Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VIII/Libro III/Capo II

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Capo II – Lingue straniere

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Capo II.

Lingue straniere.

e „ I. Lo studio delle lingue orientali fu uno di ’Itulio nelle 1 • 1 •% Jmgu.- ornrn- CI ueln che 111 questo secolo vennero con più ar!lio “ìv pa- dorè coltivali in Italia, e se ne dee la gloria ru principalmente a’ romani pontefici, e a que’ “Ino gran cardinali Federigo Borromeo e B. Gregorio Barbarigo. E quanto a’ romani pontefici, Paolo l’studiossi di eccitare i Regolari al coltivamento delle lingue, ordinando con una sua Bolla de’ 28 di settembre del 1610 che in qualunque Studio de’ Regolari fosse un maestro delle lingue ebraica, greca e latina, e negli Studi maggiori si aggiugnesse quello ancor dell’arabica (Murat. Ann. d’!tal. ad h. a.). Ma questo provvedimento non ebbe un successo corrispondente al zelo e al desiderio del pontefice. Più ampio e più stabil frutto raccolse Gregorio XV, di lui successore, dalla fondazion ch’egli fece nel 1622 della congregazione detta De Propaganda Fide, di cui fosse pensiero il formare zelanti operai [p. 647 modifica]TERZO 647 che sporgendosi fin nelle più lontane provincie del mondo si affaticassero o in propagare o in promuovere la Religione. Era perciò necessario di’ essi fossero istruiti nelle lingue de’ popoli a’ quali dovevano recarsi, e faceva bisogno di libri scritti in que’ medesimi idiomi, affinchè più facilmente si diffondesse fra essi il lume del Vangelo. A tal fine per opera singolarmente di monsignor Francesco Ingoli, che ne fu il primo segretario, fu ad essa aggiunta una magnifica stamperia, in cui fin dal 1627 contavansi quindici caratteri di diverse lingue, che crebber poscia fino a ventitrè, e che sono poi stati fino a’ dì nostri successivamente accresciuti. Non è perciò a stupire se in Roma singolarmente questo studio fiorisse, e se tante opere dotte nelle lingue orientali si vedessero ivi uscire alla pubblica luce. Ivi il P. don llarione Rancati monaco cistercense, di patria milanese, dottissimo nelle lingue orientali arabica e siriaca, fu ammesso in una congregazione destinata da Paolo V all’esame di certi libri sacri siriaci, e fu un de’ trascelti da Urbano VII a tradurre la Volgata latina nella lingua arabica , e dopo aver sostenuti più ragguardevoli impieghi, finì di vivere in età di sessautanove anni nel i6(33, senza aver mai pubblicata opera alcuna, ma lasciandone un grandissimo numero scrii le a mano, che or si conservano nel monastero di S. Ambrogio in Milano e in quello di Caravaggio, e che si annoverano dall’Argelati (*) (Bibl. C) La Vita del P. don Ilarione Rancati è stata con molta diligenza ed erudizione illustrata dal eh. P. abate [p. 648 modifica]6{8 libro Script, mediol. t. 1, pars i, p. uno, ec). Ivi il P. don Giulio Bartolocci dello stesso Ordine, ma della Congregazion riformata di S. Bernardo, nato nel 1613 in Cellano nella diocesi di Montefiascone, che per trenlasei anni fu professore di lingua ebraica nel Collegio de’ Neofiti, e scrittore della medesima lingua nella Vaticana, e che morì nel 1687, diè alla luce nella stamperia della congregazione De Propaganda la Biblioteca magna Rabinica, in cui per ordine alfabetico si dà notizia di tutti gli autori e di tutti gli scritti rabbinici (Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 1, p. 468). Ivi il P. D. Carlo Giuseppe Imbonati di patria milanese, scolaro e correligioso del Bartolocci, oltre il compiere il quarto tomo della Biblioteca Rabbinica dal suo maestro scritto sol per metà, pubblicò ancora nel i6r)G la Biblioteca latino-ebraica, ossia la notizia