Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. II)/Libro settimo - Capo III

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Libro settimo - Capo III

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Storia delle arti del disegno fregio 2.png

C a p o   I I I.


Della pittura presso i Greci — Antiche pitture scoperte - Disegni d’alcune - Pitture originali... di Roma... d’Ercolano... di cui descrivonsi quattro de’ più bei pezzi... e due altri disepolti a Pompeja — Autori di tali pitture.

Della pittura presso i Greci Avendo sì lungamente trattato della scultura, ragion vuole che non omettiamo di parlare dell’arte di dipingere presso gli antichi; e possiam ora farlo con fondamento, recandoci, oltre le notizie tramandatecene dagli storici, molte centinaja d’antichi quadri scoperti in Ercolano, e nelle altre città sepolte sotto le ceneri del Vesuvio. Ancorchè le pitture rimateci non siano che mediocri, da esse nondimeno possiamo in qualche modo inferire qual merito avessero le più pregevoli, e dobbiamo risguardarle come fortunati avanzi d’un lagrimevole naufragio.

Antiche pitture scoperte. §. 1. Prima d’esaminare il meccanismo e l’indole dell’antica maniera di dipingere darò in questo Capo uno storico ragguaglio delle antiche pitture pervenuteci, l’età rintracciandone e gli autori.

§. 2. In Roma molte antiche pitture si sono scoperte, ma parecchie, o per l’incuria de’ maggiori o per la sola azione dell’aria, sono state guastate e distrutte, com’è pur avvenuto d’alcune scopertesi in mia presenza: l’aria, che giugne a penetrare nelle Camere a volta rimaste per molti secoli ingombre dalla terra o chiuse, non solo altera i colori delle pitture che ivi sono, ma la stessa intonacatura del muro corrode e guasta.

[p. 53 modifica]Disegni d’alcune. §. 3. Tale è stato forse il destino di varie pitture delle quali oggidì altro più non abbiamo che i disegni coloriti serbatisi nella biblioteca Vaticana, presso il signor cardinale Albani, e altrove. Quelle, che disegnate veggonsi nella Vaticana, erano per la maggior parte ne’ bagni di Tito. I disegni sono di Sante Bartoli e di Francesco suo figliuolo, i quali probabilmente non li fecero sul luogo medesimo, ma li ricavarono da altri più antichi, tratti dalle pitture originali ai tempi di Raffaello1. Quattro pezzi di queste pitture ho pubblicati ne’ miei Monumenti antichi2. Il primo3, tratto dai mentovati bagni, è comporto di quattro figure, e rappresenta Pallade Musica con due tibie in mano, quasi in atto di volerle gettare, poichè una Ninfa del fiume, in cui la dea si specchia, l’avvisa che, dando fiato allo stromento, le si sformano le sembianze. Nel secondo4 si vede Pallade che presenta un diadema a Paride, offerendogli il regno d’Asia, se a lei vuol dare il pomo destinato alla più bella. Il terzo5, composto di quattro figure, rappresenta Elena, dietro alla cui sedia s’appoggia una donna, che è forse una delle sue ancelle, e probabilmente Astianassa, che è la più nota fra le medesime. Dirimpetto a lei sta Paride in piedi, che prende in mano un dardo dall’Amore posto fra lor due, mentre Elena ne tocca l’arco. Nel quarto6 di cinque figure deesi ravvisare [p. 54 modifica]Telemaco in compagnia di Pisistrato nella casa di Menelao, ove Elena al figlio d’Ulisse, dolente per non poter trovare il padre, offre in un cratere o tazza profonda il nepente, bevanda che facea dimenticare i mali e la rimembranza dolorosa delle persone perdute.

Pitture originali...
... di Roma...
§. 4. Oltre i disegni delle antiche pitture, alcune tuttora ne esistono, cioè una pretesa Venere e una Roma nel palazzo Barberini, le così dette Nozze Aldobrandine, il preteso M. Coriolano, e l’Edipo della villa Altieri, oltre sette pezzi esistenti nella galleria del collegio Romano, e due nella villa Albani.

§. 5. Di grandezza naturale son le due prime. Roma è sedente, e Venere giacente; in questa pittura però Carlo Maratta restaurò alcune cose, e fra le altre l’Amorino7. Fu essa trovata nello scavare i fondamenti del palazzo Barberini, e credesi che ivi pure sia stata scoperta la figura di Roma. In un ms. unito alla copia di questa pittura fatta per ordine dell’imperatore Ferdinando III., leggesi che fu scoperta nel 1616. presso il battistero di Costantino8; dal che s’è argomentato che opera sia del IV. secolo. Io lessi però in una lettera ms. del commendator del Pozzo a Niccolò Heinsio, che fu trovata quella pittura ai sette d’aprile nel 1655.; ma non vi si dice in qual luogo: la Chausse ne ha data la descrizione9. Un’altra pittura detta Roma trionfante10, composta di molte figure, che vedeasi altre volte nel medesimo palazzo, or più non v’è; forse infracidì e si disfece, come il preteso Ninfeo11.

§. 6. Le nozze Aldobrandine, dove si vedono molte figure alte circa due palmi, disepolte furono non lungi da [p. 55 modifica]santa Maria Maggiore nel luogo ov’erano altre volte gli orti di Mecenate12. Rappresentansi in questa pittura, siccome ho dimostrato ne’ miei Monumenti antichi13, le nozze di Peleo e di Teti, presso i quali le tre dee delle stagioni, o piuttosto tre Muse suonano la cetra e cantano l’epitalamio. Vedasi ciò che pur ho detto intorno a questa pittura nelle Ricerche sull’allegoria14.

§. 7. La quarta pittura, cioè il preteso Coriolano, non è già perduta, come pretende du Bos15; ma vedersi può anche oggidì nelle terme di Tito, in quel luogo ove trovato fu il Laocoonte16. L’Edipo17, almeno nello stato in cui trovasi attualmente, è inferiore alle sin qui mentovate pitture. In questa però deve notarli una particolarità, e forse non ancora osservata da’ moderni; poichè l’ha omessa o stesso Bellori pubblicandone il disegno. Nella parte superiore, ove la pittura è quali del tutto cancellata, vedesi come in lontananza un asino e ’l suo conduttore che con un pungolo lo spigne innanzi; ed è questo senza dubbio l’asino su cui Edipo caricò la sfinge che aveasi recata dal monte, e portolla quindi a Tebe. Ma ciò non si è dagli altri divisato, perchè sopra tal pittura sono stati dati de’ nuovi colori.

§. 8. Le antiche pitture, che serbansi nel museo del collegio Romano, tratte furono in questo secolo da una camera [p. 56 modifica]alle radici del monte Palatino dalla parte del Circo Massimo. I migliori pezzi sono un Satiro che beve a un corno, alto due palmi, e un paese con figure grandi un palmo, superiore a molte pitture di paesi scoperte ad Ercolano18. Nello stesso luogo e al tempo medesimo s’è scoperta una delle due pitture della villa Albani: fu scelta allora, fra le altre sette, dal signor abate Franchini ministro del Gran Duca di Toscana, dal quale ebbela il cardinal Passionci, dopo la cui morte passò nella mentovata villa. Vedesi incisa in rame da Morghen, come un’appendice alle pitture antiche pubblicate dal Bartoli, e più esattamente disegnata vedersi può ne’ miei Monumenti antichi19. V’è nel mezzo su una base una piccola figura ignuda, che ha l’elmo in capo, lo scudo nella sinistra, e nella destra una mazza circondata di molte punte, simile a quelle che usaronsi ne’ bassi tempi. Sul pavimento da una parte è una piccol’ara, dall’altra un gran braciere, e da amendue sollevasi in alto il fumo. Stanno ai due lati due figure muliebri vestite, cinte il capo di diadema: una sparge l’incenso sull’ara, e l’altra sembra far lo stesso sull’acceso carbone del braciere colla destra, mentre colla sinistra regge un piatto di frutti, che pajono fichi. Rappresentasi qui a mio parere un sagrifizio che fanno a Marte Livia ed Ottavia moglie l’una, e l’altra sorella d’Augusto, come far lo soleano, escludendone gli uomini, al primo di marzo le matrone romane nella festa, che perciò chiamavasi matronale20. E’ forse questo quel medesimo [p. 57 modifica]sagrifizio di cui parla Orazio21, fatto da quelle due romane pel felice ritorno d’Augusto dalle Spagne; egli però non dice a qual dio sagrificassero.

