Novella di Giovanni Cavedone

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Anonimo

XV secolo N Indice:Due novelle aggiunte in un codice del MCCCCXXXVII.djvu Novelle Letteratura Novella di Giovanni Cavedone Intestazione 25 gennaio 2015 100% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Due novelle aggiunte in un codice del MCCCCXXXVII contenente il Decamerone di Giovanni Boccaccio


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Giovanni Cavedone è innamorato di madonna Elisa de gli Onesti, e Agnolo fornaio credendolo servire, della sua propria donna galeotto1 diviene.


E’ non è guari di tempo passato, che essendo io in Pisa all’albergo del Cappello dove si ritrovonno più e più mercatanti di vari paesi, come tutto giorno veggiamo negli alberghi avvenire; e avendo tutti lietamente cenato, ed essendo d’inverno tutti ad uno [p. 16 modifica]grande fuoco a sedere, disse l’uno di questi mercatanti, che per li savi si teneva che il tempo era la più cara cosa che fosse, e che quello perdendo mai racquistare non si poteva: e però, acciò che quella particella della notte che vegghiare intendevano utilemente si spendesse, dove a gli altri piacesse, a lui parrebbe che si dovesse per alcuni di loro novellare delle cose preterite, e narrare de’ casi fortuiti già a molti addivenuti. Fu da tutti molto commendato il detto di quello, e così più e più bellissime novelle vi si raccontarono; infra quali una ve ne fu che sopra tutte le altre piacendomi, acciò che per li tempi futuri raccontata da molti fosse, m’è piaciuto di scriverla, come appresso udirete.


[p. 17 modifica]Novella di Giovanni Cavedone e di madonna Elisa de gli Onesti da Ravenna.


Ravenna, siccome voi, valenti uomini, dovete sapere, è in Romagna, ed è una antichissima città, già di nobili e ricchi cittadini piena (quello che oggi non è), ed era adornata di nobili casamenti e di bellissime chiese: però che dominando la potenza dei Romani i quali tutte le nazioni sottomisero censuarie alla loro signoria, per ornamento e grandezza della loro città gran parte delle cose preziose che in quelle trovavano, insieme con gli uomini virtuosi, a Roma conducevano; e quelle delle parti di ponente posando a Pisa e quelle di levante a Ravenna, quasi come loro depositarie, poi a tempi comodi a Roma ne le mandavano. E questo fece molto accrescere la fama della città di Ravenna, [p. 18 modifica]però che le cose nobili che in Roma si vedevano, per gli ignoranti volgarmente si diceva essere da Ravenna venute, non come depositaria di Roma, ma come ivi e composte e lavorate fossero. Molte adunque delle cose nobili a Ravenna rimasero, perchè le chiese di quella e di colonne e di marmori e d’intagli e d’altre nobili cose s’adornarono, ed in alcune di quelle per li papi, che per li tempi furono, vennero concedute molte indulgenze e grandissimi perdoni, e ancora oggi per molti uomini e donne vi si ha grandissima divozione. Nella quale cittade, non è gran tempo, fu una gentile giovane, vaga e bella, il cui nome fu madonna Elisa della casa de gli Onesti, la quale di non molto tempo vedova rimasa d’uno nobile giovine, Bernardino de’ Traversari2 chiamato, in vita vedovile onestamente vivendo; [p. 19 modifica]avvenne che uno giovane ricco, savio, costumato, cortese e ornatissimo parlatore e copioso di tutte le virtù, il cui nome fu Giovanni Cavedone3, sì forte di lei s’innamorò, che dì nè notte ad altro pensare non sapea: e vedere non potendola, nè mostrarle il fervente amore che egli li portava, nell' animo suo soffriva intollerabile dolore. E vivendo in questo ardente fuoco, cominciò a sollecitarla e con lettere e con ambasciate: ma niente valeva, perchè nè udire, nè vedere voleva alcuno che di ciò li parlasse. Il perchè egli pensò inducerla alla sua benivolenza, con dimostrargli le sue virtù, prodezze e cortesie: e incominciò a fare bellissime giostre e torniamenti e bigordare e altri fatti di arme, le cui forze sopravanzavano tutti gli altri uomini; e, oltre a questo, sonare, cantare e danzare, onorare e convitare i suoi cittadini, tenendo cani, [p. 20 modifica]uccelli e cavagli e famigli, e donando senza alcuno freno o misura; tanto che per la sua splendida vita e per la fama della sua virtù e prodezza per tutta Italia di lui si ragionava. Nè prima s’avvide, che in cortesia invano quasi tutto il suo ebbe speso; facendolo la povertà ravvedere e fine porre al suo disordinato spendere.

