Il prodigo/Atto II

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Atto II

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Atto I Atto III

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ATTO SECONDO.


SCENA PRIMA.

Momolo e Trappola.

Momolo. Trappola, allegramente.

Trappola. Allegramente colle lagrime agli occhi.

Momolo. De le volte me faressi saltar in bestia. Cosse ste lagreme? Coss’è ste malinconie? Co ve digo che stemo aliegri, so quel che digo.

Trappola. Allegri pure, sì, stiamo allegri, ma ci staremo per poco.

Momolo. Per poco? No sa ve gnente. Aveu visto el dottor Desmentega?

Trappola. L’ho veduto.

Momolo. Stassera l’aspetto coll’aggiustamento della lite, e da qua pochi zorni i campi toma in casa, e Momolo gh’averà dei zecchini, e Trappola ghe li farà spender pulito. [p. 276 modifica]

Trappola. Se è vero questo, allegramente dunque. Trappola è di buon gusto e saprà far onore alla generosità del padrone.

Momolo. Animo, per stassera una gran cena e un festin dei più belli, che s’abbia visto a far su la Brenta.

Trappola. Per questa sera?

Momolo. Sì, per stassera.

Trappola. Ma i campi non sono ancora venuti.

Momolo. Se no i xe vegnui, i vegnirà.

Trappola. Questo tempo futuro non comoda per il bisogno presente.

Momolo. Penseghe vu, e no me stè a seccar.

TRappola. Dei trenta zecchini quanti crede che me ne siano rimasti?

Momolo. Mi no son strolego, e no m’importa gnanca de indevinarlo. Voggio la festa, voggio la cena, e penseghe vu.

Trappola. Io penserò alla festa, io penserò alla cena, basta che vossignoria pensi a una cosa sola.

Momolo. A cossa hoggio da pensar?

Trappola. A darmi del danaro.

Momolo. No v’hoi dà stamattina trenta zecchini?

Trappola. Indovini quanti me ne sono restati?

Momolo. Se v’ho dito che no son strolego. Ma un disnar no poi mai costar trenta zecchini.

Trappola. Ho pur detto ch’era necessario dar qualche cosa a conto a tanti creditori, che vengono tutto il dì a strepitare; altrimenti con questi forestieri che sono in casa, gli averebbero fatto perdere la riputazione.

Momolo. Per amor del Cielo, fè che i tasa, che no i me fazza nasar.

Trappola. Appunto per farli tacere ho distribuito da sedici zecchini in circa un poco per uno. Otto ne ho speso per il desinare, e me ne restano sei.

Momolo. Sie solamente?

Trappola. Ecco qui le note: osservi...

Momolo. No vO^i veder gnente. Fè vu, ve credo, me rimetto a quel che fè vu.

Trappola. Veda dunque, se vi è fondamento per la cena e per il festino. [p. 277 modifica]

Momolo. Casca el mondo, ste do cosse le s’ha da far.

Trappola. Recipe dei zecchini.

Momolo. Bravo sior medico: ma sta volta bisogna che fè da medico e da spicier.

Trappola. Che vuol dire?

Momolo. Co avÈ scritto el recipe, tocca a vu a manipolar el medicamento.

Trappola. Capisco, vuol ch’io pensi a ritrovar i quattrini.

Momolo. Bravissimo; se un omo che capisse per aria, me piasè per questo.

Trappola. Quanto crede ella che vi vorrà per la cena e per il festino?

Momolo. So che qualche volta s’ha speso in tutto disdotto o vinti zecchini. Ma stassera voria qualcossa de meggio. Son in impegno de far pulito.

Trappola. Domani partono questi forestieri?

Momolo. Mi no credo; ho speranza che siora Clarice no vaga via per adesso.

Trappola. Dunque convien pensare a tirar di lungo col solito trattamento.

Momolo. Vegnirà sti campi.

Trappola. E frattanto che i campi vengono?

Momolo. E fra tanto penseghe vu.

Trappola. Ho capito; qui bisogna dar fondo al granaio e spropriarsi del grano che doveva servire per tutto L'anno.

Momolo. Caro vecchio, fè vu.

Trappola. E poi se manca il pane alla famiglia?

Momolo. No vegnirà sti campi? Gh’averemo el bisogno.

Trappola. Vuol ella dunque che venda il grano?

Momolo. Sì; fè vu.

Trappola. Si può vendere, ma con del discapito grande. Nella stagione in cui siamo, non vi è ricerca di grano, e andandolo ad esibire, converrà darlo per quel che si potrà avere.

Momolo. Co ve digo, fè vu, fè vu.

Trappola. Benissimo; per servirla cercherò di far subito quello che si ha da fare. [p. 278 modifica]

Momolo. E che la cena sia magnifica, e la festa abbondante de cere e de rinfreschi. Trovè quanti sonadori se poi trovar; spedì una peota a Venezia; invidè da parte mia quanta zente se poL aver, alta e bassa, de tutti i ordeni, e che se daga da cena a tutti. Podè far tre tole, con tre ordeni de persone, e pò so che se de bon gusto; in tutto e per tutto me rimetto a vu.

Trappola. Per quel ch’io sento, vuol che vada il granaio in una sera sola.

Momolo. Vaga el graner, vaga la casa e i coppi1; co son in tun impegno, me preme de farme onor, e pò vegnirà el Dottor Desmentega, e gh’averemo i campi, e Momolo gh’averà dei bezzi, e missier Trappola farà el recipe e la ricetta, e col cordial dei zecchini staremo allegri nu, e i nostri amici, e le nostre macchine, e che tutti goda. (parte)

SCENA II.

Trappola, poi Colombina.

Trappola. E che tutti godano, e chi non profitta suo danno. Io farò certo la parte mia, e se entreranno in casa i campi contenziosi...

Colombina. Oh, signor fattore, ho fatto meglio i conti delle spese ch’io debbo fare, e del danaro che mi avete favorito; e per dire la verità, trovo che... (trattenendosi di dire)

Trappola. Che vi manca qualche altro ducato. Colombina, Oh certo! Credete voi, se mi mancasse qualche altro ducato, che verrei a dirvelo? Non sarei tanto ardita, mi parrebbe una sfacciataggine; anzi volevo dire che mi avanzano dieci lire, e siccome quello che voi mi avete dato, me l’avete dato affine ch’io abbia le cose che abbiamo detto, e non altrimenti, così voglio restituirvi le dieci lire...

Trappola. Oibò, tenetele: io non guardo a queste picciole cose.

Colombina. No, certo, non le voglio tenere; eccole qui, sono vostre, e le dovete ricevere. [p. 279 modifica]

Trappola. Non permetterò mai... Fate così, tenetele per pagar la fattura della vesta e del busto.

Colombina. Ho parlato col sarto, e mi ha detto che per la fattura della vesta e del busto non vi vogliono meno di sei ducati: onde vedete che queste dieci lire non servono; perciò ve le restituisco, e quando potrò, farò lavorare il sarto per me, e pagherò i sei ducati della fattura.