§. 9. L’altra pittura della villa Albani, scoperta alcuni anni fa in una camera d’un antico pago o borgo sulla via Appia a cinque miglia da Roma, ha un palmo e mezzo di lunghezza, e la metà di larghezza22. Vi si rappresenta un paese con fabbriche e figure d’uomini e d’animali, dipinto con molta franchezza, con grazioso colorito, e con grande intelligenza di prospettiva per la lontananza. L’edifizio principale è una porta d’un arco solo, con una trave incastrata negli stipiti e sostenuta da una catena di ferro, che scorre su una girella per alzarla o abbassarla al bisogno. Sopra l’arco v’è una stanza per la sentinella. La porta conduce a un ponte, su cui passano de’ buoi, e sotto cui scorre un fiume che va a gettarsi in mare. Sulla riva è un’alta pianta, fra i rami della quale sta una specie d’armatura di tetto, e vi si veggono pendenti delle tenie o bende alla pianta offerte23, Cosi presso Stazio24, Tideo padre di Diomede per onorar Pallade appese ad una pianta a lei sacra delle bende purpuree con orlo bianco; e così di gemme preziose ornò Serse un’altra pianta25. Sotto l’albero vedesi un sepolcro; e diffatti soleano questi presso gli antichi all’ombra delle piante elevarsi26, anzi talora da essi le piante sorgeano27. La persona, che sovr’un altro di questi sepolcri si riposa, indica qui forse la via pubblica, lungo la quale soleano i Romani costruire i loro tumuli28.

[p. 58 modifica]§. 10. Non parlerò qui d’altri piccoli pezzi d’antiche pitture scopertisi negli anni 1722. e 1724. nelle ruine del palazzo de’ Cesari, poiché a cagione della muffa non sono più riconoscibili. Questi, essendo stati staccati dal muro coll’intonacatura, furono collocati nel palazzo Farnese sul Palatino, e quindi trasportati a Parma, e poscia a Napoli, ove con altri preziosi avanzi d’antichità rimasero per più di vent’anni chiusi nelle loro casse in stanze umide, cosicchè quando ne furon poi tratti fuori, appena più vi si vedeano indizj della pittura: in tale stato sono oggidì esposti a Capo di monte. Una Cariatide coll’intavolato che sostiene, trovata nelle mentovate ruine, si è ben conservata, ed è ora a Portici fra le pitture d’Ercolano. Un altro pezzo della pittura palatina rappresentante Elena che, scendendo dalla nave, s’appoggia a Paride, è stato inciso e pubblicato nell’Opera di Turnbull sulla pittura degli antichi29.

[p. 59 modifica]... d’Ercolano... §. 11. Quando parea che fosse perduta ogni speranza di trovare antiche pitture, accadde la rimarchevole scoperta delle città sepolte dal Vesuvio, dalle quali furono tratti mille e qualche centinaja di pezzi d’intonaco di muro dipinto, ed esposti nel museo Ercolanense. Alcuni trovati furono in Ercolano medesimo, altri nella città di Stabbia, e gli ultimi in Pompeja, che s’è più tardi scoperta.

§. 12. Le quattro più ragguardevoli, tra le pitture d’Ercolano, trovate sul muro in certe nicchie d’un tempio rotondo, rappresentano Teseo dopo d’aver ucciso il Minotauro, la nascita di Teleso, Chirone e Achille, Pan e Olimpo. In Teseo non si vede certamente l’idea della bellezza di quel giovan eroe che fu preso per una fanciulla al suo arrivo in Atene30. Avrei voluto vederlo con lunga e sciolta chioma, qual egli e Giasone, allorché entrò per la prima volta in Atene, portarla soleano. Doveva Teseo anche nel resto somigliare allo stesso Giasone, qual ci vien dipinto da Pindaro31 cotanto bello, che n’era preso da maraviglia il popolo al vederlo, e credea di mirare Apollo o Marte. Nella pittura di Teleso l’Ercole non somiglia punto al [p. 60 modifica]greco Alcide, e assai volgari sembianze hanno le altre teste, Achille sta cheto e inoperoso, ma assai significante n’è il volto: si scorge ne’ suoi tratti un’idea che presagisce un futuro eroe, e negli occhi suoi, che con grandissima attenzione tien fissi in Chirone, si ravvisa una viva avidità di sapere per compiere presto il corso della sua giovanile istruzione, e rendere poi gloriosa con grandi imprese la breve carriera de’ giorni suoi. Se gli vede in fronte un nobil pudore, e quasi il rimprovero di sua poca abilità, per cui il suo istitutore gli ha levato di mano il plettro con cui suonava la lira, per correggerlo ove aveva errato. Egli è appunto quale lo vuole Aristotele32: la dolcezza e i vezzi della gioventù sono in lui misti alla sensibilità e al nobile orgoglio.

§. 13. Sarebbe desiderabile che i quattro disegni sul marmo ivi pur esistenti, ne’ quali v’è il nome delle persone e dell’autor medesimo, chiamato Alessandro Ateniese, fosser di mano d’un qualche celebre maestro; ma essi non ci danno certamente una grande idea della sua abilità: le fisonomie delle teste son volgari, e ne son mal disegnate le mani; e ognuno altronde ben sa che le estremità delle figure umane fanno, piucchè le altre parti, conoscere il merito dell’artista. Queste pitture monocromatiche, cioè d’un sol colore, fatte sono col cinabro, che è stato poi annerito dal fuoco. Di questa maniera di dipingere parlerò nel Capo seguente.

§. 14. Le più belle fra queste pitture sono le Danzatrici, le Baccanti, e i Centauri, alti meno d’un palmo, e dipinti su un fondo nero, ne’ quali si scorgono i tratti d’un dotto e franco artista. Vedendosi sul principio sì bei pezzi, che fatti pareano d’un sol colpo di pennello, si desiderava [p. 61 modifica]di scoprirne copia maggiore, e ’l desiderio fu compiuto alla fine del 1761.

...di cui descrivonsi quattro bei pezzi... §. 15. Nello scavare fra le ruine di Stabbia33, fu trovata una camera quasi tutta vuota, ove gli operaj vedendo al basso di un muro terra soda, e scavandovi, quattro pezzi di pittura scoprirono; ma nel volerla sgombrare ne furono rotti due colla zappa. Erano questi quattro pezzi tagliati e staccati dal muro, indi appoggiati l’un all’altro a due a due, perchè avessero maggior consistenza, in guisa però che la parte dipinta restasse in fuori. Che quelle pitture non siano siate portate colà da altrove, com’io ed altri congetturammo a principio, ma siano siate anticamente staccate dal muro in quel luogo stesso ove si trovarono, lo hanno in seguito dimostrato le scoperte fatte nella città di Pompeja, ove anche oggidì nelle case sgombrate dalla terra veggonsi e teste e pitture intere staccate dal muro; il che fu fatto probabilmente nel tempo stesso che le ceneri avean cominciato a coprire la città. Forse que’ miseri abitatori, i quali ebber tempo prima che fuggissero, di mettere in salvo una parte delle loro ricchezze, dopo quel funesto accidente, avendo il monte cessato di mugghiare, tornarono all’abbandonata città, e aprendosi una strada alla loro casa fra le ceneri e le pomici, tentarono di trasportarne non solo gli arredi e le masserizie, ma eziandio le statue, come appare dai loro piedestalli, che soli vi si trovarono. E siccome vediamo che hanno persino levati i cardini di bronzo dalle porte, e gli stipiti di marmo, è ben probabile che tentassero pure di portar via le pitture. Non trovandosi di queste se non alcune poche staccate dal muro, dobbiamo credere che una nuova pioggia di ceneri, quella [p. 62 modifica]forse che finì di seppellire la città, abbia ciò impedito, ed abbiali pur obbligati a lasciar dov’erano i quattro pezzi già tagliati.

