Satire di Tito Petronio Arbitro/28

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Capitolo ventesimottavo - Arte poetica. Poemetto sulla guerra civile

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Petronio Arbitro - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Lancetti (1863)
Capitolo ventesimottavo - Arte poetica. Poemetto sulla guerra civile
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CAPITOLO VENTESIMOTTAVO

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arte poetica. poemetto sulla guerra civile.



Ma qui Eumolpione tornando alla sua dottrina disse la Poesia, o giovanetti, molti ha ingannato; perchè come uno sa quanti piedi formino un verso, e sa legare in un giro di parole un pensier delicato, credesi tosto aver toccato la cima di Elicona. Perciò taluni nelle faccende giudiziarie esercitati si rifugiano spesso alla calma delle muse, stimando essere cosa più facile il comporre un poema,1 che una allegazione ricca di periodetti pungenti. Ma uno spirito magnanimo schiva la vanità, nè un sano ingegno immagina o pubblica una composizione, s’ella non sia inaffiata da una abbondante corrente di letteratura. Bisogna guardarsi da ogni plebeismo, per così esprimermi, di parole e sceglier voci non usate dal volgo, cosicchè possa dirsi

Abborro e fuggo la profana plebe.

Conviene oltr’a ciò aver cura, che le sentenze non si alzino al di là del genere, in cui si scrive, ma abbiano quello splendore, che corrisponda al colorito della [p. 156 modifica]veste. Ne sia modello Omero, e i lirici, e il romano Virgilio, e la graziosa felicità di Orazio; che gli altri, o non conobber la via per cui si giunse al Poema, o conosciutala spaventaronsi di tentarla. Chiunque per esempio aspirasse alla grand’opera della guerra civile se di molte cognizioni non è provvisto, soccomberà sotto il peso.2 Imperocchè non trattasi di descrivere ne’ versi le azioni seguite, locchè assai meglio si fà dagli istruiti, ma deve liberamente lanciarsi l’ingegno in mezzo alle passioni, alla influenza degli Iddii, ed all’invenzione meccanica delle sentenze, sicchè paia piuttosto estasi di animo riscaldato, che esattezza di un racconto fedele, testificato da’ documenti. E se voi siffatto impeto conoscete, uditene un tratto, benchè ancora non abbia avuto l’ultima mano.


    Già il Roman vincitor l’intero mondo,3
Ov’è mare, ov’è terra, ove s’aggira
L’un astro e l’altro possedea, nè pago
Era però. Già su le carche navi
5Scorreansi i domi flutti, e se apparia
Qualche mal nota piaggia, o terra alcuna
Del biondo oro feconda, era nemica,
E a cruda guerra la dannava il fato.

    Sol di ricchezze eravi sete, e il volgo
10Più non amava i passatempi usati,
Nè i piacer dal comune uso avviliti.
Ed il guerrier, cui la conchiglia, tratta
Fuor dell’acque di Assiria, era sì grata,
Or pel cinabro dalla terra svelto,
15Rifiutando la porpora, pugnava.
Quà il Numida4 togliea dai monti il marmo,
Là spogliava il suo suol l’araba gente,
Ed il Serio filava il bozzol novo.

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    Ma piaghe e duol la mal condotta pace
20Offre peggior. Ne’ mauritani boschi,
E sino all’affricano ultimo Amenobe
Si và di fere avidamente in traccia,5
Onde la belva dall’egregia zanna
Alle mortali sue feste non manchi.
25L’estrania tigre sulle navi giugne
Alto portata nell’aurata gabbia,
Acciò tra il plauso popolar poi beva
Umano sangue. Ahi che il parlare, e i fati
Spinti allo estremo palesar mi è grave!

    30Son mutilati alla persiana foggia
I giovanetti non affatto adulti,
Sì che pei membri dal coltel mozzati
N’abbia la genial Venere scorno,
E quel ritardo i rapid’anni freni,
35E il vol rallenti dell’età fugace;
Cerca di se Natura, e se non trova.

    Sozza lussuria a ciascun piace, e il passo
Per fiacchezza interrotto, e i capei lunghi,
E i tanti nomi del vestir moderno,
40E quanto insomma ad uom lascivo piace.

