La mia vita, ricordi autobiografici/XXVI

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Capitolo XXVI. La «Cordelia»

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XXV XXVII
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XXVI.

La «Cordelia».

(1884).

Intorno a questo soave nome di fanciulla in cui il genio shakespeariano personificò lo virtù più gentili di donna e di figlia quante memorie liete e dolorose si addensano! — Che respiro di forza gioconda mi allarga l’anima e il petto nel ricordo di questi ineffabili diciotto anni di giornalismo letterario!

Ho detto ineffabili, e non me ne pento. Quantunque il lavoro sia stato aspro, tenace, ferreo, continuo; quantunque i doveri della necessità abbiano messo a prova singolare la forza del mio carattere e la pieghevolezza del mio ingegno, quantunque ostacoli di tutti i generi si sieno frapposti fra la mia volontà e il mio lavoro, benedico e benedirò sempre la mia fatica che m’ha dato modo di provare tante dolci emozioni! I lettori perdonino questi sfoghi di innocente lirismo e mi permettano di alternare alla rigida esposizione di una cronistoria un capitolo di liete memorie; sappiano — se questo può farli più lieti — che nè i più cocenti dolori della vita, nè le sue più profonde amarezze non sono mai riuscite a fugarmi dall’anima quel senso di inalterabile serenità che è una delle mie speciali caratteristiche.

E anch’oggi, dopo venticinque anni di vita giornalistica, non mi sento disillusa e scrivo per le mie riviste [p. 188 modifica] articoli e bozzetti, con la stessa fede, con la stessa candidezza, con lo stesso ingenuo entusiasmo di un tempo. Amare il proprio lavoro: è questo il segreto più semplice di ogni riuscita; e, pur troppo, è quello che tutti meno conoscono.

La mia «Cordelia» è stata un focolare d’ingegni e si è conservata forte, sana, vigorosa, per ventidue lunghi anni, assistendo impavida all’agonizzare e al morire di molti confratelli e di molte consorelle che, più eleganti di vesti, più spocchiose di nomi, più raffinate di contenuto, più aristocratiche d’ideali, l’han guardata dall’alto in basso, con un’espressione di spregio pel suo titolo modesto di «Giornale per le giovinette.» — Ma il giornale delle giovinette dopo ventidue anni di vita prospera, è ancor là, vivo e ben nutrito, e le spocchiose consorelle sono rimaste appena nella mente di pochi.

Indubbiamente, dunque, questa rivista delle giovinette ha avuto fortuna e le ragioni di questa fortuna, voglio esporle qui, se pure non dispiaccia, a chi legge, una breve e sincera lezione di giornalismo.

Prima di tutto la Cordelia ha avuto un pubblico, un pubblico scelto, determinato, preciso. Molti giornali non incontrano simpatie appunto perchè si rivolgono a tutti: e conquistar tutto il mondo non è possibile, perchè le opinioni e i sentimenti diversificano, e non è facile esaltare le virtù di un Tizio senza incorrere negli odi di un Cajo. I giornali omnibus che sono ad un tempo politici, letterari, artistici, mondani, religiosi, brillanti e serî, che accettano tutte le novelle, tutti gli articoli, tutti i bozzetti, tutte le varietà e tutte le freddure pioventi dagli scioperati letteratoidi [p. 189 modifica] d’Italia, non hanno garanzia di successo, a meno che non possano disporre di mezzi finanziari molto larghi, o sieno sostenuti da certe combriccole a cui — dopo tutto — non par vero di impiegare i denari anche ... a perdita sicura.

La Cordelia ha avuto un indirizzo pedagogico ed artistico sempre fisso, e lo ha conservato per anni ed anni con rigidità scrupolosa, non prestandosi mai a capricci troppo... evolutivi in vista del beato interesse, conservando intatto il suo programma, fino a che lo sviluppo e la modificazione delle idee, e specialmente delle idee morali non mi ha indotto a trasformarla gradualmente e lentamente.

