Istoria dell'astronomia e sistema planetario di Copernico/Poemetto

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ISTORIA
DELL’ASTRONOMIA
E
SISTEMA PLANETARIO
DI
COPERNICO




POEMETTO IN VERSI SCIOLTI.


S
Orgi Fisica Diva, e il vulgo insano
Lascia fra i sogni, e in cieca notte immerso,
Lascia, che stolto i voli tuoi derida,
Allor che di Natura i più nascosi
5Arcani a disvelar poggi animosa
Oltre il regno dei folgori, e dei venti,
Ove debil mortal guardo non giunge.
Di sua follia, del forsennato orgoglio,
Onde i seguaci tuoi rampogna, e morde,
10Disdegno non ti prenda; ei ritenuto
Nella materia, che il circonda, cinto
Sol da confuse idee, teco levarsi

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Non può colà dove il desio del vero
Infaticabilmente ognor ti porta.
15Certo so ben, che là nel Foro, e in mezzo
A folta turba a delirar sol usa
Non quegli sol, che sull’aratro indura
L’esercitata destra, o quei, che al pondo
Delle straniere merci i faticosi
20Omeri sottopon stolta t’appella:
Vi ha degli Apicj ancor, v’ha chi fastoso
Delle fumose immagini degli avi
Languendo in ozio vil, porger ricusa
A i gravi accenti tuoi l’orecchio avvezzo
25Di lascive canzoni al molle suono;
Ma al fianco assisi d’amorosa Nice
Or d’un tronco sospiro, or d’un furtivo
Sguardo filosofare, ah questi lascia,
O là Sedenti in giro, ove la nera
30Indica Droga in bianche tazze spuma,
Tra la mordace ognor larga facondia,
Che della fama altrui si nutre, e pasce,
E pensosa fra lor passa, e non cura;
Che d’ignoranza fra l’orror lasciarli,
35Credi, sarà la più terribil pena.
     Non desio già mirar quei fonti arcani,
Onde le forze prodigiose, e i moti,
Che la natura esercita sul globo,
Che ci sostiene, han vita; a te non chieggio
40L’ascosa penetrar cagion dei gravi
Minacciosi fenomeni, che ponno
A suo grado turbar le vie serene
Della vasta Atmosfera, o nei riposti

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Penetrali avanzarmi, in cui si cela
45Della ridente madre dei colori
Il settemplice raggio, che dai sogni
Cartesiani deterso, alto rifulse
In riva del Tamigi. Ah questo lascia
Basso soggiorno dei mortali, e teco
50Scorgimi là sopra i robusti vanni,
Ove dei Cieli per gl’immensi spazi
Intorno all’almo fiammeggiante Sole
Il Planetario stuol si aggira, e splende;
Ch’io sdegno il tergo del Destrier pennuto,
55Che la fonte Pimplea d’un calcio aperse;
E teco tratto oltre le vie dei nembi
Più glorioso al ciel sia che mi levi
Del bel Frigio Garzone oltre i frondosi
Colli dell’Ida dall’adunco rostro
60Del fulvo augel ministro all’ira eterna
Tratto alla mensa dei celesti Numi
A ministrar ambrosia al sommo Giove,
Ah quegli ardui sentieri a te negati,
E ignoti a te non son. Tu negli estesi
65Campi d’Egitto, e di Caldea sedendo
Fra i numerosi greggi, e fra i pastori
Fanciulla ancora, e di rozzezza ingombra
La prima volta al cielo il desioso
Sguardo volgesti, e dei lucenti globi
70Il vario aspetto meditando, e il corso,
Sceser dai Cieli le stagioni, e l’anno
Sopra la terra ad alternar; e il tempo,
Il tempo edace ebbe misura e legge,
Nè inosservato più nel vasto grembo

