Morgante maggiore/Canto ventesimo

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Canto ventesimo

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Canto decimonono Canto ventesimoprimo

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CANTO VENTESIMO.




ARGOMENTO.

     Non sono i furbi mai sanza fortuna:
La cosa è chiara in Gano imprigionato.
Orlando in liberarlo uomini aduna,
E in mar viaggia alle procelle allato.
Di Morgante più star non vuol digiuna
La morte, sicchè un granchio l’ha ammazzato.
Liopante muor, che Aldinghier lo stiaccia,
Con cui ognun s’allegra, e te lo abbraccia.


1 Magnifica il Signor l’anima mia,
     E rallegrato è nella sua salute
     Lo spirto di quel ben ch’ognun ddesia;
     Perchè e’ conobbe tra le mie virtute
     L’umiltà di sua ancilla giusta e pia,
     Eternalmente da Lui prevedute;
     Così com’in te fu sempre umiltade,
     Aiuta or me per tua somma pietade.

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2 Era tanto la mente mia legata
     Dal bel cantar dinanzi, ch’io trascorsi
     Alquanto fuor della via prima usata;
     Or dello error commesso mi rimorsi,
     Torno a laudar te, Vergine beata,
     Colla cui grazia sol la penna porsi
     A questa istoria, e tu m’aiuterai,
     E ’nsino al fin non m’abbandonerai.

3 Gano scriveva un giorno a Malagigi,
     Che prieghi Antea che debba liberarlo;
     Chè sa che più tornar non può a Parigi,
     Però che sbandeggiato era da Carlo;
     E che Rinaldo è in guerra e ’n gran litigi,
     E grande amor lo sforza ire aiutarlo:
     E se dovessi lasciar ben la pelle,
     Gli arrecherà di lui buone novelle.

4 Malgigi, poi che la lettera lesse,
     La stracciò prima, e beffe ne facea,
     Poi gl’increbbe che in carcer tanto stesse;
     E finalmente un dì pregava Antea,
     Che Ganellon liberar gli piacesse;
     E per suo amore Antea gliel concedea:
     E così Gan di prigion fu cavato,
     E ’nverso Pagania presto n’è andato.

5 Va discorrendo per molti paesi,
     E cerca pur d’Orlando investigare;
     Orlando e tutti gli altri erano attesi
     Di Spinellone il corpo a onorare,
     E rimandato l’ha con ricchi arnesi
     Nella sua patria, e fatto imbalsimare,
     E da quattro destrier bianchi è portato
     Alla sorella, ov’egli era aspettato.

6 Il re Costanzo ha fatto similmente,
     Chè si ricorda de’ suoi beneficj,
     Ed onorata tutta la sua gente,
     E dato a chi volea di loro uficj:
     In questo mezzo il traditor dolente,
     Ch’era il padre di tutti i maleficj,
     Per tutta Pagania ne va cercando;
     Ma non poteva ancor trovare Orlando.

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7 Piangendo va la sua disavventura
     Per molti mesi, e per paesi strani;
     Entrato un dì per una valle scura,
     Quivi trovò certi pastor Pagani,
     Che si dolean d’una lor sciagura,
     Perch’eran sassinati come cani,
     Rubati a forza da un gran pastore,
     Ch’era tra lor quasi fatto signore.

8 Gan domandò chi questo pastor sia:
     Egli risposon: Un che s’è arricchito,
     Che ci fa spesso mala compagnia;
     Perchè un Cristian fu già da lui tradito,
     E tolsegli un caval, quand’e’ dormia,
     Poi lo vendè; dond’egli è insuperbito,
     Chè ne toccò dal mastro giustiziere
     Tanto, che sempre potrà ben godere.

9 Il cavallo era d’un certo Rinaldo
     De’ paladin di Francia del re Carlo:
     E’ lo ’nvitò a mangiar questo ribaldo,
     E non si vergognò poi di rubarlo:
     Per questo egli è di que’ danari or caldo,
     Che si vorre’altrettanto comperarlo,
     Per impiccarlo poi. Gano ascoltava,
     E domandò dove il pastore stava.

10 E’ gli mostrorno ove abitava questo:
     Diceva Gan: Con meco ne verrete;
     Non si potrebbe trovare un capresto?
     Ch’io vo’impiccarlo, e voi m’aiuterete.
     Un de’ pastor gli rispondeva presto:
     Noi torrem la maestra della rete;
     E finalmente trovorno il pastore:
     Gan lo minaccia, e chiama traditore.

11 Dicea il pastor: Traditor non fu’ mai,
     Sarei io forse mai Gan di Maganza?
     Che t’ho io fatto, o chi cercando vai?
     Non è d’ignun de’ miei tradire usanza.
     Rispose Ganellon: Tu lo vedrai,
     Poi che tu parli con tanta arroganza;
     Tu se’ colui che rubasti il cavallo;
     Pertanto io ti farò caro costallo.

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12 Tu lo vendesti al mastro giustiziere.
     Disse il pastor: Cotesto non si nega;
     Io l’allevai puledro quel corsiere;
     E ’l me’ che sa le sue ragione allega.
     Gan finalmente lo fece tenere
     Da due pastori, e ’l capresto gli lega,
     E sopra un alto sughero impiccollo,
     E lascial quivi appiccato pel collo.

13 Dette di piede al suo Mattafellone,
     E ritornossi in su la mastra strada.
     Trovò certi giganti in un vallone,
     E vollongli la man porre alla spada:
     Gan si scostò; diceva un compagnone:
     Noi vorremo saper dove tu vada,
     E se tu se’ Saracino o Cristiano,
     Tanto che ’l nome suo disse allor Gano.

14 Un di questi giganti gli rispose:
     Tu suogli essere il fior de’ traditori:
     Tu hai già fatte tante laide cose,
     Che fia mercè punirti de’ tuo’errori.
     Gan presto la sua lancia in resta pose,
     E per disdegno par che si rincuori:
     E ’l primo de’ giganti ch’egli afferra,
     Lo traboccava morto in su la terra.

