Manuale di economia politica con una introduzione alla scienza sociale/Capitolo I

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Capitolo I - Principii generali

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Proemio Capitolo II


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CAPITOLO I.

Principii generali




1. Tra gli scopi che può aver uno studio dell’economia politica e della sociologia si possono notare i tre seguenti: 1.° Può quello studio essere una raccolta di ricette che tornino utili ai privati ed alle autorità pubbliche, nelle faccende economiche e sociali a cui intendono. L’autore ha semplicemente di mira quell’utilità, come l’autore di un manuale sull’allevamento dei conigli ha semplicemente per scopo di giovare a chi alleva quelle bestiuole. 2.° Può l’autore possedere una dottrina da lui ritenuta ottima e tale da procacciare ogni sorta di beni ad una nazione od anche all’uman genere, e proporsi egli di divulgarla, a modo d’apostolo, alle genti, per fare queste contente e felici, o semplicemente, come ora suol dirsi, «per fare un poco di bene». Lo scopo è ancora l’utilità, ma è una utilità molto più generale e meno terra a terra. Dallo studio precedente a questo, corre all’ingrosso la differenza che ci può essere una raccolta di ricette e un libro di morale. Questo modo si attenua nella forma, rimanendo sostanzialmente lo stesso, quando l’autore sottointende la dottrina da lui ritenuta migliore ed [p. 2 modifica]accenna semplicemente che studia i fenomeni collo scopo di conseguire il bene dell’umanità1. Seguendo tale via la botanica studierebbe i vegetali, collo scopo di conoscere quali sono utili all’uomo, la geometria studierebbe linee e superficie, collo scopo di misurare i campi, ecc. Principiano, è vero, [p. 3 modifica]così le scienze, nascendo sotto forma di arte, ma poi, poco alla volta, si svolgono a studiare i fenomeni indipendentemente da altri scopi. 3.° Può l’autore mirare unicamente ad investigare e rintracciare le uniformità che presentano i fenomeni, ossia le loro leggi (§ 4); senza il menomo scopo di una utilità pratica diretta, e non mirando in alcun modo a dare ricette o precetti, e nemmeno a procacciare la felicità, l’utile, il benessere dell’umanità o d’una parte di essa. Lo scopo in tal caso è esclusivamente scientifico: cioè di conoscere, di sapere, e basta.

Avverto il lettore che in questo manuale procuro di raggiungere esclusivamente questo terzo scopo; colla qual cosa non intendo menomamente deprimere o disprezzare i due primi, ma solo partire i modi che si possono tenere per ragionare della materia, e sceglierne uno.

Lo avverto pure che procuro per quanto sta in me, e so quanto la cosa è difficile onde anticipatamente chiedo venia per possibili errori, di usare solo termini che corrispondono chiaramente a cose reali ben definite, e non invece termini atti ad operare sul sentimento di chi legge; col che, ripeterò, non intendo menomamente deprimere o disprezzare quest’ultimo modo; anzi ho per fermo che è il solo il quale giovi per persuadere gran numero di persone: onde deve necessariamente essere usato da chi ha tale scopo. Ma in questo libro non miro a persuadere chicchessia, miro solo a ricercare le uniformità dei fenomeni. Chi ha diverso scopo, troverà libri a dovizia che a lui soddisfaranno, di quelli si pasca e lasci stare questo; il quale, come diceva il Boccaccio delle sue novelle, non correrà dietro a nessuno a farsi leggere. Il mondo è bello, dice il proverbio, perchè è vario.

[p. 4 modifica]2. In quasi tutti i rami dello scibile umano sono stati tenuti i tre modi che furono accennati sopra per lo studio dei fenomeni, e per solito hanno cronologicamente l’ordine in cui sono ora stati notati; coll’avvertenza che il primo si mescola spesso col secondo; e che il secondo per certe materie molto pratiche, è di poco momento.

Il libro di Catone: De re rustica appartiene al primo modo, con qualche accenno del secondo, nel proemio; i libri che sul finire del secolo XVIII si stampavano in Inghilterra in favore dei nuovi metodi di cultura appartengono parte al secondo modo, parte al primo; i trattati di chimica agricola e di altre simili scienze appartengono in gran parte al terzo modo.

Nella storia naturale di Plinio ci sono ricette chimiche o fisiche; altre ricette si rinvengono nei libri di alchimia; le opere moderne sulla chimica appartengono invece al terzo modo.

3. Per l’economia politica si trovano ancora, nella maggior parte dei libri, usati i tre metodi, e la separazione della scienza dall’arte non è ancora compiuta. Non solo il terzo metodo non si trova generalmente schietto e genuino nei trattati di economia politica, ma l’uso esclusivo di quel metodo è dal maggior numero degli autori biasimato. Adam Smith dice chiaro e tondo che «l’economia politica, considerata come un ramo delle conoscenze del legislatore e dell’uomo di Stato, ha due scopi, cioè: il primo è di procurare al popolo un’entrata e un mantenimento abbondante, o per dir meglio, di farlo capace di procurarsi da sè quell’entrata e quel mantenimento abbondante; il secondo è di procacciare allo Stato o alla collettività una entrata bastante per il servizio pubblico, L’economia politica mira a [p. 5 modifica]fare ricchi popolo e sovrano». Sarebbe quindi interamente il primo modo di ragionare dell’argomento; fortunatamente lo Smith si distacca dalla definizione data ed usa in gran parte il terzo modo.

John Stuart Mill dice che «gli economisti vogliono ricercare ed insegnare l’indole della ricchezza e le leggi della sua produzione e della sua distribuzione». Con tale definizione si tiene il terzo modo; ma il Mill spesso si accosta al secondo e predica in pro dei poveri.

Paul Leroy Beaulieu dice di essere tornato al metodo di Adam Smith; egli è anche tornato più in su, e nel suo trattato tiene spesso il primo modo e alcune volte anche il secondo; del terzo poco usa.

4. Le azioni umane presentano uniformità, ed è solo mercè tale loro proprietà che possono essere oggetto di uno studio scientifico. Queste uniformità hanno pure un altro nome, e si dicono leggi.

5. Chi studia qualche scienza sociale, afferma alcunchè circa gli effetti di un dato provvedimento economico, sociale, o politico, ammette implicitamente l’esistenza di quelle uniformità, poichè altrimenti il suo studio non avrebbe oggetto, le sue affermazioni non avrebbero fondamento. Se non ci fossero uniformità non si potrebbe fare, con qualche approssimazione, il bilancio preventivo di uno Stato, di un Comune e nemmeno di una modesta società industriale.

Ci sono autori che negano la esistenza di uniformità (leggi) economiche e che vogliono scrivere la storia economica di un popolo. Costoro cadono in un’amena contraddizione. Per fare la scelta dei fatti accaduti in un dato tempo e sceverare quelli che si vogliono rammentare da quelli che si trascurano [p. 6 modifica]occorre ammettere certe uniformità. Se i fatti A, B, C..., si separano dai fatti M, N, P..., è perchè si è osservato che i primi seguono uniformemente insieme, mentre non stanno uniformemente coi secondi; e tale affermazione è affermazione di una legge. Se chi descrive la semina del grano non ammette le uniformità, dovrà tenere nota di ogni particolarità; dovrà per esempio dirci se l’uomo che semina è di pelo rosso o nero, come ci dice che si semina dopo di avere arato. Perchè si omette il primo fatto e si tiene conto del secondo? Perchè, si dice, il primo nulla ha che fare col germogliare e crescere del grano. Ma che vuole dire ciò? Vuol dire che il grano germoglia e cresce allo stesso modo se chi lo semina è di pelo rosso, o nero; cioè che la combinazione dei due fatti non presenta alcuna uniformità. Invece quell’uniformità esiste tra il fatto dell’essere arato, o no, il campo ed il crescere bene, o male, il grano.

