Biografia di Frà Paolo Sarpi/Vol. II/Capo XXVIII

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Capo XXVIII.

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CAPO VIGESIMOTTAVO.


La Curia avvisò tosto lo scopo propostosi dal Consultore, e siccome quello che meglio di ogni altri era in grado di apprezzare il valore del libro di lui, e tanto più ne temeva le conseguenze quanto era ella in sè convinta della verità dei fatti e della imparzialità con cui erano esposti, conobbe che a paralizzarne gli efletti vi voleva tutt’altro che registrarlo nell’Indice de’ libri proibiti. Ma ad un sodo lavoro letterario si opponeva la difficoltà di trovar uomo che per fama d’ingegno e squisitezza di erudizione potesse essere un degno antagonista di Frà Paolo, e il timore di dover rivelare assai più di quello che egli rivelato aveva.

Malgrado il desiderio di giustificarsi in faccia al mondo di un affare in cui pericolavano i suoi più vitali interessi; malgrado che avesse a disposizione tutti i mezzi possibili per farlo, denari, uomini dotti, dovizia di monumenti; e malgrado infine la loquacità de’ frati e la loro subitezza di scrivere a torto e a traverso contro tutto ciò che non piace a loro, passarono più anni prima che comparisse qualche tentativo di questo genere; e Frà Paolo prima di morire ebbe la gloria di vedere il suo libro tradotto in varie lingue e ristampato sei od otto volte in men di tre anni, senza che alcuno, neppure fra l’invida plebe degli scrittori, si ardisse di attentare ai suoi lauri. [p. 278 modifica]

Solo dieci anni dopo la sua morte un Padre Nicolò Ricardi, Maestro del Sacro Palazzo, volle avventurarsi a confutarlo; ma dopo un quinquennio di studii adoperati a comporre una sua Sinopsi cui pubblicò nel 1637, quelle poche pagine non fecero altro che smentire le sue millanterie e confermare l’opinione che è più facile accagionare Frà Paolo che giudicarlo. Quel libretto soddisfò nemmeno i partigiani di Roma.

Lo seguì da presso Felice Contelori archivista del Vaticano, ma non fece che raccogliere materiali. Non parlo di un Scipione Enrici e di un Filippo Quorli la cui fiacca rinomanza è dovuta più che al merito de’ loro scritti, all’audacia di avere voluto attaccare Frà Paolo. La fama di un grand’uomo è tanta che riverbera persino sui miserabili che osano contaminarla.

Più dotto di loro fu il gesuita Terenzio Alciato, romano, che ebbe incumbenza espressa da papa Urbano VIII di attendere ad una seria confutazione dell’istoria sarpiana, e meta delle sue fatiche fu la promessa di un cappello cardinalizio. A tal fine gli furono aperti gli archivi del Vaticano, di Castel Sant’Angelo e di casa Barberina, paterna del pontefice; ma l’Alciato, malgrado il suo zelo e il lavoro di molti anni, non fece che raccogliere e disporre per ordine molti materiali. Credesi che sua intenzione fosse di scrivere un’istoria; ma da quello che ho potuto raccogliere pare piuttosto che mirasse a formare una collezione di atti, che risultasse in piena opposizione coll’Istoria del Sarpi. Seguendo questo disegno, restava in suo arbitrio di scegliere [p. 279 modifica]fra i documenti quelli che più gli convenivano, di dissimularne altri che non tornavano di suo conto, e di chiarire o tacere i fatti secondo che conferiva al suo scopo. L’opera, siccome destinata precipuamente al mondo letterario, doveva essere scritta in latino: ben pensando il gesuita che quella sua collettanea sarebbe fra poco diventata il testo su cui avrebbono lavorato tutti i scrittori di storia e di compendi, i dissertatori e i critici amici alla Curia; e che producendosi al pubblico con un’aria di buona fede, come di chi perorando una causa tralascia i discorsi, e mette innanzi gli allegati, avrebbe avuto il vantaggio sul suo antagonista che si dà egli stesso testimonio di ciò che asserisce. Ma non ebbe tempo di compiere il suo lavoro, essendo morto nel 1651. Era a ciò destinato dai cieli il celebre Sforza Pallavicino che fu cardinale.

Nato in Roma nel 1607 da famiglia illustre del Parmigiano ma scaduta di ricchezza e potenza, studiò nel collegio romano de’ gesuiti, dove fu laureato nella giurisprudenza civile e canonica e nella teologia scolastica. Dal padre fu di buon’ora applicato a servire nella corte pontificia, dove poi contrasse quel genio servile ed adulativo che campeggia particolarmente nella sua Istoria. Siccome papa Urbano VIII si puntigliava di essere poeta, il miglior modo di andargli a sangue era di compiacerlo in questa sua fisima, lodare i suoi versi, e farne; quindi la corte ponteficia era piena di rimatori, e invece di cantar salmi i preti cantavano i loro amori. Il Pallavicino che era giovane non volle essere meno degli altri, e i suoi versi portati a’ piè del Santo [p. 280 modifica]Padre, così gli piacquero che prese affetto all’autore, a cui servirono di merito ad ottenere varii impieghi. Il Pallavicino adunque fino ai trent’anni non fece altro che occuparsi di poesie, che ora più nissuno legge, e di bella letteratura qual era intesa a quel tempo, cioè l’arte di affastellare in un discorso parole toscane cucite insieme con sonora eleganza e a punto di grammatica, ma vuote di pensieri. In fatto di ciò che si chiama comunemente bello stile, e che meglio sarebbe detto bella locuzione, il Pallavicino divenne peritissimo, ed è uno dei più tersi scrittori che vanti l’Italia. Ma per questi frivoli studii trascurò altri più sodi, le scienze positive, la filosofia naturale, l’istoria, la critica, l’erudizione sacra e profana, nelle quali, tranne ciò che aveva appreso nel collegio dei gesuiti, era poco men che digiuno. Nel 1637 lasciò la carriera delle dignità civili per vestir l’abito de’ gesuiti, e dato un calcio ad Apollo si gettò tutto in braccio di Aristotele, e spese sedici anni a studiare la logica, retorica, etica, politica ed altre inutilità di questo filosofo e divenne uno de’ più sfegatati peripatetici del suo tempo. Nella teologia poi il suo oracolo fu l’angelico dottore San Tommaso d’Aquino, al quale prese tanta riverenza che conservava con una devozione puerile un frusto del berrettino di quel sacro dottore. Tale era il campione destinato dalla Curia ad eclissare la gloria di Frà Paolo Sarpi.

