La piazza universale di tutte le professioni del mondo/Discorso Primo

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../ Discorso universale in lode delle scienze

../Discorso Secondo IncludiIntestazione 12 gennaio 2015 25% Da definire

Discorso universale in lode delle scienze Discorso Secondo
[p. 32 modifica]
DE' SIGNORI,
O PRENCIPI,
ET DE' TIRANNI.
Discorso I.


I PRIMI, ch'ornano il bellissimo cerchio, e l'honorato spatio della gran Piazza da me descritta sono i Signori, che sogliono communemente passeggiare per essa, di vari, e diversi titoli singolari illustrati, secondo che comporta la grandezza, e la nobiltà o per virtù, o per altro, o da loro, o da suoi avri tratta già anticamente, et acquistata, i quali, se son legitimi e virtuosi signori, non ha dubbio alcuno, che non siano di gloria, et honore sommamente meritevoli; ma se più presto patiscono da tiranni, che altro, o per l'usurpatione del dominio: o per diportarsi troppo stranamente co' sudditi loro, non solamente son degni d'odio, e di abbominatione, ma di severa morte, à loro delitti, et eccessi conveniente, e conforme. Ma per mostrar quai siano i veri, e legitimi signori degni d'honore, et quai siano i tiranni degni d'odio, e di morte bisogna considerare da alto et longo principio la differenza loro. E' chiara cosa che i dominij, e le signorie per legge divina mai si trovano appartenere agli huomini, il che è notato per sentenza d'Agostin santo.Agostin santo sopra S. Giovanni, ove dice. Jure divino Domini est terra, et plenitudo eius, et per rintuzzar la superbia de' signori, soggionge, che, Dominus de uno limo terrae fecit et pauperes, et divites. E meno si può dire, che per legge naturale i dominij, e le giurisditioni tocchino a loro, essendo ogni cosa, per legge di natura, commune, come né Canoni alla ditintione ottava, al capitolo, Quo iure, è sufficientemente dichiarato, ma solo per legge humana e positiva si son trovati i spartimenti delle signorie, c'hoggi vi sono innumerabili al mondo, e quasi infinite. Però ben disse nel sopradetto luogo il gran [p. 33 modifica]gran padre Agostino. Tolle iura imperatorum, quis audet dicere haec villa est meus est iste servus mea est haec domus. Essendo questo il vero non è da dubitare, che il dominio, e principato politico sarà legitimo di colui, al qual l'havrà dato immediatamente Iddio, come fu dato a Mosè sopra il popolo d'Israele, et a Saul primo Re dall'istesso Signore eletto overo per i meriti suoi virtuosi (così nota Santo Antonino)S.Antonino. i popoli per natura liberi si faranno da se stessi di commun consenso soggiogati, o c'havrà ricevuto la signoria da persona tale, che per l'istessa strada passando sarà stata eletta, capo e superior a gli altri, come fu eletto Ioseffo da Faraone, e per l'opposito quel sarà dimandato propriamente tiranno il quale con mezzi illeciti, o di violenza d'arme, o di pratiche ingiuste, e disdicevoli, havrà occupato il dominio, e la libertà d'alcuni per se stesso, del qual principato parlando Leo Papa Leone Papa.disse. Principatus quem metus extorsit, et si actibus vel moribus non offendat, ipsius tamen initij sui est pernitiosus exemplo. Ne solo in questo consiste la differenza tra il signore e 'l tiranno, ma le parti dell'animo virtuoso, e il regimento honesto, et giusto constituiscono un signore ottimo, come per il contrario (secondo S. Thomaso nel libro De regimine Principum) vien constituito un tiranno da' virtù dell'animo scelerati, et dal modo di governare, iniquo, acerbo, e dispietato. Proprie saranno d'un signore la religione circa le cose divine, et ecclesiastiche, l'honestà né costumi, la verità, e la fede né suoi detti, la magnanimità né gesti, la costanza in fatto, l'osservanza nelle leggi, la cura ne studij, le maniere gentili, amorevoli, pie, e cortesi con i sudditi, la discretta prudenza nel reggere, la giustitia né giudicij, et nelle scienze, che procedono da quello, e se la bellezza esterna del corpo fosse con quella dell'animo congionta, esse farebbono un Signore, et un Barone, in tutto e per tutto honorato, e glorioso. Et necessaria, e debita a un vero signore la religione circa le cose divine, et ecclesiastiche, come tien Plutarco.Plutarco nel libro, che scrive a Traiano Imperatore, ove dice, che. Princeps caput est reipublicae uni subiectus Deo, et his qui ministrantur quae Dei sunt in terris. Per questo il sapientissimo Salomone Salomone Prencipe religioso.ordinò il sacro santo tempio a Dio, e dispose i ministri de' sacrificij, et holocausti debiti alla divina maestà. Nel quarto libro, de' Regni si legge, che Ioiada Re, notata la negligenza de' sacerdoti, fece restaurareIoiada Religioso. il tempio mezzo consonto delle rendite proprie di quello, perché nel principio del suo Regno apparve signor da bene, e molto religioso. Perciò Papa MarcelloMarcello Papa. in un Decreto disse. Boni Principis est ac religiosi ecclesias contritas atque conscissas restaurate, novasque aedificare, et Dei facer dotes honorare, atque, tueri. Possidonio parlando de' Romani, laudogli grandemente per la Religione loro, onde disse. Erant illis religio Deorum admirabilis, iustitia multumque studium, ne in quempiam iniurias conferrent. Era solito a questo proposito di dir Solone, che governava la Republica per favor di Minerva, come Pisistrato le guerre [p. 34 modifica]recita Eusebio Cesariense nel libro de preparatione Evangelica le lodi, immense, che da Apolline fur date a Licurgo sommo veneratore de gli Iddij in que' versi.

