Le medaglie di Giuditta Pasta

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Cencio Poggi

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Le medaglie di Giuditta Pasta Intestazione 13 marzo 2018 75% Numismatica

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LE MEDAGLIE


di


GIUDITTA PASTA




Poche artiste di canto, forse nessuna, possono vantare tante medaglie eseguite in loro onore quanto Giuditta Pasta: ve ne ha un’intera serie, e, come i busti ed i ritratti che di lei si conservano, ci sono documento di quella ammirazione che per la cantante elevata, per l’artista coscienziosa ebbero i nostri nonni.

Basta scorrere i giornali di sessantanni fa, non esclusa quella Gazzetta di Milano, tanto berteggiata dal Porta, ma che allora dava il tono alla critica e guidava l’opinione pubblica, per incontrare ad ogni passo elogi ed entusiasmi per la diva. Non entusiasmi fittizi, preparati, comperati ad un tanto il rigo come oggi spesso avviene; ma che rispecchiavano gli entusiasmi veri e profondi che per la celebrata artista invadevano il pubblico tutto.

La più semplice circostanza che riguardasse la diva, porgeva occasione agli ammiratori di manifestare la loro devozione, [p. 518 modifica]Nella Gazzetta s’accese una fiera polemica intorno al luogo di nascita della Pasta; “poi nella città dove si scrissero de’ grossi volumi per provare comasco Plinio, s’agitò in istampa e a lungo, la questione se la Pasta sia comasca o no” .

“È vero” soggiunge argutamente il Cantù1 “che bastava guardar i libri di battesimo: ma questa via spiccia non è né poetica né diplomatica”.

Una via così semplice, così naturale, fu scar tata dai polemisti d’allora, come pare fosse più tardi anche trascurata da chi ebbe a scrivere la biografia della Pasta: né sul luogo né sulla data si accordano i suoi biografi. Non sarà quindi del tutto ozioso stabilire che la celebre artista nacque a Saronno il 26 ottobre 1797 e ricevette al fonte battesimale i nomi di Angela Maria Costanza Giuditta. Suo padre chiamavasi Carlo Antonio Negri, la madre Rachele Ferranti. Non a Como dunque, come scrive il Fétis, né manco a Milano, come ci potrebbe far credere il bel medaglione di David d’Angers, che la cortesia del Dott. Alfredo Comandini ci dà modo di pubblicare.

In età infantile imparò i primi elementi della musica sul cembalo, sotto la direzione di uno zio materno, e, date buone prove di sé, ebbe lezioni di musica e di canto dal maestro Giuseppe Scappa di Como. A questa scuola durò dieci anni, ed è verosimile quanto afferma il Fétis, che passasse quindicenne allieva del Conservatorio di Milano. Cogli studi musicali andavano di pari passo ogni altra maniera [p. 519 modifica]di liberali studi, dando fra questi preferenza ai drammatici. “Si familiarizzò così” (a quanto ne dice un suo biografo) “con Metastasio ed Alfieri, con Voltaire e Shakespeare.” E per quanto io sia molto restio a prestar fede alla familiarità della giovinetta col tragico inglese, non ancora qui apprezzato come lo fu dappoi, tuttavia si può facilmente credere a siffatti studi che prepararono in lei quel talento drammatico che doveva riscuotere il plauso di Talma.

Giovanissima s’unì in matrimonio a Giuseppe Pasta, dottore in leggi, facile verseggiatore, appassionato assai per la musica, e dilettante di qualche pregio.

Dei primordî della carriera della Pasta, poco si può dire, che ninna traccia lasciò a Brescia, a Parma, a Livorno, ove, a detta del Fétis, cantò nel 1815. L’anno seguente invece ebbe maggior incontro sulle scene del teatro dei Filodrammatici in Milano. Cantò quivi insieme al marito in un’opera del suo maestro, Giuseppe Scappa, intitolata: Lopez de Vega2, ed in quella circostanza “il poeta de Vega, Sig. Giuseppe Pasta e la prima delle tre Isabelle, signora Giuditta Pasta, vennero meritatamente riconosciuti degni del primato nella forza, espressione e modi di melodica maestria.” Nei primi del marzo di quell’anno (1816) gli sposi Pasta riscossero ancora applausi in quello stesso [p. 520 modifica]teatro in un’azione melodrammatica: La contesa che ebbe luogo per festeggiare i sovrani. Cosi trovo nei giornali d’allora, sebbene in un libro recente3 si legga che questa Contesa fosse specialmente dedicata all’inaugurazione del busto di Carlo Goldoni. Ma sia come si voglia, certo è che in queste rappresentazioni la nostra Giuditta seppe acquistarsi tanta fama da essere scritturata come virtuosa di canto al Teatro Italiano di Parigi, ove brillava un astro del mondo canoro, la Catalani.