Un altro fautore del suo buon esito si è avuto nella rigorosa esattezza della sua pubblicazione. I periodici letterarî non hanno, come i giornali quotidiani, molti redattori fissi e stabili che lavorino contemporaneamente e sullo stesso luogo; per lo più l’opera di compilazione è affidata al direttore e a un paio di segretari che riuniscono ed ordinano i manoscritti per la stampa, suddividendosi — come suol dirsi — il lavoro. Io per di più, nei primi anni di vita della Cordelia, fui sola a dirigere e a redigere; quindi se nascevano da un momento all’altro dello difficoltà, non avevo certo chi mi aiutasse a vincerle. Ma la pubblicazione della Cordelia non ha mai generato stanchezze o diffidenze nelle associate. È sempre uscita la domenica, quantunque mi abbiano afflitta dolori e pene di tutti i generi, non esclusa la morte di amici, di parenti, di persone adorate. Io ho spedito alla tipografia l’originale del mio periodico, e ne ho riviste le bozze anche quando le condizioni della mia salute erano tanto gravi da non permettermi [p. 190 modifica] occupazioni di sorta. Nel segreto della mia camera, nelle mie sorde lotte contro il male, io ho spesso rischiata la vita per la mia Cordelia che ho amato come la più cara delle figliuole.

Ma io mi dimentico quì di narrare come «Cordelia» fu messa al mondo. Il mio illustre e buon amico, conte Angelo De Gubernatis, verso l’anno 1881, ebbe in animo di fondare un giornale per le giovinette; e lo fondò, infatti, dedicandone il nome all’amatissima sua figliuola, signorina Cordelia. Il primo numero di questo giornale uscì il 6 novembre 1881, e fu accolto con cordiale benevolenza. Anzi Jorick, nella Vedetta gli fece uno strepitoso articolo di réclame.

L’idea del De Gubernatis era stata buona, e gli scrittori del nuovo periodico erano tali da poter ispirare la più larga fiducia ai padri, alle madri, agli educatori, alle educatrici d’Italia: la Sofia Albini, quel chiaro elegante scrittore che è Augusto Alfani1, l’Anfosso, il Bersezio, Valentino Carrera, il Collodi, Augusto Conti, il Dazzi, Salvatore Farina, Luigi Morandi, Tullo Massarani, il Rigutini, ecc. Quindi la Cordelia letteralmente incontrò; ma non so se — finanziariamente parlando — avesse, come suol dirsi, buon esito.

Si stampava dagli editori Le Monnier, in via San Gallo. Dai Le Monnier capitavo spesso in quel tempo, giacche per loro avevo scritto un volumetto, ridotto [p. 191 modifica] dal francese, e che avevo intitolato «Un’ora di svago». Andandovi, vi conobbi il De Gubernatis e siccome stavo allora preparando il materiale per un nuovo libro di educazione «Come vorrei una fanciulla» edito da Enrico Trevisini egli me ne chiese qualche pagina che io gli cedei molto volentieri.

Così cominciò la mia collaborazione alla Cordelia.

Anima della ditta Le Monnier era il compianto Niccolino Nobili; a cui l’illustre Desiderio Chilovi — oggi bibliotecario della nostra «Nazionale» suggerì l’idea della «Biblioteca delle giovinette». Per quella biblioteca si erano già pubblicati parecchi volumi che avevano però incontrato poco il favore del pubblico. Non che i libri fossero difettosi di contenuto e di forma; non che i nomi degli autori, tutti noti e meritevoli di lode non dessero una sufficiente garanzia di successo; ma forse era in parte sbagliato il concetto che ispirò la pubblicazione. I Le Monnier avevano voluto offrire alle giovinette lettrici dei libri assolutamente morali; e preoccupati da questa idea non avevano esitato a sottoporre a quell’unico principio l’accettazione di lavori che avevano soltanto un’importanza artistica. Per ciò, nella «Biblioteca delle giovinette» si pubblicarono edizioni classiche mutilate e sciupate in nome della morale.

Anche a me si richiese un volume di novelle, ed io lo detti ben volentieri. Offersi i Racconti che dovettero il loro successo alla sincerità artistica a cui furono ispirati: una sincerità artistica che senza varcare i limiti della convenienza (la convenienza delle giovinette, s’intende) seppe sciogliersi dai vincoli di una morale [p. 192 modifica] obbligatoria, ingegnandosi di accender visioni di bellezza attraverso gli splendori della bontà. Ma chiudiamo la parentesi e seguitiamo la cronistoria.

