermi là, col capo stretto fra le mani, ove un giorno mi assidevo sorridendo, cantando l’inno della gioia e della speranza, guardando la vita col sorriso negli occhi, questa vita che sarebbe felice solo se non esistessero l’invidia, l’ignoranza, la maldicenza e l’ipocrisia...

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Ecco la sala da pranzo: le due finestre, alte, gotiche, guardano sul giardino: sono all’esterno incorniciate di pampini verdi che vengono fin sul davanzale, gettando nella stanza una deliziosa e fresca penombra. Lì, in una di quelle finestre era appesa la piccola gabbia azzurra di Pipy, il mio canarino, il mio piccolo amico gentile, morto per me, sì per [p. 139 modifica] me — perché, qualche tempo dopo la mia partenza, Franceschino in una sua lettera scriveva: «Pipy è morto! Dopo la tua partenza era sempre malinconico, non cantava più, e ieri mattina lo trovai morto, stecchito nella sua palazzina azzurra. Che sia morto di dolore o di vecchiaia? L’avevamo da quasi dieci anni; non è vero?».

«Di dolore o di vecchiaia? Né per l’uno né per l’altra; forse — gli risposi — sarà morto di fame o di sete, perché non vi curavate di lui». E credo d’aver pianto...

Accanto a Pipy, fra le due finestre, c’era il mio pianoforte: oh, quante volte non cercai d’imitare la musica di Pipy, quante volte questo non accompagnò le mie suonate con le sue, spesso vincendomi in lunghezza e soavità! Quando ero sola mi compiacevo di quella suonata a «due mani ed un becco» come diceva Franceschino, ma quando dovevo suonare davanti ad altri, la mia prima cura era di allontanare Pipy: quel dannato faceva uno scandalo ogni volta che mi vedeva posar le mani sulla tastiera...

Ora non v’è più nulla nella nostra sala da pranzo, né un mobile, né un lembo di tenda; ma io rivedo tutti gli oggetti che conoscevo sì bene, che avevo tanta cura di mantenere sempre lucidi, sempre nuovi. [p. 140 modifica]

E fra quei mobili, intorno alla mensa decentemente imbandita, nei simpatici desinari di famiglia a cui spesso interveniva o un amico o un parente, intorno al caminetto acceso, nelle lunghe serate d’inverno — perché la sala da pranzo ci serviva anche da salotto di famiglia — nei caldi giorni d’estate, quando attraverso le tende abbassate penetrava una dolce luce verdognola, quella mezza luce estiva tutta scintillii e silenzio, così deliziosa e calma, nelle notti incantate, allorché saliva sino a noi il profumo dei campi e del giardino, e la luna passava pei firmamenti inargentati, ed io, china sul davanzale, ascoltavo il canto del grillo o il muggito del fiume lontano, o suonavo un’aria mesta come l’ora, rivedo tutte le persone a me care, le persone che mi circondavano allora, che venivano in questa casa, amandosi a vicenda, nella felicità, nella modestia di una famiglia che non chiede altro a Dio se non di prolungare la sua tranquilla felicità. Ma Dio non sempre ascolta! La mia mamma, il mio babbo sono morti giovani: la nostra casa è d’altri, e anche se fosse nostra non servirebbe più: non possiamo viverci soli...

Rivedo mio padre, così dolce, così buono, nonostante la severità ostinata di tutti i padri, dai grandi occhi neri affettuosi, dalle mani bianche e fini come quelle di una donna. La mia mamma [p. 141 modifica] era bionda: alta e bionda con gli occhi castanei. Franceschino mi diceva: — Jole, la nostra mamma ha gli occhi in colore del miele! —. E le sue labbra, l’anima sua, gli occhi suoi erano dolci come il miele...

...Mille altre figurine passano nella mia mente: il mio nonno bianco, ma così lontano e indistinto che pare un sogno: come un triste sogno è pure il ricordo di Annina, una mia sorellina morta da molto tempo: era così buona, così carina, e la mamma l’amava tanto che alla sua morte quasi impazzì dal dolore... Eppoi le mie zie, le mie cugine, i miei zii, tutti gli amici di famiglia...

Quel don Antonio, il vecchio prete nostro vicino, quanti dolci, quanti libriccini, quanti rosari ci dava!