§. 16. In questi la pittura ha tutt’all’intorno tre liste di vario colore: la più esterna è bianca, quella di mezzo violacea, e verde la terza, contornata da una linea di color cupo: queste tre liste non sono più larghe che la punta del dito mignolo, e sotto di esse v’è un’altra striscia bianca larga un dito. Le figure sono alte due palmi romani e due oncie.

§. 17. Sebbene queste pitture sieno state pubblicate34 dopo la prima edizione della mia Opera, ciò non ostante, non ho giudicato opportuno di sopprimere quanto già aveane scritto, perchè l’Opera delle pitture d’Ercolano è nelle mani di pochi, e mi lusingo altronde di averne indovinata la vera significazione.

§. 18. La prima sembra rappresentare un poeta tragico sedente, voltato di faccia, con veste bianca che gli arriva sino ai piedi, quale gli attori tragici portarla soleano35, con maniche lunghe sino al polso della mano. Ei sembra un uomo di cinquant’anni, ed è senza barba36. La larga fascia a color d’oro, che tien sotto il petto, ha qualche rapporto colla Musa tragica, che suole generalmente avere una cintura più larga delle altre37. Egli tien nella destra un bastone o scettro, lungo quanto un’alabarda, nella cui cimi, v’è un fregio largo un dito a color d’oro, simile a [p. 63 modifica]quello che ha in mano Omero nella sua apoteosi3839. Gli attraversa amendue le cosce, e copre in parte la sedia un panno rosso-cangiante40, sovra cui alla sinistra posa la spada foderata, ch’egli colla manca mano impugna, ed ha verde il centurino. Quella spada può avere lo stesso significato che nella figura dell’Iliade nella detta apoteosi, la quale è così armata, perchè contiene la maggior parte degli avvenimenti eroici acconci ad esser argomento di tragedia. Volge a quell’uomo le spalle una figura muliebre, che ignudo ha l’omero destro, e di giallo è vestita4142. Essa ha piegato a terra il destro ginocchio innanzi ad una maschera ornata di alta e lunga capigliatura detta ὄγκος, posata su una specie di base, entro una cassetta poco profonda, i cui lati sono intagliati dall’alto al basso, e da cui pende un panno azzurro con due bianche fasce ai due lati, terminate da due cordoncini, che finiscono in un nodo. La figura sta con un pennello o calamo scrivendo su una base, che da essa vien ombreggiata, forse il nome d’una tragedia; non vi si scorgono però lettere, ma soltanto alcuni tratti irregolari. Questa, a mio parere, è Melpomene, e lo argomento anche dai capelli tirati su e legati dietro sulla testa, quali portarli soleano le vergini. Dietro alla maschera sta un uomo, che con ambe le mani ad un lungo [p. 64 modifica]bastone s’appoggia, e guarda la donna che scrive, cui pur mira la figura dell’uomo sedente.

§. 19. La seconda pittura è composta di cinque figure. La prima è una donna assisa con un omero ignudo, coronata d’ellera e di fiori, e tien nella sinistra un rotolo, ossia un volumetto aperto che accenna coll’indice della destra. La veste è di color paonazzo, e gialle ne sono le scarpe o piuttosto le pantufole colla suola rossa. Sta dirimpetto a quella una donna, che suona una specie d’arpa detta barbytos, alta quattro pollici e mezzo; e tien nella destra una chiave da accordare, terminata superiormente in due uncini a somiglianza della Y, se non che quelli sono alquanto ripiegati, come chiaramente si vede in due simili stromenti di bronzo, de’ quali uno è nel museo Ercolanense lungo cinque pollici, i cui uncini terminano in teste di cavallo, e l’altro assai elegantemente ornato trovasi nel museo Hamiltoniano. Forse una simile chiave cogli uncini ripiegati in dentro tiene in mano Erato su un’altra pittura Ercolanense, anziché un plettro, come altri pretese43; tanto più che questo le sarebbe inutile, suonando ella il salterio colla sinistra. L’arpa della nostra figura ha sette caviglie, dette da’ Greci ἄντυξ χορδᾶν44, ed altrettante corde. In mezzo a quelle due figure muliebri siede un tibicine, vestito di bianco, che suona al medesimo tempo due tibie lunghe mezzo palmo e diritte45, e le tiene in bocca a traverso una bianca benda, chiamata στόμιον, φόρβιον, e φορβειά, la quale passa sopra le orecchie, e va a legarsegli dietro alla testa46. Si scorgono sulle tibie varj tagli per indicare i diversi pezzi di cui sono composte, cioè le diverse [p. 65 modifica]porzioni di canne coi loro nodi, poiché non la sola stringa o lo zufolo, ma le tibie eziandio colle volgari canne facevansi, se non che per queste generalmente si adoperavano le canne che sorgevano presso l’Orcomeno nella Beozia47, le quali essendo senza nodi poteano somministrar tibie d’un pezzo solo48. Osservo qui che su gli antichi monumenti, ove i tibicini ora suonano una tibia sola, cioè la sinistra, ed ora due: quelle sono di grossezza eguale, laddove, secondo Plinio49, la sinistra esser dovea maggiore, poiché formavasi questa colla parte inferiore della canna, mentre della parte superiore si facea la destra50. Stanno in piedi dietro la sedia della prima due figure virili coronate di frondi verdi con delle bacche: quella che si vede di profilo è vestita di color verde mare51 e l’altra ha l’abito paonazzo. I capelli di tutte le figure sono di color bruno.

[p. 66 modifica]§. 20. Quattro figure muliebri compongono la terza pittura: la principale è voltata di prospetto, e siede tenendosi colla sinistra il manto, che dietro le arriva sin sul capo; questo panno è di color violato52, con una striscia verde mare; la veste è di color carneo53. Appoggia la destra sulla spalla d’una bella e giovane donna, dipinta di profilo in bianco ammanto, che le sta vicina, e sulla di lei sedia si appoggia sostenendosi colla destra il mento. La prima figura tiene i piedi su una predella, indizio di dignità. Presso a queste è un’altra bella figura muliebre voltata di faccia, che si fa acconciare i capelli; tien la destra sul petto e la sinistra pendente colle dita in atteggiamento di voler intonare o tasteggiare sul clavicembalo: bianca n’è la veste con maniche strette e lunghe sino ai polsi, e paonazzo n’è il manto con un orlo a ricamo largo un pollice. Più alta è la figura che la sta acconciando, e messa in profilo, in guisa però che si vede anche un poco dell’opposto sovracciglio, e in quello che è espresso, i peli sono più visibili che nelle altre figure. Gli occhi e le labbra insieme strette ne esprimono l’attenzione. A lei vicina è una piccola tavola con tre piedi alta cinque pollici, cosicchè arriva sino a mezza coscia della figura che le sta accanto: ben lavorato n’è il desco, fu cui è una cassettina con parecchie fronde di alloro, vicino ad una fascia violacea54, appressata forse per fregiarne i capelli della figura che se li fa acconciare. Sotto alla tavola è un bel vaso con manico, alto poco men di essa: il colore e la trasparenza indicano ch’è di vetro.

