Chi l'ha detto?/Parte prima/5

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Capitolo 5

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§ 5.



Amore





Questo paragrafo ci offre materia inesauribile: l’amore ha ispirato in tutti i tempi gli scrittori, ha riempito tutte le letterature con i suoi sfoghi passionali; esagerazione contro la quale invano protestava il Manzoni in un brano del suo immortale romanzo ch’egli poi soppresse nella stampa: «.... l’amore è necessario a questo mondo: ma ve n’ha quanto basta, e non fa mestieri che altri si dia la briga di coltivarlo.... Vi hanno altri sentimenti dei quali il mondo ha bisogno, e che uno scrittore, secondo le sue forze, può diffondere un po’ più negli animi: come sarebbe la commiserazione, l’affetto al prossimo, la dolcezza, l’indulgenza, [p. 25 modifica]il sacrificio di se stesso.... ma dell’amore, come vi diceva, ve n’ha, facendo un calcolo moderato, seicento volte più di quello che sia necessario alla conservazione della nostra riverita specie» (A. Manzoni, Brani inediti dei «Promessi Sposi», per cura di Giov. Sforza, Milano, 1905, pag. 7).

Il Manzoni pensò all’ultimo momento di non pubblicare questa diatriba che sarebbero state proprio parole gettate al vento: se oggi, dal romanzo, dalla poesia, dal teatro contemporaneo, si levassero le pagine d’amore, che cosa resterebbe? Ben poca cosa! Per cui, sia dalla letteratura antica, sia dalla moderna, larga è la messe che le muse offrono a chi voglia far tesoro di citazioni e sentenze popolari sull’amore.

Virgilio, i cui poemi sono per qualunque argomento miniera ricchissima di frasi, ce ne dà alcune, cioè:

78.   Omnia vincit amor, et nos cedamus amori.1

(Egloga, X, v. 69).

Il primo emistichio è citato da Macrobio (Saturn., lib. V., cap. 16, § 7) fra quelle frasi che vice proverbiorum in omnium ore funguntur et quae sententialiter proferuntur.

79.         Adgnosco veteris vestigia flammæ.

che Dante tradusse:

80.         Conosco i segni dell’antica fiamma!

81.   Improbe amor, quid non mortalia pectora cogis!2

Orazio ha una frase efficacissima per designare l'oggetto amato:

82.                  Animæ dimidium meæ.3

[p. 26 modifica]Si dice che il Card. Richelieu, quando morì nel 1638 il famoso Père Joseph, l’Eminenza Grigia, esclamasse: «Je perds en lui une moitié de mon âme». Terenzio a proposito del continuo bisticciarsi degli innamorati opportunamente dice:

83.       Amantium iræ amoris integratio ’st.4

(Andria, a. III, sc. 6, v. 556).

Il verso intercalare del leggiadro poemetto Pervirgilium Veneris, sive carmen trochaicum de vere, d’incerto autore, ma attribuito a torto a Catullo, canta il dominio universale di amore:

84.   Cras amet qui nunquam amavit; quique amavit, cras amet.5

Il grande Arpinate ne esalta il potere in una breve ma eloquentissima sentenza:

85.   Nihil difficile amanti puto.6

(Cicerone, Orator, cap. X).
e Marziale descrive lo stato di due amanti in perpetua guerra, ma pure inseparabili, con un bellissimo verso:

86.     Nec possum tecum vivere, nec sine te.7

(Marziale, lib. XII, epigr. 47).
ch’egli del resto non ha fatto che togliere quasi di peso a Ovidio, il quale negli Amores, lib. III, el. 11, v. 39, aveva detto:

87.   ....Nec sine te, nec tecum vivere possum.8

e che l’Alfieri imitò nell’Oreste (a. III, sc. 1) facendo cosi parlare Clitennestra:
È ver: con lui felice
Non sono io mai: ma né senz’esso il sono.

[p. 27 modifica]Veniamo ai poeti delle età posteriori. Precede a tutti il divino Alighieri, che può darci un gran numero di versi celebranti il piccolo nume faretrato: ne scelgo alcuni dalla Divina Commedia:

88.       Amor mi mosse, che mi fa parlare.

89.       Amor che nella mente mi ragiona
Della mia Donna....

è il principio di una canzone di Dante, composta verso il 1294 e commentata in testa del Trattato terzo del Convivio, ed è anche riportato nel Purgatorio (c. II, v. 112), in bocca di Casella.

