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La cieca di Sorrento/Parte sesta/V

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V. La malattia di Beatrice

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V.


la malattia di beatrice.


La dimane, il marchese Rionero, Gaetano, Beatrice e Carolina ritornavano a Sorrento, dove giunsero verso le due pomeridiane. Il conte [p. 149 modifica]Franconi avea fatto le maggiori premure per ritenere i suoi ospiti per altri giorni; ma il Marchese si scusò adducendo lo stato di salute della figliuola.

Beatrice, non ostante la già inoltrata stagione estiva, soffrì, durante il viaggio, un freddo acutissimo, sì che, arrivala a Sorrento tu messa incontanente a letto.

La sera fu di bel nuovo sorpresa dalla febbre, alla quale si era aggiunta una tosse molesta.

Rionero, Gaetano, Carolina e Geltrude non abbandonavano mai il letto dell’inferma, e parea gareggiassero nel prodigalizzare le più affettuose cure alla giovinetta. Gaetano ordinò che le fossero somministrati alcuni medicamenti che egli avea prescritti.

Questa volta Gaetano si accorse che non pure il morale di Beatrice soffriva, ma il corpo eziandio; la febbre che ella ebbe poco innanzi non si era mai del tutto dileguata; un’orma le ne era rimasta celata nelle intime vene che la tenea mai sempre abbattuta a che alle ignote cagioni di tristezza che opprimevano la giovinetta veniva ad aggiungere lo spossamento fisico, il quale induce maggior desiderio e bisogno di solitudine e di concentramento.

La mestizia che regnava nel casino era uguale a quella che travagliava la fanciulla. Tutti gli usi e le consuetudini erano alterati; più non si pensava alla colezione e al desinare; un sol pensiero, una sola cura era nell’animo di tutti, la guarigione di Beatrice. [p. 150 modifica]

Il casino era da mane a sera ingombro di gente che veniva a chieder notizie della salute della sposa, siccome la si addimandava ormai a Sorrento; ed avresti veduto quei buoni villici partirsi afflitti e costernati allorchè Geltrude o qualche servo del Marchese dicea loro, che la signorina non avea riposato in tutto il corso della notte, o che si era doluta del forte dolor di capo, o di altro mal essere cui induce la malattia. Come al contrario, contentissimi se ne andavano quando buone nuove raccoglievano intorno alla cara donzella, e la sera raddoppiavano di fervore nel raccomandarla al Signore nelle preci e nelle litanie della Parrocchia.

Il Marchese si studiava di nascondere alla figliuola l’inquietudine che gl’ispirava lo stato della salute di lei: dappresso al costei letto egli simulava serenità e talvolta anche buon umore; proccurava di distrarre i pensieri di lei ed illuderla sulla poca importanza del male. Si sarebbe detto che l’amoroso padre avesse voluta stordire o ingannar sè medesimo per dar diversione ai proprii pensieri. Ma questo perpetuo studio di apparire indifferente, questa perpetua simulazione, lungi dal consolarlo, più lo intristivano; cosicchè Rionero più non era quell’uomo affabile, dolce, sorridente verso tutti. Il misero padre cambiava cento volte al giorno di temperamento, or burbero, or sereno, or tristo e taciturno, or facile e trattabile, ora smanioso e iracondo, ora immerso in tale abbattimento che mettea paura per [p. 151 modifica]la sua salute. Queste variazioni di temperamento si spiegavano col variare che facea il male di Beatrice cento volte al giorno.

Ben può il lettore immaginarsi quello che provava il povero Gaetano. Alla pena indicibile che gli cagionava il deperimento d’una salute a lui sì cara, si univa il crepacuore di non aver potuto ancora discoprire la natura del male che pur lentamente mieteva i giorni dell’adorata fanciulla. Standovi sopra col pensiero giorno e notte, spiando con uno sguardo profondo e indagatore ogni movimento dell’ascoso nemico che serpeggiava nel seno di Beatrice e che involava alle ricerche della scienza, il medico non avea potuto formare che vaghe ed incerte congetture. Era la prima volta in sua vita che la natura nascondeva agli occhi di lui la sua opera devastatrice: la scienza lo abbandonava nella più solenne congiuntura della sua vita. Egli avea giurato al Marchese di ridonare a Beatrice la smarrita salute. Oh quante volte, egli avea fatto di simiglianti giuramenti, sicuro di sè medesimo e nella piena certezza di conoscere il male e di allontanarlo. Ma Gaetano dovea passare per tutt’i gradi dell’espiazione morale della sua vita passata: la superbia del dotto doveva essere fiaccata, infranta, umiliata; Gaetano doveva confessare la propria ignoranza a petto di un male che attossicava l’esistenza della sola creatura che egli avesse amata in sulla terra, morti i suoi. Oh quante migliaia di esistenze a lui indifferenti Gaetano avea strappate dalle fauci della [p. 152 modifica]tomba: ed oggi quell’una per salvar la quale egli avrebbe dato tatto il suo sangue, quell’una si morìa nei mistero di un morbo incomprensibile per quanto vorace e inesorabile.