15 Gli altri gli son con mazzafrusti addosso;
     Gan con la spada da lor si difende,
     E taglia a uno il naso insino all’osso;
     Ma intanto l’altro di drieto lo prende,
     E finalmente dell’arcion l’ha mosso,
     Tanto che Gan per forza se gli arrende,
     E portalo di peso in un palagio,
     Per istraziarlo a lor modo per agio.

16 E dicean tutti: Stu vuoi dire il vero,
     Rinaldo qua ti manda per ispia;
     Ma non è riuscito il suo pensiero:
     Noi vogliamo or saper dove quel sia;
     Perchè, passando per questo sentiero,
     A un nostro fratel fe villania,
     Ed ammazzollo per uno stran modo,
     Ma d’ogni cosa pagherai tu il frodo.

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17 Ganellon ch’era malizioso e tristo,
     Diceva: Io son suo capital nimico,
     Ed è gran tempo già ch’io non l’ho visto:
     Di Carlo ha fatto ch’io non sia più amico;
     Io lo perseguo come Pagol Cristo,
     Però che ’l nostro sdegno è molto antico:
     Dunque io mi dolgo se t’ha fatto torto,
     E molto più del tuo fratel c’ho morto.

18 Ma ciò ch’uom fa per difender la vita,
     È lecito, e d’averne discrezione;
     Perch’io mi vidi la strada impedita,
     Io feci sol per mia difensione.
     E sì ben ebbe questa tela ordita,
     Che gli mutò di loro opinione;
     Ed accordàrsi di conducer quello,
     Dove era la lor madre, in un castello.

19 Era chiamata la madre Creonta,
     E Ganellone innanzi gli è menato;
     E ciò ch’è stato ogni cosa si conta,
     E come egli abbi il figliuolo ammazzato:
     E mentre ch’ogni cosa si raffronta,
     Evvi un pastore a caso capitato,
     Quel che provide sì tosto al capresto,
     E riconobbe ben chi fussi questo.

20 Quand’egli ha inteso ciò che si ragiona,
     Che Ganellone in carcer fussi messo,
     Sapeva come Orlando è in Babillona,
     Ed accostossi quanto potè appresso,
     E disse: Io vo’ camparti la persona;
     Sappi ch’Orlando è in Babillona: adesso
     Io vo a trovarlo, e sarò presto seco;
     E son colui che impiccai colui teco.

21 Gan fece vista non l’avere inteso,
     Perchè del suo parlar nessun s’accorse;
     E fu menato alla prigion di peso,
     Perchè la donna era rimasa in forse
     D’ucciderlo, o tenerlo così preso:
     Questo pastor la notte e ’l giorno corse,
     Tanto ch’a Babillona trovò Orlando,
     E del suo Ganellon gli vien contando.

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22 E dice con Rinaldo: Egli è dovuto,
     Al mio parer, tu cerchi d’aiutallo,
     Chè per mio mezzo alle man gli è venuto
     Colui che ti rubò già il tuo cavallo;
     E per tuo amore anch’io gli detti aiuto,
     E con lui insieme mi trovai a ’mpiccallo;
     E di questi giganti n’ha morto uno,
     Che son pur tuoi nimici, e sallo ognuno.

23 Per molte vie qui la ragion vi chiama,
     Di non dover costui lasciar morire;
     Chè pare un cavalier di molta fama,
     Ed ha mostrato d’aver grande ardire.
     Dunque il pastor bene ordina la trama,
     Bench’e’ sia uso gli armenti a servire,
     E star co’ tori, e co’ porci in pastura,
     Chè tor non puossi quel che dà natura.

24 E molto piacque il suo dire a’ baroni,
     E feciongli accoglienza grata e festa,
     E dettongli cavallo ed altri doni,
     Massimamente una leggiadra vesta:
     E disson che tornassi a’ suoi stazzoni,1
     A dir che la brigata fia là presta,
     E confortassi da lor parte Gano,
     Che presto sare’ liber lieto e sano.

25 Fecion costoro insieme parlamento,
     Che si dovessi pur Gano aiutare;
     E la città tutta ordinoron drento,
     Chi si dovessi a governo lasciare;
     Poi furono a cavallo in un momento,
     E parve loro il meglio andar per mare:
     E vannosene inverso la marina,
     E il gran Morgante alle staffe cammina.

26 E portano un lion nel campo nero
     Nello stendardo e in ogni loro arnese;
     Questo fu di Rinaldo un suo pensiero,
     Per esser là all’usanza del paese.
     Arrivorno a un porto forestiero:
     èvvi una nave stata forse un mese,
     Che non voleva in mar mettersi drento
     Perchè ’l nocchier, ch’è savio, aspetta il vento.

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27 L’un de’ padron si chiamava Scirocco,
     E l’altro Greco di buona dottrina;
     Questo era tanto dolce ch’egli è sciocco;
     Quell’altro è tristo, e di mala cucina:
     Rinaldo a quel ch’è tristo dava un tocco;
     Lievaci tosto e págati, e cammina.
     Costui levar non gli vuol per niente,
     Dicendo: Il tempo reo non lo consente.

28 E poi salvum me facche vuol far, prima
     Ch’egli entrin drento, insino a un quattrino:
     Morgante gli risponde per la rima:
     Io metterò la nave e te a bottino.
     Questo Scirocco non ne facea stima,
     Ma ’l buono e ’l bel come, Pagol benino
     Disse a Scirocco: Di levargli è buono,
     Ch’io so che cavalier discreti sono.

29 Morgante fu per traboccar la nave,
     Quando il piè pose all’una delle bande,
     Tanto era smisurato e sconcio e grave:
     Disse Scirocco: Tu se’ tanto grande,
     Che non ti sosterrebbe dieci trave.
     Disse Morgante: Aspetta alle vivande;
     Che dirai tu se tu mi vedi a scotto?
     E’ converrà che ci sia del biscotto.

30 Come il Sol sotto all’Ocean si cela,
     Parve a Scirocco che buon vento sia;
     E finalmente la nave fe vela,
     E Greco intanto comanda la via:
     Lucea la luna come una candela,
     Un nugoluzzo sol non si vedia;
     Con gran diletto quella notte vanno,
     Chè del futuro, miseri, non sanno.

