Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Cristofano Gherardi detto Doceno

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Cristofano Gherardi detto Doceno

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giuliano Bugiardini Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Iacopo da Puntormo IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Giuliano Bugiardini Iacopo da Puntormo
Cristofano Gherardi detto il Doceno

VITA DI CRISTOFANO GHERARDI DETTO DOCENO DAL BORGO SAN SEPOLCRO, PITTORE

Mentre che Raffaello dal Colle del Borgo San Sepolcro, il quale fu discepolo di Giulio Romano e gli aiutò lavorare a fresco la sala di Gostantino nel palazzo del Papa in Roma et in Mantoa le stanze del T, dipigneva, essendo tornato al Borgo, la tavola della cappella di San Gilio et Arcanio, nella quale fece, imitando esso Giulio e Raffaello da Urbino, la ressurrezzione di Cristo, che fu opera molto lodata, et un’altra tavola d’un’Assunta ai frati de’ Servi a Città di Castello; mentre (dico) Raffaello queste et altre opere lavorava nel Borgo sua patria, acquistandosi ricchezze e nome, un giovane d’anni sedici, chiamato Cristofano e per sopranome Doceno, figliuolo di Guido Gherardi, uomo d’orrevole famiglia in quella città, attendendo per naturale inclinazione con molto profitto alla pittura, disegnava e coloriva così bene e con tanta grazia, che era una maraviglia. Per che, avendo il sopra detto Raffaello veduto di mano di costui alcuni animali come cani, lupi, lepri e varie sorti d’uccelli e pesci molto ben fatti, e vedutolo di dolcissima conversazione e tanto faceto e motteggevole, come che fusse astratto nel vivere e vivesse quasi alla filosofica, fu molto contento d’avere sua amistà e che gli praticasse per imparare in bottega. Avendo dunque sotto la disciplina di Raffaello disegnato Cristofano alcun tempo, capitò al Borgo il Rosso, con quale avendo fatto amicizia et avuto de’ suoi disegni, studiò Doceno sopra quelli con molta diligenza, parendogli (come quelli che non aveva veduto altri che di mano di Raffaello) che fussino, come erano in vero, bellissimi. Ma cotale studio fu da lui interrotto perché, andando Giovanni de’ Turrini dal Borgo allora capitano de’ fiorentini con una banda di soldati borghesi e da Città di Castello alla guardia di Firenze, assediata dall’esercito imperiale e di papa Clemente, vi andò fra gl’altri soldati Cristofano, essendo stato da molti amici suoi sviato; ben è vero che vi andò non meno con animo d’avere a studiare con qualche commodo le cose di Fiorenza che di militare, ma non gli venne fatto, perché Giovanni suo capitano ebbe in guardia non alcun luogo della città, ma i bastioni del monte di fuora. Finita quella guerra, essendo non molto dopo alla guardia di Firenze il signor Alessandro Vitelli da Città di Castello, Cristofano tirato dagl’amici e dal disiderio di vedere le pitture e sculture di quella città, si mise come soldato in detta guardia, nella quale mentre dimorava avendo inteso il signor Alessandro da Battista della Bilia, pittore e soldato da Città di Castello, che Cristofano attendeva alla pittura et avuto un bel quadro di sua mano, avea disegnato mandarlo con detto Battista della Bilia e con un altro Battista similmente da Città di Castello, a lavorare di sgraffito e di pitture un giardino e loggia che a Città di Castello avea cominciato. Ma essendosi mentre si murava il detto giardino morto quello et in suo luogo entrato l’altro Battista, per allora, che se ne fusse cagione, non se ne fece altro. Intanto essendo Giorgio Vasari tornato da Roma, e trattenendosi in Fiorenza col duca Alessandro insino a che il cardinale Ipolito suo signore tornasse d’Ungheria, aveva avuto le stanze nel convento de’ Servi, per dar principio a fare certe storie in fresco de’ fatti di Cesare nella camera del canto del palazzo de’ Medici, dove Giovanni da Udine avea di stucchi e pitture fatta la volta, quando Cristofano, avendo conosciuto Giorgio Vasari nel Borgo l’anno 1528 quando andò a vedere colà il Rosso dove l’avea molto carezzato, si risolvé di volere ripararsi con esso lui, e con sì fatta comodità attendere all’arte molto più che non aveva fatto per lo passato. Giorgio dunque, avendo praticato con lui un anno che li stette seco e trovatolo suggetto da farsi valent’uomo e che era di dolce e piacevole conversazione e secondo il suo gusto, gli pose grandissimo amore. Onde avendo a ire non molto dopo, di commessione del duca Alessandro, a Città di Castello in compagnia d’Antonio da San Gallo e di Pier Francesco da Viterbo, i quali erano stati a Fiorenza per fare il castello, o vero cittadella, e tornandosene facevano la via di Città di Castello, per riparare le mura del detto giardino del Vitelli, che minacciavano rovina, menò seco Cristofano; acciò, disegnato che esso Vasari avesse e spartito gl’ordini de’ fregi, che s’avevano a fare in alcune stanze e similmente le storie e partimenti d’una stufa et altri schizzi per le facciate delle loggie, egli e Battista sopra detto il tutto conducessero a perfezzione. Il che tutto fecero tanto bene e con tanta grazia, e massimamente Cristofano, che un ben pratico e nell’arte consumato maestro non arebbe fatto tanto; e, che è più, sperimentandosi in quell’opera, si fece pratico oltre modo e valente nel disegnare e colorire. L’anno poi 1536 venendo Carlo V imperadore in Italia et in Fiorenza, come altre volte si è detto, si ordinò un onoratissimo apparato, nel quale al Vasari per ordine del duca Alessandro fu dato carico dell’ornamento della porta a S. Piero Gattolini, della facciata in testa di via Maggio a S. Felice in piazza e del frontone che si fece sopra la porta di S. Maria del Fiore, et oltre ciò d’uno stendardo di drappo per il castello alto braccia 15 e lungo 40, nella doratura del quale andorono 50 migliaia di pezzi d’oro. Ora, parendo ai pittori fiorentini et altri che in questo apparato s’adoperavano, che esso Vasari fusse in troppo favore del duca Alessandro, per farlo rimanere con vergogna nella parte che gli toccava di quello apparato, grande nel vero e faticosa, fecero di maniera che non si poté servire d’alcun maestro di mazzonerie, né di giovani o d’altri che gl’aiutassero in alcuna cosa, di quelli che erano nella città. Di che accortosi il Vasari, mandò per Cristofano, Raffaello dal Colle e per Stefano Veltroni dal Monte San Savino suo parente, e con il costoro aiuto e d’altri pittori d’Arezzo e d’altri luoghi, condusse le sopra dette opere; nelle quali si portò Cristofano di maniera, che fece stupire ognuno, facendo onore a sé et al Vasari, che fu nelle dette opere molto lodato; le quali finite dimorò Cristofano in Firenze molti giorni, aiutando al medesimo nell’apparato che si fece per le nozze del duca Alessandro