Gaetano avea momenti in cui sentiva venirgli meno il coraggio della rassegnazione; ma questi momenti eran vinti da lui col fervore di una preghiera solenne che volgeva all’Ente Supremo, implorando da Lui la grazia d’illuminargli la mente sulla infermità di Beatrice ovvero di dargli la forza di vederla perire a poco a poco senza poterla strappare ai male che la uccideva.

Allorchè la giovinetta soggiaceva al sopore che per molte ore prendeala, Gaetano immobile a costa di lei, studiava attentamente tutti i visibili caratteri del morbo, esplorando lungamente il polso di lei; scandagliavane la respirazione, calcolava i battiti della circolazione, sorprendeva ogni movimento, ogni sussulto, ogni fase: ravvicinava i sintomi, comparava gli eccessi febbrili, svolgea nella mente diversi sistemi; ma a capo delle sue meditazioni egli si trovava nello stesso punto dal quale aveva preso le mosse... La disperazione allora si sarebbe impadronita di lui, se la Religione fortemente non si fosse fatta sentire al suo cuore.

«Manus Domini tetigit me! diceva a sè medesimo il tapino, Dio vuol punire la mia superbia, vuol colpirmi nella più cara parte del mio cuore... Vederla soffrire senza aiutarla!.. vederla morire, senza neanche conoscere il [p. 153 modifica]carattere della cupa febbre che la mena alla tomba!

La tosse che si era manifestata nella fanciulla non aveva nessun carattere da spaventare, ciò nondimeno i conati ne erano frequenti e nervosi: la voce dell’ammalata era debolissima, il polso esile, copiosi ma freddi sudori gittavano in maggiore sfinimento l’inferma, la quale era di tempo in tempo assalita da insulti convulsivi. Un calore ardente si spandea a quando a quando per tutto il corpo, cui succedevano forti brividi di freddo. Un vago dolore le circolava per tutte le membra, fissandosi ora nel capo, or tra le spalle or su lo sterno.

Talvolta l’ammalata era costretta a rimanere col capo elevato su mucchi di guanciali, perocchè il petto era oppresso e assiderato, il respiro inceppato e difficile, dolorosi i muscoli intercostali. Neppur l’ombra di appetito si era mostrato in lei, epperò il dimagrare si aggiungeva agli altri segni aggravanti che annunziavano un morbo ferale e consuntivo.

Tutti così fatti sintomi disperati e tali da infondere le più giuste apprensioni non presentavano peraltro nissun carattere speciale da stabilirvi una diagnosi con certezza di dati. Talvolta a Gaetano sembrava aver indovinato il male, e nella sua mente si formava un’idea del metodo curativo, ma taluni sintomi e fenomeni si affacciavan quindi contrari a’ primi e tali che faceano crollare e cader di piombo tutto l’edificio che il medico aveva innalzato nel proprio pensiero sull’indole, sull’andamento e sulla [p. 154 modifica]curagione della malattia. Allora il misero ricascava nell’incertezza, nel dubbio, e paventava con ragione d’imprendere un trattamento che avrebbe potuto riuscir funesto per non buona ed opportuna applicazione. Laonde Gaetano si teneva in sulle generali; apprestava all’inferma rimedi semplici, atti a sollevarla, ma non isradicativi del male; facea, per quanto era in sua facoltà, di rialzare il morale di lei caduto nella più profonda malinconia.

