Roma, parte I/IV

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IV.

Alla morte dell’imperatore Adriano — 138 dell’Era volgare — la città di Roma aveva raggiunto uno splendore che i successivi imperatori aumentarono ancora, senza pur tuttavia cambiare di molto l’assetto della metropoli. I successori di Augusto — da Tiberio fino ad Antonino Pio — compirono veramente la grande trasformazione della Roma repubblicana e l’arricchirono di quelli edifici e di quelle opere d’arte per cui fu grande nei secoli e altrettanto famosa quanto per le sue conquiste e per le sue leggi. Noi possiamo conoscere anche oggi questo periodo, che oltrepassa a [p. 58 modifica]tempio di castore e polluce. [p. 59 modifica]piramide di caio cestio a roma porta s. sebastiano.(Fot. Alinari). [p. 60 modifica] pena il primo secolo dei nostri tempi, o traverso i ruderi meravigliosi rimasti a testimonianza di una grandezza che non ebbe nè avrà forse altri esempi nella storia del mondo. Disgraziatamente però noi conosciamo poco quello che fu l’impero ro-

450pxpalatino - avanzi del «clivus victoriae > e della casa di caligola.(Fot. Alinari).

mano e troppo spesso la sua storia si è confusa in quella dei suoi imperatori. Inoltre auesta storia è stata quasi costantemente scritta con uno spirito d’opposizione che il pregiudizio cristiano ha largamente favorito. A noi mancano oggi i documenti [p. 61 modifica] della difesa, mentre abbiamo abbondantissimi quelli dell’accusa, senza stare a notare che, rimasti padroni dell’impero, i cristiani si affrettarono a far scomparire tutti quegli scritti che potevano giustificare o per lo meno attenuare gli atti degli imperatori, nè si contentarono di conservare e rendere pubblici soltanto i libri degli scrittori d’opposizione, ma anche questi interpolarono spesso di affermazioni false, favorevoli alla loro causa e allo spirito della loro riforma. A leggere le vite di Svetonio si rimane colpiti principalmente da due fatti: dalla compiacenza che egli prova nel la porta maggiore, già fornice dell’acqua marcia. (Fot. Alinari). ricercare i più minuziosi pettegolezzi fatti intorno agli imperatori defunti, e dal modo col quale sorvola sugli avvenimenti che non si riferiscono ai loro vizii e alle loro aberrazioni. Di imperatori che vissero quindici o venti anni e sotto il cui regno furono compiute, non ostante ogni accusa, opere grandi e durevoli, noi non sappiamo altro se non quello che spendevano per la loro tavola e i nomi delle loro amanti e le liste delle loro vittime. In quanto agli annali di Tacito, non solo in molte loro asserzioni furono interpolati da testi cristiani, ma furono scritti in origine da uno scrittore repubblicano, desideroso dell’antico regime. Così come la conosciamo noi, la storia dell’impero romano ha la medesima forma che avrebbe fra qualche secolo [p. 62 modifica] una storia dei tempi nostri, scritta unicamente sui documenti raccolti fra le colonne dei giornali clericali o socialisti.

Ma non è compito mio di ritracciare qui anche brevemente la storia politica dell’impero romano: i monumenti che ci ha lasciato bastano di per sè stessi a tiberio — museo vaticano.(Fot. Alinari). indicarci l’evoluzione dello spirito pubblico, che partendo dalle semplicità etrusche degli edifici primitivi, doveva giungere alla magnificenza gloriosa del cosidetto Pantheon d’Agrippa. E bene notare, fino da principio — e questo fatto gioverà a spiegarci l’ambiente — che la tirannia imperiale si esercitò principalmente, per non dire esclusivamente, sugli ottimati e su quel patriziato che doveva rimpiangere i privilegi [p. 63 modifica] antichi non già por un platonico amore di libertà o di dignità, ma por gli utili diretti che da quelli ne derivavano. In quanto ai cristiani, che fino dal secondo secolo cominciarono ad agitarsi e a far propaganda, dovevano essere considerati da governo costituito, come perturbatori dell’ordine pubblico e trattati di conseguenza. La plebe — la grande moltitudine cioè che formava realmente la popolazione romana — fu sempre favorevole all* imperatore e se vi furono molte congiure contro di lui ordite da senatori e da cavalieri, non vi fu mai un vero e proprio movimento popolare contro colui che a oppressore che per i nobili.