6. Quando affermiamo che A si è osservato con B, taciamo solitamente se consideriamo quell’incontro come fortuito, o no. Di tale senso equivoco si valgono coloro che vogliono esporre un’economia politica propria, pure negando che esista quella scienza. Se voi dite loro che, affermando che A accompagna B, ammettono un’uniformità, una legge, rispondono: «no, narriamo un fatto passato». Ma ottenuto per tale modo il consenso alla loro proposizione in un senso, tosto ne usano in un altro e predicano che pel futuro A sarà unito a B. Colui il quale, dal fatto che i fenomeni economici o sociali A e B furono uniti in certi casi, pel passato, trae la conseguenza che saranno pure uniti pel futuro, manifestamente afferma un’uniformità, una legge; onde è proprio ridicolo se, dopo ciò, nega l’esistenza di leggi economiche e sociali.

[p. 7 modifica]Se non si ammettono uniformità, la conoscenza del passato e del presente è mera curiosità, e nulla se ne può ricavare pel futuro; tanto vale leggere l’Orlando furioso dell’Ariosto come la storia di Tucidide; e se, invece, da quella conoscenza si ricava la menoma deduzione pel futuro, si ammette, almeno implicitamente, un’uniformità.

7. Nè le leggi economiche e sociali, nè le altre leggi scientifiche patiscono propriamente eccezioni. Un’uniformità non uniforme non ha senso alcuno.

Ma le leggi scientifiche non hanno un’esistenza oggettiva. L’imperfezione della nostra mente non ci consente di considerare nel loro insieme i fenomeni, siamo costretti a considerarli partitamente. Quindi, invece di uniformità generali, che sono e ci rimarranno sempre incognite, siamo costretti a considerare infinite uniformità parziali, le quali in mille modi s’intrecciano, si sovrappongono, si contrastano. Quando consideriamo una di quelle uniformità, e che i suoi effetti sono alterati o mascherati da effetti di altre uniformità, che non volevamo considerare, si suole dire, ma la locuzione è impropria, che l’uniformità o legge considerata patisce eccezioni. Ammesso questo modo di esprimersi, le leggi fisiche e chimiche e perfino lo matematiche2 patiscono eccezioni, precisamente come le leggi economiche.

Secondo la legge di gravità, una piuma lasciata [p. 8 modifica]libera nell’aria dovrebbe cadere verso il centro della terra. Invece spesso se ne allontana portata dal vento. Si potrebbe dunque dire che la legge di gravità patisce eccezioni; ma è locuzione impropria, non usata dai fisici. Vi sono semplicemente altri fenomeni che mascherano quelli che considera la legge di gravità3.

8. Ogni legge o uniformità è vera soltanto sotto certe condizioni, le quali stanno appunto ad indicare quali sono i fenomeni che vogliamo sceverare dagli altri. Per esempio le leggi chimiche dipendenti dall’affinità sono diverse secondo chè la temperatura sta entro certi limiti, o li varca. Sotto una certa temperatura due corpi non si combinano; al di là di quella temperatura si combinano, ma crescendo ancora la temperatura oltre un certo limite, si dissociano.

9. Quelle condizioni sono parte implicite, parte esplicite. Non si debbono porre tra le prime che quelle le quali agevolmente e senza il menomo equivoco sono da tutti intese; altrimenti si scrive un indovinello e non un teorema scientifico. Non c’è proposizione al mondo che non si possa asserire essere vera sotto certe condizioni, che rimangono da stabilirsi. Le condizioni di un teorema fanno parte integrante di quel teorema e non ne possono essere disgiunte.

10. Noi non conosciamo, non conosceremo mai, un fenomeno concreto in tutti i suoi particolari; vi è sempre un residuo. Qualche volta ciò si vede anche materialmente. Per esempio, credevamo di conoscere interamente la composizione dell’aria atmosferica. Invece un bel giorno si scoperse l’argon, e poscia, [p. 9 modifica]messi sulla via, altri molti gas in quell’atmosfera. Che cosa di più semplice che la caduta di un grave? Eppure non ne conosciamo, non ne conosceremo mai tutti i particolari.

11. Molte conseguenze, e di gran momento, seguono dalla osservazione precedente.

Poichè noi non conosciamo interamente nessun fenomeno concreto, le nostre teorie di quei fenomeni sono solo approssimate. Noi conosciamo solo fenomeni ideali che più o meno si avvicinano al fenomeno concreto. Siamo come un individuo che di un oggetto ha solo fotografie. Sieno perfette quanto si vuole, differiranno sempre in qualche parte dall’oggetto stesso. Quindi non si deve giudicare del valore di una teoria ricercando se in qualche sia pure minima parte differisce dalla realtà, perchè a tale prova nessuna teoria regge nè reggerà mai.

Occorre allo studio qualitativo sostituire uno studio quantitativo, e ricercare di quanto la teoria si scosta dalla realtà. Di due teorie sceglieremo quella che se ne scosta meno. Terremo presente che ogni teoria deve solo accogliersi temporaneamente; quella che oggi abbiamo per vera, domani dovrà essere messa da parte, se si scopre un’altra che un poco più si avvicini alla realtà. La scienza è in perpetuo divenire.

12. Sarebbe assurdo recare come obbiezione alla teoria della sfericità della terra, l’esistenza del Monte Bianco; perchè l’altezza di quel monte è trascurabile in paragone del diametro della sfera terrestre4. [p. 10 modifica]

13. Col figurarci la terra come una sfera ci avviciniamo più alla realtà che col figurarcela piana o cilindrica, come fecero alcuni dell’antichità5; onde la teoria della terra sferica deve essere preferita alla teoria della terra piana, o cilindrica.

Col figurarci la terra come un’ellissoide di rivoluzione ci avviciniamo più alla realtà che col figurarcela sferica. Sta dunque bene che la teoria dell’ellissoide abbia sostituita quella della sfera6.

Ma anche quella teoria dell’ellissoide deve ora essere abbandonata, perchè la geodesia moderna mostra che ben più complessa è la forma dello sferoide terrestre. E ogni giorno nuovi studii più e più ci avvicinano alla realtà.

Per altro, in certi calcoli approssimativi, usiamo ancora la forma dell’ellissoide. Facciamo bensì [p. 11 modifica]un errore, ma sappiamo che è minore di altri a cui sono soggetti quei calcoli, onde, in grazia della semplicità dei calcoli, possiamo trascurare le differenze tra l’ellissoide e lo sferoide terrestre.

14. Quel modo di avvicinarsi alla realtà con teorie che ognor più con essa concordano, e che perciò divengono generalmente sempre più complesse dicesi metodo delle approssimazioni successive, ed è implicitamente, od esplicitamente, usato in ogni scienza (§ 30 nota)

15. Altra conseguenza. È erronea l’opinione che si possa scoprire esattamente la proprietà dei fatti concreti, ragionando sui concetti che abbiamo a priori di quei fatti, senza modificare tale concetto paragonandone a posteriori le conseguenze coi fatti. Tale errore è del genere di quello di un agricoltore che si figurasse di poter giudicare della convenienza di comperare un possesso studiandone solo la fotografia.