Non però cessando da lui l’ardore della sua donna, ma più ognora crescendo, e non vedendo che di quello che rimaso gli era vivere ne potesse, nella corte del signore4 a stare si puose, parendogli ivi più onorevolemente vivere e meglio dimostrare le sue virtù, che in altra guisa. E conosciuto per lo signore la sua prodezza, il fece suo sescalco; ed esso ubbidiente e sollicito a quello che a fare avea, quando tempo comodo vedeva, così di presente era intorno alla casa della sua donna, se vedere la potesse, pigliando alcuno [p. 21 modifica]conforto solamente a vedere le mura della casa, e, sopra tutto una finestra dove alcuna volta si faceva5.

Continuando costui in cotale guisa, sovente dalla casa della sua donna passando, alcuna volta si posava a casa di uno fornaio Agnolo chiamato, che di rincontro alla sua donna stava, e, fingendo altre cagioni, con lui si ragionava. Agnolo che bene sapeva la cagione del suo passare, e sapendo esso lui avere il suo per lei consumato, gliene prese pietà; e così per via di motto gli disse: Giovanni, che vorresti tu ch’egli ti costasse, e tu potessi a posta tua andare, stare e parlare a madonna Elisa, come io posso? Giovanni, dopo uno gran sospiro, rispose: Costare non mi potrebb’egli oramai troppo gran fatto, perchè per lei, come tu sai, ho speso quasi ogni cosa; ma quello che io posso dare si è la persona, la quale ciascuno appregia più che tutte altre [p. 22 modifica]ricchezze, e appresso quel poco che rimaso m’è. Disse Agnolo: Iddio sa quanto di te mi duole, e s’io credessi poterti essere buono, volontiera m’affaticherei, chè almeno ella degnasse di volerti vedere, sì che qualche poco di guiderdone di tanto fervente amore, quanto portato l’hai, ti rendesse. Giovanni udendo questo gli prese si grande dolore al cuore, che niente rispondere puotè, e alcune lagrimette gli vennero su gli occhi, le quali fecero il fornaio molto più pietoso che prima non era, e sì gli disse: Giovanni, or va ch’e’ conviene che in uno modo in altro tanto adoperi, che tu adempi i tuoi desiderii. Giovanni con quelle umili e dolci parole che meglio seppe dire, prima il ringraziò, e appresso affettuosamente e con ogni instanza il pregò che così facesse, come detto avea, sè e le sue cose offrendogli essere a’ suoi comandamenti sempre apparecchiate; e partissi.