Dopo tre anni di vita, ossia alla fine dell’84, il De Gubernatis, stanco forse delle non poche fatiche che gli costava la direzione e la compilazione del suo giornale, mi propose di cedermene la direzione. La Cordelia era un organismo sano e vitale e non chiedeva per crescer florido e rigoglioso che l’amorevolezza e la continuità delle cure. Il De Gubernatis è stato ed è sempre un grande creatore di periodici; ma le vicende tumultuose della sua vita e il suo continuo aspirare al meglio (oh rara tempra d’uomo!) gli hanno spesso impedito di condurre a perfetta maturità i frutti del bellissimo ingegno.

Onorata grandemente dall’offerta accettai l’incarico di dirigere la Cordelia divenuta proprietà degli editori Ademollo e Bossi, a cui era stata ceduta. L’ufficio di direzione fu impiantato in una malinconica e vasta casa di Piazza del Duomo, che aveva l’unico vantaggio di essere come suol dirsi ad uscio e bottega colla tipografia nella quale si stampava il giornale.

A me, abituata ormai da anni all’aria sfasciata di S. Gallo, l’entrare in quel vasto ed oscuro capannone di Piazza del Duomo, fece un’impressione da non si dire. Mi ricordo che i primi giorni della mia vita di direttrice furono tristissimi; e gli amici dovettero durare non poca fatica a persuadermi che tutte le case del centro di Firenze erano buie e che la mia di Piazza del Duomo non era tra le peggiori. [p. 193 modifica]

A poco per volta mi affezionai alla vecchia e malinconica casa. Valsero certo a rendermela più calda d’affetti la frequenza delle visite amiche e la lunga memoria di tutti i giorni lieti e tristi che vi trascorsi nel lungo spazio di diciotto anni, tanto che quando — pochi mesi or sono — la vidi nuda e squallida nell’imminenza del trasloco, sentii stringermi il cuore.

Il giornale sui primi tempi, mi dette da fare. Il De Gubernatis aveva inspirato tutto il suo nobile lavoro di tre anni a un ideale di serietà e di dottrina che lusingava pochissimo (e tanto meno allora) l’ideale delle nostre ragazze, abbastanza fatue, leggere e ciarliere. Io allora non militavo nelle file avanzate del vero e proprio femminismo, come vi milito oggi; ma pensavo che allo sviluppo dell’educazione femminile l’eccessivo dottrinarismo, dovesse togliere ogni carattere di gentile bellezza. Quindi si trattava di trasformare radicalmente la Cordelia; di farne una rivista che non fosse nè troppo dotta, nè troppo grave, nè troppo libera, nè troppo rigida, nè troppo fatua, nè troppo seria. Questa ricerca di apparente mediocrità era necessaria per la diffusione del periodico. Per rendere vitale una pubblicazione di quel genere non bisognava indirizzarsi ad un gruppo, ma ad una collettività, e quindi fare in modo d’accontentare un po’ tutti. Ma all’intenzione buona non risponde sempre l’efficacia dei fatti, e non è raro il caso di vedere molti scontenti e insoddisfatti anche quando ci siamo dedicati ad un’opera con energia e con giovanile entusiasmo. Sui primi tempi non mancarono le critiche. Il fatto che la mia rivista era dedicata alle giovinette dette a credere a molti scioperati del bello italo regno che fosse facilissimo collaborarvi; quindi io [p. 194 modifica] fui assediata e pur troppo sono assediata ancora da una vera falange di manoscritti il cui contenuto si ispirava spesso alle più grandi sciocchezze che si possano concepire in materia d’arte, di letteratura e di educazione. Per fortuna mi rimanevano due sfogatoi quotidiani: il cestino e la «piccola posta».

Nel cestino piombavano con rapidità vertiginosa tutti i manoscritti che non potevano essere pubblicati in nessun modo, sulle colonne del mio giornale: nella «piccola posta» rispondevo per le rime a tutti gli indiscreti che invocavano con troppa insistenza i loro... diritti o che affacciavano pretese addirittura ridicole. In quelle «piccole poste» così impertinentemente argute, io davo buona prova di un certo mio spirito, terribilmente ironico e beffeggiatore che mi ha procurato le simpatie più calde dei miei amici e gli odi più neri delle mie... disgraziate vittime. Spesso quando qualche importuno mi seccava eccessivamente, esigendo che io pubblicassi nella Cordelia i suoi parti... mostruosi, io messa alle strette, finivo col pubblicarglieli nella «piccola posta», chiosandoli di tutti quei commenti... maligni anzichenò che formavano la nota speciale della mia critica umoristica. Rinunzio a descrivere la profonda indignazione dell’autore che mi gratificava immediatamente dei più atroci improperï.