Appena facevo una mancanza dicevo a me stessa: — Che direbbe don Tonio se lo sapesse? —. Perché era anche il confessore mio e di Franceschino, e certo i miei peccati dovevano essere più gravi e numerosi di quelli di mio fratello perché don Tonio, trovata appena l’occasione, battendomi dolcemente una mano sulla spalla, diceva con un mezzo sorriso: — Eh, sei più vispa e intelligente di Franceschino — la faccia di questo allora diveniva fosca — ma anche più birbona! — e il viso del piccino si rischiarava.

E il dottor S...? Quello era proprio terribile, [p. 142 modifica] ci faceva paura co’ suoi enormi baffi rossi, con la sua voce grossa: ci sgridava in eterno, trovando malfatti tutti i nostri lavori, tutte le nostre azioni... Conoscevo il suo passo, e Franceschino mi diceva: — Ecco il Dottor Diavolo! Scappa, scappa!

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Anche nel salotto non c’è più nulla: che ne avranno fatto dell’elegante, benché non ricchissimo, mobilio del nostro salotto? Se potessi ricomprarlo lo pagherei al doppio, al triplo.

Tutto è desolazione, oscurità, tanfo in questa stanza, una volta sì gaia, sì ricca di luce e di fiori.

La tappezzeria cade a brandelli dalle pareti, le cornici sono tutte guaste, i mattoni lucenti del pavimento sono screpolati, pieni di muffa, sporchi.

Ma perché i padroni lasciano così deperire questa casa? Sulle prime avevo sentito una specie di gioia nel sapere che non v’era nessuno: ora però sento che non avrei provato una così triste impressione se avessi trovato queste stanze abitate, mobiliate, pulite, piene di vita e di luce... almeno il salotto, mio Dio, la stanza che esigeva tutte le nostre cure d’un tempo, che veniva ammirata da tutti i nostri visitatori, che raccoglieva tante memorie di mia madre...

Oh, se la mamma, se il babbo rivedessero in questo stato il salotto si caccerebbero le mani nei [p. 143 modifica] capelli: a me questa devastazione pare un sacrilegio.

Ah, Franceschino, Franceschino, non avrei mai creduto che la vendita della nostra casa dovesse recarmi tanto dolore...

Esco corrucciata, sbattendo l’uscio, quasi non avessi preveduto di ritrovare tutto così: getto uno sguardo alla cucina, alla dispensa, oscure, nude anch’esse, e salgo su...

Ecco un sorriso sulle mie labbra: questa stanzetta posta al di sopra del vestibolo era la camera da letto di Franceschino, era la nostra stanza di ricreazione!

Qui stava il lettino bianco, quel lettino che anche lui, Franceschino, fra gli svaghi della sua vita brillante e chiassosa, ricorderà con affetto, forse con rimpianto...

Qui era il suo tavolino da lavoro, pieno di libri, di quaderni, di calamai, di penne: il tavolino dello scolaro... Lì, dietro, c’era la tentazione, la grande tentazione che spesso, nelle ore più faticose del suo studio, quando non poteva trovare la soluzione di un problema, le date di un racconto storico, i confini di una nazione, gli faceva rivolgere la testa con un sospiro... forse lo aiutava sussurrandogli: «Fa presto e bene che t’aspetto!».

Erano i nostri giocattoli vecchi e nuovi, grandi e [p. 144 modifica] piccoli, disposti sopra e sotto una grande tavola.

Posso ricordarmeli tutti? È impossibile! È un mondo. Bambole e fucili, mobilie microscopiche e animali lillipuziani, palazzi, vesti, strumenti di musica, batterie di cucina in miniatura, diavoli e santi, ferrovie, palloni, alberi, quadri, macchine e... cento altre cose che assorbivano le nostre ore di ricreazione.

Socchiudo gli occhi: rivedo tutto quel caos, quel mondo piccino, rivedo due bambini che vi si trastullano sempre, contenti, ridenti, spesso visitati da amici che salivano per la scala come Dio voleva, qualche volta rotolandovi, chiamando sempre:

— Ehi, Jole...

— Ohi, Franceschino...

Che scenette graziose! Ecco lì, davanti al tavolino da lavoro due studentini coi calzoni corti, chini su un libro, tanto serii quanto due avvocati su un codice antico e prezioso.

— Carlomagno fu padre di quattordici figliuoli...

— No, quindici...

— Ma no, quattordici...

— No, quindici...

E lì a sfogliare, a sfogliare il libro, borbottando una scommessa sul numero dei figli di Carlomagno. [p. 145 modifica]

Più in qua, sedute a gambe in croce, due bambine dalle vestine bianche, dalle vestine azzurre fanno la toeletta ad una bambola più grande di loro, e intanto sorridono per la disputa di due studenti mormorando sottovoce:

— I figli di Carlomagno erano tredici!