§. 21. Due uomini ignudi e un cavallo formano il quarto quadro. Uno siede voltato di faccia, e mostra nel [p. 67 modifica]sembiante insieme alla giovinezza molto fuoco e sagacità, e molta attenzione ai detti dell’altra figura; onde potrebbe prendersi per Achille. Sul sedile è un panno rosso sanguigno, o piuttosto purpureo, che gli vien a coprire una parte della coscia al luogo ove si posa la man sinistra: rosso è pur il manto che gli pende dietro, forse perchè tal colore conviene ai giovani eroi ed ai guerrieri; e diffatti usavanlo generalmente in guerra gli Spartani. Gli appoggi, ossia le braccia della sedia, sono molto alte, e sostenute da due Sfingi posate sul sedile, quali veggonsi in un basso-rilievo d’un Giove sedente nella villa Albani55: su un di questi appoggi posa il braccio destro. Appiè della sedia v’è una spada nel fodero con una correggia verde all’uso de’ Tragici, alla quale pende attaccata per mezzo di due anelli movibili nella guarnitura superiore del fodero. L’altra figura in piedi s’appoggia ad un bastone, che colla man sinistra tiene sotto la destra ascella, quale rappresentasi Paride in una gemma incisa56: ha la destra sollevata quasi in atto di contare, e tiene una gamba incrocicchiata sull’altra. Manca la testa a questa figura e al cavallo. Potrebb’esser questi Antiloco, il minore dei sigli di Nestore, che fa al dolente Achille il ragguaglio della morte di Patroclo, e il luogo ivi rappresentato potrebbe figurare la tenda d’Achille, ossia la casa di tavole, in cui quell’eroe trovavasi allora57.

§. 22. Oltre quelle pitture, ve ne sono alcune altre della medesima mano, ma non ben conservate. La più ragguardevole, non pubblicata, rappresenta un Apollo cinto di raggi il capo, e sedente sul carro del sole, come dagli [p. 68 modifica]avanzi di raggi di due ruote viene indicato. Questa figura è ignuda dalla metà in su, e ha un panno verde sulle cosce, forse per indicare che il verde e lieto ammanto della terra divien visibile allo spuntar del sole. Sul destro omero di quell’Apollo scorgesi una bella mano muliebre d’una figura perita, la quale solleva in alto un bianco sottil panno, che quella divinità velava. Tal figura è probabilmente l’Aurora, che, dopo di avere scoperto il fole alla terra, ritirasi indietro.

§. 23. Queste pitture formate a figurine diligentemente lavorate facean desiderare che se ne trovassero delle maggiori, d’un pennello più franco, e d’una più ardita maniera. Arrise a questo desiderio la sorte, allorché in una gran camera disepolta a Pompeja dietro al tempio d’Iside, trovaronsi due larghi pezzi di pittura collocati poi nel museo Ercolanense.

... e due altri disepolti a Pompeja §. 24. Ivi si rappresenta la favola d’Iside, o d’Io, e le figure hanno la metà della grandezza naturale. In una Io ha due corna in capo58, ed è ignuda sino alle reni, daddove le cade poi sino alle cosce la veste. Essa è portata da un Tritone, o da un Proteo, a cui siede sulla spalla sinistra, mentre questi colla sua sinistra mano l’abbraccia: a lui tiensi colla manca, e stende la destra ad una bella e interamente coperta figura muliebre, la quale del pari colla man destra gliela stringe, tenendo nella sinistra un serpente corto, ma di grosso e rigonfio collo. Siede quella figura fu un basamento, e dietro a lei sta un fanciullo giuocando con una situla, ossia vaso sacro. Dietro al fanciullo vedesi la figura d’un giovane, che ha ignudo l’omero sinistro, ed è probabilmente Mercurio, avendo nella sinista un caduceo con una situla assai minore della mentovata pocanzi, la quale [p. 69 modifica]pende sostenuta sul polso del braccio. Una quarta figura in piedi, come Mercurio, tien similmente nella destra un sistro, e nella sinistra una sottil verga: tranne il Tritone, tutte queste figure hanno un panneggiamento bianco. Il Tritone ossia Proteo sorge dal mare, o dal Nilo dietro agli scogli, su i quali par che biancheggi l’onda spumosa, e v’è sotto un cocodrillo di color d’acciajo: alla destra v’è una Sfinge su una specie di piedestallo.

§. 25. La seconda pittura rappresenta Io, Mercurio, ed Argo. Quella siede cornuta in bianco ammanto, Mercurio in piedi appoggiasi sulla coscia sinistra, posandone il piede su una roccia. Il caduceo che tiene nella sinistra mano è d’una particolar maniera, poiché i serpenti ne sono doppiamente attorcigliati: colla destra porge la siringa, ossia lo zufolo ad Argo. Ha questi la figura d’un giovane con un panno rosso sulle spalle, senza aver niun altro distintivo59.

§. 26. Ho descritte queste pitture secondo la massima dell’arte, ciò notando e ciò omettendo che vorremmo notato od omesso nelle descrizioni delle pitture tramandateci dagli antichi. Diffatti, quanto non sapremmo noi grado a Pausania, se delle migliori opere de’ celebri dipintori dato ci avesse un si esatto ragguaglio, come di quella di Polignoto a Delfo60?

[p. 70 modifica]Autori di tali pitture. §. 27. Chiederà qui forse il leggitore se le pitture sì d’Ercolano che di Roma ad un greco artista attribuir si debbano o ad un romano. Le poche nozioni che intorno a ciò abbiamo, rendono sommamente difficile lo scioglimento di tal quistione; e se in una delle mentovate opere il pittore ateniese non v’avesse apposto il proprio nome, saremmo tuttora incerti a qual nazione attribuirli dovessero. Sappiamo però che sin dai più antichi tempi i Romani di greci pittori servironsi non solo nella capitale61, ma eziandio nelle piccole città «come in Ardea non lungi da Roma presso il mare, ove il tempio di Giunone dipinto fu da [p. 71 modifica]M. Ludio greco d’ Etolia, che era un Ilota fuggiasco, cioè uno schiavo degli Spartani62. Di ciò facea fede il suo proprio nome scrittovi in lingua romana, e in caratteri della più antica forma63. Dal contesto di quanto narra Plinio de’ due greci pittori Damosilo e Gorgaso, i quali dipinsero il tempio di Cerere in Roma, e sotto la pittura il proprio nome scrissero, appar che quello ne’ primi anni, anzichè ne’ tempi posteriori della repubblica sia avvenuto64. E’ in oltre verosimile che greco lavoro siano la maggior parte delle pitture rimasteci; poichè i ricchi romani avean al loro servigio i pittori ch’erano liberti, e per conseguenza esser non poteano originalmente romani65; del che [p. 72 modifica]argomento sono il nome d’un liberto pittore ai tempi de’ Cesari, serbatosi su un’iscrizione d’Anzio nel Campidoglio66, e ciò che leggiamo d’un portico pur d’Anzio, su cui Nerone da un liberto fece dipingere de’ gladiatori67. E poichè, eccetto alcune poche pitture tratte fuori da un tempio d’Ercolano, le altre tutte, che rimangonci, ornavano le case campestri o altre private abitazioni, è probabile che quelle pure siano lavori de’ liberti. Il mentovato pezzo, fu cui leggesi DIDV, è forse opera d’un liberto nato o educato in Roma. Aggiungansi a queste congetture le lagnanze di Plinio sul decadimento della pittura, ch’egli attribuisce in parte al non essere quell’arte esercitata da persone onorevoli: non est spectata honestis manibus68. E’ vero che non era questa abbandonata ai liberti a segno che si riputasse inonorato chiunque l’esercitava, poiché cittadini romani erano probabilmente Amulio che dipinse la casa aurea di Nerone, e Cornelio Pino che, unitamente ad Accio Prisco, diedero saggio della loro maestria nelle pitture del tempio della Virtù e dell’Onore restaurato da Vespasiano69; ma certamente in Roma non era generalmente la pittura l’occupazione propria d’uomini ingenui e liberi, siccome in Grecia; e passando alle mani degli schiavi e de’ liberti sotto i primi [p. 73 modifica]Cesari, non potè a meno di non contraerne un certo avvilimento. Quindi si vide spogliata della sua pristina dignità, e con quella si perde quell’antica maestria, di cui non trovavansi più nemmeno i vestigi ai tempi di Petronio70.

