Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. I)/Libro sesto - Capo III

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Libro sesto - Capo III

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Libro sesto - Capo II Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. I)

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C a p o   III.


Vestito virile — Sottoveste... e sue maniche - Brache — Clamide – Paludamento — Pallio — Errore di Casaubono e d’altri — Toga — Cappello — Calzari- Osservazioni generali sul panneggiamento.


Vestito virile Poco ci resta a dire intorno al vestito virile nelle opere dell’arte, ove le figure degli uomini sono per la maggior parte ignude o vestite all’eroica, anziché rappresentate coll’abbigliamento usuale. E siccome il vestire de’ Romani da quel de’ Greci poco o nulla distinguesi, così d’amendue parleremo al tempo stesso.

Sottoveste.... §. 1. Sebbene una delle più necessarie parti del vestito a noi sembri essere la sottoveste o tunica; pur da alcuni popoli de’ più antichi tempi solea questa aversi come una moda femminile1: anche i primi Romani la toga portavano sulle ignude membra2, e così rappresentati erano Romolo e Camillo in Campidoglio3. Ne’ tempi posteriori coloro che si presentavano al popolo nel campo Marzo, e a lui si raccomandavano per conseguire onorifici impieghi, v’andavano senza tunica, onde poter mostrare le ferite che aveano in petto, come testimonj del loro coraggio4. Generalmente però la sottoveste si usava da’ Greci (tranne i filosofi Cinici) e da’ Romani; e leggiamo che Augusto quattro tuniche portar solea nell’inverno una sopra l’altra5. Nella maggior parte delle statue, de’ busti e de’ bassi-rilievi la tunica non si scorge che ai collo o al petto, essendo generalmente le figure [p. 438 modifica]coperte col manto o colla toga, e ben di rado rappresentate colla sola tunica, quali vedonsi nel Terenzio e nel Virgilio della biblioteca Vaticana. I leggieri mancamenti de’ soldati punivansi col condannarli a lavori manuali in semplice sottoveste; e poiché allora cinti non erano né armati, vengono presso Plutarco chiamati ἐν χιτῶσι ἀζώστοις6.

§. 2. La sottoveste era propriamente composta di due pezzi di panno quadrilunghi, cuciti lateralmente, come si vede nella statua d’un sacerdote di Cibele nel museo del signor Browne a Londra, ove la cucitura medesima è chiaramente indicata. Vi si lasciava un’apertura per le braccia; e quella porzione di panno, che cadea dalla spalla fino alla metà della parte superiore del braccio, prendea talor la figura d’una corta manica.

...e sue maniche. §. 3. Usavasi però eziandio una specie di sottoveste con maniche, che non scendeano molto in giù dalle spalle, e colobia si dicevano7, come già dissi nel Capo I. di questo Libro, ove più a lungo si tratta delle maniche anche nelle figure virili. Pretende Giusto Lipsio, che i soli cinœdi, ossia pueri meritorii8, portassero le maniche strette e lunghe fino al polso presso la mano, come nelle vesti muliebri; ma l’opinion sua vien confutata dagli scrittori, e dai monumenti nel citato capo riportati. Egli è certo eziandio, che ne’ più antichi tempi la tunica de’ Romani non avea maniche9.

Brache. §. 4. Possono come una specie di sottoveste esser considerate le brache, le quali aveano i popoli barbari e i comici che per decenza sempre portavanle sulla scena; e sì a quelli, che a questi giugnevano fino a’ piedi. Veggonsi pure delle brache, le quali non oltrepassano il ginocchio10, [p. 439 modifica]siccome le ha fatte osservare Fabretti sulla figura di Trajano11. Portava le brache eziandio Caracalla, e aveale sciolte, soddisfacendo ad un bisogno naturale, quando da Marziale fu trucidato12. I Romani talora, in luogo di brache, si fasciavano le cosce con bende; ma ciò teneasi per un’effeminatezza: e Cicerone ebbe a rimproverarne Pompeo13.

Clamide. §. 5. Sulla sottoveste o tunica avvolgeano i Greci il pallio, e i Romani la toga. V'erano due specie di pallio: il lungo ossia il comune, e ’l corto, il qual era presso i Greci di due maniere, dette da loro, l’una χλαμύς (clamide), l’altra χλαῖνα (chlæna) e paludamentum dai Romani.