Morto l’Alciato, il cardinale Bernardino Spada lo incaricò di terminare l’impresa di lui; ma il Pallavicino essendo allora occupato nella congregazione deputata all’esame del libro di Cornelio Giansenio, [p. 281 modifica]accettò l’incumbenza, ma non potè mettervi mano se non se due anni dopo. Scrissero i suoi lodatori che frugò diligentemente gli archivi di Roma, che vide e lesse tutti gli atti del Concilio, le lettere dei legati al pontefice, e quelle del pontefice suo segretario ai legati, e che collazionò infinite carte per scrivere con verità e giudizio una tanta istoria. Ma io oso affermare che niuna istoria fu mai scritta con tanta leggerezza e precipitazione quanto la sua. Riuscirà nuovo l’asserto, ma eccone prova irrefragabile. Confessano il Padre Affò e l’abate Zaccaria suoi encomiatori e diligenti biografi, che il Pallavicino non incominciò la sua Istoria se non dopo la metà del 1653, e bisogna che fosse terminata al più tardi alla metà del 1656, perchè in quell’anno uscì il primo volume, e al principio del seguente, il secondo. Dunque impiegò tutto al più tre anni. Scrivere due grossi volumi in foglio in tre anni, non è impossibile; ma che per scriverli uomo abbia prima a leggere materiali che, al dire del Padre Buonafede, sommano centinaia di tomi, sparsi in archivi diversi, raccoglierli, collazionarli, ordinarli, farne le rubriche, estrarne i sunti, insomma disporli in modo da potervi lavorar sopra un’istoria: è uno di quei miracoli che nissuno al mondo crederà mai. Per grande che fosse l’attività del Pallavicino, la solerzia umana è ristretta a confini di tempo e di misura, e posto che fosse aiutato da più persone, siccome il leggere, il collazionare, il disporre dovevano essere assolutamente sua fatica, colla aggiunta che doveva non solo pensare a scrivere un’istoria, ma eziandio a confutarne un’altra, e [p. 282 modifica]perciò seguire passo passo il suo avversario, rettificarne i fatti e cercare documenti da opporgli, così i tre anni bastavano neppure a questa laboriosa indagine.

È dunque chiaro come il sole che Pallavicino non ha fatto altro che lavorare sui preparativi dell’Alciato, come arditamente glielo rinfacciò Giulio Clemente Scotti ex-gesuita; ma questi documenti sono essi di tal natura che meritino di essere preferiti alla testimonianza di Frà Paolo? Una gran parte, e il Pallavicino medesimo in una sua lettera lo confessa, non sono che scritture private, viene a dire vestite di nissun carattere ufficiale, e talvolta eziandio sono semplici estratti di quelle; rado o mai ci parla delle istruzioni secrete che la Curia diede ai suoi agenti, e di cui spesso è fatto memorie nelle lettere di Visconti e di altri; l’incertitudine in cui l’autore si trova parlando di altri fatti, ben mostra che non ebbe sottocchio gli atti autentici della sinodo o i processi verbali stesi dai segretari di essa, e difettò della serie compiuta delle relazioni che regolarmente i legati mandavano a Roma, e gli mancò inoltre tutto quel materiale diplomatico di cui Frà Paolo era così abbondevolmente provvisto. Ora in fatto di carte private tanto valgono quelle del Pallavicino quanto quelle di Frà Paolo; con questo di più che il secondo per vaste cognizioni, squisito lume di critica, pratica di affari pubblici, doveva esser fornito di un più giusto criterio per collazionare e scegliere. Può essere che per difetto di memoria di chi parlava o di chi scrisse, o anco per sua propria, benchè l’avesse eccellente, nello scrivere le [p. 283 modifica]notizie che raccoglieva a bocca dai contemporanei e presenti al Concilio, siano occorsi alcuni errori nelle date o nei nomi o nell’esporre qualche fatto accessorio; ma errori uguali furono trovati nelle memorie del Pallavicino: o il buono che vi ha in questo si è ch’e’ possiedette maggior copia di notizie sopra alcuni fatti particolari di Roma o del Concilio, e potè raccontarli con qualche maggiore larghezza, correggere alcuni nomi o alcune date, rettificare qualche piccole circostanze e riferire al giusto luogo certi pochi fatti che il Consultore o per amore di brevità o per difetto di documenti aveva narrati con qualche negligenza o fuori di luogo.

Fu accusato Frà Paolo di non avere indicate le fonti a cui attinse; ma forse che uno storico è obbligato a documentare la sua narrazione, come farebbe un giureconsulto i suoi allegati? Certo che lo è; e quest’uso di appoggiare i suoi detti alle autorità di altri testimoni, introdotto dai moderni, benchè sia lodevole, non ha impedito che si scrivano istorie parziali o false. Malleverìa di un istorico sono la sua riputazione e i gradi di buon senso che mostra nella scelta de’ racconti e la probità nello esporli; e quando e’ produce fatti, non si può altrimenti confutarli che con fatti opposti. Che se ci fosse lecito tacciarlo di falsità quantunque volte dice cosa che non si appaia colle nostre preconcette opinioni, ogni tradizione istorica sarebbe soggetta a dubbio, e l’istoria diventerebbe romanzo. Per converso dal parallelo che io sono per fare dei due istorici e del loro carattere, vedrassi che quantunque il Sarpi ad imitazione di Livio, Polibio, Tacito [p. 284 modifica]ed altri o antichi o moderni autori non documenti i suoi racconti, è nondimeno egli stesso testimonio degno di fede, e tanto veridico quanto la sua esperienza e le sue ricerche gli hanno conceduto di esserlo; e che il Pallavicino, come che indichi nel margine abbondanti monumenti, cui egli dice di avere consultati, non pure è scrittore infedele per inesattezza di ricerche o preoccupazione di affetti, ma per deliberate falsità.

Frà Paolo, uomo libero, indipendente, incorruttibile, alieno da ogni adulazione o servilità, stimato per la integrità dell’animo persino dai suoi nemici, per quanto fosse avverso alla corte di Roma l’oner suo, il decoro, la fama di cui godeva l’obbligavano a non mentire. Scrisse la sua istoria stipendiato da nissuno; la scrisse non tanto a profitto de’ presenti quanto de’ posteri, e non ignorava che appena pubblicata avrebbe incontrato numerosi e interessati impugnatori. Quindi gl’incumbeva l’obbligo essenziale di essere veridico sì per giovare al proposito cui intendeva, e sì per cansare al suo nome la vergogna di apparire falsatore e bugiardo: taccia che avrebbe distrutto in un momento quel maraviglioso incantesimo che con tanta fatica e in mezzo a tante persecuzioni era riescito ad esercitare sulla opinione pubblica, e avrebbe dato irremissibilmente causa vinta a’ suoi nemici.

Al contrario il Pallavicino non era padrone di sè stesso quand’anco avesse voluto, ed era obbligato a muovere la penna secondo le passioni di chi lo inspirava. Scriveva in Roma, per comandamento pontificio, sotto l’inspezione della Curia, sotto la censura [p. 285 modifica]de’ suoi superiori e del Maestro di Palazzo. Egli aveva la precisa incumbenza di contraddire a Frà Paolo e di patrocinare con tutti i mezzi possibili la causa della corte ponteficia. Scriveva non libero, preoccupato da passioni e da pregiudizi e colla luminosa prospettiva di una dignità alla quale aspiravano gran principi, e di avanzamenti pe’ suoi fratelli e congiunti. Come gesuita era nemico al Sarpi, come Curiale parte interessata, e come scrittore pagato debbe essere scrittore sospetto.

