Una terribile notte

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Grazia Deledda

1929 U Indice:Deledda - Nell'azzurro, Milano, Trevisini, 1929.djvu Letteratura Una terribile notte Intestazione 7 marzo 2019 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Nell'azzurro

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UNA TERRIBILE NOTTE

Ardo era un bambino disobbediente.

Aveva nove anni e si trovava con suo padre nella Gallura, che è una regione montuosa e pittoresca, al nord della Sardegna. In Gallura vi sono villaggi ed anche città, ma la maggior parte degli abitanti vive sparpagliata nelle campagne, in case certo non di lusso e artistiche come le ville, ma comode e pittoresche, formanti microscopici villaggi chiamati, nel dialetto di quelle forti ed ardenti popolazioni: stazzos.

Un giorno di ottobre il padre di Ardo mandò il bambino ad un villaggio vicino affinché vi comprasse una forma di cacio. [p. 94 modifica]

— Bambino mio, — gli disse, — la strada è corta, ma difficile, e di notte ci si può smarrire. Perciò appena comprato il formaggio non fermarti al paese, ma ritorna subito. Arrivederci qui a sole alto.

Ardo promise di sì, ma arrivato al villaggio, fatta la sua commissione, pensò tanto ad obbedire il padre che si mise a giocare coi bimbi finché non tramontò il sole.

Venne il crepuscolo, reso triste ed oscuro da un immenso cortinaggio di nuvole che si stendeva lentamente all’est, e solo allora Ardo pensò al ritorno.

— Vi è ancora una mezz’ora di luce — disse fra sé — ed io arriverò fra un quarto d’ora.

Lasciò con rimpianto i suoi piccoli ed improvvisati amici e cominciò a trottare allegramente, col formaggio avvolto in un fazzoletto sotto il braccio, cantarellando:

Candu lu soli in lu mari
Getta li raj sereni;

ma d’un tratto si fermò, stese la manina e aggrottò la fronte: poi guardò in su.

Una goccia d’acqua gli era caduta in viso, giusto sulla punta del naso: le nuvole si erano dilatate, balzanti, color di piombo a venature rosse, s’avanzavano sul cielo, rapidamente, come le onde della [p. 95 modifica] marea spinte dalla tempesta. Solo all’occidente, dove era scomparso il sole, dietro le alte e dirupate montagne, rimaneva una striscia di cielo limpido, d’un verde scintillante, la cui luce illuminava ancora il sentiero che Ardo percorreva.

Il piccino riprese la via, lesto lesto, ma senza più cantare: dopo cinque minuti si fermò ancora: la striscia di cielo limpido era scomparsa e con essa la luce.

Il buio s’avanzava, la pioggia diventava fitta, grossa, il vento cominciò a soffiare impetuosamente, minacciando di spingere Ardo in qualche burrone, in qualche macchia spinosa: il tuono brontolò fra le gole delle montagne sulle cui cime i lampi s’incrociavano danzando una fantastica ridda di fuoco.

Sulle prime Ardo ebbe freddo, ebbe paura: temeva i tuoni, i lampi; gli pareva che i massi, le macchie fossero, così avvolti di nebbia e d’oscurità, tanti grandi bobbois — fantasmi — pronti a mangiarselo, per castigo della sua disobbedienza: ma poi si fece coraggio e aguzzò lo sguardo se mai vedesse un lume, un pastore, o almeno una grotta per ripararsi.

Nulla... assolutamente nulla: neanche un albero!

Ritornare al villaggio? Ma se era distante [p. 96 modifica] quanto lo stazzo ove si trovava suo padre! Ardo ebbe desiderio di piangere: poi pensò:

— Bah! Sono troppo grande per piangere, e poi... a che servirebbe?

Riprese filosoficamente e rapidamente la via: un acre profumo di terra e di foglie secche bagnate gli sconvolgeva i nervi più che l’acqua che inzuppava le sue vesti: il vento lo faceva tremare verga a verga, i fantasmi, col crescere del buio, si moltiplicavano, non rimanevano più fermi, ma danzavano, correvano, urlavano, gli venivano dietro, alle spalle.

Pareva fossero i loro sguardi a produrre i lampi; e i tuoni la musica che li faceva ballare.

E Ardo tremava di terrore, ma visto che nessuno lo molestava da vicino, proseguiva la via, a passi precipitosi, ansante, inciampando ad ogni passo, pensando come mai non raggiungeva la sua meta se era da un’ora almeno in marcia.

Ma se aveva, senza accorgersene, smarrito il sentiero?

Come Dio volle arrivò ad uno stazzo.

Batté forte: una testa apparve al finestrino illuminato, ma una testa così sconfortante, dal profilo adunco, dagli occhi così piccoli e cattivi, che Ardo ne ebbe paura. Era donna o uomo? Aveva sì il [p. 97 modifica] fazzoletto in testa, ma fra lei e il finestrino Ardo vide anche luccicare la canna d’un fucile.

— Chi va là?

Ardo raccontò la sua storia: la vecchia guardò fisso sotto il braccio del piccino, poi sparve dalla finestra.

E la porta fu aperta: Ardo entrò in una cucina ampia, nera come l’inferno, poveramente arredata. Il fuoco ardeva nel focolare di pietra, un paiolino nero nero bolliva tra le fiamme; e tre altre donne stavano intorno al focolare, sedute coi piedi in croce: preparavano la cena. Erano giovani ed anche belle, ma guardarono Ardo con un viso così strano che il disgraziato si sentì crescere ancora l’agitazione dei nervi.

Pure lo fecero gentilmente sedere su uno sgabello, vicino al fuoco, gli asciugarono le vesti e gli chiesero se aveva fame. A quella domanda Ardo trasalì.