nel palazzo di Messer Ottaviano de’ Medici, dove fra l’altre cose condusse Cristofano un’arme della duchessa Margherita d’Austria con le palle abbracciate da un’aquila bellissima, e con alcuni putti molto ben fatti. Non molto dopo, essendo stato ammazzato il duca Alessandro, fu fatto nel Borgo un trattato di dare una porta della città a Piero Strozzi, quando venne a Sestino, e fu perciò scritto da alcuni soldati borghesi fuorusciti a Cristofano, pregandolo che in ciò volesse essere in aiuto loro. Le quali lettere ricevute, se ben Cristofano non acconsentì al volere di coloro, volle nondimeno per non far lor male più tosto stracciare, come fece, le dette lettere, che palesarle, come secondo le leggi e bandi doveva, a Gherardo Gherardi allora commessario per il signor duca Cosimo nel Borgo. Cessati dunque i rumori e risaputasi la cosa, fu dato a molti borghesi, et in fra gl’altri a Doceno, bando di ribello. Et il signor Alessandro Vitelli, che sapendo come il fatto stava arebbe potuto aiutarlo, nol fece perché fusse Cristofano quasi forzato a servirlo nell’opera del suo giardino a Città di Castello, del quale avemo di sopra ragionato. Nella qual servitù avendo consumato molto tempo senza utile e senza profitto, finalmente, come disperato, si ridusse con altri fuorusciti nella villa di San Iustino, lontana dal Borgo un miglio e mezzo, nel dominio della Chiesa, e pochissimo lontana dal confino de’ fiorentini. Nel qual luogo, come che vi stesse un pericolo, dipinse all’abate Bufolini da Città di Castello, che vi ha bellissime e commode stanze, una camera in una torre con uno spartimento di putti e figure che scortano al di sotto in su molto bene e con grottesche, festoni e maschere bellissime e più bizzarre che si possino imaginare. La qual camera fornita, perché piacque all’abate, gliene fece fare un’altra, alla quale desiderando di fare alcuni ornamenti di stucco e non avendo marmo da fare polvere per mescolarla, gli servirono a ciò molto bene alcuni sassi di fiume, venati di bianco, la polvere de’ quali fece buona e durissima presa; dentro ai quali ornamenti di stucchi fece poi Cristofano alcune storie de’ fatti de’ romani, così ben lavorate a fresco, che fu una maraviglia. In que’ tempi lavorando Giorgio il tramezzo della badia di Camaldoli a fresco di sopra e per da basso due tavole, e volendo far loro un ornamento in fresco pieno di storie, arebbe voluto Cristofano appresso di sé, non meno per farlo tornare in grazia del Duca che per servirsene. Ma non fu possibile, ancora che Messer Ottaviano de’ Medici molto se n’adoperasse col Duca, farlo tornare, sì brutta informazione gli era stata data de’ portamenti di Cristofano. Non essendo dunque ciò riuscito al Vasari, come quello che amava Cristofano, si mise a far opera di levarlo almeno da S. Iustino, dove egli con altri fuoriusciti stava in grandissimo pericolo. Onde avendo l’anno 1539 a fare per i monaci di Monte Oliveto nel monasterio di San Michele in Bosco, fuor di Bologna, in testa d’un refettorio grande tre tavole a olio, con tre storie lunghe braccia quattro l’una et un fregio intorno a fresco alto braccia tre con venti storie dell’Apocalisse di figure piccole, e tutti i monasterii di quella congregazione ritratti di naturale, con un partimento di grottesche et intorno a ciascuna finestra braccia quattordici di festoni con frutte ritratte di naturale, scrisse subito a Cristofano che da San Iustino andasse a Bologna insieme con Battista Cungii borghese e suo compatriota, il quale aveva anch’egli servito il Vasari sette anni. Costoro dunque arrivati a Bologna, dove non era ancora Giorgio arrivato per essere ancora a Camaldoli, dove fornito il tramezzo faceva il cartone d’un Deposto di croce, che poi fece e fu in quello stesso luogo messo all’altare maggiore, si misono a ingessare le dette tre tavole et a dar di mestica, insino a che arivasse Giorgio, il quale avea dato commessione a Dattero ebreo, amico di Messer Ottaviano de’ Medici, il quale faceva banco in Bologna, che provedesse Cristofano e Battista di quanto facea lor bisogno. E perché esso Dattero era gentilissimo e cortese molto, facea loro mille commodità e cortesie, per che andando alcuna volta costoro in compagnia di lui per Bologna assai dimesticamente et avendo Cristofano una gran maglia in un occhio e Battista gl’occhi grossi, erano così loro creduti ebrei, come era Dattero veramente. Onde avendo una mattina un calzaiuolo a portare di commessione del detto ebreo un paio di calze nuove a Cristofano, giunto al monasterio disse a esso Cristofano il quale si stava alla porta a vedere far le limosine: "Messere, sapresti voi insegnare le stanze di que’ due ebrei dipintori, che qua entro lavorano?". "Che ebrei e non ebrei", disse Cristofano "che hai da fare con esso loro?". "Ho a dare", rispose colui, "queste calze a uno di loro chiamato Cristofano." "Io sono uomo da bene e migliore cristiano che non sei tu." "Sia come volete voi", replicò il calzolaio, "io diceva così perciò che, oltre che voi sete tenuti e conosciuti per ebrei da ognuno, queste vostre arie, che non sono del paese, mel raffermavano." "Non più", disse Cristofano, "ti parrà che noi facciamo opere da cristiani." Ma per tornare all’opera, arrivato il Vasari in Bologna, non passò un mese che egli disegnando e Cristofano e Battista abbozzando le tavole con i colori, elle furono tutte e tre fornite d’abbozzare con molta lode di Cristofano, che in ciò si portò benissimo. Finite di abbozzare le tavole, si mise mano al fregio, il quale se bene doveva tutto da sé lavorare Cristofano, ebbe compagnia: perciò che, venuto da Camaldoli a Bologna Stefano Veltroni dal Monte San Savino, cugino del Vasari, che avea abbozzata la tavola del Deposto, fecero ambidue quell’opera insieme e tanto bene, che riuscì maravigliosa. Lavorava Cristofano le grottesche tanto bene, che non si poteva veder meglio, ma non dava loro una certa fine che avesse perfezzione. E per contrario Stefano mancava d’una certa finezza e grazia, perciò che le pennellate non facevano a un tratto restare le cose ai luoghi loro, onde perché era molto paziente, se ben durava più fatica, conduceva finalmente le sue grottesche con più diligenza e finezza. Lavorando dunque costoro a concorrenza l’opera di questo fregio, tanto faticarono l’uno e l’altro, che Cristofano imparò a finire da Stefano e Stefano imparò da lui a essere più fino e lavorare da maestro. Mettendosi poi mano ai festoni grossi, che andavano a mazzi intorno alle finestre, il Vasari ne fece uno di sua mano, tenendo innanzi frutte naturali per ritrarle dal vivo, e ciò fatto, ordinò che tenendo il medesimo modo, Cristofano e Stefano seguitassono il rimanente, uno da una banda e l’altro dall’altra della finestra; e così a una a una