All’avvento al trono di Tiberio (14-37) il rinnovamento di Roma era, come abbiamo visto, già avanzato. Mentre gli ottimati avevano creato meravigliosi giardini — oltre quelli di Mecenate su l’Esquilino, sono celebri quelli di Sallustio, degli Ancilii e di Lucullo — per il popolo esistevano ormai teatri di buona fabbrica e mercati, Macella, dove tutte le derrate si trovavano in vendita in ogni quartiere per maggiore comodità della popolazione. Se bene il nuovo imperatore non avesse le tendenze estetiche del padre adottivo, pure ne seguì le tracce per quello che si riferisce alla costruzione di nuovi edifici: stabilì sull’estremo limite dell’Esquilino un campo fortificato per l’accasermamento della guardia pretoriana; restaurò o meglio rifece dalle fondamenta il tempio di Castore e Polluce nel Foro, e sul Palatino cominciò a costruirsi un nuovo palazzo sontuoso che il suo successore immediato doveva condurre a compimento. Di questi suoi lavori il più importante per noi è il tempio di Castore, finito quando ancora era vivo il vecchio Augusto e di cui ancora rimangono le tre svelte e grandiose colonne d’ordine corinzio, che furono in ogni epoca fra le più popolari e meglio note rovine di Roma. Il tempio primitivo era stato eretto dal dittatore Aulo Postumio dopo la vittoria del Lago Regillo e restaurato varie volte, finché Tiberio non lo rifece 7 anni prima dell’Era volgare. Durante la repubblica era servito alcun tempo come tribunale e come ufficio di controllo (ponderarium) dei pesi e delle misure. Si tratta di uno dei soliti edifici, sostenuti da un alto podium e circondati

CAIO CESARE CALIGOLA — MUSEO VATICANO. (Fot. Alinari) [p. 64 modifica] all’intorno da un colonnato In quanto al palazzo che Tiberio costruì sul Palatino ad imitazione del suo antecessore, si trattava di uno dei soliti edifici grandiosi in cui il primitivo stile ellenico si trasformava in una sontuosità e in una grandezza tutta romana.

Questo palazzo, del resto, fu condotto a fine da Caligola che popolo e soldati avevano proclamato imperatore sul feretro stesso di Tiberio (37-41). Sorgeva sul Clivus Victoriae nell’estrema punta del colle Palatino dalla parte che guarda il Foro e un criptoportico — di cui si conservano ancora notevoli avanzi — lo riuniva alla casa di Livia. Gli scavi del Palatino non hanno rimesso alla luce che una parte dei sotterranei e delle sue cantine, mentre il corpo dell’edificio rimane ancora nascosto dai terrapieni degli orti farnesiani. Del resto è questa forse l’opera più importante del regno di Caligola, che fu troppo breve e troppo tormentato per poter lasciare tracce profonde nella storia edilizia della città. Ne lasciò invece nel riordinamento di alcuni servizi pubblici e fra questi vanno menzionati in primo luogo gli acquedotti. Da quando il censore Appio Claudio aveva portato per il primo l’acqua a Roma, molti avevano seguito il suo esempio e molti altri dovevano ancora seguirlo, se si pensa che sotto il regno di Alessandro Severo esistevano quattordici acquedotti nella città. E Caligola volle anch’egli lasciare il suo nome a una di queste utili imprese e iniziò quell’acquedotto Claudio che incanalava l’Anio novus e i cui lavori cominciati l’anno 37 di G. C. dovevano durare 14 anni. Questa opera grandiosa, che dagli antichi scrittori fu chiamata magnificentissima, partendosi da Treba Augusta nel Lazio giungeva fino alla Porta Maggiore, dove a traverso un arco monumentale — ed è quello che serve attualmente di porta — si divideva in due rami, uno dei quali alimentava il lago artificiale della casa di Nerone, e l’altro era adibito per il servizio della popolazione romana.