Anche la vasta camera nuziale dei miei genitori è deserta, oscura, spoglia...

L’ampio letto di ferro, così ricco, così elegante, dalle seriche coperte ricamate, dalle nivee lenzuola ricamate, dai cuscini ricamati... tutto è sparito. Sparita la toilètte d’ebano intarsiata a legno bianco, spariti i cassettoni davanti ai quali, rimettendo la biancheria pulita, profumata da foglie odorose sparsevi sopra, la mamma s’occupava più a lungo e più profondamente che non davanti alla prima; sparito il divano dalla spalliera alta; lo specchio dalla ricca cornice, davanti al quale mi trattenevo spesso a lungo, contemplando, nella mia innocente vanità di bimba, non il viso, ma il vestito, davanti, dietro, sui fianchi, sulle spalle... sino al giorno in cui fui sorpresa da mia madre, che mi disse seriamente:

— Jole, non va bene guardarsi a lungo nello specchio... Basta uno sguardo...

Non andava bene! La mamma me lo disse con tanta serietà che m’impensierì. [p. 146 modifica]

Ne feci parola a Franceschino. Il furbo rattenne il riso e mi disse: — Credo che sia peccato!

Il pensiero diventò inquietudine: vidi in sogno una infinità di specchi che riflettevano mille mie immagini, tutte vestite di nuovo, che mormoravano:

— È peccato! È peccato! È peccato.

Allora l’inquietudine diventò rimorso: me ne confessai, e don Antonio mi disse:

— Sì, è peccato, peccato, figliuolina mia. Ditemi, durante il tempo che state a contemplarvi nello specchio, non sentite la corda della vanità agitarvisi nell’anima? Non sentite una gioia proibita nel pensare che molte vostre amiche, più povere, più brutte, non possono sfoggiare un abbigliamento ricco al pari del vostro, non possono sfoggiare i vostri bei capelli, i vostri begli occhi, la vostra fresca carnagione... tutte cose caduche, figlia mia: non sentite una grande e velenosa invidia nel ricordarvi la ricchezza dei vestiti, la bellezza di altre vostre amiche più ricche e belle di voi? E tutto questo non è peccato?

«E l’ozio? Sì, figliola mia, il tempo che consumate durante queste ore di mondana contemplazione — perché certo non state davanti allo specchio con la calza in mano — non è il più grave peccato?» [p. 147 modifica]

Lì seguì un lungo sermone sull’ozio, che io ascoltai con la faccia china, ardente di vergogna.

Non vorrete crederlo, eppure vi assicuro che da quel giorno, per tre mesi almeno... non gettai sullo specchio che qualche sguardo fuggitivo e feci un’infinità di calze e di cuffiette da notte magnificamente guarnite con merletti pure eseguiti da me.

Sparita è pure la larga tenda della finestra, di percalle rasato, a figurine chinesi, dietro la quale mi compiacevo di stare, allorché non avevo compagnie di visite, nei crepuscoli estivi — perché quella finestra aveva più di tutte un largo spazio di case e di vie adiacenti innanzi a sé — fantasticando al mio solito, immersa in un mondo sì diverso e lontano dal vero, gli occhi fissi sul cielo di smeraldo e di viola, l’anima cullata dalla melanconica musica di un organetto che un nostro vicino suonava eternamente appena vedeva stendersi sul cielo le prime tinte della sera.

Nessuno passava nella nostra via eccetto i giorni di feste solenni nei quali sfilavano, davanti alle nostre finestre, le processioni di ritorno alla cattedrale, poco distante da noi; ma i bimbi dei nostri vicini giocavano sempre nella via, e quando io non potevo assolutamente unirmi a loro, irrequieta e birichina qual ero, salivo alla camera della mamma, mi affacciavo alla sua finestra e fantasticavo — [p. 148 modifica] sognando un mondo in cui tutti i bimbi giocano sempre, e mormoravo di tanto in tanto:

— Come sono infelice.

Perché non stavo a scorrazzare nella via!