l’andassono finendo tutte, promettendo a chi di loro meglio si portasse nel fine dell’opera un paio di calze di scarlatto. Per che, gareggiando amorevolmente costoro per l’utile e per l’onore, si misero dalle cose grande a ritrarre insino alle minutissime, come migli, panichi, ciocche di finocchio et altre simili, di maniera che furono que’ festoni bellissimi et ambidue ebbero il premio delle calze di scarlatto dal Vasari, il quale si affaticò molto perché Cristofano facesse da sé parte di disegni delle storie, che andarono nel fregio, ma egli non volle mai. Onde mentre che Giorgio gli faceva da sé, condusse i casamenti di due tavole con grazia e bella maniera, a tanta perfezzione, che un maestro di gran iudizio, ancor che avesse avuto i cartoni innanzi, non arebbe fatto quello che fece Cristofano, e di vero, non fu mai pittore che facesse da sé, e senza studio, le cose che a costui venivano fatte. Avendo poi finito di tirare innanzi i casamenti delle due tavole, mentre che il Vasari conduceva a fine le venti storie dell’Apocalisse per lo detto fregio, Cristofano nella tavola dove San Gregorio (la cui testa è il ritratto di papa Clemente VII) mangia con que’ dodici poveri, fece Cristofano tutto l’apparecchio del mangiare molto vivamente e naturalissimo. Essendosi poi messo mano alla terza tavola, mentre Stefano facea mettere d’oro l’ornamento delle altre due, si fece sopra due capre di legno un ponte in sul quale, mentre il Vasari lavorava da una banda in un sole i tre Angeli che apparvero ad Abraam nella valle Mambre, faceva dall’altra banda Cristofano certi casamenti. Ma perché egli faceva sempre qualche trabiccola di predelle, deschi e tal volta di catinelle a rovescio e pentole, sopra le quali saliva, come uomo a caso che egli era, avvenne che, volendo una volta discostarsi per vedere quello che avea fatto, che mancatogli sotto un piede et andate sotto sopra le trabiccole, cascò d’alto cinque braccia e si pestò in modo, che bisognò trargli sangue e curarlo da dovero altrimenti si sarebbe morto. E, che fu peggio, essendo egli un uomo così fatto e trascurato, se gli sciolsero una notte le fasce del braccio, per lo quale si era tratto sangue, con tanto suo pericolo che, se di ciò non s’accorgeva Stefano che era a dormire seco, era spacciato; e con tutto ciò si ebbe che fare a rinvenirlo, avendo fatto un lago di sangue nel letto e se stesso condotto quasi all’estremo. Il Vasari, dunque, presone particulare cura, come se gli fusse stato fratello, lo fece curare con estrema diligenza e nel vero non bisognava meno, e con tutto ciò non fu prima guarito che fu finita del tutto quell’opera. Per che tornato Cristofano a San Giustino, finì alcuna delle stanze di quell’abate lasciate imperfette, e dopo fece a Città di Castello una tavola, che era stata allogata a Battista suo amicissimo, tutta di sua mano, et un mezzo tondo, che è sopra la porta del fianco di San Fiorido, con tre figure in fresco. Essendo poi, per mezzo di Messer Pietro Aretino, chiamato Giorgio a Vinezia a ordinare e fare per i gentiluomini e signori della Compagnia della Calza l’apparato d’una sontuosissima e molto magnifica festa e la scena d’una commedia, fatta dal detto Messer Pietro Aretino per i detti signori, egli, come quello che non potea da sé solo condurre una tanta opera, mandò per Cristofano e Battista Cungii sopra detti, i quali arrivati finalmente a Vinezia dopo essere stati trasportati dalla fortuna del mare in Schiavonia, trovarono che il Vasari non solo era là innanzi a loro arrivato, ma avea già disegnato ogni cosa, e non ci aveva se non a por mano a dipignere. Avendo dunque i detti signori della Calza presa nel fine di Canareio una casa grande che non era finita, anzi non aveva se non le mura principali et il tetto, nello spazio d’una stanza lunga settanta braccia e larga sedici, fece fare Giorgio due ordini di gradi di legname, alti braccia quattro da terra, sopra i quali avevano a stare le gentildonne a sedere. E le facciate delle bande divise ciascuna in quattro quadri di braccia dieci l’uno, distinti con nicchie di quattro braccia l’una per larghezza, dentro le quali erano figure, le quali nicchie erano in mezzo ciascuna a due termini di rilievo alti braccia nove, di maniera che le nicchie erano per ciascuna banda cinque et i termini dieci, che in tutta la stanza venivano a essere dieci nicchie, venti termini et otto quadri di storie. Nel primo de’ quali quadri a man ritta a canto alla scena, che tutti erano di chiaro scuro, era figurata per Vinezia Adria finta bellissima in mezzo al mare e sedente sopra uno scoglio con un ramo di corallo in mano, et intorno a essa stavano Nettunno, Teti, Proteo, Nereo, Glauco, Palemone et altri dii e ninfe marine, che le presentavano gioie, perle et oro et altre ricchezze del mare. Et oltre ciò vi erano alcuni amori che tiravano saette, et altri che in aria volando spargevano fiori, et il resto del campo del quadro era tutto di bellissime palme; nel secondo quadro era il fiume della Drava e della Sava ignudi con i loro vasi; nel terzo era il Po finto grosso e curpulento con sette figliuoli fatti per i sette rami che di lui uscendo mettono, come fusse ciascuno di loro fiume regio, in mare. Nel [quarto] quadro era la Brenta, con altri fiumi del Friuli. Nell’altra faccia dirimpetto all’Adria era l’isola di Candia, dove si vedeva Giove essere allattato dalla capra, con molte ninfe intorno; a canto a questo, cioè dirimpetto alla Drava, era il fiume del Tagliamento et i monti di Cadoro, e sotto a questo, dirimpetto al Po, era il lago Benaco et il Mincio che entravano in Po; allato a questo e dirimpetto alla Brenta era l’Adice et il Tesino entranti in mare. I quadri dalla banda ritta erano tramezzati da queste virtù collocate nelle nicchie: Liberalità, Concordia, Pietà, Pace e Religione. Dirimpetto nell’altra faccia erano: la Fortezza, la Prudenza Civile, la Iustizia, una Vettoria con la guerra sotto et in ultimo una Carità. Sopra poi erano cornicione architrave et un fregio pieno di lumi e di palle di vetro piene d’acque stillate, acciò avendo dietro lumi rendessono tutta la stanza luminosa. Il cielo poi era partito in quattro quadri, larghi ciascuno dieci braccia per un verso e per l’altro otto, e tanto quanto teneva la larghezza delle nicchie di quattro braccia, era un fregio che rigirava intorno intorno alla cornice et alla dirittura delle nicchie, veniva nel mezzo di tutti vani un quadro di braccia tre per ogni verso. I quali quadri erano in tutto ventitré, senza uno che n’era doppio sopra la scena, che faceva il numero di ventiquattro. Et in quest’erano l’Ore, cioè dodici della notte e dodici del giorno. Nel primo de’ quadri grandi dieci braccia, il quale era sopra la scena, era il Tempo che dispensava