Perbacco! S’accorgeva per la prima volta che quella che egli aveva qualificato per "agitazione di nervi" non era altro che un formidabile appetito...

— Ma sì!... — disse arditamente.

— Qui bollono i maccheroni, — disse la vecchia, — ma abbiamo appena il formaggio per condirli per noi quattro. Siamo gente così povera... [p. 98 modifica]

Così dicendo rivolse un lungo sguardo al magnifico formaggio che Ardo aveva deposto per terra accanto a sé; ed egli intese il desiderio della vecchia: disse quindi, dopo qualche esitanza, vinto dai consigli del suo stomaco vuoto:

— Prendete pure un pezzettino del mio...

La vecchia non si fece pregare. Prese tutto il formaggio e cominciò a grattugiare...

Le altre parlavano fra di loro: Ardo guardava la vecchia con inquietudine. Non era più per lui solo il formaggio che quella strega grattugiava, no, era per tutti: oh, si faceva dunque pagare l’ospitalità?... Che avrebbe detto il suo babbo?

E la vecchia grattugiava... grattugiava sempre...

Ma aveva dunque intenzione di non lasciarne proprio nulla?

— Buona zia, — fece Ardo, guardando sempre il suo formaggio che si... squagliava, — ma credo che quello basti...

— Ancora un po’ — disse la vecchia.

Seguitò inesorabilmente a grattugiare, mentre Ardo, maledicendo il momento in cui era entrato in quella casa, si sentiva tentato di strapparle il formaggio, la grattugia ed anche i capelli...

Alla fine, quando non rimaneva che un terzo del formaggio, la vecchia smise la sua faccenda: e [p. 99 modifica] i maccheroni furono copiosamente conditi a spese di Ardo, senza che apparisse neanche per sogno il formaggio della vecchia.

Fu apparecchiata la tavola... per terra. Con immenso stupore Ardo vide che le cinque porzioni fatte dalla vecchia erano una più piccola dell’altra, e pensò:

— Stiamo a vedere che, dopo ciò che è accaduto, mi dia la parte più piccola, quella strega!...

Decise di protestare in tal caso, ma la vecchia, mettendosi le mani sui fianchi, gli domandò severa:

— Sei Gallurese?

— Niente affatto — disse Ardo con dispetto.

— Allora non sai le nostre usanze?

— Niente affatto! — ripeté Ardo sempre con dispetto: e stava per aggiungere: «Belle, le vostre usanze... ladre»: ma non lo fece; e la vecchia riprese:

— Allora devi sapere che prima di cenare da noi si... salta!

— Oh, oh, oh! — esclamò il bambino, ridendo suo malgrado.

— Ma sicuro! Si salta dal centro della cucina in direzione della porta: chi fa il salto più lungo piglia la più grossa porzione...

— Quando è così — pensò Ardo — vuoto e leggero come sono, farò certo il salto più lungo. [p. 100 modifica]

Si alzò: la vecchia aprì la porta, perché?... Ardo non se lo seppe spiegare, ma saltò... saltò così agilmente, con tanto slancio e passione che andò a cadere due metri fuori della porta.

Rimase stordito, poi si accorse che pioveva sempre e che... la porta era stata richiusa! Si avvicinò, la spinse, ma non poté aprirla e sentì che dentro, le donne mangiavano e bevevano allegramente.

— Belle burle! — pensò picchiando nuovamente.

Non aprirono: anzi raddoppiarono le risate.

— Ma aprite, aprite! Son tutto bagnato! Ho fatto il salto più lungo!

Le risate scoppiarono di nuovo, ma la porta rimase chiusa. Ardo la spinse con le spalle, gridando:

— Oh, oh, fate sul serio! Restituitemi il mio formaggio!

— Vattene via — disse la vecchia — o se no le prendi.

— Mio Dio, mio Dio, che cattiva gente!

Prese una manciata di ciottoli e cominciò a sbatterli alla porta e alla finestra.

— Vattene via! — ripeté la vecchia, sempre mangiando.

Ardo proseguì l’assalto, ma d’un tratto si fermò, colto da terrore. [p. 101 modifica]

Alla finestra era ricomparsa la vecchia, con gli occhiolini scintillanti, col fucile teso.

— O te ne vai o ti sparo!

Figuratevi lo spavento di Ardo, che prese sul serio la minaccia.

Lasciò andare l’ultimo ciottolo in direzione della finestra, sul nasone della vecchia, e, come dice la canzone:

Via per dirupi e balzi marcia coi venti al par...

***

...E corse, corse, per quasi un’ora, non più inseguito da fantasmi, ma dal ricordo del fucile la cui vista lo aveva fatto fuggire, e del lungo ed adunco naso di "quella strega".

Uno strano suono, vibrante nell’aria umida, trasportato dal vento, lo fece finalmente fermare. Ascoltò attentamente e s’avvide che era il rintocco d’un orologio che scoccava le ore: aguzzò lo sguardo e riuscì a vedere su un’altura il nero profilo di qualche casa fabbricata fra i massi frastagliati che dominavano per un lunghissimo tratto la valle inondata dall’acquazzone, e il profilo di un campanile piccolo piccolo, nero nero.

— Una chiesa! Un villaggio — esclamò Ardo rianimandosi e riprendendo fiato. — Se mi vi [p. 102 modifica] riparassi? Forse non avendo più con me quel maledetto formaggio, vi sarò ospitato... lealmente!

Si fece animo, salì a stento, ansante, bagnato sino alle ossa, stremato di forze, la piccola, ma dirupata china, e batté alla prima porta che trovò, accanto alla chiesa.

