I puntigli domestici/Atto I

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Atto I

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Personaggi Atto II
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ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Appartamento del conte Ottavio. Brighella ad un tavolino, che sta rapando un bastone di tabacco; poi Corallina colla rocca, filando.

Brighella. Vardè cossa che i s’ha inventa per far sfadigar la povera servitù ! Grattar el tabacco ! Invece de pestarlo, grat- tarlo ! Quel che doveria far i facchini, l’ha da far i poveri ser- vitori, (va rapando)

Corallina. Brighella, la padrona vi domanda.

Brighella. Se la me domanda, no vedi cossa che fazzo?

Corallina. Lasciate di rapare (a), e andate a vedere che cosa vuole. (a) Rapare non è parola italiana, ma è un francesismo in Italia comu- nemente adottato. [p. 322 modifica]

Brighella. El patron el voi una scatola de tabacco.

Corallina. E intanto che la padrona aspetti : siete pure incivile !

Brighella. Corallina, mi ve voio ben ; ma sto perderme el re- spetto, farà che ve perda 1 amor.

Corallina. Già me l’ha detto la padrona. Vedrai che colui non verrà. (filando)

Brighella. L’ha(0 dito colui?)

Corallina. E un pezzo che la signora contessa Beatrice vi ha in mala opinione (2). In questa casa vi vedo e non vi vedo.

Brighella. Donca gh’averessi gusto che andasse via. Bell’amor ! Brava ! Me confido che eia no comanda. Comanda el conte Ottavio, che l’è el me padron.

Corallina. Comanda anch’ella. (3). E sua cognata, è stata moglie di suo fratello. E madre del conte Lelio e della contessina Ro- saura : sarebbe bella che ella non comandasse.

Brighella. Basta: a mi no la me comanda. Voi finir de rapar, (rapando)

Corallina. Lo dirò al conte Ottavio, e la verrete a servire, (fila)

Brighella. Eh via! (rapando)

Corallina. Oh, se ci verrete. (fila)

Brighella. Signora no, non ci verrò.

Corallina. No? basterebbe che io volessi. La mia padrona fa più conto di me, che di suo cognato.

Brighella. E el me padron el fa più capital de mi, che de tutta la so fameia.

Corallina. Io ho persuaso la mia padrona a contentarsi che la sua figliuola si sposi (4) al marchesino Florindo. Non lo voleva fare per niente ; anzi avea intenzione di darla al marchese Riccardo, e quasi quasi gliel’avea promessa (5) ; ma per me ha cangiato opinione.

Brighella. Col me padron avesse volsudo, el gh’ha una testa che fa far (6) a so modo.

Corallina. Anche la mia padrona non burla. Quando dice voglio, ha da essere. (1) Pap.: Colui ? L’ha ecc. (2) Pap.: vi ha scancellato dal suo buon libro. (3) Pap.: anche lei. (4) Pap.: ai promettesse. (5) Le parole di Corallina che qui seguono, mancano nell’ed. Pap. (6) Pap. aggiunge : tutti. [p. 323 modifica]

Brighella. Sì ben ; per ostinazion no gh’è un par suo.

Corallina. Quel vostro satiro del conte Ottavio, non è la cosa più odiosa di questo mondo?

Brighella. Lo vorressi metter colla vostra patrona, che l’è nata quando el diavolo se pettenava la coda?

Corallina. E il vostro è stato concepito col tuono, e partorito fra le saette.

Brighella. Brava ! Oh che bei concetti ! Oh che signora de garbo !

Corallina. Certo che non sono una ignorante come siete voi.

Brighella. Cossa voleu, cara fia, tutti gh’avemo i nostri difetti. Mi ignorante, e vu pettegola.

Corallina. Se foste ignorante, sarebbe poco. (fila con rabbia)

Brighella. Gh’è de pezo?(a)

Corallina. Una piccola bagattella. Avete dell’asino.

Brighella. Tutti avemo la nostra parte. Mi aseno, e vu ...

Corallina. Portatemi rispetto. Sono una fanciulla dabbene.

Brighella. Le fanciulle da ben no le parla cussi coi omeni ono- rati della mia sorte.

Corallina. Lo dirò alla padrona.

Brighella. E mi lo dirò al padron.

Corallina. E vi farò mandar via.

Brighella. Poderia esser che zoghessimo de briccola (1).

Corallina. Ecco lì : non rapa, non fa niente, e non vuol venire dalla padrona.

Brighella. La vaga a far i fatti soi, e la me lassa far quel che ho da far. (rapa)

Corallina. Servitori? Nemici dei padroni. (fila)

Brighella. Serve? Pettegolezzi de casa. (rapa)

Corallina. Non sono buoni che a mangiare. (fila)

Brighella. No le sa far altro che far l’amor. (rapa)

Corallina. Son bravi a burlare (2). (fila (a) Evvi ancora di peggio ? (1) Di mattonella, o di rimbalzo, al gioco del bigliardo : v. Boerio, Dizion. del dial. tienez. (2) Pap.: rubare. [p. 324 modifica]

Brighella. El so forte l’è far le mezzane. (rapa)

Corallina. Parla di me, signore? Brighella E eia parlela de mi, padrona?