Ma se l’imperatore Caligola non ebbe il tempo di lasciare grandi edifici, fu invece Nerone (54-68) che doveva avere il vanto di essere ascritto fra i grandi edificatori di Roma. E noto come sotto il suo regno uno spaventoso incendio — e fu il primo dei molti che devastarono Roma durante l’impero — riducesse in cenere i due terzi della città. L’imperatore prese occasione da questa rovina, per ricostruirla con una più grande magnificenza. Gli avversari di Nerone profittarono subito del fatto e lo accusarono di avere egli stesso ordinato l’incèndio per goderne lo spettacolo dall’alto di una torre mentre accompagnato dal suono di una lira cantava din [p. 65 modifica] dinnanzi alle fiamme il secondo libro dell’Eneide. Si arrivò perfino a indicare la torre o a ripetere le parole dell’imperatore, il quale avrebbe detto che avendo ricevuto una città di mattoni voleva lasciarne una di marmo. Ma la torre è una dello solite fortezze baronali del secolo XII e le parole abbiamo visto che furono attribuite ad Augusto. Una grande polemica è sorta in questi ultimi anni per scagionare Nerone da questo delitto e rigettarne la colpa sui cristiani che insieme con gli ebrei formavano allora la feccia della plebaglia romana. Alcuni passi misteriosi e minacciosi di Tertulliano, l’essere andata distrutta nel fuoco la stessa casa di Nerone o la sua probabile lontananza da Roma la notte in cui scoppiò l’incendio, sono argomenti favorevoli alla tesi che sostenuta e ribattuta con eguale acutezza è rimasta finora senza soluzione definitiva.

atleta (?) - museo nazionale.(Fot. Alinari). [p. 66 modifica]anfiteatro flavio o colosseo.

Certo si è che Roma risorse ancora più magnifica da questa sua distruzione parziale e che ai moltissimi edifici restaurati, Nerone ne aggiunse di nuovi che dovevano renderne illustre il nome fra i popoli dell’impero. Il circo che doveva portare il suo nome sul Vaticano, il grande ninfeo sul Celio, il suo colossale simulacro sull’estremo limite del Foro, e sopratutto il nuovo palazzo meraviglioso che dalle pendici del Palatino doveva spingersi fino ai limiti della regione Esquilina, furono imprese lodate anche dagli storici avversi. La casa, o, per essere più esatti, la villa che doveva essere chiamata domus aurea per la sua magnificenza, contò fra le più belle di Roma. «Prima la chiamò Transitoria» ci riporta Svetonio, e dovette questo nome per essere posta fra due colli, moneta dell’imperatore vespasiano. «di poi consumata dall’incendio e rifatta disse Aurea. Della cui grandezza e ordinamento basta dire che nell’antiporto vi era un colosso alto centoventi piedi; la facciata sì spaziosa che aveva una loggia a tre ordini di colonne, con uno stagno come un mare, con edifici intorno [p. 67 modifica]il colosseo visto da levante. (Fot. Alinari). [p. 68 modifica] da parere una città e villaggi sparsi di campi, di viti, di pascoli, di selve e quantità, di selvaggiume, d’ogni specie di fiere. Nelle altre parti tutta fregiata d’oro con scompartimenti e lavori di gemme e madreperle». (Svetonio, in Claudio Nerone. XXX).