Venne ad aprire una donna: Ardo non ne fu contento, perché ormai aveva poca fiducia nelle donne: pure, vedendola giovine, grassa, rossa, con due occhioni che pareva leggessero in fondo all’anima, le espose le sue sventure.

— Don Marco, — ella disse con voce grossa, rivolgendosi all’interno, — v’è qui un monello che chiede l’elemosina... Ma che brutto vizio battere alle porte altrui alle nove ore! Mi sento tentata di dargli una... pedata...

Ardo diventò rosso d’ira, d’umiliazione, e se ne sarebbe andato per dimostrare a "quell’altra strega" che lui non voleva punto l’elemosina, se una voce dolce, tremula, non avesse detto:

— Sei di malumore stanotte, Andriana! Sarà qualche povero bimbo smarrito. Fallo entrare subito!

La porta si aprì del tutto e Ardo entrò, levandosi il berretto bagnato. Anche questa era una cucina, ma una cucina così deliziosa, piccola, pulita, con le pareti bianche coperte di casseruole di rame [p. 103 modifica] scintillanti al riflesso del lume e del gran fuoco che crepitava nel caminetto, che pareva un salotto.

Un prete, un vecchio prete piccolino piccolino, tutto roseo sotto una parrucca bionda che faceva a schiaffi con le infinite rughe del suo viso, era mollemente seduto su un seggiolone di legno col fondo di paglia, davanti al fuoco. Aveva le scarpine con le fibbie, e indossava una specie di frack.

Un grosso gatto dormiva ai suoi piedi. Quando entrò Ardo, don Marco depose il giornale che leggeva, depose gli occhiali, e lo guardò.

— Oh, povero piccino — esclamò con compassione. — Vieni vicino al fuoco.

Ardo non si fece pregare: raccontò ancora una volta la sua storia e mise in curiosità don Marco, e specialmente Andriana, circa la vecchia che "l’aveva fatto saltare".

Poi don Marco ordinò alla serva di spogliare il ragazzo affinché la sua giacchetta, i suoi pantaloni, le sue scarpe e il suo berretto fossero bene asciugati al fuoco: nel mentre Ardo avrebbe indossato una giacchetta e un paio di scarpine di don Marco.

Andriana obbedì subito, trattando Ardo con somma attenzione e cortesia: era forse per riguardo al suo padrone? Ardo non seppe dirselo, ma osservò che Andriana, da qualche minuto, lo guardava fissamente, gli sorrideva, gli si mostrava gentile [p. 104 modifica] quanto prima villana: pure vi fu un momento che mancando di nuovo al galateo diede in una formidabile risata all’indirizzo di Ardo.

Ma questa volta Ardo non si offese, anzi rise anche lui, rise anche don Marco.

Andriana l’aveva spogliato, gli aveva tolto anche le calze; poi gli aveva messo un paio di calze di lana nera e un paio di scarpini con la fibbia che gl’ingrossavano enormemente le gambe e i piedi: e invece della giacchetta, una specie di frack a coda di rondine che davanti lasciava vedere tutte le gambe di Ardo dal ginocchio in giù, e dietro gli veniva assolutamente a strascico; e infine in testa una calotta nera di don Marco che gli scendeva giù delle orecchie...

Se Ardo, su quella calotta avesse avuto un po’ di cipria, se il frack fosse stato un po’ più corto e attillato, sarebbe sembrato un cavaliere della Corte di Luigi XVI; per allora rappresentava una cosa così strana, così ridicola, che lo fece ridere tanto da scordarsi persino la fame — ormai era fame davvero — che lo tormentava.

Passata l’ilarità, don Marco pensò anche a ciò e fece dare ad Ardo un piatto di fagioli al burro: ad Ardo non erano mai piaciuti i fagioli, pure quella notte, le quattro o cinque porzioni che divorò, gli sembrarono portate divine. Don Marco [p. 105 modifica] finì di leggere il giornale e si ritirò. Andriana stese avanti al caminetto una stuoia, invitò il piccino a coricarvisi, non avendo in casa alcun letto disponibile, e si ritirò anch’essa. Ardo si stese sulla stuoia.

Fuori imperversava sempre la bufera: Ardo pensò a lungo all’inquietudine del suo babbo che l’aspettava, che forse lo ricercava con l’angoscia nel cuore, credendolo morto; ma alla fine, vinto dalla stanchezza, finì col chiudere gli occhi, mormorando:

— Oh la disobbedienza... la disobbedienza!...

***

Quanto tempo dormì?... Probabilmente molto poco, perché quando si svegliò il fuoco ardeva ancora vivissimo nel caminetto. E alla sua luce vide, china su lui, la grossa Andriana che l’aveva scosso per svegliarlo. Aveva in mano una lanterna e accennava ad accenderla.

— Cosa volete? — disse Ardo. — Perché mi svegliaste?

— Eh, per chiederti di aiutarmi in una faccenda che m’ero scordata di ultimare. È un momentino, e siccome non sono ancora le undici, così potrai dormire di nuovo, per tutta la notte... [p. 106 modifica]

— Son pronto! — rispose Ardo benché in fondo sentisse una vaga e misteriosa inquietudine causata dal tono bizzarro che Andriana dava alle sue parole.

— Ah, bravo! Eppoi, saresti contento domani di portare a tuo padre il formaggio di cui ti aveva incaricato, dicendogli semplicemente che, avendoti colto il temporale, ti riparasti, durante la notte, qui?

— Contentissimo! Ma questo formaggio?

— Te lo darò io, basta che mi aiuti in questa faccenda.