Il male intanto si avanzava a grandi passi; il sopore, l’abbattimento, la pienezza delle prime vie si accrescevano ogni giorno vieppiù. Beatrice parea comprendesse l’inefficacia dei mezzi dell’arte per essere rimessa in salute; e così fatto convincimento non facea che immergere l’inferma in quella specie di apatia e d’indifferenza, onde son presi quegli ammalati che più non credono alla possibilità della propria guarigione. Ella si prestava con buonissima voglia a tutt’i rimedi che le si propinavano, ma il facea più per non isgomentare e sgradire alla famiglia, che per isperanza di guarirsi: si era sfiancata a segno che impossibile le sarebbe stato di torsi, anche per pochi momenti dal letto.

Il marchese Rionero passava le lunghissime ore accanto al letto della figliuola. Egli più non dissimulava la tristezza che gli costringeva il cuore, i suoi occhi eran fissi continuamente sulla cara figlia. Talora un lampo di gioia rischirava il sembiante del genitore allorchè la [p. 155 modifica]fanciulla sembrava men travagliata dal male meno sfiduciosa de’ rimedi che Gaetano le prescriveva e meno chiusa in sè medesima.

Ma questi momenti erano rari e rapidissimi; ella ricadeva subitamente nel consueto languore e in quella specie di letargo in cui per molte ore si giaceva, quasi estinta si fosse.

Una sera, come al solito, Rionero stava alla sponda del letto di sua figlia. Carolina era occupata in altre stanze a preparare una tisana all’inferma.

Beatrice si destò dal suo opprimente sopore, si levò di botto a metà del letto, spalancò gli occhi in tutta la loro ampiezza e si voltò verso la sponda dritta del letto ove soleva rimanersi il padre.

Rionero dormiva col capo abbandonato sulle braccia, e queste abbandonate sulla coperta. La natura avea reclamato i suoi dritti; era quel sonno di stanchezza che tien dietro alle lunghe veglie. Erano tante notti che Rionero non si coricava; tante volte il giorno l’avea sorpreso dappresso al tetto della figliuola! I più grandi dolori come le più grandi gioie non possono sottrarre l’uomo all’impero delle leggi naturali: la fame ed il sonno ravvicinano ed agguagliano ad un livello tutti gli esseri, non tengono conto dei patemi all’animo. Una provvidenzial legge di natura ha disposto che il sonno faccia maggiormente sentire il suo scettro di piombo su due occhi che han pianto lungamente.

Beatrice fissò sul padre uno sguardo di [p. 156 modifica]angosciosa tenerezza, si curvò, e impresse leggiermente un bacio, su i venerandi capelli di lui.

Ella non volea destarlo, ma il cuor di lei sentiva bisogno straordinario di espansione di amore di tenerezza. Eran tanti giorni che ella non avea rivolto la parola al genitore infelice, che non l’avea racconsolato di una speranza, che non l’aveva ringraziato delle assidue cure onde ad ogni ora del giorno e della notte quel padre impareggiabile vegliava a fianco di lei.

Beatrice, dappoi che di bel nuovo ebbe rimirato a dormire l’autore de’ suoi giorni, si chinò novellamente sul capo di lui, ritorno a baciarlo più fortemente, e questa volta, con ambo le braccia il circondò e lo strinse al seno.

Rionero si svegliò.

Fu un momento di suprema gioia pel cuore di quel misero! Egli si sentì attorno al collo le braccia della figlia, sentì sul proprio volto il caro volto di lei: le loro lagrime e i loro baci si confusero e molto tempo si stettero in quella dolcissima espansione.

Un ritorno a’ teneri sentimenti facea presagire in Beatrice un ritorno alla salute; questo pensiero gittò un fiume di contentezza sul cuor di Rionero; egli si sentiva affogato dalla piena delle lagrime.

— Padre mio, diceva con voce debolissima la fanciulla, e dovrò lasciarvi! lasciarvi per sempre!!

— No, figlia, figlia mia tu non mi [p. 157 modifica]lascerai, tu starai bene, ne ho fiducia, anzi certezza; ma, ten prego, scaccia la malinconia che ti vince, fa di aver più coraggio, più animo, non lasciarti abbattere da questa passeggiera indisposizione.

— Passaggiera, voi dite! Oh padre mio, Dio lo volesse, ma il male che mi rode non è passaggiero..... Se sapeste quanto io soffro!