CORRIDOIO INTERNO DEL COLOSSEO. (Fot. Alinari). Si capirà facilmente come questa prodigalità di ricchezze e questa ostentazione di sfarzo dovesse modificare in modo sensibile la primitiva semplicità architettonica della Grecia. E infatti sotto Nerone che comincia il distacco fra i due stili. Ogni sentimento cede oramai alla voluttà; ogni ricerca, all’effetto. I due architetti Severo e Celere, che furono i sopraintendenti nelle costruzioni imperiali, possono considerarsi come i veri e propri iniziatori della nuova epoca architettonica. Anche nelle decorazioni lo spirita [p. 69 modifica]anfiteatro flavio o colosseo. — interno. (Fot. Alinari). [p. 70 modifica] nuovo si andava accentuando: le pitture decorative della casa Aurea sono già ben diverse da quelle dell’abitazione di Livia, e la mirabile attitudine psicologica degli artisti romani si andò accentuando, come ne fanno testimonianza i busti numerosi di quel tempo e le statue personali, fra cui mi sembra notevole la così detta Agrippina dove è una così nobile compostezza unita a una così profonda semplicità. Del resto l’imperatore Claudio Nerone fu uno spirito raffinato il cui senso estetico doveva essere sviluppatissimo. È noto come egli viaggiasse seguito da una statua che gli era cara fra tutte le altre. Chiunque conosce ed ammira il bel corpo porta s. lorenzo. di adolescente trovato nella sua villa di Subiaco e oggi prezioso ornamento del Museo nazionale di Roma, può farsi un’idea di quali immagini della bellezza perfetta egli doveva essersi circondato.

E l’impulso di attività edilizia dato da lui subito dopo l’incendio del 64 fu giudiziosamente continuato dai suoi successori. Nella tregua di rovine e di stragi che seguì sotto il governo dei Flavii, la magnificenza della Roma imperiale si accrebbe ancora grandemente. Flavio Vespasiano, salito sul trono dopo un lungo periodo di guerre civili e di dilapidazioni, trovò gli edifici romani quasi tutti pericolanti e l’erario esausto. Con tutto ciò e se bene di oscura famiglia sabina dell’agro reatino, egli capì con l’adattamento proprio della sua razza gli uffici di un capo dell’impero [p. 71 modifica]arco di tito.(Fot. Anderson). [p. 72 modifica] e semplice nella sua vita privata fu invece fastosissimo nella pubblica. Per provvedere alle finanze dello stato dovette trovare quaranta milioni di sesterzii e questo fece rivedendo il catasto e imponendo nuove tasse, contro le quali nessuno mormorò. Ma di una somma così ingente non si servì per i suoi piaceri o per la soddisfazione delle sue bizzarrie: il pubblico erario fu riordinato; tutti gli edifici antichi restaurati e molti di nuovi ne furono costruiti. Fra questi tiene senza dubbio il primo posto l’anfiteatro che doveva portare il suo nome e che è rimasto nei secoli come l’immagine stessa della grandiosità romana.

E veramente gli spettacoli pubblici costituivano una parte importante della vita arco di tito — le spoglie di gerusalemme.(Fot. Alinari). di Roma. I giuochi del circo, le corse, i combattimenti con le belve e i combattimenti di uomini assoldati a questo scopo erano a poco a poco divenuti una necessità per la plebe oziosa della metropoli. Abbiamo veduto come Pompeo e Marcello costruissero due teatri e come Augusto rifacesse in muratura il vecchio circo massimo di legno. Questo imperatore aveva inoltre scavato una colossale piscina, nella regione del Trastevere, per alimentare la quale occorreva uno speciale acquedotto e che serviva per le grandi naumachie o combattimenti navali di cui erano curiosissimi i Romani. Il circo, invece, era riservato alle corse dei carri e aveva una forma speciale, diviso nel centro da una muraglia o spina, su cui sorgevano colonne votive e obelischi e terminava con la mèta o limite supremo della corsa. Il circo non serviva mai a combattimenti gladiatorii, i quali si facevano un poco da per tutto, prima che fossero eretti gli edifici destinati unicamente a questo scopo e non di rado nello stesso Foro Romano. Se bene in origine questi combattimenti di gladiatori fossero [p. 73 modifica] fatti unicamente da schiavi, col crescere delle esigenze del pubblico non mancarono i professionisti, o uomini liberi che si legavano con uno speciale giuramento a un lanista o maestro e intraprenditore che ne formava compagnie speciali, le quali venivano affidate agli edili o agli organizzatori dei giuochi nelle grandi circostanze. Verso la fine della repubblica, essendosi estese le conquiste romane in Africa e in Asia, furono ordinati speciali combattimenti di belve e per questi furono necessari edifici speciali e adatti allo scopo. Durante l’inaugurazione del teatro di Marcello furono uccise 600 belve e allora parve una grande strage: un secolo dopo, per la inaugurazione dell’anfiteatro Flavio il numero delle belve sacrificate arrivo a 5000! arco di tito — il trionfo di tito. (Fot. Alinari). Del resto le richieste erano continue ed è nota la lettera di Cicerone, allora pretore in Asia, con la quale promette — non ostante le molte difficoltà che si opponevano — l’invio delle pantere che gli erano richieste. Sappiamo d’altra parte che Metello aveva trasportato a Roma centocinquanta elefanti che furono tutti uccisi a frecciate nel circo e Scauro vi aveva mandato un vero gregge di pantere e di leoni e seicento leoni e quattrocento pantere aveva regalato Pompeo, e trentasei coccodrilli e quaranta elefanti Cesare. Se bene il gladiatore bestiarius fosse ritenuto in minor conto del retiarius che combatteva con una rete e un tridente, o del mirmillo che andava vestito alla maniera gallica, o del thracis che aveva uno scudo convesso e una spadetta ricurva alla maniera dei Traci; pure a poco a poco divenne il favorito della plebe romana, avida di emozioni nuove e curiosa dei nuovi mostri che il suo smisurato impero mandava alla metropoli.