Apro quella finestra: la prima cosa che mi colpisce è l’assenza d’un vecchio muro che stava davanti a noi: era il mio orologio. In estate il sole alle otto antimeridiane batteva appena sulla sua cima; alle dieci lo illuminava a metà; a mezzogiorno tutto! Da quel muro conoscevo anche le stagioni. In inverno tutto fangoso, umido e nero; in primavera grandi fiori, gramigne, erbe dalle lunghe foglie d’un verde gaio e brillante lo coprivano quasi tutto, e fra esse un mondo d’insetti; in estate tornava a lui lo squallore, ma uno squallore arido, bianco: il muro si screpolava, le erbe si disseccavano e gli insetti sparivano. In autunno, dopo le prime pioggie, si copriva di musco dai fiorellini rossi e bianchi: rinasceva qualche altro fiore, qualche filo d’erba, ma così pallidi e piccoli che parevano dire:

— L’anno muore!

Sparito anch’esso! C’è una casa nuova, alta, bianca, abbagliante, che m’impedisce di vedere oltre.

Guardo nella via: l’ora è tarda, il venticello dell’imbrunire comincia a rinfrescare l’aria calda [p. 149 modifica] e colorata, ma nessuno, neppure un bimbo, appare nella strada.

Spariti anch’essi! Tutto, tutto è sparito, ed io son rimasta sola... in questa casa, in questa via.

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La camera di mia madre! Quanti altri ricordi mi apporta alla memoria. In questa camera nacqui io, nacque mio fratello, vi nacque e morì Annina, vi morì mia madre, vi morì mio padre.

Soavi e tristi ricordi del mio passato! Io, da questa finestra spalancata guardo il cielo della mia fanciullezza e sul suo sfondo d’oro, attraverso il crepuscolo, tremulo e splendente come la garza serica che vela le Urì dei cieli orientali, vi rileggo, come scritti a caratteri d’argento, tutti gli avvenimenti di quei tempi beati.

Perché, dal momento che entrai in questa casa, tutti gli altri ricordi della mia vita dopo la partenza dalla casa paterna, i grandi ricordi dei grandi avvenimenti che mi accaddero, rimpicciolirono, sparvero dalla mia mente?... Ed è possibile che tutti ricordino con le stesse impressioni che provo io, la casa paterna?

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Qui, in quest’altra stanza ampia, bene illuminata da due finestre che guardano sul giardino, era lo studio del babbo: il babbo era medico. [p. 150 modifica] Camminava l’intero giorno, sempre gaio ed instancabile, e le ore che poteva rapire ai suoi malati, agli amici, alla famiglia, le passava qui. Rude il suo dovere, le sue fatiche quotidiane gravi; ma egli non si lamentava mai: pure di tratto in tratto io vedevo una ruga disegnarsi sulla sua fronte: un triste lampo di sofferenza fisica e morale attraversargli gli occhi; un gesto involontario di disgusto quando ritornava, stanco, assetato o gelato dalle sue interminabili visite, nel levarsi il cappello, il soprabito o il mantello.

Un giorno osai fargliene parola: e osservai:

— Ora basta, hai lavorato troppo; perché non ti riposi? Non abbiamo più bisogno di nulla, papà, e possiamo vivere con le nostre rendite. Perché affaticarti di più? Finirai con l’ammalarti!

Mi guardò sulle prime severamente, poi, rimettendosi, mi disse dolcemente:

— Jole, Jole, hai sì poca stima di me da credere che io mi affatichi tanto, come dici, semplicemente per guadagnare? Oh no, carina mia, è perché ho pietà degli ammalati, dei miei compaesani poveri, di tutti quelli che soffrono.

— Ma vi sono altri medici ad R...

Il babbo scosse tristemente la testa.

— Sono giovani, Jole, e non si curano degli ammalati perché... forse perché tutti sono ricchi e, [p. 151 modifica] come dicevi tu, non hanno bisogno di lavorare per vivere. Basta loro aver il titolo di medici!... Eppoi, nessuno ha fiducia in loro. È il dottor Giorgio che vogliono, che chiamano, che amano... Posso io abbandonarli? No, in nome della carità, dell’amore per il prossimo, specialmente i poveri. Sarei egoista, ecco. Jole, sai che l’egoismo è il più grande peccato?

E seguitò per la sua via, seguitò, buono ed instancabile, sino al giorno che cadde malato, forse in causa delle sue fatiche, martire volontario e sconosciuto del dovere.

Io, piccina com’ero, non compresi del tutto le parole del babbo e ne feci parola a mia madre.

— Giorgio ha ragione, — diss’ella, — la sua missione è codesta. Procuriamo di rendergliela meno penosa col nostro amore e le nostre cure.