di tutti gli scrittori latini che scritto aveano o contro gli Ebrei, o di cose a Religione , o a’ costumi loro attinenti (Argel. l. cit. t. 1, pars 2 , p. 737). Ivi il P. D. Clemente Galani Teatino, dopo aver per più anni soggiornato in Armenia , tornato a Roma , diè alle stampe nel 1650 in due tomi una pregevol raccolta di Atti scritti in quella lingua, e da lui tradotti il latino, e illustrati con osservazioni don Angelo Fumagalli Cisterciense, e stampata in Brescia nel 1762. E si potranno in essa vedere non solo più ampiamente spiedate le circostanze della vita di questo dottissimo religioso , ma messo ancora in miglior luce tutto ciò che da lui fu operalo per promuover lo studio delle lingue orientali, e di tutte le scienze sacre. [p. 649 modifica]TF.F7.0 649 teologiche e storiche, intitolandola Conciliazione della Chiesa d Armenia colla Latina sulle testimonianze de’ Padri e de’ Dotti Armeni. Ivi Filippo Guadagnolli divolgò nel 1642 la Gramatica della lingua arabica, e Tommaso Obizzino da Novara Minor riformato il Tesoro siro-arabico-latino nel 1636, e prima una Gramatica arabica nel 1631. Ivi tre Maroniti, Vittorio Scialac, Abramo Echellense e Fausto Nairone, furono da’ romani pontefici mantenuti e premiati, perchè tenessero scuola di lingue orientali; e tutti corrisposero a1 benefizii di cui vedeansi onorati, col"pubblicare più dotte opere, fra le quali abbiamo de’ due primi le Gramatiche della lingua arabica e della siriaca. Ivi il p Giambattista Ferrarari sanese di patria e Gesuita , da noi altrove già nominato, diè in luce nel 1622 un Dizionario della siriaca intitolato Nomenclator syriacus. Ivi F. Mario da Calasio (luogo nel regno di Napoli) Minore osservante pubblicò nel 1621 la grand’opera delle Concordanze ebraiche, avuta in sì gran pregio, che una nuova edizione se n’ è fatta in Londra nel 1749, e di lui abbiamo ancora un Dizionario ebraico-latino stampato in Roma nel 1617. Ivi finalmente nel 1671, dopo le fatiche e gli studi di ben quarantasei anni in ciò impiegati da’ più dotti uomini che fossero in tutta l’Europa, uscì alla luce la famosa edizione della Biblia arabica in tre tomi in folio. I nomi di tutti quelli che in ciò furono adoperati, e la serie delle fatiche da essi perciò sostenute, si posson vedere nel Giornale romano dell1 abate Nazzari (Giorn. de’ Letter. Roma 1672 29, genti.). [p. 650 modifica]05o li uno lì-l’.’.rdi- Colle grandi e magnifiche idee de’ romani «.i Kr.iT.go pontefici parve c!ie gareggiar volesse il Cardinal Federigo Borromeo. Noi abbiam già veduto che questo gran cardinale nel fondare la biblioteca Ambrosiana vi aggiunse una stamperia di lingue orientali, che condusse a Milano maestri delle lingue ebraica, persiana ed armena, e che cercò ancora, ma inutilmente, un maestro della lingua abissina. Benchè le premure del Cardinal Federigo non avessero tutto quell’ampio effetto che alla grandezza del suo animo era corrispondente, non rimaser però senza frutto, e due degli alunni da lui formati, amendue milanesi, promosser non poco lo studio delle lingue orientali. Il primo fu Antonio Giggeo della Congregazione degli Obblati, e uno de’ dottori del Collegio Ambrosiano. Fin dal 1620 avea ei pubblicati da sè tradotti in latino i Comenti del rabbin Salomone, di Aben Esra, e di Levi Gersom su’ proverbii di Salomone. Ma opera assai più gloriosa al suo autore fu il gran Vocabolario arabico in quattro tomi, stampato in Milano nel i63a, che è il piò ampio che abbiasi in quella lingua, e che ben mostra quanto in essa fosse versato il Giggeo. Egli scrisse ancora una Gramatica delle lingue caldaica e targumica, che conservasi ms. in Milano (V. Argel. Bibl. Script, mediol. t. 1, pars 2, p. 685). La