l’Ore ai luoghi loro, accompagnato da Eolo dio de’ Venti, da Giunone e da Iride; in un altro quadro era all’entrare della porta il carro dell’Aurora, che uscendo delle braccia a Titone andava spargendo rose, mentre esso carro era da alcuni galli tirato; nell’altro era il carro del Sole, e nel quarto era il carro della Notte, tirato da barbagianni, la qual Notte aveva la luna in testa, alcune nottole innanzi e d’ogni intorno tenebre. De’ quali quadri fece la maggior parte Cristofano, e si portò tanto bene, che ne restò ognuno maravigliato, e massimamente nel carro della Notte, dove fece di bozze a olio quello che in un certo modo non era possibile. Similmente nel quadro d’Adria fece que’ mostri marini con tanta varietà e bellezza, che chi gli mirava rimanea stupito come un par suo avesse saputo tanto. Insomma, in tutta quest’opera si portò oltre ogni credenza da valente e molto pratico dipintore, e massimamente nelle grottesche e fogliami. Finito l’apparato di quella festa, stettono in Vinezia il Vasari e Cristofano alcuni mesi, dipignendo al Magnifico Messer Giovanni Cornaro il palco o vero soffittato d’una camera, nella quale andarono nove quadri grandi a olio. Essendo poi pregato il Vasari da Michele San Michele architettore veronese di fermarsi in Vinezia, si sarebbe forse volto a starvi qualche anno, ma Cristofano ne lo dissuase sempre, dicendo che non era bene fermarsi in Vinezia, dove non si tenea conto del disegno, né i pittori in quel luogo l’usavano, senzaché i pittori sono cagione che non vi s’attende alle fatiche dell’arti, e che era meglio tornare a Roma, che è la vera scuola dell’arti nobili e vi è molto più riconosciuta la virtù che a Vinezia. Aggiunte adunque alla poca voglia che il Vasari aveva di starvi le disuasioni di Cristofano, si partirono amendue. Ma perché Cristofano, essendo ribello dello stato di Firenze, non poteva seguitare Giorgio, se ne tornò a San Giustino dove non fu stato molto, facendo sempre qualcosa per lo già detto abbate, che andò a Perugia la prima volta che vi andò papa Paulo Terzo, dopo le guerre fatte con i perugini, dove nell’apparato che si fece per ricevere Sua Santità, si portò in alcune cose molto bene, e particolarmente al portone detto di frate Rinieri, dove fece Cristofano, come volle monsignor della Barba allora quivi governatore, un Giove grande irato et un altro placato, che sono due bellissime figure, e dall’altra banda fece un Atlante col mondo addosso et in mezzo a due femine, che avevano una la spada e l’altra le bilance in mano. Le quali opere, con molte altre che fece in quelle feste Cristofano, furono cagione che fatta poi murare dal medesimo pontefice in Perugia la cittadella, Messer Tiberio Crispo, che allora era governatore e castellano, nel fare dipignere molte stanze volle che Cristofano, oltre quello che vi avea lavorato Lattanzio pittore marchigiano insin allora, vi lavorasse anch’egli. Onde Cristofano non solo aiutò al detto Lattanzio, ma fece poi di sua mano la maggior parte delle cose migliori, che sono nelle stanze di quella fortezza dipinte. Nella quale lavorò anco Raffaello dal Colle et Adone Doni d’Ascesi, pittore molto pratico e valente, che ha fatto molte cose nella sua patria et in altri luoghi. Vi lavorò anco Tommaso del Papa Celio pittore cortonese; ma il meglio che fusse fra loro e vi acquistasse più lode, fu Cristofano, onde messo in grazia da Lattanzio del detto Crispo, fu poi sempre molto adoperato da lui. Intanto avendo il detto Crispo fatto una nuova chiesetta in Perugia, detta Santa Maria del Popolo, e prima del Mercato, et avendovi cominciata Lattanzio una tavola a olio, vi fece Cristofano di sua mano tutta la parte di sopra, che invero è bellissima e molto da lodare. Essendo poi fatto Lattanzio, di pittore bargello di Perugia, Cristofano se ne tornò a San Giustino, vi si stette molti mesi pur lavorando per lo detto signor abate Bufolini. Venuto poi l’anno 1543 avendo Giorgio a fare per lo illustrissimo cardinal Farnese una tavola a olio per la Cancelleria grande et un’altra chiesa di Santo Agostino, per Galeotto da Girone, mandò per Cristofano, il quale andato ben volentieri, come quello che avea voglia di veder Roma, vi stette molti mesi facendo poco altro che andar veggendo, ma nondimeno acquistò tanto, che tornato di nuovo a S. Iustino fece per capriccio in una sala alcune figure tanto belle, che pareva che l’avesse studiate venti anni. Dovendo poi andare il Vasari l’anno 1545 a Napoli a fare ai frati di Monte Uliveto un refettorio di molto maggior opera che non fu quella di San Michele in Bosco di Bologna, mandò per Cristofano, Raffaello dal Colle e Stefano sopra detti, suoi amici e creati, i quali tutti si trovarono al tempo determinato in Napoli, eccetto Cristofano, che restò per essere ammalato. Tuttavia essendo sollecitato dal Vasari si condusse in Roma per andare a Napoli, ma ritenuto da Borgognone suo fratello, che era anch’egli fuoruscito, et il quale lo voleva condurre in Francia, si perdé quell’occasione; ma ritornando il Vasari l’anno 1546 da Napoli a Roma per fare ventiquattro quadri che poi furono mandati a Napoli e posti nella sagrestia di San Giovanni Carbonaro, nei quali dipinse in figure d’un braccio o poco più storie del Testamento Vecchio e della vita di San Giovanni Battista, e per dipignere similmente i portelli dell’organo del piscopio che erano alti braccia sei, si servì di Cristofano, che gli fu di grandissimo aiuto e condusse figure e paesi in quell’opere molto eccellentemente. Similmente aveva disegnato Giorgio servirsi di lui nella sala della Cancelleria, la quale fu dipinta con i cartoni di sua mano e del tutto finita in cento giorni, per lo cardinal Farnese, ma non gli venne fatto, perché amalatosi Cristofano, se ne tornò a San Giustino subito che fu cominciato a migliorare, et il Vasari senza lui finì la sala, aiutato da Raffaello dal Colle, da Gianbatista Bagna Cavallo bolognese, da Roviale e Bizzera spagnuoli, e da molti altri suoi amici e creati. Da Roma tornato Giorgio a Fiorenza e di lì dovendo andare a Rimini, per fare all’abate Gian Matteo Faettani nella chiesa de’ monaci di Monte Oliveto una cappella a fresco et una tavola, passò da San Giustino per menar seco Cristofano, ma l’abate Buffolino, al quale dipigneva una sala, non volle per allora lasciarlo partire, promettendo a Giorgio che presto gliela manderebbe fino in Romagna. Ma non ostanti cotali promesse stette tanto a mandarlo, che quando Cristofano andò trovò esso Vasari non solo aver finito l’opere di quell’abbate, ma aveva anco fatto una tavola all’altar maggiore di San Francesco d’Arimini per Messer Niccolò Marcheselli, et a Ravenna nella chiesa di Classi de’ monaci di Camaldoli un’altra tavola al padre don Romualdo da