Nella Cordelia scrivevo settimanalmente una rassegna letteraria nella quale passavo in rivista, oltre i giornali, tutti o quasi tutti i libri di prosa o di versi che si pubblicavano in Italia e che gli editori inviavano in doppia copia al giornale. Firmavo, queste mie rassegne spesso molto vivaci e talvolta anche un [p. 195 modifica] pochino... maligne con lo pseudonimo di Marinella del Rosso2.

Chi fosse questa Marinella del Rosso così impetuosa e aggressiva per un bel pezzo nessuno lo seppe mai: tutti la credevano una collaboratrice; chi poteva sospettare nella spigliata critichessa la grave e severa... signora Ida Baccini?

All’amo abboccarono in moltissimi; ma specialmente due fra i miei collaboratori. Fulvia, la notissima e fine novellatrice e Alfredo Baccelli che oggi, deputato e valente uomo politico, sembra avere abbandonato le muse per darsi tutto, pare impossibile! ad altri studii molto meno geniali.

Anzi, Alfredo Baccelli prendendo assolutamente sul serio questa Marinella del Rosso, le indirizzò la seguente letterina di ringraziamento che io promisi, con la massima serietà, di passare alla mia battagliera collega di redazione:

Gentilissima Signora,

Ella ha per me parole tanto cortesi che io non posso non ringraziarla di cuore. [p. 196 modifica]

Io non so se Ella sia una signora o una signorina; non so nemmeno come si chiami: se vorrà essere tanto cortese da presentare sè stessa, il suo compagno d’armi glie ne sarà doppiamente grato.

E questo desiderio non mi viene soltanto dalla benevolenza che Ella usa nel giudicarmi, ma dallo spirito arguto che anima sempre le sue riviste.

Mi creda, gentilissima signora

Suo devmo
Alfredo Baccelli.


Alfredo Baccelli venne poi a sapere chi era questa Marinella del Rosso e della lunga burla facemmo insieme le più allegre risate, quando di lì a poco, passando egli per Firenze, ebbi l’onore ed il piacere della sua visita3. [p. 197 modifica]

È giunto qui il momento di parlare di chi mi aiutò per lunghi anni nella faticosa ed ardua opera giornalistica, dei collaboratori più fedeli e più valenti alla mia Cordelia.

Oh la bella, nobile schiera di valorosi! Era possibile che l’oscurità di queste pagine, destinate a riassumere tutte le più care memorie della mia vita non dovesse venire illuminata dai vostri nomi?

Molti di voi si sono oggi conquistato un luogo eminente nelle lettere, nell’insegnamento, nel giornalismo; alcuni si affannano tuttora come me per la lotta della vita: altri — i più fortunati forse! — han disertato le file per la pace della tomba.

E m’è dolce rivolger prima che agli altri un nuovo saluto, a voi, o amici, che m’avete preceduta nella grande via misteriosa, e che m’aspettate: a voi cui mi avvince un sentimento di tenerezza immutabile.

Oh mio buon Enrico Nencioni, io ti vedo ancora quale io ti vidi in un melanconico pomeriggio di [p. 198 modifica] marzo, quando Matilde Serao, reduce da poco da Terrasanta, e io venimmo a salutarti nella solitaria casetta d’oltr’Arno. Il male che ti uccise aveva già incavato le tue guancie delicate, aveva già sparso di mortali pallori la nobile fronte.... Sereno, gentile sempre, volesti da Matilde il racconto compendiato del meraviglioso viaggio per cui fiorì il più meraviglioso libro: Al paese di Gesù: e quand’ella, con la parola calda, con gli occhi accesi di entusiasmo, ti descrisse la sua ascensione sul Golgota e ti disse com’ella si fosse prostrata sulla nuda terra in atto irrefrenabile d’adorazione, oh di che luce s’accese il tuo mite occhio pensoso! Che tremito ti ricercò le fibre e t’agitò le lunghe mani ceree!

Povero e grande Nencioni! Hai tu finalmente saputo il grande «perchè» dell’esser nostro?