Il concetto che abbiamo di un fenomeno concreto, in parte combacia con quel fenomeno, in parte ne differisce. L’eguaglianza dei concetti di due fenomeni non ha quindi per conseguenza l’eguaglianza degli stessi fenomeni.

S’intende che qualsiasi fenomeno non può esserci noto che mercè il concetto che fa nascere in noi; ma appunto perchè così si ha un’immagine imperfetta della realtà occorre ognora paragonare il fenomeno soggettivo, ossia la teoria, al fenomeno oggettivo, ossia al fatto sperimentale.

16. Per altro i concetti che abbiamo dei fenomeni, senza altra verificazione sperimentale, costituiscono il materiale che più facilmente trovasi a nostra disposizione, poichè esiste in noi, e qualche cosa pure da quel materiale si può ricavare. Da ciò [p. 12 modifica]segue che gli uomini, specialmente nell’inizio di una scienza, hanno tendenza irresistibile a ragionare sui concetti che già posseggono dei fatti, senza curarsi di rettificare quei concetti con ricerche sperimentali. Similmente ricercano nell’etimologia le proprietà delle cose significate dai vocaboli. Esperimentano sui nomi dei fatti invece di esperimentare sui fatti. Qualche verità si può così scoprire, ma solo quando la scienza appena è nata; quando sia un poco cresciuta, quel metodo diventa assolutamente vano, ed occorre, per ottenere concetti che ognor più si avvicinano ai fatti, studiare questi direttamente e non più guardandoli attraverso a certi concetti a priori; o attraverso il significato dei vocaboli, che servono ad indicarli.

17. Tutte le scienze naturali sono ora giunte allo stadio in cui i fatti si studiano direttamente. L’economia politica vi è pure, in gran parte almeno pervenuta. Solo nelle altre scienze sociali c’è chi si ostina a porre in relazione concetti e vocaboli, ma occorre smettere di ciò fare se si vuole che quelle scienze progrediscano.

18. Altra conseguenza. È erroneo un processo di ragionamenti, che si può dire per eliminazione, e che è ancora spesso adoperato nelle scienze sociali. Ecco in che consiste. Un fenomeno concreto X ha una certa proprietà Z. Secondo quanto ci è noto, quel fenomeno consta delle parti A, B, C. Si dimostra che Z non appartiene a B nè a C, e si conclude che deve necessariamente appartenere ad A.

La conclusione è errata perchè l’enumerazione delle parti di X non è, e non può mai essere completa. Oltre A, B, C a noi note — oppure solo note all’autore del ragionamento, o da lui sole considerate — ce ne possono essere altre D, E, F.... [p. 13 modifica]o a noi ignote, o trascurate dall’autore del ragionamento7.

19. Altra conseguenza. Quando i risultamenti della teoria si recano in pratica, si può essere certi che saranno sempre più o meno alterati da altri risultamenti dipendenti da fenomeni non considerati dalla teoria.

20. Sotto quest’aspetto vi sono due grandi classi di scienze: quelle che, come la fisica, la chimica, la meccanica, possono avere ricorso all’esperienza, e quelle che, come la metereologia, l’astronomia, l’economia politica, non possono, o difficilmente possono, avere ricorso all’esperienza, e che si debbono contentare dell’osservazione. Le prime possono separare materialmente i fenomeni che corrispondono a una uniformità o legge che vogliono studiare, le seconde possono solo separarli mentalmente, teoricamente; ma nell’un caso e nell’altro è sempre il fenomeno concreto che decide se una teoria si deve accogliere o no. Una teoria non ha, non può avere, altro criterio di verità se non il suo accordo più o meno perfetto coi fenomeni concreti.

Le scienze che possono fare uso soltanto dell’osservazione, separano colla semplice astrazione certi fenomeni da certi altri; le scienze che possono anche fare uso dell’esperienza concretano materialmente tale astrazione; ma per tutte le scienze l’astrazione rimane la condizione preliminare e indispensabile di ogni ricerca.

21. Quell’astrazione nascendo da necessità soggettive e nulla avendo di oggettivo rimane arbitraria; almeno entro certi limiti, poichè occorre [p. 14 modifica]avere riguardo allo scopo pel quale si fa. Dicasi lo stesso delle classificazioni. Quindi un’astrazione, o una classificazione, non escludono necessariamente un’astrazione o una classificazione diversa. Queste o quelle possono sussistere, secondo lo scopo al quale mirano.

La meccanica razionale, quando riduce i corpi a semplici punti materiali; l’economia pura, quando riduce gli uomini reali all’homo oeconomicus, fanno uso di astrazioni perfettamente simili8 e imposte da simili necessità.

La chimica, quando discorre di corpi chimicamente puri, fa pure uso di un’astrazione, ma ha la facoltà di ottenere artificialmente corpi reali che concretano più o meno tale astrazione.

22. L’astrazione può avere due forme, che sono perfettamente equivalenti. Nella prima si considera un essere astratto avente solo le proprietà che si vogliono studiare; nella seconda si considerano direttamente quelle proprietà e si separano dalle altre.

23. L’uomo reale compie azioni economiche, morali, religiose, estetiche, ecc. Si esprime precisamente la stessa cosa dicendo: «studio le azioni economiche e faccio astrazione dalle altre»; oppure dicendo: «studio l’homo oeconomicus, il quale compie solo azioni economiche.» Similmente si esprime la stessa cosa dicendo: «studio le reazioni dello zolfo e dell’ossigeno concreti, facendo astrazione dai corpi estranei che possono contenere», oppure dicendo: «studio le reazioni dello zolfo e dell’ossigeno chimicamente puri». [p. 15 modifica]

Lo stesso corpo che, per scopo di uno studio chimico, considero come chimicamente puro, posso considerarlo, per scopo di uno studio meccanico, come punto materiale; per scopo geometrico, posso considerarne solo la forma, ecc. Lo stesso uomo che, per scopo di studio economico, considero come homo oeconomicus, posso considerarlo come homo ethicus, per scopo di studio morale; come homo religiosus, per scopo di studio religioso; ecc.

Il corpo concreto comprende il corpo chimico, il corpo meccanico, il corpo geometrico, ecc.; l’uomo reale comprende l’homo oeconomicus, l’homo ethicus, l’homo religiosus, ecc. In fondo, quel considerare vari corpi, vari uomini, non è altro che considerare le varie proprietà del corpo reale, dell’uomo reale, e mira solo a tagliare in fette la materia da studiare.

24. Erra dunque grandemente chi accusa l’autore il quale studia le azioni economiche — oppure l’homo oeconomicus — di trascurare, o peggio, disprezzare, le azioni morali, religiose, ecc. — ossia l’homo ethicus, l’homo religiosus ecc. — ; tanto varrebbe dire che il geometra trascura, disprezza, le proprietà chimiche dei corpi, quelle fisiche, ecc. Erra del pari chi biasima l’economia politica di non tenere conto della morale; tanto varrebbe accusare una teoria del giuoco degli scacchi di non tenere conto dell’arte culinaria.

25. Chi studia A separatamente da B, cede semplicemente ad un’assoluta necessità dello spirito umano; ma perchè studia A non intende menomamente affermarne la preminenza su B. Chi studia l’economia politica separatamente dalla morale, non intende menomamente affermare che quella è da più di questa. Chi scrive un trattato del giuoco [p. 16 modifica]degli scacchi non intende menomamente affermare con ciò la preminenza del giuoco degli scacchi sull’arte culinaria, o sovra altra qualsiasi arte, o scienza.