§. 6. La clamide, secondo Strabone14, era ovale anziché rotonda, e usavasi da coloro che serviano al campo: copriva la spalla sinistra, e pendeva dalla destra insieme stretta e corta, onde si potesse più liberamente camminare, come vedesi fu una statua maggiore del naturale nel palazzo Pontificio sul Quirinale. Perciò tal pallio è stato dato alle figure eroiche, e specialmente a Castore e Polluce, i quali però lo portano in guisa, che è tirato du ambe le spalle, e vien ad affibbiarsi loro sul petto; la qual usanza da Eliano, presso [p. 440 modifica]Suida15, dicesi essere un distintivo de’ Dioscuri: χλαμύδας ἔχοντες ἐπὶ τῶν ὤμων ἐφημμένην ἑκατέραν16. In questo senso dicea Platone ad Aristippo „ a te è concesso di portar del pari una clamide, e de’ cenci „ per indicarne l’indolenza sì nella felicità, che nella miseria17. In Atene la clamide portar soleasi anche dai giovani18, fra i diciotto e i vent’anni, che doveano vegliare alla guardia della città, e così disporsi ai disagi della guerra19. Nero era questo lor pallio anticamente, fino a che il ricco oratore Erode Attico, ai tempi d’Adriano, loro una bianca clamide diede20. Nelle pitture dell’antico Terenzio del Vaticano, quali tutt’i giovanetti di libera condizione portano quella clamide, come cosa presso di loro generalmente in uso. I pallj de’ soldati, affinchè tenessero più caldo, folean essere internamente villosi, e con frange, κρωσσότοι21.

§. 7. Dee distinguersi dalla clamide un più breve pallio, detto χλαῖνα il quale non era punto attaccato su una spalla, ma soltanto addossato su amendue gli omeri, e sciolto, come appunto suole ne’ paesi caldi il plebeo portar la cavatasi camiciuola. Un siffatto pallio vien dato da Aristofane ad Oreste, il quale diffatti lo porta come un panno avvoltolato al braccio sinistro, su un vaso d’argento del signor cardinale Nereo Corsini, ove quell’eroe è rappresentato inanzi al [p. 441 modifica]tribunale dell’Areopago, volendosi così indicare Io stato suo di turbamento e d’oppressione22. Quella maniera di portar il pallio vien detta da Plauto: conjicere in collum pallium23: collecto pallio24.

Paludamento. §. 8. Era il paludamento presso i Romani ciò che era la clamide presso i Greci. Porporino n’era il colore, ed era la ἱππὰς στολή il vestitus equestris25, che portarli solea dai Generali romani, e poscia dagl’Imperatori. Questi però non l’usarono fino ai tempi di Gallieno, ma portavano la toga; del che abbiamo un argomento nella rimostranza che a Vitellio fecero gli amici suoi, quando egli con tal veste sulle spalle era per fare il suo ingresso in Roma: quello abbigliamento, gli dissero, vi dà un’apparenza odiosa, quasi voleste entrare nella capitale del romano impero come in una città presa d’assalto: egli, ciò udito, s’addossò la toga consolare26. Lo stesso usò Settimio Severo, entrando in Roma trionfante; poiché essendo egli venuto vestito come imperatore dell’esercito a cavallo sin alle porte della città, ivi discese, vestì la toga, e fece a piedi il resto della strada27. Mi fa maraviglia che un Accademico francese lasci indeciso se il paludamento fosse un giacco di maglia ovvero un manto 28. Un paludamento lavorato a oro portò pur Agrippina moglie di Claudio quando andò a vedere lo spettacolo d’un combattimento navale29.

Pallio. §. 9. Vediamo su molte figure greche un manto più lungo ossia il pallio: quello talora era foderato, quale portar lo solea Nestore a cagione di sua vecchiezza, e la fodera chiamavasi διπλῆ30; e tal pur era il doppio pallio de’ Cinici, [p. 442 modifica]poichè non usavano sottoveste31: talor era senza fodera; e Omero chiama questi pallj ἁπλοΐδας χλαίνας32.

Errore di Casaubono e di altri. §. 10. Non sarà fuor di luogo il notare alcuni abbagli presi su questo proposito dai traduttori degli antichi scrittori greci. Casaubono spiega per un pallio la voce ἱμάτιον usata da Polibio33, ove narra che Arato era convenuto con coloro, i quali doveano dargli a tradimento la città di Cineta, che un d’essi per indicarne l’aggressione, su un colle innanzi alla città sarebbesi mostrato ἐν ἱματίῳ; ma a mio parere avea da tradurre tunicatus, anziché palliatus, dovendo il segnale esser una cosa insolita, affinchè ambiguo non ne fosse l’indizio; ed è ben probabile che più insolito fosse, l’essere fuor di città colla sola tunica, che col pallio. Altronde la greca voce ἱμάτιον è stata sempre considerata come il sinonimo della tunica de Romani; e quando esprimer si volle in greco che le statue di Romolo e di Camillo erano sine tunica, come dice Plinio34, s’è dovuta usare la parola ἱμάτιον35. Così altri scrittori mal si sono apposti, [p. 443 modifica]spiegando la voce χιτὼν che non significa solamente una sottoveste o tunica, come presso Diodoro36, ove narra che Dionisio tiranno di Siracusa portava costantemente sopra la sua veste un giacco di ferro ἠναγκάζετο φέρειν ἐπὶ τὸν χιτῶνα σιδηροῦν θώρακα37; ma talora, anzi sempre presso Omero significa un giacco o corazza38: il che pur s’inferisce dall’epiteto χαλκοχήπονες sinonimo di χαλκοθώρηκες, cioè armato di bronzo. In questo significato deve senza dubbio prendersi presso il citato Diodoro39, ove racconta che Gelone re di Siracusa, dopo la famosa vittoria riportata sopra i Cartaginesi, presentossi al popolo per render ragione della sua condotta non solamente senz’armi, ma eziandio ἀχίτων ἐν ἱματίῳ cioè senza corazza in sottoveste40. Troviamo però altresì che μονοχίτων dicevasi un guerriere, il quale spogliato dell’armatura e del manto in semplice sottoveste si dava alla fuga41.


