La donna nel pensiero dei pedagogisti italiani

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Lina Maestrini 1902 Indice:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu Donna/Pedagogia La donna nel pensiero dei pedagogisti italiani Intestazione 13 settembre 2021 25% Da definire

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LA DONNA NEL PENSIERO

DEI PEDAGOGISTI ITALIANI.


Mi passano davanti ombre pensose di filosofi, severi Padri della Chiesa, eruditi e gaudenti, gravi giureconsulti e pedagogisti profondi e geniali dei tempi più lontani, dei tempi più vicini e mi muove desiderio di interrogarli: «Come avete giudicata la donna? quale missione le assegnaste? come avreste voluto guidarla ad essa?» E le risposte verranno a mille: alcune semplici, ingenue piene di fede, altre dubbiose ed amare, alcune che, quasi animate da spirito profetico, inconsciamente alludono a questioni future, altre che tali questioni discutono e tentano a loro modo di risolvere.

Ecco avanzarsi circonfuso di mistero e di leggenda Pitagora che, sebbene nato greco, l’Italia dice suo, perchè a Crotone, dopo aver viaggiato [p. 12 modifica]l’India e l’Egitto, cercò pace e riposo e divenne immortale fondando la Scuola Filosofica che porta il suo nome. Egli non considerò la donna un oggetto di ornamento come solevano i Greci, ma par quasi che in Oriente abbia imparato a rispettarla e a intenderne la coscienza; a lei non isdegna di rivolgere la sua saggia parola, indirizza al bene le sue tendenze, e ne vince i desiderii più vivi. E si maravigliano i magistrati di Crotone vedendo che la induce a lasciare le ricche stoffe, i monili, i cinti, i diademi per ammantarsi solo in un semplice e bianco lino. E con una dolcezza, con una morale pura e santa, con una scienza profonda, ma serena e limpida come il bel cielo che lo rallegrava, Pitagora attirava al suo Istituto uomini e donne, che insieme poi ivi vivevano assorti in comuni ideali di perfezione.

Che ci direbbe Pitagora della donna se ci avesse lasciato scritto ciò che pensava quando vedeva le sue alunne passeggiare serie e composte sotto i grandi alberi dell’Istituto, o discutere gravi problemi filosofici, senza perder nulla della loro grazia e gentilezza, di fronte all’ampio mare che conosce tutti i misteri? Che direbbe Theano la dolce e sapiente sua moglie erede del suo pensiero se non fossero andate smarrite le lettere ch’ella scrisse intorno all’educazione muliebre? Tace la loro autorevole voce, ma quella verace della storia ci narra di donne e giovinette che fecero risplendere le virtù [p. 13 modifica]amate dal Maestro. E Myo fu modello di figliuola, sposa e madre, Damo fino alla tortura fedele alle dottrine apprese nell’Istituto, Armonica si lasciò strappare la lingua piuttosto che tradire un segreto d’amica, e Finteo, Arignate, Peripizio furono scrittrici d’alte verità filosofiche.

L’ideale femminile di Pitagora era molto elevato, egli voleva la donna buona e istruita.

In Roma la donna fu nell’età felice della repubblica, vera madre: ogni romana, dalla più umile alla più ricca, ebbe per supremo pensiero di educare il fanciullo alla patria, così Cornelia, Aurelia di Cesare, Azia d’Augusto. Essa tuttavia non attira il pensiero di quelli che si possono considerare come i pedagogisti del tempo: Cicerone, Quintiliano, Plutarco non la nominano, forse per loro le grandi virtù della matrona romana erano innate, né essi l’avrebbero saputa concepire diversa da quello che era. Più tardi invece Orazio, Catone e Giovenale si sdegnarono con lei per i mutati costumi, che furono una delle cause principali della rovina di Roma. Non mancavano però quivi neppure le letterate, nè le filosofesse, nè altre che, come Servilia, vedova di Marco Giunio Bruto, aprivano la loro casa alla gioventù colta e intelligente. Vi furono alcune donne pedagoghe, medichesse, maestre che insegnavano ai maschi, e leggitrici di storie e poemi. E la critica più recente che sulle tombe ricostruisce la vita [p. 14 modifica]delle genti passate, scopre in una lapide mortuaria trovata da poco a Roma, e pubblicata dall’Hulsen, che nella città eterna vi erano perfino delle stenografe!