31 L’altra mattina il vento traditore
     Salta in un punto alla nave per prua:
     Caricon l’orza con molto furore,
     E vanno volteggiando un’ora o dua:
     Il vento cresce, e ripiglia vigore,
     E ’l mar comincia a mostrar l’ira sua:
     Cominciano apparir baleni e gruppi,
     E par che l’aria e ’l ciel si ravviluppi.

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32 E ’l mar pur gonfia, e coll’onde rinnalza,
     E spesso l’una coll’altra s’intoppa,
     Tanto che l’acqua in coverta su balza,
     Ed or saltava da prora or da poppa:
     La nave è vecchia, e pur l’onda la scalza,
     Tal che comincia a uscirne la stoppa;
     Le grida e ’l mare ogni cosa rimbomba:
     Morgante aggotta,2 ed ha tolta la tromba.

33 I marinai chi qua chi là si scaglia,
     Però che tempo non è da star fermo;
     Mentre che ’l legno in tal modo travaglia,
     E cristian forte chiamavan sant’Ermo,3
     Pregando tutti che ’l priego lor vaglia,
     Che debba alla tempesta essere schermo;
     Ma nè santo nè diavol non accenna,
     E in questo l’arbor si fiacca e l’antenna.

34 Gridò Scirocco: Aiutaci, Macone:
     Ed albera l’antenna di rispetto,4
     Ed a mezza asta una cocchina5 pone,
     E per antenna è l’alber del trinchetto:6
     Intanto un colpo ne porta il timone,
     E quel ch’osserva percuote nel petto;
     Tanto ch’egli ha la nave abbandonata,
     E portal morto via la mareggiata.

35 Non si può più la cocchina tenere,
     Ch’un altro gruppo ogni cosa fracassa,
     E la mezzana7 ne porta giù a bere,
     Bench’ella fussi temperata bassa:
     Subito misson per poppa due spere,8
     E ’l mar pur sempre disopra su passa,
     E non s’osserva del nocchier più il fischio,
     Come avvien sempre in un estremo rischio.

36 Era cosa crudel vedere il mare:
     Alzava spesso, ch’un monte parea
     Che si volessi a’ nugoli agguagliare:
     La nave ritta levar si vedea,
     E poi sott’acqua la prora ficcare;
     Talvolta un’onda sì forte scotea,
     Che sgretolar si sentia la carena;
     E cigola e sospira per la pena.

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37 Come un infermo si rammaricava;
     E ’l mar pur rugghia: e’ dalfin si vedieno,
     Ch’alcun talvolta la schiena mostrava,
     E tutto il prato di pecore è pieno:
     Morgante pur con la tromba aggottava,
     E non temeva nè tuon nè baleno;
     E non si vuol per nulla al mare arrendere,
     Chè non credea che ’l ciel lo possi offendere.

38 Orlando s’era in terra inginocchiato;
     Rinaldo ed Ulivier piangevon forte;
     E ’l Veglio e Ricciardetto s’è botato,9
     Che se scampar potran sì crudel sorte,
     Ognun presto al Sepolcro ne fia andato;
     E stavano in cagnesco con la morte;
     Ma non valeva ancor prieghi nè voti,
     Tanto il mar par che la nave percuoti.

39 Sentì Scirocco Virgine Maria
     Un tratto ricordare a giunte mani,
     E disse a Greco una gran villania,
     Dicendo: Adunque questi son Cristiani?
     Però non va questa tempesta via,
     Mentre che ci saran su questi cani:
     Questo miracol sol Macon ci mostra,
     Per dimostrarci la ignoranza nostra.

40 Non domandar, quando e’ l’udì Rinaldo,
     Se gli montò in sul naso il moscherino;
     E preselo dicendo: Sta qui saldo,
     Vedremo chi può più, Cristo o Apollino,
     O Macometto, pezzo di rubaldo;
     Tu dèi saper notar com’un dalfino:
     O da te stesso fuor della nave esci,
     O io ti gitterò nel mare a’ pesci.

41 Disse Scirocco: Questa nave è mia.
     Disse Morgante a Rinaldo: Ch’aspetti?
     Costui si vuol cavargli la pazzia:
     Io il gitterò bene io, se tu nol getti.
     Rinaldo gli montò la bizzarria,
     E dettegli nel capo due buffetti,
     E fecelo balzar di netto in mare,
     E la tempesta cominciò a quetare.

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42 Non vi fu marinar, nè ignun, ch’ardisse
     Volger verso Rinaldo sol la faccia;
     E per paura il mar parve ubbidisse,
     Perchè in un tratto si fece bonaccia:
     Morgante a prua dal trinchetto si misse,
     E fece come antenna delle braccia,
     Ed appiccovvi la spazzacovert,;10
     Ed è sì forte che la tiene aperta.

43 Greco ridea quando e’ vedeva questo,
     E tosto inverso la prua se ne venne,
     Ed acconciò se nulla v’è di resto;
     E dice: Qui non bisogna altre antenne
     E forse tu non fai il servigio lesto?
     Nè anco Orlando le risa sostenne,
     E dice: Porti chi vuol per rispetto,
     Chè ci è l’antenna e l’arbor del trinchetto.

44 Dove è Morgante, non si può perire.
     Morgante tanto la vela portoe,
     E ’l vento è buono, che volea servire;
     Che finalmente la nave guidoe,
     Tanto che ’l porto comincia apparire;
     Vero è ch’alcuna volta si posoe;
     E son tutti condotti a salvamento,
     Perch’era poco mare, e fresco vento.

45 Ma la fortuna che è troppo invidiosa,
     Fece che mentre che Morgante mena
     A salvamento il legno ed ogni cosa,
     Subito si scoperse una balena;
     E vien verso la nave furiosa,
     E cominciò a levarla con la schiena:
     E finalmente l’are’ traboccata,
     Se non l’avessi Morgante ammazzata.