    Mense di cedro all’Affrica rapito
Si pongon or d’ostro e di servi ricche,
Le cui vili ombre più dell’or pregiate
Crollan di tanti la fortuna. Intorno
45Al combattuto e mal vantato desco
Nel vin sepolta quella turba giace;
E là del mondo le ricchezze ammucchia
Guerrier che lungi l’armi ardite spinse.

    Ingegnosa è la gola: ancor guizzante
50Lo scaro figlio della sicul’onda

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Portasi a mensa, e l’ostrica passata
Ne’ lucrin lidi,6 che le cene allunga,
E per danno maggior fame rinnova.
L’acqua del Fasi già d’augelli è priva,
55E appena suona su la muta sponda
L’aura solinga tra le vuote foglie.

    Nè men guasto è l’esercito, che omai
I comprati Romani offrir son usi
I richiesti suffragj ove maggiore
60È rumor di guadagno e di bottino.

    Venal senato, popolo venale;
Chi più spende ha favor: anche ai vecchiardi
Venuta è men la liberal virtute.
L’autorità gli avidi sguardi volge
65Sui diffusi agi, e per danar corrotta
Prostrata è sin la maestà latina.

    Vinto è Caton dal popolo ed espulso.7
Ma più infelice è il vincitor, cui pesa
(Pubblica infamia e de’ costumi peste)
70I fasci avere ad un Caton rapiti.
Non l’uom fu espulso, ma fu vinta in lui
La podestà, l’onor di Roma; ond’essa
Svergognata così di se fa prezzo,
Schiava si fa, nè v’è chi la riscatti
75E de’ pegni oltr’a ciò l’ingorda usura,8
E i frutti del danaro, han divorato
Le ricchezze sui due mari predate.
Nessun dell’aver suo, della sua casa
Senza mallevadore è più sicuro.
80Dal pestifero umor tacitamente
Ne’ midolli raccolto furibondo
Con acerbo dolor le membra scorre.
Sol dell’armi il mestiere ama il meschino

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Che riparar con le ferite cerca
85Gli agi per lusso consumati. Ai rischi
Un disperato con ardir s’avventa.

    Immersa Roma in tanto fango, in tanto
Sonno sepolta omai, qual veramente
Forza più la scotea, fuorchè il furore,
90E guerra, e speme nella guerra posta?

    Tre la fortuna avea duci prodotto,
Che poi nell’urto di diversa pugna
La sanguinaria Enìo tutti distrusse.
Crasso dei Parti vincitor, Pompeo
95Dominator del mar di Libia, e Giulio,9
Che Roma ingrata del suo sangue sparse.
Le lor ceneri Enìo divise, quasi
Non bastasse una terra a tante tombe:
E questi, ahi, sono della gloria i doni!

    100Tramezzo a l’ampie di Pozzuol campagne
E il suol partenopeo, luogo havvi tutto
In profonda voragine sommerso,10
Irrigato dall’onda di Cocito,
Da cui s’alza vapor, che intorno intorno
105In calore mortifero si spande.
Nè qui verdeggia nell’autunno il suolo,
Nè spunta in prati ameni erba dal cespo,
Nè fra’ virgulti il Zefiro d’aprile
Col vario mormorio suona o susurra.
110Ma il caos qui, qui siedono macigni
Dalla squallida pomice anneriti
E intorno chiusi da feral cipresso.
Ivi il dio dell’inferno alzò la testa
Coronata di fiamme sepolcrali,
115E di smorte faville, e in questi detti
Provocò la fortuna svolazzante:

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    O regina degli uomini e de’ numi,
Fortuna, a cui nessun potere aggrada
Che troppo saldo sia, che cose ognora
120Nuove ami, e tosto le abbandoni avute,
Ecchè? ti senti dal roman colosso
Ti senti vinta tu? Nè puoi più tanta
Sostener mole al suo perir vicina?
Non pregia più la gioventù di Roma
125Il suo proprio vigor, gli agi ammassati
Usa stolidamente. Osserva quanta
Licenza nelle vesti, osserva quanto
Ruinoso di spendere furore,
D’oro fanno edificj, e sino al cielo
130Alzano case; ove con densi muri
Lungi dai lidi spingon l’onde, ed ove
Introducono il mar ne’ campi loro:
Scompiglian tutto, cambian luogo a tutto,
Sino inoltrar ne’ regni miei li vedi.
135Da tali traforata insane moli
S’apre la terra: pei scavati monti
Gemono gli antri omai: che mentre il marmo
A vario uso s’impiega, a nuova luce
Son costrette aspirar l’ombre infernali.
140Dunque, o fortuna, fatti core, aggrotta
Quel tuo placido ciglio, i romani urta
E invia funebri al regno mio convogli.
Già da tempo lunghissimo le labbra
Ha inumidite a me sangue nessuno,
145Nè Tisifone mia le sitibonde
Membra mi ristorò dal dì che Silla
Dissetò la sua spada, e che la terra
D’ossa insepolte orridamente sparsa
Biade nodrite in sangue uman produsse.