L’anfiteatro di Flavio Vespasiano — che verso l’VIII secolo fu detto Colosseum [p. 74 modifica] dal vicino simulacro colossale di Nerone — è il modello del genere. Si tratta di un edificio ovale a tre ordini di architettura, costruito con grandi blocchi di travertino tenuti insieme da grappe di bronzo. Il primo ordine — dorico — era formato dalle arcate che davano accesso all’interno del circo e sulla volta delle quali era inciso il numero d’ordine corrispondente alle tesserae distribuite agli spettatori; il secondo ordine — ionico — si apriva sui corridoi del primo piano con innumerevoli finestre e le quali finestre formavano il terzo ripiano d’ordine corinzio, coronato da un colossale attico dove erano incastrati i grandi alberi di nave su cui era assicurato il velarium o tenda di seta che doveva proteggere gli spettatori dai raggi del sole e che era manovrato dai marinai della flotta imperiale. Gli stessi tre ordini si ripetevano nell’interno. Il primo — riservato alle vestali e ai senatori — aveva nel mezzo il podium o palco imperiale dove prendeva posto l’imperatore coi suoi famigliari, il secondo destinato a cavalieri e a personaggi di distinzione, il terzo alla plebe ed è probabile — mancando ogni traccia di costruzione in muratura — che gli ultimi stalli fossero semplicemente di legname^ Quelli del primo ordine erano invece di marmo e di travertino ed erano di proprietà privata, tanto che molti di essi conservano ancora il nome o i nomi dei vari proprietarii che vi succedettero.

Centinaia di statue, di gruppi, di bassorilievi e d’iscrizioni dovevano decorare questo sontuoso edificio che conteneva non meno di 87000 spettatori e la cui inaugurazione — sotto Tito — fu solennizzata con cento giorni di feste. Bisogna salire sull’ultima serie di gradinate e di là guardare l’interno del circo in uno di quei crepuscoli romani che sembra debbano versare oro e porpora sulla terra, per ricostruire la.scena di quell’edificio sontuoso, come doveva essere tutto splendente di marmi e di bronzi dorati, tutto fremente di popolo, fra le urla delle belve e gl’incitamenti dei combattenti, nello scintillìo dell’arena gialla che ne ricopriva il suolo e dei braceri che ardevano incensi in onore delle divinità, sotto le grandi alternative di ombra e di luce lasciate dal velario, in una discordante armonia di colori, di suoni, di frastuoni, di luci, di profumi, di sentori e di grida, quasi in una suprema apoteosi

BUSTO DI TITO — MUSEO VATICANO. [p. 75 modifica]palatino — casa di domiziano. [p. 76 modifica] di forza sotto la gloria del sole che lo inondava dei suoi raggi più luminosi. Poi all’uscita, quando gli ultimi servi dell’arena trascinavano con gli uncini i corpi degli uccisi, tutta quella folla si riversava tumultuando e discutendo dentro il vicino Foro o nelle viuzze che circondavano l’edificio colossale, mentre l’imperatore accompagnato dalla sua scorta risaliva nei suoi palazzi del Palatino a traverso il criptoportico o galleria sotterranea che li riuniva all’anfiteatro di modo che potesse accedervi senza mostrarsi sulla pubblica via.

