Teatro completo di Shakspeare/Alcune notizie intorno a Shakspeare

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Alcune notizie intorno a Shakspeare

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William Shakespeare - Teatro completo di Shakspeare (XVII secolo)
Traduzione dall'inglese di Carlo Rusconi (1858)
Alcune notizie intorno a Shakspeare
Prefazione Macbeth (Shakespeare-Rusconi)

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ALCUNE NOTIZIE

intorno

A SHAKSPEARE1





SHAKSPEARE

e i suoi contemporanei.


Eccoci a Shakspeare. Discorriamone a nostro bell’agio, come si esprime Montesquieu parlando di Alessandro.

Cito sol qui per memoria Every man (ciascun uomo), dramma rappresentato sotto Enrico VIII, e l’Ago della comare Gurlon, dato da Stell nell’anno 1551. Gli autori drammatici contemporanei di Shakspeare erano Roberto Green, Neywood, Decker, Roweley, Peal, Chapman, Ben Johnson, Beaumont, Fletcher: jacet oratio. Però il Fox e l’Alchimista di Ben Johnson sono due commedie apprezzate anche oggidì.

Spenser fu il poeta celebre sotto Elisabetta. L’autore eclissato del Macbeth e del Riccardo III si mostrava appena fra i lampi che tralucevano dal Calendario del Pastore e dalla Regina delle fate. Montmorency, Byron, Sully, interpolatamente ambasciatori di Francia, udirono eglino mai nominare un saltimbanco attore nelle burlette 1 composte da lui e da altri? proferirono mai il nome di Shakspeare, tanto barbaro alla pronuncia francese? sospettavano esservi in Inghilterra una gloria, innanzi a cui i loro onori, ie loro pompe, i loro gradi si rimarrebbero annichilati? [p. 12 modifica]Ebbene, il saltimbanco incaricato della parte di Spettro nell’Amleto, era il gran fantasma, l’ombra del medio evo, che sorgeva sul mondo, come l’astro vespertino, nel momento in cui il medio evo finiva di scendere fra i morti; enormi secoli che Dante aperse, che chiuse Shakspeare (2).

Nel compendio storico di Witheloke, contemporaneo dell’autore del Paradiso perduto, si legge: «Un certo cieco, di cognome Milton, segretario del Parlamento per li dispacci latini». Molière, l’istrione, faceva la parte del suo Pourceaugnac, come Shakspeare, il saltimbanco, aveva buffoneggiato ne’ panni del suo Falstaff. Compagno del povero Mondorge, l’autore del Tartuffo aveva cambiato il suo illustre cognome di Poquelin nell’altro oscuro di Molière, per non portare disdoro al padre suo tappezziere.

    Avant qu’un peu de terre obtenu par prière
Pour jamais sous la tombe sût enfermé Molière,
Mille de ses beaux traits, anjourd’hui si vantés,
Furent des sots esprits à nos yeux rebutés.

Così que’ viaggiatori velati, che di tempo in tempo vanno ad assidersi a mense umane, vengono trattati come ospiti volgari; gli uomini ne ignorano la natura immortale sino al momento della loro sparizione. Abbandonando la terra si trasfigurano, e dicono al convitante, come l’inviato del cielo a Tobia: «Io sono uno de’ sette che stiamo presenti al cospetto del Signore».

Queste divinità non conosciute, durante il loro passaggio sulla terra, dagli uomini, fra loro non si sconoscono.

«Abbisognano forse le onorate ossa del mio Shakspeare, dice Milton, di marmi ammonticchiati dal lavoro d’un secolo; o le sue sante reliquie vogliono forse essere coperte da una piramide che tocchi le stelle? Diletto figlio della Memoria, grande erede della Fama, che importa a te un sì debole testimonio del tuo nome? Nella nostra meraviglia, nella nostra ammirazione ti sei eretto tu stesso un [p. 13 modifica]monumento che non può perire..... e tale è questa pompa del tuo sepolcro, che i re, per aver simile tomba, desidererebbero di morire» (3).

Michelangelo, invidiando la sorte e il genio di Dante, esclama:

  Pur fossi io tal . . . . . . . . . .
Per l’aspro esiglio tuo con tua virtute
Darei del mondo il più felice stato.

Il Tasso celebra Camoens quasi ancora ignorato, e gli tien vece di Fama, in aspettazione di questa messaggiera dalle canto bocche.

  . . . . . . . . Il buon Luigi (4)
Tant’oltre stende il glorioso volo,
Che i tuoi spalmati legni andar men lunge (5).

Havvi nulla d’ammirabile quanto questa società d’illustri eguali, che per segni si rivelano gli uni agli altri, che si salutano e s’intrattengono insieme in una lingua ad assi soli conosciuta?

Ma che pensava Milton sulle felici predizioni a favore degli Stuardi, che trapelavano di mezzo al terribile dramma del Principe di Danimarca? L’apologista del giudizio di Carlo I era al caso di provare al suo Shakspeare che si era ingannato: poteva dirgli, come nell’Amleto: «L’Inghilterra non ha ancora logorate le scarpe, con le quali ha seguito il suo corpo!». La profezia è stata levata; e gli Stuardi sono spariti dall’Amleto, come dal mondo.

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SECOLO DI SHAKSPEARE.

Il momento della comparsa di un gran personaggio debb’essere osservato, a fine di notare parecchie affinità di questo genio, o mostrare ciò che ha ricevuto dal passato, ciò che ha attinto nel presente; ciò che ha lasciata all’avvenire. L’immaginazione fantasmagorica della nostra età, che si vale di vapori ad impastar personaggi; questa immaginazione cagionevole, prendendo a schifo la realtà, si è creato un Shakspeare alla sua guisa, il figlio del macellaio di Stratford è un gigante caduto da Pelio ed Ossa in mezzo ad una società selvaggia, e più alto di quella cento e più cubiti. Shakspeare non è, come Dante, una cometa solitaria, che attraversò le costellazioni dell’antico cielo, tornò a’ piedi di Dio, e gli disse come il tuono: Son qui.