§. 28. Nella decadenza della pittura molta parte pur ebbe quella nuova maniera introdotta da Ludio sotto Augusto di ornare le camere con paesi, boschi, vedute marittime, e con altre siffatte cose insignificanti71: del che lagnasi Vitruvio, osservando. che dianzi le pareti ornavansi di pitture istruttive rappresentanti la mitologia o la storia eroica; ond’eroica chiamarsi potea la pittura di que’ tempi72. Dell’arte di dipingere presso i Romani parlerò nuovamente al Capo IV. del Libro seguente.


Note

  1. Che le Terme di Tito siano state scoperte ai tempi di Raffaello, e che questi abbia imitata quella maniera nelle famose logge del Vaticano lo dimostra il sig. abate Carletti coll’autorità di scrittori contemporanei; e appare evidentemente al solo confrontare i disegni delle logge con quei delle terme, essendo stati amendue ultimamente pubblicati anche coi proprj colori. Vi fu pure chi sospetto che le stanze delle Terme di Tito sieno poi state nuovamente rinchiuse e riempiute di terra per atto di Raffaello medesimo, affine di comparire egli stesso l’inventore di quella nuova maniera; ma tal sospetto, troppo ingiurioso ai talenti di quell’impareggiabile artista, non ha alcun sodo fondamento.
  2. Il signor Winkelmann ne’ suoi Monumenti dà una molto più estesa ed erudita descrizione e spiegazione delle quattro qui riferite pitture. Altri consimili disegni tratti dall’antico proponeasi da spiegare, quando ciò scrisse.
  3. Monum. ant. ined. par. I. cap. 5 n. 2. pag. 20. n. 18.
  4. ibid. par. iI. cap. 2. num. 2. pag. 156. num. 113 .
  5. ibid. num. 114. pag. 157.
  6. ibid. num. 160. pag. 214.
  7. Vedi Tom. I. pag. 385. n. b.
  8. Lamb. Comment. de aug. bibl. cæs. vindob. Tom. iiI. lib. addit. 16. pag. 376.
  9. Mus. Rom. sect. V. cap. V. pag. 119. edit. 1690. [La figura la dà alla pag. 32., e la dà pure il signor Lens Le costume ec. plan. 2. fig. 106.
  10. Spon. Rech. d’antiq. pag. 195., Montf. Ant. expl. Tom. I. par iI. pl. 193. n. 2.
  11. Holst. Comment. in vet. pict. nymph.
  12. Zuccaro Idea de’ Pittori, lib. 2. p. 37.
  13. Par. I. cap. 19. pag. 60.
  14. pag. 38. & 39.
  15. Réflex. sur la poes. ec. sect. 37. Tom. I. pag. 378.
  16. Ne dà la figura La Chausse Pict. antiquæ, ec. Tab. 1. sopra un poco esatto disegno. Il nostro Autore in altro proposito nella Prefaz. ai Monum. ant. ined. p. XXIII. così ne scrive: „ La pittura antica che s’è conservata nelle terme di Tito, ove credesi figurato Marco Coriolano alla testa dell’armata in atto di combattere contro la patria, e la madre di lui e la consorte, che gli si fanno incontro co’ loro figliuoli, oltre essere la stampa diversa della pittura, vedesi in questa espresso un avvenimento accaduto in luogo chiuso, ciò che non può adattarsi all’abboccamento di Coriolano con la madre, e con la consorte, tenutosi in campo aperto; dovendosi piuttosto riferire ad Ettore, e ad Andromaca; tanto più che la donna, la quale parla col preteso Coriolano, non è attempata, come lo mostra la stampa, ma giovane.
  17. Bellori Pict. vet. in sepulcr. Nason. Tab. 19.
  18. Le pitture, che stanno in questo Museo, e si fanno vedere per antiche, oltrepassano i settanta pezzi. Sarebbe lunga cosa il voler qui esaminare se sieno veramente antiche tutte, o nella maggior parte, oppure di mano moderna, come tali si vogliono tutte da molti, e tra gli altri dal signor abate Amaduzzi nella descrizione delle pitture dei Dapiferi, delle quali parleremo qui appresso, pag. 59., in una nota alle lettere del nostro Autore, che daremo nel Tomo iiI., e altrove. Quella, che viene lodata dal Montfaucon Diar. italic. cap. 16. pag. 233., e dal Galeotti Gemmæ ant. litter. part. iI. Tab. VI. fig. V., rappresentante un architetto vestito di verde coll’archipendolo in mano, ed altri strumenti, trovato in un sepolcro sulla via Appia, ora più non vi esiste.
  19. num. 177.
  20. Ovid. Fast. lib. 3. vers. 170.
  21. Carm. lib. 3. Ode 14. vers. 5.
  22. Monum. ant. num. 208.
  23. Philostr. Icon. lib. 2. n. 34.. op. Tom. iI. pag. 859., Prud. Contr. Symm. lib. 2. v. 1009.
  24. Theb. lib. 2. v. 738., & lib. 12. v. 492., E usl. Sylv. lib. 4. carm. 4. v. 92.
  25. Ælian. Var. hist. lib. 2. cap. 14.
  26. Properzio lib. 2. eleg. 13. vers. 33. e 34. desiderava che un lauro facesse ombra al suo sepolcro.
  27. Hor. Epod. 5. vers. 17i., Plin. lib. 16. cap. 44. sect. 88.
  28. Vedasi quella pittura appresso in fronte al lib. XI., incisa in rame.