Mediocre accoglienza avrebbe avuto colà da principio, se diamo retta ad un biografo4, ma a Milano correva diversa novella. La sera del 18 giugno (1816) si rappresentò sulle scene del Teatro Italiano di Parigi il Principe di Taranto del maestro Paër. “Con quest’opera, che non è per certo una delle migliori dell’illustre compositore, comparve per la prima volta, madama Pasta, giovine virtuosa, giunta non è guari dall’Italia, e che unisce ad una voce estesa ed espressiva un buon metodo di canto. Il pubblico le fece le più liete accoglienze, le quali sono di felice presagio per quei successi che sembrano riserbati ad una cantante del suo merito.” Tanto scriveva un giornale d’allora, cui i fatti vengono a dar ragione, poiché l’anno appresso passava a Londra.

Colà tuttavia non le arrisero le sorti, e tornò in [p. 521 modifica]Italia, ove tra il 18 ed il 21 cantò tre volte a Venezia, due a Padova, una a Torino, Roma, Brescia e Trieste. Ma rivalicò ben presto le Alpi e dal 1821 al 1827 passò di trionfo in trionfo tra Parigi e Londra. Fu in uno di questi, fra l’aprile ed il settembre del 1822, che il soave canto della nostra Giuditta richiamò alla mente dell’autore dei Martiri, allora canuto ambasciatore del regno di Francia, la dolcezza della voce di quella Carlotta, ch’egli aveva amato nel suo primo soggiorno a Londra5.

Non è mio intendimento seguire passo passo la carriera di Giuditta Pasta: ciò mi trascinerebbe fuori dal mio compito, e sarebbe alieno dall’indole di questa rivista. Non è però da tacersi quanto intorno alla famosa artista ci trasmise uno scrittore acuto, spesso paradossale, ma sempre simpatico: lo Stendhal.

Scriveva egli nel 1823, quando cioè la nostra Giuditta era ancora al principio della sua carriera.

L’entusiasmo dello scrittore francese ci sarà argomento a spiegare come pochi anni dopo, tornata in patria la Pasta, vi trovasse accoglienze ed onori da trionfatrice. Un intiero capitolo6 dedica egli nella vita di Rossini alla nostra artista, e ce la dipinge come un’attrice giovane, bella, ricca di sentimento e d’intelligenza, sobria nel gestire; ma in > quella dolce e soave semplicità sempre fedele al vero; con una voce che rende commovente la più semplice parola

[p. 522 modifica]di un recitativo, e che nei più forti accenti trascina i cuori più insensibili a condividero l’emozione ch’esprime nelle arie più sentite. Ed il merito suo come attrice ci vanteranno le nostre medaglie: merito tanto più riconosciuto allora che non erano ancora del tutto spente le tradizioni delle sguaiate virtuose del secolo scorso. Superava Giuditta tutte le sue rivali, e riusci perfino ad oscurare la fama della Antonietta Pallerini, la quale nelle creazioni coreografiche del Vigano si era meritata anch’essa una medaglia7 colla scritta — più che la voce altrui puote il suo gesto. —

La perizia drammatica della Pasta meritò pur anco l’elogio di Talma, l’attore che aveva avuto una platea di sovrani. Si narra che assistendo egli (1824) ad una rappresentazione del Tancredi, attrattovi dalla fama della diva, seguisse immobile, commosso, l’azione dell’artista, ed in fine, cedendo all’ammirazione, gridasse: “C'est une bien belle chose!” Ed alla Pasta stessa confessava il tragico francese che “dessa aveva raggiunto quell’ideale ch’egli aveva sognato; che era venuta al possesso di quei segreti ch’egli aveva ardentemente cercati nella sua lunga carriera teatrale per commovere il cuore umano.” 8. Era il Tancredi il suo cavallo di battaglia, e sarà difficile, scrive una donna di non facile [p. 523 modifica]accontentatura9, che si ripeta un concorso così meraviglioso di qualità, una fusione così completa di bellezza, di potenza vocale e drammatica, come si riscontrava nella Pasta sotto le spoglie di Tancredi, L’espressione del suo canto poi riusciva difficile ad essere analizzata: “Quando si esce da una rappresentazione” (ci dice il citato Stendhal), “nella quale la signora Pasta ci ha commossi, non possiamo rammentarci altro che la grande e profonda emozione che abbiamo provato; ma non ce ne sappiamo rendere ragione. La sua voce non ha un metallo straordinario, non ha una flessibilità sorprendente, non ha nemmanco una estensione fuori del comune: è unicamente e semplicemente il canto che parte dal cuore,