Verona, abbate di quella badia. Aveva apunto Giorgio l’anno 1550 non molto innanzi fatto in Arezzo nella badia di Santa Fiore de’ monaci Neri, cioè nel refettorio, la storia delle nozze d’Ester, et in Fiorenza nella chiesa di San Lorenzo alla cappella de’ Martelli la tavola di San Gismondo quando, essendo creato papa Giulio Terzo, fu condotto a Roma al servigio di Sua Santità, là dove pensò al sicuro, col mezzo del cardinal Farnese che in quel tempo andò a stare a Fiorenza, di rimettere Cristofano nella patria e tornarlo in grazia del duca Cosimo. Ma non fu possibile, onde bisognò che il povero Cristofano si stesse così infino al 1554, nel qual tempo essendo chiamato il Vasari al servizio del duca Cosimo, se gli porse occasione di liberare Cristofano. Aveva il vescovo de’ Ricasoli, perché sapeva di farne cosa grata a sua eccellenza, messo mano a fare dipignere di chiaro scuro le tre facciate del suo palazzo, che è posto in sulla coscia del ponte alla Carraia, quando Messer Sforza Almeni, coppiere e primo e più favorito cameriere del Duca, si risolvé di voler far anch’egli dipignere di chiaro scuro a concorrenza del vescovo la sua casa della via de’ Servi. Ma non avendo trovato pittori a Firenze secondo il suo capriccio, scrisse a Giorgio Vasari, il quale non era anco venuto a Fiorenza, che pensasse all’invenzione e gli mandasse disegnato quello che gli pareva si dovesse dipignere in detta sua facciata. Per che Giorgio, il quale era suo amicissimo e si conoscevano insino quando ambidue stavano col duca Alessandro, pensato al tutto, secondo le misure della facciata, gli mandò un disegno di bellissima invenzione: il quale a dirittura da capo a piedi con ornamento vario rilegava et abelliva le finestre e riempieva con ricche storie tutti i vani della facciata. Il qual disegno, dico, che conteneva per dirlo brevemente tutta la vita dell’uomo dalla nascita per infino alla morte, mandato dal Vasari a Messer Sforza, gli piacque tanto, e parimente al Duca, che per fare egli avesse la sua perfezzione, si risolverono a non volere che vi si mettesse mano fino a tanto che esso Vasari non fusse venuto a Fiorenza. Il quale Vasari finalmente venuto e ricevuto da sua eccellenza illustrissima e dal detto Messer Sforza con molte carezze, si cominciò a ragionare di chi potesse essere il caso a condurre la detta facciata. Per che, non lasciando Giorgio fuggire l’occasione, disse a Messer Sforza che niuno era più atto a condurre quell’opera che Cristofano e che né in quella, né parimente nell’opere che si avevano a fare in palazzo, potea fare senza l’aiuto di lui. Laonde, avendo di ciò parlato Messer Sforza al Duca, dopo molte informazioni trovatosi che il peccato di Cristofano non era sì grave come era stato dipinto, fu da sua eccellenza il cattivello finalmente ribenedetto. La qual nuova avendo avuta il Vasari, che era in Arezzo a rivedere la patria e gl’amici, mandò subito uno a posta a Cristofano, che di ciò niente sapeva, a dargli sì fatta nuova. All’avuta della quale fu per allegrezza quasi per venir meno; tutto lieto adunque, confessando niuno avergli mai voluto meglio del Vasari, se n’andò la mattina vegnente da Città di Castello al Borgo, dove, presentate le lettere della sua liberazione al commessario, se n’andò a casa del padre, dove la madre, et il fratello che molto innanzi si era ribandito, stupirono. Passati poi due giorni se n’andò ad Arezzo, dove fu ricevuto da Giorgio con più festa che se fusse stato suo fratello, come quelli che da lui si conoscea tanto amato, che era risoluto voler fare il rimanente della vita con esso lui. D’Arezzo poi venuti ambidue a Firenze, andò Cristofano a baciar le mani al Duca, il quale lo vide volentieri e restò maravigliato, perciò che, dove avea pensato veder qualche gran bravo, vide un omicciatto il migliore del mondo. Similmente essendo molto stato carezzato da Messer Sforza, che gli pose amor grandissimo, mise mano Cristofano alla detta facciata, nella quale, perché non si poteva ancor lavorare in palazzo, gl’aiutò Giorgio, pregato da lui, a fare per le facciate alcuni disegni delle storie, disegnando anco tal volta nell’opera sopra la calcina di quelle figure che vi sono. Ma se bene vi sono molte cose ritocche dal Vasari, tutta la facciata nondimeno e la maggior parte delle figure e tutti gl’ornamenti, festoni et ovati grandi, sono di mano di Cristofano, il quale, nel vero, come si vede, valeva tanto nel maneggiar i colori in fresco che si può dire, e lo confessa il Vasari, che ne sapesse più di lui. E se si fusse Cristofano, quando era giovanetto, essercitato continovamente negli studii dell’arte (perciò che non disegnava mai, se non quando aveva a mettere in opera) et avesse seguitato animosamente le cose dell’arte, non arebbe avuto pari, veggendosi che la pratica, il giudizio e la memoria gli facevano in modo condurre le cose senza altro studio, che egli superava molti che invero ne sapevano più di lui. Né si può credere con quanta pratica e prestezza egli conducesse i suoi lavori, e quando si piantava a lavorare e fusse di che tempo si volesse, sì gli dilettava, che non levava mai capo dal lavoro, onde altri si poteva di lui promettere ogni gran cosa. Era oltre ciò tanto grazioso nel conversare e burlare mentre che lavorava, che il Vasari stava tal volta dalla mattina fino alla sera in sua compagnia lavorando, senza che gli venisse mai a fastidio. Condusse Cristofano questa facciata in pochi mesi, senzaché tal volta stette alcune settimane senza lavorarvi, andando al Borgo a vedere e godere le cose sue. Né voglio che mi paia fatica raccontare gli spartimenti e figure di quest’opera, la quale potrebbe non aver lunghissima vita, per esser all’aria e molto sottoposta ai tempi fortunosi: né era a fatica fornita, che da una terribile pioggia e grossissima grandine fu molto offesa, et in alcuni luoghi scalcinato il muro. Sono adunque in questa facciata tre spartimenti: il primo è, per cominciarmi, da basso, dove sono la porta principale e le due finestre; il secondo è dal detto davanzale insino a quello del secondo finestrato, et il terzo è dalle dette ultime finestre insino alla cornice del tetto. E sono oltre ciò in ciascun finestrato sei finestre, che fanno sette spazii, e secondo quest’ordine fu divisa tutta l’opera per dirittura dalla cornice del tetto infino a terra. A canto dunque alla cornice del tetto è in prospettiva un cornicione con mensole che risaltano sopra un fregio di putti, sei de’ quali per la larghezza della facciata stanno ritti, cioè sopra il mezzo dell’arco di ciascuna finestra uno, e sostengono con le spalle festoni bellissimi di frutti, frondi e fiori che vanno da l’uno all’altro, i quali fiori e frutti sono di mano in mano secondo le stagioni e secondo l’età della