Chare Iovi magno qui templa ad nostra Lycurge:
Venisti chare, et cunctis dilecteque; Divis.
Te ne hominem appellem ne Deum? sed quando sacrarum
Cura tibi tanta est documenta exquirere legum,
Te potios natum calessi ex stirpe purarim.

Ho letto, che Didimo né libri della narratione Pindarica attribuisca a Melisseo Rè de' Cretensi grandissima religione verso gli Iddij, per cagione, de' sacrificij, e delle pompe solennissime a loro honore instituite da lui. E Plutarco racconta, che Silla al tempo delle guerre portava in seno una imagine d'Apollo, la quale né pericoli iminenti sovente basciava, e come sua adiutrice devotamente l'invocava. Di Lucio Albino, che fu consule, si legge in Tito Livio, che commandò alla moglie, et a figliuoli una volta che andassero a piedi, sol per pigliar seco in carozza le Vergine Vestali insieme, con le cose sacre. Quando il Divino Ariosto parla del magnanimo Rè Carlo Imperatore, gli attribuisce sopra tutto singolare religione in quella stanza che dice.

Et egli tra Baroni, e Paladini,
Principi, et oratori al maggior tempio.
Con molta religione a quei divini
Atti intervenne, e ne diè a gli altri essempio.
Con le man giunte, e gli occhi al ciel supini,
Disse, Signor, bench'io sia iniquo, et empio.
Non voglia tua bontà per mio fallire,
Che 'l tuo popol fedel habbia a perire.

E il Signor Giuliano Goselini Poeta molto eccellente dell'età nostra, scrive una mente religiosa nel petto del Rè Filippo in que' versi,

Hor perché i bon sostenga, i rei consumi,
Sia la sua man tremenda, e non avara,
Una legge si servi, un Dio s'adori.
Col mal Judico i monti, i campi, i fiumi.
De l'alma Hesperia sua gli apron a gara
De le viscere lor gli ampi thesori.

Non meno debita a un Signore l'honestà né costumi, essendo ella un vero decoro, et un'ornamento singolare d'un petto Signorile. Per questo Vegetio nel secondo libro de re militari loda la continenza d'Alessandro che appresentatagli una vergine bella, e speciosa da dovero, maritata in una persona nobile non solamente non volse lascivamente guardarla, ma con presenti honoratissimi intatta la rimandò al marito. Si legge in Valerio, Massimo nel secondo libro della disciplina militare, che Scipione Africano, [p. 35 modifica]cacciò fuori una volta dell'essercito Romano due milla meretrici, purgando il campo tutto dell'immonditie, e disonsetà, per vera virtù, che nell'anima di lui signoreggiava. Trogo riferisce d'Annibal Cartaginese, che mai prese la castità fra l'innumerabili prede di giovani donne, ornate di bellezza estrema, e meravigliosa. E S. Agostino nel primo libro della Città di Dio, racconta, che Claudio Marcello Consule Romano, volendo dar l'assalto alla Città di Siracusa, fece un'edito perpetuo, che nessun soldato osasse di violare i liberi corpi delle donne, essendo Signore cotinente, e virtuoso. Hippolito figliuol di Theseo è dipinto da Seneca tanto honesto, che pregato con molti scongiuri dalla madregna Fedra, à consentire alle suevoglie prave, e dishoneste, non solamente non cedette alla folle dimanda dell'impudica donna; ma d'indi in poi prese un'odio tanto estremo alle femine, che non potea per modo alcuno soffrire di sentirle nominare, onde dice.

Exodus omine fameminae nomen fugit,
Immitis annos caelibi vita dicat.

Fra l'altre parti, la verità, e la fede né suoi detti illustrano mirabilmente, anco un Signore. E però Francesco Patricio, dove parla del regno, narra, che Isocrate ammonì, il suo Rè, che sopra ogni cosa honorasse la verità, dicendo esser cosa conveniente, che più si debba credere alla parola regia senza giuramento, che a mille giuramenti d'huomini privati. E né proverbi al decimo sesto è scritto dal Savio. Non decet principem labium mendax. Circa la fece è notabile l'essempio d'Attilio Regulo, che volse più presto tornare al supplicio in man de Cartaginesi, che violar la fede data loro del suo ritorno: la onde Sillio Poeta lodandolo disse.

Seramus clarum nomen tua Regule proles,
Qui longum semper fama gliscente per aevum,
Infidelis servasse fidem memorabere paenis.

Commenda Appiano Alessandrino la fede di Sesto Pompeo Magno, che essendo toccato a lui nelle commune riconciliatione fatta presso a Pozzuolo di far una cena a Ottavio Augusto, e a Marcantonio Romano nella sua capitania: Menodoro prefetto della sua armata, mentre i tre campioni Romani erano insieme, aiutò Sesto Pompeo secretamente, che s'ei voleva, havea pensato di farlo, captivando Ottavio, e Marcantonio, Signor dell'universo; a cui rispose quell'honorate parole, ch'ei dovea farlo da se senza dirlo a lui, già con la fede astretto all'osservanza della parola sua. Del Rè Alessandro parimente si legge, che, suadendogli un giorno Parmenone un fatto, ch'era contra l'honore, e la fede regia; rispose, s'io fossi Parmenone, io lo farei, ma, essendo Alessandro, non posso. Per questo il Ferrarese Poeta molto mirabilmente essaltò la fede nel principio di quel canto, che incomincia.