Il canto che nell’anima si sente,


che trasporta e commove tutti gli spettatori che hanno pianto nella loro vita per cose che fossero da più del denaro e delle decorazioni.”

A tanta grazia, a tanto merito, non restavano insensibili le arti sorelle. La Pasta strinse amicizia coi più scelti ingegni che brillavano allora in Parigi; Gerard, il valente ritrattista, ne riproduceva l’immagine nella desolata Desdemona10, e sotto le classiche spoglie di Euterpe11; David d’Angers, il [p. 524 modifica]celebrato scultore, ne fissava il superbo profilo in uno di quei medaglioni suoi tanto apprezzati. Il medaglione (vedi qui di fronte12) porta la data 1828 ed è per avventura questa quella che segna l’ultimo suo trionfo senza contrasti, senza rivalità, in Francia. Staccatasi dal Teatro Italiano di Parigi, abbandonata per poco l’Inghilterra, ch’ella, memore delle accoglienze avute, soleva chiamare “la sua seconda patria”, ripassò le Alpi, preceduta dalla fama di insuperata artista.

Nuovi applausi, nuovi onori l’attendeano a Vienna, ove si recò, nel febbraio 1829, a cantare nel teatro fuori di Porta Carinzia. I Viennesi si mostrarono entusiasti della diva, ed il Conte di Gallenberg, impresario del teatro, otteneva di prorogare la scrittura: gli abbonamenti (ed è questo un ottimo documento di ammirazione sincera) fioccavano. Poco prima che lasciasse la capitale austriaca, il conte di Czernin, I. R. Ciambellano maggiore, rimetteva alla Pasta un espresso aulico decreto spedito per ordine di S. M. I. R. Apostolica, col quale le era conferito il titolo di prima cantatrice di Camera, “e ciò in graziosissima ricognizione di quella rara virtuosità nel canto, che in si alto grado è propria di questa artista, e della quale diede prove si meravigliose in presenza della sovrana Corte13.”

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Dalla nuova onorificenza accordata alla Pasta prende occasione la medaglia di Vittorio Nesti che presentiamo qui sotto. Non è però da credersi che il Nesti l’eseguisse subito: egli verosimilmente volle attendere che il pubblico milanese avesse udita la celebre artista e ne avesse ammirato il valore. Infatti la presente medaglia non fu posta in commercio che nei primi dell’agosto14. Ed i milanesi si erano pronunziati a tutta prima confermando la fama europea di Giuditta Pasta.


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Mm. 44.

D/ ― GIUDITTA PASTA.

Busto a sinistra. Nel taglio: nesti f.

R/ — TITOLATA — NEL MDCCCXXIX — PRIMA CANTATRICE — DI CAMERA — DI — S. M. I. R. AP.

(Arg., Gabinetto di Brera; bronzo e br. dorato, Civico Museo di Como).

[p. 528 modifica]L’entusiasmo andò crescendo nelle cinquanta rappresentazioni fatte al Carcano, ove la nostra Giuditta sciorinò il suo repertorio. Ritratti della diva in ogni luogo... perfino sulle tabacchiere, perfino sui fazzoletti. E il delirio non conobbe confini quando le rappresentazioni ebbero termine (31 luglio 1829), e trattandosi di una artista così brava, dice un giornale di quel tempo, “non v’ha cosa che possa ragionevolmente sottoporsi a censura. Si nel teatro, come fuori, e sotto alle finestre della casa in cui abita, Madama Pasta ebbe applausi tanto vivi e numerosi e continui, che noi al certo non ci ricordiamo d’averne mai intesi e neppure immaginati di uguali.”