Frà Paolo, genio trascendente, e direi quasi unico, aveva logorata quasi tutta la sua vita in ogni maniera di studii, e gli stessi Curiali non gli negavano il merito di un intelletto raro, e rigorosamente logico e profondamente edotto in tutti i rami delle scienze ecclesiastiche. Oltre al vantaggio di essere quasi contemporaneo ai fatti che narra, e di avere conosciuto di persona molti fra gli attori, e la consumata cognizione che aveva, come uomo di Stato, del maneggio degli affari politici, la sua Istoria gli era costata oltre a quarantanni di ricerche; e favorito dalle circostanze della sua posizione, si era procurato documenti preziosissimi, cui a gran dispendio fece venire di Francia, di Germania, dal Belgio, e fino d’Inghilterra e di Roma. Ma il Pallavicino non era che un’ingegno mediocre, ed aveva speso la massima parte del suo talento a rimar versi, a imparare tutte le squisitezze della grammatica, o futilità scolastiche ed aristoteliche; quindi più presontuoso che erudito, si accingeva ad una impresa ardua, senza nissun studio preliminare; e più voglioso di far in fretta che di far bene, non [p. 286 modifica]consultò altri documenti tranne quelli raccolti dalla diligenza altrui, o che gli venivano forniti di mano in mano da’ suoi amici. Supposta pure la miglior buona fede ne’ collettori, è ben lecito di pensare che non raccolsero se non ciò che tornava utile ai loro fini. «Ancorchè non si vogliano credere adulterate quelle memorie e lettere manoscritte, altro però non sono che scritture private alle quali non siamo obbligati di prestare gran fede sino a che non siano fatte di pubblica ragione e che si possa esaminarle e riconoscerne l’autenticità: molto più quando vogliono valersene contro uno storico che fu quasi contemporaneo e tenuto generalmente per veritiero». Cosi scriveva Salò nel 1665, e il Pallavicino ricordando questa censura, non trovo che vi risponda in modo soddisfacente: conscio probabilmente egli stesso che gli anzidetti collettori troppo spesso si contentarono di riferire lo scheletro di un fatto, spogliandolo de’ suoi essenziali accessorii, ed omettendone le cagioni o le conseguenze per ciò solo che davano ragione a Frà Paolo. Accusato il Pallavicino e i collettori che lo precedettero di avere dissimulate le istruzioni secrete e le lettere confidenziali de’ legati, il padre Appiano Buonafede gli giustifica adducendo la sciocca ragione, che «si tien per santo principio, non doversi pubblicar lettere secrete e scritture di confidenza contro l’animo di chi le scrisse, il qual fu che rimanessero ascose». Se così è, non si hanno più a scriver istorie perchè rivelano azioni le quali era intenzione di chi le fece che restassero ascose. [p. 287 modifica]

Infine quelle collattanee, come è facile a immaginarsi, non erano che zibaldoni imperfetti, sparsi di lacune, di errori, d’inesattezze, di fatti controversi, e disposti solamente a titolo di memoria o di ossatura istorica, su cui l’Alciato si proponeva sicuramente altro lavoro critico o altre ricerche, oltrechè lo scopo prefissosi da questo era molto diverso da quello prefissosi dal suo successore. Ma il Pallavicino le prese tal quale le trovò, e senz’altro esame, senza risalire alle fonti genuine, senza confrontare le copie cogli originali o gli estratti coi pezzi integri, e senza verificare se l’Alciato o il Contelori sue guide fossero caduti in qualche sbaglio od omissione importante, ei si accinse a scrivere currenti calamo la sua Istoria, ed è per lui un sufficiente criterio per negare un fatto o per ammetterlo, il trovarlo o non trovarlo ne’ suoi scartafacci. E ciò è tanto vero, che la sua Istoria è contraddetta in più particolari dal Rainaldi, che pure estrasse la materia de’ suoi Annali ecclesiastici dagli archivi romani. Si vedano gli esempi adotti in copia dal Courayer nelle sue annotazioni all’Istoria del Sarpi.

Frà Paolo incomincia la sua narrativa con le seguenti modeste parole: «Il proponimento mio è di scrivere l’istoria del concilio tridentino... Io immediate che ebbi gusto delle cose umane fui preso da gran curiosità di saperne l’intiero, e oltre l’aver letto con diligenza quello che trovai scritto, e li pubblici documenti usciti in stampa o divolgati a penna, mi diedi a ricercar nelle reliquie degli scritti de’ prelati, e altri nel concilio intervenuti, le memorie da loro lasciate e li voti o [p. 288 modifica]pareri detti in pubblico, conservati dagli autori propri o da altri, e le lettere di avvisi da quella città scritte, non tralasciando fatica o diligenza; onde ho avuto grazia di veder sino qualche registri intieri di note e lettere di persone ch’ebbero gran parte in quei maneggi. Ora avendo tante cose raccolte che mi possono somministrar assai abbondante materia per la narrazione del progresso, vengo in risoluzione di ordinarla». Questo breve ed ingenuo preambolo ci manifesta lo storico di buona fede; ci dice quali furono le sue ricerche, ma non che abbia esaurita la materia, o che sarà infallibile. Quindi volendo che il lettore giudichi piuttosto dai fatti che dalle parole, non cerca di preoccuparlo anticipatamente in suo vantaggio.

Altra via segue il Pallavicino. Premettendo alla sua Istoria una introduzione lunga più di cento facciate tutte spese al fine di diffamare il Sarpi, invece di conciliarsi la confidenza, desta sospetto che, conscio dell’avversario che aveva a combattere, e dei pochi mezzi legittimi che potevano assicurargli la vittoria, ricorra a queste soperchierie onde preoccupare l’animo di chi legge e trarlo in inganno. Poco importa che Frà Paolo fosse papista o protestante o ateo in suo cuore, come si sforza di farci credere il gesuita; ma bene se la sua Istoria sia credibile; ed a impugnarne la veracità non giovano ingiurie o artifizi maligni, o declamazioni, bensì una coscienziosa narrazione per cui potendosi mettere l’uno coll’altro a confronto, possiamo vedere da qual lato sia il torto. Passa poi a dire che il Sarpi come seguace di nissuna religione, e nemico [p. 289 modifica]della corte di Roma, non dev’essere creduto; e che invece si deve credere a lui che è cristiano cattolico e gesuita. La prima tesi contiene due petizioni di principio, perocchè ammette per fermo ciò che resta a provarsi, che il Sarpi avesse nissuna religione: ciò che dice il cardinale non basta, e molti lettori possono avere una opinione diversa dalla sua; e non è poi dimostrato che chi non ha religione debba essere per necessità uom rio. È noto che Spinosa, il quale non credeva in Dio, era di una probità singolare. Altro è un errore della mente prodotto da traviamenti dell’intelletto, ed altro quello che è prodotto dalle corruzioni del cuore. Il primo porta seco un convincimento, e non che nuocere alla moralità delle azioni, la sostenta; perchè in quel sistema le società umane non hanno più altro vincolo. Onde si viddero fra gli antichi assai materialisti, e molti ancora fra i moderni, in cui non si potrebbe desiderare maggiore onestà. L’altro invece è uno sforzo contro la propria coscienza per vivere nella colpa e mortificare i rimorsi, sotto cui o tosto o tardi bisogna cedere. Concessa adunque, per mera ipotesi, che il Sarpi fosse un ateo, essendo che il Pallavicino istesso confessi che era uomo di illibati costumi, resta a provarsi come tal uomo debba per necessità essere menzognero. L’affermare che Frà Paolo non poteva dire la verità perchè era nemico della corte di Roma, vale egualmente che sostenere non poterla dire il Pallavicino perchè era panegirista di lei; anzi è molto più facile che la verità si abbia da un nemico che da un adulatore. [p. 290 modifica]