Il genere mistico e il romanzo non hanno diritto di cittadinanza nel dominio dei fatti. Dante apparì in un tempo che può essere chiamato di tenebre. La bussola guidava appena il navigante nelle conosciute acque del Mediterraneo; nè l’America, nò il passaggio alle Indie pel Capo di Buona Speranza erano stati scoperti; l’invenzione della polvere non aveva per anche cangiate le armi, nè quella della stampa il mondo; la feudalità pesava sull’Europa schiava con tutto il peso della sua notte ad essa soprastante.

Dante, venuto al mondo due secoli prima di Shakspeare, non vi trovò veruna cosa. La società latina spirata, avea lasciato una lingua bella, ma di una bellezza morta; lingua inutile all’uso comune, perchò non esprimeva più il carattere, le idee, i costumi e i bisogni della vita novella. La necessità d’intendersi avea fatto nascere un idioma volgare adoperato sui due lati delle Alpi meridionali, sulle due schiene dei Pirenei orientali. Dante adottò questo bastardo di Roma, che i dotti e i potenti sdegnarono riconoscere; lo trovò vagabondo tra le vie di Firenze, nudrito alla ventura da un popolo repubblicano [p. 15 modifica]in tutta la sua rozzezza plebea e democratica. Compartì al figlio della propria elezione la sua virilità, la sua semplicità, la sua indipendenza, la sua nobiltà, la sua malinconia, la sua sublimità santa, la sua grazia selvatica; diede l’essere al figlio del proprio genio; fabbricò egli stesso la lira che dovea rendergli suoni si belli, simile agli astronomi che crearono da se stessi gl’istrumenti con cui misurarono i cieli. L’Italiano e la Divina commedia scaturirono uniti dal suo cervello; in un medesimo tempo l’esule illustre dotò la razza umana di una lingua ammirabile e d’un poema immortale.

Ma quando nel 1564 la madre di Shakspeare diede alla luce un oscuro fanciullo, erano già trascorsi quasi due terzi del famoso secolo del risorgimento delle lettere e della Riforma; di quel secolo in culle principali moderne scoperte erano attuate, stabilito il vero sistema del mondo, osservato il cielo, il globo esplorato, le scienze divenute oggetto di studio, le belle arti arrivate ad una perfezione che mai più raggiunsero dipoi. L’autor tragico inglese trovò una lingua non finita, è vero, ma fatta già per tre quarti, e già adoperata da grandi ingegni e da rinomati poeti; da Bacone e Tommaso Moro, da Surrey e da Spenser. Le cose grandi e gli uomini grandi si affettavano per ogni verso; alcune famiglie portavano nelle foreste della nuova Inghilterra i germi di una prolifica indipendenza; varie provincie, sottraendosi al giogo dei loro oppressori, si ergeano alla dignità di nazioni. Dopo Carlo V, Francesco I e Leone X splendettero sui troni Sisto V, Elisabetta, Enrico IV, don Sebastiano, e quel Filippo, che, se fu un tiranno, non fu un tiranno volgare. Fra i capitani si contavano don Giovanni d’Austria, il duca d’Alba, gli ammiragli Veniero e Andrea Doria, il principe d’Oranges, i due signori di Guisa, Coligny, Byron, Lesdiguières, Monluc, la Noue. Fra i magistrati, i giureconsulti, i ministri e i politici: l’Hôpital, Harley, De Moulin, Culaccio, Sully, Olivarez, Cecil, d’Ossat. Fra i prelati, gli scienziati, gli eruditi e gli uomini di lettere: san Carlo Borromeo, san Francesco di Sales, Calvino, [p. 16 modifica]Teodoro di Beza, Tycho-Brahe, Galileo, Bacone, Cardano, Keplero, Ramus, Scaligero, Etienne, Manuzio, Giusto Lipsio, Vidal, Baronio, Mariana, Amyot, Montaigne, Du Raillan, Bignon, De Thou, d’Aubignì, Brantome, Marot, Ronsard, e mille altri. Fra gli artisti: Tiziano, Paolo Veronese, Annibale Caraccio, Sansovino, Giulio Romano, il Domenichino, Palladio, Vignola, Giovanni Goujon, il Guido, Poussin, Rubens, Van-Dyck, Velasquez. Michelangelo aveva aspettato a morire l’anno in cui nacque Shakspeare. Lungi dall’essere un fondatore di civiltà che raggiasse in seno della barbarie, Shakspeare era un ultimo figlio del medio evo, un barbaro che si ammaestrava nelle file della civiltà in progresso, legandola al passato. Non fu una stella solitaria; procedè di concerto con astri meritevoli del suo firmamento: Camoens, Tasso, Ercilla, Lopez de Vega, Calderon, tre poeti epici e due tragici, tutti di prim’ordine.

Shakspeare surse a grandezza sotto la protezione di quella regina che inviava il nocchiero all’estremità del mondo per cercarvi la ricchezza dell’uomo industrioso. Nell’interno dell’Inghilterra fioriva quanto di gloria e pace bastava perchè un poeta si abbandonasse con sicurezza alle sue inspirazioni; senza però che la società mancasse, al di dentro e al di fuori, di spettacoli propri a scuotere l’animo, e ad infervorare la fantasia.