Era tenuta in così alto conto la donna in Roma da potersi ella paragonare, come ha fatto or ora il Mosso in un pregevole studio1, a ciò che è presentemente la donna negli Stati Uniti? Parallelo possibile perchè, secondo lui, vi è rassomiglianza non soltanto morale, ma economica e fisiologica fra il popolo romano primitivo e quello dell’America settentrionale: divisi fra loro da secoli, ma uguali nell’energia del volere, nella potenza assimilatrice rispetto alla civiltà con cui vennero a contatto, nelle grandiose aspirazioni verso l’avvenire. E come ad eguali condizioni fisiche corrisponde in una zona terrestre una stessa specie di fauna e di flora, così in analoghe condizioni sociali la vita della donna, indice infallibile della civiltà d’un popolo, ugualmente si espande o viene soffocata.


Il Cristianesimo eleva e benedice la donna sposa e madre, ma le insegna anche l’obbedienza, la sottomissione cieca ed intera all’uomo, schiude le porte del cielo alle semplici ed umili, le invita alla preghiera e alla penitenza. La donna cristiana non incede più solenne e maestosa lieta della propria [p. 15 modifica]bellezza, felice della esuberanza della propria vita come la matrona pagana, ma con la testa bassa, timida, raccolta, sempre bella, ma di un’altra bellezza, la Venere di Prassitele e le Vergini di Raffaello, la donna che prepara i cittadini a Roma, e quella che li guida al cielo, Cornelia e Beatrice.

L’esempio da imitarsi è la Vergine Maria, pura, forte, piena d’amore rassegnato, con la mente aperta alle verità divine, con la mano docile ai lavori d’ago, alle più umili faccende domestiche: nella Chiesa la si contempla, e questa fu la scuola della donna cristiana. Perciò i Santi Padri pongono in non cale ogni altra educazione, e se S. Girolamo pregato da Leta scrisse una lettera sull’educazione di sua figlia Paola, dà in essa consigli affatto nuovi per la donna pagana.

Bisogna combattere e mortificare il corpo, egli dice, il gran nemico. «Paola non mangi affatto in pubblico, non assista cioè ai festini che si danno in famiglia, temendo che non desideri certe vivande che vi si servono. Si avvezzi a non bere vino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . si cibi di legumi, e raramente di pesce: mangi in tal maniera di aver sempre fame». Né più abbondante è il cibo per l’anima sua: la Bibbia, ma non tutta: guai la musica! nemmeno l’arpa, il sacro strumento di Davide! Troverà forse un passatempo fra il gaio cicaleccio delle amiche; si, ma a patto che non prediliga, né parli a voce bassa con alcuna. Tuttavia con le amiche [p. 16 modifica]imparerà a leggere e a scrivere divertendosi, come consigliava Quintiliano: e dall’esempio delle migliori sarà stimolata al bene.

Ma dopo questi ultimi saggi consigli, egli pensa che la fanciulla è un fiore troppo delicato a cui il mondo può togliere freschezza e profumo, e, non pago di raccomandarle la solitudine, suggerisce alla madre di rinchiuderla in un convento. «Paola sia educata in un chiostro, dove non conoscerà il secolo, dove vivrà come un angelo, avendo un corpo come se non l’avesse, e, per esprimere tutto in una parola, dove vi scioglierà dall’obbligo di custodirla..... ».

Quasicchè non fosse questo il dovere più sacrosanto d’una madre, il solo di cui non può e non deve assolutamente esimersi, se non danneggiando la famiglia e la società. Verranno pur troppo, specialmente nel triste seicento, i Gesuiti a persuadere le madri della loro incompetenza in fatto di educazione, a sollevarle dall’obbligo nobilissimo di pensare ai figli, a privarle anche di uno dei più forti mezzi di migliorarsi; perchè è vero che la necessità di educare i figli, di mostrarsi ad essi intelligente e buona, porta come conseguenza l’individuale perfezionamento della madre stessa.

Questa lettera di S. Girolamo mi pare inizi il Medio Evo nell’educazione muliebre con le macerazioni, i digiuni, il misticismo vano che esaurisce anima e corpo, la schiavitù della mente non [p. 17 modifica]alimentata da sani studi. E questo difettoso ideale di educazione femminile di S. Girolamo, comune a tutti i Padri della Chiesa, venne accarezzato per secoli e secoli anche da coloro i quali intuirono la necessità d’una compiuta educazione maschile.

