Morgante maggiore/Canto ventesimoprimo

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Canto ventesimoprimo

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Canto ventesimo Canto ventesimosecondo

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CANTO VENTESIMOPRIMO.




ARGOMENTO.

     Muore per man d’Orlando il re Murrocco:
Si corona Aldinghieri imperadore;
Partono a salvar Gano, e dan di brocco
’N un castel che Creonta ha per signore;
E le sue guardie e i figli in gran trabocco
Muoion di stragi e sangue: ella non muore,
E nel castel gli chiude; ma frattanto
Malagigi disfa lei e l’incauto.


1 Dio ti salvi, Maria di grazia piena;
     E il Signor teco in sempiterno sia,
     O benedetta, o santa, o Nazzarena,
     Fra tutte l’altre donne tu Maria,
     Sanza la qual la mia barchetta arrena,
     Se non aiuti nostra fantasia,
     Che insino a qui fatta hai tanto veloce;
     Non mi lasciar, ch’io veggo omai la foce.

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2 I forestieri e tutti i terrazzani
     Ognun si rappresenta in su la piazza.
     Era a veder la ciurma de’ Pagani
     Cosa parte mirabil, parte pazza:
     Mai non si vide tanti uomini strani,
     Di tante lingue e d’ogni nuova razza;
     Disse Rinaldo: In piazza ce n’andiamo,
     E tutta questa gente sbaragliamo.

3 Mettono in punto l’arme e’ lor destrieri;
     Lo ’mperador fa intanto diceria:
     Chi si vanta di voi, buon cavalieri,
     Di vendicarmi della ingiuria mia,
     Io gli darò città, che fieno impèri,
     E sempre arà di qua gran signoria,
     Gente e tesoro, a tutte le sue voglie,
     E la mia figlia sposerà per moglie.

4 Levossi ritto il gran Can di Gattaia,
     E disse: Io sarò quello, imperadore;
     Che s’io dovessi ucciderne a migliaia,
     Al conte Orlando vo’ cavar il cuore;
     E così gli altri ognun si vanta e abbaia
     Uccider pure Orlando il traditore:
     Ed alza il sangue in parole due braccia,
     E chi più teme è quel che più minaccia.

5 Rinaldo in su la piazza il primo viene.
     Can di Gattaia, come l’ha veduto,
     Disse: Baron, s’io ti conosco bene,
     Ch’al soprassegno t’ho riconosciuto;
     Per Macometto, ancor rider mi tiene,
     Che tu credevi e’ ti fussi creduto,
     A chieder soldo con quattro poltroni
     A misura di crusca o di carboni.

6 Disse Rinaldo: S’io chiesi per cento,
     A questa volta io ne vo’ due cotanti;
     E s’egli è ver quel che da molti sento,
     Tu se’ fra questi il primo che ti vanti
     Di far tante vendette o fumo o vento;
     Se vuoi giostrar con meco, fàtti avanti.
     Can di Gattaia, come questo intese,
     Turbato tutto, una gran lancia prese.

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7 E va inverso Rinaldo, acceso d’ira;
     Rinaldo riscontrò questo arrabbiato:
     Al gorzaretto gli pose la mira,
     E ’l collo con la lancia gli ha infilzato:
     Sicchè pel gorgozzul l’anima spira.
     Lo ’mperador di ciò molto è crucciato,
     E dice: Troppe volte offeso m’hai,
     Ma d’ogni cosa te ne pentirai.

8 Disse Rinaldo: A non tenerti a tedio,
     Io son Rinaldo quel di Chiaramonte,
     Venuto per tuo danno e per tuo assedio,
     E questo è quel famoso Orlando conte,
     Contra al qual sai che non arai rimedio;
     E questo è Ulivier, che t’è qui a fronte;
     E questo è Ricciardetto mio fratello,
     Ed Aldinghieri è a me cugino e a quello:

9 Tutti sarete morti a questo tratto.
     Nè prima ebbe Rinaldo così detto,
     Che cominciò a fuggir quel popol matto;
     Lo ’mperador, sentendo tale effetto,
     Subito disse come stupefatto:
     Può far questo Fortuna o Macometto?
     Piglia del campo come reo nimico,
     Ch’i’ ho a purgar più d’un peccato antico.

10 Rinaldo si voltò pien di furore,
     E ritornato addrieto assai più fiero,
     Si riscontrò col detto imperadore,
     Che non istima più vita nè impero;
     E con la lancia gli passava il cuore,
     E ritrovò il gran Can poi in cimitero:
     Or qui tutta la turba si sbaraglia,
     E cominciossi una crudel battaglia.

11 Ed Aldinghier con sua gente dà drento;
     E ’l conte Orlando fa incredibil cose,
     Ed Ulivier non serba il suo ardimento,
     Nè Ricciardetto il suo certo nascose;
     Ma in piccol tempo il gran furor fu spento,
     Chè, veggendo tant’arme sanguinose,
     E ricordare Orlando, ed Ulivieri,
     E ’l prenze, ognun si fugge volentieri.

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12 E per arroto1 Orlando aveva morto
     Nella battaglia il gran re di Murrocco.
     Questo fu quel che diè tanto sconforto,
     Che ’l popol si fuggì bestiale e sciocco.
     Ognun la nave sua ritruova al porto,
     Sanza aspettar più Greco che Scirocco:
     E ’n questo modo finiva la guerra,
     E’ Cristian nostri piglioron la terra.

13 E nel palazzo ove lo ’mperio stava,
     Vanno Rinaldo, Orlando ed Aldinghieri,
     E Ricciardetto ed Ulivier v’andava,
     E di Rinaldo un gentile scuderi,
     Il qual con Aldinghier si battezzava,
     E da costoro è chiamato Rinieri;
     E battezzati questi, hanno ordinato,
     Che Aldinghier sia imperador chiamato:

14 Benchè Aldinghier per nulla non voleva.
     Poi battezzâr quell’oste Chiarione,
     Ed una bella figlia ch’egli aveva,
     Che medicò con tanta affezione
     Rinaldo, e ristorar costei voleva;
     E per ventura Greco il lor padrone,
     Che gli condusse già per la marina,
     Vi capitò, quel di buona dottrina.

15 E come e’ fu dismontato di nave,
     Sentì come costor son coronati,
     E che tenien dell’imperio la chiave:
     Non si pentì che gli aveva onorati,
     E con parole benigne e soave
     Umilemente gli ebbe vicitati:
     Dicendo, come savio uomo e discreto,
     Di lor prosperità troppo esser lieto.

16 Ed abbracciato fu sì allegramente,
     Come se fussi lor carnal fratello;
     Rinaldo presto gli corse alla mente
     Di dar la figlia del loro oste a quello,
     E dissegli: Fanciulla mia piacente,
     Ascolta e ’ntendi ben quel ch’io favello:
     Io ti promissi di tor per isposa;
     Questo sarebbe a me impossibil cosa,

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17 Ch’io ho lasciato altra mogliera in Francia;
     Ma vo’ che Greco qui tuo sposo sia;
     E darotti tal dota e sì gran mancia,
     Che sempre ognun di voi contento fia.
     Un poco rossa si fece la guancia
     Quella fanciulla; e poi gli rispondia,
     Ch’era contenta alle sue giuste voglie:
     E così Greco la tolse per moglie.

18 Ma innanzi che la tolga, è battezzato;
     Rinaldo gli donò poi tanto avere,
     Che del servigio l’ha ben meritato,
     E sanza navicar potrà godere:
     Però questo proverbio è pur provato,
     Che mai non si perde nessun piacere;
     E bench’a molti uom serva sanza frutto,
     Per mille ingrati un sol ristora il tutto.

19 Poi fecion Chiarion governatore
     Di tutto il regno; che si ricordorno
     Che di sua povertà fe loro onore:
     E riposati in Monaca alcun giorno,
     Per aiutare infin quel traditore
     Del conte Gan, da lui s’accommiatorno;
     E non potrebbe lingua o penna dire,
     Qual fussi il pianto in questo lor partire.

20 Piangea il padron, che pareva battuto;
     Piangea la dama dolorosamente;
     Piangea l’ostier, ch’assai glien’è incresciuto;
     Piangeva il popol tutto unitamente;
     Piangea Rinaldo, e non sare’ creduto;
     Piangeva Orlando e ’l Marchese possente;
     Piangeva Ricciardetto ed Aldighieri;
     Piangeva insino al povero Rinieri.

21 Ma gli autori si scordon qui con meco:
     Chi vuol che Greco al governo restassi,
     Chi dice Chiarione e Greco seco,
     E l’uno e l’altro insieme governassi:
     Ma a mio parere, è Chiarion, non Greco,
     Acciò ch’ognun Rinaldo ristorassi,
     E perch’egli era della città nato,
     E de’ costumi lor più ammaestrato.