Elisabetta offeriva in se stessa un carattere storico. Shakspeare aveva ventitrè anni quando Maria Stuarda fu decollata. Nato di genitori cattolici, cattolico probabilmente egli stesso, udì forse raccontare da’ suoi fratelli di culto, che Elisabetta, a fine di disonorare la sua prigioniera, mandò Rostone onde tentasse sedurla; e profittando della strage di San Bartolomeo, ebbe idea di abbandonare Maria alla taglia della parte protestante degli Scozzesi. Chi sa che nel tempo della catastrofe la curiosità non abbia tratto il giovine Guglielmo da Stratford a Fotheringay? Chi sa che non abbia veduto il letto, la stanza, le vôlte apparate di nero; il ceppo, la testa di Maria separata dal tronco; e nella quale il colpo di scure mal vibrato avea conficcato la cuffia e alcuni capelli bianchi della misera [p. 17 modifica]vittima? Chi sa che gli sguardi di lui non siansi fissati sul cadavere elegantemente vestito, esposto alla curiosità del pubblico ed alle imbrattature del carnefice?

Più tardi Elisabetta gettò un’altra testa a’ piedi di Shakspeare. Maometto II troncava il capo ad un icoglane per mettere la morte dinanzi ad un pittore. Stravagante composto di uomo e di donna, Elisabetta non diede, durante la sua vita avvolta nel mistero, a divedere d’essere stata dominata se non da una passione, non mai dall’amore. «L’ultima malattia di questa regina (dicono le memorie contemporanee) procedeva da una tristezza ch’ella si studiò grandemente di tenere celata: ricusava far uso di qual si fosse rimedio, come se da lungo tempo avesse presa la risoluzione di morire; la portò ad essere stanca della vita qualche segreta amarezza, che taluno ha voluto attribuire alla morte del conte d’Essex».

Quel secolo decimosesto, primavera di una nuova civiltà, germogliava più che altrove nell’Inghilterra, e sviluppava, esercitandole, le possenti generazioni che già portavano in grembo la libertà inglese, Cromwell e Milton. Elisabetta banchettava a suon di tamburo e di trombe, intantochò il suo Parlamento emanava atroci leggi contro i papisti, intantochè il giogo d’una sanguinolenta oppressione pesava sulla misera Irlanda. I supplizi di Tiburn si sposavano con le danze delle ninfe; le austerità puritane con le feste di Kenilworth; le commedie con le prediche; i libelli coi cantici, e le critiche letterarie con le discussioni filosofiche e le controversie di setta.

La mania di correr venture agitava la nazione come ai tempi della guerra in Palestina; drappelli di volontarii crociati del protestantismo s’imbarcavano per portare la strage agli idolatri, e intendeano i cattolici; seguivano su l’Oceano Francesco Drake, Gualtiero Raleigh; l’uno e l’altro Pietri eremiti de’ mari, amici di Cristo, nemici della croce. Consacratisi alla causa delle libertà religiose, gl’Inglesi militavano sotto chiunque offerivasi emanciparli; versavano il proprio sangue sotto il pennacchio bianco di Enrico IV e sotto lo stendardo giallo del principe [p. 18 modifica]d’Oranges; spettacoli ai quali Shakspeare intervenne. Ed egli udì rimugghiare la tempesta tutelare che gettò i frantumi delle navi spagnuole sulle spiaggie della patria sua liberata.

Le prospettive esteme non secondavano meno l’inspirazione del poeta. Nella Scozia: l’ambizione ed i vizi di Murray; l’assassinio di Rizzio; strozzato Darnley, e il suo cadavere lanciato in aria; Bothwell che si sposa a Maria nella fortezza di Duinbar, costretto indi a fuggire, e fattosi pirata in Norvegia; Morton consegnato al carnefice. Nei Paesi Bassi: tutte le sciagure inseparabili dalla liberazione di un popolo; un cardinale di Granville e un duca d’Alba; il fine tragico del duca d’Egmont e del conte Horn. Nella Spagna: la morte di don Carlos; Filippo II che innalza il tristo Escuriale, che moltiplica gli auto-da-fè, che dice ai suoi medici: avete paura a trar qualche goccia di sangue da un uomo che lo ha versato a fiumi? Nell’Italia, la storia della Cenci, copia di antichi orridi eventi di cui furono teatro Venezia, Verona, Milano, Bologna, Firenze. Nell’Alemagna, i primordi di Wallenstein.

E nella Francia, la terra più vicina alla patria di Shakspeare, che vedeva egli? La campana a stormo della notte di San Bartolomeo suonò nell’ottavo anno della vita dell’autore del Macbeth; rintronarono di quella carnifìcina i lidi dell’Inghilterra; se ne pubblicò una relazione esagerata, se esagerata esser potea. Uscivano alle stampe in Londra ed Edimburgo, si vendeano nelle città e nei contadi le descrizioni di quelle atrocità con colori i più atti a mettere in fermento l’immaginazione di un fanciullo. Non si parlava d’altro che del genere d’accoglimento fatto da Elisabetta all’ambasciatore di Carlo IX. «Il silenzio della notte regnava in tutte le stanze dell’appartamento reale. Le miledi e i cortigiani in istrette gramaglie, schierati da una banda e dall’altra, quando l’ambasciatore passò per mezzo alle loro file, non gli volsero un guardo cortese, non un solo gli restituì il saluto». Merloe mise sulle scene la Strage di Parigi. Forse nel suo esordire Shakspeare ha sostenuto una qualche parte in quel dramma.