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75Dell’Universo errò tacitamente.
Seppe allora per te quando potea
Al suol fidar il non ingrato ferro
Il rozzo agricoltore, e per le azzurre
Celesti vie inonorati, e tristi
80Coi vivi, e fiammeggianti Astri, i Pianeti
Non più errar senza acme. Dall’eccelsa
Cecropia rotta a maggior gloria intanto
Te la Grecia chiamò. Tu le Caldee
Durevoli colonne, e le superbe
85Memfitiche Piramidi lasciasti,
Ove fra sacra nebbia ascosa al vulgo
Gli Ermeti ti apprestaro, e i Zoroastri
Seggio d’eternità contro l’edace
Infaticabil Veglio, a contro l’ira
90Ruinosa di Giove alto ricovro.
Tu allor la pastoral verga, e l’antica
Emblematica veste fra gli Argivi
Sublimi ingegni deponesti, e regio
Manto di gemme, e d’oro aspro discese
95Giù degli omeri tuoi al divin piede
Allor dei Cieli le stellate vie
Contemplasti non sol, ma quanto in terra
Il Sol coi raggi tuoi scalda, e colora:
E lieta al fianco or di Talete, ed ora
100Del pensoso Pittagora, e d’Ipparco,
O d’altro Genio indagator, tua voce
Udì d’alto stupor colmo il Liceo,
L’Areopago udìo. La mente eccelsa
Allor pascesti dei Regnanti, e al fianco
105Compagna indivisibile, e maestra

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Te volle il gran Macedone fra l’armi;
Onde agli accenti tuoi fe plauso allora
Grecia non sol, ma l’universo intero.
Il carro trionfal quindi, che trasse
110Dietro a se cinti di catene, e mesti
I Greci tuoi già debellati in guerra,
Tu pur seguisti, e il vincitor Romano;
E certo allor benchè dogliosa in volto
Fra i Genj alti di Roma ah tu sperasti
115Nobil fede trovare, e di te degna;
Ma oh quante volte il dolce Attico suolo
Rimembrar tu dovesti allor, che Roma,
Roma benchè d’Eroi, benchè di Vati
E d’Oratori eccelsa madre incerta
120Errò fra il Peripato, errò fra Stoa,
E frà l’Epicurea stolta famiglia;
Pur delusa in tua speme, e dai guerrieri
Figli di Marte sol di stragi ardenti,
E d’impor leggi al debellato mondo,
125Lasciata fra gli ameni ozj beati
Or dell’aprica Tusculano, e d’Anzio,
Ed or dei Lucullei orti superbi
Fra l’altere delizie: dal Tarpeo
Forse d’un guardo non degnata unquanco,
130Se te dei giorni il fuggitivo volo
Alquanto a ritardare, ed il confuso
Anno a compor coll’armonia de’ cieli
Cesare non chiamava. In mezzo a Roma
Non curata dai Padri, in tua sventura
135Mesta così sedesti, ove novella
A tua natia beltà luce speravi;

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Ma in petto ancora un bel desìo ti ardea
D’ergerti alfin su vigorose piume
Oltre la bassa terra, ed agli erranti
140Astri levarti, e spaziar pel Cielo;
E ben per lungo variar d’etadi
Ti pascesti di speme; allor che surse
Quei, che indurar poteo repente i cieli
In solido cristallo, e i tuoi sperati
145Voli tra sfere, ed Epicicli involse.
Fra la speme, e il timore incerta erravi
Pur non oppressa ancora, ancor augusta
Diva ricinta di serena luce;
Allor che il fier barbarico torrente
150Precipitò dagl’Iperborei monti,
E Italia, e Grecia ruinoso corse.
Innanzi alla Vandalica, alla Gota
Rabbia, che strinse la scomposta chioma
Della tremante maestà Latina
155Pallide tacquer le scienze, e l’arti,
E tu con esse, ahi misera! giacesti
Oppressa al suolo, e tue gravi sentenze
Un tenebroso turbine rapìo.
Stupido sul quadrante, e sul compasso
160Il Barbaro arrestossi, ed i fanciulli
Fer de’ lor giochi, e de’ lor scherzi obbietto
Le arcane geometriche figure.
Dal Goto caos alfine emersa alzasti
Fra gli Arabi la fronte, e in voce allora
165Barbarica stridesti. In riva al Reno
Te poi trasse la regia aura seconda
Dei Federighi. Il biondo Tago, e l’Arno