46 Eravi alcun che bombarde gli scocca,
     Ma non potevon da lei ripararsi.
     Greco diceva: La nave trabocca,
     E credo che’ rimedi sieno scarsi.
     E pur la bestia una scossa raccocca,
     Tanto che più non sapevon che farsi,
     Perchè la nave levava su alta;
     Se non ch’addosso Morgante gli salta.

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47 E perch’egli era molto presso al porto,
     Diceva: Poi che la nave ho condotta
     Insino a qui, s’io restassi ben morto,
     Io non intendo ch’ella sia qui rotta.
     Allor Rinaldo il battaglio gli ha porto,
     Morgante su per la schiena gli trotta,
     E col battaglio gli dà in sulla testa,
     Ed ogni volta la ’ncartava a sesta.

48 E tanto e tanto in sul capo percosse,
     Che gliel’ha tutto sfracellato e trito;
     Donde la bestia di quivi si smosse,
     E come un barbio boccheggia stordito,
     E morta si rovescia in poche scosse.
     Morgante prese per miglior partito
     Saltar nell’acqua ed irsene alla riva,
     Però che l’acqua non lo ricopriva.

49 Greco surgeva, e varava la barca.
     Orlando lo pagò cortesemente,
     Tanto che Greco non se ne rammarca,
     E ritornossi in drieto prestamente
     Tra pochi giorni d’altre merce carca
     La nave: intanto Morgante possente
     A poco a poco alla riva s’appressa,
     Tanto che’ pesci non gli fan più ressa.11

50 Ma non potea fuggir suo reo distino:
     E’ si scalzò, quando uccise il gran pesce;
     Era presso alla riva un granchiolino,
     E morsegli il tallon; costui fuori esce,
     Vede che stato era un granchio marino:
     Non se ne cura, e questo duol pur cresce;
     E cominciava con Orlando a ridere,
     Dicendo: Un granchio m’ha voluto uccidere.

51 Forse volea vendicar la balena,
     Tanto ch’io ebbi una vecchia paura.
     Guarda dove fortuna costui mena!
     Rimmollasi più volte, e non si cura,
     Ed ogni giorno cresceva la pena;
     Perchè la corda del nervo s’indura,
     E tanta doglia e spasimo v’accolse,
     Che questo granchio la vita gli tolse.

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52 E così morto è il possente gigante,
     E tanto al conte Orlando n’è incresciuto,
     Che non facea se non pianger Morgante,
     E dice con Rinaldo: Hai tu veduto
     Costui, c’ha fatto tremar già Levante;
     Aresti tu però giammai creduto
     Che così strano il fin fussi e sì subito?
     Dicea Rinaldo: Io stesso ancor ne dubito.

53 E’ mi ricorda, sendo a Montalbano,
     Quel dì che noi vincemo Erminione,
     Che fece cose col battaglio in mano,
     Ch’erono al tutto fuor d’ogni ragione:
     Di Manfredonio sai ch’ancor ridiano,
     Quando e’ v’andò per riaver Dodone,
     E che ravvolse Manfredonio e quello
     Nel padiglion, che parve un fegatello.

54 Il dì che difendea Meridiana,
     Gli vidi tanta gente intorno morta,
     Che non fu cosa, al mio parere, umana.
     Ma dimmi, a Babillona a quella porta
     Vedestu mai però cosa sì strana?
     Pensavi tu sua vita così corta?
     E’ mi fe’ ricordar12 quel dì di Giove,
     Quando i giganti fêr l’antiche pruove.

55 E dissi: Certo, se Morgante v’era,
     Tu ti staresti ancor13, Giove, in Egitto
     Con Bacco trasformato in qualche fera,
     Chè costui certo t’arebbe sconfitto:
     Ma non sarà tenuta cosa vera,
     Da chi lo troverrà in futuro scritto;
     Chè io che ’l vidi, non lo credo appena
     Di questo, nè d’uccider la balena.

56 Che maladetto sia tanta sciagura:
     O vita nostra debole e fallace!
     Così piangean la sua disavventura.
     Ma sopra tutto ad Orlando dispiace;
     Ed ordinò di dargli sepoltura,
     Chè spera che nel Ciel l’alma abbi pace:
     E terminò mandarlo a Babillona,
     Ma prima imbalsimar la sua persona.

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57 Ed ebbe tanto mezzo coll’ostiere,
     Dove e’ si son più giorni riposati,
     Che gli faceva del balsimo avere;
     Ed ha tutti i suoi membri imbalsimati;
     E fecelo segreto a quel tenere,
     E diègli al modo lor cento ducati;
     Tanto ch’a luogo e tempo e’ lo mandoe
     A Babillona, e quivi l’onoroe.

58 E’ si chiamava Monaca, ove è il porto
     Dove Orlando e costoro alcun dì stanno;
     E l’oste dice: Per un che fu morto,
     Vedi che qui grande armate si fanno:
     In verità che gli fu fatto torto;
     Ma penso le vendette si faranno:
     Lo ’mperador di Mezza è qua signore,
     E veste il popol nero per suo amore.

59 Un suo figliuol, chiamato Mariotto,
     Era andato in aiuto del Soldano;
     E come a Babillona fu condotto,
     L’uccise Spinellone un gran Pagano,
     E fassi per costui tanto corrotto:
     Vero è che ’l gran signor di Montalbano
     V’era, ed Orlando, ed altri di sua setta,
     E sopra questi si cerca vendetta.

60 Mentre che l’oste così ragionava
     Vi capitò colui che fa l’armata,
     Can di Gattaia un giovan si chiamava,
     E domandò chi sia questa brigata:
     Orlando disse a Can, che domandava,
     Ch’eran di Persia e gente disperata,
     Ch’amico non conoscon nè compagno,
     Ma van cercando ventura e guadagno.

61 Diceva Can: Quanto soldo volete?
     Disse Rinaldo: Per cento baroni
     Ognun di noi, se contento sarete.
     Rispose Can: Per cento gran poltroni:
     Per Dio, che ’l soldo che voi mi chiedete,
     Che mi parete cinque mascalzoni,
     Sarebbe troppo a Rinaldo ed al conte,
     Che sono il fior del sangue di Chiarmonte.