[p. 19 modifica]Al regno di Carlo IX succede quello di Enrico III, sì copioso di tragici avvenimenti. Caterina de’ Medici, i Favoriti, le Giornate delle barricate, l’ammazzamento dei due signori di Guisa a Blois, la morte di Enrico III a Saint-Cloud, i furori della Lega, l’assassinio di Enrico IV variavano perennemente le commozioni di un poeta innanzi al quale passò tutta quella lunga sequela di eventi. I soldati di Elisabetta, lo stesso conte di Essex, che si frammisero nelle guerre civili di Francia, militarono nei campi dell’Havre, di Tory, di Rouen e d’Amiens; alcuni veterani dell’esercito inglese poteano contare, stando al focolare ove trovavasi il giovinetto Guglielmo, quanto avevano saputo delle calamità e delle giornate campali della Francia.

Era dunque il genio stesso del tempo di Shakspeare che infondeva il suo genio in Shakspeare. Gl’innumerabili drammi rappresentatisi d’intorno a lui preparavano soggetti agli eredi dell’arte da lui professata. Carlo IX, il duca di Guisa, Maria Stuarda, don Carlos, il conte di Essex dovevano ispirare Schiller, Otway, Alfieri, Manzoni, Corneille, Chénier, Reynouard.

Shakspeare nacque tra la rivoluzione religiosa principiata sotto Enrico VIII e la rivoluzione politica in procinto di essere attuata. Tutto era strage e tragedia prima di lui; tutto fu strage e tragedia dopo di esso. Shakspeare, nella sua giovinezza, s’abbattè in vecchi monaci scacciati dai loro chiostri, i quali avranno veduto Enrico VIII, le sue riforme, le sue distruzioni di conventi, i suoi buffoni, le sue mogli, le sue ganze, i suoi carnefici; quando il poeta morì, Carlo I aveva già sedici anni. Così l’Eschilo inglese aveva potuto toccar con una mano le teste canute cui minacciò il ferro del penultimo dei Tudor; con l’altra la testa dalle bianche chiome del secondo degli Stuardi, dipinta da Van-Dyck, e serbata dal destino ad essere mozzata dalla scure dei parlamentari. Quelle fronti tragiche furono sgabello al grande tragico e appena nato, e quando scese nella tomba; l’intervallo dei vissuti anni egli empiè de’ suoi spettri, de’ suoi re ciechi, de’ suoi [p. 20 modifica]ambiziosi puniti, delle sue donne infelici; e così pervenne a legare con finzioni analoghe le realità del passato alle realità dell’avvenire.


POETI E SCRITTORI CONTEMPORANEI

DI SHAKSPEARE.

Il governo di Giacomo I ebbe per suoi confini il ferro, che lo spaventò sin dal ventre materno, e il ferro che fece morire, ma non tremare il figlio di lui. Il suo regno separò il palco ferale di Fotheringay da quello di Withe-Hall; spazio oscuro, durante il quale si spensero Bacone e Shakspeare.

Questi due illustri contemporanei si trovarono fra loro sul suolo medesimo. Già si accennò agli stranieri che furono compagni ad essi di gloria. La Francia, men provveduta allora di uomini di lettere, non offeriva se non Amyot, de Thou, Ronsard e Montaigne; che quanto ad Hardy e Garnier, ingegni di più corte ali, essi balbutivano appena i primi accenti della Melpomene francese. Pure la morte di Rabelais aveva preceduto sol di quindici anni la nascita di Shakspeare; e chi si contentò alla maschera di buffone era ben tal gagliardo da venire a scontro col tragico autore.

Shakspeare aveva già trascorsi trenta anni sulla terra, quando l’infelice Tasso e l’eroico Ercilla, morti entrambi nel 1595, la abbandonarono. Il poeta inglese fondava il teatro della sua nazione, mentre Lopez de Vega dava vita alla scena spagnuola; ma Lopez ebbe un rivale in Calderon. L’autore del Miglior Alcade si era imbarcato qual volontario nell’invincibile armada nel momento in cui il creatore di Falstaff calmava le interne inquietudini della bella Vestale seduta sul trono d’Occidente.

L’autor drammatico castigliano ricorda quella famosa flotta nella sua Fuerza lastimosa. «I venti (egli dice) distrussero la più bella armata navale che siasi mai veduta». Lopez veniva con la spada impugnata ad assalire [p. 21 modifica]Shakspeare ne’ suoi focolari, come i menestrelli di Guglielmo il Conquistatore attaccarono gli scaldi d’Aroldo. Lopez ha trattata la religione come Shakspeare la storia: i personaggi del primo intuonano sulle scene il Gloria Patri, interpolato da romanze; quelli del secondo cantano ballate condite dai lazzi del becchino.

Ferito a Lepanto nel 1570, schiavo ad Algeri nel 1575, riscattato nel 1581, Cervantes, il quale cominciò la sua inimitabile commedia in prigione, non osò continuarla se non lungo tempo dopo; tanto poco il suo capo-lavoro era stato compreso. Cervantes e Shakspeare morirono nello stesso mese ed anno. Due documenti pongono in chiaro qual fosse la ricchezza d’entrambi gli autori.

Guglielmo Shakspeare nel suo testamento lascia a sua moglie il secondo de’ suoi letti dopo il migliore; a due de’ suoi colleghi trentadue scellini per comperarsi un anello; istituisce Susanna, sua figlia primogenita, erede universale; fa alcuni doni di ugual momento alla sua seconda figlia Giuditta, che appiè degli atti si firmava con una croce, per non sapere scrivere.