26. Quando dall’astratto si torna al concreto, occorre nuovamente riunire le parti che, per scopo di studio, si erano disgiunte. La scienza è essenzialmente analitica; la pratica, essenzialmente sintetica9.

L’economia politica non ha da tenere conto della morale; ma chi propugna un provvedimento pratico deve tener conto non solo dei risultamenti economici, ma anche di quelli morali, religiosi, politici, ecc. La meccanica razionale non ha da tenere conto delle proprietà chimiche dei corpi; ma chi vorrà prevedere cosa accadrà ove un dato corpo venga a contatto con un altro, dovrà tenere conto non solo dei risultamenti della meccanica, ma anche di quelli della chimica, della fisica, ecc.

27. Vi sono certi fenomeni concreti in cui la parte economica trascende su tutte le altre, e per quei fenomeni si potranno considerare, con lieve errore, i soli risultamenti della scienza economica. Vi sono altri fenomeni concreti in cui la parte economica è insignificante, e per quei fenomeni sarebbe assurdo il considerare solo i risultamenti della scienza economica; all’opposto gioverà trascurarli. Vi sono fenomeni intermedii tra questo e quel tipo, e di essi i risultamenti della scienza economica ci faranno conoscere una parte grande, o piccola. Ma in ogni caso è sempre quistione del più e del meno. [p. 17 modifica]

In altri termini si può dire: Talvolta le azioni dell’uomo concreto sono, con lieve errore quelle dell’homo economicus; talvolta combaciano quasi perfettamente con quelle dell’homo ethicus; tale altra combaciano all’incirca con quelle dell’homo religiosus, ecc.: tale altra ancora ritraggono dalle azioni di tutti questi uomini.

28. Quando un autore dimentica ciò, si suole, per combatterlo, opporre la pratica alla teoria. Non è buon modo di esprimersi. La pratica non si oppone alla teoria, ma unisce le varie teorie che valgono pel caso che ho in vista, e le usa per un fine concreto.

L’economista, per esempio, il quale propugna una legge, badando solo ai suoi effetti economici, non è già troppo teorico, anzi lo è troppo poco, perchè trascura le altre teorie che dovrebbe unire alla sua per giudicare del caso pratico. Chi propugna il libero cambio, unicamente pei suoi effetti economici, non fa già una teoria errata del commercio internazionale, ma fa un’applicazione errata di una teoria intrinsecamente vera; e il suo errore sta nel trascurare altri effetti politici e sociali, i quali formano oggetto di altre teorie10. [p. 18 modifica]

29. Disgiungere così le parti di un fenomeno, studiarle separatamente, e poi da capo ricongiungerle, facendone la sintesi, è via che si segue, e si può solo seguire, quando la scienza è molto progredita; al principio tutte le parti si studiano insieme, l’analisi e la sintesi si confondono.

È questa una fra le cagioni per cui le scienze nascono sotto forma di arte; ed è pure una fra le cagioni per le quali le scienze, progredendo, si partiscono e si suddividono.

30. Il Sorel, nel suo libro Introduction à l’économie moderne vorrebbe tornare a quello stato in cui ancora non si distingue l’analisi dalla sintesi, ed il suo tentativo si spiega considerando come le scienze sociali ancora sono poco progredite; ma è un risalire il fiume verso la sorgente, non lo scendere secondo la corrente. Bisogna del resto notare che in quel modo si fa della teoria implicitamente. Infatti il Sorel non mira evidentemente a descrivere solo il passato, egli vuole anche conoscere l’avvenire; ma come già dicemmo l’avvenire non si può congiungere al passato se non ammettendo esplicitamente, od implicitamente, certe uniformità, e quelle uniformità non si possono conoscere se non facendo un’analisi scientifica11. [p. 19 modifica]

31. La critica essenzialmente negativa di una teoria è perfettamente inutile e sterile; perchè abbia qualche utilità occorre che alla negazione faccia seguito un’affermazione; che alla teoria errata se ne sostituisca un’altra migliore. Se in qualche caso [p. 20 modifica]ciò non si vede subito, è solo perchè implicitamente la teoria migliore ci si para dinnanzi, sebbene non espressa.

Se uno nega che la terra abbia la forma di un piano, non accresce menomamente la somma delle nostre conoscenze, come egli farebbe se dicesse che non ha la forma di un piano, bensì quella di un corpo tondo.

Notisi che, se vogliamo essere perfettamente rigorosi, ogni qualsiasi teoria è falsa, nel senso che non corrisponde e non potrà mai corrispondere interamente al concreto (§ 11). Perciò è un pretto pleonasmo il ripetere per una teoria particolare, ciò che già sappiamo essere vero di tutte le teorie. La scelta non è tra una teoria più o meno approssimata e una teoria di cui i risultamenti corrispondono in tutto e per tutto al concreto, poichè quest’ultima teoria non esiste; la scelta è solo tra due teorie di cui una è meno, e l’altra più approssimata al concreto.

32. Non è solo per cagione dell’ignoranza nostra che le teorie si allontanano più o meno dal concreto. Spesso ci allontaniamo volontariamente dal concreto per ottenere, in compenso di quel male, il bene di una maggiore semplicità.

Le difficoltà che incontriamo nello studio di un fenomeno sono di due generi, cioè oggettive e subbiettive; nascono dall’indole dello stesso fenomeno, e dalle difficoltà che proviamo per poter percepire un insieme un poco esteso di oggetti o di teorie particolari.

Il fenomeno economico è oltremodo complesso, e vi sono difficoltà oggettive gravissime per conoscere le teorie delle varie sue parti. Supponiamo, per un momento, che siano state superate, e che, [p. 21 modifica]per esempio, in certi grossi volumi in folio, siano scritte le leggi che seguono i prezzi di tutte le merci. Saremo ben lontani dall’avere un concetto del fenomeno dei prezzi. L’abbondanza stessa delle notizie che si trovano in quei molti e molti volumi ci torrebbe dall’avere un concetto qualsiasi del fenomeno dei prezzi. Perciò il giorno in cui un individuo, dopo di avere sfogliato tutti quei documenti, venisse a dirci che: la domanda scema quando cresce il prezzo, egli ci darebbe una notizia preziosissima, sebbene allontanandosi molto, ma molto più, dal concreto che i documenti da lui studiati.

Perciò l’economista, come d’altronde chiunque studi fenomeni molto complessi, ha ad ogni piè sospinto da risolvere il problema che sta nell’indagare sin dove deve spingere lo studio dei particolari. Il punto in cui conviene fermarsi non si può determinare in modo assoluto, e secondo lo scopo a cui si mira conviene spingersi più o meno innanzi. Il produttore di mattoni, che indaga a quale prezzo li potrà vendere, deve tenere conto di altri elementi di quelli considerati dallo studioso che ricerca, in genere, la legge dei prezzi dei materiali da costruzione; e diversi elementi dovrà anche considerare chi ricerca non più le leggi di prezzi speciali, ma bensì la legge dei prezzi in generale.

33. Lo studio dell’origine dei fenomeni economici è stato fatto con cura da molti scienziati moderni, ed è certamente utile dal punto di vista storico, ma cadrebbe in errore chi stimasse per quella via poter giungere alla conoscenza delle relazioni tra i fenomeni che accadono nelle nostre società.