La seconda tesi è poi una manifesta sciocchezza, perocchè vi sono bugiardi tra i Cristiani come tra gli Ebrei, e le passioni o l’interesse influiscono sopra gli uomini senza distinzione; e il dire che bisogna credere al Pallavicino perchè è gesuita, è darci un avviso di star bene in guardia, quando si sappia che appunto i casuisti gesuiti hanno stabilita la massima che è lecita la menzogna e la calunnia quando si tratta di sostenere la propria causa in danno di un nemico. Eccoci non per anco sull’ingresso dell’istoria pallaviciniana, e la probità dello storico ci è terribilmente sospetta.

Frà Paolo considera la Chiesa come una instituzione spirituale che deve regolarsi coi mezzi spirituali datile da Cristo e dagli apostoli. Sa ottimamente distinguere la vera pietà dalla superstizione, l’Evangelio dalle invenzioni umane, la morale che opera direttamente sui costumi dalle pratiche di una divozione falsa e interessata, la Chiesa dal clero, i diritti legittimi di quella dalle pretensioni usurpate da questo. Le sue teorie sono dedotte dai principii inconcussi già sanciti dall’antichità cristiana: tutto in lui è storico, autorevole, positivo e appoggiato a dimostrazioni di fatto. Nelle discussioni teologiche rimonta all’origine delle dottrine, ne segue le fasi, distingue i tempi e analizza le opinioni con logica precisione di termini e senza darsi in balia ad amor di sistema o a spirito di controversia. La religione poi è rappresentata da esso lui maestosa, pia, sublime, e non la fa consistere in pedanterie scolastiche o nelle apparenze di un fasto mondano, ma nella carità o dilezione di Dio e del prossimo. [p. 291 modifica]

Un tutto opposto metodo segue il Pallavicino, e pare non essersi altro fine proposto tranne che di fare uno sperticato panegirico di quanto fu operato a Roma e a Trento. Suppone come una verità incontrastabile gli oggetti più controversi, e precipuamente le pretensioni più assurde della Curia romana di cui si mostra il dichiarato campione. Adulatore sviscerato dei papi, se non può lodarli ne scusa almeno i difetti e financo gli scandali. Gli paragona a Dio, ne fa altrittanti vice-dei e attribuisce loro un potere che Dio stesso non ha. La Chiesa è una instituzione politica e debbe governarsi coi mezzi della umana politica; quindi le azioni più pessime o più interessate sono lodate da lui alla pari delle più virtuose. Essa è una reggia sacra, e come in tutte le corti vi sono ufficiali inutili ma puramente per fasto e grandezza, così ancora nella Chiesa vi devono essere beneficiati che godano rendite e non servano che alla pompa. I concili non sono inspirati dallo Spirito Santo se non in quanto il papa lo vuole. Le indulgenze, le dispense, le annate, le riserve ed altri proventi spirituali sono le rendite del papa e della reggia sacra; e al modo che i principi affittano per appalto le loro gabelle, anco il papa può vendere per appalto le sue indulgenze. Le instituzioni della primitiva Chiesa, che hanno per autore Cristo e gli apostoli, non sono più buone se furono dimenticate; le moderne ancorchè nate dall’ignoranza o abusive, sono eccellenti se il papa crede così. Più dotto nella filosofia di Aristotele che nelle scienze sacre, fa di quel filosofo pagano un saldo puntello della fede ortodossa, e accusa di [p. 292 modifica]empietà Frà Paolo perchè ne aveva una opinione diversa. Vero corpo di leggi della Santa Madre Chiesa sono il per lui venerando volume delle Decretali, nè importa che contengano falsità o principii erronei: furono dettate dai papi, e basta perch’egli le consideri un quinto Evangelio.

Depravatissima n’è la morale. Per la soda ragione che Iddio ha indorato il cielo di luce per innamorarne i mortali, è ben fatto che le Chiese risplendano d’oro perchè il popolo se ne invaghisca e vi corra; e come i teatri allettano gli spettatori colla magnificenza delle decorazioni e il chiasso degli spettacoli, così è conforme alla pietà e alla pratica che le Chiese allettino i divoti cogli apparati più sontuosi e più dilettevoli. Partendo da questi principii di una religione puramente materiale, ritiene che i più essenziali doveri si possono omettere mediante una dispensa del papa. Confonde la pietà colla superstizione, e fa consistere la divozione in puerilità di pratiche esterne che niente influiscono sui sodi esercizi della virtù; andare alla messa, assistere o far celebrare con pompa i divini uffizi, non ber vino una o due volte la settimana sono atti di pietà interiore sufficienti per un uomo d’altronde incarnato nelle sensualità e poco curante di religione. Pilastri della Chiesa non sono le grandi virtù, ma le nascite illustri. I precetti della morale non sono pari per tutti, ma vi sono eccezioni pei papi, pei cardinali e per le prime dignità della Chiesa o della società politica. Predicare schiettamente la parola di Cristo non è cosa possibile, anzi qualche favoletta introdotta a proposito è utilissima a [p. 293 modifica]confermare la devozione. Val molto meglio una moltitudine di preti ancorchè mediocri, che pochi ma buoni. E per finirla, la religione, secondo il Pallavicino, non è che un materialismo di esercizi meccanici; la morale non è che una ipocrisia di atti esterni; e le conseguenze di ambidue non devono essere che la grandezza del papa e della sacra reggia, e l’utilità dei preti. Leggendo attentamente la sua Istoria si possono cavare più centinaia di siffatte bestemmie; eppure è l’autore ortodosso della Curia, egli, il temerario che taccia di ateismo Frà Paolo perchè non adorava il berrettino di San Tommaso.

Suolsi comunemente obbiettare che quanto il Pallavicino è adulatore di Roma altrettanto il Sarpi n’è il detrattore; il quale propende a favorire la causa dei protestanti, e troppo mal cela il suo astio maligno contro i pontefici, degenerante alcuna volta in tratti satirici e mordaci. A cui posso rispondere che quando uom scrive su certi argomenti può proprio dire col poeta, difficile est satyram non scribere. Non perciò deriva che quei motti pungenti contengano una falsità istorica. Per esempio, se fa dire ad un papa che anco le concubine dei preti appartengono al fôro della Chiesa, gli fa dire niente meno di quanto i canonisti della Curia hanno stabilito come una verità irrefragabile; se mette in bocca ad alcuni critici, che non sapevano comprendere come vi fossero sacramenti detestabili, è una conseguenza ovvia di una ridicola decisione dei Padri di Trento dove parlando dei matrimoni clandestini statuirono che sono veri sacramenti, ma che la Chiesa gli ha [p. 294 modifica]sempre detestati; e se fa deridere da alcuni grammatici certe locuzioni usate nei decreti conciliari, si è che quelle locuzioni sono barbare davvero ei inintelligibili, per lo meno equivoche.