[p. 444 modifica]Toga. §. 11. Tanto è stato scritto intorno alla sopraveste ossia toga de’ Romani, che le ricerche portate tropp’oltre, in luogo di ben determinarne la vera forma, lasciano il leggitore nell’incertezza; ed hanno accresciute le difficoltà ove si pretendeva di scioglierle. Egli è certo però, a mio parere, che quando leggiamo in Dionisio, che la toga era fatta a foggia d’un semicircolo, ἡμικύκλιον, non dobbiamo già intendere che tale fosse il taglio della toga, ma che tal forma prendesse quando mettevasi indosso42. Forse la toga metteasi piegata a varj doppi, come il manto de’ Greci, e con quella osservazione potranno sciogliersi molte difficoltà che nascono intorno alla forma di essa.

§. 12. Chechè siane però, agli artisti, pe’ quali principalmente io scrivo, bastar può il sapere che bianco era il color della toga, e che dovendo far figure vestite alla romana, possono imitarne la forma dalle statue.

§. 13. Metteasi la toga in una maniera particolare, che chiamavasi cinctus gabinus, usata nelle sacre funzioni, e principalmente all’occasione de’ sagrifizj43. Eccone la forma. La toga tiravasi su fino alla testa in guisa che l’angolo sinistro, lasciando libero il destro omero, veniva a cader sulla spalla sinistra, ed attraversava il petto, ove coll’estremità dell’angolo destro era ravvoltolato, e formava come un nodo44; ma ciò non ostante la toga arrivava fino ai piedi. Questa [p. 445 modifica]maniera di portar la toga veder si può, meglio per avventura che io non l’ho spiegata, in molti monumenti, e principalmente nella figura di M. Aurelio in un basso-rilievo del suo arco trionfale, ov’è in atto di offerire un sagrifizio45; e notar dobbiamo a quello proposito che la toga così tirata fui capo nelle figure degl’imperatori è l’indizio del loro sommo sacerdozio.

§. 14. Fra gli dei Saturno è il solo, che generalmente si rappresenti col capo mezzo coperto46, tranne però un Giove cacciatore su un’ara della villa Borghese47, che cavalca un Centauro, e un Plutone in una pittura del sepolcro de’ Nasoni48. Giove così velato vien detto da Arnobio49 riciniatus da ricinium, che significa quella parte di manto che tiravasi sul capo, e con cui quello dio vien pur rappresentato da Marciano Capella50.

§. 15. Appare per tanto che gli antichi generalmente solessero coprirsi il capo colla veste51, nel che i Romani adoperavano la toga; e siccome soleano star a capo nudo alla presenza di coloro, pei quali aveano del rispetto52, così commetteva allora un’inciviltà chi non levavasi il panno che lo copriva: δι' ὤτων κατὰ τῆς κεφαλῆς ἔχειν τὸ ἱμάτιον53.

Cappello. $. 16. Soleano però gli antichi altresì coprirsi la testa con un cappello; e gli Ateniesi, non solo uscendo fuor di città, ma in Atene stessa lo usavano: anzi gli Egineti fin dai tempi dell’antico loro legislatore Dracone se ne coprivano anche in teatro54. Fin da quell’epoca erano già in uso i cappelli di feltro, e tal era il cappello e l’elmo degli [p. 446 modifica]Spartani, il quale, al dir di Tucidide, non bastava a difendere dalle frecce. Non solo gli adulti ma i fanciulli stessi usavano il cappello; e sebben poscia cessasse presso gli Ateniesi la moda di portarlo in città, pur non cessò affatto presso i Romani, che lo portavano almeno in casa, narrandoci Suetonio55, che Augusto, o stesse in casa, o s’esponesse al sole, non altro aveva che il cappello in capo. All’aria aperta, qualora occorreva dal sole difendersi o dalla pioggia, se ne abbassavano le ale. Poteasi questo legare con due stringhe sotto il mento, qual vedesi alla figura di Teseo fu un vaso di terra nella biblioteca Vaticana56; e così dietro alle spalle gettavasi, quando si volea stare a capo scoperto, pendendo ivi alle stringhe attaccato. Usavasi generalmente il cappello dai contadini e dai pastori, onde fu detto cappello arcadico57, e fu dato perciò ad alcune figure d’Apollo sulle monete per indicare la da lui esercitata arte pastorale presso Admeto. Per la stessa ragione lo porta Zeto su due bassi-rilievi58, e Meleagro, come cacciatore, su varie gemme. Coloro, che in Roma efercitavansi nella corsa de’ cocchi, portavano un cappello acuto nel mezzo, somigliante a quel de’ Cinesi, e tale lo hanno parecchie figure fu due pezzi di musaico, che dianzi erano nella casa Massimi, e or sono a Madrid, e su un altro lavoro citato dal Montfaucon, ma che or più non si ritrova.