Corallina. Se non mi vendico, possa io essere filata come questo lino. (fila)

Brighella. Se no me reffo, che sia gratta come sto baston de rapè. (rapa)

Corallina. Villano! (fila)

Brighella. Insolente! (rapa)

Corallina. A me insolente ? Giuro al cielo ! non so chi mi tenga, che non ti salti al collo, e non ti strappi la lingua. Ma senti, qualche brutto giuoco ti farò. A me insolente? Voglio (’) vendi- carmi, se credessi di perdere la casa, il pane (2) e la vita, (parte

SCENA II.

Brighella, poi il Conte Ottavio.

Brighella. Pettegola maledetta ! Tolè su, questo è quel che s’avanza a far l’amor con ste sporche. Le se tol confidenza, e le stra- pazza.

Ottavio. Hai mai finito di rapare questo tabacco?

Brighella. Sior ... se la savesse ... Più che se gh’ha voggia de far ben a sto mondo, e più se vien perseguitadi.

Ottavio. Che cosa è stato?

Brighella. Son qua che gratto el tabacco, e vien Corallina a in- solentarme ... (rapando con rabbia)

Ottavio. Ho pur detto che la gente di mia cognata non ha da venire nelle mie camere.

Brighella. E mi, lustrissimo, oi da lassar de rapar el tabacco, per servir la lustrissima siora Beatrice?

Ottavio. Tu servi me, e non lei. Come ci entra la Contessa a comandar alla mia servitù? (1) Pap.: Son donna, voglio ecc. (2) Pap. aggiunge: la padrona. [p. 325 modifica]

Brighella. Se ghe l’ho ditto. I m’ha tolto per el facchin de casa. (rapando)

Ottavio. Che cosa è stato ?

Brighella. Ghe dirò, signor, era qua che fava i fatti mii, per ser- vizio del me padron ; vien Corallina, e la dise che la signora Contessa me voi mandar in t’un servizio. Digo : aspettè ; sior no. Lasse che fenissa de rapar; sior no. Vegnirò adess’adesso; sior no. In somma la dis cussi che tutti i servitori i è al so comando. Che l’è padrona, e che s’ha da lassar tutto per servirla eia.

Ottavio. Lasciar tutto per servir lei ? (con caricatura) Finisci di ra- pare.

Brighella. La servo, (rapando) Certo, se no la giera eia, no se faceva sto matrimonio. (con ironia)

Ottavio. Che matrimonio?

Brighella. Eh niente, lustrissimo ! Rido de una certa espression de Corallina.

Ottavio. Che cosa ha detto?

Brighella. Eh, l’è una donna ; non occorre badarghe. (rapando)

Ottavio. Ma dimmi, che cosa ha detto?

Brighella. Ghe dirò. La pretende che la so padrona ghe voggia ben, e che la fazza tutto a so modo. E cussi circa al matri- monio, che i ha stabilido tra la signora Contessina e ’1 sior mar- chese Florindo, la dis Corallina : se non era io, la padrona non lo faceva. Digo mi : bastava che foss contento el padron ; lu T è quel che comanda. Certo, la dis : la mia padrona co- manda, il vostro padrone è un ravano. Maledetta ! (oa a rapare)

Ottavio. Con costei è un pezzo che io ce l’ho. Averà finito.

Brighella. La m’ha pò onora de’ titoli propri ...

Ottavio. Ecco mio nipote. Vattene. Brighella, Bastelo, lustrissimo, sto tabacco?

Ottavio. Sì.

Brighella. Vorla che lo bagna?

Ottavio. Bagnalo.

Brighella. Me raccomando, lustrissimo ... [p. 326 modifica]

Ottavio. Vattene.

Brighella. (Oh, questo el gh’ha poche parole, e assae fatti! L’ho chiappa in bona luna). (da sé, parte

SCENA III.

Il Conte Ottavio ed il Conte Lelio.

Ottavio. Mia cognata se ne vuol prendere più di quel che con- viene. Stia ne’ termini, se non vuole che si rompa.

Lelio. Son servo, signore zio.

Ottavio. Buon giorno, nipote.

Lelio. Sono a domandarvi un piacere, per parte di mia madre.

Ottavio. In che cosa la posso servire?

Lelio. Desidera che licenziate Brighella.

Ottavio. Che cosa le ha egli fatto?

Lelio. Le ha perduto il rispetto.

Ottavio. In qual maniera?

Lelio. Lo ha mandato a chiamare, e non ha voluto muoversi per servirla.

Ottavio. Era impiegato per me.

Lelio. Rapava del tabacco. Faceva veramente una gran cosa !

Ottavio. Faceva quello che io gli aveva ordinato di fare.

Lelio. Già il signore zio ha sempre fatto più conto dei suoi ser- vitori, che de’ suoi parenti.

Ottavio. Io ho sempre fatto conto della giustizia.

Lelio. Questa giustizia tutti credono di conoscerla, ma pochi la conoscono.

Ottavio. Voi la conoscete meno degli altri.

Lelio. Mia madre ha da essere rispettata.

Ottavio. Niuno le perde il rispetto.

Lelio. E ha da essere obbedita.

Ottavio. Sì, dalla sua servitù.

Lelio. I servitori di questa casa mangiano tutti ad una tavola, e per questa stessa ragione ...

Ottavio. Io li pago. [p. 327 modifica]

Lelio. Non li pagate del vostro.

Ottavio. Non li pago del mio?

Lelio. No, signore. Vi è la mia parte, vi è la dote di mia madre e quella di mia sorella.

Ottavio. Voi non sapete che cosa vi dite.

Lelio. È vero : non so nulla ; ma da qui innanzi i fatti miei li vorrò sapere ancor io.

Ottavio. Sciocco!