— E perchè non palesi le tue soffrenze ad Oliviero? Una parola, una sola parola che tu gli diresti potrebbe metterlo sulla via di scoprire il tuo malore ed estirparlo. Confessa che hai torto di serbare seco lui un agghiacciato silenzio. Se sapessi quanto egli ti ama! quanto soffre il meschino! Oh! abbi pietà di lui; io temo per la sua ragione... A quest’ora son sicuro che egli sta chiuso nella sua stanza meditando sulla strana indole del tuo male.... Egli parla solo in tutto il corso della giornata; sembra un demente; è molto tempo che i suoi occhi, al pari dei miei, non si chiudono al sonno! Digli, figlia mia, digli una parola; se essa nol rischiarerà, il consolerà almeno. Il poveretto non solo è divorato dal cordoglio di non poter pienamente conoscere la tua infermità, ma teme eziandio che tu non l’ami più; e questo pensiero è mille volte più crudele per lui! Rivelagli quello che ti senti, quello che soffri; fa ch’io ascolti la tua voce, benedetta figlia mia. Oh non farcì morire col tuo silenzio; abbi pietà di noi tutti, abbi pietà di me!

— Oh padre mio, rispose Beatrice, come vorrei far tutto per appagare le tue brame, per [p. 158 modifica]tenerti contento! Vorrei dirti quello che soffro; se il potessi; ma... io mi sento così male... così male che non so precisamente ciò ch’io soffro... Par se tu sapessi come il mio cuore si solleva in veggendoti accosto a me! Sì, padre mio... per esserti grata, farò quello che desideri: paleserò a te... ad Oliviero quello che io patisco... Nondimeno, debbo dirtelo, mio buon padre, io non so quello che in me si è operato da quel giorno che sognai essere Oliviero il figliuolo dell’assassino di mia madre... Fo tutti gli sforzi per allontanar questa fantasia, ma ei mi par sempre di scorgere in Oliviero qualche cosa che io non saprei diffinire, ma che m’incute una specie di paura, di ripugnanza. So che ho torto, so quanto egli mi ama, come nobili e dilicati sono i suoi sentimenti, ma il suo aspetto, il suo sguardo, la sua voce... oh la sua voce in particolare mi fanno di presente un effetto che non so dirti... E se vuoi, padre mio, che io ti apra interamente il mio cuore, ti dirò che la prima volta che, essendo io cieca, udii la voce di quest’uomo, fui presa da un brivido come se mi fosse stata ritoccata un’antichissima piaga; la voce di quest’uomo mi ricordò un’altra voce orribile che risuonò alle mie orecchie nella notte fatale del 23 gennaio 1827: non so perchè queste due voci si avvicinarono istantaneamente nel mio spirito. Da quel momento, ammirando l’ingegno e il cuore di Blackman, non ho potuto giammai schermirmi da un sentimento di sfidanza per lui; [p. 159 modifica]e, dopo il sogno da me fatto, la presenza di Oliviero mi gela il sangue, mi fa paura... E poi, non so... è qualche tempo che le sue fattezze mi fanno un’impressione che dianzi non mi avean fatta... Arrossisco a dirlo, ma una specie di visione... ha colpito la mia fantasia, io ho veduto... un angiolo... là nella stanza di mia madre...

— Profferendo queste ultime parole, la voce di Beatrice era talmente sfinita, fiacchissima, i suoi occhi eran talmente velati dalla debolezza, che la fanciulla si abbandonò su i guanciali. Poco stante, ella avea chiuso gli occhi, ed era ripiombata nel suo soporifero deliquio.

Il Marchese non intese o non udì le ultime parole della figlia, ma fu spaventato dalla cadaverica pallidezza che si era manifestata sul sembiante di lei.

Egli suonò il campanello e ordinò che si fosse chiamato Oliviero.

Gaetano si appressò al letto di Beatrice. Egli era più pallido, più abbattuto della stessa ammalala. Un dolor profondo era scolpito in sul suo volto.