Ne fune intoro crederò che stringa
Soma così, ne così legno chiodo;

[p. 36 modifica]

Come la fe', ch'una bell'alma cinga
Del suo tenace, e indissolubil nodo
Ne da gli antichi par che si dipinga
La Santa Fe' vestita in altro modo,
Che un vel bianco, che la copre tutta,
Ch'un sol punto, un sol neo la può far brutta.

Gneo Popilio magnanimo Plinio.Nõ si può dire quanto necessariamẽte si ricerchi in un Signor la magnanimità ne gesti, la quale aggrãdisce talmẽte la persona sua, che resta perpetuamẽte celebre, et illustre appresso al mondo. Sempre si dirà della magnanimità di Gneo Pompilio commendata da Plinio, il quale mandato da Roma legato ad Antioco, mẽtre il Rè tutto irresoluto differiva la risposta, con una verga tirò un circolo attorno, e lo sforzò a rispõdere avãti che Fabio Massimo magnanimo.partir potesse fuori di quel cerchio. Sempre sarà nominata la magnanimità di Fabio Massimo da Tito Livio celebrata, il quale in un cõflitto cõtra i Cartaginesi havẽdo pso perso perso il numero de' suoi Tito Livio.cinquecẽto soldati, e ricevuto una ferita mortale nella vita, cõ un corso velocemente si spinse cõtra Lucio Posanni Albino magnanimo Plutarco.Annibale, e per forza li levò il diadema di capo, innãzi che cadesse per la ferita letale morto in terra. Sempre si spargerà la voce del magnanimo fatto di Lucio Postumio Albino da Plutarco cõ somma lode accittato; il quale in una pugna contra Sanniti essendo cascato per morto in terra ferito mortalmẽte, nella seguente notte ripigliando lo spirito, sorse di terra, e con la destra mano tinta di sãgue, eresse un trofeo de' feudi de gli inimici uccisi, cõ questo titolo. Romani de Sãnnibus Iovi, in cuius potestate sunt trophea. Cosi la constanza in fatto Gallieno Imperatore costanteillustra meravigliosamente un signore. Quindi è lodato Massinissa Rè de' Numidi da Tullio nel libro De senectute, perché vecchio di novãt'anni andava a piedi nudi, ne per freddo, ne per pioggia, o tẽpesta puotè mai esser indotto a portare il capo se nõ scoperto. Di Gallieno Imperatore si trova scritto, che fu di tãta constanza, che, vedendo la nova della ribellione dell'Egitto dall'Imperio Romano, per modo gioco disse Quid? sine lino aegiptio esse non possumus?Herodiano historico. Herodiano historico lodando di constãza Severo Imperatore scrive,..... ch'era buono infaticabile, patiẽtissimo del freddo, et del caldo, onde talhora sopra altissimi monti, che biancheggiavano di brina, et di neve, caminò lietamente in compagnia de' suoi soldati. Il Beroaldo Il Beroaldoin un suo Panegirico a Ludovico Sforza dice questo in sua lode.

Cognitum in te est fortissime, Princeps.
Horatianum illud evolgum esse verissimum.
Si fractus illabat ut orbis,
Impaudium serient ruine.