    150Disse, e tentando la sua destra a quella
Stringere della Dea con ampia foce

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Il terreno spaccò. Fortuna allora
Dal facil petto queste voci trasse:

    Padre, che agli antri di Cocito imperi,
155Se il vero impunemente a me dir lice
Fian paghi i desir tuoi, che in questo seno
Non ferve ira minor, nè minor fiamma
Le midolle mi accende. Io quanto feci,
Onde Roma sia forte, abborro, e sdegno
160Ho de’ miei doni: ma lo stesso Dio
Abbatterà quel che innalzò colosso:
Che in cor mi sta di struggere costoro
E di sangue impinguar sì ingordo lusso.
Ben io già veggo di Filippi i campi
165Degli alterni cadaveri coperti,
E i roghi di Tessaglia, e i funerali
Della iberica gente, e Libia veggo,
E le tue sponde altogementi, o Nilo.11
Già fragor d’arche negli orecchi mugge
170Intimoriti, e negli azziaci flutti,
Che gli strali paventano d’Apollo.
Or tu del tuo dominio i sitibondi
Regni spalanca, e nuove ombre vi accogli.
Ma tante non potrà Caron varcarne
175Nella barchetta sua: di flotta è d’uopo.
O pallida Tesifone potrai
In tanta strage satollarti allora,
Allor lambir le sanguinose piaghe,
A brani il mondo piomberà tra’ i morti.
180Mentre il suo dir finìa, da rotta nube
Un chiaro lampo strepitò, poi svenne
L’uscita fiamma. A quel tuonar curvossi
Il Signor dell’inferno, e impallidito
Per lo timore de’ fraterni strali
185Si nascose nel grembo della terra.

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    Per gli auspicj divini apparve tosto
Le stragi e il danno agli uomini vicino,
E già nata parea la civil guerra:
Poichè di sangue e di caligin tetra
190Febo coprissi il deformato volto,
E il pieno aspetto suo Cinzia eclissando
I raggi ne sottrasse a tanto orrore.
Al frantumarsi delle alpine vette
Mugghiavan lungi i dirupati gioghi,
195Nè sopra i lidi soliti vagando
Ivano i fiumi, sempre gonfi, or scarsi,
Strepito d’armi per le nubi rugge,
Orrida tromba desta Marte in cielo,
Non usa fiamma il Mongibel divora
200Fulmini all’aer vibrando, e fra le tombe
E fra l’ossa insepolte ecco de’ morti
Con funesto stridor minacciàr l’ombre.
Cinta d’ignote stelle una cometa
Seco tragge gli incendj, e pioggia versa
205Improvvisa di sangue in terra Giove.

    Presto i presagi avverò il ciel, dappoi
Che Cesare troncato ogni ritardo,
E dal desir della vendetta spinto,
L’armi gettando, onde pugnò tra’ Galli,
210Quelle imbrandì della civil discordia.

    Dell’alpi graie su la estrema cima,12
Là donde svelte caggiono le rupi,
Nè un passo offrono altrui, luogo avvi sacro
Per gli altari di Alcide, a cui l’inverno
215Siepe alza intorno di ghiacciata neve,
E sino agli astri il confin bianco spigne:
Di là, diresti, cade il ciel: non raggio
Di estivo sol, non il tepor di Aprile
Mite lo rende mai: ruvido, duro

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220Per la brina invernal, per lo gel denso
Terrebbe il mondo sulle orrende spalle.