Un altro gruppo di edifici, che rimangono a testimoniare della attività edilizia di palatino — avanzi della casa di domiziano.(Fot. Alinari). Vespasiano è il tempio della Pace e il Templum Sacrae Urbis all’estremità meridionale del Foro. Il primo di questi due templi fu costruito l’anno 75 dopo che Tito — figlio dell’imperatore — ebbe presa e distrutta Gerusalemme. In esso si contenevano i tesori che il conquistatore aveva portato dal tempio di Salomone: il candelabro a sette rame, la prothesis contenente le sacre scritture, i vasi d’oro e d’argento del sacrificio, le vesti e le suppellettili dei sacerdoti. A poco a poco, però, il tempio si trasformò in una specie di museo dove furono racchiuse molte curiosità archeologiche e molte opere d’arte insigni: fra queste teneva il primo posto la statua giacente del Nilo, circondato dai pigmei, che ora si conserva nel Vaticano. Il Templum Sacrae Urbis invece non fu un tempio propriamente detto e non servì a funzioni [p. 77 modifica] religiose. Vespasiano volle in esso custodire lo mappe del catasto che, come abbiamo visto, egli ebbe a modificare il piano della città, quella forma urbis incisa sopra una lastra di marmo di cui ci rimangono ancora numerosi frammenti. Pensiero degno veramente della maestà di Roma, quasi che il suo simulacro e il catalogo delle sue ricchezze non potessero trovar più degno ripostiglio che non in un tempio edificato in loro onore.

L’epoca dei Flavii segna dunque un periodo luminoso nella storia dell’arte romana: dopo Vespasiano doveva Tito continuarne l’esempio e questa impresa gli fu palatino — avanzi della casa di domiziano. (Fot. Alinari). anche facilitata da uno dei soliti incendi che devastavano periodicamente la città. Così restaurò l’acquedotto dell’Acqua Marcia e di questo restauro ci rimane ancora l’iscrizione sull’arco che forma l’attuale Porta S. Lorenzo; rifece quasi intieramente il teatro di Pompeo e vi aggiunse statue colossali, fra cui è notevole quella di bronzo dorato d’Ercole che si conserva nel Vaticano, e infine compì l’arco di trionfo che portava il suo nome e che doveva glorificare la definitiva conquista del popolo giudaico. Questa conquista, che non fu senza gloria e che fu contrastata pollice per pollice dagli ebrei sotto la guida di Simone Giora, segnò la fine della loro storia nel mondo e il principio di quella dispersione che agli scrittori cristiani parve un castigo divino. A questo fatto si deve forse se il bell’arco di Tito — sotto cui non [p. 78 modifica] passano mai gl’israeliti credenti — fu risparmiato nelle successive devastazioni dei cristiani, ed è una fortuna per noi già che i due bassorilievi dell’interno rimangono anche oggi fra le più mirabili sculture di quel secondo periodo dell’arte romana. Rappresentano esse due scene del trionfo: l’imperatore sulla quadriga, circondato dai suoi luogotenenti e coronato dalla vittoria; e gli arredi preziosi del tempio portati dietro il trionfatore come preda di guerra. In essi è notevole la fattura, che ha ormai acquistato un carattere schiettamente nazionale e quella tendenza verista che è stata sempre particolare all’arte latina. Inoltre, hanno per noi l’importanza di avanzi del ninfeo con i resti di una fontana elittica. (Fot. Alinari). documento storico e ci permettono di immaginare la forma del famoso candelabro giudaico, perduto nelle rapine barbariche e più probabilmente gettato nel Tevere da qualche israelita geloso delle memorie patrie, e delle trombe d’argento che erano adoperate dai sacerdoti giudaici nel tempio di Salomone. Disgraziatamente questo elegante edificio della gente Flavia non è giunto a noi nella sua forma primitiva. Toltane la parte centrale — facilmente riconoscibile del resto — i lati furono rifatti o per meglio dire immaginati dall’architetto Valadier quando sotto il pontificato di Pio VII ne intraprese il restauro.