S. AgostinoSe vogliamo anco riguardar l'osservanza nelle leggi, quel signore meriterà somma lode, et honore, che manterrà inviolabilmente le leggi imposte, et pubblicate da lui. E questa fu la causa Severo Imperatore constante(dice Agostino Santo nel quinto libro della Città di Dio) della prosperità de' Romani, et che l'Imperio [p. 37 modifica]si conservasse lungamente, osservando gli ordini della Republica, et della militia tanto saldamente, che fu un miracolo in lor, et un stupore à gli altri Valerio Massimo.Valerio Massimo recita l'essempio di Torquato, che havendo comandato, che nessuno uscisse fuor de steccati contra l'inimico, e Torquato osservator delle leggi.pugnando contra il suo precetto il figliuol proprio volle più presto che morisse quantunque vincitore, che mai potesse dirsi che fosse permesso a' soldati Romani disubbidire alle leggi da capitani loro imposte. L'istesso essempio quasi nel primo de' Re, si legge, ove è scritto che Saul volle occidere Ionata suo figliuolo perché haveva contrafatto all'editto suo regio, benché ignorantemente, e per causa di necessità, mangiando un poco di favo melese per buona sorte il popolo israelitico non l'havesse dalle mani proterve liberato. Scrive Monsignor Macone huomo eccellente nelle lettere, nell'oratione funerale per il Re Francesco Primo, che l'invittissimo suo Re soleva dire, che il Magistrato, e 'l Re doveva comandare a tutto il resto, et le leggi a lui. Quindi che i Re Spartani (come nota Atheneo) molto saggiamente si sottoponevano al magistrato Ephoro chiamato, volendo dimostrare quanto conto tenevano dell'osservanza delle leggi del regno, degna veramente d'eterna veneratione et honore. Non è lontana minormente in un signor la cura de studij sì in se stesso, come ne sudditi suoi, meritevole d'attention, et diligenza, perché (come dice Vegetio nel primo De re militati Nullus est, cui sapientia magis conveniat, quam Principi cuius doctrina omnibus debet prodesse subiectis. Però Platone chiama felice quella Republica, nella quale o i Filosofi regnassero, o i Regni filosofassero. Et Seneca disse, il secolo d'esser d'oro, quando i sapienti regnano; perché (come attesta M. Tullio nel primo libro De dignitate) Regale opus est sapere et diiudicare. Perciò non chiese Salomone nel terzo de' Re altra cosa a Iddio che la sapienza, per governare il popolo commesso alla cura, et regimento suo particolare. E del Messia è scritto in Hieremia. Et regnabit Rex et sapiens erit, et faciet iustitiam, et iudicium in terra. Onde si legge in Policrate di Traiano Imperatore, che suase al Re de' Franchi, che instituisse i proprij figliuoli nelle discipline, dicendo che un Re illiterato non è altro che un asino coronato. Giulio Capitolino riferisce che Gordiano Imperatore hebbe più cura delle lettere, che di congregar thesori. Onde hebbe nella sua libraria sessanta due milia volumi. Parlando Simaco dell'amore che i principi han da portare a' studij, dice quella elegante sentenza: Et speciem hoc florens Reipub. ut disciplinorum professoribus praemia opulenta pendantur. Per questa causa Giulio Cesare appresso a Svetonio è commendato, per haver dato la cittadinanza tutti i professori dell'arti liberali, acciò più volentieri habitassero nella Città di Roma. Il Pontano nel libro, che fa della liberalità, scrive, che Antonin Pio non solamente donò salarij, e mercedi a Rethori, e Filosofi; ma dignità, et honori di grandissima [p. 38 modifica]Battista Egnatio.importanza. Battista Egnatio racconta, che Sigismondo Imperatore Sigismondo Imperatore amico de i letterati.accusava i prencipi di Germania, perché havessero in odio, et in abbominatione le lettere, et che esso ripreso un giorno di troppo amore verso persone humili, ma letterate, disse, quella bella risposta. Ego eos amos, quos virtutibus, et doctrina (ex ijs enim nobilitatem metior) caeteros antecellere video. Il Volterrano.Et il Volterrano Historico loda infinitamente il glorioso Duca Borso Estense per esser stato né suoi tempi amorevolissimo fautore de' letterati, e virtuosi. Ma le maniere gentili, amorevoli, pie, et cortesi co' sudditi sono la vita propria d'un signore. Quindi fu amato tanto Tito imperatore di cortesi maniere.l'Imperatore Tito, il quale per bontà, et amorevolezza fu chiamato le delicie del secolo humano. Di Alessandro Magno (parlo hora della liberalità) narra Seneca.Seneca nel secondo libro de' beneficij, che, chiedendogli uno un denaro, li diede una città; e dicendo egli di non meritar tanto dono, rispose esso. Alessandro di cortesi maniere.Non quaero quid te acciedere oporteat, sed quid me dare. Però diceva a questo proposito il figliuol del Re Artasserse, esser cosa più regale il far favore, e beneficio, che il torlo. Donum hominis? Salomone.(è scritto ne Proverbij) dilatae viam eius, et ante Principes spatium eius facit. Senofonte. Però di Cyro scrive Senofonte, che i suoi thesori eran gli amici, che domandò s'acquistino, e che gli istessi eran chiamati da lui occhi del Re, et orecchie del Re; perché gli riferivano quanto vedevano, e quando udivano. Esaia.Quando Esaia nelle sacre lettere (ritorno alla bontà) pregava Iddio, che mandasse il Messia in terra, lo chiamò Agnello per la bontà condecente a quello dicendo. S. Marco.Emitte Agnum Domine dominatorem terrae: Però in S. Marco è scritto. Ecce Rex tuus venit tibi mansuetus. Seneca.Seneca nel libro della Clemenza à Nerone, scrive queste parole. Magni certe animi est placidum esse et tranquillum, ac iniurias oppresioneque semper despicere. Il Beroaldo.Il Beroaldo ancor lui, nel trattato della felicità, dice, che la prima dote dei Re secondo Vopisco.Vopisco, è la clemenza, et la benignità. Perciò appresso Claudiano.Claudiano Poeta a Theodosio, saggiamente commenddava Honorio suo figliuolo dicendo.

Sis pius in primis; nam, cum vincamur in omni
Munere, sola Deos aequae clementia nobis