Il seguente giorno avvenne che la fante di madonna Elisa venne al forno, [p. 23 modifica]e disse ad Agnolo, che voleva fare il pane, e come più tosto potesse glielo comandasse; e il fornaio disse di cosi fare. Era il fornaio uomo assai giovane e parlante e molto motteggievole e di buona aria, e quando tempo gli parve, se n’andò a casa di madonna Elisa, la quale in sala a sedere trovatala, come alcuna volta usato era con lei di motteggiare, ridendo disse: Madonna, voi vi ci sedete suso. La donna che bene lo intese, disse: Come suso? oh, io mi seggo su questo scanno. Disse il fornaio: Or lasciatelo pur muffare, chè Iddio non fece le cose se non perchè s’adoprassero! Disse la donna: Deh, tristo ti faccia Iddio, che parole sono queste? se’ tu impazzato? Disse il fornaio: Se io sono pazzo, voi sete tutte più che gli uomini savie. O matto, rispose la donna, di che siamo noi tutte più che gli uomini savie? Disse il fornaio: Perchè, morendo di fame, sempre vi mostrate satolle. Disse la donna: In verità io non sono di quelle; che che l’altre si [p. 24 modifica]facciano. Disse il fornaio: E voi e tutte le altre siete ad una lega. La fante facendo grandi risa, fu molto dalla donna ripresa; perchè parendo al fornaio per quella prima volta assai avere fatto, avendolo la donna più volte con viso turbato accombiatato, alla fante comandò il pane per la seguente mattina, e partissi. E come partito fu, disse la fante alla donna: Oh non intendete voi il fornaio? Rispose la donna: Mainò che non lo ’ntendo. Disse la fante: Io lo ’ntendo bene io, e dicesi molto bene il vero di ciò che e’dice. Voi sete giovane e bella e sanza marito, disagio avendo di quello che le maritate hanno divizia, dicendo sempre pur di no: ma, alla croce di Dio, io non sona stata di quelle mentecatte: io non m’ho che repitare6 di nulla, però che tempo perduto non si ristora giammai. E da che diavolo sarete voi quando vecchia sarete, che non trovarete cane che v’abbaj, e il [p. 25 modifica]pentire da sezzo niente vale7? E per certo io non credo fosse giammai donna a voi simile, non che più in cui fosse tanta durezza e crudeltà quanta è in voi. Or non vedete voi a che partito condotto avete Giovanni Cavedone, prima per vostro amore avere tutto il suo in cortesia ispeso e poi condotto a morte? E non credete voi averne peccato? Non siete voi di lui micidiale? Voi siete vedova e non siete ad alcuno obrigata, ed esso similemente è sanza moglie: perchè non [vorrete] con molto [piacere]8 di voi e di lui, remunerarlo di tanto amore portatovi, donandogli frutto del vostro amore? La donna che di pietra nè di diamante non era, ascoltò le parole della fante, e tutte vere reputandole, e come che aspramente la fante riprendesse, pure [p. 26 modifica]nell’animo suo senti gli concupiscevoli appettiti, e avendo, per avere avuto marito, conosciuto i piacevoli abbracciamenti, cominciò seco medesima a dire sè essere una sciocca; e così si rimasero i ragionamenti per quella sera, e ciascheduno se n’andò alla sua camera a dormire.

La donna essendo andata a letto, piena di amorosi pensieri, sospinta da’ consigli del fornaio e da’ conforti della fante, cominciò a pensare e a dire in sè medesima: Io sono, non che crudele, ma crudelissima verso di costui, dicendo: chi è quella ch’amata sia che non ami, se non io? Costui per amore di me ha in cortesia tutto il suo speso, e mai da me non ebbe uno guatare d’occhio: perchè con molto mio piacere non lo contento io? Egli è giovane, bello e prode.... E così rivolgendosi sopra questi pensieri, subitamente la sua ostinata durezza in uno profondissimo e smisurato amore mutata, desiderosa divenne di compiacergli, e così tutta quella notte con gravosi e caldi sospiri passò.

[p. 27 modifica]Tornò il fornaio la seguente mattina, e ridendo disse: Madonna, dissivi io ieri il vero? La donna cotale9 sorridendo, disse: Sì, secondo la interpretazione della mia fante. La quale risposta diede baldanza al fornaio di più oltre dire, e disse: Deh, Madonna, perchè sete voi micidiale del vostro servidore? La donna, mostrando di non intenderlo, rispose: Guardimi Iddio di non essere micidiale.; ma io non so che io offenda o abbia offeso a niuno. Disse il fornaio: Sì, sapete bene; e fareste bene ad amare chi voi ama. Rispuose la donna: Deh va col malanno, e ragiona queste sciocchezze con chi le vuole udire! Per che il fornaio, postasi l’asse10 in su la spalla, andò via. -