Le scuole Episcopali e quelle dei Comuni, che hanno almeno una buona intenzione riguardo ai fanciulli, non si curano della donna, se non talvolta per insegnarle, ma solo la domenica, un po’ di Catechismo; nè le Università, istituzioni fortunate in cui si prepareranno a poco a poco coi liberi studi i tempi nuovi, non furono certo per la donna.

Nel duecento e nel trecento, secoli di lotte, di rancori, di odii, la donna sorge come «un fiore fra tanto ferro», e se la sua parola è tenuta in alto conto tanto da valere di garanzia nei contratti di matrimonio, se mille sono anche allora le buone madri operose, più di frequente essa ispira l’artista, o con un suo sorriso rende beato il cavaliere che ieri ruggiva come un leone tra i nemici ed oggi a lei s’inchina cantandone le bellezze, sospirandone un bacio, o spaventata dall’armi e con un bel sogno spento in cuore si rifugia, come colomba spaurita, nei conventi a pregare per sè e per gli altri peccatori.

Un alito vivificatore passa per l’Italia nel quattrocento, e al gran nome di Grecia e di Roma si ispira ogni opera del Rinascimento. Gli umanisti, fra i gravi lavori di letteratura, trovano il tempo di pensare anche all’istruzione e all’ [p. 18 modifica]educazione della gioventù, e fanno di nuovo sventolare la bandiera di Cicerone, di Quintiliano, di Giovenale su cui stava scritto: «mens sana in corpore sano», così al corpo logorato e macerato dal Medio Evo vogliono ridonare salute e bellezza con l’igiene e con la ginnastica. Al trivium e quadrivium dei loro maestri aggiunge il Vegio la storia, il Piccolomini la storia e la geografia e la filosofia. E per la donna? nessuno parla della sua istruzione e «questo silenzio più o meno deliberato», come afferma il Cerini, «sulla cultura femminile riusci dannoso alla scienza educativa, perchè l’esempio degli scrittori del secolo XV, fu disgraziatamente imitato nell’età seguente. Cosicché mentre in altri paesi, ed in modo particolare in Francia, si formò assai per tempo una copiosa letteratura pedagogica femminile, da noi siffatto importantissimo argomento non inspirò lavori veramente geniali che nel sec. XIX.»2

Per lei ancora vogliono quella vita austera consigliata da S. Girolamo, perciò Maffeo Vegio, il maggior pedagogista del secolo XV, ripete i precetti del santo.

Se non invitano la donna ai libri, la richiamano però al dolce ufficio di madre e di educatrice della prole, come Leon Battista Alberti nel trattato Della Famiglia, e insorgono contro il costume ormai [p. 20 modifica]in lui l’amore delle lettere, e Cassandra Fedeli, e Ippolita Sforza che portò a Napoli tutte le grazie e la bontà della donna lombarda, e Maria d’Este pure latinista squisita, e la bresciana Laura Cerretti che occupò degnamente una cattedra di filosofia... e passano ancora tante tante altre, che, con Giulia Gonzaga, Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Modesta Porzi Zorzi vissute nel secolo d’oro, sparsero in ogni terra sapienza e sorrisi ed esempi di bontà, preparando così una via onorata alla donna colta dell’avvenire.

Fu Leonardo Bruno d’Arezzo che, intendendo e secondando almeno in parte il desiderio della donna del Rinascimento, dettò per la colta signora Battista de Malatesta, discendente dalla nobil casa di Urbino, una lettera, la prima che tratti d’educazione, e la forma epistolare diverrà la prediletta dal Piccolomini, Flaminio e Filelfo per gli argomenti pedagogici. Mentre ritiene quasi inutile per lei lo studio della matematica, dell’astronomia e dell’oratoria, le consiglia la conoscenza profonda non solo delle cose sacre, ma delle profane, della filosofia morale, della storia. Lascia da parte, perchè possono offendere la purezza de’ suoi costumi, i poeti comici e satirici, si nutra invece di Filelfo, Seneca, e Stazio. Se si diletta di scrittori sacri scelga fra essi S. Agostino, S. Gerolamo, S. Ambrogio, ma attenda più di tutto alla religione e al viver bene. Ecco il vero tipo dello scrittore del Rinascimento che tenta di [p. 21 modifica]associare la coltura classica a quella cristiana, come di studii pagani e di sentimenti cristiani era imbevuta la donna erudita del cinquecento.