Allora ebbi un pensiero. A mio padre piacevano i fiori. Corsi in giardino, feci un mazzo e lo portai nello studio, lo posi sull’immensa tavola coperta di libri per me terribili e misteriosi perché Franceschino m’aveva detto che contenevano la vita e la morte degli uomini, che d’altronde non avevo mai sfogliato, di cui non capivo neanche i titoli perché scritti tutti in tedesco; coperta di astucci più tremendi ancora, i cui strumenti, sempre al dire di Franceschino, erano destinati a cucinare solo carne [p. 152 modifica] umana... e quando il babbo ritornò al suo lavoro, respirando il profumo delicato dei miei fiori, ebbe un limpido sorriso negli occhi che mi incantò.

Da quel giorno i fiori non mancavano più nel vaso di porcellana della sua tavola: in estate mi affaticavo per rendere fresca e deliziosa quella stanza, in inverno il fuoco ardeva sempre nel caminetto per mia cura: ogni giorno il babbo trovava una nuova sorpresa nella stanza dei suoi lavori, e il giorno innanzi che lasciassi per sempre la nostra casa, nel farvi l’ultima visita, nel portarvi l’ultimo mazzo di fiori, egli mi disse con un mezzo sorriso:

— E d’ora innanzi chi fiorirà il mio studio?

Anch’io sorrisi. Ahimè, le nostre labbra sorridevano: i nostri cuori piangevano!...

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Poiché la sera si avanza non mi fermo in qualche altra stanza della casa, ma corro alla camera di Giannina, la nostra balia, la nostra governante. Per caso, questa camera, come il vestibolo, è ancora ammobiliata, press’a poco come allorché abitata dalla nostra governante.

Giannina! Mi pare di vederla ancora, bianca, con gli occhi buoni, i capelli neri sostenuti da una aureola di spilloni d’argento — era lombarda — con un costume simile a quello che avevo veduto alla Lucia del Manzoni in un quadro che rappresentava [p. 153 modifica] una scena dei Promessi Sposi. Giammai avevamo potuto indurre Giannina a lasciare il suo costume per gli abiti signorili. Diceva:

— E allora che cosa mi distinguerà dalla mia padrona?

Rimase vestita così: il che non impediva che ella fosse una donna gentile, educata ed istruita: l’amavamo molto, ma le procuravamo un’infinità di dispiaceri. Quando questi raggiungevano un supremo grado d’impertinenza, Giannina ci minacciava di lasciarci e partirsene per il suo paese.

Io allora l’abbracciavo stretta stretta e le dicevo:

— Se tu vai via io mi vestirò a lutto.

E l’avrei fatto perché l’amavo molto, l’amavo tanto che un giorno dissi a mia madre, sottovoce, mostrandole un regalo fattomi dalla governante:

— Mi perdonerai? Mi pare di amare Giannina quasi come amo te!

Prevedevo un rimprovero: ma non fu nulla, anzi la mamma rispose che sarei stata indegna di perdono se non avessi amato Giannina in quel modo. Come era buona la mamma!

Ecco il caminetto. Vi è un po’ di cenere, giallastra, umida, che mi ricorda i bei fuochi accesi da Giannina nelle lunghe serate d’inverno, quando la mamma e il babbo non erano in casa; allora [p. 154 modifica] Giannina ci conduceva nella sua camera, davanti al caminetto acceso, ci metteva al suo fianco, su due sgabelli, e ci raccontava una storia, fiabe allegre e leggende terribili, storielle del suo paese, racconti letti o inventati da lei e persino le novelle delle Mille e una notte che sapeva a memoria. E noi zitti allora, — zitti solo a quel patto, — tanto zitti che la voce di Giannina vibrava nel silenzio, come se ella fosse sola in quella camera. Mi ricordo ancora: io chinavo la testa sulle sue ginocchia e guardavo il fondo ardente del camino, sembrandomi che le brage colle loro bizzarre positure, colle loro ombre, coi loro profili, fossero i castelli, le grotte, i boschi, i paesaggi, le persone di cui Giannina narrava.

Vengono cento altre memorie che sarebbe troppo lungo narrare: pure, a proposito di leggende raccontate nelle sere invernali, vicino al caminetto, non posso passar oltre senza raccontarvene una.

Avevo pubblicato i miei primi lavori, i miei primi bozzetti, a quindici anni: prima di veder il mio nome stampato, fulgidi sogni, larve dai mantelli di raso, incoronate di fiori, avevano popolato la mia mente: erano i fantasmi della Gloria!

Figuratevi dunque il mio dolore, la mia rabbia, la mia delusione quando, nella mia città natia i miei primi lavori furono accolti in una scoraggiante [p. 155 modifica] guisa e mi valsero le risa, la maldicenza, la censura di tutti e specialmente delle donne.