— Eccomi dunque qui! — disse Ardo alzandosi, pronto, contento davvero della strana promessa.

Andriana accese la lanterna.

— Vieni, — disse, — è qui, in una stanza attigua. Non far rumore... potresti svegliare don Marco!

Ardo, ingenuo com’era, non fece più alcun caso del mistero con cui Andriana si circondava, pensando che quella famosa faccenda fosse qualche faccenda domestica; ma quando, dopo aver attraversato un andito e una stanza che assomigliava ad una sagrestia, si fermarono nell’interno d’una povera chiesa, e Andriana, senza mai dirgli nulla, si chinò in un angolo e levò dal suolo una lastra di [p. 107 modifica] pietra, tanto grande da lasciare un vuoto in cui potevano passare due uomini... Ardo diventò bianco bianco e indietreggiò con spavento.

Aveva riconosciuto quell’angolo, quel sotterraneo.

Era una tomba! Vicino alla colonna ove Andriana aveva appiccata la lanterna stava un cesto, un largo cesto a cui era attaccata una fune.

Impossibile descrivere con vere tinte quel lugubre quadro: Ardo così stranamente vestito, così spaventato, Andriana che levava la lastra dalla tomba, l’arco della chiesa illuminato dalla luce tremula e violacea della lanterna appesa sotto un quadro vecchio, nero; la colonna scintillante al riflesso di quella luce, il suolo lambito da lunghe e tremule striscie di penombra, d’ombra e di luce, a guisa di ventaglio!

— Ma che cosa è questa... faccenda?... — domandò Ardo con terrore sempre più crescente.

— Hai paura? — chiese Andriana, accarezzandolo. — Ma che pazzo che sei. Non hai temuto i fantasmi della valle, non la bufera e tremi qui? Ecco di che si tratta: oggi, qui, hanno sotterrato una signora, una giovine dama, ricchissima, nobile, sposa... L’hanno appunto vestita da sposa e nel dito anulare della mano destra le misero un anello coi diamanti, che vale almeno mille scudi. [p. 108 modifica]

— Mille scudi? — disse Ardo riprendendo animo. — Ma è gente pazza quella lì...

— No, è gente ricca, gente che spende più lei in un pranzo che io in tutto l’anno!

Ardo capì finalmente ciò che Andriana voleva fare.

— Ah, voi volete che io scenda nel sotterraneo, le levi l’anello e ve lo porti su?

Gli occhioni di Andriana scintillarono vivamente.

— Ma bravo, bravo, bravo, come sei intelligente! È appunto ciò che voglio da te! Scenderai in questo cesto — il sotterraneo è alto appena due metri — piglierai con te la lanterna, leverai l’anello e risalirai, ed io ti darò una grandissima forma di formaggio.

Ardo ebbe un sorriso: un magnifico sorriso che esprimeva ribrezzo, disprezzo, superstizione.

— Io non discenderò — disse, allontanandosi ancora di un passo.

Andriana gli afferrò le mani, con un moto d’ira, e mormorò a denti stretti, frenandosi a stento:

— Perché non scenderai?... Dovevi dirmelo prima, in cucina, che non t’avrei preso con me. Ora devi scendere...

— Voi non mi diceste nulla... — mormorò Ardo tremando anche lui — non sarei venuto... La [p. 109 modifica] dama, la morta non mi lascerà uscire dalla tomba... Mi mangerà.

— Se è per ciò — disse Andriana ridendo — non temere punto. Donna Antonina non si muoverà; ma nel caso le venga il capriccio di destarsi dal suo ultimo sonno, allora tu aggrappati bene alla corda che io ti tirerò su subito. Se poi donna Antonina non vorrà lasciarti uscire, oh, allora ci sono io, vedi, non li vedi dunque i miei pugni?... Su, via, piccino, non temere di nulla...

— No! No! Io ho paura. Io non scenderò... voglio andarmene... lasciatemi andare... siete peggio di quella strega che mi fece saltare i piatti...

Ardo cercò di svincolarsi dalla stretta della serva, ma non poté, e aprì la bocca per gridare.

— Bambino, ti darò dieci, cinquanta lire.

— No, no! Il formaggio, il denaro cravaebollu in s’ocru!1 ... Io non scenderò!

— Ti darò cento lire.

— Nulla, non voglio nulla! Io non scenderò.

Andriana perdé la pazienza: lo prese per la vita con un braccio, con una mano gli chiuse la bocca, e lo librò al di sopra della tomba spalancata, dicendogli con furore: [p. 110 modifica]

— Bada bene! Devi scendere con le buone, altrimenti ti butto là dentro, richiudo e... non uscirai più... te lo giuro...

Poco mancò che Ardo non svenisse. Si calmò a poco a poco, ed entrò nel cesto dicendo:

— Calatemi pure. Ma se donna... come si chiama?... si sveglia, griderò tanto che accorrerà tutto il villaggio. Ve lo giuro anch’io.

— Non aver paura. Vedrai che no.

Diede la lanterna al ragazzo, e presa la fune la calò lentamente nel sotterraneo, mentre Ardo mormorava:

Nostra Signora bella! Nostra Signora de su Chelu!...

— Bada bene — gli disse Andriana china sull’orlo dell’apertura — la cassa non è inchiodata, ma chiusa a chiave. La chiave d’argento è ancora nella serratura, girala, alza il coperchio e... piglia l’anello.