  29. Winkelmann nella prima edizione in questo luogo nominava anche le pitture della piramide di Cestio, dicendole svanite, e cancellate dall’umidità: il che non è totalmente vero. Se ne possono vedere le figure in rame date dal Falconieri, che le illustrò con una lunga dissertazione inserita in appendice alla Roma antica del Nardini. Tra le pitture trovate sul principio di quello secolo in Roma, una ne comprò il sig. Middleton, e la pubblicò col resto del suo museo nell’opera dianzi citata Antiquitates Middletonianæ.: altra comprata dal dottor Mead parimente inglese è data in rame dal sig. Dygby in fronte della sua edizione di Orazio Flacco fatta in Londra nel 1749., e ne parla anche du Bos Reflex. sur la poes. ec. Tom. I. sect. 37. pag. 378. Il cardinal di Rohan ne portò un’altra in Francia, che poi donò al duca d’Orleans, trovata pure in Roma nel 1722. sul Monte Esquilino. Se ne dà il rame e la descrizione dal sig. Moreau de Mautour nell’Academ. des Inscript, Tom. V. Hist. p. 297. Di certe altre, che nel 1701. furono trovate nelle rovine dell’antica Capua, ed altre in nna villa tra Napoli, ed il Vesuvio nei 1709. ne parla du Bos l. cit. pag. 380. Ma quelle che meritano particolar menzione sono le scoperte negli anni scorsi sul detto monte Esquilino, e sul Celio. Le prime furono trovate nella villa Negroni l’anno 1777. Esse consistono in tredici quadri di poca altezza, tutti dipinti di buona maniera con istorie, ed emblemi di Venere, di Adone,. di Bacco, d’Arianna, ed ornamenti bellissimi. Furono sul luogo stesso vendute ad un inglese, e forse dopo qualche tempo avranno sofferto danno, come ha detto Winkelmann che accader suole alle pitture antiche allorchè vengono esposte all’aria. Se ne fecero però i disegni, tre de’ quali, ora posseduti dal signor cavaliere de Azara, volle eseguirli il signor Mengs, e colorirli, come avrebbe fatto anche degli altri se fosse sopravvissuto; e nove ne ono già incisi in rame. Il signor consigliere Bianconi pensò allora, che ove furono scoperte vi potesse essere un luogo di delizia appartenente a Lucilla moglie di Lucio Vero, e figlia di M. Aurelio, e di Faustina; argomentandolo da un medaglione del re di Francia riportato dal Vaillant Numism., ec. Tom. iiI. pag. 145.., nel rovescio del quale si vede rappresentato il soggetto che è in uno di questi quadretti colorito dal signor Mengs;; cioè un’ara, su cui sta in piedi un Amorino alato, e vicina una donna stolata, che colla destra scuote un albero, da cui cade capovolto un altro Amorino quasi che fosse un pomo; e nel diritto vi è la testa di Lucilla colla iscrizione. Un simile medaglione le possiede che l’illustre prelato Gaetani; e noi ne daremo la figura in appresso Vedasi l’Antologia Romara anno 1780. n. 32. Tom iI. p. 251. e segg. Le altre scoperte sul Celio vicino all’ospedale di s. Giovanni in Laterano nel 1780., anch’esse di molto buon pennello, sono in numero di sette, delle quali non sono andate esenti dall’anzidetta disgrazia, che due, e mezza, possedute ora dall’Emo sig. cardinal Pallotta pro-tesoriere di Sua Santità. Rappresentavano sette belli giovani di grandezza naturale vestiti di un abito di color cangiante, uniforme, non più veduto, sciolto, e lungo oltre mezza gamba. Hanno capelli biondi chi corti, e chi lunghi sino alle spalle, ma tutti legati con una fettuccia al uso di diadema; e al piede nudo sono cinti di un galante sandalo assai leggiero. I primi sei in atto di camminare, portano ciascuno un piatto di vivande, parte cotte, e parte crude: l’ultimo, che ha degli ornamenti alquanto diversi all’abito, sta fermo in piedi in atto come di presentare un bicchiere, che tiene nella destra sollevato al pari della testa, ed ha accanto due vasi. Sono state incise, e pubblicate nell’anno scorso 1785. da Gio. M. Cassini chier. regol. Somasco con due diverse spiegazioni delli ch. signor ab. Amaduzzi, e signor ab. Giovenazzi, il primo de’ quali pensa, che quei giovani ministrassero ad un convito profano, e l’altro ad un religioso, de’ quali molto abbondava l’antica romana superstizione, e forse dei Salj. Si noti finalmente l’errore del P. Montfaucon, il quale nel suo Diar. italic. cap. 16. pag. 2. dava per antiche certe pitture del Mausoleo d’Augusto in Campo Marzo, che sono moderne, come già notò Ficoroni nelle sue Osservazioni su quel Diario, pag. 51. e consistono in alcune canne, e foglie con un’arma papale in parte rovinata.
  30. Paus. lib. 1. cap. 19. pag. 44. princ.
  31. Pyth. Ode 4. vers. 151. segg.
  32. Rhet. lib. I. cap. 5.
  33. Nelle scavazioni di Portici fatte in febraro del 1761., come si dice dagli Accademici nella descrizione delle Tavole numerate qui appresso.
  34. Pitt. d’Ercol. Tom. IV. Tav. 41. 42. 43. & 44.
  35. Lucian. Jup. trag. §. 41. oper. Tom. iI. pag. 688. [ e in Cyzico, §. 16. Tom. iiI. pag. 548.
  36. Probabilmente qui rappresentasi uno dei celebri poeti tragici della Grecia, ma quale ei sia non si può determinare. Sofocle ed Euripide ne’ busti, che di loro ci son pervenuti, hanno la barba, e l’ha pure Eschilo su una corniola del museo Stoschiano Descript. des pierr. grav. du Cab. de Stosch, cl. 4. sect. 1. n. 51. pag. 417., ove un’aquila gli lascia cadere sul capo la testuggine per cui morì. Se ne veda la figura ne’ miei Monumenti antichi, num. 167.
  37. V. Monum. ant. ined. Par. I. cap. 18, in fine, pag. 56. num. 46.
  38. Nel palazzo Colonna, portata in rame più correttamente dal sig. ab. Visconti in fine del Tomo I. del Museo Pio-Clementino.
  39. Nella guasta figura sedente d’Euripide col suo nome, esistente nella villa Albani, e da me pubblicata ne’ Monum. ant. n. 168., vedesi ancor un resto d’un simil lungo bastone, cui impugnava la mano del braccio mancante. Potrebbe metterli in mano ad Euripide, come agli altri tragici, un tirso, qual gli fu dato nel restaurarlo, secondo l’autore d’un epigramma fatto sopra di lui nell’Anthol. lib. 5. num. 4.