Tale errore riproduce quello dei filosofi antichi, quali ognora volevano risalire all’origine delle [p. 22 modifica]cose. Essi invece dell’astronomia studiavano cosmogonie; invece di studiare sperimentalmente gli esseri minerali, vegetali, ed animali, che avevano sott’occhio, ricercavano come quegli esseri erano stati generati. La geologia divenne scienza e progredì solo dal giorno in cui intese a studiare i fenomeni presenti per risalire poi ai passati, invece di seguire la via opposta. Per conoscere completamente un albero, possiamo principiare dalle radici e salire alle frondi; oppure principiare dalle frondi e scendere alle radici. La prima via fu largamente usata dalla scienza antica; la seconda è esclusivamente usata dalla scienza sperimentale moderna, e l’esperienza ha dimostrato che è unica per condurre alla conoscenza del vero.

Preme proprio niente di sapere come si è costituita la proprietà privata, fino dai tempi preistorici, per sapere quale ufficio economico ha quella proprietà nelle nostre società. Non già che uno di quei fatti non sia strettamente legato all’altro, ma la catena che li unisce è tanto lunga e si perde in regioni tanto oscure che ci è vietato ogni ragionevole speranza di conoscerla, almeno per ora.

Ignoriamo da qual pianta selvatica venga il frumento: ma quando anche lo sapessimo, ciò non ci gioverebbe menomamente per conoscere il miglior modo di coltivare e produrre il frumento. Studiate fin che volete i semi della quercia, del faggio e del tiglio; tale studio non potrà mai, per chi ha da edificare, sostituire lo studio diretto delle qualità del legname prodotto da quegli alberi. Eppure in questo caso ci è perfettamente nota la relazione tra i fatti estremi del fenomeno, tra l’origine e la fine. Non vi è il menomo dubbio che la ghianda produrrà una quercia. Nessuno ha mai veduto da [p. 23 modifica]una ghianda nascere un tiglio, nè dal seme di un tiglio nascere una quercia. La relazione tra il legno di quercia e la sua origine ci è dunque nota con sicurezza tale che mai non avremo per la relazione tra l’origine della proprietà privata e questa proprietà nei tempi nostri, o in generale tra l’origine di un fenomeno economico e questo fenomeno nei tempi nostri. Ma non basta conoscere che di due fatti uno è sicuramente conseguenza dell’altro, per potere, dalle proprietà del primo, dedurre quelle del secondo.

34. Più utile assai dello studio dell’origine dei fenomeni economici è quello della loro evoluzione in tempi a noi prossimi e in società che non troppo differiscono dalle nostre; e in due modi ci può giovare. Il primo sta nel concederci di sostituire l’esperienza diretta, che è impossibile nelle scienze sociali. Quando ci possiamo valere di quell’esperienza, procuriamo di produrre il fenomeno oggetto di studio, in varie circostanze, per vedere come queste operano su di esso, modificandolo, o non modificandolo. Ma ove ci venga meno quel modo di operare, non ci rimane altro che ricercare nello spazio e nel tempo se troviamo prodotte naturalmente quelle esperienze a cui artificialmente non possiamo dare mano.

Il secondo modo pel quale ci può giovare lo studio dell’evoluzione dei fenomeni sta nel porci sulla via di scoprire, quando esistono, le uniformità che presenta tale evoluzione, e perciò nel metterci in grado di prevedere, dal passato, il futuro. Ma è manifesto che tanto più si allunga la catena delle deduzioni tra i fatti passati e i fatti futuri, tanto più esse divengono mal sicure ed incerte, onde solo da un passato molto prossimo si può prevedere un [p. 24 modifica]futuro pure molto prossimo; mentre, pur troppo, anche ristrette in quegli angusti confini, le previsioni sono assai difficili12.

35. Discussioni sul «metodo» dell’economia politica riescono ad un mero perditempo. Scopo della scienza è di conoscere le uniformità dei fenomeni, e quindi giova seguire ogni qualsiasi via, ogni qualsiasi metodo, che conduca allo scopo. Alla prova solo si riconoscono i metodi buoni e i cattivi. Quello che ci conduce allo scopo è buono, sin tanto almeno che se ne trovi uno migliore. La storia ci è utile in quanto che estende nel passato l’esperienza del presente, e supplisce agli esperimenti che non si possono fare; onde è buono il metodo storico; ma è pure buono il metodo deduttivo, o induttivo, che si volge ai fatti del presente. Dove basta, nelle deduzioni, la logica usuale, si accetta senz’altro; e dove non basta, si sostituisce, senza alcun scrupolo colla matematica. Inoltre se un autore preferisce un metodo ad un altro, non lo crucieremo su ciò; ad esso unicamente chiediamo di farci conoscere leggi scientifiche; giunga poi come vuole alla meta.

36. Sogliono alcuni asserire che l’economia politica non può usare gli stessi mezzi delle scienze naturali «perchè è una scienza morale». Sotto tale forma imperfettissima celansi concetti che è opportuno indagare. Da prima, per quanto concerne la verità di una teoria non ci può essere altro criterio se non la concordanza di essa dottrina coi fatti (II, 6), e quella concordanza non si può conoscere che in un sol modo: onde sotto quell’aspetto [p. 25 modifica]è una scempiaggine il volere porre differenza alcuna tra l’economia politica e le altre scienze.

Se non che c’è chi afferma che oltre quella verità sperimentale altra ne esiste, che sfugge all’esperienza, e che si tiene costituita in maggiore dignità della prima. Chi ha tempo da sprecare disputa sulle parole; chi mira a qualche cosa di più sostanziale, se ne astiene. Non contenderemo dunque menomamente su quell’uso che vuolsi fare del termine «verità»; e lasceremo che altri l’usi a piacimento, solo diremo che le affermazioni degli uomini si possono evidentemente distinguere in due categorie. Nella prima, che per brevità diremo X, porremo quelle affermazioni che possono verificarsi sperimentalmente; nella seconda, che diremo Y, porremo quelle che non si possono verificare sperimentalmente; e tale categoria partiremo ancora in due, cioè: (Y α); le affermazioni che presentemente non patiscono quella verificazione, ma che, pel futuro, potrebbero conseguirla. Di tale genere sarebbe l’affermazione che il sole, viaggiando col suo seguito di pianeti, ci condurrà un giorno in luogo ove sarà lo spazio a quattro dimensioni; (Y β) le affermazioni che nè pel presente nè, per quanto a noi è dato prevedere dalle scarse nostre conoscenze, pel futuro, patiscono verificazioni sperimentali. Di tale genere sarebbe l’affermazione dell’immortalità dell’anima, od altre simili.

37. La scienza si occupa esclusivamente delle proposizioni X, le quali solo sono suscettive di dimostrazione; tutto ciò che non è compreso nella categoria X, trascende dalla scienza. Qui non si mira menomamente ad esaltare una categoria e a deprimere un’altra; si mira solo a separarle. Pongansi pure le proposizioni scientifiche in basso quanto si [p. 26 modifica]vuole, o si innalzino le altre quanto può desiderarlo il più fervido credente: rimarrà sempre che queste e quelle differiscono per l’indole propria. Essi occupano campi diversi, che nulla hanno di comune.