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22 Orlando e gli altri insieme se ne vanno,
     Tanto che son presso a Castelfalcone,
     E due pastori appresso trovati hanno:
     L’uno era quel che mandò Ganellone
     A Babillona, e gran festa gli fanno:
     E domandâr se Gan vivo è in prigione,
     O s’egli è morto, o quel ch’era seguíto,
     Se lo sapeva, o quel che n’ha sentito.

23 Il pastor disse, ch’egli è vivo e sano
     Nella prigion, ma con assai disagio:
     Poi prese del caval la briglia in mano
     D’Orlando, e tutti gli mena al palagio,
     Dove stava il pastor che impiccò Gano;
     Dicendo: Qui solea star quel malvagio,
     Ch’avea il corsier di Rinaldo imbolato;
     Noi c’imbucammo, com’e’ fu impiccato.

24 Quivi son tutti i Cristiani smontati;
     E' pastor certi capretti uccidieno,
     E certi lor lattonzi hanno infilzati:
     Del latte v’è da versarsi pel seno;
     E’ destrier son come lor vezzeggiati:
     Gran sacca d’orzo e gran fasci di fieno.
     Rinaldo disse: Al mio date orzo e paglia:
     E poi, si dice caval da battaglia.

25 Quivi mangiorno e riposârsi alquanto;
     Orlando que’ pastor vien domandando,
     Come il castel pigliar si possi intanto:
     I pastor tutto venien disegnando,
     Come guardato sia da ogni canto;
     E per sei porte vi si viene entrando;
     Ed ogni porta a sua difensione
     Aveva un fiero e selvaggio lione.

26 E la lor madre, chiamata Creonta,
     Com'un dragon gli unghioni avea affilati,
     Barbuta, e guercia, e maliziosa, e pronta,
     E sempre aveva spiriti incantati:
     E par piena di rabbia, d’ira e d’onta;
     E per paura non è chi la guati,
     Pilosa, e nera, arricciata, e crinuta,
     Gli occhi di fuoco, e la testa cornuta.

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27 Mai non si vide più sozza figura,
     Tanto ch’ella pareva la versiera,
     E Satanasso n’arebbe paura,
     E Tesifone2 ed Aletto e Megera;
     E gran fatica fia drento alle mura
     Entrar per questa spaventevol fiera:
     E de’ giganti ogni cosa contavano,
     Di lor costumi, e quel che in man portavano.

28 Or questo è quel ch’a Rinaldo piaceva,
     Quanto e’ sentia più cose oscure e sozze;
     E dove far qualche mischia credeva,
     E’ gli pareva proprio andare a nozze:
     Non domandar come il cuor gli cresceva:
     E dice: Se le man non mi son mozze,
     Io ne farò come torso di cavolo;
     Vedrem chi fia di noi maggior diavolo.

29 Non mangia a mezzo, chè sellò Baiardo;
     Orlando e gli altri seguitavan quello:
     Rinaldo se ne va sanza riguardo
     Subito a una porta del castello;
     Fecesi incontro un fier lion gagliardo,
     Che si pensava abboccare un agnello:
     Rinaldo e gli altri eran tutti smontati,
     E i cavalli a Rinieri avevon dati.

30 Questo lion di terra un salto spicca,
     Ed a Rinaldo si scagliava addosso;
     I fieri artigli nello scudo ficca,
     La bocca aperse, e ’l capo un tratto ha scosso.
     Rinaldo un colpo alle zampe gli appicca,
     E tagliagli la carne, e ’l nervo e l’osso:
     Donde il lion diè in terra della bocca;
     Allor Rinaldo alla testa raccocca.

31 E spiccò il capo dallo ’mbusto a questo,
     E morto si rimase in su la soglia.
     Disse Aldinghieri: Io mi ti manifesto:
     Uccider vo’ quest’altro, ch’io n’ho voglia.
     Rinaldo gli rispose: Uccidil presto,
     Acciò che non ti dessi affanno e doglia.
     Dunque Aldinghier non dicea più parola,
     Ma missegli la spada nella gola.

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32 E riuscì la punta nelle rene.
     Orlando disse: Il terzo uccidrò io;
     Ecco il lion che inverso lui ne viene,
     E ’nginocchiossi mansueto e pio:
     Orlando Durlindana sua ritiene,
     E disse: Questo è misterio di Dio:
     Seguite me; chè ’l Ciel ci spigne drento,
     E non arem dagli altri impedimento.

33 E così fu: chè il lion si rizzava,
     E tutti gli altri dètton lor la via,
     E questo come scorta innanzi andava.
     Orlando inverso i giganti ne gia:
     Maravigliârsi, e l’un di lor parlava:
     Che gente è questa, e donde entrata sia?
     Può fare il Ciel che’ lion non gli udissino,
     E tutt’a sei a un’otta dormissino!

34 Questo mi par pure il più nuovo caso.
     Subitamente uscîr fuor del palazzo:
     Fecesi innanzi l’un ch’è sanza naso,
     E va verso Rinaldo come un pazzo:
     La barba lunga aveva e ’l capo raso;
     Rinaldo guarda quel viso cagnazzo,
     Che non parea nè d’uom nè d’animali,
     E disse: Dove appicchi tu gli occhiali?

35 O con che fiuti tu l’anno le rose?
     Tu par bestia domestica a vedere.
     Questo gigante a Rinaldo rispose:
     Io tel farò, ghiotton, tosto sapere.
     Rinaldo un colpo alla zucca gli pose,
     Ch’arebbe ben dimezzate le pere:
     E cacciagli Frusberta insino agli occhi,
     Tanto che morto convien che trabocchi.

36 Come e’ fu in terra questo fastellaccio,
     L’altro s’avventa addosso ad Aldinghieri:
     Volle menargli d’un suo bastonaccio;
     Ma e’ prese un salto che parve un levrieri,
     E schifa il colpo, e menavagli al braccio,
     Tal che, se sa schermir, gli fa mestieri;
     E netto lo tagliò come un mellone,
     E cadde in terra il braccio col bastone:

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37 Ed anche poi il gigante per la pena.
     Aldinghier, quando lo vide caduto,
     Subitamente un gran colpo gli mena.
     Al collo del gigante s’è abbattuto,
     E con la spada tagliente lo svena:
     L’altro fratel, come questo ha veduto,
     Si scaglia a Ulivier di furia acceso,
     Ed abbracciollo, e portanel di peso,

38 Come farebbe il lupo un pecorino;
     Ma ’l buon pastore Orlando lo soccorse,
     E disse: Posa, posa, Saracino,
     Posalo giù; tu non credevi forse,
     Che fussi presso il guardian nè il mastino?
     Di che il gigante per ira si morse,
     Che ’l sangue a Ulivier voleva bere,
     Ma per paura sel lascia cadere.

39 Ulivier ritto si levò di terra,
     E trasse a quel Pagan con Altachiara,
     E nella trippa una punta disserra,
     Dicendo: Tu berai la morte amara.
     E con quel colpo morto giù l’atterra,
     E bisognò che trovassi la bara:
     Eron già morti tre, restavane uno,
     Ch’era più fiero e forte che nessuno.

40 Orlando disse: La battaglia è mia,
     E tocca a me quest’altro che ci resta;
     E ’l fêr gigante pien di bizzarria
     D’un mazzafrusto gli diè in su la testa,
     Che poco men ch’Orlando non cadia.
     Gridò Rinaldo: Ed anco tua fia questa
     Picchiata, come hai detto la battaglia:
     Non se’ tu Orlando, o ’l brando più non taglia?

41 Allora Orlando lo scudo abbandona,
     E ’l pome della spada appoggia al petto,
     E ’nverso il Saracin se stesso sprona,
     Quando e’ sentì quel che ’l cugino ha detto;
     E terminò passargli la persona:
     Giunse la punta al bellico al farsetto,
     Ch’era di ferro, e ogni cosa infilza,
     E passò il ventre e ’l fegato e la milza.

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42 E riuscì di dreto un braccio o piue
     Il brando, che di sangue è fatto rosso;
     E questo pilastron rovina giue,
     E mancò poco non gli cadde addosso:
     Se non ch’Orlando molto destro fue,
     E parve che ’l terren si sia riscosso:
     Della qual cosa in gran superbia monta
     La fiera madre incantata Creonta.

43 Corse al romor com’una spiritata;
     Prese Aldinghieri, e tutto lo diserta
     Cogli unghion, come una bestia arrabbiata;
     Travolge gli occhi, e la bocca avea aperta:
     Non fu tanto Ericon3 mai infuriata;
     Rinaldo l’aiutava con Frusberta,
     Ma di tagliarla la spada s’infigne:
     Allor Rinaldo la gola gli strigne.

44 Ell’aveva Aldinghier ghermito in modo,
     Che sare’ me’ abbracciare un orsacchino,
     E portanelo a forza, e tiello sodo:
     Orlando gli ponea le mani al crino,
     Ma non poteva ignun disfar tal nodo;
     Ed Aldinghier gridava pur meschino:
     Io credo che ’l diavol m’abbi preso,
     E nello inferno mi porti di peso!