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62 Disse Rinaldo: Solda chi ti pare;
     E torna con l’ostessa a ragionarsi,
     Però ch’ell’era bella e fassi amare,
     E stava con lui molto a motteggiarsi;
     E fece un suo stendardo sciorinare,
     Dove il lion ch’io dissi può mirarsi:
     Questo lion fu veduto in effetto,
     Ed allo ’mperador presto fu detto.

63 A casa un oste, detto Chiarione,
     Sono arrivati cinque viandanti,
     E porton per insegna il tuo lione,
     E non sappiam se si sono affricanti.
     Lo ’mperadore a certi servi impone:
     Menategli qui presi tutti quanti,
     E chi non vuol di lor venirne preso,
     Recatenelo a forza qui di peso.

64 Giunsono all’oste questi Saracini,
     E credonsi legar cinque cavretti,
     O pigliar questi come pecorini
     Sanza arme colle punte degli aghetti:
     Volle a Rinaldo un por le mani a’ crini,
     E crede che costui il cappello aspetti:
     Rinaldo si disserra nelle braccia,
     E con un pugno morto appie’ sel caccia.

65 L’altro, ch’aveva una bacchetta in mano,
     Dette con essa a Rinaldo in sul volto,
     Dicendo: Che fai tu, poltron villano?
     Adunque tu non credi, matto e stolto,
     Ubbidir qui lo ’mperador pagano?
     Rinaldo presto a costui si fu vòlto,
     E ciuffalo per modo nella gola
     Che l’affogò, sanza dir mai parola.

66 Eraven’un, che pon le mani addosso
     Al conte Orlando; Orlando un poco il guata,
     E poi in un tratto da costui s’è scosso,
     E dettegli nel viso una guanciata
     Che gli brucò la carne insino all’osso,
     E cerca se la sala è ammattonata;
     Intanto Ricciardetto, ch’a ciò bada,
     Ed Ulivier tirorno fuor la spada.

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67 Il Veglio il mazzafrusto adoperava,
     E non ischiaccia l’ossa, anzi le ’nfragne.
     Orlando Durlindana al fin pigliava:
     Tanto ch’ognun, che l’aspetta, ne piagne:
     L’un sopra l’altro morto giù balzava;
     Beato a chi mostrava le calcagne;
     Chè tutti gli affettavan come rape,
     Tal che più morti in sala non ne cape.

68 Lo ’mperador sentì come va il giuoco:
     Subito venne bene accompagnato:
     Rinaldo ritornato s’era al fuoco,
     Orlando sta alla porta giù appoggiato;
     E perch’egli era pur ferito un poco
     Rinaldo, tutto pareva turbato,
     Chè non sono usi esser lor tocco il naso,
     E minacciava e sbuffava del caso.

69 Ecco il signor con molta sua famiglia:
     Orlando non si muove dalla porta;
     Subitamente un de’ pagan bisbiglia:
     Vedi colui che la tua gente ha morta.
     Orlando al Saracin volge le ciglia,
     Con una guatatura strana e torta,
     Tal che lo ’mperador n’ebbe paura,
     Chè gli pareva un uom sopra natura.

70 E rimutossi di sua opinione,
     Ch’Orlando molto negli occhi era fiero;
     Tanto che alcun autore dice e pone,
     Ch’egli era un poco guercio, a dire il vero:
     E salutollo, e dissegli: Barone,
     Qual fantasia t’ha mosso, o qual pensiero,
     Venire a far la mia gente morire,
     E non voler chi governa ubbidire?

71 Se tu se’, come hai detto, Persiano,
     Tu dèi venire a far qua tradimento;
     O veramente se’ qualche Cristiano,
     E forse qualche cosa già ne sento:
     Tu potevi venir con oro in mano
     A ubbidire, e restavo contento:
     Se tu venissi qua per farci inganno,
     Fa’ che tu pensi alfin che fia tuo il danno.

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72 Quel che tu hai fatto, io me ne dolgo forte,
     E forse punirotti del tuo errore,
     Di que’ Pagani a chi data hai la morte.
     Rispose Orlando: Famoso signore,
     Tutti saremo venuti alla corte,
     Per fare il nostro debito e ’l tuo onore,
     A vicitar la tua magnificenzia,
     S’avessi avuta tanta pazienzia.

73 Ma tu ci mandi all’albergo a pigliare,
     Come i ladron c’hanno con loro i furti:
     Non ci lasci due dì sol riposare,
     Ch’appena nel tuo porto savam surti:
     Se Macon certo ciò veniva a fare,
     Morto l’aremmo co’ morsi e cogli urti,
     Più tosto che venir come ladroni
     A corte in mezzo di venti ghiottoni.

74 Che noi siam Persiani, abbi per certo:
     Cercando andiam della ventura nostra,
     E non sappiam s’ella è più in un deserto,
     Che in un giardino o nella terra vostra.
     E già molto disagio abbiam sofferto;
     Andiam per quella via che ’l ciel ci mostra,
     Nè tradimento facciamo a persona:
     Io lascio or giudicare a tua Corona.

75 Lo ’mperador gli piacque Orlando tanto,
     Quanto e’ sentissi uom mai parlar discreto,
     E disse: Io so ch’i’ ho trascorso alquanto;
     Ma se voi andate alla ventura drieto,
     Io vo cercando doglia, angoscia e pianto,
     E non ispero omai d’esser più lieto;
     Io ho perduto tutto il mio conforto,
     Dall’ora in qua che ’l mio figliuol fu morto.

76 E benchè tutto il mondo qua in aiuto,
     Come tu vedi, venga a mia vendetta,
     Chè vedi il popol già che c’è venuto,
     E tante nave in punto qua si metta,
     Non riarò però quel c’ho perduto,
     Con tutto il mio tesoro e la mia setta;
     E vestirò pur sempre oscuro e negro,
     Come tu vedi, e mai più sarò allegro.