Circa poi a quel preteso astio maligno, ripeterò qui quello che già dissi in una Prefazione all’Istoria del Concilio Tridentino. Se uno storico che dice la verità, di cui è in debito verso il pubblico, senza passione e senza pregiudizi, si abbia a tacciarlo di maligno solamente perchè dicendo verità ardite offende gli interessi di persone o corpi potenti, che non si potrebbe dire di Tacito e di Svetonio? Ciò pei generali: pei particolari è vero che Frà Paolo loda poco la corte di Roma, perchè vi era poco da lodare; ma se avesse avuto voglia di malignarla, che non avrebbe potuto dire sui costumi di Leone X, di Clemente VII, di Paolo III e di qualche altro dei loro successori, e persino sul popolo romano caduto in tanta pravità, che in occasione di una pestilenza, per farla cessare sacrificò con tutte le formalità pagane un toro agli antichi Dei del Campidoglio? Questo fatto, accaduto nel tempo che papa Adriano VI passava da Barcellona a Genova, tornava molto acconcio allo storico colà dove descrive i disordini trovati da quel pontefice al suo arrivo in Italia; ed era un filo opportuno per entrare a descrivere le corruttele della corte di Roma, la filosofia sensuale e l’ateismo pratico de’ cortegiani, gl’intrighi de’ conclavi, le venalità della Dataria, e darci un’idea delle famose tasse della Penitenzieria e Cancelleria romana. I costumi erano marci a tal segno, che nel piano di riforma scritto dai cardinali [p. 295 modifica]Contarini, Caraffa, Sadoleto e Polo deputati a quest’ufficio da papa Paolo III, fra moltissime brutture si parla del lusso delle meretrici romane che abitavano palagi e uscivano cavalcando mule superbamente bardate, e accompagnate da cardinali e prelati che le facevano corte: ma si veda con quant’arte e prudenza il Sarpi nel darci l’analisi di quel progetto di riforma (nel lib. I, n.° 57) abbia evitato di toccare queste scandalose particolarità. E quanti episodi non gli avrebbono potuto somministrare le infamie di nipoti e bastardi di papa, massime di Alessandro de’ Medici figlio di Clemente VII che sverginò quasi tutte le monache di un convento di domenicane, e di Pietro Aloisio Farnese figlio di Paolo III che stuprò un vescovo e n’ebbe assoluzione dal padre come di una inezia giovenile? Eppure di queste e di tante altre cose che avrebbono potuto fare al proposito non già di uno scrittore maligno, ma di chiunque avesse voluto ritrarre al naturale quali fossero i costumi e la religione di quei tempi, nell’Istoria del Sarpi non si trova neppure il più piccolo indizio. Stretto al suo argomento, egli non dice che ciò che è necessario e tralascia tutto che è incidentale o superfluo, e la sua prudenza andò tant’oltre che tacque persino infinite particolarità, che, dette, avrebbono potuto apparire poco onorerevoli al ponteficato o al clero cattolico: le quali poi furono imprudentemente rivelate dal suo antagonista Pallavicino. È da questo che sappiamo gli artifizi e le doppiezze usate dai legati per deviare le discussioni non favorevoli all’interesse romano, e come della riuscita si applaudissero e la [p. 296 modifica]chiamassero una vittoria; è da lui che sappiamo come due vescovi vennero ai pugni in pien concilio e si strapparono la barba; come i Padri di Trento si divertissero con feste da ballo, il che fece ridere alcuni belli umori; e i rimorsi che accompagnarono la morte del cardinale Crescenzio, e la bottega che delle cose sacre facevano i preti in Germania, ed altri più o meno gravi scandali sopra cui il Sarpi osserva un rigido silenzio.

E infine se lo storico propende a dar ragione ai protestanti, è perchè sustanzialmente l’avevano. Altronde vivendo egli assai prossimo a quelli avvenimenti, non poteva avere del concilio di Trento una opinione diversa di quella che ne ebbero i contemporanei. Francesco Vargas, ambasciatore di Spagna a Roma, autore ortodossissimo e che fu presente al Concilio, lo dipinge come un’adunanza in cui i soprusi, la prepotenza e la furberia erano i mezzi soliti con che i legati pontificii la governavano e ne carpivano i decreti; dove non vi era alcuna libertà, anzi era seguìto un sistema pernicioso e il più distruttivo della libertà di quanti si potessero imaginare; dove il papa teneva vescovi salariati per far votare come a lui piaceva; dove molti erano ignoranti e non intendevano le materie; dove i legati tenevano in sospeso le decisioni, usando mille artifizi, finchè udissero come la pensavano a Roma, o le facevano deliberare per sorpresa e tumultuariamente. Le lettere degli ambasciatori di Francia, l’istoria del Milledonne, gli atti del Massarelli che fu segretario del Concilio e del Paleotti che fu cardinale, e le lettere del Visconti vescovo [p. 297 modifica]di Ventimiglia, agente del papa a Trento poi cardinale, e altri testimoni oculari e fedeli, confermano le cose medesime, e ne narrano di più scandalose: in ultimo Cosimo duca di Firenze, quel principe che se non era buono voleva almeno comparire divoto, che contava le ostie consumate nelle chiese in tempo di Pasqua per conoscere se l’eresia faceva progressi, che consegnava alla Inquisizione monsignor Carnesecchi, che faceva forare la lingua ai bestemmiatori; il parente del papa, il suo amico intrinseco, il suo fidato consigliere; Cosimo, dico, in una lettera confidenziale a papa Pio IV dice che il concilio di Trento fu di scandalo ai cristiani e di disonore al superiore.

L’assiduità dei preti e un lasso di tre secoli hanno coperto di un velo le magagne istoriche, e noi ci siamo avvezzati a vedere quella sinodo sotto un aspetto tutto religioso, come gli Dei mitologici la cui remota antichità dileguava l’origine umana; e tanto ci padroneggia quel pregiudizio, che a malo stento possiamo persuaderci come quell’atto memorabile e riputato di una inspirazione celeste, fosse l’effetto di moltiplicati raggiri e di una raffinata astuzia.

Quanto Frà Paolo è storico grave, giudizioso, indipendente da pregiudizi, libero da riguardi, alieno da affetti, e colla semplicità e schiettezza de’ suoi racconti si guadagna la nostra confidenza, altrettanto per titoli opposti ci tiene in sulla guardia il Pallavicino. Storico interessato e venale, non si vergogna di far pompa della sua parzialità; e dimentico del debito suo che è dire il vero senza ira o [p. 298 modifica]studio di parte, se da un lato ci stomaca colla viltà delle sue adulazioni, ci ributta dall’altro co’ suoi improperi. Non mai nomina Frà Paolo (e il nomina ad ogni pagina) senza caricarlo delle più grossolane igiurie: empio, ateo, ipocrita, uomo senza religione, falsario, bugiardo, impostore calunniatore, apostata, eretico, fautore di eretici sono detti e ridetti e straripetuti le tante migliaia di volte che finiscono a rendere odioso il Pallavicino medesimo, la petulanza di cui arriva al segno di chiamare il più gran genio del suo secolo, uno tra i più profondi teologi, e in pari tempo così modesto e tanto superiore al Pallavicino, di chiamarlo, dico, presontuoso, ignorante in teologia, eccellente in nissuna scienza, e che non ha lasciato neppure una memorabile invenzione del suo genio. Sono le precise sue parole al lib. VII, cap. 7. § 20.