Lelio. Signore zio, non sono un ragazzo.

Ottavio. Temerario!

Lelio. La discorreremo (0. (Lite, divisione, risarcimento. Me l’ha detto il dottor Balanzoni. Così non si può vivere. Egli è un buon procuratore ; mi assisterà). (da sé, parte

SCENA IV.

Il Conte Ottavio e poi Brighella.

Ottavio. Impertinente ! Ti farò pentire d’avermi perso il rispetto.

Brighella. Illustrissimo, el signor Pantalon de’ Bisognosi vorria ri- verirla.

Ottavio. Padrone! Che cosa hai, che sembri spaventato?

Brighella. So sior nevodo m’ha fatto un poco de paura.

Ottavio. Che cosa dice?

Brighella. El m’ha vardà con do occhi de basilisco. E pò el m’ha dito sta bagattella: se mio zio non ti manda via, ti rom- però le braccia.

Ottavio. Se lo farà, sarà peggio per lui.

Brighella. Sarà pezo per mi, e no per lu. Lustrissimo, piuttosto che abbia da succeder sto caso, no so cossa dir, anderò via.

Ottavio. Fa che venga il signor Pantalone.

Brighella. La servo. Se el me rompe i brazzi ...

Ottavio. Finiscila.

Brighella. (Cospetto del diavolo, avanti che el me rompa i brazzi, l’averà da parlar con mi). (da sé, parte (1) Le parole di Lelio, che qui seguono, non si trovano nell’ed. Pap. [p. 328 modifica]

SCENA V.

Ottavio e Pantalone.

Ottavio. Rompere le braccia al mio servitore? Potrebbe darsi che io rompessi la testa al suo.

Pantalone. Servitor umilissimo, sior Conte mio paron.

Ottavio. Signor Pantalone, vi riverisco. (con cera brusca)

Pantalone. Xela in collera?

Ottavio. Ho ragione di esserlo.

Pantalone. Con mi no, newero?

Ottavio. Voi siete un buon amico.

Pantalone. M’ha dito qualcossa sior conte Lelio.

Ottavio. Egli è un pazzo.

Pantalone. Cossa vorla far ? No la gh’ha altri al mondo, che sto nevodo.

Ottavio. Sarebbe meglio che io non l’avessi.

Pantalone. Bisogneria pò che la se maridasse eia, per conservar la casa.

Ottavio. Che cosa importa il conservare la casa? Morto io, morti

Tutti. La mia roba so a chi lasciarla.

Pantalone. Ogni tanto sento sti manazzi de lassar la roba fora de casa. Sta cossa no la posso sentir.

Ottavio. Della roba mia posso fare quello che io voglio.

Pantalone. Xe vero : de la so roba la poi far quel che la voi ; ma i omeni de giudizio i sacrifica la so volontà alla giustizia e alla convenienza. Per che rason voravela privar i nevodi, per beneficar dei stranieri? Per paura fursi, che i nevodi sia in- grati, e no i se recorda del benef attor? Per 1 istessa rason, se poi desmentegar più presto del testator chi no xe del so sangue.

Ottavio. Sapete che cosa mi ha mandato a dire mia cognata per suo figliuolo ? Che vuole che io licenzi Brighella mio ser- vitore.

Pantalone. No l’averà dito che la voi, ma che la desidera.

Ottavio. Come ci entra ella con i miei servitori? [p. 329 modifica]

Pantalone. Finalmente una cugnada xe qualcossa più de un ser- vitor.

Ottavio. Dovrei dunque mandar via un uomo che mi serve bene, per contentare una femmina senza giudizio?

Pantalone. No digo mandarlo via, ma darghe qualche sodisfa- zion. Per la pase convien qualche volta far dei sacrifizi.

Ottavio. Mia cognata è una donna irragionevole.

Pantalone. Desgrazia per chi nasse cussi. Chi xe de bon tem- peramento, se consola e compatisse i cattivi. Ma chi no sa compatir i difetti dei altri, gh’ha un difetto che supera tutti.

Ottavio. Mio nipote vuol romper le braccia a Brighella.

Pantalone. El l’ha dito in atto de collera.

Ottavio. Io sono il padrone di questa casa, e voglio che mi si porti rispetto.

Pantalone. La gh’ha rason. Xe giusto.

Ottavio. Se non vuole dipendere, se ne vada a stare da se. Io non ho bisogno di lui.

Pantalone. No femo, sior Conte, no parlemo de ste cosse. Le case, co le se divide, le se indebolisse.

Ottavio. Se mi vorranno amico, sarà meglio per loro.

Pantalone. Eia contenta che mi ghe diga a lori qualche cossa su sto proposito?

Ottavio. Siete un uomo discreto. Sapete le mie convenienze.

Pantalone. La lassa far a mi. Voggio andar adesso da siora contessa Beatrice.

Ottavio. Ditele che, quando vuole qualche cosa, verrò io da lei, e non mandi quella testa calda di suo figliuolo.

Pantalone. Circa sto servitor ... me permettela de far gnente ?

Ottavio. Niente affatto. Brighella mi serve.

Pantalone. Se poderia licenziarlo per un zorno.

Ottavio. Nemmeno per un’ora.

Pantalone. Caro sior Conte, qualche volta bisogna ceder. So pur che l’anno passa la ghe n’ha manda via un altro, per com- piacer una cantatrice.

Ottavio. Sì, è vero. Perchè le aveva perso il rispetto. [p. 330 modifica]

Pantalone. E no la voi dar sodisfazion anca a so cugnada?