Trappola. Non lo farà per meno di sei ducati?

Colombina. Può essere qualche lira meno.

Trappola. Non lo farebbe per trentadue lire in tutto?

Colombina. Certamente lo dovrebbe fare.

Trappola. Dieci ne avete...

Colombina. Ma se non le voglio!

Trappola. Dunque non prendereste un altro zecchino per far colle dieci le trentadue da pagare il sarto?

Colombina. Danari per tenere come danari, io non ne voglio, ma quando poi si tratterà di doverli impiegare in cosa di vostro piacere, non sarò così indiscreta di ricusare le vostre grazie.

Trappola. Colombina mia, non vedo l’ora che siate mia moglie. (senza tenerezza)

Colombina. Perchè?

Trappola. Perchè se voi ed io ci mettiamo d’accordo intorno ad una famiglia, la spogleremo con buonissima grazia.

Colombina. Non vorrei che credeste...

Trappola. Che ho da credere? Credo quello che mi giova di credere. Eccovi un altro zecchino.

Colombina. Se lo prendo, lo prendo per non parere ostinata.

Trappola. Ed io ve lo do di cuore, perchè vi stimo, perchè vi amo e perchè spero... Basta, per ora non mi posso trattenere in questo discorso, ne parleremo stassera. Intanto ho bisogno dell’opera vostra in una cosa di mia premura.

Colombina. Comandatemi pure con libertà.

Trappola. Conoscerete anche da questo, se ho della confidenza in voi, mettendovi a parte de’ miei interessi. Prendete queste due chiavi; questa è quella del granaio del padrone, e questa è del granaio mio. Fintanto ch’io vado per ordinar varie cose [p. 280 modifica] per questa sera, trovate otto o dieci villani, e fate che subito portino tutto il grano, che è del padrone, nel mio granaio, che io poi arriverò in tempo di assistervi, e di pagare coloro che avranno lavorato.

Colombina. Compatitemi; non vonei entrare in guai per questa fattura.

Trappola. Non vi è pericolo. Sappiate che il padrone vuol vendere il grano a precipizio, ed io lo compro per fargli piacere.

Colombina. Mi figuro che lo pagherete assai caro.

Trappola. Certamente che lo pago più di quello gli2 pagherebbero gli altri.

Colombina. Oh questo poi non mi piace. Se avessi da essere vostra moglie, vorrei che faceste de’ migliori negozi, e quando non aveste a comprare con dell’avvantaggio, non vorrei che impiegaste il danaro per altri con pericolo di scapitare.

Trappola. Brava, queste sono massime che mi piacciono. Sentite in confidenza. Glielo pagherò un terzo meno di quello si venderebbe al mercato, e sono sicuro di guadagnarmi un centinaio di scudi.

Colombina. Ora sono persuasa dell’amore che avete per il padrone.

Trappola. Mi rimproverate forse?

Colombina. No, certo; anzi vi lodo.

Trappola. Dunque a voi mi raccomando, perchè la cosa sia fatta bene. E se la gente di casa, o quella del vicinato, vi domandasse la cagione del trasporto del grano dal granaio del padrone al mio, trovate una scusa. Per esempio... che so io...

Colombina. Ecco, ecco; dirò che il granaio di casa sta per cadere, e perciò si trasporta...

Trappola. Bravissima, A rivederci.

Colombina. Tornate presto.

Trappola. Datemi la mano.

Colombina. Per che cosa volete la mano?

Trappola. Così, per toccarvi la mano in segno di amicizia.

Colombina. Sì, sì, guardate che bella mano senza un anello! (disprezzandosi) [p. 281 modifica]

Trappola. Troveremo3 anelli, troveremo smanigli, troveremo di tutto. Basta soltanto che Colombina mi voglia bene. (parte)

SCENA III.

Colombina sola.

A questo prezzo sarei sicura non aver niente, ma in difetto dell’amore ho un poco di arte, che mi aiuta nelle occorrenze. Il caro fattore va sempre più assassinando il padrone, e per quanto mi dica volermi bene, e per quanti regali mi faccia, conosco esser egli un uomo di cuor cattivo, che un giorno mi potrebbe far sospirare. Il padrone mi fa pietà, e certamente dovrei avvisarlo di quel che passa, e liberarlo dalle mani di un ladro, ma egli è un capo sventato, che niente mi abbaderebbe, e però... e però brava, signora Colombina, si tien mano al furbo per rovinarlo. Ci ho del rimorso per dire il vero. Davvero davvero voglio vedere, se mi riesce di fare un azione eroica. Vuo’ trasportare il grano da un luogo all’altro, come ha ordinato il fattore, ma le chiavi le voglio tenere presso di me, e un giorno poi scoprire al padrone... Ma che profitto ne averò io per questo? Oh bella! Le buone azioni non si debbono far per profitto. Dunque... son tanto poco avvezza a far del bene senza interesse, che non so trovare la via. Basta; il fattore assolutamente non ha questa volta da guadagnare sì sporcamente sulla dabbenaggine del padrone; e quando mai il signor Momolo avesse a perdere il grano, in quel caso mi consiglierò con chi sa, per vedere se potessi onoratamente profittar io di quel terzo, che si vuol mangiar il fattore.

SCENA IV.

Truffaldino e la suddetta.

Truffaldino. E cussì tornando sul nostro proposito...

Colombina. Su qual proposito? [p. 282 modifica]

Truffaldino. De quei zecchini non ho gnanca visto la stampa.

Colombina. Dimmi, Truffaldino, stimi più sei zecchini o una donna che ti vuol bene?

Truffaldino. Segondo le congiunture. Qualche volta la donna, e qualche volta i zecchini.

Colombina. Ma vedi bene che i zecchini si spendono, e la donna resta sempre.

Truffaldino. Certo che sarave meio che restasse sempre i zecchini, e che la donna fenisse presto.

Colombina. Perchè dici questo?

Truffaldino. Perchè la donna magna, e i zecchini i dà da magnar.

Colombina. Bravo! spiritoso! Dunque capisco, che di me non ci pensi, e mi lascieresti per il danaro.

Truffaldino. Punto e virgola. Mi non ho inteso de parlar de ti.

Colombina. Hai parlato delle donne: non sono io una donna?

Truffaldino. Ti è una donna? Mi ho sempre credù, che ti sii una putta.

Colombina. Certamente sono fanciulla, sono una putta.

Truffaldino. Donca...

Colombina. Dunque capisco che tu parli con innocenza, e non voglio formalizzarmi delle tue parole. Tieni questa chiave.

Truffaldino. Cossa hoi da far de sta chiave?

Colombina. Devi aprir il granaio ed aiutare a trasportare il grano in un altro luogo4.

Truffaldino. No so se ti sappi un patto tacito, che ho fatto tra mi e el fattor, quando che son vegnù a servir in sta casa.