La donna rimasa, per le parole del fornaio più negli amorosi pensieri rivolgendosi e già tutta accesa, non meno desiderosa di essere con Giovanni [p. 28 modifica]che Giovanni con lei, con desiderio la tornata del fornaio aspettava. Il fornaio come il pane fu cotto, così cantando a casa della donna nel portò, e come fu nella presenza di lei, li disse: Madonna, or siete voi punto raumiliata? La donna con l’occhio lampeggiante, e alquanto sorridendo, disse: Agnolo, coteste non sono cose da ragionare, e non pensare ch’io non conosca Giovanni e le sue virtudi e costumi, e ch’io non conosca lui avere il suo consumato in cortesia, e tutto per amore di me; e conosco a lui essere obrigata: ma tu sai quanto alle vedove donne essere oneste conviene11; e quando una simile cosa si venisse a risapere in quanto detrimento del mio onore e della mia fama verrebbe: e però di queste cose mai [p. 29 modifica]più non mi ragionare. Parve al fornaio che la donna arrenduta fosse, e che altro che tempo e luogo non mancasse; e però gli cominciò con umili parole a dire, che bene conosceva quello che ella diceva essere vero, e che in ciò si conviene tenere cauto modo e avere bonissimo riguardo, e che egli avea pensato uno bonissimo modo; ed esso fia questo: Come voi sapete, bontà della vostra buona mercè, voi siete alcuna volta usata di venire a stare a vostro spasso con la mia donna, e io ordinarò che domenica che viene, come desinato aremo, in su quelle ore che per via alcuna persona non si trova, di mandarla alla vigna; e come partita sia, voi in casa mia ve ne verrete, e da alcuna persona veduta non sarete; e se pure veduta foste, niuno non pensarebbe meno che bene, essendovi voi alcuna volta di venire usata: e io ordinare che Giovanni vi verrà, e preso che arete insieme amoroso piacere, e dato tra voi ordine a quello che per innanzi a fare arete, avanti che [p. 30 modifica]la mia donna torni, ve ne potrete alla casa vostra tornare. Parve alla donna questo essere buono modo, e come che più volte il negasse, nell’ultimo alquanto arrossita e col capo inclinato gli disse: Cotale [modo] sì, non si puote che per cauto reputare.... Perchè partitosi il fornaio, come più tosto potè, tutto lieto mai non fini che trovato ebbe Giovanni, e con festa gli disse ciò che con la donna ordinato avea, e dove e quando. Giovanni, più lieto che altro uomo, al fornaio rendè quelle grazie che a tanto benefizio si richiedeano, con desidero la seguente domenica attendendo.

Avea il fornaio una moglie giovane e assai bella e fresca, che donna Taddea era chiamata; e venuto il sabato, gli disse il fornaio. Tu vedi, Taddea, che oramai è il tempo da vendemmiare, e per molte nostre faccende i dì da lavorare andare non vi posso, e aveami messo in animo d’andarvi domane, ma m’è sopravvenuta una faccenda, che in alcuna guisa [p. 31 modifica]andare non vi potrei; e indugiandomi all’altra domenica, si tarderebbe troppo, e però è di necessitade che tu vi vadi domane come desinato aremo, e che tu dia l’ordine di vendemmiare come e qual dì ti parrà. La mattina seguente desinarono di buon’ora, e come mangiato ebbero, la fornaia con una fanciulletta che in casa teneva alla vigna n’andò.

La donna che attenta stava, come la fornaia partita fu, così sanza mantello della sua casa uscì, come è usanza l’una vicina con l’altra andare a dimorare alcuna volta, e in casa del fornaio se n’entrò; e come fu di piacere del fornaio, in una camaretta terrena, che di dreto alquanto lì intorna avea e assai scura, n’andò. Il fornaio ad aspettar Giovanni in su il suo uscio a sedere si puose, e in su e in giù guatando, e non vedendolo venire, si maravigliava; e parendoli che troppo tardasse, chiuso l’uscio sanza serrarlo, a corte per trovarlo si mise ad andare, e come al palagio si [p. 32 modifica]avvicinò, così il vide inverso lui a gran passi venire, e riscontratisi insieme, il riprese forte della sua soprastanza. Ed egli scusandosi si doleva e malediceva la sua fortuna, che ad essere sottoposto ad altrui condotto l’avea, dicendo che come un poco mangiato ebbe, si levò da tavola per venire, e che il signore fatto l’avea chiamare e ordinatogli quello che a fare avesse per uno convito che il seguente giorno fare intendea: nè prima mi sono potuto partire, nè mai ebbi simile dolore; e però sanza niuno indugio andiamo pure tosto, che troppo mi duole tanto averla fatto aspettare.

