Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio. Tomo I/Allegorie del secondo capitolo

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Allegorie del secondo capitolo

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Capitolo secondo Capitolo terzo
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ALLEGORIE DEL SECONDO CAPITOLO.


Lo giorno se n’andava, e l’aer bruno, ec.

È stato dimostrato dalla ragione, nella fine del precedente Canto, al peccatore qual via tener gli convegna per dover salire alla beata vita, e partirsi della miseria della tenebrosa valle. Per la qual dimostrazione, essendosi esso messo dietro alla ragione in cammino, per continuarsi alle predette cose, discrive l’autore nel principio di questo secondo Canto l’ora nella quale in questo cammino entrarono, la qual dice essere stata nel principio della notte. Sono adunque, intorno alla allegoria del presente Canto, principalmente da considerar tre cose delle quali è la primiera, qual ragione possa essere per la quale esso di notte cominci il suo cammino; appresso è da vedere donde potesse nascere la viltà, la qual dimostra nel dubbio il quale muove a Virgilio; ultimamente è da [p. 163 modifica]vedere qual cagione movesse Virgilio, e perchè del limbo a venire in suo aiuto: perciocchè veduto questo, assai chiaramente si vedrà per qual cagione da lui si rimovesse la viltà sua.

È adunque intenzione dell’autore di dimostrare nella prima parte, che dissi essere da considerare, che quantunque l’uomo peccatore, tocco dalla grazia operante di Dio, abbia tanto di conoscimento ricevuto, che egli s’avvegga essere stato nelle tenebre della ignoranza, e per quello in pericolo di pervenire in morte eterna, e desideri di ritornare alla via della verità e d’acquistare salute, e per questo messo si sia dietro alla guida della ragione, in lui da lungo sonno stata desta; non esser perciò incontanente tornato nello stato della grazia, se altro non s’aopera. E perciò, acciocchè in quella tornar si possa, si vuole insiememente pregare Iddio col Salmista, dicendo: Domine, deduc me in justitiam tuam: propter inimicos meos dirige in conspectu meo viam. tuam: e oltre a questo fare alcune altre cose, secondo la dimostrazione della ragione; e queste sono, come altra volta ho detto, il conoscere pienamente i difetti della vita passata, e di quelli pentersi e dolersi, e appresso nelle braccia rimettersene della chiesa, e al vicario di Dio confessarsene, disposto a satisfare: e questo fatto, potrà veramente credere sè essere nella grazia di Dio tornato, e le sue buone opere essere accettevoli e piacevoli nel cospetto suo, e valevoli alla sua salute. Ma infino a tanto che in questa grazia non è il peccatore ritornato, non può andare per la via della luce, ma va per le tenebre notturne. E [p. 164 modifica]perciò per dovere tosto a quella grazia pervenire, dee il peccatore ingegnarsi di fare ogni atto meritorio: far limosine, l’opere della misericordia, usare alla chiesa, digiunare, orare, e simili cose adoperare: perciocchè quantunque senza lo stato della grazia a salute non vagliano, sono nondimeno preparatorie a doverci più prontamente e più prestamente menare a meritare, e ad avere la divina grazia. E perciò quantunque ad averla l’autore si disponga, perciocchè ancora non l’ha, ne dimostra il principio del suo cammino cominciarsi di notte.