L’arco di Tito fu compiuto l’anno 81 di Cristo e fu inaugurato da Domiziano che gli succedette nel potere supremo. Di tutti i Flavii — i quali, come abbiamo [p. 79 modifica] visto, furono munificentissimi — egli fu il più fastoso e moltiplicò talmente il numero dei nuovi edifici, e innalzò sugli antichi tante statue, tanti gruppi e tante quadrighe, che, secondo Svetonio, sopra una di esse si lesse un giorno questo anonimo ammonimento: salis, basta! A noi non è permesso di giudicare esattamente la figura, alquanto nebulosa, di Domiziano, perchè, avendo acerbamente perseguitati i cristiani, la sua memoria è giunta a noi a traverso quel tanto che il loro rancore ha permesso. È certo però che emanò editti savissimi e dette leggi palatino — avanzi della casa geloziana. (Fot. Alinari). memorabili e fu severissimo nel frenare i magistrati nella città e i pretori nella provincia, tanto che — sono parole di Svetonio, giudice non certo sospetto — «non furono mai nè più onesti nè più giusti». Ultimo della gente Flavia, egli ebbe in sorte di condurre a fine gli edifici cominciati dai suoi predecessori, e questo fece con grande magnificenza e larghezza. La casa sul Palatino, fra le altre opere, doveva rimanere come esempio di sontuosità e — dopo il fasto della domus aurea neroniana — come il più meraviglioso palazzo che sorgesse in Roma.

Possiamo ancora intendere la bellezza di quell’edificio ammirandone le rovine. Oramai siamo lontani dalla elegante semplicità delle costruzioni augustane: l’indole [p. 80 modifica] romana ha preso il sopravvento una volta di più e il nuovo palazzo colpisce prima ancora di piacere. I piccoli pavimenti in mosaico, le pareti adorne di pitture, le stanze raccolte e non troppo grandi della casa di Livia, hanno ceduto il posto ai lastricati di giallo antico e di porfido, alle colonne di marmo caristio, alle incrostazioni di africano e di diaspro. La fontanella dell’atrio si trasforma in un sontuoso ninfeo adorno di statue e di fiori. Il modesto triclinium in una sala ricca di tutte le raffinatezze dell’arte. L’umile corridoio coperto, in un colossale criptoportico decorato di stucchi, illuminato qua e là da lucernari monumentali adorni di transenne meta sudante. (Fot. Alinari). marmoree. Tutto deve esser grande, luminoso, magnifico: l’eleganza e la grazia non sono ormai che accessorii della forza e della monumentalità.

Costruito sull’area che intercedeva fra le case di Tiberio e di Augusto, il nuovo palazzo dei Flavii sorgeva sopra una larga piattaforma artificiale, che aveva riempito la depressione del suolo esistente fra i due corni del colle. Si componeva di un gran numero di sale, disposte intorno a un vasto peristilio circondato da colonne di marmo rosa, incrostato di alabastri orientali e adorno alla estremità da un elegantissimo ninfeo il cui bacino ovale d’alabastro e le due colonne di giallo trecciato sono ancora visibili. Notevoli fra le varie sale sono l’aula regia, dove l’imperatore riceveva ufficialmente, adorna da sedici colonne di marmo numidico e da nicchioni contenenti statue preziose; e la Basilica o tribunale, circondata da un porticato [p. 81 modifica] d’ordine corinzio di cui si veggono ancora le colonne e divisa nel mezzo da una mirabile transenna di marmo; il triclinium o sala dei banchetti, il cui pavimento apparisce ancora qua e là incrostato da giallo antico, da porfido, da pavonazzetto o da serpentino e finalmente l’academia o biblioteca, i cui avanzi grandiosi e i foro di nerva. frammenti di bassorilievi marmorei e di capitelli e di colonne possono dare una idea di quello che doveva essere quando splendente di marmi e ricca di opere d’arte inestimabili accoglieva fra le sue mura i tesori del pensiero umano.