Michele Cervantes confessa, con ricevuta di proprio pugno, la dote portatagli da sua moglie Caterina Salazor y Palacir, cioè un arcolaio, un padellino di ferro, tre schidioni, una paletta, una grattugia, una spazzola, sei moggio di farina, cinque libbre di cera, due sgabellini, una tavola da quattro piedi, un materasso con la sua lana, un candeliere d’ottone, due panni da letto, due bambini Gesù con le loro picciole vesti e camicie, quarantaquattro fra galline, pulcini ed un gallo. Non v’è oggidì miserabile scrittore che non imprechi l’ingiustizia degli uomini se non si vede impinguato di assegnamenti, la centesima parte de’ quali avrebbe fatta la fortuna di Cervantes e di Shakspeare. Il pittore adunque del buffone del re Lear andò nel 1616 a cercare un mondo più saggio insieme al pittore di don Chisciotte; due compagni di viaggio che ben si convenivano l’uno all’altro.

Arrivò Corneille per subentrare in quella famiglia cosmopolitica di grandi uomini, la cui discendenza può avere [p. 22 modifica]per patria tutta la terra, in quella guisa che a Roma i Bruti succedevano ai Bruti, i Cornelii ai Cornelii. Il cantore del Cid, fanciullo di sei anni, vedeva gli ultimi giorni che splendeano sul cantore di Otello. Michelangelo rimise la sua tavolozza, il suo cesello, la sua squadra e la sua lira alla morte nello stesso anno in cui Shakspeare, col coturno al piede e colla maschera in mano, veniva nel mondo; il poeta moribondo della Lusitania salutava i primi soli del poeta d’Albione. Allorchè il fanciullo macellaio di Stratford, armato del coltello paterno, pronunciava, prima d’immolarle, un’arringa patetica sulle sue vittime, gli agnelli e le giovenche; Camoens, in riva al Tago, faceva udire sulla tomba d’Ines il canto del cigno.

«Dopo tanti anni passati cantando voi ninfe del Tago, voi Lusitani, la fortuna mi trascina errante per mezzo alle sciagure e ai pericoli, or sul mare, or sui campi di battaglia... ora invilito da una umiliante indigenza, senza altro asilo che l’ospitale... Poeti, voi compartite la gloria: ecco il vostro compenso... I miei anni vanno declinando: fra poco sarò passato dalla state all’autunno. I cordogli mi traggono alle rive della tenebrosa quiete e del sonno eterno».

È dunque detto che presso tutte le nazioni e in tutti i secoli i maggiori genii debbano finirla col lamento di Camoens?

Milton, in età di otto anni quando moriva Shakspeare, sorse al rezzo del sepolcro di questo immortale. Anche Milton si querelava d’esser venuto al mondo in tristi giorni, troppo tardi d’un secolo.

«Il freddo clima e gli anni pesano, mentre vorrei spiegarle, sulle mie ali depresse».

E quando è preso da questo sgomento? Quando scrive il nono libro del suo Paradiso perduto, che racchiude la seduzione di Eva e le scene più appassionate fra questa e Adamo.

I nominati altissimi intelletti, o predecessori o contemporanei di Shakspeare, hanno qualche cosa in se medesimi che partecipa della bellezza delle loro patrie. Dante [p. 23 modifica]fu cittadino illustre e valoroso soldato; il Tasso avrebbe ben figurato nelle animose schiere dei seguaci di Rinaldo; Lopez e Calderon portarono l’armi; Ercilla è ad un tempo l’Omero e l’Achille della sua epopea; Cervantes e Camoens mostravano gloriose margini che faceano fede del loro valore e dei loro infortunii; lo stile di questi poeti guerrieri porta spesse volte l’elevatezza della loro esistenza. Sarebbe stato a desiderare per Shakspeare che, come individuo della società, si fosse trovato sopra una via diversa. Veemente e appassionato ne’ suoi poemi, non è nobile sempre; il suo stile manca spesso di dignità: ciò che può dirsi ancora della sua vita.

E quale è stata questa vita? che ne sappiamo? Poca cosa. Chi la visse, la tenne celata; né si prese de’ proprii giorni maggior pensiero che de’ lavori che andava facendo.


VITA DI SHAKSPEARE.

shakspeare nel numero di cinque o sei genii sovrani.

Se cerchiamo scoprire gl’interni sentimenti di Shakspeare ne’ suoi scritti, siamo indotti a pensare che il pittore di tante scene terribili fosse un uomo leggero, il quale non avesse altra cura fuor quella del proprio individuo; quantunque sia vero però, che in una vita così vastamente contemplati va, come la sua, egli doveva trovare bastanti occupazioni. Il padre del poeta, probabilmente cattolico, dopo avere sostenuta la prima fra le magistrature di Stratford, picciole quanto il paese, era divenuto mercante di lana e macellaio. Guglielmo, primogenito di dieci figli del magistrato macellaio, s’attenne alla professione paterna. Già dicemmo che il depositario del pugnale di Melpomene scannò vitelli prima di svenare tiranni, e che indirigeva arringhe patetiche agli spettatori della ingiusta morte di quelle bestie innocenti. Shakspeare, fattosi alquanto più adulto, sfidò, sotto un albero di pomi, dipoi rimasto celebre, alla scommessa di chi avrebbe tracannati più fiaschi di birra, i bevitori di Bedfort. Avea [p. 24 modifica]diciassette anni quando sposò la figlia di un bifolco, che avea sette anni più di lui. N’ebbe prima una figlia, poi due gemelli, un altro maschio e un’altra femmina; fecondità che non fece in lui alcuna specie di deliziosa impressione, e non diede maggiore stabilità alla sua mente. Dimenticò si compiutamente e presto madonna Anna, che se ne ricordò sol per lasciarle, in via di parentesi, nel testamento dianzi commemorato, il secondo de’ suoi letti dopo il migliore.