Calzari. §. 17. Tante maniere aveano gli antichi di legarsi ai piedi le scarpe e le suole, che troppo lungo farebbe il volerle tutte descrivere. Ridicola certamente è la spiegazione che è [p. 447 modifica]stata data d’un piede esistente nel museo della biblioteca Vaticana. Vi si osserva una croce sopra in quel luogo ove suol esser posto un uncino in forma di cuore, o di una foglia d’ellera. Essa è attaccata da una parte ad una coreggiuola, che passa fra il dito grosso e il vicino; e dalla parte opposta rafferma un’altra coreggiuola, che sopra il dosso del piede attraversa, e va a combaciarsi anche colla prima. A cagione di quella croce, e per essere il piede stato trovato nelle catacombe, s’è conchiuso che piede fosse della statua d’un martire; e questa bella scoperta con una lunga iscrizione s’è tramandata alla posterità; laddove era facile il riconoscere in quello il piede di giovane donna, e piede sì bello, che per tutto l’oro del mondo non sarebbesi fatto scolpire il simile ne’ tempi, in cui potean ergersi statue ai martiri59. Sappiamo altresì trovarsi nelle catacombe molti antichi lavori, che alcun rapporto non hanno colla cristiana religione. Si è poscia disotterrato un bel piede virile d’una statua maggiore del naturale, in cui v’è lo stesso uncino in forma di croce, e nel medesimo luogo: questo piede è nel museo del fig. Cavaceppi60. Simil coreggiuola delle suole, che passa fra ’l dito grosso, ed il vicino, si vede pur su una bella statua di Bacco fregiata con una testa alata di Genio.

§. 18. Scrive Appiano61 che diverse erano le scarpe de’ Romani da quelle de’ Greci; ma in che consistesse la differenza e’ non lo scrive. I più ragguardevoli fra i Romani aveano calzari di pelle rossa portata dalla Partia62, i quali chiamavansi mullei; ed eran questi talora lavorati con oro o con argento, come vediamo fu alcuni antichi piedi calzati. Comunemente però erano di pelle nera: arrivavano talora fino a [p. 448 modifica]mezza gamba63, e poteano considerarsi come mezzi stivaletti, quali veggonsi nelle figure di Castore e Polluce, che ho stabilito di far incidere nella prosecuzione de’ Monumenti antichi inediti. Quali calzari si dessero alle figure eroiche veder si può nella supposta statua di Q. Cincinnato, o piuttosto di Giasone a Versailles: consistono questi in suole che hanno intorno un orlo rialzato, largo un dito, e posteriormente un calcagno di pelle; son allacciati fui piede con una coreggiuola o stringa, e legati sopra la caviglia.

§. 19. Di scarpe formate di cordicelle intrecciate (simili a quelle che si conservano nel museo d’Ercolano da me rammentate di sopra) dee forse intendersi Plinio64 allorché parlando delle scimie dice: laqueis calceari imitatione venantium tradunt, cioè „ dicono che le scimie facciansi le scarpe di corda ad imitazione dei cacciatori „; onde mal s’apposero coloro che l’intesero delle cordicelle o reti in cui quegli animali veniano presi alla caccia. I più nobili Ateniesi, al riferire degli scrittori, portavano sulle scarpe una mezza luna or d’argento ed ora d’avorio, e i nobili Romani una luna tonda; tal fregio però non s’è trovato ancora fu nessuna statua romana65.

§. 20. Osserverò qui per ultimo che gli antichi, i Greci almeno, non usavano fazzoletto, sapendo noi che le persone anche più ragguardevoli tergeansi all’uopo le lagrime col manto, come fece Agatocle, fratello d’una regina d’Egitto, al cospetto di tutto il popolo alessandrino66: le serviette medesime non s’introdussero presso i Romani se non ne’ tempi posteriori; anzi ai conviti ognuno portavasi seco la sua.

[p. 449 modifica] Osservazioni generali sul panneggiamento §. 21. Nel disegno delle figure vestite, sia per esaminarle e per istudio, ovvero per imitarle, il gusto fino e ’l sentimento hanno men parte che l’attenta osservazione e la scienza. Il conoscitore però in quella parte delle arti del disegno non ha meno a studiare, che l’artefice. Tra ’l panneggiamento e ’l nudo v’ha lo stesso rapporto che tra l’espressione d’un pensiere (che n’è come il vestito), e ’l pensiere medesimo. Questo si trova con men fatica che quella. Or poiché ne’ più antichi tempi dell’arte greca si sono fatte più figure vestite che ignude, e seguitarono pur ne’ tempi migliori a farsi vestite le figure femminili, cosicchè appena una ignuda se ne trova fra cinquanta vestite; perciò gli artisti in tutt’i tempi vidersi obbligati a studiare non meno l’eleganza del panneggiamento, e i fregi del vestito, che la beltà delle ignude membra. Cercavansi le grazie non solo nel gesto, e nell’azione; ma eziandio nelle vesti, onde coperte si rappresentarono le più antiche Grazie; e a’ nostri tempi, dove a’ giovani artisti possono proporsi quattro o cinque delle più belle statue per istudio nel nudo, ben cento se ne possono additar loro per istudiare il panneggiamento. E’ ben raro, che trovinsi due statue alla stessa maniera vestite; laddove molte ve n’ha d’ignude interamente simili, e fra queste la maggior parte delle Veneri. Per la stessa ragione varie statue d’Apollo sembran fatte sul medesimo modello, come le tre somiglievoli della villa Medici67, e un’altra in Campidoglio: lo stesso dicasi della maggior parte de’ giovani Satiri. Conchiudiamo per tanto che il disegno delle figure vestite dee con ogni ragione riguardarsi come una parte essenziale delle belle arti.