Sotto il palazzo dei Flavii sorgeva il Pedagogium, o collegio per i paggi che dopo aver compiuto i loro studi nel collegio del Celio ottenevano un impiego alla corte imperiale e quivi erano riuniti per ricevere l’ultima educazione. Le stanze che ancora rimangono di questo edificio, hanno conservato il loro intonaco alle pareti [p. 82 modifica] e le colonne alle porte d’accesso: ma quello che interessa maggiormente sono i curiosi grafiti incisi nelle ore d’ozio o di ricreazione da quei giovani giunti a Roma da tutte le parti del mondo. Qui è l’immagine rozza di un molino messo in stazione di vigili in trastevere — interno. (Fot. I. I. d’Arti Grafiche). movimento da un asino, sotto cui l’ignoto disegnatore ha scritto labora aselle quomodo ego laboravi et proderit tibi (fatica, somarello, come io faticai e ti gioverà); là un’esclamazione gioconda: Corinthius exit de Pedagogio; più in là un nome — Felici — ripetuto più oltre in lettere greche — ΦΕΛIKI — ricordo forse della patria [p. 83 modifica]foro traiano.(Fot. Alinari). [p. 84 modifica] lontana. Fu in una di queste - stanzette che venne ritrovato il grafito celebre del Museo Kircheriano (sala II) rappresentante un giovinetto che adora un crocifisso con la testa d’asino, intorno a cui è scritto Aλεξμεαvoς σιβετε Θεov — Alessameno adora Iddio — allusione mordace alla religione del compagno di studii. Cosi all’improvviso, per virtù di quelli sgorbi tracciati in un’ora di fatica o di gioia, o di nostalgia o di dispetto, noi riviviamo all’improvviso la vita antica di quei giovani e li seguiamo a traverso i vari sentimenti che li agitavano, e penetriamo le loro anime, i loro pensieri, le loro aspirazioni, cosi quali essi dovettero essere mentre a pochi passi dalle loro teste, nel palazzo busto di traiano — museo vaticano sontuoso di marmi e di fontane, si stava svolgendo la tragedia del mondo!

Ma l’attività di Domiziano non si limitò agli edifici del Palatino. Nel Foro Romano si fece erigere una statua equestre che fu la più grande di quante allora ne erano state viste (equus Domitiani) e di cui Giacomo Boni ha ritrovato la base e compì il Tempio di Vespasiano ai piedi del Campidoglio, tempio di cui rimangono ancora tre colonne eleganti e una parte della cella. A canto al Colosseo costruì la fontana monumentale che fu detta Meta Sudans, probabilmente dalla sua forma conica simile alla metae del Circo. Nel Campo Marzio riedificò il Tempio d’Iside e Serapide distrutto dal grande incendio di Tito e in cui si conservavano obelischi, sfingi e le altre divinità egiziane. Finalmente riunì il Foro Romano e il Foro d’Augusto un terzo Foro che fu detto Transitorio. Ma questo suo ultimo lavoro non potè compire: il procuratore Stefano, il liberto Massimo e il primo cameriere Saturio s’incaricarono di avverare le profezie dei sacerdoti caldei che a Domiziano ancora giovine avevano predetto una morte violenta. Fu l’imperatore Nerva che nel suo brevissimo regno di due anni condusse a termine V impresa. Nel centro del nuovo Foro egli edificò un tempio a Minerva che fu inaugurato l’anno 98 di Cristo e i cui avanzi dimostrano quale ne doveva essere l’eleganza primitiva. Questo tempie rimase intatto fino al secolo XVII e fu Paolo V, Borghese, che lo demolì quasi totalmente per adoperarne i materiali nella costruzione della sua cappella a S. Maria Maggiore. [p. 85 modifica]la colonna traiana.