Ottavio. Parlatele. In grazia vostra qualche cosa farò.

Pantalone. Grazie alla so bontà. So che l’è un cavalier pru- dente, e son seguro che el se remetterà alle cosse giuste. La più bella qualità dell’animo xe la docilità. Tutti semo soggetti alla collera ; ma chi ascolta i boni amici, la modera e se cor- rezze. Quel che rovina i omeni per el più, xe i pontigli, e i pontigli che nasse tra i parenti, i sol esser i più feroci. No bisogna ingrossar el sangue ; bisogna remediarghe presto, e con- siderar che el più bel tesoro delle fameggie, xe la bona ar- monia, la concordia e la pase. (parte)

Ottavio. Io sono l’uomo più dolce della terra. Non vi è cosa che più mi piaccia della concordia e della pace. Ma se mi provocano niente niente, piuttosto morire che cedere. (parte

SCENA VI.

Camera di Beatrice. Corallina, poi Beatrice.

Corallina. Brighella me l’ha da pagare sicurissimamente (’). Bric- cone ! Dirmi insolente ? Dirmi mezzana ? Anderà via di questa casa. La padrona ha detto che anderà, e deve andare (2).

Beatrice. Mio cognato così mi tratta?

Corallina. Che cosa vuol dire, signora padrona?

Beatrice. Fa più conto di un servitore, che di sua cognata ?

Corallina. Il signor conte Ottavio non vuol mandar via Brighella ?

Beatrice. No, non lo vuol mandar via.

Corallina. Cospetto di bacco, se io fossi in lei, questa volta vor- rei mettermi al punto (3). In verità, se cede, vi va del suo decoro.

Beatrice. Mi negherà questa piccola soddisfazione di licenziare un servitore? (I) Segue nell’ed. Pap.: Fa meco l’innamorato, e poi mi strapazza. Briccone! ecc. (2) Pap. aggiunge : a me non mancano innamorali. (3) Le parole di Cor. che qui se- guono, mancano nell’ed. Pap. [p. 331 modifica]

Corallina. Un servitore che le ha perso il rispetto?

Beatrice. Questo è troppo.

Corallina. Andar a dire, che la mia padrona è ostinata?

Beatrice. Temerario !

Corallina. Che è nata quando il diavolo si pettinava la coda?

Beatrice. Anco di più?

Corallina. Sicuramente.

Beatrice. E mi ho da vedere tra i piedi codesto scellerato?

Corallina. Prenderà maggiore ardire, e le riderà in faccia. In verità, perchè andasse via Brighella, pagherei il salario di un anno.

Beatrice. Ha fatto anche a te delle impertinenze? (1)

Corallina. Non lo dico per me (2), signora. Se si trattasse di me, soffrirei tutto, piuttosto che metter sossopra la casa. Ma mi preme il decoro della mia padrona; non posso sentire che si parli male di lei, che le si perda il rispetto. La mia padrona? così buona (3) ? così adorabile ? Sentirle dire ostinata ? Metterla colla coda del diavolo ? Mi sento ardere della rabbia (4).

Beatrice. Via, cara Corallina, non ti riscaldare cotanto. Vedi chi è ; sento gente.

Corallina. (Eh, non dubiti, che non mi riscaldo per lei. Mi ha detto insolente. Non gliela perdono mai più). (parte

SCENA VII.

Beatrice e Corallina con Pantalone.

Beatrice. Che buona ragazza è costei ! E tutta zelo per la sua padrona.

Corallina. Signora, è qui il signor Pantalone.

Pantalone. Servitor obbligatissimo a siora Contessa, patrona mia stimatissima. (1) Pap.: Bisogna che ti abbia egli fatto le grand’impertinenze. (2) Pap.: già per me. (3) Pap. aggiunge : così cara ? (4) Pap. aggiunge : la bile mi accieca, la collera mi divora. Se voi non vi vendicate, se il conte Ottavio persiste, se Brighella trionfa, io farò le vostre vendette. Briccone, indegno, scellerato, asino, maledetto. [p. 332 modifica]

Beatrice. Serva, signor Pantalone.

Pantalone. La perdona se vegno a incomodarla.

Beatrice. Mi fa grazia.

Corallina. Ha saputo, signor Pantalone?

Pantalone. Cossa, fia?

Corallina. Brighella ha perso il rispetto alla mia padrona.

Beatrice. E il conte Ottavio non lo vuol mandar via. Vi pare questo un tratto da cavaliere?

Corallina. E una cosa che fa drizzare i capelli.

Pantalone. Adasio un poco. Siora Contessa, cossa gh’ha dito Brighella ?

Corallina. Le ha detto un fascio d’insolenze, una peggio dell’altra.

Pantalone. Mi no parlo con vu. A eia cossa gh’alo dito? (a Beatrice)

Beatrice. Con me non ha parlato. Se avesse avuto ardire di dirmi qualche cosa in faccia, (0 meschino di lui.)

Pantalone. Donca

Corallina. Donca, donca ... Ha parlato con me.

Pantalone. E vu se quella che ha reportà alla vostra patrona?

Corallina. La sarebbe bella che io stessi cheta ; che sentissi mal- trattar la padrona, e non dicessi nulla.

Pantalone. Vardè che donna de garbo ! Vardè che serva piena de zelo e de bontà! Vualtri servitori no fé altro che dir mal dei patroni ; vu, siora, con tanta pontualità reportè quel che ha dito i altri, e avere dito pezo de lori.