    Cesare, allor che a queste rupi giunse,
E vi accampò l’esercito robusto,
Dall’altissimo giogo intorno intorno
225Sull’italico suol girò lo sguardo
E alzate al cielo ambe le mani disse:

    O Giove onnipotente, o di Saturno
Terra, che un dì dell’armeggiar, de’ miei
Trionfi adorna e gloriosa fosti,
230Io vi protesto che tra’ queste schiere
Contra mia voglia io reco Marte, e l’armi
Contra mia voglia impugno. Onta mi sforza.
Me la patria esigliò, mentre di sangue
Impinguo il Ren, mentre dall’Alpi i Galli
235Avidi ancor del Campidoglio13 io scaccio,
Ogni vittoria a me l’esilio acquista:
E incominciar dalle tedesche vene,
E i sessanta trionfi or mi son colpa.
Eppur color, cui la mia gloria è peso,
240Quei, che la guerra per lo premio han cara,
Roma, oh viltà! matrigna a me, protegge.
Ma pentirassi, io spero, e vinto ancora,
Vinto non rimarrei senza vendetta.14
Itene adunque o vincitori ardenti,
245Ite, o compagni miei: co’ vostri acciari
Difendete la lite: ivi ci chiama
Un delitto comune, ivi ci aspetta
Un comune castigo. A noi fa d’uopo
(Non a me sol, poich’io solo non vinsi)
250In grazia ricondurci. Or se una pena
Sovrasta a que’ trofei, se il vincer nostro
Gli scherni meritò, scaglisi il dado
Come fortuna vuol. Pugnate, ardite;

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La mia lite è decisa: armato in mezzo
255A tanti bravi io vinto esser non posso.
Disse, e il delfico augel15 l’aure fendendo
Lieti presagi offrì: non use voci,
Da una fiamma seguite al manco lato
Del sacro bosco risonaron poi,
260E in maggior cerchio i suoi rai sparse
Incoronando d’aurea luce il volto.

    Cesare altero de’ felici augurj
Mosse i segni di Marte, e arditamente
Primo avanzò nell’inaccessa via.
265Nè il ghiaccio antico, nè la bianca neve
Testè gelata, nè il terren si oppose,
Che in mezzo a tanto orror fu mite a lui;
Ma poi che rotti gli addensati nembi
Ebber le torme, e che spezzò que’ ghiacci
270Il caval timoroso, allor le nevi
Si dileguaro, e nati appena, giuso
Precipitaro dalle eccelse rupi
Torrenti, cui di novo il gel strignea,
E al par di pria ne istupidiva l’onde,
275Che indurate giacean, come poi fosse
Opra d’incanto. Vacillaro allora
I passi già non ben sicuri, e i piedi
Sì scivolaro, che i soldati a frotta
L’un su l’altro cadean d’ira fremendo,
280E lungi tratte si ammucchiavan l’armi.
Anche le colme nubi ecco versare
Il peso che le aggrava, ed ecco i venti
In vortice rapiti, e in grandin grossa
Rompersi il cielo, e i nembi stessi a squarci
285Sugli armati piombare, infuriando
Al par della gelata onda d’Eusino.
Nascosta entro le nevi era la terra,
Nascosti gli astri in ciel, nascosti i lidi

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Agli inerenti fiumi. Eppur non vinto
290Fu Cesare perciò, ma i luoghi orrendi
Franco rompea su lunga asta appoggiato,
Come d’Amfitrion l’audace figlio
Giù dal Caucaso scese, e al par di Giove
Il dì che bieco negli sguardi a tergo
295Lasciò la somma dell’Olimpo vetta,
E venne a dissipar gli strali insani
De’ figli della terra a cui diè morte.

    L’agile fama spaventata intanto
L’ale dispiega, e vola ove s’innalza
300Verso le nubi il palatino colle,
E al sorpreso Roman tant’oste annunzia.
Armate navi galleggiar sul mare,
Formicolar su tutte l’Alpi schiere
Ancor macchiate del tedesco sangue,
305Dice, e l’armi già sembra, e le ferite
E le stragi e gli incendj, e della guerra
Tutti i mali vedere. Impetuoso
E atterrito del par tra’ i due partiti
Palpita il cor ne’ petti. E come allora16
310Che dall’alto imperversa austro furente
Ed iscompiglia i combattuti flutti,
Nè più giova ai nocchier prudenza ed arte,
E l’uno i pini fortemente annoda,
L’altro un golfo rintraccia ove sicuri
315Sieno i lidi e tranquilli, e un altro al vento
Spiega le vele, e s’abbandona al caso:
Tal nella fuga sol Roma confida,
E i Quiriti abbattuti a quel frastuono
Le desolate case e i vecchi padri
320Lasciansi indietro, e al faticar non usa
La robustezza giovenil ciò solo
Che più preme al suo cor seco si reca.
Chi mal accorto ogni aver suo trasporta,