Ardo arrivò! Fece come Andriana gli disse. La morta era vestita con uno splendido costume gallurese e aveva in dito il ricco anello che Ardo prese, quasi senza toccarla, livido in viso, pauroso che ella si svegliasse. Quando ebbe richiuso la cassa, ripose l’anello in un taschino della sua ridicola giacchetta, e alzò la testa. Andriana era sempre là, china, fremente, rossa, con gli occhi fiammeggianti [p. 111 modifica] nell’ombra... Ardo ebbe più paura di lei che della morta; rientrò nel cesto e mormorò:

— L’ho preso... Tiratemi su.

Andriana non rispose subito, e la risposta che diede fece gelare il povero ragazzo.

— Metti l’anello nel cesto... io l’esaminerò... puoi esserti sbagliato... poi rimanderò il cesto e risalirai.

— Oh, mamma mia — disse Ardo fra sé — sta a vedere che l’idea di questa ladra è di pigliarsi l’anello, poi richiudermi qui dentro, per tema che io sveli la sua cattiva azione, come certamente farò. Me ne infischio io del suo formaggio.

— Ma se non ne aveva altro di anello! — esclamò a voce alta.

E lì cominciò una seconda disputa; Andriana voleva vedere prima l’anello, adducendo mille ragioni che non reggevano punto. Ardo diceva:

— Vengo anch’io! Se l’anello non è quello, ridiscenderò.

Andriana lo minacciò di richiudere la tomba. Ardo si mise a gridare a squarciagola... Andriana diventò furente; lasciò calare la corda, richiuse la tomba e se ne andò!

Ardo gridò lungo tempo, chiedendo aiuto e misericordia, gridò come un dannato, finché ebbe fiato, ma nessuno comparve, nessuno sarebbe mai [p. 112 modifica] più comparso; si vide perduto, sepolto vivo, destinato a morire di fame dopo una lunga e terribile agonia, e cadde seduto sulla cassa, stringendosi il capo fra le mani, col sangue bollente di febbre, con la gola arida, gridando:

— Mamma mia! Mamma mia!...

La lanterna si spense... Allora fra il lugubre e nero buio della tomba, davanti ad Ardo, si rizzò una figura spaventosa, coi capelli irti, con la fronte marchiata da una parola di fuoco, e sorridendo diabolicamente, disse:

— Eccomi qui, figlio mio!

Ardo svenne... Sulla fronte della donna aveva letto un nome: Disobbedienza!

· · · · · · · · · · · · · · · ·

...Quanto tempo restò svenuto? Probabilmente molto tempo, perché quando i sensi si risvegliarono completamente in lui, sentì una voce bassa, grossa, che diceva:

— Suonano le due...

Ricordandosi dov’era, Ardo ebbe un brivido d’orrore e aprì la bocca per chiedere nuovamente aiuto, ma dalle sue labbra gelide, aride, dalla sua gola chiusa, non poté uscire una parola. Guardò in alto.

La tomba era nuovamente aperta, e chini su quella bocca ampia e nera Ardo vide tre bruni [p. 113 modifica] profili: erano tre profili di visi d’uomini dagli occhi scintillanti, dalla barba nera, tre profili duri, ma perfetti, nervosamente disegnati.

Che cercavano? Venivano forse a liberare il povero piccino? Sulle prime così credette Ardo, ma dopo qualche parola scambiata fra loro dai tre uomini, si accorse che erano tre ladri, tre banditi forse, tre violatori di sepolcri, introdottisi furtivamente nella chiesa per spogliare, come Andriana aveva anch’essa tentato, la ricca dama morta.

— Se parlo, costoro sono capaci di fuggire, di richiudere la tomba e lasciarmici. Mi crederanno uno spirito.

— Chi di noi scende? — chiese una voce. — Tu, Simone, sei abbastanza alto per calarvi senza aiuto...

— Io? — disse un’altra voce dopo un momento di lugubre silenzio. — Io non scenderò punto...

— Ma perché? — domandò la terza voce.

— Temo i morti e specialmente la morte...

— Tu scherzi? — ripeté la terza voce, tremando leggermente.

— No, ma ho abbastanza peccati perché possa avventurarmi in questa tomba, donde donna Antonina può farmi calare... all’inferno.

— O salire al cielo... — disse la prima voce, ironicamente. — Scendi tu, Badore... [p. 114 modifica]

— Io? — rispose la terza voce, dopo un lungo momento di silenzio. — Anch’io temo la morte, anch’io...

— Possibile che siate tanto vigliacchi? — interruppe il primo, pestando i piedi.

— Vigliacchi? — dissero gli altri due con furore. — Non temiamo nessun vivo, ma i morti... vedi, li temi anche tu, Gianmaria... Scendi un po’ tu.

— Io? — disse questi dopo un lunghissimo momento di silenzio. — Sono così piccolo... non arrivo giù...

— Ti legheremo una corda sotto le ascelle — dissero i due — a meno che anche tu non sii un vigliacco...

Gianmaria non rispose. La scena era così comica nel suo terrore, che Ardo sorrise.

— Sei vigliacco anche tu? — esclamarono gli altri ridendo.

Gianmaria si sentì forse troppo offeso da quel riso, perché disse con dispetto:

— Vigliacco?... Ebbene, scenderò per dimostrarvi che non temo né i vivi, né i morti.

— Le morte, le morte, caro mio... — mormorò Simone legandogli la corda sotto le ascelle.

Poco dopo Gianmaria scendeva nella tomba [p. 115 modifica] mormorando: — Tenete bene la corda; dammi il lume.

— Ecco il lume. Non temere; donna Antonina non ti trascinerà punto all’inferno.

Calò, calò lentamente... D’un tratto un grido uscì dalla tomba, ma un grido così potente, un urlo così straziante, così pieno di terrore e di spavento che i due banditi si sentirono gelare: tremò la vôlta della chiesa, quasi colta anch’essa dalla paura.