E' Giulio Camillo.Giulio Camillo nell'oratione al magnanimo Re Francesco per il Vescovo Pallavicino; usa quel bel periodo di parole. Se noi crediamo, che per gran peccatore ch'egli stato fusse, e che havendo dimandato perdono a Dio di vostra Maestà, vorrà ella lontanarsi da quello che ha fatto Dio? Deh misericordoso Re, Deh clementissimo Monarca de Christiani regni, non voglia il perfettissimo giudicio vostro fare ad altrui quello in terra, che per se non vorrebbe in cielo. La discreta prudenza nel governare è molto necessaria ancor essa a un Signore. Per questo è scritto nell'Ecclesiastico Salomone.al decimo. Principatus sensati stabilis erit. Rex autem insipiens perdit populum suum. Aristotile.Aristotile nell'Ethica disse. Nemo iuvenes eligit in Duce. quia [p. 39 modifica]quia nõ cõstat eos esse prudẽtes dalla cui auttorità si cava quãto scioccamẽte siã governate quelle Repubbliche, nelle quali i principali regimẽti son dati à gioveni, e la vecchiaia depressa, e miseramente sbattuta. Essempio né tempi nostri infelici preso da molti, che solamente curando curando di mantenersi in stato, inalzano a primi ufficij la gioventù compagna delle lor voglie, se ben di giudicio vacua, di cosciẽza povera, di senno destituta, e in tutti i vitij nõ meno infelicementem che vituperosamẽte immersa. Cosa infame, e dishonorata, e degna d'eterno biasimo appresso à buoni. Ma sopra tutto la giustitia, e l'equità cõviene mirabilmẽte a un Signore, et è proprio ufficio d'un Signore il far giudicio, et giustitia. Però di Salomone è scritto nel terzo de i Rè. Constituite Regè ut faceres iudicium, et iustitiã, Perché come dice Macrobio.Macrobio nel primo libro De Somnio Scipionis sine iustitia nõ solũ Republica, nec exiguus hominũ caetus, nec quidem parva domus constabit. S. Cipriano.Cipriano nel libro delle dodici abusioni, lodando la giustitia de' Signori disse. Iustitia Regis est pax populorũ, tutamẽ patria,e immunitas plebis, nutrimẽntữ gentis gaudium hominữ. Scrive Helimando.Helimando né gesti de' Romani, che Traiano Imperatore fu tanto giusto, che ucciso un figliuolo d'una certa vedoa da un figliuol suo per un strano caso d'un suo cavallo sfrenato, e scapestrato, per cỡsolar la madre dolẽte, e rãmaricato, li cỡcesse il proprio figliuolo insieme con l'heredità del regno: per la qual cosa nel senato fu esclamato in sua lode. Nõ alter faelicior Augusto, nec melior Traiano. Lãpridio Severogiusto Lampridio scrive che Alessandro Severo fu tãto giusto, che mai sacrò cõstitutione alcuna senza il cõsiglio di vinti Iurisperiti huomini dottissimi, e sapiẽtissimi. Nỡ senza ragione diceva Homero.Homero, i Prẽcipi essere discepoli del sommo Giove, dovẽdo da esso imparar la giustitia né governi de' suoi regni. L'Imperator Giustiniano.Giustiniano disse a questo proposito nel principio delle sue institutioni, che, Imperatoriã maiestatẽ nỡ solữ armis decoratã, sed etiã legibus oportet esse armatam, ut utrữque tẽpus et bellorữ, et pacis, respectẽ possit gubernati. Quindi i dotti scrittori l'hanno cotãto celebrato, solo per eccitare i Signori a' cari abbracciamẽti d'essa. M.Tullio.M.Tullio nel terzo de' suoi ufficij disse queste parole. Qui verã gloriã adipisci vult, iustitiae fundatur officij. Platone.Platone nella sua Republica la chiamò un sommo bene dato dal cielo a gli huomini per l'utile, e giovamẽto loro. Aristotile.Aristotile nel quinto dell'Ethica, disse nella giustitia contenersi tutte le virtù, secondo il detto del Poeta. Iustitia in sese virtutes continet omnes. Atheneo.Atheneo, nelle cene de' suoi sapienti, la chiamò occhio d'oro. Alberto Lollio. Alberto Lollio, nell'oratione per messere Bartholomeo Ferrino la chiamò madre, origine, fonte, regola, e Reina di tutte l'altre virtù. Il Reverendissimo Monsignor Fiama Predicator famoso dell'età nostra, e Poeta segnalato ancora, la descrisse così, dicendo in una sua oda.

Questa de la natura.

[p. 40 modifica]

E un santo studio honesto,
Che 'l Commun ben con ogni ardor procura.
Un nodo astringer presta
Le rozze, e fiere genti;
Il mondo, e gli elementi
Tempra con giuste voglie
E da ciascun le 'ngiurie, e i danni toglie.

Finalmente la bellezza esterna del corpo unita a queste belle parti sopradette dell'animo illustrano un Signore affatto. Riferisce a questo proposito StraboneStrabone. nel quinto decimo libro De situ orbis, che gli Indi erano soliti eleggere per loro Rè quello, che di forma legante di corpo superasse gli altri. Bione.Bione nel libro delle cose d'Ethiopia dice ancor egli che gli Ethiopi havevano questo costumo di dar lo scettro regio a colui, che di real presenza bellissima apparesse. questa è la cagione che Homero descrisse così bello Agamennone Rè de' Greci, dicendo

His oculis visus numquam formosior ullus,
Aut venerandus item.

PlutarcoPlutarco. narra di Alcibiade, che in tutta la sua età fu sempre sopra ogni altro bellissimo. Non è maraviglia parimente se Atheneo Atheneo. scrive, che, havendo eletto Archidamo Rè Spartano di due donne, una difforme, ma ricca l'altra bella, ma povera, la ricca più presto per moglie; fu da' suoi magistrati condannato in denari, dicendo che egli haveva eletto di generargli Reguli piccioli, in luogo di Regi grandi. Il gran Poeta MatovanoVirgilio. lauda ancora esso Eurialo, Lauso e turno per huomini bellissimi in que' versi dell'Eneida.

Eurialus forma insignis,
Filius huic iuxta Lausus, quo pulchrior alter
Non fuit, excepto Laurentis corpore Turni.

E d'Enea dice quelle parole.

Ipse ante alios pulcherrimus omnes
Infert se socium Eneas.

Monsignor MaconeMonsig. Macone. nell'oratione per il Rè Francesco Primo, dice. Quanto a i beni del corpo, di lui si può dir altrimenti che di Socrate, cioè che l'anima sua dimorava in un'albergo cioè in un corpo bello, disposto, et gratioso. Il Signor Giuliano GoseliniGiuliano Goselini. si favorito dalle Muse, in una sua canzone sopra un ritratto del Marchese di Pescara, commenda quel Signore della beltà del corpo, ove comincia.