Mentre scrivo guardo con gli occhi pieni di lacrime la vecchia poltrona su cui a me convalescente delle mie quasi annuali bronchiti, venivi a leggere le splendide conferenze con che deliziavi l’uditorio che s’accalcava, per udirti nelle patrizie sale del palazzo Ginori! ...

Ora, Enrico, la tua parola s’è mutata in cantico ed io tendo ancora l’orecchio ad afferrarne le note lontane che si perdono su su nell’azzurro... da te cantato e sentito!

Piccola, non bella della persona, gracilissima e malata, viene a sorridermi in questo momento col suo più dolce sorriso la cremonese Rosa Martinelli. Vissuta lontana dai rumori e anche dalle lotte feconde della vita, priva di tutti gli aiuti che all’ingegno offrono i pubblici istituti di coltura, come biblioteche, gallerie, [p. 199 modifica] musei, archivi, ecc., è un miracolo «novo e gentile» il far quello che ella fece nella sua breve, sfortunata e solitaria esistenza. Non solo collaborò attivamente alla Cordelia, mandando articoli vivaci, battaglieri, improntati sempre d’una strana originalità, ma dettò versi soavissimi che — al solito — non ebbero il successo che si sarebbero meritati: e negli ultimi anni della sua vita fondò un grazioso giornale per fanciulli intitolato L’Aiuola; e fu davvero una ridente aiuola dove sbocciarono i fiori più belli di qull’ingegno gentile. Un solo aneddoto servirà a meglio far conoscere questo gran cuore di fanciulla.

Ella, pur non conoscendomi di persona, mi voleva un gran bene e con quella perspicacia che dànno e l’affetto e certe malattie, aveva sentito che io soffrivo e della salute e delle ristrettezze economiche che il mal retribuito lavoro giornalistico dà agli scrittori italiani. Volle sapere da me a chi apparteneva la Cordelia e quali erano le condizioni che mi si erano fatte per dirigerla. Saputo tutto, mi scrive senza esitazione: «La Cordelia è un giornale che va a vele gonfie e può offrire larghi guadagni. Comprala». Naturalmente le rispondo che per comprarla mi manca il meglio. Ed ella torna a scrivermi per dirmi che non si mariterà mai, che è padrona della sua dote, che nessuno, in casa, le fa i conti addosso e... finisce con l’offrirmi la somma occorrente per comprar la Cordelia. — Me la restituirai quando potrai e se potrai — mi scrisse. Quell’offerta mi commuove e mi spaventa. Penso a quali dure delusioni la vita condurrà questa creatura così generosamente impulsiva, che con tanta facilità si spoglia di una somma ragguardevole per chi ella non conosce. Certo, ella sapeva di me il nome e i lavori; ma era [p. 200 modifica] sicura poi se io possedevo quell’onestà, quella rettitudine di principii, quella coscienza scrupolosa per cui il sodisfare al proprio debito diventa un bisogno imperioso?

Scrissi subito al padre della giovane per esortarlo a tener d’occhio la buona Rosina e anche per congratularmi seco di aver dato la vita a una sì eletta creatura che faceva il bene così semplicemente e con così poco apparato di sentimentalismi. Non è a dire se l’avvocato Martinelli mi ringraziasse e mi fosse prodigo di lodi. La Rosina s’impermalì un po’, mi sgridò, mi disse che ero una sciocchina e mi predisse che sarei... morta senza un soldo!

Ma poi finimmo col far la pace e non si parlò mai più della Cordelia a cui conservò la sua collaborazione fino agli ultimi giorni della sua vita.

Un altro nome caro e simpatico debbo qui ricordare, quello di Ulisse Poggi la cui morte recente addolorò fino allo spasimo i diletti figliuoli.