La seguente medaglia ci viene a testimoniare quali fossero i sentimenti del pubblico:

Br. Mm. 34.

D/ ― GIUDITTA PASTA — 1829.

Busto a sinistra (come sulla medaglia a pag. 530).

R/ — SVBLIME — NEL CANTO — VNICA — NELL’AZIONE.

(Collez. Ballarati e Museo Municip. di Milano).


Ma non ristavano gli onori alla diva: parecchi signori comaschi si quotavano per sostenere le spese di trasportare fosse per una sera sola lo spettacolo del Carcano al Teatro Sociale di Como. Ed ella si arrendeva all’invito quando seppe che lo spettacolo andava a beneficio di una pia istituzione. E qui applausi [p. 529 modifica]plausi senza fine, versi, epigrafi, e marmi che rammentassero la fausta data15.

Non è dunque da meravigliarsi se all’Esposizione di Brera di quell’anno troviamo il busto di Giuditta Pasta vicino a quello di Vincenzo Monti, e di Cesare Beccaria. Tutti e tre opera di Pompeo Marchesi. Il primo, commissione della Società del Giardino, che ne fregiava le sue sale dove ancora si vede; il secondo, destinato dall’Accademia dei Filodrammatici ad ornare l’atrio del teatro pel quale tanto si era adoperato l’autore della Basvilliana. L’uno e l’altro, soggetto di versi a Felice Romani16.

Il 5 dicembre 1829 ai Filodrammatici, scrive il Pezzi nella sua Gazzetta, “la bellezza e le grazie, il sapere ed il senno, la giovinezza e l’età matura, con tutti i più nobili sentimenti inspirati dalla circostanza, si dieder la mano per concorrere a rendere brillante e magnifica” l’inaugurazione del busto di Vincenzo Monti, “Il teatro illuminato a giorno schiudeva allo sguardo il più vago ed il più variato spettacolo che onorava ad un tempo la città nostra e quelli che prendevano a cuore di si degnamente apprestarlo17.”

Al finire della recita dell'Aristodemo calarono nubi che s’addensarono sulla scena, ma dissipate al tocco di armonici concenti, scoprirono un tempio nel quale spiccava in mezzo a quelli d’Omero, di Dante, di [p. 530 modifica]Petrarca, d’Ariosto, di Tasso, di Alfieri, di Metastasio, il busto di Monti. Un coro di Genii, nei quali erano simboleggiati l’Estro, l’Immaginazione l’Armonia, la Poesia tragica, la lirica, e l’epica piangono, afflitti dalla perdita del poeta; quindi scendono personificati il secolo decimottavo ed il decimonono a contendersi chi debba posare la corona di alloro sul capo di lui; ma mentre dura la gara, in più alta ed elevata sfera appare raggiante l’Eternità, che tolto ad essi di mano l’alloro “lo ripone riverente su quell’omerica fronte” . La Pasta, che sosteneva la parte dell’Eternità, in quell’atto solenne pareva che “traesse dall’alto un’ispirazione novella, tanta era la nobiltà del suo atteggiamento, si grande l’espressione del suo sguardo, si caratteristica la mossa del suo volto.”

L’azione era stata immaginata, e vestita di bei versi, da un giovane che il Monti aveva “prediletto li qual figlio” e che già dava grandi speranze di sé — Andrea Maffei.

In quella sera memorabile, alla nostra Giuditta veniva presentata la seguente medaglia:


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Mm. 34.

D/ — GIUDITTA PASTA – 1829

Busto a sinistra.

[p. 531 modifica]R/ — OVE — I PRIMI — CANTI SCIOLSE — OR — ITALA EVTERPE — CANTA DI — VINCENZO MONTI ― LE GLORIE ― E NE DIVINIZZA IL NOME – –––––––––– – NEL TEATRO FILODRAMMATICO ― IN MILANO — IL V DICEMBRE ― 1829.

(Br. dorato, Gab. Brera e Collez. Gnecchi;
br., Collez. Comandini).


Il busto della Pasta, raffigurato sulle due anzidette medaglie, si trova pure riprodotto in questo medaglioncino:


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Metallo giallo. Mm. 56.
Senza rovescio.

(Collez. Ballarati e Collez. Comandini).