Non voglio perciò dire che l’istoria sarpiana sia immune da errori; ciò accade a tutti gli storici, e molto più doveva accadere a lui che scriveva sopra un argomento misterioso, tuttora vergine e che malgrado la sua industria nel procacciarsi i migliori documenti, e nel certificare la verità dei fatti, non poteva riuscire in ogni cosa; quindi commise varie sviste, cadde in alcuni anacronismi, e alcuni pochi fatti su cui non aveva buone notizie furono da lui o inesattamente esposti o esposti fuori di luogo; ma sono per lo più fatti isolati, indifferenti, e che nulla cangiano il sustanziale de’ racconti o i grandi caratteri dell’istoria. Fu dunque una vera ciarlataneria quel catalogo di 360 errori che il Pallavicino pose in calce della sua Istoria cui pretende avere cavati [p. 299 modifica]da quella di Frà Paolo. «Trecento sessanta errori, dice Voltaire; ma quali? Gli rimprovera sbagli di date e di nomi. Egli stesso fu convinto di altrettanti falli quanto il suo avversario, e dove ha ragione non val la fatica di averla. Che importa se una lettera inutile di Leone X fu scritta nel 1516 o nel 1517? Che il nunzio Arcimbaldo che vendette tante indulgenze, fosse figlio di un mercante milanese o genovese? basta il vero che fu mercante d’indulgenze. Ci giova poco che il cardinale Martinusio fosse monaco di San Basilio o eremita di San Paolo; bene interessa di sapere se questo difensore della Transilvania contra i Turchi fu assassinato per comando di Ferdinando I, fratello di Carlo V. Infine Sarpi e Pallavicino dissero entrambi la verità, ma in modo differente: l’uno da uomo libero e difensore di un Senato libero, e l’altro da gesuita che voleva esser cardinale».

Eppure non sempre il gesuita che voleva esser cardinale disse la verità. In primo luogo è da annoverarsi l’ignoranza o malignità di lui che spesse volte fa dire a Frà Paolo tutto il contrario di quello che dice; in secondo luogo, che molti fatti gli nega senza prove o sopra falsi supposti; per terzo, che il Pallavicino istesso, forzato suo malgrado, nega in un luogo quello che confessa poche pagine dopo. In fine Pier Francesco Le Courayer che tradusse in francese e comentò con molta dottrina la Istoria del Sarpi, provò con testimoni irrefragabili che di quei 360 errori affibbiatigli dal Pallavicino, 200 almeno sono errori di esso Pallavicino; per circa [p. 300 modifica]altri 60 conviene con lui, ma posteriori scoperte ci hanno convinti che il Sarpi fu assai più diligente indagatore della verità che non il suo avversario al dosso di cui dessi altresì caricare questa seconda partita. Il rimanente o sono cose su cui il Sarpi può essere agevolmente giustificato, o inezie. Eccone alcuni esempi. Paolo III rimproverava l’imperatore Carlo V che nella dieta di Spira «abbia concesso ad idioti ed eretici giudicare della religione»: così il Sarpi. Il testo latino da lui compendiato è: Quod laicos de rebus spiritualibus judicare vis posse; neque laicos, sed nullo discrimine laicos et damnatarum hæresum assertores. Il Pallavicino tratta Frà Paolo da ignorante, e dice che la querela del pontefice non era perchè «Cesare volesse ammettere a idioti a giudicar punti di religione: il che Cesare nè mai pensò nè fu mai immaginato dal papa», ma perchè voleva ammettere laici; e traduce: «Che vogliate, anco i laici poter giudicare delle cose spirituali, e non pure i laici, ma indistintamente eziandio gli eretici». Se non erro, la frase sed nullo discrimine laicos non vuol già dire indistintamente, bensì laici cavati senza distinzione, e fa un senso unico colla seguente frase; quindi tradotte benissimo dal Sarpi idioti ed eretici, e così pure intese dallo Sleidano: l’ignorante è dunque il Pallavicino che pure registra questo suo granchio nel catalogo dei pretesi errori di Frà Paolo.

Nel racconto delle cose passate tra il medesimo pontefice Paolo III e il duca di Mantova quando si trattò di mettere il concilio in questa città, variano nelle circostanze il Sarpi e il Pallavicino; ma è [p. 301 modifica]infallibile che il primo debb’essere creduto di preferenza perchè era più a portata di avere esatte informazioni. Nel lungo suo soggiorno in Mantova potè avere veduto il carteggio originale negli archivi del duca; o se questo non avvenne, potè procurarselo da poi stante la prossimità di Mantova e Venezia, e le intime relazioni che passavano tra il duca e la Repubblica, e le amicizie che vi aveva Frà Paolo sia coi Serviti di Mantova sia con persone di quella corte.

Frà Paolo ricorda una missione secreta affidata dal cardinale Gonzaga presidente del Concilio al suo secretario Camillo Oliva: il Pallavicino la nega, e dice che quella missione fu affidata ad un altro e in tempo diverso. Ma è impossibile che il Sarpi abbia preso un così grossolano errore, egli che conobbe personalmente l’Oliva, e ne aveva sott’occhio le carte: tutto al più può essere che due fossero le missioni, l’una ignota al Sarpi, ed è di poca importanza, e l’altra al Pallavicino, ed importa assai più.

Quest’ultimo nega del paro il colloquio passato tra Lutero e Pietro Paolo Vergerio legato del papa in Germania, eppure la precisione con cui lo racconta il Sarpi mostra abbastanza che aveva in mano buone memorie sconosciute al Pallavicino; oltrechè quel colloquio è pienamente conforme alla condotta e al carattere del Vergerio. Infatti il gesuita non ebbe cognizione delle opere stampate da questo refrattario della comunione romana, notissime al Sarpi, che potè anco procacciarsi dalla Valtellina (dove il Vergerlo si trattenne più anni) i suoi [p. 302 modifica]manoscritti col mezzo di qualche amico colà o di alcuno fra’ protestanti grigioni che stanziavano a Venezia.