Corallina. Io? Mi maraviglio.

Pantalone. Siora Contessa, ghe domando perdon. Mi son omo vecchio, son omo sincero, parlo col cuor in bocca. Me de- spiase sti desordeni, e spero d’averghe remedià.

Beatrice. Avete parlato con mio cognato?

Pantalone. Gh’ho parla longamente, e tutto se giusterà.

Beatrice. Manderà via Brighella?

Pantalone. Se noi lo manderà via ...

Corallina. Se non lo manda via, non si aggiusta.

Pantalone. Tasè, siora, che vu non gh’intrè. Sior Conte gh’ha tutta (I) Segue nell’ed. Pap.: V averci fatto saltare da una finestra. [p. 333 modifica] la stima de eia, e ghe despiase che la sia desgustada. A primo intro, sentindose dir da sior conte Lelio, cussi a sangue freddo, de cazzar via un so servitor, gh’ha despiasso un pochetto, e credo che gh’abbia despiasso, perchè el ghe l’ha dito con un poco de caldo. A quel servitor el ghe voi piuttosto ben, xe un pezzo che el lo gh’ha, ghe despiase a mandarlo via.

Beatrice. Dunque non lo vuol licenziare?

Pantalone. Vederemo ...

Corallina. Se non lo licenzia, non si fa niente.

Pantalone. La me missia (’) tutto el sangue.

Beatrice. Chetati, e lascialo parlare.

Pantalone. Sior conte Ottavio xe pronto a far che Brighella ghe domanda perdon.

Corallina. Eh!

Pantalone. El farà anca che el se cava la livrea ...

Corallina. Eh!

Pantalone. El vegnirà senza livrea a domandarghe scusa.

Corallina. Freddure!

Pantalone. (Debotto no posso più !) (da se) Se la comanda, el lo farà star tre o quattro zorni fora de casa ...

Corallina. Mi vien da ridere.

Pantalone. El se raccomanderà a eia, perchè la lo fazza tornar a torlo.

Corallina. Oibò, oibò.

Pantalone. Coss’è sto oibò? Cossa gh’intreu? Cossa ve storzeu? Siora Contessa, la me perdona, no so come che la sopporta un’insolenza de sta sorte.

Beatrice. Animo, va via di qua. (a Corallina)

Corallina. Ma signora ...

Beatrice. Va via, dico.

Corallina. La vostra riputazione vuole ...

Beatrice. Giuro al cielo, sai?

Corallina. Vado. (Vecchio del diavolo, me la pagherai!) (da sé, parie (1) Mi fa rimescolare il sangue. [p. 334 modifica]

SCENA VIII.

Pantalone e Beatrice.

Pantalone. Manco mal, no podeva più. E cussi, siora Contessa, cossa me elisela? Eia contenta de recever sti atti d’amor e de respetto de so cugnà?

Beatrice. Orsù, mi rimetto in voi. Che Brighella sia spogliato della livrea, che venga a chiedermi scusa, che stia fuori di casa a mia disposizione, e vi prometto che io stessa pregherò il signor Conte a ripigliarlo. Giacche voi mi assicurate che mio cognato ha della stima di me, io voglio avere della condescendenza per lui.

Pantalone. Bravissima! (1) Xe ben che la cossa se giusta subito.

Beatrice. Quando viene colui a domandarmi perdono, voglio che ci sia tutta la famiglia, tutti i servitori.

Pantalone. Benissimo : ghe sarà tutti. A bon reverirla.

Beatrice. Serva, signor Pantalone.

Pantalone. (Sta volta ghe son, ghe stago ; ma un’altra volta, avanti de intrigarmene, ghe penserò). (da sé, parte

SCENA IX.

Beatrice, poi Corallina.

Beatrice. Questo signor Pantalone è un galantuomo. Sempre cerca di metter bene, di pacificare, di accomodare le differenze. In grazia sua faccio quello che non farei.

Corallina. (Questi vecchi non li posso soffrire). (da sé)

Beatrice. Che cosa e’è ?

Corallina. Niente, signora.

Beatrice. Brighella sarà mortificato. Verrà senza livrea a doman- darmi perdono.

Corallina. Basta; per me, dove ci è colui, non ci sto sicuro. S’egli resta, io, signora padrona, vi domando la mia licenza.

Beatrice. Ma che cosa ti ha fatto? (1) Pap.: Bravissima. La xe veramente una donna compita. Xe ben ecc. [p. 335 modifica]

Corallina. Che cosa mi ha fatto? Ha strapazzato la mia padrona.

Beatrice. Tocca a me a castigarlo.

Corallina. Bel castigo ! Non posso soffrire.

Beatrice. Chetati.

Corallina. Ci mancava quel vecchiaccio.

SCENA X(D.

Il Conte Lelio, il Dottore e dette.

Lelio. Ecco qui il signor Dottore.

Dottore. Faccio riverenza alla signora Contessa.

Beatrice. Già mio cognato è disposto a soddisfarmi, ed io sono contenta della sua buona disposizione.

Lelio. Disposto a soddisfarvi ? Ha detto un monte d’improperi.

Beatrice. Contro chi?

Lelio. Ha detto che egli è il padrone, e che non vuole mandar via il servitore per contentar la cognata.

Beatrice. Così ha detto?

Corallina. Eh sì, signora, ha tutta la stima, tutto il rispetto!