§. 22. Vi sono oggidì ben pochi artisti, che non abbiano de’ difetti ne’ panneggiamenti, e nel secolo scorso tutti mancarono in questa parte, tranne il francese Poussin. Bernini ha [p. 450 modifica]fatto alla sua santa Bibiana un manto sopra la veste, e sopra il manto poi l’ha cinta con larga fascia, il che non solo è contrario a tutte le antiche maniere di vestirsi, ma ripugna alla natura del manto stesso, che sembra non potersi più dir manto, allorché stretto vien da una fascia. Colui che ha disegnati i bei rami nel Paragone della vecchia e della nuova architettura del Cambrai, ha data una verte muliebre a Callimaco inventore del capitello corintio68.

§. 23. Mi fa maraviglia, che Pascoli nella sua prefazione alle Vite de’ pittori pretenda che gli antichi artisti non avesser buon gusto nel vestiario, e che il panneggiamento sia una di quelle parti dell’arte in cui superati furono da’ moderni. Vero è che di gran peso non dev’essere il suo giudizio, poichè appare dalla sua Opera, quanto poco versato egli fosse nelle belle arti; e attestano coloro, i quali l’hanno conosciuto personalmente, aver egli scritto il suo libro chiedendo di mano in mano le opportune notizie or a questo or a quello, come gli tornava comodo. Da questo però si può conchiudere, che la falsa sua opinione fosse al tempo stesso il giudizio che portavano allora generalmente gli artisti intorno al panneggiamento degli antichi. Or che poteasi mai aspettare da coloro che erravano in una parte sì essenziale [p. 451 modifica]dell’arte? Corneille diceva del Bajazet di Racine „ha un cuor francese sotto un vestito turco„. Potessimo noi almeno formar lo stesso giudizio delle figure moderne mal disegnate, e dire che una figurina di moda e affettata sta sotto un ben inteso panneggiamento greco! Questo almeno ne coprirebbe molti difetti.


Fine del Tomo primo.