45 Orlando allor gli mena della spada,
     Ma in drieto si ritorna Durlindana,
     Quantunque ella sia forte e ch’ella rada.
     Dicea ridendo la donna pagana:
     Voi date al vento i colpi o la rugiada,
     A ferir me; ch’ogni fatica è vana;
     Non ne potete aver di questo vello
     Per nessun modo, o uscir del castello.

46 Orlando tutto allor si raccapriccia,
     E vede che costei gli dice il vero;
     A tutti in capo ogni capel s’arriccia,
     Veggendo quel demon cotanto fiero;
     La faccia brutta, affummicata, arsiccia:
     Non si dipigne tanto il diavol nero,
     Quanto ha Creonta la lana e la pelle;
     E più terribil voce che Smaelle.4

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47 Ella vedeva innanzi i figliuol morti:
     Pensa quanto dolor la misera abbia,
     E come questo in pace mai comporti,
     Massime avendo i suoi nimici in gabbia;
     Poi si ricorda di mille altri torti
     Pur de’ suoi figli, e per grand’ira arrabbia,
     Come fa Salaí del cadimento,
     Ch’udendol ricordar par sì scontento.

48 Poi diventò più che Niel gentile;
     Non parve più Beritte, o Saliasse,
     O Squarciaferro, anzi si fece umíle;
     Nè creder come Bocco tartagliasse,
     Che come Nillo parlava sottile:
     Non par Sottin, che in francioso parlasse,
     Non Obisin per certo alla favella,
     O Rugiadam, che ne portò l’anella.

49 E non parea nel suo parlar Bilette,
     Che violò il mandal con certe chiocciole,
     O Astarot che nel cavallo stette,
     E sotto un besso gittò tante gocciole;
     Non Oratas, quel che i pippion ci dette;
     Tanto ben par che sue parole snocciole:
     Ed Aldinghier lasciò tutto dolente,
     E cominciò a parlar discretamente:

50 Io vi perdono, io vo’ con tutti pace,
     Tanto m’aggrada vostra gagliardia;
     E libero sia Gan, come vi piace:
     Disposta son non vi far villania:
     De’ miei figliuol, quantunque e’ mi dispiace,
     Altra vendetta non vo’ che ne sia,
     Se non che mai di qui non uscirete,
     E fate tutti ciò che far sapete.

51 Era ciascun tutto maravigliato,
     E trasson di prigion subito Gano,
     Ch’era in una citerna incarcerato
     Nell’acqua, in luogo molto oscuro e strano;
     E come e’ fu di prigion liberato,
     E’ pose presto alla spada la mano:
     E vuol Creonta a ogni modo uccidere,
     E finalmente e’ la vedeva ridere.

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52 Orlando ed Ulivier si riprovorno,
     E gli altri, se potessino ammazzalla,
     E molti colpi alla donna menorno;
     Ella rideva, e ’l lor pensier pur falla:
     Alcuna volta alla porta n’andorno:
     Quivi persona non era a guardalla;
     Ma per se stessa, come ignun s’accosta,
     Si riserrava ed apriva a sua posta.

53 Dunque e’ si reston pur drento al castello,
     Ognun da questo error molto confuso.
     Intanto Malagigi lor fratello,
     Gittando l’arte un giorno com’era uso,
     Vide e conobbe finalmente quello,
     Come Rinaldo suo si sta rinchiuso,
     E che questo è per forza di malía,
     E subito a Guicciardo lo dicía.

54 Ed a Parigi presto a Astolfo scrisse,
     Che subito venissi a Montalbano;
     Astolfo per camin tosto si misse,
     Tanto che tocca a Malgigi la mano:
     Quale ogni cosa di punto gli disse,
     Ed accordârsi tutti a mano a mano,
     Guicciardo, Alardo, ire a trovar costoro;
     Per la qual cosa Antea volle ir con loro:

55 Dicendo: Io rivedrò Rinaldo mio.
     E poi che molti giorni sono andati,
     Anzi volati, come fa il disio;
     Tre cavalier pagani hanno scontrati,
     E salutârsi nel nome di Dio:
     L’un di costor, come e’ si son trovati,
     Guardava pur d’Astolfo il suo cavallo,
     E non si vergognò di domandallo.

56 Era chiamato il Saracin Liombruno,
     Nipote di Marsilio re di Spagna;
     E dice: Mai caval non vidi alcuno,
     Che non avessi in sè qualche magagna,
     Salvo ch’io n’ho pure oggi veduto uno,
     E ’ntendo che con meco si rimagna.
     Diceva Astolfo: Odi pensier fallace!
     Quanto più il lodi, tanto più mi piace.

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57 Ecco ch’ognun questo caval vorrebbe.
     Ah, disse Liombrun, tu non vuoi intendere.
     Diceva Astolfo: E chi t’intenderebbe?
     Disse il Pagan: Chi ti facessi scendere?
     Rispose Astolfo: Più di me potrebbe;
     O stu nol vuoi giucar, donar nè vendere,
     Vo’ che tu l’abbi con la lancia in mano:
     Prendi del campo, allor disse il Pagano.

58 Sanza più dir, rivoltati i cavalli,
     Abbassaron le lance con gran fretta;
     Ma, perchè la sua regola non falli,
     Astolfo si trovò sopra l’erbetta
     Tra mille odori e fior vermigli e gialli.
     Alardo che ’l vedea: Sia maladetta,
     Diceva, Astolfo, la tua codardia!
     Mai più cadesti, per la fede mia.

59 Liombruno il caval voleva allora:
     Alardo disse: Il credo, tu il torresti;
     E’ c’è di molta via sassosa ancora:
     Vedi che non se’oca, e beccheresti;
     E’ ti convien con meco giostrar ora,
     E stu m’abbatti, vo’ che tuo si resti;
     Ma non istimo come lui cadere,
     Ch’io non ismonto prima ch’all’ostiere.

60 Liombrun disse: Tu fai villania,
     Ma non la stimo, perch’io non ti prezzo:
     Veggiam come tu smonti all’osteria,
     Tu ne potresti scender prima un pezzo;
     Piglia del campo, e disfidato sia,
     Ch’io so di chi sarà il caval da sezzo.
     Alardo si voltò sì destro e snello,
     Che ben parea di Rinaldo fratello.

61 Ah, disse Antea: E’ si conosce bene
     La prodezza del sangue di Chiarmonte.
     Or ecco Liombrun, che innanzi viene,
     E con le lance si trovono a fronte;
     Ma il Saracin d’Alardo non sostiene
     Il colpo, ch’egli aría passato un monte:
     La lancia gli trapassa il cor pel mezzo,
     E morto cadde tra’ fioretti al rezzo.

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62 Diceva l’un coll’altro suo compagno:
     Questo sarebbe troppo a’ paladini;
     Qui è poca civanza,5 e men guadagno;
     Costor non son per certo Saracini;
     E’ sarà buon mostrar loro il calcagno,
     E ritornarci ne’ nostri confini:
     E fecion come e’ disson, tosto e netto,
     Però che tolson sU presto il sacchetto.

63 Astolfo si tenea vituperato,
     Massimamente perchè e’ v’era Antea;
     E ’l me’ ch’e’ può del cader s’è scusato:
     Questo destrier ch’io cavalco, dicea,
     Da poco in qua è restio diventato:
     Mentre la lancia correr mi credea,
     Mi dibattè, perchè e’ giucò di schiena;
     Io mi lasciai cader giù per la pena.

64 Diceva Antea: Che ti bisogna scusa?
     Non ho io bene ogni cosa veduto?
     E se tu fussi pur cascato, e’ s’usa.
     Guicciardo, poi che molto ebbe taciuto,
     Non potè più tener la bocca chiusa,
     E disse: Mai più, Astolfo, se’ caduto:
     Questo caval si vorrebbe impiccare,
     Che mille volte t’ha fatto cascare.

65 Malagigi tagliava le parole;
     Astolfo sopra il suo caval rimonta:
     Cavalcono alla luna tanto e al sole,
     Che capitorno al castel di Creonta:
     Malgigi certo incanto, come e’ suole,
     Fece all’entrar, chè l’arte aveva pronta;
     E innanzi a tutti gli altri fa la scorta,
     E dove e’ giugne, s’apriva ogni porta.

66 Giunsono in piazza, e l’abbracciate fanno:
     Non conosceva Aldinghier Malagigi:
     E gli dicioen come trovato l’hanno,
     E che volevon menarlo a Parigi;
     Poi di Creonta tutto ciò che sanno:
     Malgigi guarda i suoi brutti vestigi,
     E lei pur lui, e par piena d’angosce,
     Che l’un diavolo ben l’altro conosce.