— Signore gli disse il Marchese, pocanzi mi ho sentito allargare il cuore; mia figlia avea ripresa tutta l’energia della vita; il suo sguardo si è animato; le sue sembianze avean riacquistato i loro colori; mi è sembrato che la natura avesse oprata una di quelle crisi istantanee che ingannano la scienza e vanno al di là di tutte le speranze che si possono [p. 160 modifica]concepire sovra la guarigione di un infermo. Ma eccola ricaduta nel suo scoraggiante sopore, eccola morta in apparenza... Che vuol dir questo signore? La scienza adunque dovrà questa fiata confessare la sua impossanza al cospetto di questa misteriosa infermità? Nulla, nulla sapremo che ci possa illuminare almeno in parte sull’indole di questo male che lentamente conduce alla tomba la diletta mia figliuola? Se non isbaglio, se il dolore non m’inganna, parmi che il delirio l’assalga talvolta. Poco prima, innanzi di ricascare nel sopore, ella parlava di una visione che la colpì... ah Dio, Dio mio, e non potremo far niente per questa cara fanciulla? Nulla far potremo? E le avremo ridonata la vista per vederla a tal modo languire, senza poterla strappare dall’abbattimento che la consuma! Vedete, signore, com’è ridotto in pochi giorni quest’angioletto! Vedete come il biancore di morte ha allividito quelle care labbra! Possanza del cielo! E mia figlia si morrà così! No, no, se la scienza è impotente, se la vostra mente e il vostro cuore nulla vi dettano per salvare quest’essere che dite esservi tanto caro, non sarà impotente l’amor paterno. No, io la strapperò alle fauci di morte, io la salverò col mio amore, o morrò con lei. Andate, o signore, andate a studiare su gli sterili volumi... voi studiate e mia figlia soccombe al morbo infame che me la rapisce... Che ho che farmi della vostra erudizione se a niente giova, neanche a farmi conoscere il nome del serpe [p. 161 modifica]che si abbevera del sangue di mia figlia?.. Andate... andate, o signore... siate superbo di voi stesso, dell’opera vostra... dei vostri rimedi.... Impostura! Impostura!!

Il Marchese si passò le mani su gli occhi ardenti di lagrime.

Gaetano restò muto... annientato alla presenza di quel dolore che non conosceva limite di quel dolore che scoppiava come vampa di fuoco compresso. Il giovane non si sentiva affatto umiliato dalle rampogne del Marchese, perocchè ben capiva da che fonte di dolore inesauribile si partissero. D’altra parte, quelle rampogne, se troppo amare e crudeli, non eran però men giuste e meritate.

Il Marchese, dato quello sfogo alla piena dell’angoscia onde sentivasi oppresso, comprese di aver ferito mortalmente il cuore di Gaetano.

— Perdona, amico mio, perdona, si affrettò di soggiungere il generoso Rionero stendendogli la destra, io non so quello che mi dica.

— So quanto volete dirmi sig. Marchese, disse Gaetano stringendogli la mano, disfogate su me il vostro giusto dolore; così potessi col mio sangue mitigarne l’intensità!.. Ma non ci abbandoniamo a inutili rammarichi... Occupiamoci, per quanto è dato in noi, di trarre questa cara donna dalla misteriosa infermità che minaccia di rapircela... Poichè Iddio ha voluto punir la mia superbia nascondendo agli occhi miei l’ìndole del male di vostra figlia, poichè tanta umiliazione e cordoglio mi erano [p. 162 modifica]riserbati, non abbiate per me nessun riguardo; io vi propongo un consulto, sig. Marchese.

— Un consulto! esclamò sorpreso Rionero, perocchè tanta era la fiducia che egli riponea nelle teste cognizioni di Gaetano, che l’idea d’un consulto non si era mai presentata alla sua mente.

Un consulto, signor Marchese, ripetè Gaetano. Forse quello che sfugge a’ miei occhi, non isfuggirà agli altri, forse Iddio accorderà agli altri di conoscere l’indole di un male straordinario, la cui sede tutta morale riveste peraltro un carattere di sfacelo di consumazione.

— Ebbene, disse il Marchese, poichè credete che altri possa meglio di voi indagare il male di mia figlia, tentiamo quest’altro mezzo. Domani riuniremo il consulto.

Carolina sopraggiunse per somministrare all’ammalata la tisana prescrittale.

A stento si potè destare alquanto Beatrice dal suo sopore per farle bere la pozione. Fa quasi necessario farle leggiera violenza per ischiuderle le labbra e farle tracannare la bevanda.

Beatrice fu assalita da una tosse che le durò per molti minuti.