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Che de’ nemici poi divien bottino,
325Chi per cammin terrestre, e chi pel mare
Procaccia scampo, che la patria omai
Offre un asilo, più che il mar, dubbioso.
Altri vuol tentar l'armi, altri del fato
I decreti seguir. Quanto più grande
330Sorge il timor, tanto è il fuggir più presto,
E tra questo agitarsi, il popol pure
Fuor delle mura solitarie, ahi vista!
Corre ove il caccia l’atterrita mente.
Stringonsi al sen gli afflitti sposi, e l’uno
335Con la tremola man conduce i figli,
L’altra i penati si nasconde in grembo,
E le pareti lagrimando lascia,
E al nemico lontan morte desia.

    Ma perchè narro si leggieri cose?
340Coll'un Consolo e l’altro (oh scorno!) fugge
Quel gran Pompeo, terror del mar, spavento
Del fero Idaspe, e de’ pirati scoglio;
Colui che Giove con stupor tre volte
Trionfante mirò, cui la procella
345Dei flutti eusini, e la bosforic’onda
Sommessa rispettò; costui pur fugge,
D’essere imperador dimenticando,
E in quel turpe fuggir Roma abbandona
E la fama sua propria: E così il tergo
350Vedesti anche di lui, volubil Diva,
E ancor le spalle degli Iddii celesti
In sciagura sì ria: che a quella fuga
Il timor degli Iddii prestò consenso.

    Ecco infatti vagar per l’universo
355De’ pacifici Dei la turba afflitta
Abbominando quegli irati luoghi,
E la folla degli uomini fuggendo

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Che vuol depressi il fato. Ecco tra’ i molti,
Battendosi le braccia alabastrine
360E col serto di ulivo ombrando il viso,
A fuggir più sollecita la Pace,
Che nel regno implacabile di Dite
Dalla terra partendo asilo cerca.
La fede umiliata a lei si accoppia,
365E la Giustizia con le chiome sparse,
E guasta i panni la Concordia mesta.

    Ma su la soglia de’ tartarei chiostri
Largo schierato stà l’infernal coro.
Ivi è l’orrida Erinni, ivi Bellona
370Minacciatrice, ivi di faci armata
Sorge Megera, ivi è la Frode, e il Lutto,
E la pallida faccia della Morte.
Qual belva sciolta d’ogni fren, la testa
Sanguinolenta in fra costor sfacciato
375Alza il Furor; tinto di sangue ha l’elmo
Ove la guancia d’assai piaghe scabra
Usa celar. Con la sinistra mano
Stringe di Marte il logorato scudo
Di dardi innumerevoli coperto,
380E con la destra minacciosa porta
Struggitor di paesi acceso tizzo.

    Sentì la Terra nel suo grembo i Dii:
E perchè tutta celeste reggia
Nè due partiti si divise, gli astri
385Seguian le traccie del cambiato centro.
Del suo Cesare pria le imprese guida
Venere, a cui Pallade e Marte, l’asta
Altissima quassando, al fianco stanno.
Apol, Diana, e di Cilleno il figlio
390A Pompeo son propizj, ed Ercol anche,
Al qual Pompeo si assimigliava.