Seguita di vedere, essendo l’autore già entrato dietro alla ragione in cammino, donde potesse nascere in esso la viltà d’animo, la qual dimostra nel dubbio il quale seco medesimo muove alla ragione: nel quale assai manifestamente mostra lui ancora nello stato della grazia non esser tornato, e per questo aver avuto in lui forza il sospettare de’ consigli della ragione. Per la qual cosa in molti avviene, che in sè medesimi raccolti, contro alle dimostrazioni della ragione disputano: e di questo considerata la nostra fragilità, non dobbiamo noi per avventura molto maravigliare: e la ragione può esser questa. Assai manifesta cosa è, eziandio in ciascun costante uomo, nel mutamento di uno stato ad un altro alquanto gli uomini vacillare e stare in pendente, s’è il migliore o non è, dello stato nel quale si trova trapassare ad un altro, o pure in quel dimorarsi. E non è alcun dubbio, che stando l’uomo in pendente, che ogni piccola sospinta il può molto muovere, e farlo più nell’una parte che nell’altra pendere. Avviene [p. 165 modifica]adunque che quelli i quali, come detto è, seco talvolta raccolti sono, quantunque vere conoscano le dimostrazioni della ragione, e santi i suoi consigli, nondimeno d’altra parte ascoltando le lusinghe della blanda carne, i conforti del mondo, le persuasioni del diavolo, a poco a poco cacciando della mente loro il fervor preso del bene adoperare, non fermato ancora da alcun forte proponimento, intiepidiscono e divengon vili e timidi; avvisando, per li conforti de’suoi nemici, sè non dovere poter bastare a quello che il bene adoperare e lo stato della penitenza richiede. Per la qual viltà, se da solenne aiuto, cacciata non è, assai leggiermente miseri volgiamo i passi, e nella nostra morie ci ritorniamo: la qual cosa all’autore avvenia, se le pronte e vere dimostrazioni della ragione non l’avesser ritenuto e confortato a seguitar l’impresa.

Ultimamente dissi che era da vedere qual cagione movesse Virgilio, e perchè del limbo a venire in aiuto dell’autore, alla qual dimostrazione tiene questo ordine l’autore. E’ pare essere assai manifesto, che ciascheduno il quale dalla grazia operante di Dio tocco si desta, e vede la miseria nella quale le sue colpe l’hanno condotto, e cacciate le tenebre della ignoranza, conosce in quanto mortal pericolo posto sia, che egli dopo alcuna paura desideri fuggire il pericolo e ricorrere alla sua salute: il che, non che l’uomo, ma eziandio ogni altro animale naturalmente procura. E questo assai bene apparisce l’autore aver cominciato a fare nel principio della presente opera; in quanto desto, e conosciuto il suo malvagio [p. 166 modifica]stato, ha cominciato a fuggire il pericolo, e mostra di desiderare di pervenire alla salute: e ora in questa parte ne mostra, quale dee essere quello che ciascuno il quale questo desiderar dee, siccome più presta e più al suo bisogno opportuna fare, e ciò mostra dovere essere l’orazione; perciocchè non si può così prestamente ricorrere all’altre cose necessarie alla salute come a quella: e comechè ancora questo si potesse, non pare che ben si proceda se questa non va avanti, alla quale eziandio la natura c’induce, siccome noi per esperienza veggiamo: perciocchè incontanente che alcuna cosa sinistra veggiamo contro a noi muoversi, subitamente preghiamo per lo divino aiuto; la qual cosa per avventura vuol mostrar d’aver fatta l’autore in quelle parole del primo canto, dove dice:

Guarda’ in alto, e vidi le sue spalle:

perciocchè atto è di coloro li quali adorano levare il viso al cielo, acciocchè in quel atto parte della loro affezione dimostrino. E a questo, che noi oriamo e preghiamo ne’ nostri bisogni, ne sollecita Gesù Cristo nell’Evangelio, dove dice: pulsate et aperietur vobis, petite et dabitur vobis. È il vero che l’orazione almeno queste due cose vuole avere annesse, fede e umiltà; perciocchè chi non ha fede in colui il quale egli prega, cioè ch’egli possa fare quello che gli è domandato, non pare orare, anzi tentare e schernire. La qual fede quanto fervente e ferma fosse, apparve nella femmina cananea, la quale ancorachè non fosse del popolo di Dio, nondimeno tanta fee ebbe in Gesù Cristo, che istantissimamente il [p. 167 modifica]pregò, che liberasse la figliuola dal demonio che la infestava; e non essendole da Cristo alcuna cosa risposto, la intera fede la fece ferma e costante di perseverare nel pregare incominciato. Alla quale avendo Cristo risposto, che non si volea prendere il pane de figliuoli e darlo a’ cani, non lasciando per questa repulsa, e sospignendola la sua fede, continuò nel pregare: e avendo affermato quello che Cristo avea detto esser vero, disse: signor mio, e i cani che si allievano nella casa mangiano delle micche che caggiono della mensa del signor loro volendo per questo dire: io cognosco che io non sono del popol tuo, il quale tu tieni per figliuolo, e perciò non debbo il pane de’ tuoi figliuoli avere; ma io sono uno de’ cani allevato in casa tua: non mi negare quello che a’cani si concede, cioè delle micche che caggiono dalla mensa tua. La cui ferma fede conoscendo Cristo, non le volle, quantunque de’suoi figliuoli non fosse, negare la grazia addomandata, ma rivolto a lei, disse: Femmina, grande è la fede tua: va’, e così sia fatto come tu hai creduto: e quella ora fu dal demonio liberata la figliuola di lei. Vuole adunque l’orazione farsi con fede, e ancora, siccome voi vedete, con istanza; perciocchè Cristo vuole alcuna volta essere sforzato, non perchè la liberalità sua sia minore, o men volentieri faccia l’addomandate grazie, ma per fare la nostra perseveranza maggiore, e acciocchè più caramente riceviamo quello che con istanza impetriamo. Vuole ancora l’orazione essere umile, perciocchè alcuna nobiltà 1 di sangue, nè abbondanza di [p. 168 modifica]sustanze temporali, nè magnificenza d’imperiale o di reale eccellenza la potrebbe di terra levare un attimo. L’umiltà sola è quella che l’impenna, e falla infino sopra le stelle volare, e quella conduce agli orecchi del signor del cielo e della terra. Gran forze son quelle dell’umiltà nel cospetto di Dio: e comechè assai in ciascuna cosa che l’uom vorrà riguardare appaia, nondimeno mirabilmente il dimostrò nella sua incarnazione; perciocchè non real sangue, non età, non bellezza, non simplicità, ma sola umiltà riguardò in quella vergine, nella quale egli, di cielo in terra discendendo, incarnò e prese la nostra umanità; siccome essa medesima vergine testimonia nel suo cantico, quando dice: Humilitatem ancillae suae: perchè da questa parola degnamente essa medesima segue: Deposuit potentes de sede, et exaltasit humiles. Fece adunque il nostro autore fedele ed umile orazione a Dio per la salute sua: la quale, siccome esso medesimo scrive, salì in cielo nel cospetto di Dio guidata dall’umiltà; perciocchè, come vedere abbiam potuto nel precedente canto, l’autore non solamente avea cacciata da sè la superbia, ma avea paura di lei, e fugglvala. E come dobbiamo noi credere la pietosa e divota orazione guidata dall’umiltà essere ricevuta in cielo? Certo non altrimenti, che ricevuto fosse il figliuol prodigo dal pietoso padre, del quale il santo Evangelo ne dimostra, Fece il pietoso padre uccidere il vitello sagginato, fece parare il convito, fece chiamare gli amici, e con loro si rallegrò, e fece festa di avere racquistato il suo figliuolo, il quale, gli pareva aver perduto. Cosi si dee credere [p. 169 modifica]l’onnipotente padre aver fatto in cielo, sentendo per la divota orazione colui alla via della verità ritornare, il quale del tutto partito se n’era, e ogni sua grazia avea dispersa e gittata vìa. Che festa ancora dobbiam credere averne fatta gli angeli di vita eterna? la letizia de’ quali è maggiore sopra un peccatore che torni a penitenza, che sopra novantanove giustì. Posta dunque l’orazione nel cospetto di Dio, quivi dolendosi del malvagio stato di colui che la manda, prega appresso: e quello di che ella prega, scrive l’autore dicendo, che ella chiede in sua dimanda Lucia, e come suo fedele, e che ha di lei bisogno, a lei il raccomanda: e così dovete intendere, quella donna gentile essere la santa orazione fatta dal peccatore, e in questa parte dovemo intendere per Lucia la divina clemenza, la divina misericordia, la divina benignità, la qual veramente è nemica di ciascun crudele, perciocchè in alcun crudele nè pietà nè misericordia si trova giammai. Appare