Colombina. E qual è questo patto tacito?

Truffaldino. De lavorar solamente co ghe n’ho voia.

Colombina. Questo lavoro non lo devi far per il fattore, ma per me solamente.

Truffaldino. El gran, ela roba toa?

Colombina. Sì, è roba mia, e deve servire per la mia dote, e se Truffaldino farà capitale di me... [p. 283 modifica]

Truffaldino. Basta cussì; vago subito: co se tratta de Colombina, se no basta el gran, porterò anca el graner. Col fattor gh’ho el patto tacito de no laorar, e con ti farò un patto chiaro, chiarissimo de sfadigar dì e notte, co ti vorà. (parte)

Colombina. Ed io ho un patto fatto con me medesima, di far fare gli uomini a modo mio, anche a loro dispetto. (parte)

SCENA V.

Camera.

Clarice ed Ottavio.

Clarice. Che ne dite, fratello, di questa bellissima novità? Chi mai creduto avrebbe, che il signor Leandro avesse della passione per me?

Ottavio. La frequenza con cui veniva in casa vostra, vivente ancora mio cognato, faceva sospettare qualcheduno, ch’egli lo facesse per amor vostro.

Clarice. Io l’ho sempre creduto un amico di mio marito.

Ottavio. Cara sorella, chi pratica in una casa, dove vi sia un marito vecchio e una moglie giovine, è difficile che voglia essere più amico dell’uomo, che della donna.

Clarice. Se avessi potuto ciò immaginarmi, non l’avrei sofferto da maritata, e molto meno da vedova.

Ottavio. Perchè? non ha egli sempre trattato con civiltà?

Clarice. Sì, è vero, ma in lui ritrovo un non so che di antipatico, che mi disgusta. L’ho sofferto sinora in qualità di amico, ma non lo soffrirei come amante.

Ottavio. Non so che dire; voi altre donne avete delle stravaganze curiose. Egli è un uomo di garbo, civile, polito, di buone fortune, serve con una attenzione e con una pazienza mirabile; che diamine vorreste di più?

Clarice. Per me stimo più infinitamente il signor Momolo del signor Leandro.

Ottavio. Eppure avete fatto finora più finezze al signor Leandro che al signor Momolo. [p. 284 modifica]

Clarice. Mi dispiace bene che il signor Leandro abbia forse ricevute in altro senso, che d’amicizia, le mie finezze e che ora voglia annoiarmi con delle pretensioni ridicole.

Ottavio. Sta in vostra mano il disingannarlo.

Clarice. Sì, certamente; ho già pensato il modo di farlo.

Ottavio. Gli si dice liberamente...

Clarice. Non voglio entrare con lui in un ragionamento serio su tal proposito, ma gli farò comprendere che non ho amore per lui, e che invano perderebbe meco il suo tempo. Principierò fin da ora ad illuminarlo, facendo delle finezze al signor Momolo, e se egli ardirà di correggermi o di motteggiarmi, gli risponderò in modo che non avrà più coraggio di farlo.

Ottavio. Mi piace la bella invenzion del rimedio, e si conosce da questo, che principiate a sentire della passione per il signor Momolo.

Clarice. Mi pare ch’egli la meriti; ma non per questo vorrò ciecamente avventurarmi al pericolo di dovermi pentire. Che cosa avete voi potuto raccogliere dello stato de suoi interessi?

Ottavio. Ho sentito parlarne diversamente. Chi lo fa povero, chi lo fa ricco. Chi loda la sua generosità, chi lo condanna per prodigo. La verità si è, che sono stato in cucina ed ho veduto un apparecchio sontuoso. Senza danari non si fa certo.

Clarice. È vero. Ciò vuol dire che ha del danaro, ma che lo spende senza misura. Oggi verrà qui a favorirmi una di lui sorella, che ho veduta qualche volta in Venezia; so ch' è una donna di garbo, e voglio confidarmi con lei...

Ottavio. Ecco il signor Leandro.

Clarice. Farebbe pur bene ad andarsene. Io certo non lascierò di dargliene eccitamento. Ottavio, Oibò, non facciamo scene; usate prudenza; s’ei se ne andasse senza di noi...

Clarice. Che gran male sarebbe questo?

Ottavio. Io non lo permetterò certamente.

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SCENA VI.

Leandro e detti.

Leandro. E permesso avanzarmi?

Ottavio. Caro amico, è superfluo che l domandiate.

Leandro. Non vorrei interrompere il vostro ragionamento.

Clarice. Infatti si trattava qui fra di noi di un domestico affare.

Leandro. Partirò dunque...

Ottavio. No, no, restate, che il discorso nostro era già finito.

Leandro. Pare che la signora Clarice non mi vegga più di buon occhio.

Ottavio. V’ingannate. Mia sorella ha per voi quella stima che meritate.

Leandro. Che voi lo diciate è un effetto di gentilezza; ma ella non sarà in istato di confermarlo.

Clarice. Sarebbe una bella virtù la vostra, se arrivasse a conoscere sì facilmente l’interno delle persone.

Leandro. Dai segni esterni si conosce l’interno.

Clarice. Quali sono quei segni, che in me vi par di vedere contrari alla vostra buona intenzione?

Leandro. Altre volte, signora, quand’io aveva l’onore di presentarmi a voi, i vostri occhi mi guardavano più dolcemente.

Clarice. Non sapeva che gli occhi miei fossero diventati amari.

Leandro. Deridetemi, che ben lo merito.

Ottavio. Non vi piccate per questo; caro amico, sapete che le donne sono qualche volta bizzarre.

Leandro. Dello spirito della signora Clarice sono assai bene informato, e so di certo ch’ella non suole parlare a caso.

Clarice. A caso parlano i bambini e gli stolidi, io non credo di essere nè l’uno, nè l’altro.

Leandro. Appunto perchè non siete nè stolida, nè bambina...

Ottavio. Orsù, tronchiamo questo discorso. Avete veduto il signor Momolo? Vi siete pacificati? (a Leandro)

Leandro. Ve l’ho detto, e ve lo ridico: è superfluo gettar le parole con quello sciocco. [p. 286 modifica]

Clarice. Signor Leandro, vi avanzate un poco troppo, strapazzando un uomo civile.

Leandro. Perdoni, signora, non mi ricordava ch’ei fosse sotto la di lei protezione.

Clarice. Io non sono in grado di protegger nessuno, e potevate risparmiare di dirmi un’impertinenza.

Ottavio. Gran cosa che tutto vi abbia da dar fastidio! Non vedete ch’egli scherza?

Clarice. Almeno la convenienza vorrebbe che, stando in casa di un galantuomo a mangiar e bere e divertirsi, non gli si perdesse il rispetto.

Leandro. Anche questo rimprovero lo capisco. Leverò l’incomodo al signor Momolo e la noia alla signora

Clarice.