E l’alba del Rinascimento diede luogo a uno splendido sole nelle arti, nelle lettere, e schiuse anche molte buone idee nel campo della pedagogia. Mentre in Francia si ride con Rabelais, si pensa con Montaigne, in Olanda si studia con Erasmo, nella Spagna col Vives, mentre in Germania si intravedono nuovi orizzonti con Lutero e Comenius, in Italia sorgono profondi e geniali educatori, che, se in fondo si mantengono ancora fedeli all’ideale di educazione romana, vanno tuttavia arricchendosi di buoni pensieri anche riguardo all’educazione muliebre. E rispetto ad essa in Italia, come altrove, gli studiosi si dividono in due schiere, che ancora oggidì si mantengono distinte e contrarie.

Al Vives ed Erasmo, che, amanti dell’educazione della donna, preparano per lei un piano di studii tuttora apprezzabile, corrispondono in Italia, nel cinquecento, almeno in parte, Ludovico Dolce e Bartolomeo Meduna; con Rabelais, Montaigne, Charron, che non la vogliono affatto togliere al quieto vivere della famiglia e ritengono le basti allattare ed allevare i figliuoli, s’accordano il Tommasi, lo Speroni, Silvio Antoniano.

Tuttavia neppure in questo secolo nessuno fra noi ha studiato sufficientemente il problema [p. 22 modifica]dell’educazione muliebre, nè quelli ad esso attinenti, come hanno tentato almeno di fare, sia pure un secolo dopo, i sensisti Poullain de la Barre prima e Malebranche poi. Specialmente quello vi s’accalorò e credette di averlo risolto scientificamente, poichè egli dedusse l’uguaglianza psicologica fra l’uomo e la donna da una dimostrazione da lui fatta, secondo la quale il cervello, organo essenziale del pensiero, è quasi uguale nell’uno come nell’altra.

Questo non ci sorprende sapendo che anche la maggior parte degli scrittori di opere educative di questo secolo s’indugiano più volentieri in lavori di letteratura che di pedagogia; pensano è vero con serietà all’educazione maschile e femminile talvolta, ma, per non distogliere la mente dagli altri studii, quasi non si preoccupano di coordinare, approfondire, sistemare i buoni pensieri che hanno in proposito; essi mancano così ancora di una teoria sull’educazione. Tutti, tranne le poche eccezioni che vedremo, ritengono quasi come dogma fondamentale e indiscutibile la superiorità fisica dell’uomo sulla donna, perciò la considerano sempre dall’alto in basso. Anche quando s’inchinano dinanzi a’ suoi meriti di latinista illustre, o le concedono di studiare con aria compassionevole pensando: tanto non puoi arrivare fino a noi; e talvolta più gentili, ma non meno presuntuosi soggiungono: e in caso sarà per renderti a noi più cara.

Con quest’ultima intenzione scriveva un’epistola Antonio de Ferraris detto il Galateo, simpatica [p. 23 modifica]figura che fa capolino sul limitare del secolo XVI. Egli tuona e ringhia contro i dominatori stranieri, rampogna acerbamente gli italiani che seguono la moda francese, accanto alla lingua di Virgilio vuole quella di Dante, e dice risoluto a Bona Sforza: la donna ami la rocca e il fuso, ma più i libri, pur non isdegni di lavorar talvolta con le sue ancelle: fugga l’ozio ed i pettegolezzi, legga Virgilio, Cicerone, S. Agostino, abbia carattere virile per essere atta a comandare, sia virtuosa, giusta, modesta, clemente.

La vita italiana nel cinquecento ferve nelle corti e la donna colta, che ne forma l’ornamento gentile, attira più d’ogni altra l’attenzione degli scrittori del tempo. La vediamo nelle mirabili pagine del «Cortigiano». Baldassare Castiglione ne parla nel «Libro III» con quel fare spigliato e disinvolto comune agli uomini della sua età, che pare non dicano mai nulla sul serio, ne parlano i suoi personaggi scherzando e ridendo: riso smodato quello di Messer Gaspare, che denigra la donna, ironico quello dell’Unico Aretino, riso educato quello di Messer Cesare e del Signor Magnifico, che la difendono decantandone i pregi. E quest’ultimi, per avvalorare il loro dire con la forza dell’esempio, citano un numero grandissimo di donne celebri per virtù, per coraggio, per costanza d’amore per intelligenza; nella vita privata, nella pubblica, sui campi di battaglia. La scelgono sul trono, fra la [p. 24 modifica] plebe, in Roma, in Grecia, fra i barbari, alle corti, nella mitologia, nella leggenda, nella storia: Ottaviana, Porcia, Gaia Cecilia, Cornelia, Camne, Epicaro, Amalassunta, Teodolinda, e la Contessa Matilde e Cerere, Isabella di Spagna, Margherita di Savoia e tante altre. E Messer Gaspare e l’Aretino contrappongono esempi di virtù maschili.... per quanti quanti secoli si perpetuerà questa lotta e non sempre combattuta con armi così gentili come quelle dei cortigiani?