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77 Salvo s’io sarò mai di tanto sazio,
     Ch’io possa al conte Orlando trarre il core;
     Io ne farò per certo tale strazio,
     Ch’esemplo fia d’ogni altro peccatore,
     Se mi darà Macon tanto di spazio;
     Chè sento che si sta quel traditore
     In Babillona in gran trionfo e festa,
     Ed io pur piango in questa scura vesta.

78 Or lasciam questo: se tu vuoi venire
     A corte tu con la tua compagnia,
     A starti meco insino al tuo partire,
     Io ti farò per Macon cortesia;
     E ciò ch’i’ ho, sia tuo, sanza più dire:
     Forse che quivi tua ventura fia.
     Orlando il ringraziò di quel c’ha detto,
     E tornasi a Rinaldo e Ricciardetto.

79 Una fanciulla, che il loro oste aveva,
     Medicava Rinaldo; e perch’ell’era
     Molto gentil, Rinaldo gli diceva
     Che la voleva tor per sua mogliera.
     Di giorno in giorno l’armata cresceva:
     Re di Murrocco con sua gente fera,
     Vestiti di catarzo duro e grosso,
     Era venuto, e pareva Minosso;

80 E di Canaria un feroce Amostante,
     Ch’aveva molta turba e gran canaglia,
     Chiamato dalla gente Leopante;
     E tutti i cavalier suoi da battaglia
     Eran coperti d’osso d’elefante,
     Ch’era più duro che piastra o che maglia;
     Ed un lion rampante molto fiero,
     Come Rinaldo, avea nel campo nero.

81 E per ventura passò per la strada
     Di Chiarion, dove dimora Orlando;
     Ed alcun par che dinanzi gli vada
     Certi stormenti al lor modo sonando:
     Allo stendardo di Rinaldo bada,
     E di chi e’ fussi venia domandando,
     E ’n su ’n un carro da quattro destrieri
     Facea tirarsi più che corbi neri.

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82 E disse: Chiarion, dimmi chi sia
     Colui che porta così il mio stendardo;
     Orlando gli rispose: Se tuo fia,
     Io tel darò, se tu sarai gagliardo.
     Disse il Pagan: Tu mi di’ villania;
     Egli è pur gentilezza, aver riguardo
     A queste cose, e tu il debbi sapere,
     E che porti ciascun le sue bandiere.

83 Io vo’ saper donde tu l’abbi avuto
     Questo stendardo; e stu l’hai guadagnato,
     Tu puoi portarlo, chè questo è dovuto;
     Ma tu m’hai viso d’averlo rubato
     Più tosto che d’averlo combattuto.
     Orlando disse: In Persia l’ho acquistato.
     Or ti rispondo a quell’altra parola,
     Ch’io non son ladro, e menti per la gola.

84 Rispose Leopante: Ed io rispondo,
     Che tu se’ ladro e tristo, e ch’io non mento,
     Ed Amostante son degno e giocondo,
     E migliore uom di te per ogni cento;
     E non fare’ Macon nè tutto il mondo
     Che tu spiegassi il mio stendardo al vento:
     Io vo’ che tu il guadagni con la lancia,
     Stu fussi ben de’ paladin di Francia.

85 Orlando non are’ temuto il cielo,
     Nè Giuppiter, quand’egli era bizzarro;
     Rispose: Egli è ben ver più che ’l Vangelo,
     Ch’e’ pazzi come tu vanno in sul carro:
     Io vo’ che chi mi morde, lasci il pelo,
     Ed oltre a questo la bocca gli sbarro:
     Esci del carro, e monterai in arcione,
     E proverrem di chi sarà il lione.

86 Dismontò con grand’ira il Saracino,
     E montò presto sopra un gran cavallo:
     Orlando fece sellar Vegliantino,
     E non istette pel freno a pigliallo,
     Anzi saltò di terra il paladino,
     Tanto ch’ognun correva là a guardallo;
     E Leopante ammirato ne resta,
     E posono amendue la lancia in resta.

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87 Ricciardetto, e Rinaldo, ed Ulivieri,
     E ’l Veglio tutti intorno sono armati:
     Ognun guardava questi cavalieri
     Per maraviglia, e stavan trasognati:
     L’Amostante, ed Orlando co’ destrieri
     In questo tempo si sono accostati;
     Le lance parvon due trombe di vetro;
     Poi si rivolson con le spade addietro.

88 Lo ’mperadore avea questo sentito,
     E per veder costor provarsi, venne,
     E sopra un bel giannetto era salito,
     Che non correva, anzi batte le penne:
     Orlando Leopante ha già ferito,
     Tanto che spesso gran doglia sostenne;
     Pur nondimen tuttavolta s’arrosta,
     E con la spada facea la risposta.

89 Rinaldo, ch’era un diavolo incantato,
     E vuol sempre veder cose terribile,
     Diceva pure: Tu non se’adirato
     Al conte Orlando, o far non vuoi il possibile.
     Orlando s’era per questo infocato,
     E facea cose che non son credibile:
     Dando al Pagan con sì fatta tempesta,
     Che in su l’arcion gli batteva la testa.

90 Leopante era tra cattive mani:
     Non sa che quella spada è Durlindana,
     Che tanti n’ha già morti de’ Pagani,
     E si pentia della sua impresa strana;
     E dopo molti colpi assai villani,
     Volle veder come la strada è piana;
     E cadde tra sue gente in terra morto,
     E così ebbe del lione il torto.

91 Così vinse la forza la ragione,
     Che ogni volta non si vuol difendere:
     Il savio sempre fugge la quistione,
     Ed è pur bella cosa il mondo intendere.
     Ecco che Leopante ora ha il lione,
     Che colla lancia lo volle contendere:
     La lancia è rotta, e la vita gli costa,
     Chi cerca briga ne trova a sua posta.

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92 E’ si levò tra’ Saracin gran pianto,
     Veggendo così morto il lor signore,
     E fu portato a seppellire; e ’ntanto,
     Un giovinetto, ch’avea gran valore
     Fra tutti i Saracin, esce da canto,
     E dice: Perch’io fui suo servidore,
     Da poi che non c’è ignun che qua si metta,
     Io vo’ del mio signor far la vendetta.