90.       Amor che al cor gentil ratto s’apprende.

Quest’ultimo verso è nel commovente racconto di Francesca da Rimini, a cui il poeta fa dire altri tre versi non meno noti del precedente:

91.       Amor che a nullo amato amar perdona.

92.       ....Solo un punto fu quel che ci vinse.

93.       Galeotto fu il libro e chi lo scrisse.

Per chiunque ha letto quel pietoso episodio che è una delle più belle pagine della Divina Commedia, quest’ultimo verso non ha uopo di commento. Francesca e Paolo leggono il romanzo di Lancillotto, a cui Gallehaut o Galeotto fa da mezzano ne’ suoi amori con la regina Ginevra: il libro e l’autore suo furono quindi per Paolo e Francesca quel che Galeotto fu per i due antichi amanti.

Pochi sanno che il racconto di Francesca (dal verso: Noi leggevamo un giorno per diletto al verso Quel giorno più non vi leggemmo avante) fu messo in musica dal Rossini per desiderio di Lord Vernon e a lui dedicato. Lord Vernon ne pubblicò l’autografo a facsimile nel vol. III del suo Inferno di D. A. disposto in [p. 28 modifica]ordine grammaticale, ecc. (Londra-Firenze, 1865), a pag. 83. La partitura è per canto e pianoforte; Rossini vi ha scritto sopra di suo pugno (come tutto il resto): And.no mosso. Recitativo Ritmato (Farò come colui che piange e dice).

Le rime minori dantesche sono quasi tutte di soggetto amoroso, ma sono meno popolari del divino poema, per cui non ne trarrò che un verso solo:

94.         Donne ch’avete intelletto d’amore.

cioè, donne che avete cognizione dell’amore, ed è il primo verso di una canzone composta da Dante, com’egli stesso narra, in guisa da adattarle come cominciamento quel verso già da lui pensato; e dessa si legge nella Vita Nuova, § XIX. Il verso medesimo è ripetuto nel Purgatorio, c. XXIV, v. 51.

Moltissimo potrei spigolare dalle rime del Petrarca, dove non si ragiona che di amore, ma esse ai giorni nostri non hanno più la grande popolarità della quale godevano alcuni secoli addietro, quindi non ne leverò per ora che la seguente:

95.         Tempo non mi parea da far riparo
        Contr’ a’ colpi d’Amor.

(Petrarca, Sonetto in vita di M. Laura, num. 3, secondo il Marsand, com.: Era il giorno ch’al Sol si scoloraro; Son. III, ed. Mestica).

Laura apparve la prima volta agli occhi del Petrarca, com’egli stesso lasciò scritto nel celebre codice Ambrosiano di Virgilio, nell’anno del Signore 1327, il giorno sesto di aprile (che era un venerdì santo), in sul mattino, nella chiesa di Santa Chiara in Avignone: perciò scrisse il poeta che essendo quel giorno santo e lugubre, non gli pareva tempo da temere assalti d’Amore, e da starne in guardia.

96.       Teneri sdegni, e placide e tranquille
Repulse, e cari vezzi, e liete paci,
Sorrisi e parolette e dolci stille,
Di pianto, e sospir tronchi, e molli baci.

[p. 29 modifica]sono le quotidiane occupazioni degli innamorati secondo il cantore di Erminia, che pur doveva intendersene. Un galante abate invece del secolo scorso così descriveva la vita di un innamorato:

97.       Chi vive amante sai che delira;
      Spesso si lagna, sempre sospira,
      Né d’altro parla che di morir.

(Metastasio, Alessandro, a. I, sc. 4).

Lo stesso Metastasio così diceva dell’amore dei vecchi:

98.                 L’arido legno
Facilmente s’accende,
E più che i verdi rami, avvampa, e splende.

(Asilo d’amore; nella ediz. di Parigi 1780, to. III, pag. 343).
e della infedeltà degli amanti:

99.             È la fede degli amanti
           Come l’Araba fenice:
           Che vi sia, ciascun lo dice,
           Dove sia, nessun lo sa.