adunque per questo che l’orazione dell’autore addomandasse misericordia. Per la qual cosa noi possiamo, avendo peccato, nella grazia di Dio ritornare; perciocchè egli è tanta la indegnità e la iniquità del peccatore, e adoperare contro a’ comandamenti di Dio, che se la sua misericordia non fosse, alcun nostro merito mai ci potrebbe nel suo amore ritornare. Quinci per le cose che seguitano, appare il nostro signore aver prestati benignamente gli orecchi della sua divinità a’ preghi fatti dall’umile orazione, in quanto dice l’autore che Lucia, cioè la divina misericordia, chiamò [p. 170 modifica]Beatrice, cioè sè medesima dispose a mettere in atto il prego ricevuto: il che appare, in quanto Beatrice, che qui la grazia salvificante, o vogliam dire beatificante s’intende, alla salute del pregante si dispose: il che dallo intrinseco della divina mente procedette. Grande è per certo, come dice san Girolamo, la virtù della orazione, la quale fatta in terra, adopera in cielo: il che qui manifestamente appare, siccome al peccatore è dimostrato; perciocchè la forza della sua orazione ha rotto e annullato il duro giudicio di Dio, nel quale esso Iddio vuole che il peccatore sia punito; e l’umile orazione ha tanto potuto, che rotto questo giudicio, al peccatore, in luogo della pena, è conceduta misericordia: e non solamente misericordia, ma ancora preparatagli e mostratagli la via da pervenire a salvazione. Che adunque avviene? Che per lo desiderio della salute sua, la divina bontà fa che per la grazia salvificante si muove Virgilio del limbo, il quale qui si prende per la ragione per la quale noi siamo detti animali razionali, o vogliam dire, per la grazia cooperante, o vogliam dire l’una e l’altra insieme; conciosiacosachè alcuno più allo luogo in noi io non cognosca, dove la grazia cooperante mandatane da Dio si debba piuttosto ricevere, che nella sedia della ragione; conciosiacosachè essa dopo la grazia operante ben ricevuta, ogni bene in noi disponga e ordini, e con noi insieme adoperi. E a dichiarare come Virgilio del limbo sia mosso, è da sapere, come già dicemmo, esser due mondi: l’uno si chiama il maggiore, [p. 171 modifica]e l’altro il minore, siccome ne mostra Bernardo Silvestre in due suoi 2 libri, de’quali l’uno è intitolato Megacosmo da due nomi greci, cioè da mega, che in latino viene a dire maggiore, e da cosmos, che in latino viene a dire mondo: e il secondo è chiamato Microcosmo, da micros, greco, che in latino viene a dire minore, e cosmos, che vuol dire mondo. E ne’ detti libri ne dimostra il detto Bernardo, il maggior mondo esser questo il quale noi abitiamo, e che noi generalmente chiamiamo mondo, e il minor mondo esser l’uomo, nel quale vogliono gli antichi, sottilmente investigando, trovarsi tutti, o quasi tutti gli accidenti che nel maggior mondo sono. Ed è del maggior mondo quella parte chiamata limbo, la quale non ha sopra di sè altra cosa, che il cerchio della circunferenza della terra, o la estrema superficie della terra che noi vogliam dire. E quantunque l’autore, secondo la sentenza litterale, mostri Virgilio essere nel limbo, cioè nell’uno del maggior mondo, non è da intendere che quindi fosse mossa la ragione, o da Beatrice, ma fu mossa del limbo del mondo minore, cioè dalla più eminente parte dell’uomo, la quale è il celebro, sopra il quale nulla altra cosa è del nostro corpo, se non il craneo e la cotenna; perciocchè in quello fu da Dio locata la ragione. E questo, perciocchè ad essa è stata commessa la guardia di tutto il corpo nostro, e oltre a ciò il dominio a dovere regolare e’ movimenti della nostra sensualità, siccome [p. 172 modifica]ad ottima distinguitrice delle cose nocive dall’utile. E convenevole cosa è, che colui al quale è commessa la guardia d’alcuna cosa, che egli stea nella più sublime parte di quella, acciocchè esso possa vedere e discernere di lontano ogni cosa emergente, e a quelle cose che fossero avverse alla cosa la qual guarda, opporsi e trovar rimedio per lo quale da sè le dilunghi: la qual cosa ne’ sensati uomini ottimamente fu la ragion posta nella superiore parte di noi. Oltre a questo, come il savio re pone il suo real solio in quella parte del suo regno nella qual conosce esser di maggior bisogno la sua presenza, acciocchè per quella si tolgan via le sedizioni e i movimenti inimichevoli, fu di bisogno la ragione esser posta nel cerebro; perciocchè quivi è più di pericolo che in tutto il rimanente del nostro corpo. E la ragione è, perciocchè nella nostra testa sono gli occhi, gli orecchi, la bocca e tutti gli altri sensi del corpo, li quali con ogni stanzia nutricano il regno della ragione. E perciò se loro vicina non fosse, potrebbon muovere cose assai dannose, dove dalla ragione sono oppresse e diminuite le forze loro. E questa sedia della ragione essere nel nostro cerebro, e perchè qui, ottimamente sotto maravigliosa fizione dimostra Virgilio nel primo dell’Eneida, dove dice:

Æoliam venit. Hic vasto Rex Æolus antro.

E appresso a questo, in più altri versi, È adunque nel limbo, cioè nella superior parte di questo minor mondo, la ragione, e quindi la muove la grazia saivlficante in soccorso del peccatore. Il quale movimento, non si dee altro intendere, se non un rilevarla [p. 173 modifica]dallo infimo e depresso stato nel quale lungamente tenuta l’aveano l’appetito concupiscibile e irascìbile, e lei sotto i piedi delle loro scellerate operazioni tenendo, aveano occupata la sedia sua; e questo per tanto tempo, che essa non potendo il suo oficio esercitare, era tacendo divenuta fioca, cioè nell’esser fioca dimostrava la lunghezza della sua servitudine; e così rilevatala in essa pone la grazia cooperante: e parla dinanzi allo smarrito intelletto del peccatore. E di questo non è alcun dubbio, che noi quante volte ci ravveggiamo delle nostre disoneste operazioni, tante per divina grazia ricominciamo ad essere uomini, i quali non siamo quanto nella ignoranza dei peccati dimoriamo: anzi avendo la ragion perduta, siamo divenuti quelli animali bruti, a’ quali, come altra volta è detto, sono i nostri difetti conformi. Il che se altra dottrina non ci mostrasse, spesse volte ne ’l mostrano le poetiche fizioni, quando ne dicono alcuno uomo essersi trasformato in lupo, alcuno in leone, alcuno in asino o in alcun’altra forma bestiale. E come la ragione, dalla grazia salvificante è nella sua real sedia rimessa, fatta donna e consultrice e aiutatrlice del peccatore, il toglie co’ suoi ammaestramenti dinanzi a vizii, li quali gli hanno tolta la corta salita al monte, cioè al luogo della sua salute. E corta dice, perciocchè agli uomini, li quali in istato d’innocenza vivono, è il salire a questo monte leggerissimo, siccome il Salmista ne mostra, laddove dice: Quìs ascendet in montem Domini, aut quis stabit in loco sancto ejus? E rispondendo alla domanda, quello n’afferma che dico, dicendo: [p. 174 modifica]Innocens manibus, et mundo corde, qui non accepit in vano animam suam, nec juravit in dolo proximo suo: ma a coloro diventa molto lunga, i quali ne’ peccati miseramente vivono. E oltre a questo riprende e morde la viltà dell’animo di quelli, i quali tirati dalle mollizie del mondo, del divino aiuto mostran di disperarsi; mostrando loro come per l’umile orazione, la misericordia di Dio, e la grazia salvificante procurin per loro nel cospetto di Dio: mostrando ancora come sicuramente ad ogni affanno metter si possano, avendo se, cioè la grazia cooperante con loro, e in loro aiuto, in consiglio.