I due banditi tirarono, come mal poterono, il loro sciagurato compagno, e quando, attaccato fortemente ai suoi piedi, videro uscire dalla tomba un piccolo omino tutto nero, col viso livido, contratto da un riso strano, infernale, con una calotta da prete in capo, che appena arrivato su, si sciolse dalle gambe di Gianmaria e balzò in mezzo a loro, si misero a urlare anch’essi e fuggirono come lampi, gridando a squarciagola:

— Il diavolo!... Il diavolo!... Il diavolo!...

Gianmaria, più morto che vivo, con la corda sempre legata, li seguì, deciso di credere anch’esso ai morti.

E Ardo rise di tutto cuore, come non sperava più di ridere, poi uscì fuori anche lui.

Il villaggio si svegliava, desto da quelle grida; molti lumi apparivano in vicinanza della chiesa; Andriana aveva spalancato la porta. [p. 116 modifica]

Allora Ardo si allontanò anch’esso dal villaggio, correndo verso la campagna, pazzamente allegro per essere scampato da quella terribile morte. Non pioveva più, ma sul cielo correvano ancora le nubi, fra i cui squarci la luna proiettava di tanto in tanto un pallido e triste raggio sulla campagna fangosa, devastata dal vento che soffiava sempre.

Ardo riprese la sua corsa notturna, e, sembrandogli di essere inseguito dalle genti del villaggio, galoppava come il Ruello della leggenda di Giovanni Prati.

Portateci a volo, bufere dei ciel...

E trascinava a stento le sue, ovvero le larghe scarpine di don Marco, attraverso i ciottoli e il fango. Il vento allargava le code di rondine del suo frack, le faceva svolazzare fin sopra il suo capo, e così, allargate, svolazzanti, nere, parevano due ali.

Ardo sembrava un uccello, un grande uccello di rapina, vagante nella notte, in cerca di uomini uccisi dalla bufera.

Quando si credette lontano ben bene dal villaggio pensò di riposarsi un poco... dove? Non certo in una casa, in uno stazzo... oh, no, no, mille volte no. Conosceva abbastanza la cattiveria della gente.

Ma bisognava pur cercarsi un rifugio, tanto [p. 117 modifica] più che ricominciava a piovere. Si guardò attorno e balzò allegro in piedi.

Aveva veduto vicino a sé un recinto di alveari, grandi, solidi, alcuni dei quali vuoti. Ne scoperchiò uno, il più grande, vi si pose a sedere dentro, lo richiuse ben bene.

— Qui almeno nessuno mi molesterà...

La pioggia riprese fitta fitta, ma neppure una goccia venne a bagnarlo. Era così stanco che finì col chiudere gli occhi, pensando:

— Ecco, la disobbedienza mi ha trasformato in ape...

***

Ahimè, neanche questa volta poté dormire.

Una voce lo svegliò, lo spaventò: era la voce di Gianmaria. Diceva:

— Per santa Maria, che spavento, che orrore, tremo ancora come una foglia... Credete che fosse proprio davvero il diavolo? Oh, se mi viene fra le mani, uomo o diavolo, quell’omino la pagherà cara.

— Dov’è la nostra capanna? Non vedo la nostra capanna! — esclamò Badore con voce burbera.

— È ancora lontana — rispose Simone, poi vedendo gli alveari, esclamò: — Ecco qui degli alveari... io ne cercavo appunto, uno almeno. [p. 118 modifica]

— Perché?

— Ne ho tredici e quel numero mi dispiace: prenderò uno di questi per far sparire quel numero.

— Sempre superstizioso tu!

Simone non badò a queste parole, si avvicinò agli alveari e li esaminò tutti.

— Ecco il più grande, piglierò questo; oh, come è pesante! La pioggia ha ingrossato il sughero...

Così dicendo si caricò sulle spalle l’alveare che conteneva Ardo.

Per Ardo quello lì fu il momento più terribile di quella terribile notte. Aveva ben inteso le parole di Gianmaria e sapeva che questi era capace di ucciderlo.

Si ficcò disperatamente le mani in tasca mormorando: — Oh, la disobbedienza... la disobbedienza — e in fondo vi trovò una piccola forbice dalla punta acutissima che gli ferì la mano.

Invece di piangere sorrise a quel dolore acuto e accarezzando la forbicina pensò:

— Ho detto d’esser diventato ape: perché non faccio le mie funzioni?

Introdusse la punta della forbice in un foro dell’alveare e punse forte il collo di Simone.

— Perdinci! — esclamò il ladro deponendo a [p. 119 modifica] terra l’alveare e passandosi una mano sulla piccola ferita — si fanno rispettare codeste api.

— Oh, oh! — fece Badore che nervoso e irritato com’era non sapeva con chi pigliarsela. — Simone non teme né i vivi né i morti e teme le api!

— Hai voglia di scherzare, stasera, Badore. Ebbene, fammi il piacere di pigliar tu, un momento sulle spalle l’alveare...

Badore lo prese: seguitarono a camminare. Ardo punse nuovamente, ma Badore non si diede per inteso, punse più forte e provocò un brivido per le spalle ampie del bandito, punse più forte ancora, e Badore finì con lasciarsi scappare l’alveare gridando:

— Per tutti i diavoli! Simone, ti do ragione.

— Vogliamo abbandonare l’alveare?

Provò a pigliarlo Gianmaria, ridendosi dei suoi compagni, e soffrì a lungo le punture di Ardo—ape, ma alla fine anche lui gettò giù l’alveare e proseguì coi compagni la via.