fama sparsa del molto saper del Giggeo nelle lingue orientali giunse al pontefice Urbano VIII, che bramò di avere un uomo sì dotto in Roma per illustrarne il collegio De Propaganda’ , e il Giggeo chiamato dal papa, già era sul partir da Milano, quando fu dalla [p. 651 modifica]TERZO (J51 morte rapilo nel iG3a. L’altro dottor del Col|t L;io Ambrosiano, illustrator delle lingue orientali, fu Francesco Rivola, il quale rivoltosi singolarmente alla lingua armena, ne scrisse il dizionario che fu stampato in Milano nel 1613, e poscia ancor la Gramatica ivi pubblicata nel 1624, e nella nuova edizione del Dizionario fatta in Parigi nel (1633 ad esso unita. 111. Emulatore delle v irtù e della munificenza. del Cardinal Federigo Borromeo fu il B. Car- dinli’ Li". diual Gregorio Barbarigo vescovo di Padova , r,K‘’‘ il quale, come parlando delle biblioteche abbiamo già osservato, nel suo seminario fondò una stamperia di lingue orientali, e ne promosse tra quegli alunni lo studio. Quanto ne fosse egli sollecito, cel mostrano alcune delle lettere da lui scritte al celebre Magliabecchi: Io non so come, gli scrive egli nel 1G81 (CI. Venct. F.pist. acl Magliai), t. 2, p. 8), mi sono posto in pensi ere di mettere le lingue Orientali nel Clero. e vado avanzando, onde (quando odo tali libri, convengo soddisfare alla curiosità, e però pregola farmi parte della materia, e he trattano i libri venuti dal parente del Turco a S. dite zza: intendo, che vi siano in Costantinopoli libri Arabi di cose anco morali molto ben aggiustati. Intendo esser stati in cotesta Stamperia impressi Avicena ed Averroe. Mi sarebbe grazia sapere, se sono soli Arabi, o pure anco tradotti, e quanti tomi. E in un’altra del1 anno stesso (ib. p. 9)): Per le cose Arabiche veramente io presi l’esemplare dal Sig. Cardinal Borromeo, e mi dispiace che i suoi successori non l’abbian seguito, e sarà per me [p. 652 modifica]65 2 li ii it u grazia singolare l’averne una copia di questi stampati in Roma dal Gran Duca Ferdinando. Il Cardinal Giorgio Cornaro successore del Barbarigo ne imitò ancora gli esempi, e ue pi omosse i disegni riguardo a questi studi; e frutto delle sollecitudini di questi due cardinali fu la bella edizione dell’Arcolano in lingua arabica con traduzione latina, e colla dotta confutazione del P. Lodovico Marracci della Congregazione della Madre di Dio da quella stamperia uscita nel 1698. Ma i lor disegni ancora non ebber la sorte di esser poscia avvivati e promossi, come essi avrebber bramato. _ fv- IV. Benchè i gran duchi di Toscana di questo Coltivatori O 11 ■ • J- ^ a. uie »tu- secolo non fosser tanto solleciti di questo studio, quanto Ferdinando I, non trascuraron per modo, che ad esso ancora non rivolgesser talvolta il pensiero. Ferdinando II e il principe Leopoldo fecer venire a Firenze quell’Abramo Echellense da noi nominato poc’anzi, acciocchè esaminasse i codici orientali che erano nel palazzo de’ Pitti (Bianchini, Ragionam, p. io’ j) (u), e poscia il gran duca Cos’uno III trasse a Firenze il celebre P. Pietro Benedetti di nazion maronita: Un regalo, scrivea nel 1698 il conte Magalotti al priore del Bene (Magai. Leti, fami gl. t. 2, p. 141), pel mio Sig. Priore, e regalo non piccolo; ma ci vuole un po’ di mancia. Il regalo è tutta l amicizia e la confidenza del P. Benedetti Maronita onorato dal Gran la) Questi codici orientali sono stati essi ancora per contando del gran duca poi iniperadore Pietro Leopoldo titilli alla LaiuciiZiuna. [p. 653 modifica]TERZO G53 Pura nostro Signore della lettura delle lingue Orientali in codesta Università. Saranno intorno a seti’ anni; clic S. A. cavò questo degnissimo soggetto di Roma per riordinare l’orribil caos, in cui