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Note

  1. Herod. lib. 1. cap. 135. pag. 75.
  2. Gell. Noct. Att. lib. 7. c. 12., S. August. De Doctr. Christ. lib. 3. c. 12. n. 20.
  3. Ascon. in Cicer. Orat. pro M. Scauro. in fine. [Plinio lib. 34. cap. 6. sect. 11.
  4. Plutarc. Quæst. Rom. oper. Tom. iI. pag. 276. C.
  5. Suetonio nella di lui vita, cap. 82.
  6. in Lucull. oper. Tom. I. pag. 501. C. [ Discincti. In semplici vesti senza cinti.
  7. Salm. in Tertull. de Pall. p. 14. & 29. [ Ferrario Anal. de re vestiaria, cap. 25.
  8. Ant. lect. lib. 4. cap. 8. [ Non dice, che fossero i soli.
  9. A. Gell., S. Auguft. ll. cc.
  10. Ha così corte le brache la figura d’un giovane in un antico basso-rilievo di marmo che fu scoperto in un pilastro della cattedrale di Pavia atterrato in occasione della nuova fabbrica. Gli li vede inoltre una specie di tunica, che gli copre una sola coscia, un pallio, che gli giugne a mezza gamba, ed inferiormente e tagliato rotondo, una specie d’elmo in testa, i braccialetti alle mani, e i calzari ai piedi. Se ne vedrà la figura nelle Memorie della città ai Pavia ec. scritte dal ch. P. M. Severino Capsoni de’ Predicatori, allorché si pubblicheranno.
  11. De Columna Traj. cap. 7. pag. 179.
  12. Herodian. lib. 4. cap. 24.
  13. Ad Att. lib. 2. ep. 3. [ Cicerone parla delle fasce da coprire le gambe; fascia crurales: delle quali parlano anche Ulpiano nella l. Argumento 25. §. Fascia 4. ss. De auro., arg. ec., Quintiliano Inst. Orat. lib. 11. c. 3., ed altri. Il Buonarruoti Osservaz. sopra alc. framm. ec. pag. 27. ha creduto di vederle alle gambe del buon Pastore nelle figure riportate alla Tav. 4. 5. e 6.; e colla di lui scorta Venuti le ha trovate alle gambe di un uomo di campagna nella Tav. 23. fra quelle, che ha illustrate della raccolta di Borioni Collect. Antiq. Ma io non so vedere in nessuna di queste figure la forma di fasce; e dal riprovarne che fa Cicerone l’uso in Pompeo si per il color bianco, che loro dava, come anche per sé stesse, possiamo intendere, che non convenissero ai pastori, e ai contadini, i quali portavano una specie di stivaletto chiamato perone da Persio Sat. 5. vers. 102., S. Isidoro Orig. lib. 19. cap. 34., Servio ad Æneid. l. 7. vers. 696.: e tale dovrebbe essere in quelle figure, come si vede alla forma.
  14. lib. 2. pag. 179 C. D. [ Parla Strabone della clamide comune, la quale doveva essere dalla parte di sotto come semicircolare con due angoli uno per parte, e di sopra anche allo stesso modo di semicircolo incavato, ma più stretto. Vedasi Rubenio De re vest. lib. 2. cap. 7., e Ferrario Analecta de re vest. c. 38.
  15. V. Διόσκουροι
  16. Mon. ant. T. iI. Par. I. c. 24. §. 1. p. 75. [ Chlamyde induti ex humeris dependente.
  17. Diogene Laerzio lib. 2. segm. 67. scrive, che Platone così lo motteggiò per tacciare la sua facilità nello scegliere una cosa, e nel rigettarla. Suppone per altro, che veramente Aristippo ora portasse un vile pallio, ora la clamide secondo le persone alle quali faceva visita; rendendosi ammirabile per il decoro, che osservava sì nell’una, che nell’altra maniera, come scrive Plutarco De fortit. Alex. oper. Tom. iI. pag. 330. C., Bruckero Hist. crit. phil. Tom. I. Par. 2. lib. 2. cap. 3. §. 3. pag. 586.
  18. Lucian. Amor. §. 44. oper. Tom. iI. pag. 447. [ Gli annotatori a questo luogo di Luciano credono che vi sia errore nella lezione, e in vece di χλαμύδα debba dirχλανύδα, e perchè leggono in tal modo alcuni codici, e perchè la veste detta clanide era propria dei fanciulli, e delle donne. Osservo però che Suida a questa voce la dice verte militare; e allora non si toglierebbe la difficoltà per questa parte.
  19. Artemidor. Oneirocrit. lib. 1. cap. 56.
  20. Philostr. Vit. Sophist. lib. 2. cap. 1. n. 5. pag. 550.
  21. Plut. Lucull. op. Tom. I. pag. 520. D.
  22. Monum. ant. ined. num. 151.
  23. Captivi, act. 4. sc. 1. vers. 12., Epid. act. 2. sc. 2. vers. 10.
  24. Lo stesso Captivi, act. 4. sc. 2. vers. 9.
  25. Xiphil. in Aug. pag. 98. D.
  26. Tacito Hist. lib. 2. cap. 89.
  27. Xiphil. in Severo, princ. p. 309. D.
  28. De la Blétterie Traité de la nat. du gouv. rom. &c. Acad. des Inscript. Tom. XXI. Mém. pag. 304. & 305.
  29. Vedi sopra pag. 402.
  30. Omero Iliad. lib. 10. vers. 134. chiama appunto διπλῆ la veste di Nestore, per veste foderata, o doppia; non per la fodera.
  31. Vedi sopra pag. 418 not. b.
  32. Iliad. lib. ult. vers. 230.: simplices chlænas. Clene semplici, senza fodera.
  33. Hist. lib. 9. pag. 555.
  34. lib. 34. c. 6. sect. 11.