Anche la medaglia che segue si riferisce alla medesima solennità sopra indicata, e fu presentata a nome dell’Accademia dei Filodrammatici, come ce lo dice [p. 532 modifica]la scritta e come ce lo confermano le due teste di Alfieri e Goldoni, che ornano anche oggi le medaglie colle quali quella fiorente Società onora gli artisti.

Due medaglie per una sola circostanza, come ognuno vede! Non parvero allora soverchie; bensì fu notato che in quella memoranda serata l’Accademia derogò ad una inveterata consuetudine, che, cioè, calato il sipario al finire dello spettacolo non più si rialzava: per ben tre volte, dinanzi agl’insistenti applausi del pubblico, il sipario fu levato per acclamare l’itala Euterpe.

Br. Mm. 47.

D/ — GOLDONI ― ALFIERI.

Teste accollate, a sinistra, e sotto: l. manfredini f.

R/ — Nel campo, in corona d’alloro: A — GIUDITTA PASTA — ATTRICE CANTANTE — V DICEMBRE MDCCCXXIX. In giro: ACCADEMIA DE’ FILODRAMMATICI DI MILANO.

(Civico Museo di Como).


Dopo le rappresentazioni al Carcano, dopo i trionfi di Como, passò Giuditta a Bologna per la stagione di autunno (dai primi dell’ottobre alla fine di novembre) a quel Teatro Comunale. Quivi si ripeterono gli entusiasmi consueti, sebbene non le mancassero critiche per la voce talvolta ineguale: tuttavia si riconobbe il magistero nell’arte del canto della nostra diva. Questo giudicio vollero confermare i soci del Casino di Bologna presentando alla Pasta la medaglia chequi descriviamo. Come le veniva confermata la palma nell'arte del gesto sulla Pallerini, la quale su quelle stesse scene in quei giorni aveva dato [p. 533 modifica]saggio di mimica valentia. Il Conte Marchetti, per lunga dimora diventato bolognese, in un’ode all’idolo del giorno ne aveva già cantato i meriti, traendone argomento a stimmatizzare l’ignoto Genio che spinto dall’irto Borea, aveva percorso il bel cielo italico. Ed ecco la Pasta trascinata fra le beghe letterarie di classici e romantici!

Mm. 42.

D/ ― A — GIUDITTA PASTA — NEL MAGISTERO DEL CANTO — PER GIUDICIO D’ITALIA — NELL ARTE DEL GESTO — PER CONSENSO DI FRANCIA ― MARAVIGLIOSA ― I SOCI DEL CASINO ― DI BOLOGNA ― GRATI PLAUDENTI - 1829.

R/ — Corona d’alloro. Campo liscio.

(Arg. e br., Civico Museo di Como).


Non vollero essere da meno dei Bolognesi e dei Milanesi, i Veronesi. Nel carnevale del 1830, la Pasta cantò a Verona nel Teatro Filarmonico: taccio i soliti applausi, i soliti trionfi, i soliti componimenti poetici.

L’istituto filarmonico degli Anfioni, per onorare la Pasta divisava far coniare una medaglia, e ne diede incarico al Putinati, “il quale la eseguì in brevissimo spazio di tempo, con sorprendente bravura e perfezione”18.

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Br. Mm. 46.

D/ — ALTERNA VICE TRIVMPHANS.

Melpomene ed Euterpe, stanti, a sin., incoronano l’erma di Giuditta Pasta. Nel campo, a destra una maschera tragica, a sin. una lira. Nello sfondo, a destra, l’Arena di Verona. Presso l’erma, a caratteri minuti: putinati.
Nell’esergo: MDCCCXXX.

R/ — Entro corona d’alloro: IVDITHAE PASTA — COLL . AMPHIONVM ― VERONENSE ― INTER PLAVDENTES -― OBSTVPESCENS.

(Civico Museo di Como).


Dopo le medaglie, i busti: uno ne erigeva nelle sue sale la Società del Giardino in Milano, uno ne poneva la Società del Casino di Como. L’itala Euterpe deliziava ancora i Milanesi sposando il suo canto alle affascinanti melodie belliniane. Ma già era sorta chi doveva contenderle il campo. Già erasi resa famosa la Malibran, anch’ella più tardi proclamata sovrana, ed onorata di medaglia. E qui sorgere nuove fazioni, di pastisti e malibranisti, suddivisione dei classici e [p. 535 modifica]romantici. Ecco sorgere accuse di artifizio nel metodo della Pasta, accuse ribadite coi versi che non morranno di Alfredo de Musset19.