Maraviglierannosi per avventura alcuni, e diranno: a che era di bisogno, che la grazia salvificante movesse o rilevasse la ragione nell’autore? Alla qual domanda è la risposta prontissima. Vuole così la ragion delle cose, che negli atti morali, siccome questo è, noi non possiamo alcuna cosa bene adoperare nè con ordine debito, se noi primieramente non conosciamo il fine al qual noi dobbiamo adoperare; perciocchè la notizia di quello ha a causare i nostri primi atti, e di quindi ad ordinare quelli che appresso a’ primi e susseguentemente deono seguire. Come comporrà il cirugico il suo unguento, o il fisico la sua medicina, se prima il cirugico non vede il malore, e il fisico l’umore da purgare? Come darà il nocchiere la vela del suo legno a’ venti, se esso primieramente non avrà conosciuto e disposto in qual contrada esso voglia pervenire? Come farà l’architetto fondare un edificio, o preparar la materia da edificarlo, se egli primieramente no sa che spezie di edificio debba [p. 175 modifica]esser quello che far si dee? conciosiacosachè altra forma e altro maestro 3 voglia un tempio che un palagio reale, e altra forma il palagio che una casa cittadinesca. È adunque di necessità primieramente cognoscere il fine che noi pognamo alcuno nostro atto in opera. E perciò se ben guarderemo, se il desiderio del peccatore è di salvarsi, esser la grazia salvificante causativa di quelle nostre operazioni, le quali a salute ci possan producere; e di queste nostre operazioni conviene che sia dimostratrice e ordinatrice la ragione: e perocchè la ragione è la prima cosa causata dalla grazia salvificante, la quale l’autor mostra in persona di Beatrice venire a muover Virgilio. E questo scendere, non si dee intendere essere stato attuale, ma semplicemente la volontà di Dio, provocata dall’umile orazion del peccatore a misericordia: è causativa di questo rilevamento della ragione, in quanto in essa sta il concedere la grazia salvificante. Adunque avvicinandosi alla conclusione, dico, l’autore per le riprensioni della ragione in lui ritornata, e per gli ammonimenti di lei, avere la viltà, presa da’ malvagi conforti de’ nostri nemici, posta giù, e cacciata da sè; riprende per lo sano consiglio della ragione il vigore, e la forza smarrita, e nel primo suo buon proponimento si ritorna: e ad ogui fatica per acquistar salute disposto, con la ragione insieme riprende il cammino. E questa si può dire essere interamente l’esposizione allegorica del presente canto. Nè sia alcuno Sì poco savio, che creda queste cose, [p. 176 modifica]quantunque mostrino nel discriversi aver certe interposizioni di tempo, non doversi poter fare senza la dimostrata interposizione; perciocchè egli è possibile di muovere la divinità, e d’aver veduto ciò che l’autore dee nello inferno vedere, e di pervenire alla porta di purgatorio, e ancora di salire in cielo, quasi in un momento, pare che la contrizione sia grande, e il fervore della carità ferventissimo e intero, come di molti abbiam già letto essere stato.

  1. Alcuna volta.
  2. Due sue libri
  3. Maestero.