Frà Paolo riferisce che Giorgio di Ataide teologo del re di Portogallo pochi giorni dopo aver tenuto un molto profondo e giudicioso discorso intorno alla messa, che non piacque alle orecchie romane, partì dal concilio di Trento. Il Pallavicino sostiene che quel discorso non fu di Giorgio, ma di un altro; e che quello non partì da Trento ma che vi era ancora cinque mesi appresso. Quanto al primo fatto, io non saprei chi dei due possa aver ragione; ben credo di poter dire che i documenti addotti dal gesuita non hanno alcun carattere ufficiale quand’anco gli avesse citati esattamente; d’altra parte si scorge che Frà Paolo aveva sott’occhio l’intiero discorso dell’Ataide di cui dà una compiuta analisi, mentre il Pallavicino non vide che un compendio assai ristretto. Che poi Giorgio di Ataide non abbia più figurato al concilio di Trento, è un fatto innegabile e che risulta dal confronto dei cataloghi ufficiali stampati a Brescia e a Riva, veduti e citati dal Sarpi e sconosciuti dal Pallavicino. Quanto alla lettera che cinque mesi dopo, ad istanza del nuovo ambasciatore di Portogallo, scrisse il cardinal Borromeo ai legati pregando di onorare e favorire l’Ataide, non so se supponga che Giorgio fosse ancora a Trento, o se dica che aveva intenzione di tornarvi; ma anco nel primo caso, può ben essere che l’ambasciatore e il cardinale lo credessero a Trento, quando ne era già partito da più mesi. Il vero è che la lettera del cardinale fu scritta nel mese di [p. 303 modifica]decembre 1562, e nei cataloghi dei Padri tridentini posteriori al mese di luglio non si trova più il nome di quel teologo, segno evidente che più non vi era.

Infine importa ben da senno a chi vive due o tre secoli più tardi la questione se Francesco Chieregato fosse vescovo di Fabiano o di Téramo: quello che vogliamo sapere è se Frà Paolo possiedette veramente il suo Diario, ed è appunto ciò che il Pallavicino non nega: che importa se un tale editto contenesse 37 capi o solo 35? se un concistoro sia stato tenuto al dì 12 o al dì 13? se un corriere abbia tardato due giorni, ovvero sei giorni? se un dispaccio sia stato portato da un postiglione o da un vescovo? se una congregazione fu tenuta la mattina o la sera, e se il primo a parlare fu Tizio ovvero Sempronio? Di simili minuscoli, oltre che n’è pieno il Pallavicino medesimo, il diligentissimo Porcacchi ne ha rilevato innumerevoli nelle istorie del Guicciardini, nè perciò vi fu alcuno mai che abbia preteso di farne aggravio alla sustanziale veracità di quello storico. Anzi qualunque istorico si esamini, dai più antichi ai più moderni, ve ne ha neppur uno a cui non si possa rimproverare di così fatte inezie che possono forse interessare i dilettanti di gazzette, ma di cui non si cura un lettore sensato.

Beato il Pallavicino se le colpe imputate alla sua Istoria si riducessero a così poco; ma il Padre Bergamini in un brve confronto che fece delle due opere, in quella del cardinale rilevò colla scorta di autentici testimoni quattro grosse falsificazioni di documenti e di fatti di radicale importanza nel solo [p. 304 modifica]capo 7 del libro 16; tre altre nel capo 11 ed una nel capo 12. E il più bello si è che il gesuita dopo di avere per tal forma violata la verità collo scopo di contraddire Frà Paolo, tributa a questo i titoli di bugiardo, calunniatore, falsario. Otto falsificazioni nel contenuto di pochi fogli, danno una cattiva idea di tutto il resto. Altre gliene imputa il cardinale Querini; monsignor Mansi pubblicò una istruzione data dal papa al cardinal Morone che nè per la data nè per il contenuto si somiglia a quella riferita dal Pallavicino; e i sei tomi in 4.° di Monumenti relativi all’istoria del concilio tridentino pubblicati da Judocus Le Plaet teologo di Lovanio offrono altrettante prove della veracità di Frà Paolo e della mala fede del Pallavicino. Quella collezione, che è assai preziosa, fu molto mal veduta dai Curiali che ne mossero aspre persecuzioni all’autore, sino a sollevargli contro i suoi scolari e a farlo cacciare dalla Università; e avrebbe patito di peggio, se a lor non lo sottraeva il patrocinio liberale di Giuseppe II. Infine è da sapersi che il Padre Buonfigliuolo Capra, servita luganese, sussidiato dal Padre Bergantini aveva occupata una parte della sua vita a documentare l’Istoria del Concilio Tridentino di Frà Paolo, ed asseriva, non esservi cosa che non fosse provata o non potesse giustificarsi. Ma il suo lavoro, condotto quasi a pieno compimento quando la morte lo sopragiunse, perì nell’incendio che arse (non a caso, si crede) il convento dei Servi di Venezia nel 1769.

La locuzione del Pallavicino è purissima, e financo affettata e leziosa; il che, a chi non è linguista, [p. 305 modifica]può dispiacere perchè si vede l’arte, non mai la natura. Ma lo stile è slombato, noiosissimo, contaminato troppo spesso da metafore ridicole che puzzano il mal gusto del Seicento; gli ornamenti leccati, i pensieri lambiccati, o gonfi, o diluiti in una farragine di parole scelte senza rispetto alle loro proprietà etimologiche e alla opportunità, sì che diventano intralciati ed oscuri; molti anco sono falsi, nè si aggirano che su bisticchi o cavillazioni.

Nel disegno non ha nè proporzione, nè economia. Difettosa la narrativa per poco ordine e molti interrompimenti. Senza preparazione ci fa saltare da un argomento all’altro; e senza bisogno, e quando è necesario di correre innanzi, ci ferma di punto per farci intendere le noiose sue ciance. Difetta di erudizione e di critica, ha poca cognizione della teologia positiva, nella giurisprudenza canonica non esce mai dalla carraia dei Decretalisti, nei punti conversi parte quasi sempre da una petizione di principio, vizio logico comune a quasi tutti i controversisti di Curia; inchiavato da’ suoi pregiudizi di educazione e di corpo, non vede oltre il presente, sua legge invariabile, e non sa mai slanciarsi alle instituzioni primordiali della Chiesa, e seguirne da istorico le variazioni e le conseguenze; quindi avviene che male intende e peggio risponde al Sarpi, e confondendo tempi e cose, cade in isbagli grossolani di cui pretende poi far onore al suo avversario. Nello sviluppare le materie conciliari non ha l’arte di compendiarle e di spremerne soltanto quel midollo che importa a sapersi, e presentarlo con brevità e chiarezza; ma prolisso, e più teologo [p. 306 modifica]scolastico che istorico, più contenzioso che narratore, sì ti attedia che se non hai la pazienza di Sant’Antonio è forza lasciar cadere il libro di mano e cedere al sonno.

Arrogi a questo il vizioso metodo che fu obbligato a prescegliere. Essendogli stato comandato di confutare fatto per fatto l’Istoria del Sarpi, gli fu forza entrare quasi ad ogni pagina in minuti ragguagli, e trattenersi in lungherie contenziose che ingenerano lassezza; oltredichè il sentirsi ripetere ad ogni pagina una querimonia non mai disgiunta da ingiurie contro il Soave, e pendanteggiarlo sulle più piccole inezie, il lettore prende curiosità dell’Istoria sarpiana, s’infastidisce del Pallavicino, e manda in mala croce il suo libro. In ciò fu di lui più felice il Baronio che scrivendo i suoi Annali contro i Centuriatori di Maddeborgo, ebbe il buon senso di non entrare in diretta controversia con loro. Quindi il suo giudizio, non riscaldato dallo spirito di disputa, si mantenne più pacato e più coscienzioso; e malgrado le sue prevenzioni e i moltissimi errori in cui cadde, gli Annali che lo hanno inmortalato sono cercati e letti ugualmente da’ cattolici e dai protestanti.