Il Castiglione, arguto, ammicca ai contendenti e dice ai lettori: «Capite come ora la donna vive nelle Corti: com’è, e come dovrebbe essere? Intanto allietatevi contemplando le sue grazie, e pensate ch’essa è il nostro gioiello più vago, l’ispiratrice più geniale d’ogni opera generosa ed ardita».

Sorriso del Cavaliere essa deve gareggiare con lui in molte doti peregrine. «.... Ma benchè» egli osserva «alcune qualità siano comuni e così neces sarie all’omo come alla donna, sono poi alcune altre che più si convengono alla donna che all’omo....» E la desidera timida, modesta, non vana e leggera, sebbene, soggiunge, sia pure doveroso che non trascuri le sue bellezze, ma anzi le accresca con semplici arti. Il fascino della donna egli, cortigiano, lo ha inteso benissimo, è quello che emana non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla sua bontà; e desidera perciò che non perda [p. 25 modifica] mai le sue doti esclusive di grazia e di gentilezza «.... parmi che in modi, maniere, parole, gesti, portamenti suoi, debba la donna essere molto dissimile dall’omo, perchè come ad esso conviene mostrare una certa virilltà soda e ferma, così alla donna sta bene avere una tenerezza molle delicata, con maniera in ogni suo movimento e dolcezza femminile che nell’andare e stare e dire ciò che si voglia sempre la faccia parer donna senza similitudine alcuna d’omo. Tuttavia molte virtù dell’anima estimo io che sieno alla donna necessarie così come all’omo, medesimamente la nobiltà, il fuggir l’affettazione, l’essere aggraziata da natura in tutte le operazioni sue l’essere di boni costumi ingeniosa, prudente, non superba, non invidiosa, non maledica, non vana, non contenziosa, non inetta, sapersi guadagnare e conservare la grazia ... e di tutti..., e far bene e aggraziatamente gli esercizii che si convengono alle donne».

Ma quali? Oh nessuno che possa turbare la sua dignitosa compostezza; non giuocare alla palla, non maneggiar l’arme, non cavalcare, come ben s’addice a compito cavaliere: bensì danzare con tutto garbo, cantare gentilmente, suonare istrumenti delicati. Queste, egli dice, sono lei doti necessarie a ogni donna, inoltre quella di corte deve avere notizie di lettere, di musica, di pittura, saper danzare alla perfezione e vivere con modestia fra lieta compagnia. Sia nel conversare, nel ridere, nel giocare, insomma [p. 26 modifica] in ogni cosa aggraziatissinia, sostenga piacevoli conversazioni e attiri intorno a se con belle, ma convenienti facezie gran numero di cavalieri. E tutte queste virtù deve averle non tanto per parerne ornata quanto per sentire la soddisfazione di essere virtuosa. Non v’aspettavate è vero tanta morale dal Castiglioni? Son così gli uomini del cinquecento: in fondo al loro cuore forse un po’ guasto dai costumi rilassati dai tempi, sgorga . spesso una vena pura di alta moralità.