L’aver commesso un contrabbando di caccia lo fugò dal suo villaggio. Catturato nel parco di sir Tommaso Lucy, dovette comparire in atto umile innanzi all’offeso, del quale si vendicò subito affiggendo una ballata satirica alla sua porta. Il rancore durò sempre in Shakspeare, perchè a suo tempo cavò da quel Lucy il giusdicente Shalow nella seconda parte dell’Enrico VI, e lo fe’ zimbello alle buffonerie di Falstaff. Poi che l’ira di sir Tommaso ebbe obbligato Shakspeare ad abbandonare Stratford, andò questi a cercare fortuna a Londra.

Quivi la miseria lo accompagnò. Costretto a custodire i cavalli di chi frequentava i teatri, addestrò una banda di servi intelligenti, ch’ebbero il nome di Shakespeare-boys (famigli di Shakspeare). Dalla porta dei teatri ficcatosi nelle quinte, vi sostenne l’uffizio di call-boy (buttafuori). Green, suo parente, attore sul teatro di Black-Friars, dalle quinte lo promosse alla scena: da attore diventò autore. Vennero pubblicate contro esso critiche e satire, alle quali non rispose. Sostenea la parte di frà Lorenzo nel Romeo e Giulietta, e con tale maestria che faceva addirizzare i capelli; l’altra di Spettro nell’Amleto. Si sa che lottava d’arguzie con Ben-Johnson al club della Sirena, fondato da Gualtiero Raleigh. Il rimanente dello studio suo teatrale è ignoto, e i suoi passi su questo arringo vedonsi contrassegnati unicamente da’ capo-lavori che due o tre volte l’anno uscivano dal suo genio, bis pomis utilis arbor, e dei quali non si prendea verun pensiero. Non premetteva nemmeno il suo nome a quei capo-lavori, mentre tollerava che lo stesso gran nome si leggesse nei cartelloni in [p. 25 modifica]cui si vedeano scritti i commedianti dimenticati (entreparleurs si diceano allora), che avevano avuto parte in drammi dimenticati anche di più. Non si è curato nè di raccogliere, nè di pubblicare le opere sue; la posterità, che non gli venne mai in mente, ha pensato essa a dissotterrarle dai vecchi repertorii, come si scava per trarre di mezzo alle oscure immagini degli altari di Olimpia i resti di una statua di Fidia.

Dante, senza cerimonie, si annicchia nel gruppo dei grandi poeti:

Vidi quattro grand’ombre a noi venire;


il Tasso parla della propria immortalità come di quella degli altri; Shakspeare non dice una parola di sè, di sua moglie, di suo figlio (morto nell’età di dodici anni), delle sue due figlie, del suo paese, delle sue opere, della sua gloria. O non alimentasse la consapevolezza del proprio genio, o ne sentisse disdegno, sembra che nemmen credesse alla facoltà della memoria. «Oh cielo! (esclama Amleto) morto da due mesi, e non per anco dimenticato! In tal caso è a sperare che la memoria di un grand’uomo gli sopravviva un mezzo anno; ma, pel cielo! affinchè ciò accada, bisognerà che abbia erette chiese; altrimenti si rassegni a non aver più chi pensi a lui».

Shakspeare lasciò d’improvviso il teatro nell’età di cinquantanni, e nella pienezza de’ suoi buoni successi e del’suo genio. Senza cercar cagioni straordinarie ad un tale abbandono, ò probabile che quell’uomo indolente abbandonasse la scena non si tosto ebbe acquistato un po’ di indipendenza. Noi ci ostiniamo a congetturare il carattere d’un uomo dalla natura del suo genio, e reciprocamente? la natura del suo ingegno dal suo carattere; pur l’uomo e l’ingegno son qualche volta cose disparatissime, sebbene; non cessino d’essere omogenee. Quale veramente l’uomo tra Shakspeare autor tragico, e Shakspeare che prende il mondo secondo e’ gira? Tutti e due i personaggi son veri, e misteriose attinenze della natura li combinano l’uno con l’altro.

[p. 26 modifica]Lord Southampton fa l’amico di Shakspeare; ma non si vede che abbia fatto nulla di notabile a prò di esso. Elisabetta e Giacomo lo proteggevano, e, a quanto appariva, non lo stimavano. Di ritorno al suo tetto, egli piantò il primo gelso che siasi veduto nel cantone di Stratford. Morì nel 1616 a Newplace, sua casa campestre. Nato a’ 23 aprile 1564, quello stesso giorno 23 aprile che lo condusse dinnanzi agli uomini, venne a cercarlo nel 1616 per portarlo al cospetto della Divinità. Sotterrato sotto una pietra della chiesa di Stratford, gli fu eretta una statua, ceduta entro una nicchia siccome quelle dei santi, dipinta in colori nero e scarlatto, ridipinta poi dall’avo di mistress Siddons, e tornata ad impiastrare di gesso da Malone per trarne la maschera. Si aperse un crepaccio nel sepolcro; e il sagrestano messone in custodia non iscoperse né ossa, né bara; vide solo polve: e fu detto essere qualche cosa l’aver contemplata la polve di Shakspeare. Il Poeta, nel farsi da sé l’epitaffio, proibì che si toccassero le sue ceneri: amico della quiete, del riposo e della oscurità, si premuniva contro il moto, il frastuono, lo splendore del suo avvenire. Ecco dunque, se si eccettuino le sue opere (6), tutto ciò che attesta la vita e la morte di questo immortale: una casa campestre, un gelso, la lanterna di cui si valse l’autore-attore vestendo il personaggio di frà Lorenzo nel Romeo e Giulietta, una grossolana statua di villaggio, una tomba fessa.