Non voglio però inferire che l’Istoria del Pallavicino sia assolutamente priva di merito. Quantunque in tutto che dice non sia da credergli ad occhi chiusi, ci somministrò nuovi lumi, rettificò molti fatti male espressi dal Sarpi, altri ne espose che innanzi erano ignoti; ed ove si riducano al giusto valore quel suo linguaggio tortuoso e gesuitico, quelle sue espressioni piene di ambiguità, e quelle adulative [p. 307 modifica]esagerazioni, e ricordi il lettore che ha innanzi non uno storico ma un panegirista, non un narratore coscienzioso, ma uno scrittore che sacrifica la verità ai pregiudizi personali e allo spirito di sêtta, si troverà che l’Istoria del Pallavicino serve a confermare in massima quella di Frà Paolo. O si legga l’uno, o si legga l’altro, il concilio di Trento appare pur sempre coi medesimi intrighi, e la corte di Roma colle stesse versuzie: la sola differenza è questa, che Frà Paolo giudica da rigido censore che trova tutto cattivo, e il Pallavicino da prezzolato adulatore che trova tutto buono.

In mal punto fu pubblicata la sua Istoria dal Pallavicino, e poco stette che non costasse nuove mortificazioni alla sua Compagnia.

Erano già 50 anni da che ella era bandita da Venezia; e nel corso di un mezzo secolo anzichè allenirsi l’animadversione si era sempre alimentata riproducendo di quando in quando decreti odiosi contro a’ gesuiti, durante che i gesuiti mai non mancavano di nuocere alla Repubblica. La quale, considerandoli come una società di appestati, aveva proibito sotto pene severissime di avere comunicazione o carteggio che siasi con loro. Sopravvenne intanto la famosa guerra di Candia cominciata nel 1645 e terminata, dopo un assedio di oltre 20 anni e colla quasi totale cessione di quell’isola ai Turchi, nel 1669: guerra che fu una voragine infinita di tesori, e costò alla Repubblica di San Marco la somma spaventevole di oltre 500 milioni di franchi. Venezia era quindi bisognosa delle grazie de’ pontefici, i quali, trattandosi di una guerra contro a’ Turchi, [p. 308 modifica]fornivano denaro o ne promettevano. Fino dal 1653 i gesuiti profittando delle angustie di lei, col mezzo del loro preposito generale Cosimo Nichel, profersero nella loro povertà cui tenevano carissima 150,000 ducati veneziani (750,000 franchi) da esborsarsi in due mesi colla tacita condizione di essere ricevuti in Venezia; ma la Repubblica, non sedotta da una somma di cui aveva un pressantissimo bisogno, la rigettò. Due anni dopo fu assunto al ponteficato Fabio Chigi da Siena detto Alessandro VII, i nipoti del quale ambiziosi di sollevarsi allo stato di principi, e sfoggiare in magnificenze, spiavano tutte le vie per trovar denari. Di che accortisi i gesuiti, fecero larghe proferte al pontefice così per usarne a servigio della sua casa come per sovvenire la Repubblica. Allora cominciarono nuove trattative per restituire que’ frati in Venezia, secondate anco dalla Francia, le quali dopo molte difficoltà furono conchiuse a 19 gennaio 1657. Poco dopo uscì il secondo volume della Istoria pallaviciniana di cui il primo era già comparso l’anno antecedente. L’autore che si persuadeva essersi fatto un merito colla Repubblica perchè nel suo libro l’aveva cuccoveggiata colle più lusinghiere adulazioni e l’accarezzava allora promettendole gran cose a nome del pontefice, chiese che la sua Opera potesse essere ristampata a Venezia. Ma i Dieci la misero al bando, e statuirono pene rigorosissime a chiunque la introducesse nello Stato. E perchè la Corte di Roma non prendesse l’iniziativa, il Senato ne fece, per Angelo Corrario suo ambasciatore, lamentanza al papa. Erano scorsi omai sette lustri da che Frà Paolo era [p. 309 modifica]morto; tutti quelli che avevano con lui vincoli di amicizia erano calati nel sepolcro; Frà Fulgenzio ultimo attore di quel memorabil dramma, era anch’egli da due anni sparito dalla scena: nuova la generazione presente, i gesuiti tornati a Venezia, eppure non era scemato ancora l’affetto antico pel grand’uomo; ancora lo stesso amore per lui, la stessa sollecitudine a difendere la fama come ne aveva difeso la vita, e a vendicarlo dalle ingiurie che il governo si attribuiva come se fossero fatte a lui. E l’ingiuriatore era uomo potente, segretario ed intimo amico di un papa, e in quelle ardue circostanze poteva giovare o nuocere. Eppure il governo fu irremovibile, e traendo argomento da quella Istoria che i gesuiti erano tuttora i medesimi di 50 anni innanzi, gli assoggettò a dure condizioni. Non restituì i beni, gli obbligò a comperare a suon di contanti il locale per stabilirvisi, limitò il loro insegnamento, gli sottopose ad una rigida polizia; e quasi volesse metaforicamente far loro intendere i suoi pensieri e le sue minacce, per ultimo segno di umiliazione, nelle processioni pubbliche assegnò ai gesuiti il posto tra le confratrìe di San Marco e di San Teodoro. È noto che i malfattori solevano essere giustiziati sulla Piazzetta fra mezzo alle due colonne dette di San Marco e di San Teodoro. Il Pallavicino ricompensato dal papa della dignità cardinalizia, e fatto suo segretario, offrì i suoi buoni uffici in servizio della Repubblica, e di procurarle dal pontefice larghi sussidi. In una nuova edizione offrì di levare dal suo libro alcuni tratti ingiuriosi alla memoria del Consultore. Indarno: Corrario [p. 310 modifica]rispose che il Consiglio dei Dieci l’aveva trovato tutto calunnioso: non potè mai ottenere la rivocazione del bando, e finchè visse quella Repubblica la sua Istoria restò proscritta sempre dal veneto dominio. Singolare contradizione de’ pensieri umani: quello stesso principio per cui a Roma era il Sarpi stimato eretico, e quindi fulminato il suo libro, e approvato quello del Pallavicino, lo faceva a Venezia stimare ortodosso, e perciò approvato il suo libro, e fulminato quello del Pallavicino. Il tempo che rettifica le opinioni e riforma i giudizi del mondo ha dato ragione a Venezia, e l’Istoria del cardinale, malgrado la ciarlataneria con cui fu messa in voga e spacciata come un oracolo di verità, è ora più ricordata che letta: col tempo sarà anco dimenticata, i suoi fautori medesimi lo confessano. Difetti di gusto nello stile, parzialità decisa nella narrazione, servilità nello scrittore, errori di opinioni e di fatto rivelati dai progressi del pensiero e dalle nuove scoperte istoriche, hanno omai fatto rigettare quest’opera fra que’ vecchi monumenti che attestano non tanto gli sforzi tenaci dello spirito romano per resistere all’impeto distruggitore che lo invade d’ogni intorno, quanto l’inutilità della sua resistenza, e una prova del perenne suo decadimento.