Pel giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Vincenzo Monti

P Indice:Poesie (Monti).djvu Canzoni Letteratura Pel giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler Intestazione 16 giugno 2019 75% Da definire

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT

Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Poesie (Monti)


[p. 217 modifica]

PEL GIORNO ONOMASTICO

DELLA MIA DONNA TERESA PIKLER


Contenuto: Donna, parte di me piú cara, perché mi guardi con occhi lacrimosi? Certo per l’eccesso dei mali che mi tormentano: ma datti pace, che, quando io muoia (e sarà presto), non morrò tutto intero, e a te sarà vanto, fra le donne italiane, il poter dire che fosti da me amata (1-22). Anche ti consolerà il ricordare che ogni spirito gentile compianse a’ miei mali; ma tieni per fermo che chi desidera lunga vita, non cerca che un lungo soffrire (23-29). mia sposa, o mia figlia, che mi siete l’unico conforto a tante sventure, non andrà molto ch’io morirò; ma nou piangete a lungo per me: non altro che il vostro dolore mi graverà nel partirmi da questo mondo malvagio, per passare a quello de’ ben vissuti (29-45). Quivi t’aspetterò, o moglie, lodandomi della tua pietà co’ beati, i quali, per le tue virtú, pregheranno Dio che conceda giorni sempre lieti e sereni a te e agli amici, specialmente al mio ospite amato, che mi fa fede come trovi davvero un tesoro chi ritrova un amico (46-64). — Questi versi furono composti nell’ottobre del 1826 e pubblicati subito nel tomo XLIII della Biblioteca italiana, p. 420. A proposito de’ quali e d’altri d’affetti intimi, scrive, con bella immagine, lo Zumb. (p. 250): «Cosa veramente notabile: la vecchiezza, non che inaridisse la vena dell’affetto, anzi la fece piú abbondante... Così, negli ultimi anni del suo vivere, egli era l’aquila che, stanca di tanti arditissimi voli, stanca di alzar le penne fino al sole o di mescersi coi nembi e le procelle, ritornava al nido per riposarvisi, chiudendo le grandi ali sul capo dei suoi cari». — Teresa, figlia di Giovanni Pikler, oriundo tirolese, valentissimo incisore di pietre dure (Cfr. Gherardo De’ Rossi: Vita del cav. G. P.: Roma, Paglierini, 1792), e di Antonia Selli, romana, nacque in Roma, sotto la parrocchia di S. Lorenzo in Lucina, il 3 giugno 1769. Fidanzata al M. prima della morte del padre (avvenuta per febbre maligna il 25 genn. 1791, nell’età di 54 anni), ebbe dal poeta, con atto legale del 10 maggio dello stesso anno, «donazione irrevocabile» di tutti i beni di lui. Lo sposalizio avvenne, in forma privatissima, la mattina avanti giorno del 3 luglio susseguente, nella chiesa predetta di S. Lorenzo. «Nessun verso gratulatorio, scrive il Vicchi (VII, 22), fu stampato, nemmeno dagli amici della bella e fortunata sposa, per il matrimonio del piú gran poeta dell’età. Di carmi [p. 218 modifica]satirici, sí; e doveva aspettarseli quel marito, che di quindici anni avanzava la piacevolissima consorte». Frutti di questo matrimonio furono Costanza (cfr. la nota d’introd. a p. 198) e Giovan Francesco, nato il 2 febbraio 1794 e morto prima del ’96. Teresa morí in Milano il 19 maggio 1834. Cfr., per maggiori notizie, Vicchi VII, 3 e segg. — Il metro è la canzone libera, della quale, com’è noto, diede i primi esempi Alessandro Guidi, e i migliori Giacomo Leopardi.


Donna, dell’alma mia parte piú cara1,
     Perché muta in pensoso atto mi guati,
     E di segrete stille
     Rugiadose si fan le tue pupille?
     5Di quel silenzio, di quel pianto intendo,
     O mia diletta, la cagion. L’eccesso
     De’ miei mali2 ti toglie
     La favella, e discioglie
     In lagrime furtive il tuo dolore.
     10Ma datti pace, e il core
     Ad un pensier solleva
     Di me piú degno e della forte insieme
     Anima tua. La stella3
     Del viver mio s’appressa
     15Al suo tramonto; ma sperar ti giovi
     Che tutto io non morrò4; pensa che un nome
     Non oscuro5 io ti lascio, e tal che un giorno
     Fra le italiche donne
     Ti fia bel vanto il dire: Io fui l’amore
     20Del cantor di Bassville,
     Del cantor che di care itale note6
     Vestí l’ira d’Achille.
     Soave rimembranza ancor ti fia,
     Che ogni spirto gentile7
     25A’ miei casi compianse (e fra gl’Insubri8
     Quale è lo spirto che gentil non sia?).