Fu un terribile colpo per me; piansi e mi pentii di questo passo, e confusa, scoraggiata, delusa, decisi di non scrivere mai più.

Confidai tutto a Giannina: ella scosse la testa guardandomi con meraviglia, poi mi prese per mano dicendomi:

— Sei ancora bambina, Jole. Ebbene, vieni nella mia camera che voglio raccontarti una leggenda araba, per dissipare il tuo dispiacere.

La seguii: ci sedemmo davanti al camino e, come otto o dieci anni prima, Giannina mi raccontò questa leggenda:

— C’era una volta al Cairo un povero giovine chiamato Assan. E una notte vide in sogno Allah, il quale additandogli in lontananza una splendida moschea circondata da giardini e palazzi, gli disse:

«Alzati e va! Su quell’altezza è la Gloria! Incontrerai spine e sterpi per la via, ma la tua coscienza in vita e i posteri dopo ti rimunereranno dei tuoi dolori...».

E Assan si pose in cammino: a lui dinanzi si stendeva il deserto, pieno di sabbia ardente, di spine e sterpi: sopra il suo capo scintillava l’infinito cielo di acciaio fatto di fuoco dai raggi del sole del sud; ma Assan non si spaventò e continuò il suo [p. 156 modifica] cammino. Le sue scarpe si consumarono, il sole arse la sua chioma e la sua pelle, e Assan si sedette sulla sabbia, assetato e morente, ma una goccia di rugiada apparve su un fiorellino bianco a lui vicino: egli la bevette, raccolse il fiorellino, lo ripose sul suo seno e si rianimò; una voce gli disse: «Avanti»: ed egli riprese la via con gli occhi fissi allo splendido miraggio che tremolava sul confine del cielo d’oro e di smeraldo.

Cammina, cammina: il vento del deserto gli fischiava nelle orecchie, gli bruciava le carni: la sabbia ardente come cenere calda lo accecava, il sole metteva una febbre di fuoco nel suo sangue e gli sterpi e le spine e le serpi gli dilaniarono i piedi e le mani. Più d’una volta Assan si buttò sulla sabbia credendo di morire, affranto e disperato, tentato di retrocedere — come gli gridavano cento voci malefiche, ch’erano i fischi di cento serpi — pentito di aver intrapreso quella via fatale verso una meta che gli pareva impossibile raggiungere; ma più di una volta una rosa spuntò fra le spine, ed egli la ripose nel suo seno e si rianimò. Più di una volta una voce buona gli disse: «Avanti! Avanti! Guarda e passa»; ed egli si rialzò e riprese la via verso il miraggio che tremolava sul confine del cielo d’oro e di smeraldo.

E Assan arrivò! [p. 157 modifica]

Arrivò affranto, coi capelli brizzolati di bianco, col cuore lacero da mille dolori, ma arrivò.

E là una Urì bianca, bella e gentile, gli porse da bere in un nappo di argento: Assan bevette, e scordò i suoi dolori: poi diventò signore di quell’Eden profumato ed azzurro; e l’Urì bianca come la luna, bella e gentile, che si chiamava Gloria, diventò la compagna indivisibile della sua vita felice.

Allah avea voluto provare la costanza di Assan: Allah premiava la sua costanza.

E quando Assan diventò il signore della moschea e dei giardini, il deserto si cangiò in un prato di fiori, le siepi in rose, le serpi in uccelli che cantavano le sue glorie, adulandolo...

Ma Assan non badò più a loro, non calcò più quel suolo maledetto, disprezzò le adulazioni e gli incensi di coloro che l’avevano tanto addolorato; ma Assan si ricordò sempre del fiorellino che l’aveva dissetato, delle rose che gli avevano sorriso, delle voci che l’avevano incoraggiato, e nel ringraziare Allah, l’altissimo, il giusto, baciava quel fiorellino e quelle rose che teneva sul suo seno.

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L’ultima a visitare è una piccola camera ovale, dalla vôlta alta, dalla finestra piuttosto piccola, ma elegante, col suo arco acuto, che guarda sul giardino... [p. 158 modifica]

Indovinerete voi il tremito della mia mano nel sospingere quell’uscio, il tremito del mio cuore nel ritrovarmi in quella camera quando vi dirò che questa era la mia camera?