eran ridotti i caratteri non so se di dieci lingue Orientali fatti gettare con centotrentamila scudi di spesa dal Gran Duca Ferdinando I allora Cardinale e Protettore del Collegio De propaganda Fide. Finito questo laborioso riassortimento, S. A. non l’ha mai licenziato, mirando verissimilmente, e come anche r:c tengo qualche riscontro, infin d allora a valersene in questo nuovo impiego. Si trova egli in necessità di procacciarsi un quartiere costì, ec. Alcuni altri Italiani che furon dotti nelle lingue orientali, abbiamo ad altre occasioni accennati nel decorso di questo tomo; e alcuni altri potremmo qui rammentare, e fra gli altri quel Filippo d1 Aquino, da ebreo divenuto cristiano, e professore per molti anni di lingua ebraica in Parigi, di cui si hanno alle stampe non poche opere (V. Mazzucch. Scritt. itaL t. 1, par. 2, p. 912). Ma benchè egli fosse originario d1 Aquino nel regno di Napoli, nacque nondimeno in Carpentras, e visse sempre in Francia; e noi non possiamo perciò, senza esporci alla taccia di usurpatori delle altrui glorie, annoverarlo tra’ nostri. Io farò più volentieri menzione di Leon da Modena rabbino veneto , ebreo assai dotto nella lingua e nelle antichità della sua nazione , e autore di alcune opere su i Riti ebraici, che anche oltramonti furono accolte con applauso, e più [p. 654 modifica]654 LIBRO volte stampate (V. Le Long li ibi. sacra, t. 2, p. 593 , 806) (a). . v; , V. Al fervore degl’Italiani nel coltivar le linI.o il udio •. 0 .mi,. iinguj gue orientali par che avrebbe dovuto esser Ti- ugnale l’impegno riguardo alla greca. E nondiuìuT meno la cosa andò tutto altrimenti. LT uuivert.r.ti alcuni sale entusiasmo con cui abbiamo vedut i gl’Italiani del secolo precedente volgersi allo studio di questa lingua, talché allora sembrava anzi disonor l’ignorarla che onore il saperla, si andò scemando e illanguidendo per modo, clic veggiam gli eruditi di questa età altamente lagnarsi di’essa fosse quasi dimenticata. E forse ne fu cagione lo stesso ardore dell1 età precedente nel fomentar questo studio. Appena vi fu oratore o poeta greco clic da’ nostri non fosse allora tradotto o in latino o italiano. Quindi potendosi leggere Omero c Demostene anche da chi ignorava il greco, si credette da molli (n) A’ coltivatori ilell i lingua ebraica deesi aggiugnere il p. Eliseo Pesenti cappuccino. morto in Bergamo sua patria nel 1 (>5 4 * cllL’ Per treni7 anni tenne in quel suo convento pubblica scuola di quella lingua. Oltre alcune opere da lui pubblicate, delle quali si fa menzione nella Biblioteca de’ Cappuccini del P. Bernardo da Bologna, conservansi nella libreria del suo convento un ampio Dizionario ebraico manoscritto , in quattro tomi in folio, e una Gramatica ebraica in un altro tomo 11 sip. abate M dico Maria Rocchi, a cui debbo questa notizia , ini avvei le ancora che pochi anni sono alcuni dei Cappuccini francesi, che in Parigi coltivano con molto applauso la detta lingua, venuti in Italia, e veduto quel Lessico, volean seco recarlo in Francia per pubblicarlo , ma che gli antichi possessori non voi* lero restai uc privi. [p. 655 modifica]TERZO 655 inutile la fatica necessaria ad apprenderlo, e quella lingua perciò non fu molto curata. Luca Oleici do scrivendo da Roma nel 1649) al principe Leopoldo de’ Medici, e proponendogli per la cattedra d’eloquenza e di lingua greca, vacante in Pisa per la morte di Paganino Gaudenzi, il dotto Leone Allacci: Altro soggetto, dice (Lettere incilit. t 1, p. 81), che meriti d esser messo in considerazione a V. A. io non vedo in Italia, e si sa quanto male si e no provviste le Cattedre di Padova e di Bologna in questo genere, dove le Lettere Greche, e in conseguenza ogni vero