  35. Gli abbagli degli uomini grandi principalmente non si rilevano con delle franche asserzioni, ma con buone ragioni. Come mai un uomo versato nella lingua greca può asserire, che ἱμάτιον non significhi anche il pallio, ma soltanto la tunica! Bastava leggere Luciano per trovare tanti esempi in contrario. Parlando questi in Alessandro, §. 11. oper. Tom. iI. pag. 218. d’un certo impostore Alessandro, dice che andava vestito di tunica purpurea a righe bianche con sopra il pallio o sopraveste chiamando questa ἱμάτιον e quella χιτῶνα: μεσόλευκον χιτῶνα πορφυροῦν ἐνδεδυκὼς καὶ ἱμάτιον ὑπὲρ αὐτοῦ λευκὸν ἀναβεβλημένος: Tunicam inductus purpuream ex albo virgatam, & pallium injectum gerens candidum: così parlando De mercede conductis §. 25. Tom. I. pag. 682. di un filosofo, e dicendolo vestito del pallio, che propriamente si diceva pallio greco, scrive ἱμάτιον ἑλληνικὸν Il pallio, e non la tunica, serviva per coprire il capo, come lo ha detto espressamente anche il nostro Autore sopra pag. 418.; ora Luciano Dial. mort. X. §. 11. Tom. I. pag. 374. parlando di un filosofo, che la notte girava per la città col capo coperto del pallio, per questo usa la parola ἱμάτιον: τῷ ἱματίῳ τὴν κεφαλὴν κατειλήσας: palliolo caput obvolutus. La stessa riflessione poteva fare Winkelmann sul passo di Plutarco, che riporta qui appresso pag. 445. §. 15., nel quale questo scrittore allo stesso proposito usa la parola ἱμάτιον. Anche Diodoro lib. 4. §. 38. princ. pag. 238. parlando di certi abiti sacri distingue la tunica dalla sopraveste χιτῶνα καὶ ἱμάτιον: e qualche altro esempio lo aveva portato il Ferrario De re vest. par. 2. lib. 4. cap. 2, ove osserva, che se ἱμάτιον presso i Greci significava qualunque veste, più propriamente si usava per il pallio. Quindi cade il fondamento della critica fatta qui dall’Autore al Casaubono. Cade anche l’altra ragione dell’abito insolito; perocché essendo il pallio l’abito ordinario, e comune dei Greci, come si rileva dal citato Diodoro lib. 19. §. 9. Tom. iI. pag. 324. princ., e lo provano più a lungo Baisio De re vest. c. 13., Ferrario l. c. cap. 1. 2. e 3., doveva essere cosa più insolita l’andare col pallio in campagna, che in città; tutto all’osposto di quello, che dice Winkelmann. Ed è ben credibile che si facesse portare il pallio a colui, affinché egli fosse più visibile da lontano; e non aveflc da equivocarsi con qualche pastore, che portava abito stretto, e corto. Dice Polibio, che quella cautela non bastò, perchè accidentalmente si portò a quel dato luogo un cittadino padrone di una greggia di pecore, che pascolavano in quel contorno, per osservare in quell’altura ove stette il pastore; e che essendo vestito anch'egli ἐν ἱματίῳ fu preso per quello, che dovea dare l’avviso ad Arato. Mi pare ben più probabile, che quello cittadino portasse l’abito di città, che la semplice tunica.
  36. lib. 14. §. 2. pag. 640. lin. 43.
  37. Insidiis obnoxius fuit adeo, ut thoracem ferreum tunica interiori superinjectum gestare metus illum coegerit.
  38. No sempre. Nell'Iliad. lib. 3. v. 359., e lib. 7. vers. 253. distingue espressamente questo dalla corazza. Nel lib. ult. vers. 580. dice ἐΰννητόν τε χιτῶνα, tunica ben tessuta; e nell’Odyss. lib. 19. vers. 242. parla di una tunica, lunga fino ai piedi data in dono ad Ulisse τερμιόεντα χιτῶνα e potrebbero addursene altri esempi.
  39. lib. 11. §. 26. pag. 425. princ.
  40. Io non vedo ragione, o fondamento di approvare questa spiegazione. Altronde osservo, che Diodoro nei luoghi citati innanzi e dall’Autore, e da me prende certamente la parola χιτῶν per tunica, e ἱμάτιον per sopraveste, o pallio che sia, contrapponendo una all’altra; e ἱμάτιον lo prende nello stesso senso anche nel passo, che ora citerò. In secondo luogo, dopo aver detto, che Gelone comparve senza nessun’arma, non pareva necessario, che aggiugnesse come cosa particolare, e anche senza corazza, essendo quella una delle armi. In terzo luogo il fine di Gelone col presentarsi in tal guisa era di far vedere al popolo, che cosi mezzo nudo, come dice Diodoro, ossia col petto, e qualche altra parte scoperta sarebbe andato coraggiosamente ad affrontare i nemici: per la qual cosa era più opportuno il solo pallio, che la tunica, ad un uomo, che dovea perorare, e gestire colle braccia; scoprendo così il petto, e almeno il braccio destro in aria, che poteva mostrare insieme della magnanimità, e della intrepidezza: e per ultimo è verisimile, che facesse come Agatocle, il quale, al dire dello stesso Diodoro lib. 19. §. 9. T. iI. p. 324. princ., in una occasione, per comparir popolare depose la clamide, e si gettò sulle spalle il pallio.
  41. Plutarc. in Æmil. pag. 263. D. Tom. I.