38. Chi afferma che Pallas Atena abita, invisibile ed intangìbile, l’acropoli della città d’Atene, afferma cosa che, non potendosi verificare sperimentalmente, sfugge alla scienza; la quale perciò non se ne può occupare nè per accettare nè per respingere quell’affermazione; ed il credente ha quindi perfettamente ragione di disprezzare le negazioni che ad esso vorrebbe opporre una pscudo scienza. Dicasi lo stesso della proposizione che Apollo inspira la sacerdotessa di Delfo; ma non già dell’altra proposizione che i detti di quella sacerdotessa concordano con certi fatti futuri. Quest’ultima proposizione può essere verificata dall’esperienza, quindi appartiene interamente alla scienza, e la fede non ci ha che vedere.

39. Tutto ciò che suona precetto non è scientifico, eccetto quando solo la forma è precettiva, ma la sostanza è un’affermazione di fatti. Le due proposizioni: per ottenere l’area d’un rettangolo si deve moltiplicare la base per l’altezza; e: si deve amare il prossimo come sè stesso; sono essenzialmente diverse. Nella prima si può sopprimere le parole: si deve, e dire semplicemente l’area di un rettangolo è eguale alla base moltiplicata per l’altezza, nella seconda il concetto di dovere non si può togliere. Questa seconda proposizione non è scientifica.

L’economia politica ci dice che la cattiva moneta scaccia la buona. Questa proposizione è d’indole scientifica, ed alla scienza solo spetta di esaminare [p. 27 modifica]se è vera o falsa. Ma se si dicesse che: lo Stato non deve emettere cattiva moneta; si avrebbe una proposizione che nulla ha che vedere colla scienza. L’esserci stato sin ora in economia politica proposizioni di quel genere, scusa il gergo di coloro che dicono che l’economia essendo scienza morale sfugge alle norme delle scienze naturali.

40. Badisi che la proposizione ora rammentata potrebbe essere ellittica, ed in tal caso diventerebbe scientifica, ove opportunamente si togliesse l’ellissi. Per esempio se si dicesse che lo Stato non deve emettere cattiva moneta se si vuole ottenere il massimo utile per la società, ed ove fosse definito coi fatti ciò che s’intende per quel massimo utile, la proposizione diventerebbe suscettiva di verificazione sperimentale e perciò sarebbe scientifica (§ 49 nota).

41. Vana e folle è la pretesa di certi uomini che affermano la propria fede essere più scientifica di quella di altri. Fede e scienza non hanno nulla di comune, ed in quella non può esservi più o meno di questa. Ai giorni nostri è sorta una nuova fede che afferma ogni essere umano doversi sacrificare al bene «dei piccoli e degli umili», e i suoi credenti discorrono altezzosamente delle altre fedi, da loro dannate come poco scientifiche, e non s’avvedono quei miseri che il loro precetto non ha maggior fondamento scientifico di qualsivoglia altro precetto religioso.

42. Dai tempi più antichi sino ai giorni nostri gli uomini sono stati tratti a voler mescolare e confondere le proposizioni X colle Y, e da ciò ha origine uno dei maggiori ostacoli al progredire delle scienze sociali.

I credenti nelle proposizioni Y invadono ognora [p. 28 modifica]il campo delle proposizioni X. Per molti ciò segue perchè non distinguono i due campi; per altri molti è debolezza di fede che chiede il sussidio dell’esperienza. I materialisti hanno torto di porre in ridicolo il detto: credo quia absurdum, che, in certo senso, riconosce quella partizione delle proposizioni: onde ben disse il nostro Dante13

State contenti, umana gente, al quia;
     Chè se potuto aveste veder tutto,
     Mestier non era partorir Maria.

43. Giova porre mente ad un modo di confondere le proposizioni X e Y, il quale usa un senso equivoco analogo a quello notato al § 40. Supponiamo che la proposizione: A è B sfugga all’esperienza e quindi alla scienza; si crede dimostrarla scientificamente facendo vedere l’utilità per gli uomini del credere che A è B. Ma quelle proposizioni non sono per nulla identiche; onde, se anche la seconda si dimostra sperimentalmente vera, nulla da ciò possiamo concludere per la prima. Sta bene che c’è chi afferma solo il vero essere utile; ma ove al termine vero si dia il significato di vero sperimentale, quella proposizione non concorda punto coi fatti e viene anzi da essi ognora smentita.

44. Altro modo equivoco è il seguente. Si dimostra, o meglio si crede dimostrare, che «l’evoluzione» avvicina A a B, e si crede con ciò avere dimostrato che ogni individuo deve procacciare che A sia eguale B; oppure che A è eguale a B. [p. 29 modifica]Quelle tre proposizioni sono diverse, e la dimostrazione della prima non trae seco menomamente la dimostrazione delle altre due. Aggiungasi che la dimostrazione della prima è solitamente molto imperfetta14.

45. La confusione tra le proposizioni X e Y suole anche avere luogo, procurando di far credere che, potendo avere comune origine, hanno perciò anche indole e caratteri comuni; ed è modo usato già da molto tempo, e che ogni tanto ritorna a galla. Quell’origine comune talvolta si è posta nell’universale consenso, od in un altro fatto analogo, e al presente più spesso si ricerca nell’intuizione.

Il procedimento logico serve alla dimostrazione ma raramente, quasi mai, all’invenzione (§ 51). Un uomo riceve certe impressioni; mosso da queste enuncia, senza potere dire come e perchè, e se tenta di dirlo cade in errore, una proposizione, che si può verificare sperimentalmente, e che perciò è del genere delle proposizioni che dicemmo X. Quando poi tale verifica abbia avuto luogo, e che realmente il fatto segua come è stato previsto, all’operazione ora accennata si dà il nome di intuizione. Se un contadino stasera guardando il cielo dice: «domani pioverà»; e se veramente domani piove, si dice che ha avuto l’intuizione che doveva piovere; ma ciò non si direbbe ove invece facesse bel tempo. Se un individuo pratico di ammalati vedendone uno dice: «domani sarà morto», e se veramente l’ammalato muore, si dirà che l’individuo ha avuto l’intuizione di quella morte; non si potrebbe dire ciò ove invece l’ammalato risanasse. [p. 30 modifica]

Come già dicemmo tante volte, e dovremo ripetere tante altre, è perfettamente inutile contendere sui nomi delle cose; quindi, se a taluno piace di chiamare intuizione anche l’operazione per la quale si predice la pioggia quando invece viene il bel tempo, o la morte di chi invece risana, si serva pure; ma in tal caso occorre distinguere le intuizioni vere dalle intuizioni false, il che può fare la verificazione sperimentale; le prime saranno utili, le seconde inconcludenti.

Colla stessa operazione colla quale si giunge a proposizioni suscettibili di dimostrazione sperimentale, e che poi mercè questa sono riconosciute vere, o false, si può giungere a proposizioni non suscettibili di dimostrazione sperimentale; e, se vuolsi, si potrà ancora dare a tale operazione il nome di intuizione.

Per tale modo avremo tre generi di intuizioni, cioè: 1.° l’intuizione che conduce a proposizioni X, e che poi l’esperienza verifica; 2.° l’intuizione che conduce a proposizioni X, che poi l’esperienza contraddice; 3.° l’intuizione che conduce a proposizioni del genere Y, e che quindi l’esperienza non può nè verificare nè contraddire.

Coll’avere dato lo stesso nome a tre cose ben diverse, diventa facile il confonderle; e si ha cura di operare quella confusione tra la terza e la prima, dimenticando opportunamente la seconda; e si dice: «coll’intuizione l’uomo giunge a conoscere la verità, sia questa, o non sia, sperimentale», e così si consegue l’ambito scopo di confondere le proposizioni X e le proposizioni Y.