Lo conobbi personalmente e lo invitai a scrivere nella mia Cordelia fin da quando egli dirigeva con tanto amore il liceo Cicognini di Prato, e la sua collaborazione durò fino agli ultimi anni della sua vita. Il Poggi era un uomo arguto e festevole, che nell’apparente burbanza del contegno nascondeva un cuor d’oro. Quanto al valore del suo ingegno, sempre così sereno e luminoso all’altezza della sua anima bella che si mantenne sempre fedele a un grande ideale di religioso spiritualismo, alla sua perfetta scienza della vita, possono dirne eloquentemente gli ammiratori e gli amici che il Poggi ebbe numerosissimi. Scrisse toscanamente, con grande purezza di forma e spigliatezza di stile. [p. 201 modifica]

Di Luigi Vivarelli Colonna, altro mio amico affezionato, posso dir poco come collaboratore, giacchè egli gran signore di censo e di abitudini, scriveva soltanto quando glie lo suggeriva l’ispirazione. La Cordelia ebbe l’onore di pubblicare molto spesso i suoi versi eleganti ed armoniosi. Il gentile poeta era di una spontaneità lirica tutt’altro che comune, la quale senza aver nulla che fare con gli ambagi e le leccature dei moderni decadenti, toccava però i limiti più elevati della perfezione formale. Molto semplice e buono di fondo, il Vivarelli Colonna si impettiva qualche volta a cagione del suo nome illustre; ma a fare smussare la breve e innocente alterigia bastava una parola ironica o una stoccatina che lo pungesse un poco. E, allora, ridendo, buttava giù la innocentissima muffa, e ritornava più semplice e più buono di prima.

Una parola anche per venerare la tua memoria, o Agostino Capovilla. Era un giovane professore, gracilissimo di petto, che i capricci ministeriali sbalzavano spesso e volentieri da una città ad un altra. E quei subitanei cambiamenti di luoghi e di clima nuocevano alla sua salute. Pure, quantunque tormentatissimo dal male che gli insidiava la vita e che finì col trionfare, disgraziatamente, sulla sua fibra femminea, il Capovilla è stato uno dei collaboratori più assidui e più fedeli della mia Cordelia. Dotato di un ingegno critico acutissimo e di uno straordinario buon senso che la larga coltura letteraria confortava e avvivava, il Capovilla ha [p. 202 modifica] sempre scritto cose belle, e più, cose buone. Ogni suo periodo recava un germe fecondo di bene, ogni sua idea aveva l’invidiabile pregio della novità e della modernità.

Egli accoppiò sempre nella sua prosa svelta e leggiadra il focoso entusiasmo inspirato dalla giovinezza col senno riflessivo consigliato dalla maturità ì suoi lunghi articoli morali e le sue rassegne critiche quasi sempre scevri di inutili voli e liberi da ogni orpello retorico erano piani, facili, suggestivi, persuasivi. Le scuole secondarie gli debbono una buona versione prosastica della Divina Commedia che egli mi fece l’onore di dedicarmi. A poco a poco rallentò il lavoro; non poteva più scrivere, giacche la tisi lo minava: ebbi ancora, raramente, sue notizie e in una triste mattina ricevei la partecipazione di morte dalla vedova sconsolata...

Dei viventi, mi manca lo spazio per parlare a lungo. Ma posso ripetere, ciò che ho detto molte volte; che quasi tutti gli uomini più chiari della nostra letteratura hanno collaborato alla Cordelia, o vi han fatto le prime anni: Augusto Alfani, Alfredo Baccelli, Angelo Orvieto, Lorenzo Stecchetti, Giovanni Marradi, Renato Fucini, Antonio Fogazzaro, Guido Biagi, Ernesto Masi, Enrico Corradini, Diego Garoglio, Napoleone Panerai, Eugenio Checchi, Giuseppe Manni, Isidoro del Lungo, Ulisse Tanganelli, Tommaso Catani, Luigi Venturi, Guglielmo Capitelli, Galileo Pini, Ferruccio Ferroni, Giuseppe Baccini, Giuseppe Lesca, Antonio Zardo, Luigi Mannucci, Antonio Messeri, Luigi Grilli, Raffaele Belluzzi, Mario Chini, Alfonso Pisaneschi, Ugo [p. 203 modifica] Bossi, Mario Foresi, Fortunato Rizzi, Rodolfo Mondolfi, Alcibiade Vecoli, Luigi Sbragia, Ettore Fabietti: tra le donne hanno inviato scritti alla mia rivista Assunta Mazzoni, Berta Barbensi (Rita Ble’), Amalia Giardini, Griselda Rapisardi, Edwige Salvi, Felicita Morandi, Ada Della Pergola (Fiducia) Bianca Bossi, Sofia Ciofi, Emma Luzzatto (Doris) Elda Gianelli, Antonietta Bonelli, Engenia Ponsicchi (Wolfinia) Margherita Speroni, Bice Vettori (Bice), Emilia Mariani, Maria Bobba, Candida Amaretti, Linda Malnati, Gemma Ferruggia, Teresa Gambinossi-Conte, Gelide Lancerotto, Eugenia Franciosi, Onorata Grossi Mercanti, E. Garamelli, Domenica Goleschi, Alamira Pianigiani, Elvira Simonatti Spinelli, Rachele Botti Binda, Fulvia, Vittoria Aganoor, Erminia Vitali, Emma Boghen Gonigliani, Marianna Giarrè Biili, Maria Pascolato, Talia Ricci, Elisa Cappelli e molte altre.