  42. Dionisio d’Alicarnasso Ant. Rom. l. 3. cap. 61. princ. Neppur questa spiegazione io posso ammettere. Dionisio mostra di non parlare della forma della toga quale sarebbe mettendosela indosso; ma quale era di forma allorché una ne fu presentata dagli Etruschi al re Tarquinio, dicendola semicircolare; e facendo osservare, che perciò era diversa dall’abito dei Lidj, e dei Persiani, il quale era quadrato. La forma semicircolare si arguisce poi ad evidenza dal vedere alla toga una, o due punte, o angoli, uno avanti, e l’altro dietro alla persona, che la porta; come si vedono a tante figure, tra le altre a quelle, che dà il sig. Lens Le Costume ec. pl. 36. 37. e 38., Bartoli Admir. Antiq. Rom. Tab. 41. e 42., alle quali si vedono anche i fiocchetti, come a quelli della cit. pl. 38. presso Lens; e come precisamente se ne vede uno alla figura etrusca riportata dal Demstero De Etr. reg. Tom. I. Tab. 40. Si legga anche Rubenio De re vest. lib. 2. cap. 7., Ferrario Anal. c. 38., Lens loc. cit. liv. 5. chap. 2. pag. 261. segg.
  43. Lucano lib. 1. vers. 596., Prudenzio Peri Steph. hymn. ult. v. 1015. Ved. Pitisco V. Cintus gabinus.
  44. Servio ad Æneid. lib. 7. vers. 612.
  45. Riferito dal Bartoli Admir. Antiquit. Rom. Tab. 25. Io non so vedere che abbia il detto cinto. È vestito colla toga, e ne ha coperto il capo all’uso ordinario.
  46. Description Des pierr. grav. du Cab. de Stosch, cl. 2. sect. 1. princ. pag. 33.
  47. Monum. ant. ined. n. 11.
  48. Tab. I.
  49. Advers. Gent. lib. 6. pag. 209.
  50. De nupt. phil. lib. 1. pag. 17.
  51. Vedi Cupero Apoth. Hom. pag. 954.
  52. Plutar. in Pomp. op. Tom. I. p. 622. D. [ e Quæst. Rom. Tom. iI. pag. 266. D.
  53. Idem ibid. pag. 640. C [ Aures, & caput habens toga obtecta.
  54. Suida V. Δράκων.
  55. In Aug. cap. 82.
  56. Non so se Winkelmann voglia parlare di quello riportato nei Monum. ant. n. 98. In questo però non si vedono le stringhe al cappello, che ha Teseo gettato dietro alle spalle; ma una sola ne ha il cappello che tiene in capo Piritoo, e g!i passa sotto il mento.
  57. Dio Chrysost. Orat. 25. pag. 433. A. [ Dice cappello arcadico, e laconico. Meursio nelle note a Teocrito Idyl. 15. op. Tom. V. p. 814. F. osserva, che usavano in campagna anche un’altra sorte di cappello detto beotico, dalla Beozia, ove era stato prima usato.
  58. Uno, della villa Borghese, lo riporta l’Autore nei Monum. ant. ined. num. 85., ripetuto dal signor Lens pl. 9. fig. 20.: l’altro è nella villa Albani, come ivi par. iI. cap. 4. pag. 113. lo dice anche Winkelmann.
  59. È stato scartato dopo la morte del commendatore Vettori, che lo avea donato alla biblioteca coll’iscrizione.
  60. Simile croce presso a poco si vede sulli piedi della Giunone già di Barberini, ora nel Museo Pio-Clementino, visibile anche nel disegno datone nel Tom. I. di esso Tav. 2.
  61. De bello Mithrid. pag. 172. B.
  62. Vales. not. in Amm. Marcell. l. 22. c. 4.
  63. Horat. lib. 1. sat. 6. vers. 27.
  64. lib. 8. cap. 54. sect. 80.
  65. La forma di questo fregio era di luna crescente, non piena, anche presso i Romani; e significava, al riferire di Sant’Isidoro Orig. lib. 19. cap. 34., il numero cento; alludendo al numero centenario dei senatori. Dai moderni autori si disputa se si ponesse sul piede avanti, o dietro al calcagno a modo quali di sperone. Ved. Rubenio De re vest. lis. 2. cap. 4., Ferrario Anal. cap. 36.
  66. Polib. lib. 15. pag. 712. D.
  67. Vedi sopra pag. 300. not. a.
  68. In simil guisa contro il costume hanno errato altri insigni scultori e pittori moderni, quelli specialmente della scuola Veneziana, Tiziano, Tintoretto, e Paolo Veronese. In un quadro del primo veggonsi i Giudei vestiti da nobili Veneti, in due altri del Tintoretto son messi gli Apostoli in abito di contadini Albanesi, e volendo il terzo rappresentare i Pellegrini di Emaus, dipinse un banchetto alla moderna. Osserva il marchese d’Argens Refex. crit. sur les differ. Ecoles de peint. pag. 103., che i suoi pittori francesi sonosi guardati da tali errori. La sua osservazione sembrami ragionevole e fondata, almeno riguardo ad alcuni, in specie al le Brun, al Pounnin e al le Sueur. Una collezione dei costumi, che la moda ha introdotto in varj tempi presso le nazioni più celebri, manca ancora agli stabilimenti più proprj e conducenti a promovere la perfezione delle arti del disegno. I proprietarj de! Colosseo di Parigi, apertosi per la prima volta nel 1776., ne proposero l’idea e il premio da distribuirsi a colui che nell’esecuzione fosse stato dalla voce comune riconosciuto il più eccellente. Ma ogni cosa, dice il sig. de Linguet Annal. polit. Tom. iI. pag. 321., per ordine superiore fu interrotta e sospesa. [ In qualche parte ha supplito il sig. Lens nell’opera tante volte citata, Le Costume, ou Essai sur les habillements, & les usages de plusieurs peuples de l’antiquité prouve par les monuments, come ho detto avanti all’Elogio del sig. Heyne pag. lxxx.