Lelio. Ha detto che siete puntigliosa, ostinata.

Beatrice. A me questo?

Corallina. Via, andatelo a pregare che non licenzi il suo servitore. (a Beatrice)

Lelio. Ed ha avuto l’ardire di dirmi ch’io sono un pazzo.

Beatrice. Figliuolo mio, siamo offesi, pensiamo a vendicarci.

Lelio. Il signor Dottore mi ha dato un buon consiglio.

Beatrice. Parli il signor Dottore. Che cosa ci consiglierebbe di fare?

Dottore. Io dico che quando tra le famiglie comincia a entrare il diavolo, non vi è mai più pace, onde l’unico rimedio è se- pararsi, e fare una divisione.

Beatrice. Facciamola.

Lelio. Io sono dispostissimo. (1) Questa scena, com’è neil’ed. Paperini, vedasi in Appendice. [p. 336 modifica]

Beatrice. Ma questa divisione non è una vendetta che basta. Voglio qualche cosa di più.

Dottore. Se poi ella vuol far girar la testa a suo cognato, il modo è facile.

Beatrice. Come?

Lelio. Questo è un uomo di garbo.

Dottore. Non vorrei che dicessero poi, che io sono stato l’autore del consiglio.

Beatrice. Non vi è pericolo.

Lelio. Avete a far con noi. Non dubitate.

Dottore. Il consiglio è di fargli render conto della sua ammini- strazione, e siccome egli è stato un uomo piuttosto generoso nello spendere, che ha fatto delle fabbriche inutili, e altre cose che non erano necessarie, lo faremo sudare.

Lelio. Dice benissimo. Lo faremo sudare.

Beatrice. La mia dote ! ...

Dottore. Vi s’intende. La dote, il frutto della dote, un rendi- mento di conti universale, uno spoglio di tutto : una lite terribile.

Lelio. Per bacco, se n’accorgerà.

Dottore. Vi è la dote della Contessina

Beatrice. A proposito. Vada a monte il contratto col marchesino

Florindo.

Lelio. Perchè questo?

Beatrice. Perchè lo ha trattato il conte Ottavio.

Corallina. Sì signore, e Brighella ha detto che, quando vuole il suo padrone, basta ; ch’egli è il capo di casa, e gli altri non contano per niente.

Lelio. Bene, bene, lo vedremo.

Beatrice. Io intendo per ora di vendicarmi così. Rosaura non sarà più del marchesino Florindo. Ripiglierò il trattato col mar- chese Riccardo. (parte)

Lelio. Andiamo, signor Dottore, a stendere il primo atto per la divisione. Non vedo l’ora d’esser padrone del mio. (parte col Dottore [p. 337 modifica]

SCENA XI.

Corallina, poi Arlecchino.

Corallina. Ecco qui quel dottoracelo : per guadagnare, ha messo in capo ai padroni di fare una lite. Che cosa importa a me che si dividano? Se non va via Brighella, non guadagno il mio punto.

Arlecchino. O de casa ! (di dentro)

Corallina. Questo è Arlecchino. Lo conosco alla voce. Il ser- vitore del marchese Florindo.

Arlecchino. Gh’è nissun? Se poi vegnir? (di dentro)

Corallina. Venite, ci sono io, venite.

Arlecchino. Fazzo reverenza alla più bella cameriera che sia in sto paese.

Corallina. Ed io riverisco il più grazioso servitore di Europa.

Arlecchino. E cussi, tornando sul nostro proposito, el me padron el vorria far una visita alla so sposa.

Corallina. Anche io, per seguitare il filo del ragionamento, vi dirò che in casa vi sono dei torbidi, e ho paura che queste nozze non si faranno più.

Arlecchino. Perchè mai me cóntela sta gran cossa?

Corallina. Tutto il male proviene da Brighella ; egli mette degli scandali, e per causa sua i padroni si fanno scorgere. Se il conte Ottavio cacciasse via Brighella, tutte le cose anderebbero bene ; e il vostro padrone dovrebbe obbligare il mio a scac- ciamelo prestamente, se non vuole che si vada di male in peggio.

Arlecchino. Cara siora Corallina, vu me fé restar attonito e stu- pefatto, parlando cussi de Brighella, che so che ghe vulì ben.

Corallina. No, no, v’ingannate. L’odio, l’abbonisco, non lo posso vedere.

Arlecchino. Siora Corallina, vu burle adesso. Savè che gh’ho per vu dell’inclinazion. Savè che Brighella me fa paura, e per torve spasso, me de un pochetto de lazzo.

Corallina. No certo, credetemi, ve lo giuro. Non amo Brighella, anzi l’ho in odio ; e se voi ... Basta, non dico altro. aa [p. 338 modifica]

Arlecchino. Se fusse la verità ma non me fido.

Corallina. Voi mi offendete, Arlecchino; non sono capace di dirvi una cosa per un’altra.

Arlecchino. Co l’è cussi ... non so cossa dir. Intenderne per di- screzion.

Corallina. Sì, v’intendo. Voi mi volete bene, ed io voglio bene a voi; e per farvi vedere che dico davvero, son pronta a dar- vene ogni riprova.

Arlecchino. Vardè che v’impegnè assae.

Corallina. Che serve ? L’ho detta e la mantengo.

Arlecchino. Animo donca, deme la man e destrighemose.

Corallina. Sì, ve la darò ; ma voglio un patto da voi.

Arlecchino. Che patto?