Fortunato Pittore;
Questa tua bella imago
Fatta con arte e con mirabil cura,
Ben somiglia il Pastore
Davalo forte, e vago,

[p. 41 modifica]

Che regge Insubriain pace alma, e sicura
Ben sarà la pittura
Del bel sembiante altero:
Fede di qui a mille anni,
S'avvien che tanto i danni
Schivi del tempo, e 'l morso invido, e fero,
Ma le bellezze interne,
Tante altre dote sue, chi rende eterne?

Non senza fondamẽto e ragione adữque Massimo Tirio. Massimo Tirio Platonico disse che. Omne pulchrum est preciosum. Così Proculo Lycio.Proculo Lycio ragionevolmente s'affaticò a provare, ogni bello per natura esser buono, et ogni brutto cattivo. Baldo. Baldo famoso Dottor di legge, in confermatione di tutto ciò, nel proemio de Digesti disse che, Decor corporis confert ad felicitatem in hoc mundo. Di qui disse Apuleio.Apuleio nel secondo libro della sua Magia, che una vergine formosa se ben è povera, è assai bene dotata. Il che espresse anco Ovidio.Ovidio Poeta, dicendo.

Dos est sua forma puellis

Che non han detto i scrittori in lode di questa bellezza? Euripide.Euripide Poeta Greco disse che. Prima pulchritudo digna est imperio. Scrive Heraclide.Ercalide Lembo che fra Lacedemoni era di grandissima ammiratione un'huomo bello, e una dõna bella. Homero.Homero per questo chiamò la Dea Giunone, Albiulna, cioè che hà le braccia bianche. E Virgilio.Virgilio chiamò Venere Aurea per la bellezza in que' versi.

Iupiter haec paucis, at non Venus aurea contra
Pauca refert

Così la chiamò anco Simonide Poeta, dicendo.

Non etenim arciferis voluit Venus aurea Persis.
Arcem Graecorum prodere, quam populent.

Monsignor Monsignor Honorato Fascitello.Honorato Fascitello in suo bellissimo Endecasillabo, disse ancor egli.

Forma, Lidia, munis est Decorum.

E Pacato. Pacato disse questa sentenza Virtuti adulit forma suffragium. Scrive Nicia Historico.Nicia Historico Greco nelle cose d'Arcadia, che nelle feste di Cerere Eleusina era questo costume di farsi giudicio della bellezza altrui, come di cosa divina. Dionisio Leuttrico.Dionisio Leuttrico riferisce ancor esso, che appresso a gli Elei si ponevano pubblici certami di bellezza, e al vincitore si davano l'arme, che nel tempio di Pallade si consacravano. Scrive anco Theoforasto.Theofrasto che appresso a Tenedi, e Lesbi s'osservavano coteste dispute, e questioni. Vogliono alcuni in segno dell'eccellenza de la bellezza corporale, che quella sia indicio, et argomento della bontà interiore et del valore dell'animo dell'huomo, onde Virgilio, disse.

Non equidem existo speravi corpore posse.
Tale malum nasci forma, vel sidere fallor.

[p. 42 modifica]Et all'incontro molti argomẽtano la difformità dell'animo dalla bruttezza del corpo: onde scrive Planude.Planude, nella vita d'Esopo. Quale è il corpo, tale è l'anima, et a simil proposito Martiale.Martiale disse.

Crine ruber, niger ore, brevis pede, lumine laesus.
Rem magnam praestat, zoile, si bonus est.