(Metastasio, Demetrio, a. II, sc. 3).

Sono pure di lui quei versi celebri che hanno acquistato oggi il valore di proverbio:

100.   Passò quel tempo, Enea,
Che Dido a te pensò. Spenta è la face,
È sciolta la catena
E del tuo nome or mi rammento appena.

(Metastasio, Didone abbandonata, a. II, sc. 4).

In tempi a noi più vicini udremo in una tragedia famosa:

101.   Vederti, udirti, e non amarti.... umana
Cosa non è.

(Pellico, Francesca da Rimini, a. I, sc. 5).

[p. 30 modifica]Lanciotto lo dice al fratello Paolo: e lo ripetono, sul serio o no, i nove decimi degli innamorati d’Italia, come ripetono, sul serio o no, gli altri versi della tragedia medesima:

102.            ....T’amo, Francesca, t’amo,
    E disperato è l’amor mio!...

(Francesca da Rimini, a. III, sc. 2).

Framezzo a tanti poeti, ecco un romanziere che fa dire a uno dei suoi personaggi, a Giovanni Bandino,

103.   Noi altri Italiani c’innamoriamo in chiesa.

Udremo anche un poeta contemporaneo, dal quale tolgo tre citazioni:

104.     I canti che pensai ma che non scrissi,
Le parole d’amor che non ti dissi.

(Lorenzo Stecchetti, cioè Olindo Guerrini, Quando cadran le foglie..., nei Postuma, poesia num. XIV).

105.   Io non voglio saper quanto sii casta,
  Ci amammo veramente un’ora intera,
  Fummo felici quasi un giorno e basta.

106.   Torna all’infamia tua: sei troppo vile,
  Sei troppo vile, non ti posso amar!

107.                 Te voglio bene assai
            E tu non piense a me.

è il ritornello di una famosa canzone, composta il 1839 da Raffaele Sacco, ottico e improvvisatore napoletano. Il successo di quella canzone fu enorme, e può darne un’idea la ingenua affermazione del Settembrini nelle sue Memorie: «Tre cose belle furono in quell’anno (1839): le ferrovie, l’illuminazione a gas e Te voglio bene assai» (ed. Morano 1879, vol. I, pag. 160). — [p. 31 modifica]La musica fu attribuita al Donizetti, ma a torto. Il fatto è che per molto tempo a Napoli non si cantava altro, quindi ci fu chi, annoiato di tanto entusiasmo, rispose per le rime:

Addio, mia bella Napoli,
Fuggo da te lontano.
Perchè pensier sì strano —
Tu mi dirai — perchè?
Perchè mi reca nausea
Quella canzone omai:
Ti voglio bene assai
E tu non pensi a me.
Andrò nell’Arcipelago,
O pur nel Paraguay,
Chè m’ha seccato assai
Quel: Tu non pensi a me.

Vedi Amilcare Lauria, nella Nuova Antologia, 1º sett. 1896, pag. 125; e anche il Martorana, Notizie biogr. e bibliogr. degli scritt. del dial. napolet., pag. 362, dove si narra di una riduzione della stessa canzone ad argomento sacro, improvvisata dal Sacco per desiderio del card. Riario Sforza, arciv. di Napoli.

E la poesia melodrammatica? o questa sì che non finirebbe più. Pure qualcosa, dalle opere italiane più note, che su per giù sono le più antiche, non si può fare a meno di citare. Chi non le vuole le salti.

108.         Il buio, la pioggia, la neve
        Sgomentare l’amante non deve.

nella Pianella perduta nella neve (a. I, sc. I), notissima farsa in prosa e musica, che ha fatto la delizia di varie generazioni, ma che però non è italiana di origine, bensì francese: il compianto cav. Landi, fondatore della stamperia dalla quale esce questo volume, aveva fra i suoi libri una vecchia edizione di questa farsa col seguente titolo: La pianella persa farsetta in prosa con musica trasportata Dall’Idioma Francese in Italiano. Firenze 1829. Vendesi da Giovanni Berni libraio, e negoziante di strumenti armonici, un opuscolo di 24 pag. in-16º. [p. 32 modifica]

109.        Il vecchiotto cerca moglie,
       Vuol marito la ragazza,
       Quello freme, questa è pazza
       Tutti e due son da legar!
     Ma che cosa è questo amore
       Che fa tutti delirar?
     Egli è un male universale,
       Una smania, un pizzicore,
       Un solletico, un tormento.....
       Poverina, anch’io lo sento,
       Nè so come finirà.