Corallina. Se volete che io sia vostra, avete prima da vendi- carmi, per un affronto che ho ricevuto da quell’asino di Bri- ghella.

Arlecchino. Co no volè altro, lasse far a mi. Che affronto v’alo fatto ?

Corallina. Mi ha detto delle parole offensive.

Arlecchino. No vorave che ....

Corallina. Che serve? mi ha detto male di voi.

Arlecchino. Tocco de desgrazià. Laverà da far con mi.

Corallina. Soprattutto procurate che egli vada via di questa casa.

Arlecchino. Stè sora de mi, che senz’altro de sta casa l’an- derà via.

Corallina. Come farete?

Arlecchino. L’ammazzerò.

Corallina. No, non pretendo tanto. Ammazzarlo poi ...

Arlecchino. Vedeu? Ho paura che ghe voggiè ben.

Corallina. No, caro Arlecchino. Sono tutta per voi. Non vorrei che a voi accadesse qualche disgrazia. Mortificatelo 0); ma non lo ammazzate.

Arlecchino. Lasse far a mi, che troverò un’invenzion per mor- tificarlo. (1) Pap. aggiunge: colui. [p. 339 modifica]

Corallina. Come farete?

Arlecchino. Lo bastonerò. (parte)

Corallina. O in un modo, o nell’altro, voglio vendicarmi sicu- ramente. Mi ha detto pettegola, mi ha detto insolente. Voglio che me la paghi, se credessi di maritarmi a posta per questo (1). (parte

SCENA XII.

Camera di Rosaura. Beatrice e Rosaura.

Beatrice. Venite qui, Rosaura, ho da parlarvi.

Rosaura. Eccomi, signora, che comandate ? (2)

Beatrice. Sono sospese le nozze col marchese Florindo.

Rosaura. Sospese? Per qual motivo?

Beatrice. Voi non avete domandato perchè si sono stabilite, e non avete da chiedere perchè si sieno sospese.

Rosaura. Quando le avete stabilite, io poteva essere indifferente ; ma ora, signora madre ....

Beatrice. Ora siete innamorata, non è egli vero?

Rosaura. Non mi vergogno a dirlo, signora sì.

Beatrice. Con quanta facilità vi siete accesa, con altrettanta ve ne scorderete (3).

Rosaura. Questo secondo passo non l’ho mai provato.

Beatrice. E necessario che proviate anche questo.

Rosaura. Ah no, signora (4) ...

Beatrice. Vi troverò un altro sposo. (1) Pap. aggiunge: Voglio vendicarmi, se credessi di perdere tre o quattro mariti, uno dopo l’altro. (2) Segue nell’ed. Pap.: « Beatr. Voi siete sempre stata una figliuola obbe- diente : spero che continuerete ad esserlo ancora. Ros. Sì signora, la slessa obbedienza che ho prestata a voi, la presterò al mio sposo. Beatr. Per lo sposo vi e tempo. Continuatela a me, finche siete sotto la mia custodia. Ros. Comandatemi pure ; mi dispiace che da qui a questa sera poco potrò fare per obbedirvi. Beat. La vostra rassegnazione deve avere un più lungo tratto. Ros. Signora, io non Vi capisco. Beat. Bisognerà capirmi. Ros. Spero che mi par- lerete più chiaro. Beat. Sono sospese le nozze ecc. ». (3) Pap.: vi agghiaccerete. (4) Pap. aggiunge : non mi curo provarlo. [p. 340 modifica]

Rosaura. Cara signora madre, noi altre fanciulle siamo soggette a prender marito senza vederlo, e spesso ci tocca averlo odioso, anzi che amabile. Io sono stata fortunata, trovandone uno di genio ; perchè volete pormi a rischio di cambiare in peggio ?

Beatrice. Le figlie savie prendono quel marito che loro assegna la madre.

Rosaura. Bene ; voi me lo avete assegnato.

Beatrice. Ed ora ve lo ritolgo (f).

Rosaura. Oh, questa poi non la so intendere !

Beatrice. L’intendo io, e tanto basta.

Rosaura. Ma perchè una simile novità?

Beatrice. Il perchè lo so io.

Rosaura. Ed io non l’ho da sapere?

Beatrice. Signora no.

Rosaura. Son peggio di una schiava. Meglio per me, che fossi nata una serva. (piange)

Beatrice. Florindo non è partito per voi.

Rosaura. Perchè dunque me lo avete proposto ? (2)

Beatrice. N’è causa quel pazzo di vostro zio.

Rosaura. Mio zio mi vuol più bene di mia madre, (piangendo)

Beatrice. Avvertite di non andar più nelle camere di vostro zio ; se ci anderete, povera voi !

Rosaura. Via, cacciatemi in sepoltura.

Beatrice. Anche per voi verrà la buona giornata. Siete giovane, vi è tempo. Non vi mancherà uno sposo giovane e aggradevole. Il marchese Riccardo vi brama e vi sospira.

Rosaura. Se non ho il mio Florindo, non ne voglio altri.

Beatrice. Il vostro?

Rosaura. Sì signora, è mio. Me lo avete dato voi.

Beatrice. Chi ve lo ha dato, ve lo toglie.

Rosaura. Non mi leverete tutto.

Beatrice. Come? (1) Segue nella ed. Pap.: « Ros. Parmi, compatitemi, che darlo possano le madri, ma non ritorlo. Beatr. Possono quel che vogliono. Non replicate. Ros. Oh, questa poi non la to ecc. ». (2) Pap.: farmelo praticare ? [p. 341 modifica]

Rosaura. Niente, signora.