Clarice. (Sarei pur contenta, s’ei lo facesse). (da sè)

Ottavio. Via, domani se ne anderemo, ma per oggi viviamo in pace, se mai si può. Ecco il signor Momolo. Vi prego in cortesia, conteniamoci con prudenza, già non ha da durar che poche ore.

Clarice. (Per far dispetto a Leandro, vo’ far finezze a quell’altro). (da sè)

SCENA VII.

Momolo e detti.

Momolo. Le compatissa, se femo tardi. El cuogo5 sta mattina xe mezzo storno. Ma adessadesso anderemo a disnar.

Clarice. Non v’inquietate per questo, signore; noi siamo qui per godere soltanto della vostra amabile compagnia.

Momolo. Questa xe un’espression cussì tenera, che la me confonde.

Ottavio. Oggi siamo a godere le vostre grazie, e domani vi leveremo l'incomodo.

Momolo. Cussì presto? La me mortifica; no credo mai... Siora Clarice, pussibile che la me voggia abandonar cussì presto? [p. 287 modifica]

Clarice. Io non sono di tal intenzione, quando mio fratello non abbia cose di gran premura,

Momolo. Caro sior Ottavio, almanco una settimana.

Clarice. È compiacente mio fratello; non dirà di no.

Leandro. Resterà il signor Ottavio, resterà la signora Clarice; basterà che io me ne vada.

Momolo. M’immagino che el gh’averà dei interessi a Venezia, che nol se poderà trattegnir. (a Leandro)

Leandro. Certamente ho degli affari non pochi.

Momolo. Co se gh’ha da far, no se poi lassar la premure per i divertimenti. La se comoda co la vol.

Leandro. Profitterò dei buoni consigli del signor Momolo e delle tacite persuasioni della signora Clarice.

Clarice. Dov’è stato finora il signor Momolo?

Momolo. Son sta anca mi per qualche interesse col mio interveniente6, col mio fattor, colla zente de casa. La vede ben, chi vuol esser servidi bisogna veder, preveder e comandar.

Ottavio. Queste sono massime di chi ha giudizio.

Clarice. Si vede che il signor Momolo è pieno di talento, di buone maniere e di gentilezza.

Momolo. No la me fazza vegnir rosso. No gh’ho nissun de sti meriti. (Ste belle cosse no la me le ha più dite). (da sè)

Leandro. La signora Clarice non suol esser prodiga delle sue lodi. Convien dire che il signor Momolo abbia un merito straordinario.

Clarice. Signor Momolo, quando noi ce ne anderemo, non verrete a Venezia in compagnia nostra?

Momolo. Se sarò degno de sta grazia, la riceverò per onor.

Ottavio. In buona compagnia il viaggio riesce meno noioso.

Leandro. Perchè la compagnia non resti pregiudicata da oggetto poco piacevole, io partirò prima di loro signori.

Clarice. Questa sera, signor Momolo, come ci divertiremo?

Momolo. Se dilettela de ballar?

Leandro. La signora Clarice si diverte in tutto, ma principalmente nel corrispondere con manifesto disprezzo a chi le usa delle attenzioni. [p. 288 modifica]

Momolo. Mi no la credo de sto carattere.

Ottavio. Mia sorella è sempre stata una donna civile.

Clarice. Ed il signor Leandro è sempre stato un uomo di spirito, ma ora non so che cosa lo rende inquieto.

Leandro. Il confronto del signor Momolo mi avvilisce, e mi fa perdere tutto il merito che mi sono acquistato.

Momolo. Mi non intendo cossa che el voggia dir, e però el me permetterà che no ghe responda.

Clarice. Parla da oracolo il signor Leandro.

Leandro. Ho principiato a rendermi odioso alla signora Clarice, allora quando ho creduto bene consigliarla di non ricevere un anello in dono.

Clarice. Questo vostro discorso principia ora ad offendermi. Mi credete voi di un carattere vile?

Momolo. Se gh’ho offerto un anello, ela no sa, patron caro, con che intenzion mi ghe l’abbia offerto.

Ottavio. Il signor Momolo può avere delle mire oneste sul cuore di mia sorella. (Tentiamo di stringere l’argomento per venire) alla conclusione). (da sè)

Clarice. Ed io lo posso ricevere senza offesa del mio decoro.

Momolo. (La sarave bella, che la lo volesse adesso che nol gh’ho più). (da sè)

Clarice. Signor Momolo, per far vedere al signor Leandro che non dipendo che da me medesima, favoritemi quell’anello, che me lo voglio mettere in dito.

Momolo. (Oh poveretto mi, cossa hoggio fatto!) (da sè) Adesso mo no lo gh’ho veramente.

Clarice. Andate a prenderlo, che vi aspetto.

Momolo. Ho pensa dopo che noi giera un anello degno de ela; se la me permette, ghe ne troverò uno più bello.

Clarice. No, no; desidero di aver quello.

Momolo. (Son in tun bell’intrigo per el mio bon cuor), (da sè) Bisogna che ghe confessa sinceramente, che quell’anello no lo gh’ho più.

Clarice. Come? Non avete voi detto ch’egli era mio, che lo tenevate per me in deposito? [p. 289 modifica]

Momolo. L’ho dito, xe vero, ma me xe capita un’occasion...

Leandro. Sì, certo; il generosissimo signor Momolo per regalare la signora Clarice di un lauto pranzo e di un festino magnifico, avrà trovata l’occasione di vendere l’anello, come ha venduto oramai l’intiero suo patrimonio. (parte)

SCENA VIII.

Clarice, Momolo ed Ottavio.

Momolo. In fazza mia ste insolenze?... (volendolo seguitare)

Ottavio. Fermatevi, non vi è bisogno che vi riscaldiate. O è vero, o non è vero, quel che ha detto il signor Leandro.

Momolo. No xe vero gnente.

Clarice. Che avete fatto adunque di quell’anello?

Momolo. Son un galantomo e ghe digo la verità. Xe vegnù el mio interveniente, el mio procurator, el m’ha porta una bona nova della mia causa, e mi per gratitudine gh’ho donà l'anello.

Ottavio. Troppo generoso, signore.

Clarice. Ecco il difetto vostro, che vi ha ridotto agli estremi. Non occorre nascondere la verità. Pur troppo a tutto il mondo è palese lo stato vostro, e noi ne siamo bastantemente informati. Siete prodigo a segno di non potervi correggere a fronte delle vostre indigenze. Per una semplice notizia buona, che può essere ancora sospetta, inutile o capricciosa, donare7 così ciecamente un anello, ch’è l’unica cosa buona, forse, che avete? e il trasporto di donare senza misura vi fa scordare perfino di tenerlo in deposito, dopo di averlo offerto ad una donna che ha meritata la vostra stima? Ciò prova l’eccesso della vostra passione, che vi rende ridicolo agli occhi ancora di quelli che ne profittano. Ma è poca cosa un anello gettato, si può dire, senza ragione; si sa che in simile modo avete consunti gli effetti della vostra casa, siete aggravato di debiti,

U [p. 290 modifica] e si raccoglie esser tutto vero ciò che ci fu narrato nel viaggio da persone che vi conoscono, e che hanno di voi compassione. So che vi parlo con una libertà soverchia, che non può piacervi, ma la mia sincerità non mi consiglia di simulare, e mi permetterete che vi dica per ultimo, che stimo il vostro merito, che apprezzo la vostra casa, che ho dell’inclinazione per amare la vostra persona, ma che mi ributta il vostro costume, e che ormai non vi credo più meritevole nè di amor, nè di stima. (parte)

Ottavio. Mia sorella ha scritto la lettera, ed io cordialmente ed amorosamente la sottoscrivo. (parte)

SCENA IX.