[p. 219 modifica]

     Ma con ciò tutto nella mente poni
     Che cerca un lungo sofferir chi cerca
     Lungo corso di vita. Oh mia Teresa,
     30E tu del pari sventurata e cara
     Mia figlia9, oh voi che sole d’alcun dolce
     Temprate il molto amaro
     Di mia trista esistenza, egli andrà poco
     Che nell’eterno sonno lagrimando10
     35Gli occhi miei chiuderete! Ma sia breve
     Per mia cagione il lagrimar: che nulla,
     Fuor che il vostro dolor, fia che mi gravi
     Nel partirmi da questo
     Troppo ai buoni funesto
     40Mortal soggiorno, in cui
     Cosí corte le gioie e cosí lunghe
     Vivon le pene; ove per dura prova
     Già non è bello il rimaner, ma bello
     L’uscirne11 e far presto tragitto a quello
     45De’ ben vissuti, a cui sospiro. E quivi
     Di te memore, e fatto
     Cigno12 immortal (che de’ poeti in cielo
     L’arte è pregio e non colpa), il tuo fedele,
     Adorata mia donna,
     50T’aspetterà, cantando,
     Finché tu giunga, le tue lodi; e molto
     De’ tuoi cari costumi
     Parlerò co’ celesti, e dirò quanta
     Fu verso il miserando tuo consorte
     55La tua pietade; e l’anime beate.
     Di tua virtude innamorate, a Dio
     Pregheranno, che lieti e ognor sereni
     Sieno i tuoi giorni e quelli
     Dei dolci amici che ne fan corona:
     60Principalmente i tuoi, mio generoso
     Ospite amato13, che verace fede
     Ne fai del detto antico,
     Che ritrova un tesoro
     Chi ritrova un amico.

Note

  1. 1. dell’alma mia ecc.: La stessa frase, ma detta alla figlia, è ne’ versi Chieggon le Muse ecc. (ed. Card., p. 425).
  2. 6. L’eccesso de’ miei mali: Il 9 aprile di quell’anno era stato percosso da una forte emiplegia, tanto da perderne il lato sinistro: piú, lo tormentava (senza dire de’ molti e gravissimi affanni morali), una lunga malattia d’occhi. Cfr. il son. a p. 197.
  3. 13. La stella ecc.: Morí, di fatti, nel 13 ottobre del ’28.
  4. 16. Che tutto lo non morrò: È l’oraziano (Od. III. xxx, 6): non omnis moriar. Cfr. anche, per il concetto della fama immortale dei poeti e della poesia, Pindaro Pizia III, 108; Ovidio Metam. XV, 871, Amor. I, x, 62 e I, xv, 7 e 32; Properzio III, n. 23; Petrarca P. I. canz. vi, 94; Parini Od. VIII, 27; Manzoni Il cinq. mag., 23 e seg. ecc. ecc.
  5. 17. Non oscuro: illustre. Litote attica: cfr. la nota al v. 3. p. 2.
  6. 21. che di care ecc.: Accenna, com’è manifesto, alla sua maravigliosa traduzione dell’Iliade, che pubblicò nel 1810, e poi, riveduta e corretta, nel ’12.
  7. 24. Che ogni ecc.: Vuol dire de’ molti amici che gli furono larghi di cortesie e d’ospitalità negli ultimi anni, quali il Londonio, il Trivulzio, l’Aureggi ecc.
  8. 25. Insubri: cfr. la nota al v. 17, p. 182.
  9. 31. Mia figlia!: cfr. la nota d’introd. a p. 108.
  10. 34. Che nell’eterno sonno ecc.: Tien qualcosa del petrarchesco (P. I, canz. xi, 16): «Ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda».
  11. 44. L’uscirne: Ariosto XLIII, 171: «Di questo fango uscir».
  12. 47. Cigno: cfr. la nota al v. 260, p. 18.
  13. 60. mio generoso ospite: Luigi Aureggi, che nella sua villa di Caraverio in Brianza ospitava allora il poeta e la famiglia di lui.