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Te vider quindi, e le Romulee sponde;
Ma ti cinse di veste obbrobriosa
170La sordida impostura, e l’ignoranza.
Con presagiti sogni allor le menti
Fosti dei Regj a lusingar costretta
La sorte dei mortali agli astri in grembo
Fingendo discuoprire. In mezzo al Foro
175Con grave scorno tuo dovesti allora
Sedere, e vender parolette al vulgo.
Armata di scolastico flagello
La torva autorità ti venne accanto,
Orgogliosa per veste in ampio giro
180Cadente giù dai curvi omeri ingombri
Di profonda cocolla, ampio decoro
Talora, e involto della rasa fronte,
D’improvviso pallor sparsa il sembiante
La bella libertà, che al sen stringevi
185Pianse da te divelta, e in lacci avvinta.
Quanto dolente ahimè, quanto infelice
Alma Fisica Dea tu fosti allora!
Certo chiedevi che di nuovo il Goto
Furor scendesse dalle spiagge Artoe
190A far sopra di te l’ultimo scempio;
Ma in mezzo all’alto orrore, ond’eri avvolta
Te a respirar chiamò dal lungo affanno
Il profondo Copernico e sua voce
Dalle pupille tue terse il bel pianto.
195Sorgesti allora, e disdegnosa l’atre
Astrologiche bende al suol lasciando,
E rotta la Dialettica faretra,
Te vera Dea conobbero le genti

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Al portamento, ai panni. Al fianco assisa
200Di quel genio immortal, che osò primiero
L’armonia violar delle sognate
Ruotanti sfere, e disgombrare i Cieli,
Tu seco allor delle quiete notti
Entro il dotto silenzio meditasti
205Il mondial sistema, che per lui
Scosse le antiche fole, onde era ingombro,
Innanzi a te di Verità si cinse.
Sotto il gelido Artoo Cielo poi crebbe
Fra i gravi studj tuoi del gran Cheplero
210L’alto maestro, e di color, che sanno,
Il Danefe Ticone. Egli l’antico
Ptolemaico dei Cieli ordin compose
Colla vaga armonia Copernicana:
Tolse la terra al curvilineo moto,
215E al prisco immaginato ozio tornolla;
Pure imperfetta ancora, ancor fanciulla
Osservazione al fianco tuo sedea.
Allor che alfin quel tuo gran lume apparve
Dell’alma Flora in sen, quello cui debbe
220Gallia i Cassinj suoi, Anglia i Newtoni,
L’immortal Galileo. Tinse Natura
Improvviso rossor, e le solari
Macchie cuoprire invan tentò d’un velo.
Ei t’armò il fianco d’animose penne,
225E coll’industre Telescopio, ond’egli
Assalse il Ciel non più tentato in pria,
E gli azzurri ne aperse ardui sentieri
Degli astri al regno i voli tuoi diresse:
E dalla bella Etruria mia, che nuovo

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230Ti alzò seggio di gloria all’Arno in riva;
Su cui sorgesti allor Donna, e Reina
De’ prischi sogni vincitrice, infranto
Giacendo al suol del Peripato il giogo;
Da questa alma region, che sì ti piacque
235Non fuggisti, e da Noi. So ben che all’Anglia
Arridi ancora, e ancor Gallia t’è cara;
Ma tu pur vivi anco fra noi; che dolce
Il nome ancor di Galileo risuona
Alla memoria tua. Fra queste eccelse
240Mura, ed in questo alle scienze sacro
Almo Liceo tu degnamente siedi.
Lacera il crin sopra la fredda tomba
Piangesti, è ver dell’immortal Perelli;
Ma del profondo suo saver credi
245Tu miri ancora intorno a te sublimi
Dei detti tuoi de’ tuoi profondi arcani
Interpetri, e custodi, e quì pur hai
Chi contemplando il Cielo, astri novelli
Discuopre, e accresce il Planetario stuolo
250E che? Forse il beato Etrusco Cielo,
Forse questa, cui l’Arno irriga, e parte
Alta città vetusta in abbandono
Lasciar potresti or, che dal soglio amica
Stende la destra a te l’Austriaco eccelso
255Germe caro alle genti, e caro ai Numi,
E dei consigli suoi te chiama a parte;
Onde fra i Regj alti pensieri avvolta
Ravvisi in esso il tue novello Aurelio?
Tu sai ben quanto a Lui se’ cara, e quanta
260Parte di te nel Regio petto accoglie:

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Ei, che col guardo esplorator le fibre
Più minute contempla di natura
Sotto chimica mano invan ritrosa,
Ei pur te siegue per le vie degli Astri
265Talora, e asceso alla magion dei Numi
Parla col sommo Giove, e la soave
Arte di reggere i mortali impara,
Onde sorge l’Etruria, e si fa bella.
Dunque se Alfea ti alberga, e se la Regia
270Aura ti arride per il Ciel Toscano,
Dunque benigna i desir miei seconda,
E me su l’ali tue scorgi.... Ma i venti
Non disperser miei voti. Il lungo crine
.. Cadente in lucido or sul roseo tergo
275Sparsa a Zeffiro in preda, oltre gli eccelsi
Gioghi Atlantei, oltre le nubi, ed oltre
I turbini sonori, e le tempeste
Già mi levasti, o Dea, nè alcun sognato
Solido cielo i voli miei ritarda.
280Degli erranti finor miei sguardi alfine
Già l’inganno si ruppe: ecco già sparve
L’impercettibil corso, onde i remoti
Astri aggirarsi al nostro globo intorno
In un sol dì parea; ben di natia
285Luce ricinti all’ampio vuoto ingrembo
Sfolgoreggiano ognora in ozio eterno.
Ecco non più dall’oriente io veggio
Sorger gli erranti in ciel vaghi Pianeti,
Non arrestarsi or più nè in strana guisa
290Retroceder gli miro a mezzo il corso;
Ma dall’Occidental parte all’Eoa

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Rapiti ognora in orbite diverse
Non interrotto in ciel corron sentiero;
Ben strani moti in lor fingea ravvolto
295Sul nostro globo al maggior astro intorno,
Qual chi dai venti sopra mobil legno
Tratto pel sen della cerulea Teti
Crede moto del lido, e degli scogli
Quello, che il porta ver contraria parte.
300Ma a chi primo di voi, o sempre ardenti
Globi, del nostro Ciel luce, e decoro,
Fia che or lo sguardo desioso io volga?
Tu Re degli astri, almo ridente Sole,
Col tuo natìo fulgor, che il tutto avviva,
305Primo m’appelli a te. Tu sei quel Nume,
Ch’io delle lunghe vigilate notti
Fra lo squallor dall’inquiete piume
Appresi ad invocar; nè preda, e gioco
Son degli Euri i miei voti: in Ciel tu sorgi
310Appena dall’Eoa spiaggia vermiglia,
Che pietoso ai mali miei diffondi
Sopra l’egre pupille un breve sonno,
Che le convulse illanguidite fibre
Furtivamente almen molce, e ricrea,
315Ma ahi su me veglia lento sì, ma crudo
Morbo, che occulto per l’eletta sede
Serpe dell’alma, e fra le idee languenti
Le nervose potenze urta, e depreda!
Sente l’inerzia, che le vie de’ sensi
320Tutte di freddo gel sparge, e repente
Si sgomenta, e li fugge l’immortale
Dei pensier donna alla tristezza in braccio.

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Deh tu, Nume benigna, tu, che padre
D’Esculapio pur sei, dalla Cirrea
Frondosa cima a respirar le prime325
Aure di fresca sanità me torna;
E allor m’udrai per l’Eliconie selve,
Lungo i vergini fonti, accanto a Clio,
Quella cetra temprar, che fu tuo dono,
E per l’Irato ciel levarmi a volo,330
A dar forse di me non bassi esempj.
Tu ben lo puoi, tu che a Natura in seno
Spiri coi raggi tuoi anima, e moto.
Io già te veggio quasi in soglio asceso
Nel centro fiammeggiar: Tu d’inquieto335
Inestinguibil fuoco procelloso
Vastissimo Oceano intorno all’asse
Rapidamente ognor mosso, diffondi
Ed oltre il Sirio, e le Tindaree stelle,
Oltre il Bereniceo crine lucente,340
E il freddo Arturo eternamente spingi
Un lucido diluvio, onde la faccia
Degli oscuri pianeti illustri, e scaldi:
Tu enorme globo ancor, con l’attraente
Forza, che ognor dalla materia emerge345
Imperioso a te li chiami: immenso
Gli anima, e scuote pur moto fuggente
Dalla voce superna Creatrice
Impresso in lor, che con rapido corso
Per le tangenti dell’azzurre Ellissi350
Gli spingerebbe a portar guerra agli Astri,
O a errar confusi dell’antica notte
Per l’ampie solitudini profonde.