E a una triade d’amiche, che posso quasi considerare come redattrici fisse della Cordelia, debbo poi esprimere qui, pubblicamente, la mia più viva gratitudine: Maria Plattis (Jolanda), Evelina Franceschi Marini (Evelyn) e Silvia Albertoni, fini e delicate scrittrici che in ogni epoca, starei per dire in ogni momento ebbero pronta la penna e l’intelletto valoroso, dedicando ogni loro opera più bella alla Rivista ch’io ancora dirigo. E poichè al lavoro sono ancor giovane è la Cordelia non è mai stata così florida e rigogliosa come oggi, così mi auguro che al numero non indifferente dei suoi collaboratori s’aggiunga anche quello di chi — con coraggio e con fede — s’avvia nella strada dell’arte: e della buona riuscita, con le prove quotidiane dell’ingegno, dà bene a sperare. [p. 204 modifica]

Scrivendo continuamente nella Cordelia, com’era mio obbligo di direttrice, avveniva che la mia opera fosse così copiosa da dar materia a parecchi volumi. Molti quindi dei miei libri non sono che una seconda edizione di scritti apparsi spicciolatamente, nella mia e in altre riviste. A questo modo riuscii a pubblicare, in un tempo relativamente breve, altri volumi, i quali ebbero tutti un larghissimo successo... commerciale per i miei editori, e morale per me. Nel tempo stesso rimaneggiavo, modificavo e correggevo i miei testi scolastici che, stampati dai fratelli Paggi, correvano trionfalmente in migliaia di copie, tutte le scuole d’Italia. Questa mia speciale operosità, per cui vengo anche oggi fatta segno a lodi forse non del tutto immeritate, si deve a un fenomeno di tenacia, ereditario nella mia famiglia, e di cui ormai ho l’abitudine. Io non ho mai avuto fiducia delle americanate e non posso trattenermi dal ridere quando leggo, nei grossi manualoni alla Smiles, i troppo famosi esempi di attività, di risparmio, di carattere che fanno così comodo per le antologie. Sarò scettica, sarò magari maligna; ma non mi è mai riuscito di persuadermi che un fabbro ferraio abbia potuto imparare le lingue orientali, e diventarne anche eruditissimo insegnante, studiandole a furia di quarti d’ora per il rispettabile spazio di trenta anni, come non ho mai potuto digerire le migliaia di lire accumulate a furia di soldi e magari di centesimini messi da parte. Si vede che i fortunatissimi capitalisti o non hanno mai avuto una disgrazia in famiglia, o non si sono mai trovati nel caso di dover dare una prova... evidente di generosità e di buon cuore. Più che lavorare tutto il giorno, io lavoro ogni giorno, [p. 205 modifica] anche quando è festa, anche quando sono in campagna, anche quando viaggio, anche quando sono ammalata; e se momentaneamente mi manca, per una ragione qualunque, il modo di leggere, di scrivere, di riveder bozze ecc. mi appiglio subito ad un lavoro materiale, umile, purchessia, che mi dia modo di mitigare le intollerabili sofferenze dell’ozio.

Verso il 1891 la Cordelia attraversò un momento di crisi e il numero delle abbonate decadde rapidamente. Gli editori, quantunque intelligenti e operosi, non sapevano sostenere amministrativamente, una Rivista di quel genere. Fui pregata di trovare un compratore. Io non avevo il denaro necessario per riscattarne la proprietà, nè, se lo avessi avuto, avrei fatta una buona speculazione comprando il giornale; giacchè non è detto che un buon letterato possa essere, nel tempo stesso, un buon amministratore.