Castrell, curato protestante, comperò la casa di [p. 27 modifica]Newplace; ma il barbaro ecclesiastico, importunato dal pellegrinaggio dei tanti divoti alla memoria del grand’uomo, atterrò l’albero; più tardi fece spianare la casa, vendendone i materiali. Nel 1740 una società di eleganti signore inglesi erse a Shakspeare un monumento di marmo in Westminster, onorando così il poeta che avea tanto amato il bel sesso, e che disse nel Cimbellino: «L’Inghilterra è un nido di cigni posto nel mezzo d’immenso stagno».

Shakspeare era egli zoppo come lord Byron, Gualtiero Scott e le Preghiere, figlie di Giove? I libelli pubblicati contr’esso quando viveva non gli rinfacciano un difetto che doveva essere tanto visibile sulla scena. Lame (storpio) si dice tanto d’una mano quanto d’un piede; lame of one hand, lame of one foot (storpio d’una mano, storpio d’un piede); ma lame significa in generale imperfetto, difettoso, e s’intende anche in senso figurato. Che che ne sia, il giovinetto (boy) di Stratford, lungi dal vergognare della propria infermità, non ha paura di ricordarla ad una sua bella.

. . . . Lame by fortune’s dearest spite (7).


Shakspeare avrebbe avuto di grandi amori, contandoli dai suoi sonetti, che sommano a centocinquantaquattro. Guglielmo Davenant si gloriava d’esser figlio d’una bella ostessa che conduceva l’albergo della Corona in Oxford. Il poeta, nelle sue odi, bistrattò se stesso; e dice intorno alla propria persona tali verità, che non possono far piacere alle arbitre de’ suoi pensieri. Egli rimprovera a sé medesimo qualche cosa; ma se gema misteriosamente su la propria scostumatezza, o se si quereli della poca gloria che gli fu compartita, è quanto non può bene comprendersi. «Il mio nome è coperto d’ignominia (my name receives a brand). Abbiate pietà di me, e pregate il Cielo ch’io sia rigenerato, mentre, come paziente volontario berrò un antidoto di Eysell contro la mia infezione..... Non posso sempre confessarti ogni cosa, per paura che [p. 28 modifica]la mia colpa deplorata ti faccia arrossire. Tu non puoi onorarmi d’un favore pubblico, senza togliere altrettanto onore al tuo nome: unless take that honour from thy name.

Alcuni commentatori hanno immaginato che Shakspeare rendesse omaggio ad Elisabetta, o a lord Southampton, trasformato simbolicamente in una donna amata nei sonetti del poeta. Nel secolo decimoquinto nulla havvi di più comune che un tal misticismo di sentimenti ed un tale abuso dell’allegoria. Amleto parla di Yorick come di una donna quando i beccamorti ne scoprono la testa. «Oimè! povero Yorick! l’ho conosciuto. Orazio: un buffone compagnevole e dotato d’una squisita immaginazione..... Qui stavano attaccate quelle labbra che ho baciate non so quante volte! (that I have kiss’d, I know not how most)». E si noti che ai giorni di Shakspeare l’uso di baciar gli uomini sulla guancia era sconosciuto; onde Amleto dice allora per Yorick ciò che Margherita di Scozia diceva ad Alano Chartier.

Che che ne sia, molti di tali sonetti sono visibilmente addirizzati a donne. Varii giuochi di spirito guastano quelle erotiche effusioni dell’animo del cantore; ma l’armonia loro gli aveva meritato il nome di poeta dalla lingua di mele.

Il creatore di Desdemona e di Giulietta invecchiava senza rinunziare all’amore. La bella incognita, cui volse leggiadri versi in tarda età, sarà ella stata altera e felice al vedersi argomento ai sonetti di Shakspeare? E lecito il dubitarne: la gloria è per un vecchio ciò che sono i diamanti per una donna sessagenaria; l’adornano, non l’abbelliscono.

«Tu puoi vedere in me quella stagione dell’anno in cui le foglie ingiallite (poche, se pur ne rimangono) pendono ai rami che fa tremolare la brezza; frascati in rovina e sfrondati, ove poc’anzi garrivano gli augelli... Tu vedi in me i lampi d’un fuoco che si spegne sotto le ceneri della gioventù, come sopra un letto di morte; in cui spira consunto da ciò che lo alimentava. Queste cose, presenti al tuo sguardo, devono rendere il tuo amore più [p. 29 modifica]sollecito di accarezzare un bene che sei tanto vicina a perdere» (8).

«Non piangere per me, allor ch’io sia morto, più lungamente del tempo in cui udirai la tetra squilla annunziare alla terra che sono fuggito da questo mondo vile per abitare co’ vermi, più vili ancora. Se leggi queste parole, scordati della mano che le vergò: ti amo tanto, che desidero essere cancellato dalla soave tua rimembranza, se pensando a me tu potessi essere infelice. Oh! se getti uno sguardo su questi versi quand’io non sarò più che argilla, non ripetere il mio povero nome, e lascia che il tuo amore appassisca con la mia vita» (9).

Più assai di poesia, d’immaginazione, di malinconia abbondano questi versi, che di sentimento, di passione e di profondità. Shakspeare ama, ma non crede all’amore più di quanto creda al restante delle cose: una donna per esso è un augello, una brezza, un fiore; cosa che alletta e passa. Il non accorgersi o il non curarsi della propria fama, la sua condizione che lo escludeva dal consorzio della società eletta fecero, a quanto sembra, ch’egli considerasse la vita come un’ora leggera e vacua, come un ozio rapido e soave. I poeti preferiscono la libertà e la musa alla loro bella.