Sì, voi che ricordate la vostra cameretta lasciata da tanti anni, che, fra le sue pareti, lasciaste tanti sogni, tante illusioni, tante rose che il tempo sfogliò; nel ricordare questi sogni, queste illusioni, queste rose voi intenderete la profonda emozione che provo nel rimettere il piede in questa camera.

Sempre oscurità e odore di chiuso.

Il mio primo moto è di correre alla finestra ed aprirla: una volta c’erano otto passi dall’uscio alla finestra, li contavo ogni giorno: ora i passi sono ridotti a cinque.

Hanno forse rimpicciolito la mia camera? No, è che io sono cresciuta! Una volta arrivavo a stento al davanzale, alto alto, onde davanti alla finestra tenevo sempre uno sgabello; ora sovrasto di molto il davanzale. Hanno forse abbassato la finestra? No, son io che sono cresciuta! E come son cresciuta! Ma son vecchia! Dio mio, un tempo questa camera mi sembrava grandissima, mi sembrava un impero, un mondo: ora è piccola piccola: mi sembra che alzando le braccia tocchi la vôlta, che [p. 159 modifica] allargando entrambe le braccia tocchi tutte le pareti a me d’intorno. Come sono diventata grande!

Ecco aperta la finestra. Il paesaggio è sempre lo stesso: non ha nulla di straordinario, di sublime, è un paesaggio campestre qualsiasi, valli, montagne, campi, giardini, orti, bosco... pure io lo guardo immobile e muta, con gli occhi sbarrati, col cuore sempre palpitante, come se innanzi a me stesse un paesaggio delle Alpi svizzere o il panorama di un lago lombardo.

La sera si avanza sempre: le splendide tinte dei crepuscoli estivi fasciano il cielo, rendendolo abbagliante all’occidente, proiettando un riflesso di porpora sulle montagne vicine, con riflessi d’oro sul fiume che balza di rupe in rupe, fra gli squarci del bosco.

All’oriente il cielo è opaco, come coperto da un velo d’argento, e fra le penombre della lontananza le montagne si disegnano azzurre, eguali, con grandi meandri color viola...

O mio cielo! O miei monti! O notti passate a questo davanzale, quando

La notturna reina alto levando
In nubilosa maestà la fronte,
La sua discopre incomparabil luce
E dispiega sull’ombre un vel d’argento...

O giorni trascorsi fra lo studio e il lavoro — o [p. 160 modifica] sogni — o realtà — o gioie e dolori — vi ricordo tutti: — perché egualmente non posso raccontarvi?

I miei occhi corrono di rupe in rupe, di cima in cima, di bosco in bosco; i miei pensieri volano di memoria in memoria, ai giorni nei quali anch’io vagai fra quelle rupi, in quelle campagne, farfalla spensierata, compagna d’altre fanciulle, forti ed allegre come lo ero io, che forse ripensano a quei giorni, guardando queste montagne con gli stessi rimpianti che lacerano il mio cuore.

La sera si avanza: una forza arcana mi inchioda in questa camera, in questa finestra che non ho il coraggio di lasciare. L’ombra vela tutto. Tanto meglio! Fra le tremule ed oscure ombre mi pare di rivedere la mia camera come lo era dieci anni fa: mi pare che io non sia più così grande come sulle prime mi pareva, che tutta la mia vita sia un sogno, un’immaginazione: che sia ancora la piccola bambina d’un tempo, che mormorava la preghiera della sera inginocchiata sullo sgabello, vicino alla finestra, con gli occhi immersi sulla profondità dei cieli azzurri e tranquilli come l’anima sua: la fanciulla che meditava un bozzetto al chiaro di luna, sempre accanto alla finestra, sullo stesso sgabello, non più gli occhi fissi sui firmamenti, ma vaganti fra le ombre del bosco, sulle montagne brune... [p. 161 modifica]

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Eccola lì ancora innanzi a me la mia cameretta. Non era bianca, come tutte le camere delle bimbe e delle fanciulle vengono descritte: non c’era quasi nulla di bianco, perché io, col mio carattere bizzarro, direi volubile, di ragazza chiassosa e fantastica, non amavo i colori uniformi, languidi, sbiaditi. Se avessero dato retta a me quando addobbarono questa cameretta destinandola alla signorina, che ero io, ne avrebbero fatto un arcobaleno. Volevo le pareti verdi, il soffitto color viola, il lettino con le coperte azzurre, il tappeto giallo, le tende rosse, il tavolino da lavoro di legno nero, le sedie grigie e color rosa...