L’astro volgeva al suo tramonto; — non correva gran tempo e la Pasta si ritirava dalle scene e tornava alla quiete della Roda, la villa che si era costruita sulle rive deliziose del Lario, che avevano ispirato il tenero idillio belliniano. E Giuditta Pasta, cui i tanti e smisurati onori non avevano mai dato al capo, ritornava alle domestiche mura quella Git (come per vezzo era chiamata dai suoi) umile e buona, che era stata sempre.

Quando morì, nell’aprile del 1865, l’itala Euterpe che aveva avuto si largo tributo di versi, ebbe sul suo feretro l’estremo vale da un poeta, Bernardino Zendrini.

Como, novembre 1889.


Note

  1. Giuditta Pasta a Como. — Sermone. — Como; Ostinelli (1832), nota (a).
  2. V’ha chi afferma questo melodramma, libretto di Antonio Zannata, chiamarsi Le tre Eleonore, ed aver per soggetto gli amori del Tasso. E forse così fu concepito; ma per un riguardo alla casa d’Este (e per questi riguardi la Polizia austriaca divenne famosa) le tre Eleonore si tramutarono in tre Isabelle: un giornale del tempo osserva che l’impasto dell'argomento presenta qualche rassomiglianza colle avventure del Tasso.
  3. Accademia de’ Filodrammatici di Milano già Teatro Patriottico). — Cenni storici del socio ed attore accademico Giovanni Martinazzi. — Milano, Pirola, 1879, Cap. IV.
  4. Rossini e la musica, ossia amena biografia musicale. Milano, Stella, 1827, pag. 150.
  5. .... «Charlotte (Ives) . . . était excellente masicienne et chantait comme anjourd’hui madame Pasta» . Mémoires d’outre-tombe par M, le Vicomte de Chateaubriand. Vol. III.
  6. È il XXIV nella Vie de Rossini.
  7. È una bolla medaglia di Luigi Cessa, cni sono dovuto altro due medaglie al Vigano, Dedalo della Coregrafia, Un raffronto tra la Pasta e la Pallerini leggesi in uno sperticato elogio del Vigano scritto dal Ritorni.
  8. Narra l’aneddoto il Pougin: Bellini, sa vie, ses oeuvres.
  9. Daniel Stern: Mes souvenirs, Paris, 1877, pag. 302.
  10. Esiste o esisteva a Parigi nel Gabinetto Gérard.
  11. Presso la famiglia di Giuditta Pasta, ove si ammira puro una tela del russo Brülow, in cui la Pasta è raffigurata nel delirio di Anna Bolena. Presso la famiglia vi è pure un ritratto di Serangeli, nel quale Giuditta viene raffigurata come Santa Cecilia.
  12. Posseduto dall’egr. Dott. Alfredo Comandini, che gentilmente ci ha permesso di dame la riproduzione.

    (N. della Dir.)

  13. Corriere delle Dame. 28 marzo 1829, pag. 102.
  14. A titolo di curiosità trascrivo qui l’articolo pubblicato in proposito dal Corriere delle Dame (N. 82, 8 agosto 1829): «Varietà. Il sig. Vittorio Nesti di Firenze, ora abitante in Milano, scultore in marmo di bellissima fama e delicato incisore di punzoni in acciaio per medaglie e figure, offerisce un nuovo saggio di questa sua arte nella medaglia rappresentante il ritratto di Madama Pasta».
  15. Per Giuditta Pasta. — Versi ed epigrafi, Como, Ostinelli, 1829.

    Diede occasione quello spettacolo ad uno sdegnoso sermone di Cesare Cantù, pubblicato nel 1832.

  16. Felice Romani: Poesie Liriche. Milano, 1888, pag. 47 e 55. Videro la luce la prima volta pei tipi del Rusconi, Milano, 1829: Pei busti di Vincenzo Monti e di Giuditta Pasta e per altre sculture di Pompeo Marchesi. — Canzoni tre di Felice Romani.
  17. Gazzetta di Milano, 7 dicembre 1829.
  18. I Teatri, Giornale drammatico, musicale e coregrafico. Milano, Truffi, 1830, pag. 121.
  19. A. de Musset: A la Malibran, stances.