Mentre che in questi ragionamenti Giovanni e ’l fornaio stavano, la fornaia dalla vigna tornò, e, trovando l’uscio aperto, in casa se n’entrò, e richiuso l’uscio, come trovato l’avea, nella camara dove era la donna n’andò; e tra per avere più panni in dosso che usata non era, e per lo andare e per la stagione essendo tutta sudata, [p. 33 modifica]come più tosto potè spogliatasi, nel letto se n’entrò. La donna vedendola venire si maravigliò, e, da una parte appiattatasi, a vedere stette quello che la fornaia facesse; nè appena era la fornaia nel letto entrata, che all’uscio giunse Giovanni; e il fornaio, non sapendo la fornaia essere tornata, come dentro entrati furono, disse il fornaio a Giovanni: Vàttene colà in quella camera; ella è là che t’attende. Giovanni entrato nella camera, cotale a barlume scorto che ebbe il letto, là s’accostò, e postovi suso la mano, trovò la donna essere nel letto, perchè sanza alcuna cosa dire spogliatosi a lato alla fornaia s’accoricò. La fornaia credendo che ’l marito fosse, non rifiutando il beneficio, verso lui rivoltatasi, presero insieme amoroso piacere. La donna come nel letto vide Giovanni, chetamente dalla camera si uscì, forse non molto contenta le some si scaricassero ad altro albergo che al suo, e venutane dinanzi trovò il fornaio, a cui ella disse: Agnolo, tu dicevi che [p. 34 modifica]tutte le donne erano savie, che morendo di fame sempre mostravano essere satolle; e io ti dico, che le sono tutte matte, salvo che la tua donna, che avendo fame ed essendo da Giovanni invitata, come savia, non rifiutò lo ’nvito. E detto questo si uscì di casa, e con lenti passi, e donnescamente, nella sua casa si ritornò.

Il fornaio che non intese il motto della donna, e della presta partita di lei maravigliavasi, nella camera se n’andò, dove ignudo Giovanni nel letto colla sua moglie trovò che si sollazzavano, e già cavalcato avea tre miglia sulla ronzina di sant’Agnolo in Vado12.

Se il fornaio fu dolente, ciascuno di voi sel puote pensare; ma Giovanni molto più di lui, dolendosi che molti anni con grandissimo desiderio seguita l’avea, e per lei tutto il suo consumato; ed ora in camera tenendola, la [p. 35 modifica]invidiosa fortuna nella moglie del fornaio scambiata l’avea. E della malvagità della fortuna ramaricandosi, alla quale parendo assai avere fatto, fine volendo porre al suo amore, gli apparecchiò prestamente ristoro, perocchè la donna per mezzanità della sua fante in altra occulta parte molte volte col suo amante a pigliare amoroso piacere si ritrovò.

E così il piatoso fornaio, credendo Giovanni servire, galeotto della sua propria donna divenne.



Note

  1. Da un cavaliere per nome Galeotto che fu mezzano dell’amore tra Lancillotto e Ginevra, come abbiamo nell’antico romanzo cavalleresco di Lancillotto del Lago (la cui lettura fa Dante essere stata cagione che Paolo e Francesca da Rimini conoscessero i lor dubbiosi desiri, onde dice al canto 5 dell’Inferno: «Galeotto fu il libro e chi lo scrisse» la voce galeotto divenne per antonomasia sinonima di mezzano. Così al Decamerone del Boccaccio diedesi il secondo titolo di Principe Galeotto per significare che col pieno adescamento che porge assume in maggior grado gli offici di quel cavaliere.
  2. Le famiglie Onesti e Traversari furono delle principali di Ravenna; e veggasi il Decamerone del Boccaccio, nov. 8, gior. 5.
  3. Il cognome Cavedoni, sì frequente nel modenese, non ricorre nel ravignano.
  4. Della casa da Polenta, che al tempo cui si riferisce la presente novella aveva il dominio di Ravenna.
  5. Farsi alla finestra, per Affacciarvisi, è modo assai vivo ne’ Canti popolari toscani; quando qui non fosse da leggere si affacciava.
  6. Pentire.
  7. Proverbio che il Tasso trasportò nell’Aminta: «Che ’l pentirsi da sezzo nulla giova.» Atto I, sc. 1.
  8. Le parole chiuse da parentesi quadre mancano nel codice, e in questa novella furono da me supplite per approssimazione.
  9. Avverbialmente, per In un certo modo.
  10. L’asse sulla quale i fornai portano il pane.
  11. «E sapete quanta onestà nelle vedove si richiede.» Boccaccio, Decam. nov. 4, gior. 8, ove trattasi appunto dello scambio di una donna per un’altra; e ciò prova che l’autore della presente novella informavasi al Decam.; nè mancherebbero ulteriori riscontri.
  12. Borgo della provincia di Pesaro, nominato per ischerzo del nome del fornaio.