Se si fossero posti a Pericle i due quesiti seguenti: «Come credete che opereranno gli ateniesi in tali circostanze?» e «Credete che Pallas Atena protegge la vostra città?»; egli avrebbe dato, per [p. 31 modifica]intuizione, due risposte di genere essenzialmente diverso; poichè la prima poteasi verificare sperimentalmente, non così la seconda.

L’origine di quelle risposte è la stessa; esse sono la traduzione, senza che la mente di Pericle ne avesse coscienza, di certe impressioni da lui provate. Ma quella traduzione ha valore ben diverso nei due casi. Per il primo quesito aveva gran peso l’opinione di Pericle, e non avrebbe avuto gran peso l’opinioue di uno scita qualsiasi, che non conoscesse gli ateniesi; pel secondo quesito, tanto peso aveva l’opinione di Pericle come quello dello scita; poichè a dir vero, nè questo, nè quello, poteva esser dimestico di Pallas Atena.

L’avere Pericle pratica degli ateniesi faceva sì che più e più volte aveva potuto verificare, correggere, adattare, le previsioni sue a loro riguardo; ed il risultameuto dell’esperienza passata si traduceva in una nuova intuizione, e ad essa dava valore; ma ciò evidentemente non poteva avere luogo per le intuizioni riguardanti Pallas Atena.

Se un uomo che non conosce punto l’arboricoltura, vedendo un albero, ci dice che esso tra breve morrà; non daremo a quelle parole più valore che se fossero dette a caso; se invece ce le dice un provetto arboricoltore, avremo per buona la sua intuizione, perchè è fondata sull’esperienza. E anche se quei due uomini hanno a priori le stesse conoscenze; ma, se l’esperienza ci fa conoscere che questo rade volte erra nelle previsioni o intuizioni, e che quello invece sbaglia il più delle volte, concederemo ai detti di questo una fede che negheremo ai detti di quello. Ove poi non soccorra in alcun modo l’esperienza, avranno pari valore le previsioni o intuizioni di entrambi, e quel valore sarà sperimentalmente zero. [p. 32 modifica]

Colle intuizioni di fatti sperimentali vengono a contrasto quei fatti stessi, onde le intuizioni debbono adattarsi ai fatti. Colle intuizioni non sperimentali vengono a contrasto solo altre intuizioni, onde per l’adattamento basta che gli uomini consentano in una stessa opininione. Il primo è adattamento oggettivo; il secondo, soggettivo. L’errore di confondere l’uno coll’altro ha la sua radice nel sentimento che spinge l’uomo a considerarsi come il punto centrale dell’universo e a credere che in sè reca la misura di tutte le cose.

46. L’universale consenso degli uomini non ha virtù di rendere sperimentale una proposizione che non lo è; nè l’acquista quando quel consenso si estenda nel tempo, sino a valere per tutti gli uomini che hanno esistito. Perciò è pure vano il principio che ciò che non è concepibile non può essere reale; ed è propriamente assurdo il figurarsi che le possibilità dell’universo siano limitate dalla capacità della mente umana.

47. I metafisici, che si valgono delle proposizioni Y, sogliono talora asserire che esse sono necessarie per trarre qualsiasi conclusione dalle proposizioni X, perchè, senza un principio superiore, la conclusione non seguirebbe necessariamente dalle premesse. Essi fanno così un circolo vizioso, poichè suppongono precisamente che le proposizioni X si vogliano porre nella categoria delle proposizioni aventi carattere di necessità e di verità assoluta15; ed infatti è vero che, ove ad alcuna conseguenza della categoria X, si voglia dare i caratteri delle [p. 33 modifica]proposizioni Y, occorre che queste abbiano parte o nelle premesse, o nel modo di trarre la conclusione; ma ove s’intenda che le proposizioni X sono strettamente subordinate all’esperienza, e sieno accettate non mai in modo definitivo, ma solo sino quando l’esperienza non vi sia contraria, viene meno ogni bisogno di ricorrere alle proposizioni Y. In quel modo, la logica stessa è considerata come una scienza sperimentale.

48. D’altra parte coloro che si occupano delle proposizioni X invadono pure spesso il campo delle proposizioni Y, sia col dare precetti in nome della «scienza», che pare donarci oracoli come un Dio; sia col negare le proposizioni Y, sulle quali dimenticano che la scienza non ha podestà alcuna. Tale invasione giustifica in parte l’asserzione del Bruretière che «la scienza ha fallito». La scienza non ha mai fallito sinchè è rimasta nel suo campo, che è quello delle proposizioni X; ha sempre fallito, e fallirà sempre, quando ha invaso, o invaderà, il campo delle proposizioni Y.

49. Interamente diverso dalla confusione ora rammentata è il caso in cui, movendo da una premessa che non si può verificare coll’esperienza, se ne deducono scientificamente conclusioni. Queste neppure si possono verificare sperimentalmente, ma sono congiunte colla premessa per modo che se questa è una proposizione che nel futuro si potrà verificare coll’esperienza, cioè una delle proposizioni che indicammo con Y α al § 36, anche le conclusioni diverranno sperimentali. Se la premessa è una proposizione Y β, le conclusioni trascenderanno sempre dall’esperienza, pure rimanendo [p. 34 modifica]congiunte colla premessa in modo che chi accetta questa deve pure accettare quelle16.

50. Ma perchè quel modo di ragionare sia possibile è necessario che le premesse sieno chiare e precise. Per esempio lo spazio in cui viviamo o è Euclidiano, o poco ne differisce, come è dimostrato da innumerevoli fatti sperimentali. Ma si possono imaginare spazi non Euclidiani, e così muovendo da premesse precise si sono potute costituire lo geometrie non-Euclidiane, che trascendono dalla esperienza.

Quando le premesse non sono precise, come accade per tutte quelle che gli etici vorrebbero introdurre nella scienza sociale e nell’economia politica, è impossibile trarne nessuna conclusione rigorosamente logica. Quelle premesse poco precise potrebbero non essere inutili quando si potesse verificare ad ogni piè sospinto le conclusioni, e così man mano correggere ciò che hanno di non preciso; ma ove manchi quella verificazione, lo pseudo ragionamento che vuolsi fare finisce col non aver altro valore che quello di un sogno sconnesso.

51. Discorremmo sin qui di dimostrazione; diversa è l’invenzione. Sta di fatto che questa può talvolta avere origine da pensamenti che nulla hanno che vedere colla realtà e che possono anche essere assurdi. Il caso, un cattivo ragionamento, analogie imaginarie, possono condurre ad una proposizione vera. Ma quando poi si voglia dimostrare, [p. 35 modifica]non c’è altro mezzo che ricercare se direttamente od indirettamente concorda coll’esperienza17.