Mi lasciarono dire e tinsero la vôlta d’un azzurro chiaro, delicato, con fiorami bruni agli angoli, e tappezzarono le pareti con una carta dello stesso colore, quasi del tutto coperta da un mondo di piccoli fiori, piccole farfalle, piccole foglie colorate, intrecciate, infinite...

Le tende erano di merletto bianco.

Il letto poi era tutto color rosa: una vera meraviglia! E le sedie, gli sgabelli, la toilette, il tappeto, il tavolino da lavoro... tutto infine era intonato ai colori dello sfondo.

Il tavolino! Come lo avevo desiderato, il mio [p. 162 modifica] tavolino era di legno nero. Franceschino pretendeva che fosse d’ebano, ma un giorno, per una scommessa, io lo raschiai un po’ e sotto la vernice nera trovai del legno ordinario: allora lo ricoprii con un tappeto chiaro.

Non mi metto una volta davanti a un tavolino da scrivere, senza ricordarmi quello: quel tavolino ove scrissi i miei còmpiti, ove studiai le mie lezioni, china sul quale masticai le maledette novanta lezioni di latino senza poterle mai digerire; ove lessi tanti libri, tanti giornali, ove scrissi le mie prime lettere, ove schizzai tante figurine, tanti paesetti, ove, finalmente scrissi le mie prime novelle! Caro e benedetto tavolino! Allorché mi assidevo innanzi a te scordavo tutto il resto del mondo che mi circondava: tu eri il mio confidente, il mio inspiratore, il mio compagno di studio e di lavoro, ed io t’amavo come un amico d’infanzia, come un essere vivente...

Sparito anche tu! Ove sei? Ove sei? Oh, non narrare a nessuno gli arcani, i dolori, le gioie e le fantasie che un tempo ti confidai! Sveleresti tutti i segreti del mio cuore, tutta la mia vita di bambina e di fanciulla.

Tanti altri oggetti addobbavano la mia cameretta, ed io li rivedo fra la crescente penombra che la invade. Il mio crocefisso d’argento, la pila [p. 163 modifica] dell’acqua santa di porcellana dorata, le medaglie, i rosari, i quadretti incorniciati a lamine dai colori smaglianti che facevano corona al mio capezzale: i quadri che pendevano lungo le pareti: lo stipo che occupava un angolo intiero della camera e che racchiudeva tutti i miei gingilli, i miei libri prediletti, i miei vecchi quaderni, i miei vecchi giornali...

La prima notte che dormii sola in questa cameretta fu davvero una strana notte, popolata di fantasmi, di larve, di mostri. Le tende mi sembravano i bianchi e gelidi panneggiamenti coi quali i pittori sogliono avvolgere lo scheletro rappresentante la Morte: ogni piccolo scricchiolio mi pareva un lamento, una minaccia... Pure mi feci coraggio e non gridai perché prima di coricarmi Franceschino mi aveva detto:

— Stanotte avrai paura nel dormir sola... Vuoi che vegli dietro la tua porta?

Ed io facendo la coraggiosa, la spregiudicata, avevo riso dei fantasmi e di chi ci crede!

La seconda notte, bisogna pur confessarlo, ebbi ancora un po’ di paura ma la terza notte dormii magnificamente... forse perché volli il lume da notte sempre acceso, ed alla sua languida luce potevo distinguere, ogni volta che mi svegliavo, tutti gli oggetti.

La sera si avanza sempre più: ritta ed [p. 164 modifica] immobile, con le spalle appoggiate al davanzale, io guardo sempre l’interno della mia cameretta e, come la prima notte che vi dormii, vedo fra le sue ombre, nei suoi angoli nudi e freddi rischiarati da qualche sprazzo di luce siderea, mille fantasmi, mille figurine che vi si muovono, palpitano, vivono, sorridono e piangono — vestite di bianco, vestite d’azzurro, vestite di rosa — che mi protendono le braccia, mi sorridono, danzano intorno una fantastica carola, dicendomi con dolcezza:

— Siamo Jole, la piccola Jole; Jole che visse tanti anni felice in questa cameretta azzurra e profumata.

Fine

NOTA DELL'EDITORE

Questi racconti furono scritti da Grazia Deledda nella sua prima fanciullezza, e da noi pubblicati nel 1890: crediamo quindi interessante ristamparli anche come documento bibliografico, poichè in essi, attraverso le ingenuità della narrazione e gli errori della forma, si notano i germogli di un'arte che, di ascesa in ascesa, percurò all'opera della scrittrice sarda, fama mondiale.

L'Editore