93 Io ti disfido, tu che l’uccidesti.
     Orlando disse: La battaglia accetto;
     Ma perchè meco giovane saresti,
     Combatterai con questo giovinetto,
     Bench’io mi credo tu m’avanzeresti;
     E disse: Fatti innanzi, Ricciardetto.
     E Ricciardetto accettò volentieri,
     E sanza altro parlar, volse il destrieri.

94 E l’uno e l’altro insieme riscontrârsi;
     Ma Ricciardetto al fin la sella vota,
     Chè non potè dal colpo fiero atarsi,
     Sì forte par che lo scudo percuota:
     I Pagan cominciorno a rallegrarsi;
     Ma Ulivier se ne batte la gota,
     E volle vendicar lui Ricciardetto,
     E disfidava questo giovinetto;

95 E ritrovossi infin fuor di Rondello.
     Armossi il Veglio allor della Montagna,
     E con la lancia si scontrò con quello,
     Tanto ch’alfin la morte vi guadagna;
     Però che ’l Saracin pose a pennello,
     E passò l’arme, che parve una ragna:
     Non si poteva por quel colpo meglio,
     Poi ch’egli uccise un sì famoso Veglio.

96 Quando Rinaldo cadere ha veduto
     Il Veglio suo, che tanto amava in vita,
     Parve del petto il cuor gli sia caduto;
     L’anima sua nel Ciel si rimarita;
     E ’l conte Orlando gli è tanto doluto,
     Che per più dì parea cosa smarrita:
     E fu mandato a Babillona questo
     A sepellir, come Morgante, presto.

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97 Rinaldo si sfidò col giovinetto
     Che ’l Veglio aveva morto, a mano a mano,
     Con tanto sdegno e con tanto dispetto,
     Che giurò d’ammazzar questo Pagano:
     Ruppon le lance l’uno all’altro al petto,
     Poi s’affrontorno con la spada in mano;
     E tutto il popol ragunato s’era,
     A veder la battaglia acerba e fiera.

98 Il Saracino era molto gagliardo,
     E sopra l’elmo percosse Rinaldo,
     Tal che in sul collo cadde di Baiardo
     E con fatica si sostenne saldo.
     Orlando, quando al colpo ebbe riguardo,
     Sudò più volte, e non gli facea caldo:
     Rinaldo si rizzò pur finalmente,
     E bestemmiava il Ciel divotamente.

99 E trasse con tanta ira allor Frusberta,
     Che, se non che ’l Pagan lo scudo alzava
     Quando vide la spada andare all’erta,
     E conobbe il furor che la portava,
     Rinaldo gli are’ allor la testa aperta:
     Trovò lo scudo e netto lo tagliava;
     L’elmo sonò come una cemmamella,
     E come morto uscì fuor della sella.

100 E gran romor tra’ Saracin si leva.
     Rinaldo, poi che gli passò il furore,
     Di questo giovinetto gl’incresceva,
     Perchè e’ conobbe in lui molto valore,
     E che quel fussi morto si credeva;
     Subito salta fuor del corridore:
     Lo ’mperador gridò: Non gli far torto,
     Non lo toccare: e’ basta ch’egli è morto.

101 Disse Rinaldo: Per lo Dio Macone,
     Ch’assai m’incresce costui morto sia,
     Chè mai non monterà forse in arcione
     Un uom sì degno in tutta Pagania:
     Io vo’ cercar per la sua salvazione
     Qualche rimedio, s’alcun ce ne fia:
     Ed abbracciollo, ch’era in terra steso,
     Poi nel portava all’osteria di peso.

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102 E fu da tutto il popol commendato:
     Quivi lo pose a giacere in sul letto,
     E il polso in ogni parte ha stropicciato,
     E così fa il Marchese e Ricciardetto;
     Tanto ch’al fin s’è tutto risvegliato
     A poco a poco questo giovinetto;
     E risentito caramente abbraccia
     Rinaldo e ’nsieme si baciorno in faccia;

103 E chieson l’uno all’altro perdonanza.
     Orlando ponea mente una sua spada,
     Come di cor magnalmo è sempre usanza,
     Veder com’ella pesa, o s’ella rada:
     Pargli che sia da uom d’alta possanza,
     E di vedere il pome poi gli aggrada:
     Guardando il pome, letter vi vedea,
     E per diletto queste anco leggea.

104 Le lettere dicien, come costui
     Era nato del sangue di Chiarmonte;
     Il perchè Orlando ritornava a lui
     Al letto, e domandò con umil fronte,
     Se si ricorda degli antichi sui,
     Come dicevon le lettere pronte:
     Che gliel dicessi, se ’l priego era onesto,
     Chè sol per ben di lui vuol saper questo.

105 Egli rispose: Gentil cavalieri,
     La madre mia chiamata è Rosaspina,
     Ed io mi chiamo per nome Aldinghieri,
     E generommi, dice, alla marina:
     Del padre mio non ho i termini interi,
     Perchè e’ non fu di stirpe Saracina;
     Ma quel che inteso n’ho dalla mia madre,
     Da Rossiglion Gherardo fu il mio padre.

106 Per che cagione tu vuoi ch’io tel dica,
     Non vo’ cercar, ma parmi un uom gentile;
     Nè, per piacerti, mai mi fia fatica
     Esaudire il tuo priego tanto umíle:
     Di Chiaramonte è la mia schiatta antica,
     E non è sangue che sia punto vile,
     Ma forse il più gentil ch’al mondo sia,
     E tiene in Francia regno e monarchia.

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107 Rinaldo quel gran sir da Montalbano,
     Di questo è nato, e quel famoso Orlando
     Di cui fa tanta stima Carlo Mano,
     Ch’altro pel mondo non si va parlando;
     E lungo tempo n’ho cercato invano
     Di questi due baroni, e vo cercando;
     E tanto in ogni parte cercheroe,
     Che innanzi la mia morte io gli vedroe.