vita nostra, quivi dipinta. Similmente in sul mezzo de’ festoni, dove pendono, sono altri puttini in diverse attitudini. Finita questa fregiatura, in fra i vani delle dette finestre di sopra in sette spazii che vi sono si feciono i sette pianeti con i sette segni celesti sopra loro per finimento et ornamento; sotto il davanzale di queste finestre, nel parapetto è una fregiatura in virtù che a due a due tengono sette ovati grandi, dentro ai quali ovati sono distinte in istorie le sette età dell’uomo. E ciascuna età accompagnata da due virtù a lei convenienti in modo, che sotto gl’ovati, fra gli spazii delle finestre di sotto, sono le tre virtù teologiche e le quattro morali; e sotto, nella fregiatura, che è sopra la porta e finestre inginocchiate, sono le sette arti liberali e ciascuna è alla dirittura dell’ovato in cui è la storia dell’età a quella virtù conveniente; et appresso nella medesima dirittura le virtù morale, pianeti, segni et altri corrispondenti. Fra le finestre inginocchiate poi è la vita attiva e la contemplativa con istorie e statue per insino alla morte, inferno et ultima resurrezzione nostra. E per dir tutto, condusse Cristofano quasi solo tutta la cornice, festoni e putti et i sette segni de’ pianeti. Cominciando poi da un lato fece primieramente la luna e per lei fece una Diana che ha il grembo pieno di fiori, simili a Proserpina, con una luna in capo et il segno di Cancro sopra. Sotto nell’ovato, dove è la storia dell’infanzia, a la nascita dell’uomo sono alcune balie che lattano putti e donne di parto nel letto, condotte da Cristofano con molta grazia. E questo ovato è sostenuto dalla Volontà sola, che è una giovane vaga e bella, mezza nuda, la quale è retta dalla Carità, che anch’ella allatta putti. E sotto l’ovato, nel parapetto, è la Grammatica, che insegna leggere ad alcuni putti; segue, tornando da capo, Mercurio col caduceo e col suo segno, il quale ha nell’ovato la Puerizia con alcuni putti, parte de’ quali vanno alla scuola e parte giuocano. E questo è sostenuto dalla Verità, che è una fanciulletta ignuda tutta pura e semplice, la quale ha da una parte un maschio per la Falsità con varii socinti, e viso bellissimo, ma con gl’occhi cavati in dentro. E sotto l’ovato [tra] le finestre [è] la Fede, che con la destra battezza un putto in una conca piena d’acqua e con la sinistra mano tiene una croce, e sotto è la Loica nel parapetto con un serpente e coperta da un velo; séguita poi il sole figurato in un Apollo che ha la testa in mano et il suo segno nell’ornamento di sopra. Nell’ovato è l’Adolescenza in due giovinetti che andando a paro, l’uno saglie con un ramo d’oliva un monte illuminato dal sole, e l’altro fermandosi a mezzo il camino a mirare le bellezze che ha la Fraude dal mezzo in su, senza accorgersi che le cuopre il viso bruttissimo una bella e pulita maschera, è da lei e dalle sue lusinghe fatto cadere in un precipizio. Regge questo ovato l’Ozio, che è un uomo grasso e corpolento, il quale si sta tutto sonnacchioso e nudo a guisa d’un sileno, e la Fatica, in persona d’un robusto e faticante villano, che ha d’attorno gl’instrumenti da lavorar la terra. E questi sono retti da quella parte dell’ornamento ch’è fra le finestre dove è la Speranza che ha l’ancore a’ piedi, e nel parapetto di sotto è la Musica con varii strumenti musicali attorno; séguita in ordine Venere la quale, avendo abbracciato Amore, lo bacia et ha anch’ella sopra il suo segno. Nell’ovato che ha sotto è la storia della Gioventù: cioè un giovane nel mezzo a sedere con libri, strumenti da misurare et altre cose appartenenti al disegno, et oltre ciò, apamondi, palle di cosmografia e sfere. Dietro a lui è una loggia, nella quale sono giovani che cantando, danzando e sonando si danno buon tempo; et un convito di giovani tutti dati a’ piaceri. Dall’uno de’ lati è sostenuto questo ovato dalla Cognizione di se stesso, la quale ha intorno seste, armille, quadrati e libri e si guarda in uno specchio, e dall’altro dalla Fraude, bruttissima vecchia magra e sdentata, la quale si ride di essa Cognizione, e con bella e pulita maschera si va ricoprendo il viso. Sotto l’ovato è la Temperanza con un freno da cavallo in mano, e sotto nel parapetto la Rettorica che è in fila con l’altre. Segue a canto questi Marte armato con molti trofei attorno col segno sopra del leone. Nel suo ovato, che è sotto, è la Virilità finta in un uomo maturo, messo in mezzo dalla Memoria e dalla Volontà che gli porgono innanzi un bacino d’oro dentrovi due ale, e gli mostrano la via della salute verso un monte. E questo ovato è sostenuto dall’Innocenza, che è una giovane con uno agnello a lato e dalla Ilarità, che tuta letiziante e ridente si mostra quello che è veramente. Sotto l’ovato tra le finestre è la Prudenza, che si fa bella allo specchio et ha sotto nel parapetto la Filosofia; séguita Giove con il fulmine e con l’aquila suo uccello e col suo segno sopra. Nell’ovato è la Vecchiezza, la quale è figurata in un vecchio vestito da sacerdote e ginocchioni dinanzi a un altare, sopra il quale pone il bacino d’oro con le due ale. E questo ovato è retto dalla Pietà, che ricuopre certi putti nudi, e dalla Religione ammantata di vesti sacerdotali. Sotto è la Fortezza armata, la quale posando con atto fiero l’una delle gambe sopra un rocchio di colonna, mette in bocca a un leone certe palle et ha nel parapetto di sotto l’Astrologia. L’ultimo de’ sette pianeti è Saturno finto in un vecchio tutto malinconico che si mangia i figliuoli et un serpente grande che prende con i denti la coda, il quale Saturno ha sopra il segno del Capricorno. Nell’ovato è la Decrepità, nella quale è finto Giove in cielo ricevere un vecchio decrepito ignudo e ginocchioni, il quale è guardato dalla Felicità e dalla Immortalità, che gettano nel mondo le vestimenta. È questo ovato sostenuto dalla Beatitudine, la quale è retta sotto nell’ornamento dalla Iustizia, la quale è a sedere et ha in mano lo scetro e la cicogna, sopra le palle con l’arme e le leggi attorno, e di sotto nel parapetto è la Geometria. Nell’ultima parte da basso, che è intorno alle finestre inginocchiate et alla porta, è Lia in una nicchia per la Vita attiva e dall’altra banda del medesimo luogo l’Industria che ha un corno di dovizia e due stimoli in mano. Di verso la porta è una storia, dove molti fabricanti, architetti e scarpellini hanno innanzi la porta di Cosmopoli, città edificata dal signor duca Cosimo nell’isola dell’Elba, col ritratto di Porto Ferrai. Fra questa storia et il fregio, dove sono l’Arti liberali, è il lago Trasimeno, al quale sono intorno ninfe ch’escono dell’acqua, con tinche, lucci, anguille e lasche, et allato al lago è Perugia in una figura ignuda, avendo un cane in mano lo mostra a una Fiorenza