fondamento di sapere, sono bandite affatto in modo, che di qua non si possa sperare che cosa debole e ordinarissima (a). (a) Par nondimeno che in Roma, donde così scriveva nel 1646 l’Olstenio, dovesser trovarsi non pochi nella lingua greca ben istruiti. Perciocchè, come ha osservalo il eh. canonico Baiulini (t ifa J. B. Donii, p. 82), conservasi in Roma nella biblioteca Barberina un codice in cui si contengono i Fasti di un Accademia detta Risili.ma, eretta nell’an 1635 nel monastero de’ Basialiani: di rito greco in quella città per opera del Cardinal Francesco Barberino il vecchio, scritti da Giuseppe Carpano , che era uno degli accademici. Erane protettore il suddetto Cardinal Barberino, e principe il Cardinal Francesco Maria Brancacci, e segretario il celebre Giambattista Doni. Nelle loro adunanze solevano gli accademici recitar prima un ragionamento su qualche materia sacra o morale, indi passavano allo scioglimento di qualche dubbio intorno alla lingua greca, tratto singolarmente dalla liturgia di quella nazione. Quest1 Accndenrn peri» non ebbe lunga durata , e come pruova il suddetto scrittore con una lettera dell7 Olstenio de’ 15 di febbraio del 1642, al partir che il Doni fece da Roma , si sciolse quasi interamente. Nondimeno circa il Tiraboschì , Voi. XV. 8 [p. 656 modifica]65(5 libro Veggiamo infatti che per occupar quella cattedra fu per qualche tempo trascelto un non so quale Ibernese, che ivi era nel i(>^3. In Firenze fu quella cattedra sostenuta da un uomo nella lingua greca dottissimo, cioè da Giambattista Doni, di cui abbiamo altrove fatta menzione. E quando questi morì nel 1646, fu proposto a succedergli Valerio Chimentelli, del cui sapere abbiamo un’onorevole testimonianza nella lettera perciò scritta dal P. Michelini al principe Leopoldo (ivi} p. 266). Ma egli passò poi alla medesima cattedra nella università di Pisa, ove pubblicò la sua erudita dissertazione intitolata Marmor Pisanum de honore Biselii. Ma il più celebre professore di lingua greca che quell’università in questo secolo avesse, fu Benedetto Averani. Più di cinque Vite di questo professor valoroso annovera il conte Mazzucchelli (Scritt. ital. t 1, par. 2 , p. 1235), e possiamo ad esse aggiugnerne un’altra che più di fresco ci ha data il ch. monsignor Fabroni (VitiieIlalor. doctor. exccll. dee. l p.6). Debbo tempo medesimo abitiamo un altro documento a provare che era in Italia un sufficiente numero di coltivatori della linon i greca. Esso è un catalogo d’uomini dotti scritto a’ tempi di Urbano Vili di mano di Gasparo Scioppio , e pubblicato dallo stes«o canonico Bandini (l. cit. p. ai, ec.). Tra essi veggiam molti da lui lodali, come dotti nel greco, e sono Girolamo Meandro, Paolo Segneri gesuita, Ignazio Bracci, Agostino Oreggio (poi cardinale), Giambatista Lauro, Niccolò \ illuni , Niccolò Alamanni^ Giuseppe Ripamonti dotto ancor nell’ebraico, Pietro Strozzi. Giambatista Poni e Lorcnz.o Pignori», di molti de’ quali abbinai parlalo in diversi passi di questo tomo. [p. 657 modifica]terzo boy io dunque occuparmi di formarne una nuova i A me basterà l’accennare ch’ei fu di patria fiorentina, e che nacque nel 1645; che fin dal tempo in cui cominciò a frequentare le scuole de’ Gesuiti, diè saggi di non ordinario ingegno e di maturità superiore agli anni} che a tutte le più nobili scienze rivolger volle il suo studio, e in tutte fece lieti progressi; che avvertito dal Cardinal Leopoldo a disporsi ad occupare la cattedra di belle lettere in Pisa, solo e senza la scorta d’alcun maestro studiò la lingua greca, e ne ottenne pienissima cognizione; che nel 1676 fu nominato professore di lingua greca , dalla qual cattedra passò poscia a quella d’umanità; che