Momolo solo.

Momolo. Hoggio avanza qualcossa a far fin adesso da generoso? Rimproveri, strappazzi, villanie da tutti. Ma sti rimproveri che i me dà, da cossa vienli? da amor. Se i vien dall’amor, donca i xe fondai sulla rason, e la rason conclude che fin adesso m’ho porta mal, e che buttando via in sta maniera, in vece de farme merito me son andà facendo ridicolo. Oh, quante volte che ho dito anca mi da mia posta, me vol regolar, vôi tegnir a man, no vôi buttar via; ma co son in te le occasion, no me posso tegnir. Se se pol far con quattro, no son contento se no spendo diese. Me par che tutto sia poco, me par de no farme onor, se no fazzo più del bisogno. Orsù, dopo tante lizion, che me xe sta fatto, quella de siora Clarice me tocca più delle altre, e digo e stabilisso e protesto de volerme regolar meggio, e de no spender per l’avvegnir un soldo, quando che el m’abbia da incomodar. Siora Clarice me pol, la xe una donna prudente, una donna de garbo; vôi coltivarla, cercar de darghe in tel genio, e obbligarla in modo che, se ghe offerisso la man, no la me diga de no. Vôi far de tutto per farme merito, trattarla ben, con proprietà, con assiduità, con amor; sti quattro zorni, che la sta con mi, [p. 291 modifica] servirla, devertirla. Stassera faremo sta cena, sta festa da ballo. Spero che saremo in assae, spero che no mancherà gnente: cere, sonadori, rinfreschi. Oe, xelo questo el prencipio della economia? No so cossa dir; anca per sta volta, e no più. La zente xe invidada. Son in te l’impegno, e me par de no poderme cavar con reputazion. Za i vinti zecchini xe andai in tanta biscotteria, zuccheri, cedrati e giazzo. Doman principieremo a pensarghe. El formento sarà vendù; se pagherà le spese, e con quel che resta me metterò a far l’economo. Ghe riusciroggio? Ho paura de no. (parte)

SCENA X.

Camera.

Clarice e Leandro.

Leandro. Il proverbio non falla; le donne si sogliono attaccare al peggio.

Clarice. Potrebbe in me verificarsi il proverbio, se mi fossi attaccata8 al signor Leandro.

Leandro. Signora, questa è un’espressione un poco troppo avanzata.

Clarice. Non è avanzata niente meno della vostra.

Leandro. Se parlo così rispetto al signor Momolo, non dico che la verità.

Clarice. Potete parlar di lui senza interessarvi la mia persona.

Leandro. Siete voi persuasa ch’egli non meriti la grazia vostra?

Clarice. Non è necessario che voi lo sappiate.

Leandro. Da quando in qua, signora Clarice, avete appreso a trattarmi sì bruscamente?

Clarice. Dal momento in cui ho scoperto il vostro carattere.

Leandro. Che mai avete in me scoperto di mal costume, che vaglia a meritarmi i vostri disprezzi?

Clarice. Un cuor doppio, una simulazione insidiosa, una falsa amicizia. [p. 292 modifica]

Leandro. V’ingannate, signora; ho sempre avuto per voi della stima, e dirovvi ancor dell’amore.

Clarice. Conosco che non lo dite senza arrossire.

Leandro. Ho da vergognarmi, se vi amo?

Clarice. Sì, avete da vergognarvi di aver concepita questa passione, vivente ancor mio marito; col manto della parentela e dell’amicizia avete coltivato un affetto, reo in allora che non vi era lecito di coltivarlo.

Leandro. Voi non sapete come io pensassi nei tempi dei vostri legami. Dir non potete, che siami avanzato mai a parole, che offendessero la vostra delicatezza e la mia pontualità. Ora che siete libera, posso dire che vi amo, e l’amor mio può reputarsi innocente.

Clarice. Non può vantare innocenza una passione concepita con reità, e resa lecita per accidente.

Leandro. Che argomentar sofistico! che sottigliezze insolite, stravaganti!

Clarice. Le donne sono stravaganti per ordinario, non è maraviglia che tale io comparisca ai vostri occhi.

Leandro. Vi ho sempre conosciuto assai ragionevole. Confessate che un nuovo amore vi rende ogni altro oggetto spiacevole.

Clarice. Ciò non mi sentirete mai confessare.

Leandro. Ma senza che lo confessiate, si vede.

Clarice. Potreste anche ingannarvi.

Leandro. Dunque il signor Momolo voi non l’amate9.

Clarice. Con qual fondamento ne ricavate una simile conseguenza?

Leandro. Giusto Cielo! l’amate, o non l’amate?

Clarice. Non è necessario che a voi lo dica.

Leandro. Ditemi almeno, se posso da voi sperare corrispondenza.

Clarice. Sì, corrispondenza perfetta.

Leandro. In amore m’intendo.

Clarice. No; in nascondervi i miei pensieri, qual voi me li nascondeste finora. [p. 293 modifica]

Leandro. Intendo, voi vi lagnate, perchè non vi abbia prima di adesso scoperto il mio fuoco.

Clarice. Anzi mi lagno, perchè ora me lo avete scoperto.

Leandro. Non vi capisco, signora.

Clarice. Nè mai mi capirete più di così.

Leandro. Parmi peraltro d’indovinare quel che chiudete nel cuore.

Clarice. Potrebbe darsi: non ho l’arte che avete voi per nascondere i miei pensieri.

Leandro. Voi vi prendete spasso di me.

Clarice. Sbagliate; con voi non ho cuore di divertirmi.

Leandro. Potrebbe darsi che voi mi amaste, e che mi voleste tener sulla corda.

Clarice. Sempre più lontano dal vero.

Leandro. Dunque mi odiate.

Clarice. Nemmeno.

Leandro. Avete per me dell’indifferenza?

Clarice. Ora principiate ad indovinare.

Leandro. Per causa del signor Momolo.

Clarice. Non è vero.

Leandro. Per mio destino adunque.

Clarice. Potrebbe darsi.

Leandro. Eh, che il destino in simili circostanze si forma dalle nostre inclinazioni soltanto. Se voi avete della indifferenza per me, sarà o perchè l’animo vostro è preoccupato da altri, o perchè in me non ritrovate un merito, che vi appaghi. Il destino sovente è il mezzo termine de’ malcontenti, la scusa degl’ingrati.