ch’è dall’altra banda che corrisponde a questa, con un Arno a canto che l’abbraccia e gli fa festa. E sotto questa è la Vita contemplativa in un’altra storia, dove molti filosofi et astrologhi misurano il cielo e mostrano di fare la natività del Duca, et a canto, nella nicchia che è rincontro a Lia, è Rachel sua sorella, figliuola di Laban, figurata per essa Vita contemplativa. L’ultima storia, la quale anch’essa è in mezzo a due nicchie e chiude il fine di tutta l’invenzione, è la Morte, la quale sopra un caval secco e con la falce in mano, avendo seco la guerra, la peste e la fame, corre addosso ad ogni sorte di gente. In una nicchia è lo dio Plutone et a basso Cerbero cane infernale, e nell’altra è una figura grande che resuscita il dì novissimo d’un sepolcro. Dopo le quali tutte cose fece Cristofano, sopra i frontespizii delle finestre inginocchiate, alcuni ignudi che tengono l’imprese di sua eccellenza, e sopra la porta un’arme ducale, le cui sei palle sono sostenute da certi putti ignudi, che volando s’intrecciano per aria. E per ultimo nei basamenti da basso, sotto tutte le storie, fece il medesimo Cristofano l’impresa di esso Messer Sforza, cioè alcune aguglie o vero piramidi triangolari che posano sopra tre palle, con un motto intorno che dice: "Inmobilis". La quale opera finita fu infinitamente lodata da sua eccellenza e da esso Messer Sforza, il quale come gentilissimo e cortese, voleva con un donativo d’importanza ristorare la virtù e fatica di Cristofano, ma egli nol sostenne, contentandosi e bastandogli la grazia di quel signore, che sempre l’amò quanto più non saprei dire. Mentre che quest’opera si fece, il Vasari, sì come sempre avea fatto per l’adietro, tenne con esso seco Cristofano in casa del signor Bernardetto de’ Medici al quale, perciò che vedeva quanto si dilettava della pittura, fece esso Cristofano in un canto del giardino due storie di chiaro scuro: l’una fu il rapimento di Proserpina e l’altra Vertunno e Pomona dèi dell’agricoltura, et oltre ciò fece in quest’opera Cristofano alcuni ornamenti di termini e putti tanto belli e varii, che non si può veder meglio. Intanto essendosi dato ordine in palazzo di cominciare a dipignere, la prima cosa a che si mise mano fu una sala delle stanze nuove, la quale, essendo larga braccia venti e non avendo disfogo, secondo che l’aveva fatta il Tasso, più di nove braccia, con bella invenzione fu alzata tre, cioè insino a dodici in tutto, dal Vasari senza muovere il tetto, che era la metà a padiglione. Ma perché in ciò fare, prima che si potesse dipignere andava molto tempo in rifare i palchi et altri lavori di quella e d’altre stanze, ebbe licenza esso Vasari d’andare a starsi in Arezzo due mesi insieme con Cristofano, ma non gli venne fatto di potere in detto tempo riposarsi, conciò sia che non poté mancare di non andare in detto tempo a Cortona, dove nella Compagnia del Gesù dipinse la volta e le facciate in fresco insieme con Cristofano, che si portò molto bene, e massimamente in dodici sacrificii variati del Testamento Vecchio, i quali fecero nelle lunette fra i peducci delle volte. Anzi per meglio dire fu quasi tutta questa opera di mano di Cristofano, non avendovi fatto il Vasari che certi schizzi, disegnato alcune cose sopra la calcina e poi ritocco tal volta alcuni luoghi, secondo che bisognava. Fornita quest’opera che non è se non grande, lodevole e molto ben condotta, per la molta varietà delle cose che vi sono, se ne tornarono amendue a Fiorenza del mese di gennaio, l’anno 1555, dove, messo mano a dipignere la sala degl’Elementi, mentre il Vasari dipigneva i quadri del palco, Cristofano fece alcune imprese che rilegano i fregi delle travi per lo ritto, nelle quali sono teste di capricorno e testuggini con la vela, imprese di sua eccellenza. Ma quello in che si mostrò costui maraviglioso furono alcuni festoni di frutte, che sono nella fregiatura della trave dalla parte di sotto, i quali sono tanto belli, che non si può veder cosa meglio colorita né più naturale, essendo massimamente tramezzati da certe maschere, che tengono in bocca le legature di essi festoni, delle quali non si possono veder né le più varie né le più bizzarre; nella qual maniera di lavori si può dire che fusse Cristofano superiore a qualunque altro n’ha fatto maggiore e particulare professione. Ciò fatto, dipinse nelle facciate, ma con i cartoni del Vasari, dove è il nascimento di Venere, alcune figure grandi et in un paese molte figurine piccole, che furono molto ben condotte. Similmente nella facciata dove gl’amori, piccioli fanciulletti, fabbricano le saette a Cupido, fece i tre Ciclopi che battono i fulmini per Giove; e sopra sei porte condusse a fresco sei ovati grandi con ornamenti di chiaro scuro, e dentro storie di bronzo che furono bellissimi. E nella medesima sala colorì un Mercurio et un Plutone fra le finestre, che sono parimente bellissimi. Lavorandosi poi a canto a questa sala la camera della dea Opi, fece nel palco in fresco le quattro stagioni, et oltre alle figure alcuni festoni che per la loro varietà e bellezza furono maravigliosi; conciò sia che come erano quelli della Primavera pieni di mille sorti fiori, così quelli della State erano fatti con una infinità di frutti e biade; quelli dell’Autunno erano d’uve e pampani, e quei del Verno di cipolle, rape, radici, carote, pastinache e foglie secche, senza che egli colorì a olio nel quadro di mezzo, dove è il carro d’Opi, quattro leoni che lo tirano, tanto belli, che non si può far meglio, et invero nel fare animali non aveva paragone. Nella camera poi di Cerere, che è a lato a questa, fece in certi angoli alcuni putti e festoni belli affatto, e nel quadro del mezzo, dove il Vasari aveva fatto Cerere cercante Proserpina con una face di pino accesa e sopra un carro tirato da due serpenti, condusse molte cose a fine Cristofano di sua mano, per esser in quel tempo il Vasari amalato et aver lasciato fra l’altre cose quel quadro imperfetto. Finalmente venendosi a fare un terrazzo, che è dopo la camera di Giove et allato a quella di Opi, si ordinò di farvi tutte le cose di Giunone, e così fornito tutto l’ornamento di stucchi con ricchissimi intagli e varii componimenti di figure, fatti secondo i cartoni del Vasari, ordinò esso Vasari che Cristofano conducesse da sé solo in fresco quell’opera, disiderando, per esser cosa che aveva a vedersi da presso e di figure non più grandi che un braccio, che facesse qualche cosa di bello in quello che era sua propria professione. Condusse dunque Cristofano in un ovato della volta uno sposalizio con Iunone in aria e dall’uno de’ lati in un quadro Ebe, dea della gioventù, e nell’altro Iride, la quale mostra in cielo l’arco celeste. Nella medesima volta fece tre altri quadri, due