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67 Dicea Malgigi: Io ero a Montalbano,
     E vidivi qua tutti in gran periglio,
     E mandai per Astolfo a mano a mano,
     E d’aiutarvi facemo consiglio.
     Rinaldo intanto tenea per la mano
     Antea, che ’l volto avea tutto vermiglio,
     E sente amaro e dolce, e freddo e caldo,
     E non si sazia di guatar Rinaldo.

68 Perchè intendiate, seguitava poi
     Malgigi e’ ci sarà da far pur molto,
     Disse colui che non ferrava i buoi,
     Ma l’oche,6 e già lo incastro aveva tolto:
     Questa crudel con certi incanti suoi
     (Diciam più pian, ch’io la veggo in ascolto)
     Ha fatta certa immagine di cera,
     Come colei c’ha l’arte tutta intera.

69 E ’n certa parte sta di quel palagio,
     Ed un dragone appresso v’è a guardalla;
     Tanto è, che più di lei sarò malvagio:
     Ma questa donna bisogna piglialla,
     E tenerla qui tanto, ch’a bell’agio
     Io possa questa immagine guastalla:
     E nel guastar questa figura orribile,
     Vedrete a costei far cose terribile.

70 Rinaldo sol con meco ne verrà,
     Chè mi bisogna un compagno menare,
     E con la spada il dragone uccidrà:
     Or oltre, tempo non è qui da stare.
     Orlando inverso Creonta ne va,
     Che cominciava gli occhi a sfavillare,
     E far certi caratteriFonte/commento: Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/458 già in terra:
     Ed Ulivieri e gli altri ognun l’afferra.

71 A gran fatica tener la potieno:
     Ella mettea talvolta certe strida,
     Che par che dello inferno proprio sieno:
     Malgigi intanto Rinaldo su guida,
     Dove getta il dragon fuoco e veleno,
     E dice quanto può presto l’uccida.
     Rinaldo, sanza fargli altra risposta,
     A quel dragon con Frusberta s’accosta.

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72 Non domandar come il drago si cruccia,
     E, come e’ vide Rinaldo, si rizza:
     Rinaldo trasse, e la spada gli smuccia
     Al collo, tal che gli cava la stizza,
     Ch’appena sol si tenev’a la buccia,
     Tanto che poco la coda più guizza:
     Dunque Rinaldo è quel ch’uccise il drago,
     E fe di sangue e di veleno un lago.

73 Malgigi a quella imagine s’accosta,
     Ch’era fatta di cera pura e bella.
     Delle prime ape, molto ben composta
     Sotto costellazion d’alcuna stella,
     Con tutti i membri insino a una costa;
     E sopra il destro piè si posa quella,
     Sospeso avendo la sinistra gamba
     Di scorcio, strana, orribil, torta e stramba.

74 La faccia aveva soprattutto fiera:
     Malgigi, che sapea di punto il giuoco,
     Fece per arte, che l’aveva vera,
     Presto apparire un gran lampo di fuoco,
     Che s’appiccò di tratto a quella cera,
     E struggela, e consuma a poco a poco;
     E mentre che così la cera scema,
     L’aria e la terra ed ogni cosa triema.

75 Rinaldo più d’un tratto s’è riscosso
     Per la paura che gli entrò nel cuore:
     Malgigi gli facea sigilli addosso,
     E disse: Non aver di ciò timore;
     Fa che per nulla tu non ti sia mosso,
     Vedrai che presto cesserà il furore.
     Ma in questo che l’immagin si struggea,
     Mirabil cose la donna facea.

76 Ella si storce, rannicchia e raggruppa,
     Poi si distende come serpe o bisce,
     Poi si raccoglie e tutta s’avviluppa;
     Ella si graffia, e percuote e stridisce;
     E tutta l’aria in un tratto s’inzuppa
     Di piogge e venti, e co’ tuoni squittisce,
     E grandine e tempeste e ’ncendii e furie
     Cominciono apparir, con triste agurie.

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77 Orlando, benchè ognuno abbi paura,
     Ed Ulivieri e gli altri tenien forte
     Colei, che si divora per l’arsura,
     Che a poco a poco la conduce a morte,
     Come si distruggea quella figura,
     Tanto che tosto aperte fien le porte:
     Parea ch’a forza l’anima si svella,
     E come Meleagro7 ardessi quella.

78 E finalmente morta si distende,
     Come fu quella immagine distrutta:
     Allor Malgigi del palagio scende,
     E l’aria rischiarata era già tutta:
     E ciascun grazia a Malagigi rende,
     Che spenta ha questa cosa così brutta,
     E liberati da tormento e affanno,
     Ed alcun giorno a riposarsi stanno.

79 Un dì non si potè tenere Alardo,
     Che non dicessi come il fatto era ito
     D’Astolfo, che facea sì del gagliardo:
     Rinaldo, quando questo ebbe sentito,
     Lo dileggiava e chiamaval codardo:
     Tanto ch’Astolfo si tenne schernito,
     E per isdegno e per grand’ira caldo,
     Trasse la spada per dare a Rinaldo.

80 Rinaldo si scostò dicendo: Matto,
     Che vuoi tu fare? io intendo riguardarti,
     Com’io t’ho riguardato più d’un tratto;
     Ma da qui innanzi di questo atto guarti.
     Orlando gli dispiacque questo fatto,
     E disse con Rinaldo: Tu ti parti,
     Per Dio, dalla ragion, ch’Astolfo nostro
     Più che fratello amor sempre ci ha mostro.

81 E mancò poco che non l’appiccava
     Orlando con Rinaldo la schermaglia,
     Se non che pur Rinaldo si chetava,
     Chè sa, quand’ e’ s’adira, quel che e’ vaglia:
     Astolfo tanto di ciò s’infiammava,
     Che in qua ed in là come un leon si scaglia;
     E dipartissi la seguente notte,
     E tutte loro imprese ha guaste e rotte.

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82 Però noi non facciam mai ignun disegno,
     Ch’un altro non ne faccia la fortuna,
     E dà sempre nel brocco a mezzo il segno,
     Sanza pietà, sanza ragione alcuna:
     Questa persegue i buon, perchè gli ha a sdegno,
     Insin che v’è delle barbe sol una,
     E fa de’ matti savj e i savj matti,
     E chi prestar vorrebbe, ch’egli accatti.

83 Astolfo va per un luogo deserto
     Di qua, di là, come avvien gli smarriti.
     Era di notte: un lume s’è scoperto,
     Dove abitavan tre santi romiti,
     Ch’avien più tempo disagio sofferto
     Per riposarsi agli eterni conviti:
     Astolfo, come vide il lumicino,
     Subito inverso quel prese il cammino.

84 Giunto a’ romiti, la porta bussava,
     E ricettato fu nel romitoro:
     La notte certi Pagan v’arrivava
     E ’mbavagliorno8 e ruborno costoro;
     E perchè pure il bottin magro andava,
     D’Astolfo anco il caval vollon con loro;
     Astolfo si destava, e sendo desto,
     Di questo caso s’accorgeva presto.

85 E sciolti que’ romiti e sbavagliati,
     E’ domandò donde e’ preson la via
     Color che gli hanno così maltrattati;
     Un di costoro a Astolfo rispondia:
     Lasciagli andar, che saran ben pagati
     De’ lor peccati e d’ogni colpa ria
     Da quel Signor ch’eterno ha stabilito,
     Che ’l ben sia ristorato e ’l mal punito.

86 Questi son rubator, che sempre stanno
     Per questi boschi, e son gente bestiale,
     Ed altra volta già rubati ci hanno.
     Ma non ci manca il pane celestiale,
     E sempre ci ristora d’ogni danno:
     Se gli trovassi, e’ ti potrien far male;
     Lasciagli andar, chè Dio ragguaglia tutto,
     E rende a’ servi suoi merito e frutto.

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87 Rispose Astolfo: A cotesta mercede
     Non intend’io di star del mio destriere,
     Ch’io so ch’io me n’andrei sanz’esso a piede,
     E ’l Signor vostro si staria a vedere:
     Questa vostra speranza e questa fede
     A me non dette mai mangiar nè bere:
     Io intendo ritrovare il mio cavallo,
     E farò forse lor caro costallo.

88 E missesi a cercar, tanto che pure
     Gli ritrovò, che sono in su d’un prato,
     E stanno a riposarsi alle verzure,
     E ’l caval si pascea così sellato:
     Avean chi lance, chi spade e chi scure.
     Astolfo a un di lor si fu accostato,
     Gridando: Traditor, ladron di strada!
     E ’nsino al mento gli cacciò la spada.

89 L’altro gli mena con una giannetta:
     Astolfo vede la punta venire,
     E con un colpo tagliò l’aste netta,
     Poi con un altro lo fece morire:
     Addosso agli altri compagni si getta,
     Tanto che tutti gli ha fatti stordire:
     Quattro n’uccide di dieci pagani,
     Agli altri il collo legava e le mani.