E Messer Cesare, dopo aver ben parati i colpi de’ suoi avversari, per vincerli intieramente li induce a pensare alle donne che essi stessi conoscono, perchè in tal maniera non dureranno fatica a comprendere che «esse, il più delle volte, non sono di valore e merito inferiori ai padri, frati e mariti loro: e che molte sono state causa di bene agli omini, e spesso hanno corretto di molti loro errori: e se adesso non si trovano ormai al mondo quelle gran regine capaci ad subjugare paesi lontani e vi facciano magni edifici, piramidi e città come quella Tomiris regina di Scizia, Aretenia, ecc, ci sono ancora uomini come Cesare, Alessandro, Lucullo e quegli altri migliori?...» Domanda che me ne ricorda una parimenti arguta di Gaspare Gozzi, altro pittore della società de’ suoi tempi, che a quanti gli obbiettavano: «Oh, le donne non hanno quel vigor d’ingegno che hanno i maschi» rispondeva: «Non tutte, è vero; ma tutti i maschi hanno questo vigore?» [p. 27 modifica]

E il Castiglioui chiude la contesa con parole di perfetto gentiluomo, quale egli era: «Chi non sa che senza le donne sentir non si può contento e satisfazione alcuna in tutta questa nostra vita, la quale senza essa saria rustica e priva d’ogni dolcezza e più aspera che quella dell’alpestre fiera?

Chi non sa che le donne solo levano dai nostri cuori tutti li vili e bassi pensieri, gli affanni, le miserie, e quelle torbide tristezze che così spesso loro sono compagne? E se vorremo ben considerare il vero conosceremo ancora che circa le cognizioni delle cose grandi non deviano gli ingegni, anzi li svegliano, ed alla guerra fanno gli omeni senza paura, ed arditi sopra modo ed ispirano i poeti».

Rare volte la donna ha suscitato nemmeno nella mente dei poeti pensieri più gentili di questi.

Non certo in quella di Jacopo Sadoleto, che ci par quasi impossibile abbia avuto cuor sensibile e buono, come dice la storia, se pensò di sottrarre i fanciulli dall’educazione delle madri, perchè «Le madri», scriveva, «e quasi tutte le donne, sono troppo indulgenti e danno ai fanciulli tutto ciò che a loro piace e più ancora ne corrompono i costumi. Infatti», egli prosegue, «se Cambise riusci tanto diverso da Ciro, fu perchè affidato alle donne venne mollemente educato».

Oh! ma è l’indulgenza cieca che guasta il bimbo, non quella illuminata che lo rende lieto, lo incoraggia a sostenere le prime battaglie della vita, [p. 28 modifica]lo vince senza snervarlo. La vera madre sa anche essere severa più di molti padri dei quali il Sadoleto pare abbia così piena fiducia. Ella conosce la giusta misura del castigo, e, sapendo comandare al suo cuore, ha pure la costanza educatrice nel mantenerlo.

Il padre dopo una sfuriata finisce quasi sempre col dire: «Ma è piccolo, bisogna compatirlo» prende il cappello a se ne va, e quando ritorna non se ne ricorda più. Eppoi come meglio dell’uomo la donna conosce il suo bambino: quale occhio più acuto ha per leggere nell’anima sua, per comprenderlo quando ancora non parla e pensa appena, per indovinarne le passioni, che ancora non lo tormentano! Come più di lui è forte nel sacrificarsi giorno e notte a’ suoi figliuoli sempre sorridendo! È per questo che natura le ha concesso il privilegio di essere la prima e la più potente educatrice de’ suoi figli, e sarebbe addirittura crudele il negarglielo. È per la stessa ragione che non si potrà mai sostituire intieramente all’educazione privata quella pubblica: cosi l’utopia di Platone, Campanella, Fichte, risorta nella mente di alcuni fanatici della grande rivoluzione (che cosa non si è sognato e farneticato in quei giorni!) cade d’un tratto.

Nel cinquecento, dopo Baldassare Castiglioni, parlò della donna, con iscopo direttamente pedagogico, l’eruditissimo veneziano Ludovico Dolce nel pregiato dialogo: «Sull’educazione della donna secondo li tre stati che cadono nella vita umana». [p. 29 modifica]Dolente perchè nessuno ancora abbia scritto sull’educazione femminile, egli, primo in Italia, tratta di proposito questo delicato argomento proponendosi di formare un’impareggiabile fanciulla, sposa e vedova, perchè ritiene che «ninna cosa al riposo de’ mortali è più necessaria che insegnar virtù e modesti costumi alla donna, in tutti i bisogni della vita compagna dell’uomo».