Note

  1. Nel 1904, G. de Greef dà ancora questa definizione (Sociol. écon., p. 101): «L’economique est cette partie fondamentale de la science sociale qui a pour objet l’étude et la connaissance du fonctionnement et de la structure du système nutritif des sociétés en vue de leur conservation et aussi de leur perfectionnement par la réduction progressive de l’effort humain et du poids mort et par l’accroissement de l’effet utile, dans l’intérêt et pour le bonheur communs de l’individu et de l’espèce organisés en société».
    Su ciò c’è da osservare: 1.° È singolare che per definizione si dia una metafora (système nutritif). 2.° L’économique si occupa della produzione dei veleni, della costruzione delle ferrovie, delle gallerie come quelle del Gottardo, delle corazzate, ecc.? Se no, quale scienza se ne occupa? Se sì, tutta quella bella roba è mangiata dalla società (système nutritif)? Che appetito! Santa Lucia conservi la vista alla signora società! 3.° Quello studio è fatto con uno scopo pratico-umanitario (en vue), quindi è veramente definita un’arte e non una scienza. 4.° Si sa che le definizioni non si discutono; perciò dentro non si può includervi teoremi. Il nostro autore ce ne include parecchi. C’è il perfezionamento che si ottiene colla riduzione del poids mort (i capitalisti ne devono fare parte, così sono condannati per definizione), c’è il bonheur commun de l’individu et de l’espèce; col che, sempre per definizione, si fa sparire la difficoltà di sapere quando esiste quella felicità comune, e quando invece l’utile dell’individuo si oppone a quello della specie, o vice versa. E ci sarebbero anche altre osservazioni, ma basta su tutto ciò.
  2. Supponiamo che un matematico possa osservare, ad un tempo, spazi euclidiani e spazi non-euclidiani. Nei secondi vedrà che i teoremi di geometria i quali dipendono dal postulato d’Euclide non sono veri, e quindi, adoperando la locuzione di cui si fa cenno nel testo, dirà che patiscono eccezioni!
  3. Les systémes socialistes, II, pag. 75 e seg., Paris, 1903.
  4. Plinio errava nel valutare l’altezza dei monti delle Alpi, quindi, a proposito dell’osservazione di Dicearco, che l’altezza dei monti è trascurabile in paragone della grandezza della terra, egli dice: «Mihi incerta haec videtur conjectatio, haud ignaro quosdam Alpium vertices, longo tracta, nec breviore quinquaginta millibus pasuum assurgero», Hist. Mundi, II, 65. Si avrebbe così un’altezza di circa 74,000 metri, mentre in realtà il monte Bianco è alto solo 4810 metri.
  5. Anassimene se la figurava piatta; Anassimandro come cilindrica.
  6. Paul Tannery, Rech. sur l’hist. de l’astron. anc., pag. 106, discorrendo del postulato della sfericità della terra, dice: «Toutefois, eu égard à sa partie objective, il avait la valeur d’une première approximation, de même que, pour nous, l’hypothèse de l’ellipsoide de révolution constitue une seconde approximation. La grande différence est qu’a la suite des mesures et observations poursuivies en différents points du globe, nous pouvons assigner des limites aux écarts entre cette approximation et la réalité, tandis que les anciens ne pouvaient le faire sérieusement».
  7. Les systémes socialistes, II, pag. 252, Paris, 1903.
  8. Prof. Vito Volterra, Giornale degli economisti, novembre 1901.
  9. Un esempio, in cui per altro la sintesi non è completa, si avrà nel cap. IX, dove ragioniamo del libero cambio e della protezione.
  10. G. Sorel ha solo ragione in parte quando dice: «L’homme d’État sera, d’ordinaire, trés peu sensible à la démonstration par laquelle on lui prouve que le protectionnisme détruit toujours de la richesse; s’il croit que le protectionnisme est le moyen le moins conteux pour acclimater l’industrie et l’esprit d’entreprise dans son pays....» (Introd. à l’écon. moderne, pag. 26). A quel paragone qualitativo occorre sostituirne un altro quantitativo e dire «perderò tanti milioni all’anno, ne guadagnerò tanti», e poi decidersi. Se si distruggessero 500 milioni all’anno di ricchezza, e se ne guadagnassero 100, si farebbe un cattivo affare. Notisi che il Sorel pone il problema solo riguardo all’economia, ma c’è poi una parte sociale e politica di gran momento, e di cui occorre tener conto.
  11. Dice il Sorel, loc. cit., pag. 25: «On ne saurait.... imaginer une méthode d’approximations successives pour résoudre la question de savoir s’il vaut mieux épouser une jeune fille intelligente et pauvre qu’une riche héritière dépourvue d’esprit».
    Notiamo che il problema così scelto è semplicemente di tornaconto individuale, e che viene solitamente sciolto non dalla ragione, ma dal sentimento. Tuttavia, se si vuole fare uso del ragionamento, si può ottimamente imaginare quel metodo al quale accenna il Sorel.
    1.a approssimazione. Si esaminano le condizioni materiali e morali dei futuri sposi. L’uomo ha in pregio i beni materiali e non ha punto in pregio le facoltà intellettuali. Farà bene di sposare la giovane ricca.
    2.a approssimazione. Vediamo un poco di che qualità è quella ricchezza. Altre volte se l’uomo e la donna avevano proprietà territoriali prossime, un matrimonio che congiungeva quelle proprietà era stimato convenientissimo. Vediamo, se la donna, essendo ricca, non avesse, per caso, l’uso di spendere anche più della sua entrata. Di che qualità è l’intelligenza di quella che è povera. Se avesse attitudine pei negozi, ed il futuro marito avesse un commercio od un’industria che egli non sa dirigere e che la moglie dirigerebbe bene, può a lui tornare conto di torre la donna povera ed intelligente.
    3.a approssimazione. Abbiamo discorso della ricchezza e dell’intelligenza; ma della salute, della bellezza, dell’amenità del carattere, ecc., non c’è da dire nulla? Per molti quelle doti saranno anzi le prime da considerarsi. Altre infinite circostanze sono pure da tenersi presenti.
    Se poi il problema invece di essere individuale fosse sociale, cioè se si chiedesse: è utile per un popolo che i giovani nello scegliere la consorte badino più alla ricchezza, od all’intelligenza? si avrebbero pure considerazioni analoghe, che consistono essenzialmente in analisi (separazioni delle parti), approssimazioni successive, e infine sintesi, ossia ricongiungimenti degli elementi ottenuti.
  12. Cours d’Economie politique, § 578, Lausanne, 1896-1897.
  13. Purg., III, 37-39. E Parad., II, 43-44:

    Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
         Non dimostrato, ma fia per sè noto,
         A guisa del ver primo che l’uom crede.

  14. Les système socialistes, I, pag. 344, Paris, 1903; Cours d’Economie politique, II, § 578, Lausanne, 1896, 1897.
  15. Uso quei termini perchè altri li adopera, ma io non so quali sieno le cose che si vuole indicare con quei termini.
  16. Tale proposizione è ellittica, del genere di quelle notate al § 40. Conviene sottintendere: «se si vuole ragionare logicamente». È manifesto che a chi rifiutasse di ciò fare non si potrebbe dimostrare cosa alcuna.
  17. Les systèmes socialistes, II, pag. 80, nota, Paul Tannery, Recher. sur l’hist. de l’astronomie ancienne, pag. 260, il quale, per altro, ha tendenza di andare un poco oltre ai fatti, per difendere certi concetti metafisici, dice, a proposito delle teorie del sistema solare: «Il y a là un exemple notable, et sur lequel on ne saurait trop insister, de l’importance capitale des idées a priori (metaphysiques) dans le développement de la science. Lorsque celle-ci est constituée, il est facile d’écarter les considérations de simplicité des lois de la nature, etc., qui ont guídé les fondateurs..... Mais on oublie que ce n’est pas ainsi que se sont fait les grande découvertes, qu’ont été réalisé les principaux progrès....».