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    Suonarono le trombe, e il crin strappando
L’infernal capo alzò Discordia al cielo.
Sangue coagulato avea su i labbri,
395Piagnean gli occhi contusi, erano i denti
Macchiati d’aspra ruggine, marciume
Per la lingua colava, assediata
Avea la fronte dai serpenti, rotta
La veste innanzi al petto, e colla destra
400Tremebonda scotea face sanguigna.
Quando l’averno e di cocito l’ombre
Lasciò costei, del nobil Appennino
Gli alti gioghi salì, donde potea
Veder tutte le terre e tutti i lidi,
405E le innondanti in tutto il mondo torme;
Indi queste eruttò voci furenti:
Or l'armi, o genti, intrepide stringete,
Stringete, i ferri, e alle cittadi in mezzo
Fuoco e fiamma vibrate. A chi si cela
410Morte sovrasti: non fanciul, non donna,
E non vecchiezza già degli anni guasta
Scamperà quel furor. Tremi la terra,
Sconvolgansi, sobissino le case.
Marcello, tu salva le leggi: il volgo
415Tu, Curion, sommovi: e tu la forza
Tu, Lentulo,17 il terror sveglia di Marte.
A che dormi tu ancor sopra il tuo scudo,
O divo Giulio, e al liminar ti arresti?
Perchè non struggi le acquistate mura?
420Perchè i tesori non rapisci ai vinti?
E tu, Magno Pompeo, non sai tu dunque
Delle romane rocche esser difesa?
Corri alle mura di Epidammo,18 e spargi
Nei Tessalici flutti umano sangue.
425Disse la furia, e ciò che volle avvenne.