E chiaramente alla distintione quadragesima prima, al paragrafo ultimo, è scritto in confermatione di questo. Incṏposito corporis inequalitatẽ indicat mẽtis. Descritte le parti debite e convenienti a un Signore degno di questo celebre, et illustre nome; conseguẽtemente s'intende, che 'l tirano sia quello, c'habbia le paprti opposite, e sia totalmente dato in preda al vitio enorme, e scelerato. S. Gregorio. Gregorio Sãto né morali dice, che quello è propriamẽte tirãno, che ottiene nella Republica illegitimamẽte il principato. E S. Thomaso. S. Thomaso nel libro De regimine Principũ. insieme cṏ S. Antonino.S. Antonino, nella terza parte della somma, al titolo terzo, chiama tiranno ancora quello, che hà legittimo principato, ma si diporta acerbamẽte, et iniquamẽte co' sudditi suoi. Quindi conosca il mṏdo, che nome meriti o di tirãno d'altro colui, c'haverà cercato per mezo di pratiche illecite, et scṏcertate per via di denari, d'amicitie, di doni, di favori, ambitiosamente il principato; e dopo l'ingresso iniquo, et ĩgiusto, sia diporti co sudditi più stranamẽte, che di si possa, imponẽdo ogni dì nove strettezze per regnare angarie, servili servitù essose, taglie acerbissime, e amare; cṏportando latrocinj, dissimulãdo i furti espressi, dissipãdo i beni cṏmuni, levãdo i privilegi cṏsueti, annullãdo gli ordini antichi, cṏfiscãdo i titoli alle persone meritevoli, sublimãdo gl'indegni, bãdẽdo i virtuosi dalle patrie, perseguitãdo i letterati, infamãdo i dotti, cṏservãdo gli ignorati, mantenendo in riputatione gli infami, dãdo libertà a scorretti, imprigionãdo chi nṏ merita, togliẽdo a' vecchi, e dãdo a' giovani, e in sṏma anteponẽdo il vitio, le sceleraggini, l'ignorãza, il dishonore, la sciocchezza, la passione, al bene, all'honestà, alla virtù, alla prudẽza, all'honore, al giusto ĩ ogni cosa. Hor questo tale, in quãto usurpatore del dominio, nṏ solo è indegno per sé di dominare, ma si può (come è il parere d'Antonin Sãto nella terza parte della sua somma) liberamẽte disubidire; e nṏ solo disubidire, ma anco uccidere senza peccato alcuno, da qualunque persona anco privata. Però è lodato da Tullio.Tullio né suoi ufficij colui, che uccide un tirãno di questa sorte. E S. Thomaso.S. Thomaso nel secṏdo delle sẽtẽze di Tullio cṏ ragione: perché essẽdo il tiranno inimico di tutti acerbo, e ingiusto, tutti ponno pugnare contra di lui giustissimamente, e veder, se si può con la sua morte levar l'atroce tirannia da lui posta in piedi, e mantenuta. Però questo detto s'intende allhora essere vero, quãdo nṏ può farsi ricorso ad altro giudice sopra di lui, et che nṏ si scorga per la sua morte essere imminente maggior danno, e ruina alla Republica, che nṏ era per la sua vita. Per questa ragione dice Policrate. [p. 43 modifica]che Eglon Rè di Moab fu ucciso giustamente da Aod Israelita, essendo tiranno del popolo d'Israele onde Aod è chiamato nel libro de' giudici al terzo, Inclito e Salvatore. Così Ioiada sacerdote nel quarto de' Rè, giustamente spogliò dal regno, et della vita l'empia Athalia, la qual tirannicamente s'havea usurpato l'impero, che legitimamente dovea toccare a Ioas figliuolo d'Ochozia. Con questa giustitia nell'antiche historie si leggono quasi tutti i tiranni esser stati da' popoli loro, o da persone particolari uccisi. Thimoleone CorinthioThimoleone Corinthio. (narra il Testore) non potẽdo con l'efficacia d' suoi preghi indurre il fratello a spogliarsi della tirannide, da se stesso s'offerse adiutore a coloro, che cercavano di darli morte, e in compagnia di loro l'uccise. Harmodio, et Aristogitone (narra Atheneo si celebrarono à tempi de' Greci, quando uccisero intrepidamente Pisistrato Tiranno ucciso. Pisistrato tiranno in Athene, onde gli furno dal Senato consecrate le statue di bronzo. Gloriose furono le insidie, che tesero Charitone, e Menelippo, gioveni bellissimi, a Phalari Phalari Tiranno, Dionisio, Atheniese Essempio di diversi Tiranni. tiranno d'Agrigento, se ben furono scoperte dall'istesso in grandissimo danno loro. La onde furono dall'oracolo d'Apoliine (secṏdo Dionisio Atheniese) nelle sue Elegie, lodati, dicendo esso quelle parole.

Faelix et Chariton, et Menalippus adest
Ductores hominum divinum dulcem ad amorem.

Filippo Rè di Macedonia Caristio.(scrive Caristio né suoi commentarij) prendendo il regno dopo il Rè Perdicca, ammazzò giustamẽte, e saggiamẽte Euphrato discepolo di Platone, il quale havea suaso la tirannide al suo antecessore. Fecero prudentemente i Lampsacesi Eurifilo.(narrano Eurifilo, e Ciceocle in un suo libro delle consuetudiniCiceocle.) a discacciare Evagone Tiranno loro, spogliato giustamente di tutto quello, che nella tirannide rubbato haveva. Timeo Cyziceno (racconta Democare.Democare oratore) diventato tiranno della patria stesse alquanti anni nell'ingiusto possesso dell'usurpata signoria, et finalmente fu preso da Cittadini, et posto al giudicio, dove di mille querele convinto, rimase da loro scornato, e morse vituperosamente, come meritava. In somma pochi tiranni son stati, c'habbian goduto lietamente e lungamente il dominio usurpato da loro. Dionisio fu scacciato da Dione Siracusano; Io parlo di quel Dionisio, che soleva dire, il timore, la violenza, l'armate, e gli esserciti esser legami adamantini d'un Signore. Astiage fu spogliato del Regno dal nipote Ciro. Busiri tiranno degli Egitij da Hercole. Milon tiranno di Pisa fu precipitato in mare, Alessandro Fereo fu ucciso dalla moglie Tebe. Nerone fu indotto a uccider se stesso, essendo stato giudicato dal Senato per nimico. Caio Calligula sceleratissimo in una congiura de' suoi rimase estinto. Domitiano fratel di Tito fu ucciso in camera da' proprij amici, e famigliari. Antonino Commodo feccia del mondo, sentina di tutte le brutture fu molto meritamẽte strangolato. Macrino uccisore di Bassiano usurpator dell'Imperio fu ammazzato da Heliogabalo; et così tutti portarono colle loro sceleratezze [p. 44 modifica]la debita mercede. Non è così lecito altrimẽti disubidire, et uccidere quel tiranno, che giustamente possiede il titolo del dominio sopra d'altri, perché (come dice S. Thomaso)S. Thomaso. molte volte Iddio per punition di molti peccati, ci dà per superiori quelli tali. Il che divinamente espresse anco l'Ariosto.l'Ariosto in quella stanza, che comincia.

il giusto Iddio, poiché i peccati nostri
Han di remission passato il segno,
Acciò che la giustitia sua dismotri
Eguale alla pietà spesso da regno
A tiranni atrocissimi, et a Mostri,
E da lor forza, e da mal far ingegno;
Per questo Mario, e Sillo pose al mondo,
E dui Neroni, e Caio furibondo.