Clarice. Sia qual esser si voglia, non verrò a disputare con voi sulla realità del destino. Se non vi amo, è chiaro segno che non mi sento inclinata ad amarvi; se questa mia inclinazione contraria non è destino, sarà qualche cosa di equivalente.

Leandro. Sarà un’ingratitudine manifesta.

Clarice. Sarà tutto quello che voi volete.

Leandro. Per me dunque non vi è speranza.

Clarice. Vi potrebbe essere, ma senza frutto. [p. 294 modifica]

Leandro. Eppure ad onta di tutto questo, e a fronte delle vostre medesime dichiarazioni, mi voglio ancor lusingare. Vuo’ resistere sin ch’io posso. Non vuo’ staccarmi da voi; non voglio cedere vilmente il campo; e se la mia sofferenza non arriverà a guadagnarmi la grazia vostra, almeno la mia fedeltà, la mia costanza in amarvi servirà di rimorso alla vostra ingratitudine, e forse di pentimento alla scelta, che voi sarete per fare. I confronti o tardi o presto fanno conoscere la verità: determinatevi per chi volete, non troverete il più discreto, il più sincero, il più rispettoso amante di me. (parte)

SCENA XI.

Clarice sola.

Per dire la verità, confesso fra me medesima essere la mia una specie d’ingratitudine verso di lui, ma sentomi internamente della ripugnanza ad amarlo, e questa mia ripugnanza mi pare che dir si possa un destino. All’incontro per Momolo, che forse merita meno, ho dell’inclinazione, della passione, della premura, e questo è un altro destino. So bene però, che non posso essere per tutto ciò astretta a precipitarmi con un giovane mal regolato, ma pure non so determinarmi ad un altro, sperando sempre ch’egli abbia a divenire migliore.

SCENA XII.

Celio e la suddetta.

Celio. (Ecco una di quelle che succhiano il sangue di mio cognato), (da sè, osservando Clarice)

Clarice. (Chi è questi, ch’io non conosco?) (da sè)

Celio. (Mi sento quasi tentato di dirle quel che si merita). (da sè)

Clarice. (Mi guarda, e non mi saluta nemmeno). (da sè)

Celio. (Ecco come i miei danari sono bene impiegati). (da sè) [p. 295 modifica]

Clarice. (Continua a guardarmi con attenzione. Che sia qualche altro innamorato di me?) (da sè)

Celio. (Vonrri principiare a discorrere, ma non so come contenermi), (da sè, mostrando di volersi accostare)

Clarice. (Pare ch’egli voglia parlarmi, e che non si arrischi. Gli voglio dar coraggio), (da sè) Signore, la riverisco.

Celio. Servitor suo. (Si vede il carattere di una donna franca), (da sè)

Clarice. (E un uomo timido. Questi sono quelli che per lo più s’innamorano da sè soli), (da sè) Favorisca; Vossignoria è a villeggiare da queste parti?

Celio. (Che sfacciataggine!) (da sè)

Clarice. (Poverino! Non ha coraggio ne men di rispondere), (da sè)

Celio. Ella, signora, è qui in casa del signor Momolo?

Clarice. Sì, signore. Sono a villeggiare con lui.

Celio. Bravissima. Ci starà molto tempo?

Clarice. Può essere parecchi giorni.

Celio. Me ne rallegro. (Fino che lo avrà rovinato del tutto). (da sè)

Clarice. (Pare, che si consoli). (da sè)

Celio. È molto tempo che ha l’amicizia del signor Momolo?

Clarice. Non molto.

Celio. Sa ella lo stato in cui si ritrova?

Clarice. Mi pare che di salute stia bene. (Capisco che vuole discreditarlo. Tanto più mi confermo nella opinione, che costui si voglia mettere in grazia). (da sè)

Celio. (Mi conviene informarla un poco per farla partir più presto), (da sè) Non sa Vossignoria, che il povero signor Momolo si è rovinato per la sua troppa generosità, e che oramai non ha con che vivere?

Clarice. Io non sono informata de’ suoi interessi.

Celio. L’informerò io dunque.

Clarice. Non è necessario ch’ella si prenda codesto incomodo.

Celio. Anzi è necessarissimo, perchè, s’ella avesse fondate sopra di lui molte speranze, sappia che viene a gettare malamente il suo tempo.

Clarice. La ringrazio de’ suoi avvertimenti; per ora non ho intenzione di maritarmi. [p. 296 modifica]

Celio. Di questo n’era già persuaso.

Clarice. A che fine dunque mi ha parlato in tal guisa del signor Momolo?

Celio. Per carità, signora, e forse ancora per qualche mio particolare interesse.

Clarice. (Sta a veder che si scopre). (da sè)

Celio. Vedo ch’ella è una signora di garbo, e però mi prendo la libertà di darle un avvertimento da galantuomo. Veda di sollecitare la sua partenza, che sarà meglio per lei.

Clarice. (Vo’ provarmi di scuoprire la sua intenzione). (da sè) Vossignoria pensa di ritornare presto a Venezia?

Celio. Può essere questa sera o domani.

Clarice. Sicchè, quando io partissi, potrei goder della sua compagnia.

Celio. (Va cercando chi le paghi il viaggio), (da sè) Dubito di non poterla servire, perchè ho la moglie che è un poco gelosa.

Clarice. (È maritato? Che pretende dunque costui?) (da sè)

Celio. (Vede che non vi è da far bene). (da sè)

Clarice. Veramente dissi così per un atto di civiltà, peraltro non ho bisogno di compagnia; partirò con quelle stesse persone, colle quali son qui venuta.

Celio. È in compagnia dunque?

Clarice. Credeva ch’io fossi venuta sola?

Celio. Sono forse con lei quei due forestieri, che ho veduti qui in casa del signor Momolo?

Clarice. Per l’appunto: un mio fratello ed un mio cugino.

Celio. Fratello e cugino! Se poi non fosse vero, non preme.

Clarice. Come? Che parlare è il vostro? Chi credete voi ch’io sia?

Celio. Chi siate io non lo so, nè cerco saperlo. Dicovi solamente che il signor Momolo è rovinato, e non è giusto che si precipiti d’avvantaggio.

Clarice. Signore, voi che mi parlate in tal guisa, chi siete?

Celio. Sono interessato per la sua casa, e vedendolo assassinare...

Clarice. Mi maraviglio di voi. Così non si parla colle donne onorate della mia sorte. Sono una vedova onesta, sono una [p. 297 modifica] donna civile; il signor Momolo è un amico di mio fratello, e per compiacerlo soltanto,..

Celio. Eh, tutto l’anno capitano qui delle donne con questi titoli mascherati...

Clarice. Vi farò conoscer chi sono, e voi mi renderete buon conto...