per riscontro et un altro maggiore alla dirittura dell’ovato, dove è lo sposalizio, nel quale è Giunone sopra il carro a sedere tirato dai pavoni. In uno degl’altri due che mettono in mezzo questo è la dea della Potestà e nell’altro l’Abondanza col corno della copia a’ piedi; sotto sono nelle faccie in due quadri, sopra l’entrare di due porte, due altre storie di Giunone: quando converte la figliuola d’Inaco fiume in vacca e Calisto in orsa. Nel fare della quale opera pose sua eccellenza grandissima affezzione a Cristofano veggendolo diligente e sollecito oltre modo a lavorare, perciò che non era la mattina a fatica giorno, che Cristofano era comparso in sul lavoro, del quale avea tanta cura e tanto gli dilettava, che molte volte non si forniva di vestire per andar via, e tal volta, anzi spesso, avvenne che si mise per la fretta un paio di scarpe (le quali tutte teneva sotto il letto) che non erano compagne, ma di due ragioni, et il più delle volte aveva la cappa a rovescio e la caperuccia dentro. Onde una mattina comparendo a buon’ora in sull’opera, dove il signor Duca e la signora Duchessa si stavano guardando et apparecchiandosi d’andare a caccia, mentre le dame e gli altri si mettevano a ordine, s’avvidero che Cristofano al suo solito aveva la cappa a rovescio et il cappuccio di dentro, per che ridendo ambidue, disse il Duca: "Cristofano, che vuol dir questo portar sempre la cappa a rovescio?". Rispose Cristofano: "Signore, io nol so, ma voglio un dì trovare una foggia di cappe che non abbino né diritto né rovescio, e siano da ogni banda a un modo, perché non mi basta l’animo di portarla altrimenti, vestendomi et uscendo di casa la mattina le più volte al buio, senza che io ho un occhio in modo impedito, che non ne veggio punto. Ma guardi vostra eccellenza a quel che io dipingo e non a come io vesto". Non rispose altro il signor Duca, ma di lì a pochi giorni gli fece fare una cappa di panno finissimo e cucire e rimendare i pezzi in modo, che non si vedeva né ritto né rovescio, et il collare da capo era lavorato di passamani nel medesimo modo dentro che di fuori e così il finimento che aveva intorno. E quella finita, la mandò per uno staffieri a Cristofano, imponendo che gliela desse da sua parte. Avendo dunque una mattina di buon’ora ricevuta costui la cappa, senza entrare in altre cirimonie, provata che se la fu, disse allo staffieri: "Il Duca ha ingegno, digli che la sta bene". E perché era Cristofano della persona sua trascurato e non aveva alcuna cosa più in odio che avere a mettersi panni nuovi o andare troppo stringato e stretto, il Vasari, che conosceva quell’umore, quando conoscea che egli aveva d’alcuna sorte di panni bisogno, glieli facea fare di nascosto e poi una mattina di buon’ora porglieli in camera e levare i vecchi, e così era forzato Cristofano a vestirsi quelli che vi trovava. Ma era un sollazzo maraviglioso starlo a udire mentre era in còllora e si vestiva i panni nuovi: "Guarda", diceva egli, "che assassinamenti son questi, non si può in questo mondo vivere a suo modo; può fare il diavolo che questi nimici delle commodità si dieno tanti pensieri?". Una mattina fra l’altre essendosi messo un paio di calze bianche, Domenico Benci pittore, che lavorava anch’egli in palazzo col Vasari, fece tanto che in compagnia d’altri giovani menò Cristofano con esso seco alla Madonna dell’Impruneta, e così avendo tutto il giorno caminato, saltato e fatto buon tempo, se ne tornarono la sera dopo cena. Onde Cristofano, che era stracco, se n’andò subito per dormire in camera, ma essendosi messo a trarsi le calze, fra perché erano nuove et egli era sudato, non fu mai possibile che se ne cavasse se non una, per che, andato la sera il Vasari a vedere come stava, trovò che s’era adormentato con una gamba calzata e l’altra scalza, onde fece tanto, che tenendogli un servidore la gamba e l’altro tirando la calza, pur gliela trassero, mentre che egli malediva i panni, Giorgio, e chi trovò certe usanze che tengono (diceva egli) gl’uomini schiavi in catena. Che è più, egli gridava che voleva andarsi con Dio e per ogni modo tornarsene a S. Giustino, dove era lasciato vivere a suo modo, e dove non avea tante servitù. E fu una passione racconsolarlo. Piacevagli il ragionar poco et amava che altri in favellando fusse breve, in tanto che non che altro arebbe voluto i nomi proprii degl’uomini brevissimi, come quello d’uno schiavo che aveva Messer Sforza, il quale si chiamava M... "Oh questi", dicea Cristofano, "son be’ nomi, e non Giovan Francesco e Giovan Antonio, che si pena un’ora a pronunziarli." E perché era grazioso di natura e diceva queste cose in quel suo linguaggio borghese, arebbe fatto ridere il pianto. Si dilettava d’andare il dì delle feste dove si vendevono leggende e pitture stampate et ivi si stava tutto il giorno; e, se ne comperava alcuna, mentre andava l’altre guardando le più volte le lasciava in qualche luogo, dove si fusse appoggiato. Non volle mai, se non forzato, andare a cavallo ancor che fusse nato nella sua patria nobilmente e fusse assai ricco. Finalmente essendo morto Borgognone suo fratello e dovendo egli andare al Borgo, il Vasari, che aveva riscosso molti danari delle sue provisioni e serbatigli, gli disse: "Io ho tanti danari di vostro: è bene che gli portiate con esso voi, per servirvene ne’ vostri bisogni". Rispose Cristofano: "Io non vo’ danari, pigliategli per voi, che a me basta la grazia di starvi appresso e di vivere e morire con esso voi". "Io non uso", replicò il Vasari, "servirmi delle fatiche altrui; se non gli volete, gli manderò a Guido vostro padre." "Cotesto non fate voi", disse Cristofano "perciò che gli manderebbe male, come è il solito suo." In ultimo avendogli presi se n’andò al Borgo indisposto e con mala contenteza d’animo, dove giunto, il dolore della morte del fratello, il quale amava infinitamente, et una crudele scolatura di rene, in pochi giorni, avuti tutti i Sacramenti della chiesa, si morì, avendo dispensato a’ suoi di casa et a molti poveri que’ danari che aveva portato, affermando poco anzi la morte che ella per altro non gli doleva se non perché lasciava il Vasari in troppo grandi impacci e fatiche, quanti erano quelli a che aveva messo mano nel palazzo del Duca. Non molto dopo avendo sua eccellenza intesa la morte di Cristofano, e certo con dispiacere, fece fare in marmo la testa di lui e con l’infrascritto epitaffio la mandò da Fiorenza al Borgo dove fu posta in San Francesco.

D.O.M. CHRISTOPHORO GHERARDO BURGENSI PINGENDI ARTE PRAESTANTISSIMO QUOD GEORGIUS VASARIUS ARETINUS HUIUS ARTIS FACILE PRINCEPS IN EXORNANDO COSMI FLORENTINORUM DUCIS PALATIO ILLIUS OPERAM QUAM MAXIME PROBAVERIT PICTORES HETRUSCI POSUERE OBIIT A. D. MDLVI. VIXIT AN. LVI. M. III. D. VI