108 E se ci fussi ignun di loro stato,
     Quando tu mi gittasti del cavallo,
     So che m’arebbon di te vendicato.
     Orlando non poteva più ascoltallo,
     Per tenerezza è tutto travagliato;
     E tutti cominciavono abbracciallo;
     Perchè ’l Pagan veggendosi abbracciare,
     Quel che ciò fussi gliel parea sognare;

109 E disse: In cortesia, ditemi tosto,
     Per che cagion sia tanto abbracciamento.
     Orlando innanzi a tutti gli ha risposto:
     O Aldinghier, quanto son io contento!
     In quanta pace ogni mio affanno è posto!
     Quanta dolcezza drento al petto sento!
     Ecco color di chi tu vai cercando:
     Questo è Rinaldo nostro, io sono Orlando;

110 E questo è Ulivier nostro parente;
     Quest’altro è Ricciardetto tuo cugino.
     Quando Aldinghier queste parole sente,
     Dicea fra sè: qual grazia o qual destino,
     D’aver costor trovati qui, consente?
     Abbraccia Orlando degno paladino,
     Ed Ulivier, Rinaldo e Ricciardetto,
     E per letizia fuor salta del letto.

111 Comincia a ragionar di Carlo Mano,
     E del Danese quanto sia gagliardo,
     Chè lo conobbe, quando era Pagano:
     Comincia a ragionar del suo Gherardo,
     E dice: Io intendo al tutto esser Cristiano,
     E rinnegar Macon nostro bugiardo:
     E in Francia bella con voi vo’ venire,
     E così sempre vivere e morire.

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112 Egli è qui tra costor di mia brigata
     Dieci mila a caval sotto mio segno:
     Lo ’mperadore apparecchia l’armata,
     Per vendicar del suo figliuol lo sdegno,
     E contro a voi la furia è apparecchiata:
     Io mi parti’ con questi del mio regno,
     Perch’io senti’ savate14 a Babillona,
     Per ritrovarmi là con voi in persona.

113 Ed ho mandato lettere segrete,
     A dirvi come qua si fa apparecchio;
     Non so se voi ricevute l’avete,
     O se ciò pervenuto v’è all’orecchio:
     Costor minaccian, come voi vedete,
     Come involti v’avessin tra ’l capecchio:
     Se noi vogliam, questa città fia nostra,
     Con la mia gente, e con la virtù vostra.

114 Rinaldo e tu per tutta Pagania
     Sete tanto temuti e nominati,
     Che come il grido tra la turba fia,
     E’ fuggiranno tutti spaventati:
     Non son costor guerrier, ma son genía:15
     Sempre al principio assai si son vantati,
     Ed hannovi in un solcio16 i paladini,
     Poi fuggon tutti come spelazzini.

115 Rinaldo gli piacea questa pensata,
     Ed Aldinghier vien sua gente assettando:
     In questo tempo giunse una ambasciata,
     Come lo ’mperador mandato ha il bando,
     Che tutta in piazza sia la gente armata;
     E tutto il popol si veniva armando,
     Come nell’altro dir vi sarà detto.
     Di mal vi guardi Gesù benedetto.

  1. [p. 108 modifica]a’ suoi stazzoni. Stazioni, abitazioni. È da notare che gli antichi adoperaron tal voce sì nel genere maschile che nel femminile.
  2. [p. 108 modifica]aggotta ec. Aggottare, levar l'acqua dai navigli con strumento a ciò atto, e rigettarla in mare.
  3. [p. 108 modifica]chiamavan Sant’Ermo. Cioè quella fiaccola che si chiama anche luce di Sant’Ermo, la quale a modo di fiammella apparisce in mare dopo la tempesta, ed è segno favorevole ai naviganti.
  4. [p. 109 modifica]antenna di rispetto. Così si chiama quell’antenna delle navi, di cui si fa uso nei maggiori pericoli. —
  5. [p. 109 modifica]cocchina ec. Piccola cocca; specie di nave.
  6. [p. 109 modifica]trinchetto. Quell’albero piantato a perpendicolo sul davanti delle navi, su cui sta una piccola vela quadra che ha lo stesso nome.
  7. [p. 109 modifica]la mezzana ec. La vela che si spande alla poppa del navilio, έπίδσομος.
  8. [p. 109 modifica]spere. Così chiamano i marinari quei fasci di robe legate insiente che si gettano in mare dietro alle navi, per rattenerne il corso.
  9. [p. 109 modifica]s’è botato. Per votato. Fece voto.
  10. [p. 109 modifica]la spazzacoverta. Specie di vela anche questa.
  11. [p. 109 modifica]ressa. Ressa è propriamente importuna istanza fatta altrui, per ottenere quello che si desidera. Onde far ressa vale quanto far pressa, pressare; e forse da pressa si è detto corrottamente ressa.
  12. [p. 109 modifica]E’ mi fe ricordar ec. È nota la favola dei Titani e Giganti, che, mossa guerra a Giove, furono sconfitti e precipitati nel Tartaro, e sepolti sotto alle maggiori montagne.
  13. [p. 109 modifica]Tu ti saresti ancor ec. Gea, o la Terra, veduto come i Titani e i Giganti che ella aveva mossi a far guerra ai Celesti, erano stati tutti debellati e vinti, per ultimo eccitò contro gli Dei lo smisurato gigante Tifeo, il quale vomitava torrenti di fuoco; di che essi spaventati si nascosero sotto le sembianze di vari animali. Ma finalmente Giove atterrò d’un fulmine Tifeo, e ridusse a calmo l’Olimpo. Ha pensato taluno che con siffatta favola abbiano i poeti voluto dar l’origine del culto che gli Egiziani solevan rendere a figure di diversi animali.
  14. [p. 109 modifica]savate ec. Eravate.
  15. [p. 109 modifica]ma son genía. Genía significa propriamente generazione di gente vile e abietta; contuttochè si pigli spesso anche per stirpe semplicemente, e per moltitudine di gente.
  16. [p. 109 modifica]E hannovi in un solcio ec. Vedi la nota al Canto XIX, St. 80.