Quando sparvero di nuovo Ardo uscì, pesto, malconcio dalla sua stanza di sughero, pensando:

— Se mi trovano qui possono accusarmi di aver rubato l’alveare e possono benissimo imprigionarmi... Ma grazie, grazie tante. Non ci mancherebbe altro!

La pioggia era nuovamente cessata. Grandi [p. 120 modifica] lembi di cielo azzurro, indorati dalla luna, illuminavano la triste solitudine della montagna e della vallata.

Ardo si riallacciò ben bene le scarpine di don Marco e prese la via opposta a quella presa dai banditi, in cerca di uno stazzo, non per entrarvi, ma per chiedere d’indicargli la via che conduceva allo stazzo donde era partito.

Cammina, cammina, cammina, vide alla fine due muri screpolati, neri, coperti da un tetto di siepe e di pietre: li credette la capanna di qualche pastore, e v’entrò. Ma vide ch’era una capanna rovinata. C’era soltanto una vecchia botte in un angolo ed in un altro un gran mucchio di fieno secco sul quale si sedette per riposarsi.

La calma più perfetta regnava ora al di fuori: il cielo diventava sempre più limpido, e solo il muggito del torrente ingrossato dalla pioggia, interrompeva il silenzio della notte che sfumava. E Ardo, vinto dalla stanchezza, dalla febbre, cullato da quel monotono mormorio, si stese quasi automaticamente sul fieno della deserta capanna e chiuse gli occhi, domandandosi se tutto ciò che gli accadeva non fosse un sogno. [p. 121 modifica]

***

... Ahimè, neanche questa volta poté dormire.

Una voce lo svegliò, lo spaventò: era la voce di Gianmaria!... Diceva:

— Ho una fame da lupo. Accendiamo presto il fuoco, arrostiamo la carne e mangiamo, poi dormiremo.

— Ecco la legna, ma i miei fiammiferi sono umidi, si spengono subito.

— Qui v’è del fieno secco, — riprese la voce di Gianmaria, — ne piglierò una manata.

E si avvicinò, si avvicinò e mandò un urlo: perché, steso sul fieno, pallido e tremante, rivide l’omino nero, dalla calotta di prete, dalle scarpine di prete, che s’inginocchiò e mormorò: — Grazia!... Grazia!...

Quel pazzo di Ardo! Se fosse fuggito avrebbe spaventato i banditi, si sarebbe salvato una seconda volta: facendo così si perdeva. Gianmaria, che sulle prime aveva indietreggiato, si mise a ridere clamorosamente e battendo il suo pugno sulla spalla di Ardo esclamò: — Ecco qui il nostro diavolo.

Gli altri due si avvicinarono, coprirono Ardo di domande, di esclamazioni, di minacce, ma quando sentirono le sue avventure, fuorché quella [p. 122 modifica] dell’alveare s’intende, risero tanto che Ardo si credé salvo.

Accesero il fuoco, cenarono, bevettero fin troppo, parlando sempre di Ardo, a cui diedero da mangiare.

Il piccolo cominciava a rimettersi, ma qual non fu il suo spavento quando Gianmaria si levò e ribattendogli la spalla gli disse col tono più serio del mondo: — Piccolo diavolo, mi hai troppo spaventato, mi hai inflitto una grande umiliazione perché io possa perdonarti... Scegli la tua morte: o sepolto vivo o pugnalato...

Ardo mandò un urlo e si gettò ai piedi del bandito, ma per quanto pregasse e piangesse, Gianmaria si mostrò inflessibile.

— Gianmaria, — disse alfine Ardo, come colpito da una improvvisa e salvatrice idea, — e se vi dessi cinquemila lire mi lasciereste vivo?...

— Cinquemila lire? Davvero che le vali, piccolo diavolo, e... a quel prezzo potrei perdonarti. Mostrale un po’...

Allora Ardo cavò dal taschino del suo frack un magnifico anello d’oro col diamante: l’anello di donna Antonina; e lo fece scintillare avanti agli occhi dei banditi.

Il patto fu concluso: l’anello passò nelle [p. 123 modifica] tasche di Gianmaria e Ardo, ancora una volta, si credette salvo.

Per quasi un’ora i tre uomini rimasero ancora nella capanna, intorno al fuoco, bevendo all’impazzata dalle loro grosse fiaschette che erano zucche secche lavorate artisticamente, dipinte, appese ad armacollo con cordoncini fatti con pelle conciata e colorata: e durante quell’ora Ardo vide più d’una volta gli occhi neri ed ardenti di Gianmaria fissarlo con uno sguardo che lo faceva rabbrividire. Tristi presentimenti gli torturavano la piccola anima spaventata: aveva la febbre, aveva paura e si pentiva di non aversi fatta dare la parola d’onore, la formale promessa di esser lasciato vivo da Gianmaria.

E pur troppo i suoi presentimenti, le sue paure non l’ingannavano.

Venne l’alba: un’alba fresca e profumata di autunno. Il cielo si tingeva d’argento, grandi sfumature metalliche, scintillanti, tremolavano sull’oriente facendo impallidire la stella del mattino, e la nebbia cerula delle aurore autunnali copriva le chine delle grandi montagne azzurre. Allora i banditi lasciarono la capanna: quando i loro passi, le loro voci si perdettero in lontananza Ardo si alzò per andarsene.

Era tutto indolenzito, pesto, lacero, pieno di [p. 124 modifica] fango e di spine. Si avanzò sino alla porta, ascoltando attentamente il fruscìo delle foglie scosse dalla brezza, il mormorio del torrente... Che cosa temeva?

Nulla, certo; pure, arrivato alla porta impallidì mortalmente e diede un passo indietro. Davanti a lui, con un feroce sorriso sul viso bruno, negli occhi neri dal truce splendore, stava Gianmaria.