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Essi ritrosi invano, e incerti in mezzo
Alle luttanti insiem potenze altera355
A te d’intorno con alterni moti
Volvonsi ognora, e in regolati giri.
E tu, o Mercurio, o dall’Argive sola
Fatto già Nume un dì, figlio di Maja,
Figlio del sommo Giove, e Nunzio amico360
A i celesti non men, che ai Numi inferni
Della Cetra, che poi fu cara a Febo
Fabro ingegnoso insiem, cui diero in cura,
La divina facondia, e i sacri studj.
Tu primo in te senti il vigor di queste365
Vittrici forze, e intorno al Sol ti aggiri
Entro i suoi raggi immerso, onde ti celi
Spesso al guardo astronomico... ma veggio
Già sfolgorare innanzi a me ridente
L’alma Acidalia Dea Venere bella,370
Che dei molli piaceri un dì nodrice
Nei sozzi templi d’Anatunta, e Paso
Ebbe da folta turba incensi, e voti,
Or foriera del giorno, ed or seguace
Sotto triplice aspetto a me risplende.375
So ben che cinta d’immancabil luce
Un dì la immaginaro Atene, e Roma;
Ma aggirarsi del Ciel per gli ampli spazj
Sotto altre forme Galileo la vide,
E al guardo suo trionfator dei Cieli,380
lnvan fremendo di Stagira i servi,
Celar non seppe la cornuta fronte.
Ma qual la cinse orror, quanto diversa

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Dalla vaga d’Amor stella ridente,
Che in Ciel fiammeggia in compagnia dell’Alba385
Nel non atteso invan giorno comparve,
Che nei solari ardenti raggi immersa
Lei vider mille Zoroastri, e mille
Dalle Torri Europee vedova, ed orba
Di tutto il suo splendor, segnar d’oscura390
Macchia del Sol la luminosa faccia?
Certo cred’io d’egual vergogna, e scorno
Non si tingesse allor, che nuda in braccio
Al bellicoso Dio, si vide innanzi
Al sommo Giove, e agl’altri Numi avvinta395
Fra la volubil rete, e udio l’eccelsa
Olimpica magion di commun riso
Alto echeggiar: mentre in disparte il torto
Affumicato aspro conforte i lacci
Vie più stringendo, il prigioniero amante400
Baldanzoso scherniva: e intanto all’atra
Fuligine del crin fregi novelli
Misero! preparava; che del tardo
Saturno istesso per le fredde membra
Fama è, che allor scorresse di repente405
Insolito calor. Ma a che vaneggio
Fra le sognate un dì bizzare sole
Sacre alla turba, che Permesso onora?
Rimosso dall’antico ozio, in cui cieco
Filosofar di lunghe etadi avvinto410
Te ritenne nel centro, a me ti mostri
Coll’argenteo satellite triforme
Per la stellata Eclittica rapito,

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O terraqueo Pianeta, o sede eletta,
In cui d’un Dio l’opra più bella splende,415
La meraviglia di natura, l’Uomo.
Ah sì su te dal vortice degli anni
Rapita, e spinta la progenie umana,
Passa, e ritorna ognor; tu nelle leggi
Che il Fabro immenso in sen t’impresse, immota420
Eternamente stai; ma dove or sono
L’ampie Cittadi, e i Regni, ove gli orrendi
Bellici moti, che le menti eccelse
Agitan dei Regnanti, onde repente
Fia che pianga sconvolta Europa intera?425
Angli, Galli, Germani, e o Voi gelati
Dell’Odrisio Tiranno alto spavento,
Nordici abitatori, o della vasta
Atlantica marina, o dell’Europa,
Dell’America, e d’Asia arbitri e donni.430
E dove or siete? Ah che un confuso io veggio
D’insetti ammasso disputar dei regni!
Ma già il tetro splendor di Marte in ampia
Orbita errante intorno, al Sole al guardo
Mi si offre. Ah questi è il Dio, che guerra e strage435
Porta talor fra i miseri mortali.
Alma Madre d’Amor, tu che a tuo senno
Volgi quel Cor superbo allor, che asperso
D’atro sudore il truce aspetto, e d’empie
Stragi fumante ancor l’accogli in grembo,440
Tu placa l’ire sue, e tu il ritarda
Fra le amorose braccia, onde ei non scenda
Su la misera Europa a sparger sangue;
Ma quai disciolgo non intesi accenti
Che quasi nebbia innanzi ai Rai del Sole445