Celio. Se farete strepito, sarà peggio per voi.

SCENA XIII.

Beatrice e detti.

Beatrice. Signora Clarice.

Clarice. Venite, signora Beatrice.

Celio. (Si conoscono?) (da sè)

Clarice. Datemi voi a conoscere a quest’uomo incivile, temerario, insolente.

Beatrice. Sapete voi chi egli sia?

Clarice. No, non lo conosco.

Beatrice. È mio marito.

Clarice. Vostro marito? Cognato del signor Momolo?

Celio. Questa signora chi è? (a Beatrice)

Beatrice. Una giovine civile e saggia, che ho conosciuto sin da fanciulla, e che non ho più veduto dopo di essermi maritata, perchè voi mi avete confinata in campagna. (a Celio)

Celio. Signora, vi domando perdono.

Clarice. Ditemi sinceramente: per chi mi avevate voi presa?

Celio. Dispensatemi dal confessarvi i miei cattivi giudizi. Mio cognato ha praticato sempre assai male, e voi non fate buona figura con esso lui.

Clarice. In compagnia di mio fratello non posso niente discapitare.

Beatrice. Il signor Ottavio forse? (a Clarice)

Clarice. Sì, seco lui son venuta e con un cugino di mio marito, e il vostro signor consorte ebbe ardire...

Celio. Torno a domandarvi perdono. La passione mi fa parlare. Oltre la parentela con Momolo, vi è l’interesse che mi riscalda; sappiate che mi ha cavato... [p. 298 modifica]

Beatrice. Non è necessario che v’inoltriate in cose, che a lei non premono.

Celio. Mi voglio giustificare...

Beatrice. Questa non è la maniera.

Celio. Sì signora, io gli ho prestato...

Beatrice. Basta così, vi dico.

Celio. Ha avuto il mio sangue.

Beatrice. E voi avete avuto il suo.

Celio. Che sangue mi ha egli dato?

Beatrice. Una sua sorella.

Celio. Sua sorella è un sangue che si converte in flemma, in siero, in acqua, e il mio danaro è di quel sangue vivo, che vien dal cuore; e stimo più un’oncia di questo sangue, che tutta voi e tutto il di lui parentado. (parte)

SCENA XIV.

Clarice e Beatrice.

Beatrice. Sentite come parla! È un uomo interessatissimo. A forza delle mie preghiere ha prestato qualche somma al cognato, ed ha paura di perdere il suo danaro; ma non vi è pericolo. Mio fratello è un uomo d’onore. Ha degli effetti, non è in rovina, come egli dice, ed ora si sta ultimando una lite, che lo metterà in istato di accomodare le cose sue.

Clarice. Lodo, amica, l’amore che avete per il fratello; ho piacere di avervi veduta, dopo qualche anno che viviamo lontane; preparatemi i vostri comandi, poichè o questa sera, o domani, voglio partire.

Beatrice. Se mai partiste per le male grazie di mio marito, non gli badate. Restate qui senza scrupoli; starò io con voi in casa di mio fratello; non ci private si presto della vostra amabile compagnia.

Clarice. No, Beatrice carissima, vedo pur troppo che ho fatto male a venirvi. [p. 299 modifica]

Beatrice. Perchè?

Clarice. Perchè vostro fratello è in discredito presso del mondo.

Beatrice. V’ingannate: egli non ha che un difetto solo. Tolta una certa prodigalità, che finalmente proviene da un animo generoso, mal regolato, egli è docile, amoroso, da bene. Credetemi, che s’egli avesse al fianco una moglie di spirito, lo ridunebbe alla più saggia, alla più regolare condotta.

Clarice. Chi è quella che volesse arrischiarsi a fronte del suo inveterato costume?

Beatrice. Fra voi e me vorrei che lo riducessimo in poco tempo.

Clarice. Vedo che l’amor vi lusinga.

Beatrice. Ditemi in confidenza, e con sincera amicizia, avete per lui veruna inclinazione?

Clarice. Ne avrei non poca, se non lo conoscessi bastantemente per essere disingannata.

Beatrice. No, amica, non vi pentite d’amarlo. Egli si renderà degno dell’amor vostro.

Clarice. Il vizio è radicato, non è sì facile l’estirparlo.

Beatrice. Proviamoci.

Clarice. Non vi è pericolo.

Beatrice. Eccolo, ch’egli viene.

Clarice. Povero giovine! Peccato ch’ei non abbia un poco più di giudizio.

Beatrice. Voi glielo potreste insinuare.

Clarice. O egli lo farebbe perdere ancor a me.

SCENA XV.

Momolo e dette.

Momolo. (Vela qua. Me vergogno ancora per rason de l’anello). (da aè)

Beatrice. Venite, signor fratello, che la signora Clarice vi aspetta.

Clarice. Non dico che mi dispiaccia il vederlo, ma per verità non lo aspettava poi con quell’ansietà, che vi supponete.

Momolo. (Mia sorella me poderave agiutar, se la volesse). (da sè) [p. 300 modifica]

Beatrice. Via, non lo mortificate, (a Clarice) Accostatevi, (a Momolo)

Momolo. Sorella, con licenza de siora Clarice, sentì una parola. (a Beatrice)

Beatrice. Con permissione. (a Clarice)

Clarice. Accomodatevi.

Beatrice. Eccomi. Che volete? (accostandosi a Momolo, che le parla piano)

Clarice. (Ha un non so che in lui, che mi potrebbe obbligare a mio dispetto. È meglio ch’io me ne vada). (da sè)

Momolo. (Tant’è, m’ave fatto tanti servizi, m’ave da far anca) questo). (a Beatrice)

Beatrice. (Che dirà mio marito, se non mi vede l’anello?) (a Momolo)

Clarice. (Si raccomanderà alla sorella, perchè mi parli; ma se non cambia vita, non farà niente). (da sè)

Momolo.(Questo xe l’ultimo servizio, che ve domando. Quell' anello pol esser la mia fortuna, e senza de quello son desperà). (a Beatrice)

Beatrice. Non so che dire, è tanto grande l’amore che ho per voi, che non posso dirvi di no, a costo di sentirmi gridare da mio marito. Tenete. (a Momolo, e si vuol cavare l’anello)

Momolo. (Fè pulito, che siora Clarice no veda).

Beatrice. Eccolo. (se lo cava, e glielo dà di nascosto)

Clarice. (È lungo il ragionamento). (da sè)

Beatrice. (Volesse il cielo, che Clarice fosse vostra consorte; ma conviene che vi risolviate di mutar vita). (a Momolo)

Momolo. (Vederè, se farò pulito). (a Beatrice)

Beatrice. Eccomi da voi, amica; compatitemi.

Clarice. Fate pure i vostri interessi, io non intendo di disturbarvi.

Beiatrice. Mi consolo con mio fratello, che sa conoscere il merito e sa far giustizia.

Clarice. A che proposito dite questo?