— Piccolo diavolo, — diceva con feroce sarcasmo, — hai creduto che io ti perdonassi?... Oh, pazzo che sei: ho giurato che hai da pagarmela e la pagherai...

— E l’anello?... — domandò Ardo con voce spenta.

— L’anello era forse tuo? Ohibò, se tu non fossi stato là ad aggrapparmiti alle gambe, altro che l’anello avrei preso.

E intanto l’implacabile sapete che faceva? Sfondava la vecchia botte...

Ardo capì il terribile pensiero di Gianmaria: pianse e pregò di nuovo, ma tutto fu inutile: cercò di fuggire, ma gli fu impossibile; lottò corpo a corpo col bandito, strappandogli i capelli, la barba, graffiandolo in viso, morsicandolo come un cane arrabbiato, ma alla fine, stremato di forze, pazzo, delirante, si trovò rinchiuso nella botte, nuovamente [p. 125 modifica] inchiodata, facendo le funzioni di vino come aveva fatto quelle di ape, sepolto vivo infine.

Gridò anche questa volta, pianse, pregò, ma nessuno accorse, e disperato, convinto che doveva morire lì, si ficcò le mani nei capelli mentre al di fuori il mormorio del torrente pareva dicesse con un sogghigno:

— Disobbedienza... disobbedienza... sobbedienza... bedienza... enza... za... a... a... a...

***

...Attraverso il gran buco della botte Ardo vide il cielo imbiancarsi sempre più, farsi splendido, smagliante: vide il sole levarsi lontano lontano, dal suo letto di rose e d’oro, cinto di porpora come un imperatore romano: vide le montagne indorarsi al suo raggio: vide le foglie gialle dell’autunno, scintillanti d’ambra come immensi fiori di ginestra, adornarsi di perle... vide tutta la poesia dei mattini d’autunno in montagna, e pensando alla sua posizione ridicola e disperata, pensando che doveva morire lì dentro, di fame e di dolore, osò innalzare gli occhi al cielo e pregare fervorosamente Iddio perché gli mandasse aiuto.

Le ore passavano, ma l’aiuto non veniva, forse non sarebbe venuto mai più; e il povero Ardo, [p. 126 modifica] stanco di pregare, nauseato dall’orrendo odore della feccia disseccata che tappezzava le pareti della sua tomba cominciò a perdere i sensi.

Ma Dio grande, Dio buono, Dio giusto, non permise che Ardo morisse in quella ridicola tomba.

D’un tratto sembrò al fanciullo che la luce si oscurasse: guardò attraverso la sua microscopica finestra e sulla porta vide fermo un grossissimo cinghiale, un cinghiale selvaggio, feroce, dall’irto pelame a striscie brune, a striscie bianche e color caffè; gli occhi erano rossi e scintillanti...

Fu sulle prime un nuovo spavento per Ardo: il cinghiale entrò nella capanna e si diede a frugare col muso fra la cenere, tra il fieno, grugnendo in un modo terribile: aveva fame.

— Eccomi spacciato — pensò Ardo ridiventando vivo. — Il cinghiale sfascerà la botte e mi mangerà... Ma tanto meglio dunque! Mi risparmierà una morte ben più crudele.

Incrociò le braccia sul petto, sempre pronto a morire, e aspettò.

Ma perché ad un tratto quella croce si sfece, perché le guancie di Ardo diventarono rosee, ardenti, e i suoi occhi scintillarono di speranza?

Aveva forse veduto venire qualcuno in suo aiuto, suo padre forse? No: solo il cinghiale passando vicino alla botte aveva introdotto nel suo buco [p. 127 modifica] la coda arricciata, l’aveva sbattuta in viso ad Ardo facendolo fremere di spavento, poi si era ancora allontanato...

Una pazza idea, un’ultima e pazza speranza era venuta nell’anima disperata del piccino: aspettò ansiosamente che il cinghiale si riavvicinasse, ma per alcuni minuti, che gli parvero secoli, il cinghiale rimase lontano.

Una volta accennò ad andarsene e Ardo diventò freddo freddo; sperava tanto nel grosso animale quanto prima ne aveva avuto paura.

Gridò involontariamente: — Rimani... avvicinati!

E il cinghiale rimase, si avvicinò...

Il cuoricino di Ardo batteva forte forte, come un orologio; grosse stille di sudore gli imperlavano la fronte. Il cinghiale si allontanò di nuovo.

— Mio Dio, — esclamò Ardo, — aiutatemi, ed io, sì, io sarò sempre obbediente al mio babbo.

Il cinghiale si avvicinò: la sua coda arricciata si introdusse un’altra volta nel buco della botte, sferzò il viso di Ardo.

Ardo afferrò con ambe le mani, con tutto il resto delle sue forze, quella coda salvatrice, e si raccomandò a Dio: poi chiuse gli occhi.

Quando li riaprì era salvo: era libero! [p. 128 modifica]

Il cinghiale aveva urlato come un dannato, si era messo a correre fuori della capanna, attraverso massi, siepi e burroni, trascinandosi dietro la botte ed Ardo: e Ardo l’aveva seguito volentieri per lungo tratto, l’aveva lasciato libero solo allorquando s’era sentito rotolare sulla china della montagna.

Allora, naturalmente, la botte aveva finito con lo sbattersi contro un masso e sfasciarsi: Ardo ne uscì tutto pesto, malconcio, ferito, sanguinante, con la febbre nell’anima e nel corpo, ma ne uscì.

Ringraziò Iddio e prese la via verso lo stazzo di suo padre.

  1. cacciatevelo nell’occhio!