Rionero scrisse incontanente al conte Franconi, pregandolo di recargli il domani i più abili medici della capitale.

La dimane infatti quattro de’ più rinomati professori napolitani si portarono nel casino Rionero a Sorrento. [p. 163 modifica]

Il Marchese li ricevè con tutt'i riguardi dovuti ad uomini distinti, e ringraziò il conte Franconi della scelta di essi.

Tutt’i familiari del casino aprirono il cuore alla speranza di veder ridonata la salute a quella cara creatura di Beatrice.

I quattro professori si fecero minutamente raccontare dal Marchese e da Gaetano l'andamento della malattia, le cagioni che probabilmente avean potuto determinarla, i sintomi che l'accompagnavano e tutto quello che debbe servire a far portare un retto giudizio sul morbo.

Gaetano narrò il tutto con brevi e schiette parole, espose lo stato in cui si trovava l’inferma, le congetture che egli avea formate sull'indole del male, il metodo curativo per lui seguitato, e finì col confessare non aver egli potuto appigliarsi con certezza a nessun rimedio radicale, non avendo potuto formarsi una perfetta diagnosi della malattia.

I medici ascoltarono Gaetano con somma attenzione; la fama di costui, il suo linguaggio dotto, semplice e filosofico imponevano rispetto, tanto più che, alieno da ogni impostura, egli non arrossava nel dichiarare la propria ignoranza o l'impotenza della scienza rispetto ad un male straordinario, bizzarro, inconcepibile.

Poscia che buona pezza ebbero tra loro ragionato, i cinque professori chiesero di veder l'inferma e furon menati alla stanza di Beatrice. [p. 164 modifica]

La giovinetta non era oppressa dal suo solito sopore; parea più sollevata. Carolina le stava dappresso, cercando di confortarla a conversare, ma la fanciulla non ne avea la forza. D'altra parte, ogni volta che profferiva quattro o cinque parole di seguito, veniva molestata dalla tosse; onde ella temea di aprir la bocca. Beatrice guardava l’amica con occhi in cui vagolavano le lagrime; accennava di voler dire qualche cosa. Da questa disposizione di lei incuorata la figliuola del Conte, non meno che dallo scorgere nell’ammalata una certa lucidezza e serenità di mente, si diè animo a rivolgerle la parola, nella speranza che la cara giovinetta disfogasse nel seno dell’amicizia il peso mortale che parea le fosse piombato sul cuore.

— Beatrice, amica mia sorella mia, prese a dire Carolina, perchè non mi dirigi più la parola? Perchè non mi dici niente? Tu soffri, Tu soffri, tu sei ammalata, io passo le intiere giornate accanto a te, senza udir mai la tua voce! Io dunque non sono più l'amica tua? Più non mi ami?

Carolina le dicea queste parole, presso che coricata a fianco di Beatrice, e con le mani di costei nelle sue. Lo sguardo di questa donna era così pieno di vita e di amore, le sue guance erano così animate dal bel sentimento dell'amicizia, che Beatrice se la tirò sul seno e la baciò sulle gote con tenerezza estrema. Carolina restituì baci per baci, carezze per carezze. [p. 165 modifica]

— Io ti amo... sempre... sorella mia, profferì a stento Beatrice perdonami... mi sento così debole che... non ho... forza... di parlare... Oh!... ma qui... qui... nel mio cuore... in questo... povero... mio cuore... se potessi leggere!!..

— Or sono contenta, amica mia, ripigliò Carolina, or che hai detto di amarmi ancora, di amarmi sempre; altro non desidero che vederti pienamente ristabilita.

— Ristabilita!! esclamò tristamente l’ammalata, e un parosismo di tosse l’assalì.

— Lo vedi, Carolina, riprese l’inferma, lo vedi... qui... qui dentro (indicò il petto) ci ho un fuoco... un bollimento... come di una caldaia... Pocanzi... quand’io era assopita, mi sembrava ch’io fossi strangolata... indovina da chi?.. Da Nunzio Pisani.

— Nunzio Pisani! ripeteva l’amica di Beatrice, senza conoscere chi fosse costui.

— Sì, da Nunzio Pisani che aveva le sembianze e la voce di Oliviero Blackman.

— Di tuo marito? dimandò Carolina sorpresa.

Beatrice mosse le labbra ad un sorriso.