Frugando nelle mie memorie, mi venne in mente il nome di un coraggioso editore romagnolo, il Cappelli di Rocca San Casciano, che sapevo giovane, ardito, pieno di speranze, di entusiasmo e provvisto anche... sufficientemente di soldi.

Gli scrissi e telegrafai proponendogli l’acquisto della Cordelia. Il buon Cappelli, seguendo le orme di Cesare, ed acceso da un entusiasmo non meno battagliero di quello del gran capitano, dopo avere impugnato il portafoglio, venne, vide... e comprò.

Grazie alla sua energia e alle sue felicissime attitudini speculative, riuscì in poco tempo non solo a [p. 206 modifica] rialzare le sorti della indebolita Cordelia, ma a farla prosperare e a infonderle un soffio di vita nuova. Oggi la mia Rivista è una delle poche che procuri notevoli guadagni al proprietario.

I lettori vorranno perdonarmi se ho indugiato nell’argomento forse un po’ più di quel che non convenga — dato l’interesse che esso può suscitare nello spirito di chi scorre queste pagine — ma ho un po’ insistito sulla storia del mio giornale perchè esso rappresenta quasi una pietra miliare nel cammino della mia vita, un nucleo luminoso da cui irradia per così dire la luce dei miei affetti e dell’arte mia.




Note

  1. Uno dei miei più cari e affezionati amici: una intelligenza impastata di gentilezza: un cuor d’oro a cui non ho mai ricorso invano durante le più terribili prove della mia vita.
  2. Marinella del Rosso è l’anagramma di Alessandro Morelli; ed Alessandro Morelli era un mio carissimo amico che copriva un importante ufficio al Municipio di Firenze. Fine cultore della musica mi domandò se avessi accettato per la mia Cordelia qualche sua rassegna artistica, chiedendomi nello stesso tempo che gli suggerissi uno pseudonimo con cui poter firmare i suoi articoli. Gli proposi l’anagramma ed egli lo accettò; ma purtroppo la morte lo incolse, quasi improvvisamente, prima che avesse potato inviare un solo rigo alla mia Cordelia. In memoria del caro morto feci mio lo pseudonimo e con quello firmai da allora innanzi le mie rassegne letterarie.
  3. Nel 1886, due anni dopo aver presa la direzione della Cordelia, pensai di compilare una specie di strenna (una simpatica antologia di scritti vari) per darla in regalo alle nuove abbonate. Ne mandai un esemplare agli amici; e l’invio mi valse questa originalissima lettera di Ubaldino Peruzzi, che val certo la pena di pubblicare:
    «Gentilissima Signora.
    Mi è pervenuta, giorni addietro, la strenna della Cordelia. Mi son domandato: Chi devo ringraziare per il dono di questo grazioso libretto? Trattandosi di un dono gentile e grazioso, ho pensato che a lei fossero dovuti i miei ringraziamenti e glieli fo, augurandole intanto tutte le desiderate felicità per l’anno da poco incominciato. Così facendo, confido che quantunque non accetti i ringraziamenti perchè dovuti ad altri, gradirà i miei auguri che sono sinceri e vivaci.
    Nè voglio fermarmi qui. Da vecchio e perciò da brontolone com’è uso dei vecchi mi permetto di dirle schiettamente che non mi va a genio quella preferenza onde Ella ha onorato la parola ordinata invece dell’altra compilata.
    Non dico che sia impropria la parola ordinata ma a Firenze non si suole usar nel senso in cui Ella l’ha adoperata. E da Lei che ha fatto tanti progressi nello scrivere secondo l’uso nostro fiorentino, non me la sarei mai aspettata. A me fa questa impressione: ch’Ella abbia dato ad altri l’ordine di compilare la strenna della Cordelia e che quest’altro, abbia com’è detto nell’ultima edizione della Crusca, disposta acconciamente la materia cavata donde che sia.
    Mi scusi, gentilissima signora: scommetto che Ella non si sarebbe aspettata di trovare in me un pedante. Lo sono quando si tratta di cose scritte da chi sa scrivere com’Ella suole.
    Non creda però che mi sia fermato alla copertina del libro che mi è piaciuto e per il quale ringrazio chi me ne ha fatto il dono graditissimo. E mi confermo suo devotissimo obbligatissimo «Ubaldino Peruzzi