ricusò i premurosi inviti a lui fatti dall’università di Padova e dal pontefice Innocenzo XI, nè mai volle lasciare il servigio del natural suo sovrano, finchè in età di cinquantadue anni, nel 1707 a’ 28 di dicembre, passò a miglior vita. Egli fu veramente uom dotto, e insieme colto ed elegante scrittore, e viene annoverato tra quelli che più contribuirono a richiamare in Italia il buon gusto. Le Dissertazioni latine da lui dette nell’università di Pisa, e che raccolte dopo la sua morte furono in tre tomi in folio stampate in Firenze, contengono spiegazioni e dissertazioni sull’Antologia greca, su Tucidide, su Euripide, su Livio, su Cicerone, su Virgilio, e più altre orazioni, poesie e lettere dell’Averani, il quale in esse discuopre e il profondo studio che fatto avea sugli antichi scrittori, e 1 ampio frutto che aveane raccolto. l)i altre opere di esso o stampate, o inedite, o smarrite si veggano i cataloghi che ce ne bau [p. 658 modifica](358 liiwo ilalo i suddetti scrittori. Fratello di Benedetto fu Giuseppe Averani professore egli ancora in Pisa, e autor parimente di molte opere. Ma egli visse fino al 1738, e non è perciò di questo luogo il ragionarne. VL lo non verrò annoverando gli altri professori di lingua greca, che nelle altre università italiane ne tennero scuolaj perciocchè, se vi ebbe tra essi qualche uomo di chiara fama, egli è più noto per opere di erudizione , che per saggi dati di grande perizia in questa lingua, come furono Felice Osio e Ottavio Ferrari nell’università di Padova già da noi mentovati, a’ quali si può aggiugnere Vincenzo Contarini autore di alcuni trattati su diversi punti di romana antichità e di altri argomenti, di cui più copiose notizie ci dà il Papadopoli (Hist Gymn. patav. t. 1, p. 348). Ma non deesi tacere una nuova cattedra di lingua greca aperta in Napoli verso la fine del secolo dall’amor patriottico e dalla munificenza di Giuseppe Valletta, del quale abbiam fatta in altro luogo menzione. Di ciò ne ha lasciata memoria il P. Mabillon, che fu a Napoli nel 1686, e che racconta che quel benemerito cittadino avea col suo proprio denaro assegnato stipendio a Gregorio Masserio sacerdote di Brindisi, perchè v’insegnasse pubblicamente la lingua greca. Più altri Italiani che sepper di greco, abbiamo indicati ne’ capi precedenti, e più altri ne indicheremo in quelli che verranno appresso. E qui ancora se ne potrebbono rammentare alcuni, come il P. Gi amba ti sta Giallini Gesuita palermitano, morto in Roma nel 1672, uomo [p. 659 modifica]non sol tirila greca, ma ancora nelle orientali lingue versato, e a cui dobbiamo il quinto e il sesto libro de’ Comenti di S. Cirillo Alessandrino da lui trovati in Chio, benchè altri gli togliesse la gloria di pubblicarli (Sotuell. Script. S. J. p. 412)„ e Simone Porzio autore di un Dizionario latino, greco-barbaro e letterale, e più altri, de’ quali però, per quanto minutamente noi andassimo in cerca, non potremmo raccoglier tal numero, nè indicare tali opere che la fama da’ nostri in questo secolo ottenuta non fosse di molto inferiore a quella del secolo precedente. VII. Io potrei qui ancora aggiugnere una non breve serie di.scrittori italiani che ci diedero “lire lingue. Gramaticlie, o Vocabolarii, o altri libri che giovano a conoscere la lingua turchesca, la cinese, la giapponese, la messicana e quella di più altre nazioni dell’Indie orientali e delle occidentali; opere comunemente dei missionarii vissuti lungamente in quelle provincie. Ma poichè esse furon singolarmente dirette al vantaggio delle anime di que’ popoli, più che alla letteraria loro istruzione, perciò io mi astengo dal farne un minuto catalogo, di cui sarebbe la noia maggior che il frutto.