E pensa a lei appena schiude gli occhi alla luce, la madre la nutra per darle salute e amore e buone inclinazioni: vegli i suoi giuochi, e, come Aristotile consigliava, faccia in modo che «siano quasi un abbozzo di tutta la vita che dee tenere casta et virtuosa donna». Con lo Stagirita, Platone, Quintiliano, Leon Battista Alberti ed altri, il Dolce riconosce l’efficacia morale della favola, quindi consiglia di narrarne alla bambina per stimolarla alla virtù e all’amore di Dio. La madre poi sia un modello vivente di saviezza, e tutte le persone che avvicinano la figlia sua le insegnino il bene operandolo, trattandola con amorevole severità, ricordando essere bene che «pianga e s’attristi essendo fanciulla perchè possa ridere e vivere lieta quando sarà attempata».

E le prepara un piano di studii da seguirsi non dissimile da quello suggerito dal Vives e da Erasmo, benché qua e là siano palesi in lui molte reminiscenze di Aristotile, Quintiliano, S. Girolamo. Egli è ben lontano dal credere che l’istruzione renda la [p. 30 modifica]donna maliziosa e leggera, anzi combatte questo pregiudizio, e, come il Castiglioni, sebbene con minor ricchezza d’esempi, prova non essere mai stata quella istruita di cattivi costumi, perchè gli studii elevano la mente a nobili pensieri; e, un po’ rudemente, afferma: privare la donna del sapere è rendere «animali dotati di ragioni delle bestie senza intelletto». Tuttavia teme per essa la conoscenza del mondo pagano e le fa impartire da un maestro erudito e virtuoso una coltura «sana et casta».

Se l’uomo per le molteplici sue occupazioni deve conoscere varie discipline, la donna da cui «altro non si ricerca che il governo della casa» e l’amore di madre, occorre sia guidato allo studio della religione e della filosofia morale. Legga la Sacra Scrittura, il Vecchio e il Nuovo Testamento, Platone, Seneca, curi più la lingua volgare della greca, dei poeti profani legga solo Virgilio, fra gli storici Livio, Sallustio, Tacito, Svetonio: non le novelle del Boccaccio, bensì le opere immortali dell’Alighieri e del Petrarca.

Gli studii però non devono distrarla dai lavori convenienti al suo stato, giacche Iddio vuole che tutti, «secondo il grado e condizione loro si travaglino nei bisogni necessarii della vita». Ami perciò le occupazioni di una buona massaia, il cucito, il ricamo non solo, ma impari a cucinare, poiché, aggiunge gentilmente, «sono più saporite [p. 31 modifica]le vivande che ci vengono dalle mani delle nostre sorelle e mogli, di quelle provenienti dai servi».

Cosicché nel pensiero del Dolce sull’educazione intellettuale predomina quella religiosa e morale, e direi quasi anche casalinga, mentre prima di lui quei pochi che avevano scritto della donna si erano fermati quasi esclusivamente a considerarne l’istruzione: in ciò il Dolce supera i suoi predecessori.

Non solo, ma mi pare di scorgere in lui un precursore di Francesco Fénelon. Questi nel «Trattato dell’Educazione delle Figlie» studia per il primo scientificamente la questione della donna, partendo non da concetti fisiologici, né psicologici, ma sociali; considerandola cioè come centro dell’umana famiglia e educandola per essa. Ma se il Dolce non ha fatto tale premessa non la istruisce forse e non la educa con lo stesso intento? Anche il Fénelon è indotto a scrivere dall’osservare che non «havvi cosa tanto negletta quanto l’educazione femminile»

e pur egli, senza stabilire un profondo confronto fra l’uomo e la donna, ritiene che, dotati di diverso organismo, l’uno e l’altro abbiano pure diversa tempra mentale. Per entrambi lo scopo è di farne non delle scienziate, ma delle donne amanti della casa, quindi essi si preoccupano più di tutto della loro educazione morale e religiosa.

Come l’erudito veneziano, il Fénelon vuole per tempo elevare l’animo della bambina alle contemplazione del vero per mezzo di tavolette, all’amore [p. 32 modifica]di Dio con la preghiera, e, fatta più alta, desidera venga istruita in tutto ciò che richiedono i suoi doveri. Impari gli elementi del leggere, dello scrivere, dell’economia domestica, della lingua patria, della grammatica, ed inoltre abbia conoscenza delle leggi principali del codice per sapersi trarre d’impaccio negli affari domestici, come assai più tardi consiglierà la nostra Colombini.