    . . . . . ἦν γὰρ ἰδέσθαι
    Οἷά τε το θυμέλῃσιν ἐν Ἀτθίσι θύρσα
    τινάσσων

    [ . . . . erat enim videre
    Ut olim in pulpitis Atheniensibus thyrsos vibrans.

  40. Gli Accademici dicono rosso incarnato.
  41. La veste di color cangiante tra il verde e il giallo, con una cinta a color di rosa, e la sopraveste, o manto, che le ricade sulle cosce, e sul piede destro, è di color cangiante in lacca, e in turchinetto. Così gli stessi.
  42. Barnes nel suo Euripide, Phœniss. vers. 1498., ha tradotto στολίδα κροκόεσσαν, stola simbriaca, quando dovea tradurre stola crocea. Par che dubitasse se gli antichi portassero vesti di color giallo.
  43. Pitt. d’Ercol. Tom. iI. Tav. 6.
  44. Eurip. Hippol. v.i I jj. [ Jugum chordarum.
  45. Le due lunghe tibie diritte erano probabilmente quelle che si chiamavano doriche; le frigie erano ripiegate in fuori.
  46. Vedi Tomo I. pag. 360.
  47. Plinio lib. 16. cap. 35. sect. 66.
  48. Le tibie composte di varj pezzi, come quelle della nostra pittura, chiamavansi εὐβατήριοι gradarie; poiché aveano, a così dire, diversi gradi. Trovandosi nel museo Ercolanense molti pezzi di tibie i quali non hanno l’incastro per commettersi uno nell’altro, ne viene per conseguenza che dovean essere sostenuti da un lungo tubo o cilindro interno. Diffatti così formavano le tibie loro gli antichi, e tal tubo era di metallo, o d’un legno traforato, quale tuttavia si scorge nel detto museo in due pezzi di tibia impietrita, e nel museo Cortonense conservasi un’antica tibia d’avorio col tubo interno d’argento.
  49. lib. 16. cap. 35. sect. 66.
  50. A questa aggiugnersi possono alcun’altre osservazioni sopra le tibie degli antichi, risguardanti la diversa loro materia e struttura. Per ciò che spetta la materia, altre erano di busso, Ovid. Metam. lib. 14. v. 537. altre di ossa di cervo o di capra, Athen. lib. 5. c. 25. p. 182. D., & Callim. Hymn. in Dian. vers. 244.., ed altre di metallo, quali specialmente usavansi alla guerra, Barthol. De tib. vet. lib. 3. c. 7. I Frigj e gli Etruschi hanno costumato nelle loro tibie di adattarvi un’apertura di corno al codone, ossia a quell’estremità dond’esce il fiato, Eusth. Commenc. in Homer. Iliad. Σ, & Athen. lib. 4. in fine. Maggiori varietà ancora, che non nella materia, scorgevansi nella forma e struttura loro. Il signor Winkelmann ne ha accennate alcune: noi colla scorta del Bartolino, del Meursio, del Causeo de la Chausse, e dell’Anonimo Maurino | il P. Martin | ne aggiugneremo delle altre. Benché la maggior parte delle antiche tibie s’allargasse all’estremità, alcune nondimeno ve n’erano di forma cilindrica, de la Chausse Mus. Rom. Tom. iI. sect. 4., & Winkelmann Monum. ant. ined. num. 18., come i moderni flauti traversieri. Variavano esse eziandio ne’ fori aperti al lungo dell’istrumcnto. Semplici erano questi in alcune tibie; ma in altre alzavasi al di sopra una specie d’imbuto. Nè in tutte era eguale il numero de’ fori suddetti, siccome nemmeno era eguale in tutte l’imboccatura. Una singolarità per ultimo, che non hanno le altre antiche tibie, ravvisasi in una di esse di forma frigia, espressa in un basso-rilievo del Louvre di Parigi, la quale vien riportata dal Monaco anonimo [ P. Martin della congregazione di san Mauro, Expl. de div. mon. singul. p. 39. Il suo codone non vedesi ivi ripiegato, come quello delle altre, ma forma un angolo, cosicchè sembra quasi una pipa da tabacco. [ Vedasi anche l’opera del Bonanni.
  51. Turchino.
  52. D’oro.
  53. L’abito interiore è bianco, ed è fottile in modo, che fa trasparire avanti al petto il color della carne, ed ha una balza di color ceruleo.
  54. Delle due fascette, che vi sono sopra, una è bianca, l’altra e rossastra.
  55. Bartoli Adm. Antiq. Rom. Tab. 48. prese la Sfinge per un Griffo. Vedi Montfaucon Antiq. expl. Tom. I. pl. 15. fig. 2.
  56. Monum. ant. ined. num. 112.
  57. Avverte l’Autore nei Mon. ant. ined. Part. iI. cap. 11. pag. 170. num. 129., che Omero Iliad. lib. ult. vers. 480. chiama tenda l’abitazione d’Achille eretta nel campo a guisa duna casa di legno col tetto di canne. Tal tenda ravvisa egli in una bella gemma, che riporta in quel numero 129.
  58. Vedi Tomo I, pag. 91.
  59. Le descrizioni nelle Pitture d’Ercolano sono differenti non solo perchè molte cose da Winkelmann notate vi si omettono, e viceversa, ma perchè diversi diconsi sovente i colori de’ panneggiamenti. Questa diversità nascerebb’ella mai dall’alterazione del colore cagionata dall’aria nel tempo scorso tra l’esame che ne ha fatto Winkelmann, e quello che ne fecero gli Editori della insigne opera delle pitture Ercolanensi? [ No certamente, ma dall’aver forse quegli Editori vedute le pitture con più comodo, e diligenza. Io ho riportato in nota soltalto le differenze; e veggansi le lettere di Winkelmann nel Tomo iiI.
  60. Due furono i famosi quadri dipinti da Polignoto in Delfo, de’ quali fece Pausania una storica descrizione lib. 10. c. 25. p. 859 seqq. Rappresentava il primo la presa di Troja coll’imbarcamento de’ Greci, l’altro la discesa d’Ulisse all’inferno. Il sig. ab. Gedoyn Acad. des Inscript. Tom. VI. Mem. p. 445 seqq. scrisse una Dissertazione sopra il primo; e promise di trattare pur dell’altro, ma non l’ha poi fatto. Fra le varie osservazioni proposte da lui sopra di quel quadro, avverte [pag. 453.] che ogni figura ivi rappresentata distinguasi col proprio nome: usanza che, tanto lungi dall’avere sfigurato una pittura, giudica egli averle piuttosto accresciuto un pregio. E sì gli sembra acconcia questa usanza che la vorrebbe ristabilita dai moderni maestri dell’arte, dove almeno non fosse il soggetto per se stesso noto abbastanza. La pittura però con tal mezzo, anziché vantaggio, ne risentirebbe detrimento; poiché i nomi sparsi pel quadro, occupando un sito non proprio, verrebbero a sconcertar la simmetria, e ad impedire il rapporto dei varj oggetti. È stato questo un difetto scusabile nella prima infanzia dell’arte, e nel suo risorgimento ne’ secoli XIV. e XV.; ma ne’ tempi, in cui dominò il buon gusto, sonosi guardati i pittori di qualche grido di commettere simile mancamento. La pittura ha da farsi intendere senz’interprete: quando questo abbisogni, egli è indizio che il pittore non ha saputo ben esprimere il suo soggetto. Al più potrebbesi permettere l’iscrizione, ma al di fuori del quadro, dove s’avesse a rappresentar un soggetto di ambigua o di troppo oscura nozione. [ Le iscrizioni si trovano frequentemente su i vasi chiamati etruschi, e di alcune se ne è parlato nel Tomo I. cap. IV. pag. 217. e seg., nel qual capo si è veduto quanto sia per lo più eccellente il disegno delle pitture, che vi sono rappresentate; che perciò non possono dirsi lavori dell’infanzia dell’arte. ]