Beatrice. Spiegatevi.

Rosaura. Non mi leverete dal petto il suo cuore, dalla memoria il suo volto.

Beatrice. Oh, queste sono cose che se ne vanno un poco per volta.

Rosaura. Oh cielo ! voi mi volete veder morire.

Beatrice. Scioccherella ! Non si muore, no, per queste freddure.

Rosaura. Questa sera doveva essere sposa, e ora mi veggo pre- cipitata . Ma perchè mai ? Ma che cuore avete di tormen- tarmi ?

Beatrice. Io lo faccio per tuo bene. Avrai uno sposo miglior di questo.

Rosaura. Ma io son contenta Io che ci devo stare, non lo cambierei con un re di corona.

SCENA XIII.

Corallina e dette.

Corallina. (Signora, è qui il signor Marchesino). (piano a Beatrice)

Beatrice. Ritiratevi. (a Rosaura)

Rosaura. Cara signora madre ....

Beatrice. Andate (0 nelle vostre camere.)

Rosaura. Non mi date un così gran dolore.

Beatrice. Andate subito, vi dico.

Rosaura. Obbedisco. (Le preme molto che io vada, voglio os- servar dalla porta). (da sé, parte)

Beatrice. Fallo venire.

Corallina. Non sapete? Brighella ride e si burla di voi. (parte)

Beatrice. Briccone ! (2) (I) Pap.: Andate su. (2) Pap. aggiunge: « Cor. Fategli dare sei bastonate. (Quat- tro per lei e due per me), parte ». [p. 342 modifica]

SCENA XIV.

Beatrice e Florindo.

Beatrice. Vedrà il signor cognato, se io conto nulla in questa casa. Vedrà chi sono.

Florindo. Servo umilissimo, signora Contessa.

Beatrice. Serva divota.

Florindo. Dov’è la mia sposa ?

Beatrice. E ritirata nelle sue camere.

Florindo. Si sente male?

Beatrice. Non lo so precisamente; ma la ragazza è confusa.

Florindo. In giorno di tanta allegrezza, donde nasce la sua con- fusione ?

Beatrice. Nasce dal non esser contenta (I).

Florindo. Le manca qualche cosa? Contentiamola.

Beatrice. Ma! Queste ragazze parlano tardi.

Florindo. Io non vi capisco.

Beatrice. Signor Marchese, mi spiace dovervi dire una cosa ; ma la mia sincerità vuole che io non la tenga celata. Rosaura non è contenta di queste nozze.

Florindo. Come ! Se mi ha ella mostrato di essere contentis- sima ?

Beatrice. E ragazza, non ha fermezza. Ora piange, accostandosi 1 ora del sacrifizio.

Florindo. Oimè ! che ella abbia accesa qualche novella fiamma nel petto?

Beatrice. Chi sa? Potrebbe anche darsi.

Florindo. Voi, che siete sua madre, non lo sapete?

Beatrice. Io non l’ho sempre alla cintola. Stando alla finestra per voi, può esserle piaciuto qualchedun altro.

Florindo. Dunque, signora, che si ha da fare?

Beatrice. Sospendiamo le nozze. (1) Pap.: dal non essere la povera ragazza contenta. [p. 343 modifica]

Florindo. Permettetemi che io le parli.

Beatrice. Per ora no. Io voglio lasciarla in libertà di pensare.

Florindo. Può darsi che ella più non mi ami?

Beatrice. Non è cosa difficile.

Florindo. Rosaura ingrata, Rosaura infida ! Così mi lascia, mi tradisce così?

SCENA XV.

Rosaura e detti.

Rosaura. Non è vero ...

Beatrice. Vattene.

Rosaura. Non è vero

Beatrice. Taci.

Florindo. Parlate.

Beatrice. Temeraria ! obbedisci.

Rosaura. Vi amo, vi adoro : siete l’anima mia. (fugge)

Beatrice. Indegna!

Florindo. Ah signora, voi mi ingannate !

Beatrice. Colei me ne renderà conto ; e voi sappiate, signor Mar- chese, che Rosaura non può essere vostra sposa.

Florindo. Per qual ragione?

Beatrice. Io l’ho impegnata con altri, prima che il conte Ottavio a voi la promettesse.

Florindo. Perchè non l’avete detto per tempo?

Beatrice. Promise il conte Ottavio, che mi avrebbe disimpegnata. Egli non lo ha fatto, ed io deggio mantenere la parola data al marchese Riccardo.

Florindo. Il conte Ottavio me ne renderà conto.

Beatrice. Sì, egli è cagione di tutto. Lamentatevi unicamente di lui, e staccatevi dalla memoria la mia figliuola. (parte)

Florindo. A me un tale insulto? A me un’azione sì nera? Sarò la favola di tutto Napoli? Sarò burlato? Sarò deriso? Cara Rosaura, ti dovrò perdere così vilmente? Ah, che l’amore e [p. 344 modifica] lo sdegno combattono nel mio cuore ugualmente ! Sono amante, e cerco ristoro ; sono offeso, e voglio vendetta. Rosaura è mia ; non sarà vero che io l’abbandoni. Se il Conte mi (’) manca, non lascerò invendicata l’offesa (2). Fine dell’Atto Primo. (I) Pap.: Il Conte mi ecc. (2) Pap. aggiunge: Cara sposa; giusti miei sdegni ; ah, che a vicenda mi lacerate il cuore.