Tali sono per il Fénelon, come press’a poco per il Dolce, gli insegnamenti indispensabili da impartirsi a tutte le fanciulle, quindi veramente essi avrebbero assai limitata la loro istruzione. Tuttavia entrambi non ritengono la donna incapace di studii più elevati, ma pensano che a questi solo possono dedicarsi le giovinette ricche e coloro che hanno maggiore ingegno. Profondamente cristiano, sebbene amante dell’antichità classica greca, che maravigliosamente dipinse nel suo Télemaque, anche il Fénelon teme per la fanciulla la coltura pagana, ma le permette la lettura degli autori profani, la poesia e la storia antica, il disegno e perfino lo studio delle bellezze artistiche di Grecia e di Roma.

Sapientemente fa precedere e illustra questo piano di studii con osservazioni psicologiche sulla natura della fanciulla, ch’egli poteva ben fare perchè, mentre componeva il «Trattato», era Direttore dell’Istituto delle Nuove Cattoliche. A lui buono s’apriva interamente l’anima peritosa della fanciulla, di cui egli conobbe tutti i pregi e i difetti. [p. 33 modifica]Quest’ultimi con delicatezza materna, egli pose in rilievo in due capitoli davvero preziosi, additando con pietà i rimedii per essi. Sembra animato da una fede nuova e viva allorché raccomanda caldamente alle madri di conoscere le inclinazioni dei loro figli, egli stesso tentò con tanto amore lo studio dei bambini, che par quasi abbia intraviste le molte attrattive e la grande utilità dello studio dell’infanzia, di questo ramo d’oro della pedagogia, che appassionerà tutti i cultori di scienze educative del secolo XIX.

Certo queste pagine mirabili di psicologia muliebre e infantile mancano al Dialogo del Dolce, che in confronto al «Trattato dell’Educazione delle Figlie» appare scolorito e povero: tuttavia ci piace di notare come il primo italiano e francese che si sono proposti di studiare seriamente la donna, abbiano ugualmente desiderato di crescerla alla famiglia, e l’abbiano preparata a questo ministero quasi con la stessa educazione intellettuale e morale. È consolante il vedere come nel dialogo di uno dei nostri pedagogisti italiani, troppo spesso dimenticati, vi sia il nocciolo del lavoro più compito e geniale di educazione femminile di cui va giustamente gloriosa la Francia nel secolo XVII.

Gli altri pedagogisti italiani del cinquecento restringono piuttosto che allargare le idee del Dolce, benché non manchino spesso di profonde osservazioni particolari. [p. 34 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/34 [p. 35 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/35 [p. 36 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/36 [p. 37 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/37 [p. 38 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/38 [p. 39 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/39 [p. 40 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/40 [p. 41 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/41 [p. 42 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/42 [p. 43 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/43 [p. 44 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/44 [p. 45 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/45 [p. 46 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/46 [p. 47 modifica]Pagina:La donna nel pensiero dei pedagogisti.djvu/47 [p. 48 modifica]Pagina:La donna 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E la madre sorride nei gruppi pieni di tenerezza del Trobetzkoy; sono narrate le sue virtù e i sentimenti più sublimi nelle strofe alate del De-Amicis e del Costanzo, in quelle melodiose del Selvatico, e gli acerbi patimenti nei versi strazianti del Cena.

Sia ancora la ragazza cagione di giubilo, la sorella la buona, l’amica quella che piace e consola, la figlia la guardiana degli armenti, la moglie la madre gagliarda delle stirpi future, così come la volevano i nostri padri quando trascorrevano l’altipiano dell’Iran felici perchè avevano il culto della famiglia. E se la fronte delle nostre giovinette è talvolta meno serena perchè vi passa il pensiero del domani forse pieno di lotte, nell’animo loro risuoni sempre gradita la voce della madre, la loro vera ambizione sia quella di migliorare l’umanità col lavoro assiduo e con l’amore dato ai generosi e agli afflitti. Come la scienza progredisce negli anni, nei secoli, ma non rinnega mai se stessa svolgendosi si avanza più ricca nell’età conquistata, ma non ismentisce le sue talvolta umili origini, cosi la donna diventi pure più colta e potente che mai non sia stata, ma non disconosca mai se stessa, serbi fra la nuova fioritura delle sue evolute facoltà, il seme prezioso delle virtù antiche.


  1. A. Mosso. — L’educazione della donna negli Stati Uniti. Nuova Antologia, 15 Marzo e 1° Aprile 1902.
  2. gerini,Gli Scrittori Pedagogici Italiani del secolo decimoquinto. Torino, Paravia, 1896.