Beatrice. Lo dico per la giusta stima, che egli ha di voi.

Clarice. In questo vi potete ingannare.

Momolo. No, la veda, no la s’inganna. Cognosso el merito de siora Clarice, e desidero de farghe cognosser, se veramente la stimo.

Clarice. Finora ne ho ricevute cattive prove. [p. 301 modifica]

Momolo. (Un altro rimprovero per l’anello). (da sè)

Beatrice. Mio fratello mi diceva appunto or ora, che certamente ha fissato di volersi regolar diversamente, e nell’economia e nel costume.

Clarice. Proponimenti difficili da osservarsi.

Momolo. Quando un galantomo promette, el mantien.

Clarice. Qualche volta si promette, e non si mantiene.

Momolo. (Anca questa sul proposito de l’anello. Ghe voria dar questo, ma no voria che mia sorella vedesse). (da sè)

Beatrice. Questa volta mi faccio io mallevadrice per mio fratello.

Clarice. Lo sapete il proverbio? Chi entra mallevadore, entra pagatore. (a Beatrice)

Momolo. Ben, se manco, pagherà mia sorella per mi.

Clarice. Che cosa potrebbe ella darmi per conto vostro?

Momolo. Gnente che staga ben.

Clarice. Dunque.

Momolo. Donca la se fida de mi.

Clarice. Non ho caparra per potermi fidare.

Momolo. (E toppa su l’anello). (da sè) Sorella, feme un servizio, andè a veder cossa che fa sta zente, che ancuo no fenisse mai de metter in tola.

Beatrice. Volentieri. Vado subito. (Mio fratello vuol restar solo), (da sè) Amica, ve lo raccomando; trattatelo con carità. (parte)

SCENA XVI.

Clarice e Momolo.

Clarice. Non merita compassione un uomo, che si lascia portare dal suo capriccio, che non fa conto dei buoni consigli e non sa mantenere gl’impegni.

Momolo. Intendo benissimo cossa che la voi dir. Merito i so rimproveri, e ghe domando perdon, se l’ho disgustada. Quell’anello che la s’aveva degna de acettar, no lo doveva disponer...

Clarice. Che importa a me dell’anello?... [p. 302 modifica]

Momolo. So che no ghe n’importa, ma el giera soo; lo gh’aveva in deposito, e no lo doveva dar a un interveniente10; ma se l’ho fatto, l’ho fatto perchè, pensandoghe suso, el m’ha parso un regalo troppo meschin...

Clarice. Non parliamo più dell’anello...

Momolo. Anzi se ghe n’ha da parlar, e per farghe veder che son omo, e no son un putelo, e che quel che gh’ho dito, l’ho dito con fondamento, ecco qua un anello assae più bello de quello; che vai el doppio, e che no xe indegno de ela. La prego de receverlo11...

Clarice. No certamente. Se ho ricusato quell’altro, molto più questo.

Momolo. Quell’altro la l’aveva pur accetta.

Clarice. Dissi che lo teneste in deposito, per compiacervi, ma non per questo lo presi.

Momolo. Dopo la me l’ha pur domandà.

Clarice. Lo chiesi per un capriccio, ma non lo avrei ritenuto.

Momolo. Intendo, vedo che la se vol vendicar, ma la prego per grazia, per cortesia, per finezza farme sto onor...

Clarice. Non lo prenderò mai; non vi affaticate a persuadermi, che perderete il tempo.

Momolo. La me farà sto affronto?

Clarice. Prendete la cosa, come volete, non vi è pericolo che io lo riceva.

Momolo. Se no la lo tol, son capace de buttarlo in Brenta.

Clarice. Non sarà questa la prima pazzia, che averete fatto.

Momolo. Per causa soa ghe ne farò ancora de pezo.

Clarice. Non sarà per colpa mia, ma della vostra mente stravolta.

Momolo. Cara ela, la prego, la supplico, la lo toga per carità.

Clarice. Più che lo dite, più mi annoiate.

Momolo. Cossa ghe n’hoi da far de sto anello?

Clarice. Fatene quel che volete.

Momolo. Credela fursi che m’abbia incomodà per comprarlo?

Clarice. I fatti vostri io non li ricerco. [p. 303 modifica]

Momolo. Mi tanto stimo sto anello, quanto che stimo un scorzo de nosa12.

Clarice. Ed io lo stimo meno di voi.

Momolo. Sia maledetta la mia mala sorte.

Clarice. A rivederci; non voglio scene. (in atto di partire)

SCENA XVII.

Colombina e detti

Colombina. Signori, hanno portato in tavola.

Momolo. Tiò sto anello, che te lo dono. (dà l’anello a Colombina)

Colombina. Obbligatissima alle sue grazie.

Clarice. Sempre più si conosce, che siete un pazzo. (parte)

Momolo. (Sento che la rabia me rosega. Cossa hoggio fatto? Ho dona l’anello a custia? Pazenzia. Son galantomo: quel che ho fatto, ho fatto; quel che ho dona, no retiro indrio) (da sè) Va là, che ti xe fortunada. (a Colombina, e parte)

SCENA XVIII.

Colombina, poi Celio.

Colombina. A me un anello di diamanti? Per qual motivo? Ma che sia di diamanti? Ho paura di no, saranno vetri; che se fosse di diamanti, non me lo avrebbe donato.

Celio. È qui ancora mia moglie? (a Colombina)

Colombina. Sì, signore. Va ora a tavola col padrone.

Celio. Senza dirmi niente?

Colombina. Ha mandato ora il servitore a casa per avvisare Vossignoria.

Celio. Perchè restar qui? Perchè non venir a casa? Questa novità non mi piace, e non la voglio assolutamente.

Colombina. Favorisca, signore. Se ne intende Vossignoria di diamanti? [p. 304 modifica]

Celio. Me ne intendo. Vi è qualche cosa da vendere?

Colombina. Favorisca dirmi, se le pietre di quest’anello sono pietre buone. (dà l’anello in mano a Celio)

Celio. Sì, sono buonissime. (L’anello di mia moglie?) (da sè) Chi ha dato a voi quest’anello?

Colombina. Me l’ha donato or ora il padrone.

Celio. Quest’anello è mio: dite a quel pazzo che vi doni la roba sua, (parte portandosi via l’anello)

Colombina. Lo voleva dire io, che non ne era degna. Sia maledetto quando glie l’ho fatto vedere. (parte)

Fine dell’Atto Secondo.

  1. Coppo: tegolo.
  2. Zatta: glielo.
  3. Paperini: trovaremo.
  4. Così Zatta; Paperini ha loco.
  5. Zatta: cogo.
  6. Vedi nota (3) a pag. 268.
  7. Zatta: donate.
  8. Edd. Paperini, Savioli ecc.: se mi avessi attaccato.
  9. Savioli ha punto interrogativo.
  10. Vedi nota (3) a pag. 268.
  11. Zatta: riceverlo.
  12. Guscio di noce. [nota originale]