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Si perdono nel nulla? Ecco di Giove
Il lucente, e benigno Astro, cui fanno
Vaga corona le Medicee stelle,
Che inosservate in Cielo errar per lungo
Ravvolgere di secoli, lo sguardo450
De’ Caldei deludendo, e in un dei Greci
finchè il Tosco Linceo alto alle genti
Non lo svelò coll’occhio suo novello,
E lor diè nome eccelso, onde superbe
Prestano al lor Signor luce più bella.455
Ei di mole vastissimo sugli altri
Astri solari giganteggia, e splende;
Ebben sei volte ed altrettante il nostro
Terraqueo globo l’Ariete segna,
Pria che l’immensa curva, in cui s’aggira460
Ei compia intorno al Sol, benchè da quelle
Sue mutabili ognor macchie comprenda
Astronomico sguardo, che possente
Rapido moto ognor l’anima e spinge
Entro l’orbita sua. Ma già l’estremo465
Satellite del sole, il favoloso
Padre di Giove, il buon Saturno io veggio
Splender non lungi con incerta luce.
Mi volgo addietro, e già Mercurio, e l’alma
Lucida stella, a Citerea diletta470
Col nostro globo più non veggio, e il Sole
E’ un piccol astro agli occhi miei; ma denso
Orror pur non ingombra e notte eterna
Si remoto Pianeta. Ha cinque intorno
Astri seguaci suoi, ed il circonda475
Il non inteso ancor fulgido anello,
Che dà luce al suo cielo, e adorno il tende;

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Ma tanto spazio dal maggior Pianeta
Il disgiunse, e da noi, che ben sei lustri
Numera l’implacabil Re degli anni480
Pria ch’ei percorra del Zodiaco i segni,
E il suo remoto ampio sentier... Ma dove
Mi trasporti, o mia Dea? Ah forse il corso
Vuoi ch’io pur siegua degli erranti globi
Sulle forti tue penne, e il variato485
Moto ne scorga pei sentier celesti,
Allor che giunti nel remoto Afelio
La valida solar forza languendo
Segnan più tardi ancor le vie del cielo?
O allor che dopo lungo errar discesi490
Nel Perielio loro, al Sol vicini
Dell’attraente forza, imperiosa
Per l’ampie vie del Ciel fervidi, e pieni
Più rapidi misurano lo spazio,
Onde svelata appien quindi la grave495
Cagion scorga, per cui degli astri il corso
Entro figura ellittica si curva?
Deh sì nascosi arcani alla profonda
Algebra taciturna, e alla pensosa
Matematica lascia. In più sublime500
Remota region forse vorresti
Trarmi scorrendo il penetrabil vano?
Sò ben che là da grave notte oppresso
S’aggira il vario stuol dei vagabondi
Astri che pur l’alto del sole impero505
Risentono; e qualor per le slongate
Orbite a lui s’appressano, e gli accolti
Atri vapor trasformano in estesa
Squallida coda od in sanguigna chioma

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Ravvolge il vulgo nel suo van pensiero510
Guerre funeste, e vedovati Troni.
Ma tanto alto levarsi è folle impresa.
Raccogli i vanni, e me ridona alfine,
Astronomica Diva al basso suolo:
Non spero audace immergermi fragli astri,515
Che nuovi soli luminosi forse
lllustrano altre terre, altri mortali.
Sopra serica macchina volante,
Che addietro lascia le Dedalee penne
S’erga pur Gallia baldanzosa, e scorra520
L’inviolabil regjon dei nembi.
Di più perfetto Telescopio armata
Anglia lo sguardo oltre Saturno spinga,
E muova agli astri più sicura guerra.
In ira è a Giove la superbia umana;525
Ei dei ciechi mortali alle impotenti
Ricerche in preda diè Natura, e l’alte
Cagioni arcane delle cose avvolse
D’una eterna caligine profonda.
Prometeo avvinto sul Caucaseo scoglio530
L’augel vorace eternamente pasce.
Geme Salomoneo nel cupo averno,
E sotto la fumosa Etnea montagna
Il fulminato Encelado sospira.
La mia ruina ingloriosa il nome535
Non cangerebbe a un mar, nè in bianco marno
Avrei sepolcro dalle meste Ninfe
Sulle sponde del Po nuovo Fetonte.


F I N E.