90 E rimontò sopra ’l suo palafreno,
     E 'nverso il romitoro si tornava;
     Quando i romiti i mascalzon vedieno,
     Ognun d’Astolfo si maravigliava,
     E ringraziorno lo Dio Nazzareno.
     Astolfo a questi romiti parlava:
     Io vo’ che voi impicchiate a ogni modo
     Questi ladron pien di malizia e frodo.

91 Dicevano i romiti: Fratel nostro,
     Iddio non vuol che giustizia si faccia:
     Pertanto questo uficio si fia vostro.
     Diceva Astolfo: Io credo ch’a Dio piaccia
     Più questo assai che dire il paternostro,
     Se vero è che i cattivi gli dispiaccia.
     Cavate fuor le cappe, e fate presto,
     E tutti gli appiccate a un capresto.

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92 Questi romiti fanno del vezzoso,9
     E par ch’ognun di lor si raccapricci:
     Astolfo, ch’era irato e dispettoso,
     Comincia a bastonargli come micci,
     Dicendo: Al cul l’arà chi fia ghignoso!
     Tanto che fuor balzorono i cilicci,
     Sentendo fra Mazzon10 che scuote i panni,
     E parean tutti all’arte usi cent’anni.

93 Astolfo se ne va pur poi soletto
     Per questa selva, ove la via lo porta,
     Sanza certo proposito o concetto:
     Lascialo andar, che l’angiol gli sia scorta.
     Orlando si recò questo in dispetto,
     Ed una notte uscì fuor della porta
     E vassene soletto di nascosto,
     Chè ritrovare Astolfo avea disposto.

94 Rinaldo alla sua vita mai non fue
     Peggio contento, quanto a questa volta.
     Diceva Antea: Che facciam noi qui piue?
     Ogni nostra speranza veggo tolta:
     Io v’accomando al vostro Dio Gesue,
     E ’nverso Babillona darò volta.
     Rinaldo e gli altri ognun presto dicia,
     Che gli volean far tutti compagnia.

95 E piangon tutti quanti il conte Orlando,
     E ne ’ncresceva insino al traditore
     Di Ganellone, e sempre lacrimando:
     Dove se’ tu, dicea, caro signore?
     E così giorno e notte cavalcando,
     Avendo Orlando pur fitto nel core,
     A Babillona condotta hanno Antea,
     Che del suo mal più da presso piangea.

96 Non v’ha trovato il suo misero padre,
     Che lo lasciò contento, e sì felice;
     Non vi rivede più l’usate squadre,
     E molte cose lamentabil dice.
     Rinaldo con parole assai leggiadre
     Diceva: Qui regina e imperatrice
     Ti lascerò della tua patria antica,
     E so che Orlando vuol che così dica.

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97 Adunque in Babillona Antea si resta,
     E fu da tutto il popol vicitata,
     E non si potre’ dir con quanta festa
     Da’ cittadin costei fussi onorata;
     E la corona real tiene in testa,
     E la città parea risuscitata.
     Rinaldo si posò quivi alcun giorno,
     E tutti insieme poi s’accomiatorno.

98 E con molti sospir cercando vanno,
     Se potessin trovar per Pagania
     Orlando, e dove e’ cerchin già non sanno;
     A Monaca n’andâr di compagnia,
     E Greco e Chiarion qui trovato hanno,
     E domandâr quel che d’Orlando sia;
     Rinaldo rispondea, che ’l suo fratello
     Si partì per disdegno dal castello.

99 Molto di questo Greco e Chiarione
     Si dolsono, e così la damigella,
     E mandono spiando assai persone,
     Per le città, per ville e per castella,
     Se si trovassi il figliuol di Milone,
     Nè altro mai che di lui si favella;
     E Greco e Chiarion molto onoravano
     Rinaldo e gli altri, perchè assai gli amavano.

100 Così con Chiarion lasciamo un poco
     In Monaca costoro a riposare;
     Astolfo andava d’uno in altro loco,
     Sanza saper dov’egli abbia arrivare,
     Come falcon che s’è levato a giuoco,
     Ed ha disposto paese vagare,
     E non tornare al suo signor più a segno,
     Sì come spesso avvien per qualche sdegno.

101 Così faceva il nostro paladino,
     Tanto che in Barberia già si ritruova,
     Dov’era una città d’un Saracino,
     Ch’avea trovata una sua fede nuova;
     Non crede in Cristo, non in Apollino,
     Non Macometto o Trivigante appruova,
     Anzi adorar fa sè, ch’era gigante
     Molto superbo, e detto Chiaristante.

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102 E la città Corniglia si dicea,
     E Filiberta si chiama la moglie:
     Dipinti questi due nella moschea
     Erano Iddii; e ’l popol quivi accoglie;
     E per paura adorar si facea:
     Volea cavarsi tutte le sue voglie,
     E virgine ognidì per forza prende;
     Poi le metteva ove il buon vin si vende.

103 Avea già fatte tante crudeltade,
     Che tutto il regno suo l’odiava a morte;
     Astolfo, capitando alla cittade,
     Dismonta ad un ostier fuor delle porte,
     E ’ntese da costui la veritade,
     Come il signor governava sua corte
     Con tanta infamia, ingiustizia e vergogna:
     E riposossi, perchè gli bisogna.

104 Or non lasciam però per sempre Orlando:
     E’ si partì donde morì Creonta,
     A que’ romiti venía capitando,
     Dove alcun ghiotto i buon bocconi sconta:
     Un de’ romiti gli vien raccontando
     Di que’ ladroni, e la storia avea pronta,
     Come impiccar gli fece un cavaliere,
     Perchè gli avevon rubato il destriere.

105 Ma e’ si dolieno ancor delle mazzate,
     Ch’Astolfo aveva lor le schiene rotte,
     Un poco le schiavine rassettate;
     Ma de’ ladron che rimisson le dotte
     Lo ringraziavan per la sua bontate.
     Orlando si posò quivi la notte,
     E fece carità11 di quel che v’era
     Il me’ che può co’ romiti la sera.

106 E poi ch’ognun di lor fu addormentato;
     L’angiol di Dio apparve in visione
     A un romito, ed hallo salutato,
     Dicendo: Sappi che questo barone,
     è il conte Orlando, ch’avete albergato,
     Fategli onor, ch’egli è il nostro campione;
     Quel che impiccò color, fu il suo cugino,
     Chiamato Astolfo, un altro paladino.

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107 E ’l simigliante a Orlando apparì,
     L’angiol dicendo: Orlando, che farai?
     Sappi ch’Astolfo tuo capitò qui,
     E presto sano e salvo il troverrai;
     Non passerà da ora il sesto dì;
     Che domattina di qui partirai:
     Non ti dolere, o baron giusto e pio,
     Come tu fai, che ciò non piace a Dio.

108 Orlando la mattina risentito,
     Subito a Vegliantin mette la sella;
     Intanto a lui ne veniva il romito,
     E dicegli dell’angiol la novella,
     Sì come in vision gli era apparito,
     Mentre che si dormia nella sua cella;
     E molta reverenzia gli facìa.
     Orlando l’abbracciò, poi si partia.

109 E dirizzossi giù per un vallone,
     Dove ha trovato un orribil serpente,
     Che s’azzuffava con un bel grifone:
     Orlando a questo fatto pose mente,
     E piacegli veder la lor quistione;
     Ma quel grifone alfin resta perdente,
     Perché il serpente gli avvolge la coda
     Un tratto al collo, e con essa l’annoda.

110 Parve il grifone a Orlando sì bello,
     E mai più forse non avea veduto,
     Che terminò d’aiutar questo uccello;
     E con un ramo di faggio fronduto
     Dette al serpente, e liberato ha quello,
     E ’l suo nimico giù morto è caduto:
     Donde il grifon ne va per l’aria a volo;
     Orlando, al suo cammin pensoso e solo.

111 Poco più oltre quattro gran lioni
     Trovava, e Vegliantin tutto è adombrato
     Quando ha veduti questi compagnoni;
     L’uno ad Orlando ne vien difilato,
     Apre la bocca e distende gli unghioni.
     Orlando Durlindana nel costato
     Gli cacciò tutta, fuor che l’elsa e ’l pome;
     Gli altri l’assalton, non ti dico come.

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112 Orlando i colpi allor misura e ’nsala,
     Però ch’a mal partito si vedea:
     Ecco il grifon che per l’aria giù cala
     Con tal furor che non si conoscea
     Se fussi un vento o pure uccel con l’ala;
     E un lion, che più pressa facea
     Al conte Orlando, cogli unghion ghermia
     Agli occhi, tal che schizzar gli facia.