— Se sapessi che effetto mi fa il sentirmi dire: tuo marito!.. Belle nozze sono state le mie!. Il talamo che mi si prepara è quello dove riposa mia madre.

— E sempre queste idee malinconiche, sorella mia, disse fieramente l’amica, bada che andrò seriamente in collera, se ripeterai di simiglianti frasi. [p. 166 modifica]

— Ebbene, io non le ripeterò più... non voglio affliggerli, ma... ho passato pocanzi momenti orribili... Senti... come ti ho detto... mi è sembrato ch’io fossi strangolata da Nunzio Pisani, e nello stesso tempo mi pareva che io fossi due persone ben distinte... l’una era morta... l'altra era felice... l’altra riposava nelle braccia di un angioletto... così bello... così caro... un angioletto... ch'io trovai nella stanza... di... mia madre.

Carolina si accorse che l’inferma vaneggiava, ne fu spaventata e cercò a richiamarla a idee più ragionevoli. Dobbiamo aggiungere che la figliuola del Conte era stata incaricata dal marchese Rionero di predisporre Beatrice alla visita de’ professori.

— Beatrice, si affrettò quindi a dirle Carolina, rientra in te... non vaneggiare... Non badare a' sogni. Pensa di ristabilirti presto... A proposito, tu non sai? Tuo padre ha fatto venir da Napoli quattro insigni medici suoi amici... Non già che egli diffidi delle cognizioni di Oliviero, ma... sai pure... quel tenerissimo padre, come noi tutti, non vede l’ora di vederti alzata... Oltracciò, Oliviero stesso ha dimandato di essere maggiormente rischiarato... Il poveretto teme che il suo amore non lo inganni, non annebbi il suo intelletto sul giudizio che dee portare sulla tua infermità...

— Povero padre! esclamò sordamente Beatrice.

Poco stante, Carolina soggiunse: [p. 167 modifica]

— I professori sono nell’altra stanza a ragionar tra loro; eglino aspettano che tu sii disposta a riceverli.

Beatrice fece col capo un cenno affermativo. Carolina andò ad avvertire i medici che l’inferma era pronta a ricevere la loro visita. La figliuola del Conte non trascurò in pari tempo di comunicar loro tutto ciò che l’inferma avea detto.

I cinque uomini della scienza di unita al marchese Rionero entrarono incontanente nella camera di Beatrice.

Tre quarti d’ora all’incirca si stettero quivi i cinque medici: ne uscirono agitati, arrossiti... inquieti.

Gaetano era di una pallidezza spaventevole. Il marchese Rionero sembrava impazzato.

I professori chiesero al padre di Beatrice il permesso di rimanersi soli per qualche tempo. Eglino si chiusero in una stanza per discutere sul morbo della fanciulla e deliberare su quello che si avesse a fare.

Due ore si trattennero a discutere.

Il marchese Rionero aspettava con febbrile impazienza il risultamento delle loro conferenze...

I medici uscirono costernati, avviliti: le loro fisonomie esprimevano il più sincero dolore:

— Ebbene? chiese loro con ansietà Rionero.

— Coraggio, sig. Marchese; Iddio vi riserba forse un immenso dolore.

— Che! gridò con occhio demente il misero padre, che vuol dir ciò? Morrà dunque mia figlia? Parlate... [p. 168 modifica]

Un silenzio di tomba accolse questa dimanda.

Il Marchese cadde privo di sensi sovra una sedia.

— Lasciamolo al suo giusto dolore, disse uno dei medici.

E accostatosi a un tavolino scrisse:

«Sig. Marchese, il morbo di vostra figlia ha del misterioso, dell’incomprensibile... Ma pure, per quanto i nostri lumi ci permettono di discernere, la malattia già innoltrata può essere una specie di tabe nervosa. Una grazia di Dio soltanto può salvarla. Provvedete per ora alla salvezza dell’anima sua. La nostra coscienza e la solennità della circostanza ci dettavano un linguaggio chiaro... Abbiate fiducia e coraggio... Iddio vi assista».

Questa scritta era firmata...

I medici, dopo aver conversato per qualche tempo con Gaetano e stabilito il da farsi, si partirono.

Gaetano, mormorava indistinte parole, fra le quali notavasi questa frase: «Come Caterina! Come mia sorella!»