Anzi in tutte le cose lecite siamo tenuti ubidirgli secondo la sentenza di S. Paolo.S.Paolo. Obedite praepositis vestris non tãtum bonis, sed etiam discolis. E nel concilio di Costanza a questo effetto fu dannata quella propositione universale, che dicevaconcilio di Costanza.. Ogni tiranno in genere da qualunque persone privata potersi uccidere. E' ben vero, che molte volte le sceleragini loro sono tali, che gli rendono degni non di morte semplice, ma d'un fine atrocissimo alle loro ribalderie conveniente, perché non servano la giustitia a modo, non tengono la bilancia dritta, sono corruttibili per doni e per presenti; sono acciecati dall'ita, et dalla passione; operano insolentemente quanto dir si possa difendendo i malfattori per l'adherenze, sono de suoi partegiani, usano tutti i torti, e tutte le stranezze a' liberi; opprimono i sudditi con le gravezze, e travagliano le persone virtuose, querelano volentieri i letterati, favoriscono i scandalosi, fan di spalla a ladroni, et ribaldi, guastano i statuti della Republica, disfanno gli ordini antichi e santi, nelle cose importanti sono scioperati, nelle minime desti e risentiti, hanno in odio le leggi superiori, non admettono i principali tribunali, si fan parte e giudici da loro stessi, amano la libertà per se soli, tengono gli amici per servitori, e i servitori per schiavi, sono privi d'amore, e di tenerezza humana, son superbi nel comandare, imperiosi nel prohibire, insolentinel castigare, temerarij nell'essequire, e finalmente o che sono innamorati a morte del vitio, et delle sceleragini, o che le sceleragini, et il vitio muoiono dell'amor loro. Et con tante iniquità, et sceleratezze ogni uno tace, ogni uno stà mutlo, ogni uno spaventa dell'ira del tiranno, che tutto tremendo, et minaccioso non parla d'altro che di ceppi, di prigionie, di galere; e succede a tutti, come dice il divino Ariosto, mentre parla de gli atti del tiranno Marganore.

Ma il popolo facea come i più fanno,
Ch'ubidiscon a quei, che più in odio hanno.

[p. 45 modifica]

Perché l'un de l'altro non si fida,
E non ardisce conferir sua voglia;
Lo lascian, ch'un bandisca, un altro uccida,
A quel l'havere, a questo l'honor toglia:
Ma il cor, che tace qui, su nel ciel grida,
Finchè Dio, e Santi à la vendetta invoglia,
La qual se ben tarda à venire, compensa,
L'indugio poi con punition immensa.

Non si trova à pena un Laberio, ch'ardisca in habito Syro, cosi di nascosto formare Macrobio.una parola contra il tiranno, e dire o a Roma, o altrove, secondo che comporta il caso, come disse egli in Senato. Quirites libertatem perdidimus. Ma si come i buoni Signori sono da' popoli qua in terra amati, riveriti, et accarezzati, e la su in cielo dal supremo Signore largamente compensati. Così questi tiranni per castigo delle lor colpe sono odiati, aviliti, disprezzati, insidiati al mondo, e nell'inferno ultimamente à perpetue pene durissime destinati.

Annotatione sopra il j. Disc.

Non sarà cosa fuor di proposito, anzi giovevol sommamente, et gioconda a' Lettori, che per vedere la vita de' tiranni, et per saper l'infelicità, et i giusti c'hanno in questo mondo, si legga il particolar trattato di Senofonte intitolato il Tiranno, qual da Leonardo Aretino fu già di greco in latino tradotto, dove tra Simonide Poeta, et Hierone Siracusano si discorre della vita privata, et di quella del Tiranno, succintamente, ma egregiamente. Et chi si diletta di saper l'astutie de' tiranni, legga Alessandro d'Alessandro nel 2. lib. de suoi giorni geniali, al capit. 32. né curiosi essempi di Tarquinio superbo, di Trasibullo Tiranno de' Milesij, di sesto Tarquinio, di Zopiro Assirio, di Pisistrato, et di Dionisio, et così Pietro Crinito nel 4. libro de Disciplina, al cap. primo. La descritione vera del Tiranno s'ha da Platone né libri de Repub. al Dialogo ottavo, et non massimamente, dove non potrebbe dipingerli meglio da esso, et da Marsilio Ficino nel suo commento, narrando distesamente per ordine quante condizioni cattive o maledette possiede un Tiranno; e Celio Calcagnino và seguendo le lor pedate nel lib. de Idicij, overo de Ratione iudicandi. Che cosa sia Tiranno s'impara da Speusippo nelle diffinitioni di Platone, et da Bessarione Cardinale nel trattato delle Calonnie di Platone. Il modo col qual si mantien la tirannide si trahe da Aristotile nel quinto della Politica, al cap. II. I pensieri del Tiranno, i risguardi, et le considerationi che deve havere s'hanno nell'istesso luogo, et i machinamenti del tiranno son descritti nel sesto della Politica, al capit. 4. Onde habbia origine la tirannide si può vedere nel quinto della Politica, al cap. 10. et molte altre particolarità si contengono in detto libro, che spettanoa una congitione della tirannide compita. Ma quanto al principato Giulio Barbarana fa una Annotatione tanto distesa nella sua Officina, che da lui parmi si possa cavare quasi tutto quello, che s'aspetta alla materia de i Prencipi, oltra che in tal soggetto s'hanno i libri intieri, come Filone Hebreo de Creatione Principum, Francesco Patritio auttore de i libri de regno, Egidio Romano de regimine Principum, l'Horologio de i Prencipi de Monsig. Guevara, et altri assai che ex professo trattano diffusamente la materia del principato. Onde non è di bisogno instruire i lettori più oltra havendo tante commodità da predetti libri.