113 Questo lion dalla zuffa si spicca:
     Orlando un altro col brando n’uccide,
     E poi col quarto il grifon si rappicca
     Per aiutar Orlando, e in aria stride;
     E poi in un tratto gli artigli gli ficca
     Nel capo, e strinse, insin che morto il vide,
     Chè gli cacciò gli unghion fino al cervello:
     Adunque buono amico è questo uccello.

114 Non si perdè servigio mai nessuno:
     Servi qualunque, e non guardar chi sia,
     Dice il proverbio; e stu disservi alcuno,
     Pensa che a tempo la vendetta fia;
     Ma semina tra’ sassi o sotto il pruno,
     Sempre germuglia al fin la cortesia;
     E noti ognun la favola d’Isopo,
     Che il lion ebbe bisogno d’un topo.

115 Vuolsi servire insino agli animali,
     Chè qualche volta merito si rende,
     Come dicono i detti de’ morali,
     E fassi schiavo chi il servigio prende,
     E tanto è degno più, quanto più vali;
     Sempre il servigio il cuor d’amor raccende,
     E vien da generoso animo e magno,
     E torna al fine a casa con guadagno.

116 Quel lion cieco il grifon non l’offese
     Per gentilezza, e così fece Orlando;
     E finalmente le grande alie stese,
     E dipartissi per l’aria volando:
     E così il suo cammin Orlando prese,
     Astolfo pure all’usato cercando;
     E cavalcando giorno e notte questo,
     Giunse a Corniglia, abbreviando il testo.

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117 E dismontato a un oste Pagano,
     Attese Vegliantino a ristorare,
     Ch’era più giorni per coste e per piano
     Andato, ed apparato a digiunare;
     Or lasciam riposarlo lieto e sano;
     €A Astolfo ci bisogna ritornare,
     Che col suo oste fuor della cittate
     Si stava, e molte cose ha ragionate.

118 Videl turbato un dì tutto nel volto,
     E la cagion di ciò volle sapere;
     E’ gliele disse, sanza pregar molto;
     Che ’l signor vuol la sua figlia tenere,
     Se non che gli sarà l’albergo tolto,
     Con essa insieme e la vita e l’avere;
     Ma che più tosto morire è contento,
     Che ubbidir questo comandamento;

119 E la figliuola di sua mano uccidere,
     Innanzi che veder tanta vergogna,
     Chè si sente di duolo il cor dividere.
     Astolfo disse: Questo non bisogna,
     Forse ch’ancor di ciò potresti ridere;
     Or manda a Chiaristante a dir se sogna;
     O se ci manda più suo messaggiero,
     Fa ch’io lo vegga, e lascia a me il pensiero.

120 Ben sai che Chiaristante non soggiorna:
     A mano a mano un messo gli raccocca.
     Disse l’ostiere: Il messaggier ritorna.
     Rispose Astolfo: Non ci aprir tu bocca.
     Costui dicea, che la fanciulla adorna
     Si mandi a corte presto, e pur ritocca.
     Astolfo allo scudier quivi s’accosta,
     E disse: Io ti farò per lui risposta.

121 Rispondi in questo modo a Chiaristante;
     Che ’l popol suo l’ha troppo comportato,
     Ma che e’ potrebbe farne tante e tante,
     Che d’ogni cosa sarà poi purgato;
     Non si dice altro per tutto Levante,
     Se non di questo tristo scellerato:
     Guarda con quanta faccia pur sollecita,
     Come se fussi qualche cosa lecita!

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122 Quel messaggio le stimite faceva,12
     E dice: Tu debbi esser qualche pazzo.
     Astolfo un’altra volta gli diceva:
     Ritornati al signor, dico, al palazzo.
     L’oste si tacque e nulla rispondeva;
     Disse colui: La cosa va di guazzo;
     Questo poltron riprende il signor nostro!
     Lascia ch’io torni e fiagli l’error mostro.

123 Vanne al signor com’un gatto arrostito
     Subito, e ’nginocchiossi il damigello,
     E dice ciò ch’egli aveva sentito.
     Disse il signor: Chi fia quel ladroncello?
     E’ sarà qualche matto ch’è smarrito:
     Ma l’oste non rispose nulla a quello?
     Disse il sergente: E’ s’intendea con lui;
     E non mi pare un matto anco costui.

124 Rispose Chiaristante: Or torna tosto,
     Digli che vengan lui e l’oste a me;
     Ma e’ si sarà o fuggito, o nascosto.
     Dicea il messaggio: Non fia per mia fe
     Fuggito, in modo, ti dico, ha risposto.
     Astolfo stava armato e sopra sè,
     E disperato va cercando guerra;
     E ’ntanto il messo torna dalla terra.

125 E dice: Tu che rispondesti dianzi;
     Dice il signor, che l’oste e tu vegnate
     A corte presto: avviatevi innanzi:
     E vuogli mandar fuor con le granate.
     Rispose Astolfo: Acciò che tempo avanzi,
     Dì al signor m’aspetti alla cittate,
     Se meco vuol provarsi; e digli come,
     Se nol sapessi, Galliano ho nome.

126 E ch’io farò forse costargli caro
     Questa imbasciata, e vengo ora a trovallo.
     Il messo torna con un viso amaro,
     E disse: E’ viene a trovarvi a cavallo;
     E dice è Gallian, per farti chiaro:
     E’ mi faceva paura a guardallo:
     E che se voi volete la donzella,
     La vuol con voi giostrar sopra la sella.

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127 A Chiaristante parve il fatto strano;
     E disse: Dì che venga in su la piazza
     A ritrovarmi questo Galliano,
     O vuol con lancia, o con ispada, o mazza;
     Vedrem chi fia questo poltron villano,
     Ch’io non intendo questa cosa pazza.
     Il messo a Astolfo all’ostier ritornoe;
     Astolfo armato alla terra n’andoe.

128 L’oste gli pare Astolfo uom molto degno,
     E dice: Forse Iddio l’ha qui mandato;
     Ma sia chi vuol, ch’io vo’ con questo sdegno
     Morir più tosto, che essere sforzato.
     E disse: Va, Macon sia tuo sostegno.
     Astolfo in sulla piazza è capitato,
     E ognun corre a vedere il giostrante;
     In questo tempo s’arma Chiaristante.

129 Orlando, che sentito ha già il romore,
     Come in piazza era venuto un guerriere,
     Il qual provar si volea col signore,
     Presto s’armò, per andare a vedere;
     Ma l’ostier suo, per non pigliare errore,
     Volle che pegno lasciassi il destriere,
     Chè non istà degli scotti alla fede:
     Poi gliene 'ncrebbe, veggendolo a piede.

130 E disse: torna e ’l caval tuo ne mena,
     Come persona libera e discreta.
     Orlando scoppia di duolo e di pena,
     Chè da pagar non aveva moneta,
     E Vegliantin non si reggeva appena;
     Questo gli fa tener la bocca cheta,
     Non gli par tempo a contender gli scotti,
     E disse: Per Macon, ristorerotti.

131 Che solea sempre dar bastoni o spade
     All’oste, quando i danar gli mancavano:
     Mentre ch’Orlando va per la cittade,
     E fanciulli a diletto il dileggiavano,
     Chè Vegliantino a ogni passo cade,
     E le risa ogni volta si levavano;
     Dicendo insin che in su la piazza è giunto:
     Chi è questo uccellaccio così smunto?

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132 Questo caval bisogno are’ d’un maggio,
     Che fussi almeno un anno, non un mese.
     Orlando se n’andava a suo viaggio,
     E ciò che si dicea per tutto intese,
     Però ch’e’ sapea bene ogni linguaggio:
     Un Saracin per la briglia lo prese,
     Come alcun si diletta di far male,
     E sfibbia a Vegliantino il barbazzale.

133 E per ischerno gli trasse la briglia.
     Orlando non potè sofferir più,
     E con un pugno la gota e le ciglia,
     Il naso e gli occhi gli cacciava giù:
     Ognun che ’l vide, n’avea maraviglia,
     Chè mai tal pugno veduto non fu:
     Poi scese in terra di disdegno pieno,
     E racconciava a Vegliantino il freno.

134 Colui ch’avea del viso forse il terzo,
     Trasse la spada ch’aveva a’ galloni,13
     Però che questo non gli pare scherzo.
     Orlando lo diserta co’ punzoni:
     Pensa che s’egli avessi avuto il berzo,
     Morto l’arebbe con due rugioloni;
     Un tratto nella tempia un glien’accocca,
     Che gli facea il cervello uscir per bocca.

135 E risaltò di netto in sul cavallo,
     Sanza staffa operar, con l’armadura,
     Tanto ch’ognuno stupiva a guardallo,
     E scostasi da lato per paura.
     Intanto Chiaristante viene al ballo,
     E se saprà ballar, porrenvi cura;
     Astolfo lo minaccia e svergognava,
     E poi si scosta e del campo pigliava.