Shakspeare, quell’ingegno si eminentemente tragico, ricavò l’austerità del suo umore schernevole dal dispregio in cui aveva se medesimo e la specie umana; ei dubitava di tutto: perhaps (forse) è la parola che gli torna più spesso nella penna. Montaigne dall’altro lato del mare ripetea: Peut-étre; que sais-je?

Concludiamo. Shakspeare è nel novero di cinque o sei scrittori che hanno bastato ad alimentare il pensiero; di quei genii primitivi che sembra abbiano generati e nudriti tutti gli altri. Omero aveva fecondata l’antichità; Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane, Orazio, Virgilio sono suoi [p. 30 modifica]figli. Dante fu padre dell’Italia moderna; principiando da lui, venendo sino al Tasso. Rabelais ha creata la letteratura francese; Montaigne, Lafontaine, Molière procedono dal suo stipite. L’Inghilterra è tutta Shakspeare; e sino a questi ultimi tempi alla sua ispirata maniera s’informarono Byron e Walter Scott.

V’ha sovente chi rinnega questi supremi maestri, chi si ribella ad essi, chi tien conto dei loro difetti. Vengono accagionati di noiose prolissità, di bizzarria, di cattivo gusto da coloro che li depredano, e si vestono delle loro spoglie; ma invano uom tenta divincolarsi di sotto al lor giogo. Tutto si tinge dei loro colori; per ogni dove s’imprimono l’orme loro; eglino gl’inventori di nomi e di parole che vanno ad ingrossare il vocabolario generale dei popoli; i loro modi di dire, le loro frasi divengono proverbi; i loro personaggi finti si trasformano in personaggi reali, che hanno eredi legittimi e discendenza. Aprono orizzonti, d’onde spicciano innumerabili nuovi coni di luce; spargono idee, da ognuna delle quali mille altre germogliano; compartiscono immaginazione, soggetti, stile a tutte le arti; le opere loro sono miniere inesauste, o le stesse viscere dello spirito umano.

Genii di tal natura tengono per dritto il primo seggio; l’immensità, la varietà, la fecondità, l’originalità loro fanno tosto ravvisare in essi le leggi, i modelli, i tipi di tutte le diverse intelligenze; nella stessa guisa onde hannovi quattro o cinque razze d’uomini, di cui tutte le altre famiglie non sono se non gradazioni o diramazioni. Ah! mai non ci prenda la tentazione d’insultare alle colpe in cui talvolta questi possenti inciampano; la tentazione d’imitare il maledetto Cham! Non ridiamo per esserci abbattuti in lui ignudo e immerso nel sonno al rezzo dell’arca fermatasi sulle montagne dell’Armenia; non ridiamo dell’unico e solitario nocchiero dell’abisso. Rispettiamo questo navigatore diluviano, il quale ricominciò la creazione poi che inaridirono le cateratte del cielo; quai figli benedetti di un tanto padre, copriamone pudicamente col nostro manto la nudità.

[p. 31 modifica]Shakspeare, finchè visse, non ha mai pensato a sopravvivere alla propria vita: che gli rileva ora questa cantico d’ammirazione? Nulla havvi di più vano della gloria oltre il sepolcro, se questa non abbia fatto vivere l’amicizia, giovato alla virtù, disacerbata la sventura; o se non è dato nel cielo di rimembrare con compiacenza qualche idea consolante, generosa e liberatrice lasciati, da noi sulla terra.





Note

  1. Tolte dal Saggio sulla Letteratura Inglese di Chateaubriand.
  2. Shakspeare si firmava Shakespeare. La prima ortografia è stata adottata; si trova anche spesse volte Shakspear.
  3. What needs my Shakspeare, for his honor’d bones
      The labour of an age in piled stones?
      Or that his hallow’d reliquies should be hid
      Under a stary pointing pyramid?
      Dear son of Memory, great heir of Fame,
      What need’st thou such weak witness of thy name?
      Thou in our wonder and astonishment
      Hast built thyself a live-long monument.
      . . . . . . . . . . . . . . . . .
      And so sepulcr’d in such pomp dost lie,
      That kings, for snob a tomb, would vish to die.

  4. Nome di battesimo di Camoens.
  5. L’apostrofe è a Vasco.
  6. I titoli dei drammi di Shakspeare sono i seguenti: La Tempesta; I due Gentiluomini di Verona; Le allegre Comari di Windsor (The Merry Wives of Windsor); La dodicesima notte, o quel che vorrete (Twelfth Nigt, or What you will); Misura per misura, Molto strepito per niente (Much ado about nothing); Il Sogno d’una notte d’estate (Midsummer night’s Dream); Pene d’amore perdute (Love’s labours lost); il Mercante di Venezia; Come vi piace (As you like it); Tutto è bene quel che a ben riesce (All’s well that ends well); la mala femmina domata (Taming of the shrew); Novella del verno (Winter’s tale); Commedia degli equivochi (Comedy of errors); Macbeth; Il re Giovanni; Il re Riccardo II; Prima parte dei re Enrico IV; Seconda parte del re Enrico IV; Il re Enrico V; Prima parte del re Enrico VI; Seconda parte del re Enrico VI; Terza parte de’ re Enrico VI; Il re Riccardo III; Il re Enrico VIII; Troilo e Cressida; Timone di Atene; Coriolano; Giulio Cesare; Antonio e Cleopatra; Cimbellino; Tito Andronico; Pericle; Il re Lear; Romeo e Giulietta; Amleto; Otello
  7. Zoppo (o difettoso che si voglia tradarre) per una gherminella vaghissima della fortuna
  8. That time of year thou may’st in me behold
      When yellow leaves, or none, or few do hung, ec.

  9. No longer mourn for me when I am dead,
    Than you shall bear the surly sullen beli, ec.