    Dopo il signor Gedoyn ripigliò lo stesso argomento il sig. conte di Caylus Hist. de l’Ac. des inscr. Tom. XIII. p. 54. edit. in 12., che prese ad esporre anche il secondo quadro di Polignoto. Anzi per darne un’idea più distinta, fece egli, seguendo la scorta di Pausania, disegnare ed incidere all’acqua forte amendue que’quadri dal signor le Lorrain, da cui nondimeno non sono stati eseguiti troppo felicemente; e fors’anche in alcune parti non corrisponde l’ideata copia del sig. di Caylus al vero originale di Polignoto. Secondo Pausania l’oggetto principale nel primo quadro era l’imbarcamento de’ Greci, dietro il quale venivano di mano in mano gli altri oggetti sino alla città di Troja, che era uno degli ultimi punti di vista. Ma il sig. di Caylus col muro di Troja, che Epeo sta abbattendo, ha diviso per meta il quadro, assegnandone una parte all’imbarcamento de’ Greci con tutti quegli oggetti descritti da Pausania sino al fatto di Epeo, e l’altra parte alla citta di Troja col resto che l’istesso Pausania vide nel quadro. Molto meno s’accolla la copia all’originale nella rappresentazione della suddetta città. Nella copia vedesi questa ornata di numerose statue e colonne, delle quali Pausania non fa verun cenno: né probabilmente saranno state da Polignoto espresse, avendo egli voluto serbar il costume. Le colonne e le statue di marmo erano ancor ignote al tempo della guerra trojana; ed Omero stesso, che dopo alcuni secoli la descrisse in versi, non ne fece mai menzione.
  61. Vi furono però anche i pittori romani almeno dal secolo V. di Roma; poiché Fabio nell’anno 450. dipinse il tempio della Salute, e quindi Pacuvio fece un quadro per il tempio di Ercole. Plinio lib. 34. cap. 4. sect. 7. Winkelmann li nomina qui appresso nel lib.VIII. cap. IV. §. 20. e 21.; e se v’erano questi pittori romani, perché non potevano esservene degli altri? Forse lo era quel Papirio Vitale arte pictoria nominato in una iscrizione di villa Mattei presso lo Spon Miscell. erud. ant. sect. 6. p. 229)., e Monum. Matthæj. Tom. iiI. cl. 10. Tab. 62. num. 10. pag. 119.
  62. Plin. lib. 35. cap. 10. sect. 37.
  63. Scrive Plinio lib. 35. c. 10. sect. 77. che i versi in lode di M. Ludio erano scritti in caratteri antichi latini; e nello stesso libro c. 3. sect. 6., che le pitture erano più antiche di Roma. Può vedersi ciò che osserva intorno alla lingua, in cui erano scritti quei versi, il ch. Tiraboschi Storia della Letter. Ital. T. I. par. I. §. XII.
  64. Id. lib. 35. cap. 12. sect. 45. [ Al più si potrà raccogliere da Plinio, che quelli artisti non siano stati negli ultimi tempi della repubblica di Roma; perocchè essi fecero anche dei lavori di terra cotta per quel tempio, come dice Plinio loc. cit., e forse qualche simulacro; e tali simulacri di terra cotta non si fecero più dopo la conquista dell’Asia, come egli scrive lib. 34. c. 7. sect. 16. L’elogio in versi fu posto loro dal popolo di Ardea.
  65. Gli antichi Romani tenevano gli schiavi al loro servizio per tutti gli uffizj e di necessità, e di piacere, come può vedersi, fra gli altri, nei trattati, che hanno fatto intorno ad essi, ed ai loro impieghi, il Pignorio e il Popma. Vi tenevano anche di quelli, che dipingessero, come si prova dalla l. Forte quod pictorem 28. ff. De rei vind., e l. Inde Neratius 23. Item Julianus 3. ff. Ad leg. Aquil.; e se li mettevano in libertà, si facevano promettere, che occorrendo loro di far fare qualche pittura dovessero essi liberti effer tenuti a farla senza pagamento, l. Hæ operæ. 23. ff. De oper. libert. Ciò sia detto perchè taluno non equivochi per il dire, che fa il nostro Autore, che i signori tenevano al loro servizio i liberti. Ma potrà poi dirsi, che questi fervi, e liberti pittori fossero greci di nazione, come dice lo stesso Autore; e che loro opere siano le enumerate pitture, e tante altre fatte in Roma? Per poter sostenere tale opinione converrebbe dire in primo luogo, che tali pittori fossero stati fatti schiavi, e condotti in Roma prima dei tempi di Augusto, quando fu conquistata la Grecia, o al più lungo da Augusto medesimo, secondo che Winkelmann discorre appresso lib. X. capo iiI. §. 2. e seqq., e libro XI. capo I. §. 11.; poiché dopo che furono ridotti a dovere i Greci, più non vi furono fatti schiavi: in secondo luogo dovrebbe anche dirsi, che quei che sopravvissero, mutando affatto il loro stile, si adattassero alla maniera introdotta da Ludio sotto lo stesso Augusto, di cui Winkelmann parla qui appresso nel §. 28., e secondo quella maniera facessero nello stesso giro d’anni le citate pitture di Roma, e quelle d’ Ercoiano, Stabbia, e Pompeja, che tutte fatte sono alla maniera di Ludio, come più a lungo sostiene Winkelmann nel libro VIII. capo iiI. §. 3. e 4.: il che non potrebbe sostenersi. Al più concederemo, che ai tempi di Augusto qualche pittore greco fatto schiavo (come greco potrebbe credersi quell’Eracla liberto di Livia nominato in una iscrizione del colombajo dei liberti, e servi di questa augusta presso il Gori, num. 126.) abbia lavorato alla maniera di Ludio a qualcuna di dette pitture; ma dopo tal tempo o avranno lavorato i greci artisti, che venivano a cercar fortuna nella capitale dell’impero; o pittori romani, come lo erano quelli, che seguita a nominare qui il nostro Autore, Papirio Vitale citato da me nella nota a. alla pag. 70., Quinto Pedio, e il nostro giureconsulto Antistio Labeone, che vissero ai tempi di Augufto, e Turpilio cavaliere romano, che fiorì al tempo di Plinio, come quelli attesta lib. 35. cap. 4. sect. 7.; ovvero saranno stati schiavi di barbare nazioni, o figli loro anche servi, che aveano imparato l’arte in Roma, come quelli, de’ quali si parla nella prima delle leggi, che ho citate pocanzi. E certamente lavoro di quegli schiavi greci non possono essere le pitture delle Terme di Tito; molto meno quelle trovate sul monte Esquilino, che ho citate alla pag. 58., se furono fatte al tempo di Lucilla; e forse neppur quelle del monte Palatino. Non saprei dire di chi siano lavoro le mentovate nozze Aldobrandine; ma bensì credo poter dire francamente, che non sono il celebre quadro di Echione, che fiorì nell’olimpiade cvii. e dipinse nella Grecia, come pretende il signor Dutens Origine des decouv. ec. T. iI. par. iiI. chap. 11. §. 281. pag. 232. n. 2; essendone ben diverso il soggetto, che era una vecchia, la quale con faci in mano faceva scorta ad una novella sposa notabile per l’aria di verecondia, con cui era rappresentata; come credo vada intefo Plinio lib. 35. c. 18. sect. 6. §. 9.: anus lampadas præferens, & nova nupta verecundia notabilis.
  66. Vulp. Tab. Antiat. illustr. pag. 17.
  67. Plin. lib. 35. cap. 7. sect. 33.
  68. Plin. lib. 35. cap. 4. sect. 7.
  69. Id. lib. 35. cap. 10. sect. 37. [ Tale dovrebbe essere stato anche Arellio, che si rese celebre in Roma poco prima di Augusto, come scrive Plinio in questo stesso luogo.
  70. Satyr. pag. 321.
  71. Plin. loc. cit.
  72. Benché sieno stati assai fecondi d’idee i greci pittori, nessuno però, per quanto si può raccogliere dalle notizie a noi pervenute, tentò d’allontanarsi da quella massima generalmente adottata di dipingere soltanto oggetti animati: facendo altrimenti avrebbero eglino creduto di degradare la pittura e loro stessi. Qualcuno appena, fra tanti, diedesi a dipingere oggetti ridicoli e comici. Tale fu un certo Pireico, che volle dagli altri distinguersi col rappresentar botteghe d’artieri, asini, cose commestibili, ed altre simili baje, Plin. lib. 35. cap. 10. sect. 37. Tale fu pur Calade, che Plinio ibid. ci dà per un buon pittore, il quale nel dipingere oggetti ridicoli è stato il Calotta de’ suoi tempi. L’istesso Calade ed Antifilo applicaronsi a dipingere eziandio comicas tabellas, come le chiama Plinio suddctto ibid.: e queste, come osserva il sig. di Caylus Reflex, sur quelq, passag. du l. 25. de Pline, iI. part. Acad. des Inscript. Tom. XXV. Mém. pag. 182., erano probabilmente que’ cartelli esposti sulla porta de’ teatri, come si usa anche oggidì in Italia, rappresentanti in diversi piccoli ripartimenti le principali azioni della commedia di quel giorno. Un bel quadro, ma d’ignoto autore, stava similmente esposto nel Foro di Roma, ove l’effigie era espressa d’un uomo gaulese, che la lingua metteva fuori dalla bocca in una strana maniera, Plin. ib. cap. 4. sect. 8. Ai nominati pittori aggiugnersi può anche Pausone, Arist. De republ. lib. 8. c. 5. in fine, di cui parla più sotto il nostro Autore. Alcuni hanno osato estendere la caricatura persino agli dei. Cosi Ctesiloco allievo d’Apelle dipinse Giove che partorisce Bacco, avendolo rappresentato con una mitra muliebre in capo, e contorcentesi come una partoriente tra le levatrici e lo schiamazzo delle dee, Plin. lib. 35. cap. 11. sect. 40. §. 33. Lo stesso pur fece l’artista del vaso etrusco da noi riportato nel Tomo I. pag. 238., ove rappresentansi gli amori del medesimo Giove e di Alcmena. Veggasene la descrizione alla pag. 228.