136 E l’uno e l’altro sollecita e sprona.
     Il Saracino Astolfo riscontrava:
     L’aste non resse, ben che fussi buona;
     Quella d’Astolfo non si dicollava,
     E tutto il petto al Saracino intruona,
     Tanto che nulla lo scudo approdava,14
     E pose lui e ’l cavallo a giacere,
     Ed una staffa perdè nel cadere.

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137 Poi si rizzò lui e ’l destrier su presto;
     Diceva Astolfo: Tu se’ mio prigione.
     Disse il Pagano: E’ non sarebbe onesto,
     Chè fu difetto del caval rozzone.
     Rispose Astolfo: E chi giudica questo?
     Colui ch’uccise un qua con un punzone,
     Disse il Pagan, ch’Orlando avea veduto,
     E molto gli era quell’atto piaciuto.

138 Rispose Astolfo: Sia quel delle pugna.
     Orlando dette a Chiaristante il torto:
     Disse il Pagan: Tedesco pien di sugna,
     Vedi tu ch’io non t’avea ben scorto,
     Che dèi succiar più vin ch’acqua la spugna;
     Io veggo ben che tu mi guati torto:
     Non fu mai guercio di malizia netto,
     Ch’io ti conosco insin drento all’elmetto.

139 Rispose Orlando: Tu mi domandasti,
     Non vuoi tu ch’io risponda al parer mio?
     Tu sai che l’una staffa abandonasti,
     Ognun giudicherà come ho fatt’io:
     Ma s’a tuo modo, Pagan, non cascasti,
     E di cader di nuovo hai pur disio,
     Così cattivo e guercio, come hai detto
     Con teco giostrerrò per Macometto.

140 Vero è che ’l mio caval, come ognun vede,
     è molto magro, e stracco, e ricaduto;
     Ma noi possiam provar le spade a piede.
     Rispose Astolfo: Questo è ben dovuto:
     E quel che fussi Orlando, mai non crede.
     Orlando avea ben lui già conosciuto,
     Ma perchè e’ parla come Saracino,
     Non si conosce lui nè Vegliantino.

141 E se tu vuoi ch’io ti presti il cavallo,
     Diceva Astolfo, io son molto contento.
     Rispose il Saracin: Se vuoi accettallo,
     Noi proverremo questo tuo ardimento,
     Da poi che m’ha invitato un vil vassallo,
     Che de’ tuoi par ne vo’ dintorno cento.
     Rispose Orlando: E’ basterà forse uno;
     Tanto è che e’ preson del campo ciascuno.

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142 Chiaristante credette un uom di paglia
     Trovar che si lasciassi il mantel tòrre,
     E con gran furia par ch’Orlando assaglia,
     E ruppe la sua lancia in una torre.
     Orlando gli passò corazza e maglia
     D’un colpo, che non fe’ mai tale Ettorre,
     Ch’arebbe ben passato una giraffa,
     E non si disputò più della staffa.

143 Come caduto fu giù Chiaristante,
     Disse: Baron, per grazia ti domando,
     Chi tu ti sia, Cristiano o Affricante,
     Il nome tuo mi venga palesando;
     Io tolsi a un signor qua di Levante,
     Ch’andato è per lo mar poi tapinando,
     Greco appellato, di buona dottrina,
     Questa città per forza e per rapina.

144 Credo ch’io muoia per questo peccato,
     Chè così vuol la divina giustizia,
     E Macometto è quel che t’ha mandato,
     Per punir questo, ed ogni mia tristizia.
     Orlando del cavallo è dismontato,
     E ’l popol pieno intorno è di letizia,
     E disse nell’orecchio al Saracino:
     Sappi ch’io sono Orlando paladino.

145 Rispose Chiaristante: Io ti perdono,
     Da poi che s’io dovevo pur morire,
     Dal più franco guerrier del mondo sono
     Ucciso; e non potè più oltre dire.
     Il popol si levò tutto a un tuono,
     Come e’ fu morto, quel corpo a schernire;
     E non pareva ignun contento o sazio,
     Se non faceva di lui qualche strazio.

146 Chi gli mordeva il braccio e chi le mani,
     Chi lo pelava, chi ’l petto gli straccia;
     Pareva una lepretta in mezzo a’ cani,
     Come veggiam talvolta presa a caccia,
     Così mordean costui questi Pagani;
     Chi lo calpesta, e chi gli sputa in faccia,
     Dicendo: Ora è venuta l’ora e ’l punto,
     Che ’l tuo peccato t’ha, traditor, giunto.

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147 Ecco che tu non hai goduto il regno,
     Che tu togliesti al signor nostro antico,
     Ch’andato è per lo mar con un sol legno
     Già tanto tempo, povero e mendico:
     Or vedi quanta forza ha il giusto sdegno!
     Guardisi ognun da popol suo nimico,
     Ch’io credo, che sia pur più su che ’l tetto,
     Chi vede e ’ntende ogni nostro concetto.

148 Poi si levò fra tutti un gran romore,
     E fu levato da caval di peso
     Orlando, e volean pur farlo signore:
     Orlando quanto può s’è vilipeso,
     Dicendo: Io non sono uom da tanto onore,
     E questo cavalier v’ha lui difeso,
     Che venne il primo a combattere al campo,
     Poi mi prestò il caval per vostro scampo;

149 Io non gli sarei buon drieto ragazzo.
     Adunque il duca Astolfo fu menato,
     E fatto lor signor drento al palazzo,
     E vuol con seco Orlando sempre allato;
     E tutto lieto è questo popol pazzo,
     Ed Astolfo è da tutti molto amato;
     Un’altra volta il crucifiggeranno,
     E chiameran crudel questo e tiranno.

150 Tant’è che spesso è util disperarsi,
     E fassi per isdegno di gran cose;
     Astolfo si sta ora a riposarsi,
     Non va più per le selve aspre e nascose,
     E non potea con Orlando saziarsi
     Di commendar sue opre alte e famose,
     E non conosce ancor chi sia costui,
     E parla tuttavia con esso lui.

151 Diceva Orlando: Io voglio in cortesia,
     Che tu mi dica se tu se’ Pagano,
     E ’l nome tuo. Astolfo rispondia:
     Chiamar mi fo per tutto Galliano,
     E nacqui di buon sangue in Barberia;
     Cercato ho tutto iol mondo, il poggio e il piano,
     E ’nsino a qui poca ventura ho avuto,
     Se non che tu vedi or quel ch’è accaduto.

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152 Orlando d’uno in altro ragionare
     Riesce finalmente dove e’ vuole;
     Comincia molto Orlando a biasimare,
     Dicendo: E’ non è uom più sotto il sole
     Che come lui cercassi rovinare.
     Astolfo si turbava alle parole,
     E finalmente gli conchiuse questo,
     Che si partissi di sua corte presto.

153 Orlando seguitò pure il suo detto,
     Tanto ch’Astolfo tutto furiava;
     Per la qual cosa e’ si cavò l’elmetto:
     Astolfo d’allegrezza lacrimava;
     E disson l’uno all’altro ogni suo effetto,
     Dal dì ch’Astolfo con lor s’adirava,
     Come eran capitati quivi e quando,
     Baciando mille volte Astolfo Orlando.

154 Orlando mandò poi per quello ostiere,
     Che gli rendè il caval cortesemente;
     Di Chiaristante gli donò il destriere.
     Astolfo all’oste suo similemente
     E la fanciulla donò molto avere:
     Ch’onorato l’avevan lietamente,
     E ringraziavon tutti di buon cuore,
     Che Chiaristante è morto, il lor signore.

155 Astolfo facea lor larga l’offerta.
     Or lasceremo Astolfo e ’l suo fratello,
     E ritorniamo un poco a Filiberta,
     Ch’era fuggita a un certo castello:
     Essendo un dì la porta in bando aperta,
     Due pellegrini entrati sono in quello,
     E dicon ch’a costei voglion parlare,
     E vanno Filiberta a vicitare.

156 E disson: Donna, fa che tu sia saggia,
     E quel che ti fia detto intenda bene,
     Ch’una parola in terra non ne caggia:
     A tutti incresce di tue tante pene,
     E piangonne le fiere in ogni piaggia;
     Ma tutto questo in tuo aiuto non viene.
     Per non tenerti, Filiberta, a tedio,
     Pensato abbiam solamente un rimedio.

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157 Rinaldo, quel cristian c’ha tanta fama,
     Con Ulivieri, Alardo e Ricciardetto,
     E Gan cui traditore il mondo chiama,
     Guicciardo, Malagigi ed un valletto,
     Come e’ si sia, noi non sappiam la trama,
     A Monaca si trovano in effetto;
     Vanno pel mondo, e sai quanto sien forti,
     E soglion dirizzar sempre ta’ torti.

158 Forse conoscon questo Galliano:
     Io me n’andrei a Rinaldo, e ginocchione
     Direi di dargli la città in sua mano,
     Se venissi a punir questo ghiottone;
     Egli è tanto gentil, benigno, umano,
     E molto partigian della ragione,
     Che ne verrà con la sua compagnia,
     E renderatti la tua signoria.