Cavatina (di cui molti versi si ripetono) della vecchia Berta nel Barbiere di Siviglia, melodramma giocoso di Cesare Sterbini, musica di Rossini (a. II, sc. 5).

110.        Ah! bello, a me ritorna
       Del fido amor primiero,
       E contro il mondo intero
       Difesa a te sarò.

(Norma, melodr. di F. Romani, mus. di V. Bellini, a. I, sc. 4).

111.          T’amo, ingrata, t’amo ancor.

(Lucia di Lammermoor, poesia di Salvatore Cammarano, mus. di G. Donizetti, a. II, sc. 6).

112.          Hai tradito il cielo e amor!

(Ivi).

113.        Maledetto sia l’istante
       Che di te mi rese amante....
       Stirpe iniqua.... abominata....
       Io dovea da te fuggir!

(Ivi).
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114.     Questa o quella per me pari sono
A quant’altre d’attorno mi vedo.
Del mio core l’impero non cedo
Meglio ad una che ad altra beltà.

(Rigoletto, melodr. di F. M. Piave, mus. di Verdi, a. I, sc. 1).

115.        Bella figlia dell’amore,
       Schiavo son dei vezzi tuoi,
       Con un detto sol tu puoi
       Le mie pene consolar.

116.   Ah quest’infame, l’amore ha venduto.

117.       Di quell’amor ch’è palpito
      Dell’universo intero,
      Misterïoso, altero,
      Croce e delizia al cor.

(La Traviata, parole di F. M. Piave, mus. di Verdi, a. I, sc. 3).

118.   Alfredo, Alfredo — di questo core
Non puoi comprendere — tutto l’amore.

119.   Un bacio rendimi, due, tre, se brami.

(Le Educande di Sorrento, melodramma giocoso di Raffaello Berninzone, mus. di Emilio Usiglio, a. III, sc. 4).
e più sotto:
Lascia gli scrupoli, dimmi che m’ami.

Per gli autori stranieri mi contenterò di citare due fra le più note massime del più popolare fra gli scrittori apoftegmatici francesi:

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120.   Il est du véritable Amour comme de l’apparition des esprits: tout le monde en parle, mais peu de gens en ont vu.9

(Maximes de La Rochefoucauld, § LXXVI).

121.   Il y a des gens qui n’auraient jamais été amoureux, s’ils n’avaient jamais entendu parler de l’Amour.10

(Ivi, § CXXXVI).
e finalmente da un gentilissimo poemetto della nostra letteratura tolgo due locuzioni che sono d’allora in poi entrate nel patrimonio proverbiale della lingua parlata in faccende se non proprio di amore, di ogni altro affetto. La prima di esse è la seguente:

122.                          .... Celeste è questa
Corrispondenza d’amorosi sensi.

Il Foscolo (De’ Sepolcri, v. 29-30) così disse delle relazioni di affetto fra gli estinti e i viventi. E l’altra è pochi versi più oltre:

123.                      Eredità d'affetti.

Note

  1. 78.   Amore tutto vince, e noi cediamo all’Amore.
  2. 81.   Crudele amore, a che non spingi i cuori umani!
  3. 82.   Metà dell’anima mia
  4. 83.   Gli sdegni degli amanti rinsaldano l’amore.
  5. 84.   Ami domani chi mai amò; e chi amò, ami pure domani.
  6. 85.   Ritengo che nulla sia difficile per chi ama.
  7. 86.   Nè con te posso vivere, nè senza di te.
  8. 87.   Nè con te posso vivere, nè senza di te.
  9. 120.   Accade dell’amor vero come delle apparizioni degli spiriti: tutti ne parlano ma pochi li hanno veduti.
  10. 121.   Ci sono delle persone che non sarebbero mai state innamorate, se non avessero sentito parlare mai dell’amore.