Note

  1. [p. 307 modifica]Pare da questo luogo che Petronio indichi Lucano e Silio Italico, i quali mal riuscendo nel foro si diedero a far poemi.
  2. [p. 307 modifica]Ciascun vede che qui accenna il Poeta Lucano. La sua Farsaglia è da molti diffatti considerata più presto una storia che un poema; e Petronio ne ha voluto manifestare un egual giudizio, e proporre un modello di poema sul grande argomento della guerra civile.
  3. [p. 307 modifica]Di tutta l’opera di Petronio Arbitro questo poemetto è quello che ha sofferto più varietà di lezioni, e più incertezza ed inesattezza di parti. Io ho conciliati i testi, per quanto ho potuto, sì che il senso e l’ordine non rimanessero offesi.
  4. [p. 307 modifica]La Numidia rendeva marmi finissimi, cioè diaspri, porfido, ed alabastri, di che le pareti delle case, e de’ templi s’incrostavano (Numidæ crustas giacchè ogni altra lezione di questo passo non è intelligibile). L’Arabia era feconda di legni e gemme preziose, e la provincia de’ Seri somministrava al lusso romano lane sottilissime, e sete.
  5. [p. 307 modifica]Quid novi fert Africa? dicevasi proverbialmente a Roma, perchè da quella provincia traevansi continuamente mostri di nuove specie. Nella Mauritania e nei [p. 308 modifica]deserti della Libia si cacciavano le tigri ed i lioni, che poi servivano di spettacolo ne’ Circhi. Il tempio di Giove Ammone, già edificato da Bacco, era situato nella estremità orientale dell’Africa.
  6. [p. 308 modifica]Dal lago Lucrino in Terra di Lavoro si ebbero sempre ostriche eccellenti; Giovenale ed Orazio ne parlano spesse volte.
  7. [p. 308 modifica]Catone avea chiesta la Pretura, e gli fu preferito Vatinio; ricercò il Consolato, e non l’ottenne; difese più volte la pubblica libertà massimamente contro il tribuno Metello, che fece richiamar Pompeo dall’Asia sotto colore di proteggerla, ma certamente per farlo signor dell’impero, e fu sempre cacciato fuori di Roma. Egli godeva grandissima riputazione di virtù e di merito, ma non avea partito. Di lui più che d’altri può dirsi che fu l’ultimo dei Romani.
  8. [p. 308 modifica]Durissima era la condizione de’ debitori insolvibili. Essi e i figli loro poteano divenire schiavi de’ creditori. L’usura era al sommo della sua gloria. Del resto quanto è qui scritto dei vizj di Roma trovasi parimenti in Giovenale, in Persio, e in presso che tutti gli scrittori vicini a quell’epoca.
  9. [p. 308 modifica]In tre fazioni era diviso il popolo romano, e da esse ebbe principio la guerra civile. L’una seguiva Crasso, il qual cadde in mano de’ Parti e miseramente perì. L’altro Pompeo, sornomato il Magno, perchè veramente era per tale considerato a referenza di qualunque altro, e che rimase trucidato in una barchetta mentre ritiravasi dall’Egitto; l’ultima tenea per Giulio Cesare, il qual guerreggiava trionfalmente nelle Gallie, e la cui fine non è chi ignori. Egli solo morì a Roma: al che vuole alluder Petronio dicendo che Enio, cioè Bellona ne avea divise le ceneri.
  10. [p. 309 modifica]Lago d’averno, oggi Solfatara.
  11. [p. 309 modifica]Filippi, Tessaglia, (nella cui provincia era compresa la Farsaglia) Libia, ed Egitto furono i teatri, ove ebbero luogo questi grandissimi avvenimenti, pei quali lo stato politico dell’universo cambiò d’aspetto, e di forma. I funerali della gente ibera accennano la strage fatta da Cesare in Ispagna delle armi pompeiane, delle quali più di 33.m uomini rimaser sul campo. La Libia e l’Egitto esposti egualmente al furore della guerra civile sono detti gementia, perchè ivi perirono Giuba re di Numidia, Tolomeo, Cleopatra, ed Antonio. Quest’ultimo fu rotto nella battaglia navale seguito al Capo d’Azzio, oggi Capo Figaio, sul quale ergevasi un Tempio dedicato ad Apollo, alla cui protezione Dione attribuisce l’insigne vittoria di Cesare, per la quale rimase signore del mondo. A ciò alludono i versi che seguono.
  12. [p. 309 modifica]Le Alpi Graie comprendono il Moncenisio, e il piccolo San Bernardo. Cesare discese da questo, sulla cima del quale dovea trovarsi un tempio dedicato ad Ercole, come oggi vi è quello del sopra detto Santo. Più altri passaggi ebbero luogo per codeste quasi inaccessibili rupi, ma quel di Cesare del qual parla Petronio, e quello più ammirabile ancora di Napoleone nel 1800 vincon la fama di ciascun altro.
  13. [p. 309 modifica]Nell’anno 364 di Roma i Galli condotti da Brenno entrarono conquistatori in Italia, e si avanzarono sino al Campidoglio, dove trattenuti dalla costanza de’ Senatori, dieder tempo a’ Romani di riprender coraggio, assaltare e scacciare i nemici, e respingerli fuor d’Italia.
  14. [p. 310 modifica]La voce Ignavus del testo vuolsi che alluda al Cneus prenome di Pompeo. Non mi parrebbe un felice equivoco, massimamente in cosa sì sostenuta, com’è tutto questo poemetto. Io ho stimato di non renderla, sì perchè combattuta dagli interpreti, e perciò troppo incerta, sì perchè non necessaria all’intelligenza.
  15. [p. 310 modifica]Fu sempre l’aquila di felice augurio ai Romani, talchè ne fecero insegne d’armata, e come le chiama Tacito Legionum numina.
  16. [p. 310 modifica]I venti versi del testo, cominciando dal presente, sono posti in quell’ordine, in cui li ha collocati il Presidente Bohier. Presi, come si vedono presso il Burmanno, è assai difficile di trovarli conseguenti e opportuni.
  17. [p. 310 modifica]Essendo Consoli P. Lentulo, e Claudio Marcello partigiani di Pompeo, Marcello accusò Cesare, che comandava nelle Gallie, di più delitti, e colpe verso la Patria. Il Senato deliberò che Domizio Enobarbo andasse al comando dell’armata di Gallia, e che Cesare ne lasciasse il governo prima del termine consueto. Ciò fu causa che Cesare passò l’Alpi, e venne in Italia alla testa dell’armata. Allora il Senato ordinò che Pompeo si ponesse in battaglia e che Cesare disarmasse. Ma questi sempre maggiormente irritato, passò il Rubicone, e incusse tanto spavento che Pompeo si ritirò colla truppa a Durazzo abbandonando vilmente la patria, come gli rimprovera Cicerone. Lentulo era uomo eloquentissimo, e Curione Tribuno della plebe avea già sollevato il popolo contro Cesare, ma poi e il popolo e Curione furon per lui. Questa è la storia della guerra civile.
  18. [p. 310 modifica]Epidamno, cioè Durazzo, città greca dirimpetto al [p. 311 modifica]golfo di Venezia, dove, come dicemmo, sì scioccamente ritirossi Pompeo. Petronio ne lo rinfaccia, tanto più che il nome stesso di quella città era di cattivo augurio ai Romani, locchè non poteva da Pompeo ignorarsi.