159 E se bisogna, accoccala a Appollino
     E Macometto, e quel che noi diciamo,
     Chè ogni cosa è per voler divino;
     Pensa, sanza cagion non lo facciamo,
     Non guardar più scudier che pellegrino;
     Amici antichi di tua stirpe siamo,
     Forse Ciriffi, ch’andiam nella Mecche:
     Questo ti dee bastar: salamalecche.

160 E dipartîrsi, anzi spariti sono;
     Filiberta restò maravigliata,
     E parvegli il consiglio di lor buono,
     Tanto che infino a Monaca n’è andata;
     Ch’ogni speranza ha messa in abbandono,
     E gioveragli d’esser disperata,
     Come avvien sempre, e che pensar bisogna:
     Chi cerca truova, e chi si dorme sogna.

161 E la fortuna volentieri aiuta,
     Come dice un proverbio ch’ognun sa,
     Gli arditi sempre, e’ timidi rifiuta:
     Filiberta a Rinaldo se ne va,
     E volentier da tutti fu veduta,
     E raccontò la sua calamità:
     E ’ncrebbe tanto di questa a Rinaldo,
     Che della impresa par più di lei caldo.

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162 Greco, guardando Filiberta in volto,
     Subitamente conosciuta ha quella,
     E grida: Il regno mio, che mi fu tolto,
     Vedi che più nol tieni, o meschinella,
     Nè Chiaristante l’ha tenuto molto;
     Andato son con la mia navicella
     Per molti mar, per lunghi e gravi errori,
     Da poi ch’io son della mia patria fuori.

163 E la ragione avuto ha poi pur loco:
     Questo già non credette il tuo marito,
     Di dimorar nel mio regno sì poco;
     Chè si pensò, quando e’ l’ebbe rapito,
     Signoreggiar la Terra, e l’Aria e ’l Fuoco
     Con sua superbia, e del mare ogni lito,
     Tanto che sai ch’adorar si facea,
     E ’l simulacro fe nella moschea.

164 E’ si pensò di far come fe Belo,
     E’ si pensò per sempre essere Iddeo,
     E’ si pensò pigliar su Giove in cielo,
     E’ si pensò aver fatto Prometeo;15
     E’ si pensò poter far caldo e gielo,
     E’ si pensò tor fama a Capaneo,
     E’ si pensò di vincer la fortuna,
     E far tremare il Sol non che la Luna.

165 La spada di lassù vedi che taglia,
     Ma sempre a luogo e tempo e con misura;
     Ogni cosa di sopra si ragguaglia;
     Ecco ch’io piansi della mia sciagura,
     Ed or fortuna il tuo legno travaglia;
     Dunque cosa non c’è che sia sicura;
     Però non si vorria mai nulla a torto,
     Massimamente in questo viver corto.

166 La giustizia di Dio non può fallire,
     Dove tu vai ti verrà sempre appresso;
     Non l’hai potuto, misera, fuggire:
     Dove è il tuo scettro e la corona adesso?
     Rinaldo stupefatto sta a udire,
     E maraviglia n’avea seco stesso;
     E Filiberta non risponde a Greco,
     Ma del peccato antico piangea seco.

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167 Rinaldo non avea più questo inteso,
     Che Greco fu di Corniglia signore;
     Non gli risponde, mentre il vide acceso,
     Perchè e’ potessi sfogar tutto il core;
     Poi disse a Greco: Chi t’ha tanto offeso,
     Che si rinnuova tanto tuo dolore?
     Greco gli disse: Io vo’ che tu lo ’ntenda,
     Acciò ch’ancor di me pietà ti prenda;

168 E dal principio ogni cosa dicea.
     Disse Rinaldo: Perchè non l’hai detto
     Il primo giorno? e costui rispondea:
     Non volli rinnovar tanto dispetto,
     Chè la fortuna ingiuriosa e rea
     Non avessi di me questo diletto.
     Disse Rinaldo: Or che la cosa ho intesa,
     Tanto più volentier farò la ’mpresa.

169 Vedi che pur tu non degeneravi,
     Chè non si perdon gli antichi costumi;
     E’ si conosce i modi onesti e gravi,
     Benchè fortuna la roba consumi,
     Chè non ha questi sotto le sue chiavi,
     E non gli spegne il vento questi lumi:
     Per mille vie in ogni opera nostra
     Dove fia gentilezza al fin si mostra.

170 E rispondeva a Filiberta allora,
     Che subito verrà verso Corniglia,
     E che di lui si loderà ancora;
     E con Gano e con gli altri si consiglia,
     Che vi si debba andar sanza dimora;
     E finalmente e’ si truova la briglia,
     E tutti in compagnia sono a cavallo,
     Che non ci misson di tempo intervallo.

171 E cavalcorno tanto, abbreviando,
     Che sono un giorno a Corniglia arrivati,
     E mandon così a dir pur minacciando
     €A Astolfo, come e’ son diliberati
     Di render questa terra a suo comando
     A Filiberta, come e’ son pregati:
     E mille cavalieri hanno da guerra,
     Che in ogni modo volevon la terra.

[p. 141 modifica]

172 Astolfo e ’l conte Orlando rispondevano,
     Che non avien di lor gente paura,
     E che con giusto titol possedevano:
     E che verrebbon fuor delle lor mura
     A provarsi con lor, chè non temevano
     Di lor minacce o di maschera scura;
     Come nell’altro cantar vi riserbo.
     Guardivi quello a chi presso era il Verbo.

  1. [p. 144 modifica]per arroto ec. Per di più, per giunta.
  2. [p. 144 modifica]E Tesifone ec. Le tre furie infernali. Tesifone era la principale, o come la chiama Virgilio nel VI dell’Eneide, la massima; Megera era la seconda, e il suo nome significava l’odio e le liti che eccita fra i mortali; Aletto, la terza, veniva a significare perpetua o immediata, indicando per tal modo come il gastigo tien dietro tempre e immediatamente al delitto; conciossiachè queste tre furie sieno figurate le ministre dell’ira divina.
  3. [p. 144 modifica]Ericon ec. Forse Eritone maga, di cui parla Lucano nel lib. VI; e Dante, Inferno, canto IX.
  4. [p. 144 modifica]Smaelle. Questo e gli altri nelle ottave seguenti, son tutti nomi romantici e favolosi.
  5. [p. 144 modifica]civanza ec. Vantaggio, utile.
  6. [p. 144 modifica]Disse colui ec. Quando alcuno ha alle mani cose difficili e faticose, suol dirsi per proverbio come disse colui che ferrava l’oche perciocchè questi animali, alzando il piede, stringon la pianta.
  7. [p. 144 modifica]E come Meleagro ec. La vita di questo eroe della favola era attaccata ad un tizzone, il quale come fosse ridotto in cenere, Meleagro sarebbe morto. Ora egli avvenne che Altea madre di lui, montata contr’esso in furore, perchè egli le aveva ucciso i fratelli, gettò il fatal tizzone nel fuoco, il quale non sì tosto fu incenerito che Meleagro morì; di che essa ebbe sì gran pentimento e dolore, che si appiccò per la gola. Vedi il Decimo della Iliade. Dante disse di lui:

    Si consumò al consumar d’un tizzo.

  8. [p. 144 modifica]E ’mbavagliorno ec. Imbavagliare significa mettere il bavaglio, che è quel pezzo di panno che mettesi dinanzi a’ bambini quando mangiano, per guardare i panni dalle brutture, o nettarsi la bocca. E perchè questo bavaglio aveva anticamente una buca nel mezzo nella quale si metteva il capo (in oggi io vece si lega al collo con due nastri) si diceva metaforicamente imbavagliare per cuoprire altrui il capo e il viso con un panno, o altro, acciò non conosca e non sia conosciuto; che anche diciamo imbacuccare.
  9. [p. 144 modifica]fanno del vezzoso. Cioè del lezioso, dello schifo.
  10. [p. 144 modifica]al cul l’arà. Averla al culo dicesi di cosa che riesca al contrario dello espettazione o desiderio che altri abbia.
  11. [p. 144 modifica]E fece carità ec. Far carità significa mangiare insieme. I primitivi cristiani usavano raunarsi a convito, e ciò chiamavano άγάπη , che significava appunto carità; e di qui il nostro far carità
  12. [p. 144 modifica]le stimile faceva. Far le stimite o stimate significa [p. 145 modifica]maravigliarsi, o alzar le mani per la maraviglia.
  13. [p. 145 modifica]a’ galloni. Ai fianchi.
  14. [p. 145 modifica]approdava. Giovava.
  15. [p. 145 modifica]aver fatto Prometeo. Intendi, quanto Prometeo, il quale ebbe ardimento di rapire il fuoco al sole.